Torino

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Giugno, Luglio, Settembre

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio -2° 47 mm
Febbraio 10° -0° 69 mm
Marzo 14° 83 mm
Aprile 18° 98 mm
Maggio 21° 11° 164 mm
Giugno 26° 16° 143 mm
Luglio 29° 18° 84 mm
Agosto 29° 18° 97 mm
Settembre 23° 14° 96 mm
Ottobre 18° 10° 122 mm
Novembre 12° 109 mm
Dicembre -1° 43 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Torino è un comune italiano di 856 343 abitanti, capoluogo del Piemonte e dell'omonima città metropolitana. Fu la prima capitale d'Italia all'unificazione nel 1861.

Descrizione da Wikipedia · leggi la voce completa

Guida pratica di Torino

8.919 parole scritte da viaggiatori, da Wikivoyage.

Da sapere

Torino offre una straordinaria varietà di attrazioni e occasioni di divertimento. Inoltre si trova a breve distanza dalle montagne e da importanti stazioni sciistiche, così come è facile da qui raggiungere la riviera ligure e l'Europa occidentale passando da Francia o Svizzera. È una città elegante e aristocratica, il quarto comune italiano per grandezza dopo Roma, Milano e Napoli e, assieme al capoluogo lombardo e a Genova, forma il cosiddetto triangolo industriale italiano. Ricca di palazzi in stile barocco, grandi viali, parchi, gallerie d'arte, residenze sabaude, castelli, importanti musei e attrazioni, Torino è una città che non è ancora stata presa d'assalto dal turismo di massa e ciò le ha permesso di mantenere ancora intatti alcuni dei suoi tratti caratteristici. Nel 2015 la città è stata Capitale Europea dello Sport e ha ospitato l'Ostensione della Sindone.

L'attività istituzionale di accoglienza turistica è gestita da Turismo Torino. Esiste a Torino un gruppo di volontariato civico costituito da circa 100 persone denominato "Torino&You" il quale malgrado le enormi difficoltà nelle quali i volontari operano (strutture fatiscenti, mancanza di mezzi idonei per fornire informazioni, ecc.) copre le strutturali carenze d'organico del gestore del sistema d'accoglienza turistica Turismo Torino. Infatti il gruppo gestisce un punto informativo e ne cogestisce un altro, oltre a offrire servizio di sorveglianza, assistenza e accompagnamento di gruppi in visita a mostre d'arte (ad es. "i disegni di Leonardo").

Cenni geografici

Torino è delimitata da due fiumi: a nord, dalla Stura di Lanzo; a sud, dal Sangone. Altri due fiumi, più imponenti, caratterizzano la città: il Po, che ne percorre tutto il fianco orientale scorrendo da sud a nord, e la Dora Riparia, che la attraversa da ovest ad est sino a confluire nel Po medesimo. Torino sorge tra collina e pianura (a circa 200 metri sul livello del mare) e si trova a pochi chilometri da alcune importanti vallate, come la Val di Susa, e cime della catena alpina, tra cui il Monviso e il Monte Rosa.

Cenni storici

Torino ha una storia molto antica. Sono state trovate, nei dintorni dell'attuale città, tracce di insediamenti umani databili al Neolitico, all'età del Rame e a quella del Bronzo, ma sono particolarmente significative quelle risalenti alla seconda Età del Ferro, specificamente quelle relative al IV-III secolo a.C., inerenti a una popolazione celto-ligure, citata dalle fonti classiche col nome di Taurini o Taurisci; costoro avevano fondato nelle vicinanze dell'attuale città – ma il luogo preciso è tutt'ora ignoto – un centro protourbano fortificato, che fu distrutto da Annibale nel 218 a.C., dopo tre giorni di assedio. Tuttavia, la nascita della città vera e propria coincide con la fondazione di una colonia romana in età augustea, pochi anni prima della nascita di Cristo (la data esatta è fonte di discussione). La colonia, caratterizzata da una pianta quasi quadrata e dalle tipiche vie ortogonali fra loro, il cui tracciato è ancora oggi ravvisabile, fu chiamata Iulia Augusta Taurinorum (ossia "Giulia Augusta dei Taurini"), nome semplificato durante il Medioevo in Taurinus (da cui deriva l'attuale toponimo di Torino).

Dopo la caduta dell'Impero romano Torino fu governata in successione dagli Ostrogoti, dai Longobardi e dai Franchi di Carlo Magno. A margine dell'epoca carolingia, nel X secolo prese forma la Marca di Torino (detta anche Arduinica). Dopo essere stata assoggettata a poteri di vario genere (compresa l'esperienza comunale), all'inizio del XIV secolo la città passò stabilmente sotto il controllo dei duchi di Savoia, accrescendo rapidamente d'importanza; nel 1563 era ormai diventata la capitale conclamata dei domini sabaudi "di qua e di là dei monti", ossia cisalpini e transalpini, sottraendo a Chambery quel ruolo. A partire dal secolo successivo la città si espanse notevolmente, travalicando l'antica cinta muraria romana e medievale con tre successivi ampliamenti, assumendo infine una caratteristica forma "a mandorla"; nel frattempo, i Savoia avevano assoggettato l'area del Monferrato e la città di Asti, mentre la contiguità col Mar Mediterraneo era assicurata dal possesso di una striscia di terra che giungeva a Nizza e Villafranca.

Dall'inizio del Settecento, dopo aver respinto un lungo assedio portato da Francesi e Spagnoli, la città divenne infine capitale del Regno di Sardegna governato dai Savoia.

All'inizio dell'Ottocento e dopo il Congresso di Vienna, Torino si vide assegnata anche la Repubblica di Genova con l'intera Liguria, quasi un inconsapevole anticipo di quell'Unità d'Italia che si sarebbe realizzata cinquant'anni più tardi. Nel 1861 Torino divenne la prima capitale del Regno d'Italia, sino al 1865, anno in cui la capitale fu trasferita a Firenze e infine, dal 1870, a Roma.

Da allora Torino, privata del lustro di capitale, dovette necessariamente ricostruirsi un'identità. A titolo di risarcimento morale, venne attuata una politica di agevolazioni fiscali che favorì l'insediamento di nuovi stabilimenti ed eventi fieristici internazionali, che la resero presto una delle maggiori città industriali d'Italia dandole così un nuovo ruolo in cui riconoscersi.

Il periodo della Seconda guerra mondiale fu molto duro per la città, che venne ripetutamente bombardata. A questo vanno aggiunte le lotte tra fascisti e antifascisti, oltre a numerosi atti di violenza perpetrati dai nazisti. Nel 1945, poco prima dell'ingresso in città delle truppe alleate, la città venne liberata dalle brigate partigiane.

La fine della guerra vide poi Torino diventare, grazie alla FIAT, il principale polo industriale del paese, segnando la via del boom economico e attirando migliaia di emigranti dal sud Italia. A Torino sono nate anche la Rai e la Sip, le prime aziende di telecomunicazioni in Italia.

Torino è anche una città di cultura: ogni anno qui si tiene il Salone Internazionale del Libro, uno degli appuntamenti più importanti del settore, ed è anche una delle sedi principali del movimento Slow Food, che organizza Terra Madre e il Salone del Gusto. Ospita il Museo Egizio, il secondo al mondo per l'importanza delle sue collezioni.

Negli ultimi anni, a partire soprattutto dalle Olimpiadi Invernali del 2006, Torino ha attraversato un'importante fase di trasformazione con l'ammodernamento e la riqualificazione di numerose aree periferiche, che l'hanno riportata allo splendore dei tempi migliori.

Come orientarsi

Centro

Via Garibaldi corrisponde al decumanus maximus di epoca romana. A partire dagli anni '80 del XX secolo, è stata interamente convertita in isola pedonale e collega Piazza Castello con Piazza Statuto.

Piazza Castello è la più nota piazza cittadina. Vi si affacciano Palazzo Reale e Palazzo Madama.

Piazza Statuto è circondata da edifici porticati della seconda metà dell'800, in stile eclettico tardo-neoclassico. Al centro della Piazza troviamo la Fontana del Traforo del Frejus.

Corso Vittorio Emanuele II corre da est ad ovest nella zona sud del centro. All'altezza di Piazza Carlo Felice si trovano gli ingressi alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, la più importante di Torino.

Il centro è delimitato a nord dal lunghissimo Corso Regina Margherita che ha inizio dall'omonimo ponte sul Po per terminare dopo 9 km allo svincolo in corrispondenza della "A55".

Sulla sinistra di Corso Regina Margherita (spalle al fiume) ci sono i Giardini Reali e in Via Montebello la Mole Antonelliana, simbolo di Torino. Poco oltre si trova Piazza della Repubblica, sede di un grande mercato all'aperto. Ogni sabato mattina nelle vie adiacenti a Piazza della Repubblica (Via Borgo Dora – Via Lanino – Via Mameli – Via Canale Molassi) si tiene lo storico mercato delle pulci, noto come Balôn.

Tra le strade che corrono in senso sud-nord la più importante è Via Roma che ha inizio dalla stazione di Porta Nuova per terminare a Piazza Castello. Essa forma a circa metà percorso Piazza San Carlo, la più scenografica di Torino, chiusa sul suo lato sud dalle due chiese gemelle, in stile barocco, di Santa Cristina costruita nel 1639 e di San Carlo costruita nel 1619, e sui lati est e ovest da edifici con portici. Al centro della Piazza troviamo la statua equestre di Emanuele Filiberto.

Palazzo Carignano è uno dei più importanti edifici di Torino e fa parte, inoltre, delle residenze sabaude patrimonio dell’Unesco; uno degli esempi più belli di Barocco italiano, nel 1848 Palazzo Carignano divenne la sede della Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino.

Altri quartieri

Quartiere Aurora — A nord del centro, oltre il corso Regina Margherita e piazza della Repubblica si estende, su ambo le rive della Dora Riparia, il quartiere Aurora che iniziò a svilupparsi nel XVII secolo, epoca in cui vi si stabilirono conciatori e artigiani della seta. Oggi il quartiere Aurora è un quartiere multietnico. Nei primi anni 2000 godeva di una pessima fama, che fortunatamente l’attuale riqualificazione sta ridimensionando.

San Salvario — Esteso a sud del centro, oltre corso Vittorio Emanuele II fino a corso Bramante, il quartiere di San Salvario è separato dalla riva sinistra del Po dal famoso Parco del Valentino, che circonda l'omonimo castello le cui forme ricordano quelle dei castelli francesi della Loira e ospita il Borgo Medievale, riproduzione di fine '800 di borghi medievali piemontesi o valdostani. Oggi San Salvario è, al pari del quartiere Aurora, un quartiere multietnico. Negli ultimi anni è diventato uno dei luoghi della movida torinese con molti locali situati tra corso Marconi e corso Vittorio Emanuele II.

Nizza Millefonti — Chiamato anche Molinette, il quartiere si estende a sud di San Salvario, sul lungofiume. Vi si trova l'ex fabbrica Fiat Lingotto trasformata in seguito a un intervento di Renzo Piano in un centro congressi con un grande Auditorium. Accoglie la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli e il Museo dell'Automobile.

Come arrivare

In aereo

L'1 Aeroporto di Torino-Caselle (IATA: TRN), situato a 16 km dal centro della città, è raggiungibile in 40 minuti circa tramite gli autobus con partenze ogni 30 minuti. È inoltre disponibile il servizio di airport transfer Terravision, che collega l'aeroporto alla stazione FS Lingotto con fermate intermedie in via Botticelli, Corso Casale, Torino Esposizioni e via Giordano Bruno. I biglietti per i bus Terravision possono essere acquistati online, all'aeroporto e presso le fermate. Il collegamento ferroviario è gestito dalla Gtt, linea A del Servizio Ferroviario Metropolitano (SFM), con termine corsa nella stazione di Dora GTT, nel quartiere Aurora di Torino. Le compagnie che effettuavano voli nazionali e internazionali al 2012 erano le seguenti:

Airfrance - Da Parigi.

Ita Airways - Da Alghero, Amsterdam, Bari, Lamezia Terme, Mosca, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma-Fiumicino.

British Airways - Da Londra Gatwick.

Brussels Airlines - Da Bruxelles.

Iberia - Da Madrid.

Lufthansa - Da Monaco, Francoforte, Dusseldorf.

Lux Air - Da Lussemburgo.

Ryanair - Da Madrid, Parigi Beauvais, Bruxelles Charleroi, Londra Stantsed, Barcellona Girona, Bari, Brindisi, Trapani, Ibiza, Malta.

Tap Portugal - Da Lisbona.

Turkish Airlines - Da Istanbul.

L'2 Aeroporto di Cuneo-Levaldigi (IATA: CUF), dove attualmente operano i voli per Cagliari, Casablanca, Bari, Monaco di Baviera, Roma-Fiumicino e Palermo, è collegato dagli autobus della linea "Torino - Aeroporto" gestita da BMC (il costo del biglietto è di 8€ - INFOPOINT: Tel: ☎ , per altre info vedere qui) e della linea "Torino Lingotto - Savigliano - Aeroporto" gestita da Mano Giuseppe (per informazioni cell. ☎ ).

In auto

Torino è facilmente raggiungibile tramite le seguenti autostrade:

A4 da Trieste - Venezia - Milano

A5 da Ginevra - Berna - Aosta

A21 da Brescia - Piacenza

A6 da Savona

T4 dalla Francia proseguendo sull'A32 da Bardonecchia

Per arrivare a Torino in modo economico si può usufruire del servizio Carpooling Torino.

In nave

Attualmente, sul fiume Po, nella tratta Murazzi - Moncalieri, non è disponibile la navigazione tramite battelli turistici. Dall'alluvione del 2016 i battelli Valentino e Valentina sono affondati. Il Comune ha previsto la sostituzione dei battelli con un catamarano ibrido (elettrico e diesel), ma il progetto è ancora in cantiere e si dovrà aspettare ancora qualche anno.

In treno

Torino dispone di più stazioni ferroviarie. Le principali di accesso alla città sono 3:

3 Stazione di Torino Porta Nuova – Maggiore stazione di Torino da cui partono i treni internazionali, alta velocità e a lunga percorrenza. È servita dalla linea 1 della metropolitana.

4 Stazione di Torino Porta Susa – Seconda per importanza, è una stazione sotterranea, completata nel 2014. Si trova ad ovest del centro, poco più a sud di piazza dello Statuto e adiacente a Piazza XVIII dicembre. È la principale stazione del Servizio Ferroviario Metropolitano (SFM) ed è servita dalla linea 1 della metropolitana.

5 Stazione di Torino Lingotto. Terza per importanza è situata a sud della città. La stazione è servita dalle linee del SFM.

In autobus

La maggior parte degli autobus extraurbani fa capolinea alla Autostazione Terminal Bus in C.so Vittorio Emanuele 131/H, all'altezza di piazza Adriano. Vi operano le autolinee Eurolines e Sadem

Come spostarsi

Con mezzi pubblici

A Torino è possibile spostarsi con la metropolitana, con la rete di tram e autobus.

La metropolitana automatica, inaugurata nel 2006 in occasione delle XX Olimpiadi Invernali, si snoda per 15,1 km ed è dotata di 23 stazioni. I due capolinea sono Fermi e Bengasi. La metropolitana passa per le stazioni ferroviarie Porta Nuova e Porta Susa.

In auto

A Torino è abbastanza semplice muoversi in auto per la pianta tendenzialmente quadrangolare della città e per i grossi viali di cui è dotata, nonostante a volte il sistema di viali e controviali crei confusione. Alcune vie del centro (opportunamente segnalate anche con pannelli a led) sono interdette al traffico privato ad orari prestabiliti e, qualora si tratti di via riservata al mezzo pubblico, per tutte le 24 ore.

Si suggerisce di prestare particolare attenzione nella zona a nord di Piazza della Repubblica in direzione dell'imbocco autostradale (Corso Giulio Cesare, Corso Vercelli...) in quanto si verificano investimenti di pedone con un'incidenza maggiore rispetto al resto della città.

Cosa vedere

Centro

1 Palazzo Reale, Piazzetta Reale, 1 (Piazza Castello), ☎ +39 011 19560449, info.torino@coopculture.it. 15€ intero, 2€ ridotto. Gio-Mar 9:00-19:00. Si visitano gli appartamenti reali sontuosamente arredati con mobili, orologi, porcellane e argenti risalenti a un periodo compreso tra il XVI e il XIX secolo. Facendo parte dei Musei Reali di Torino con lo stesso biglietto è possibile visitare l'Armeria Reale, la Galleria Sabauda e il Museo di antichità, situati sempre all'interno del Palazzo.

2 Armeria Reale, Piazza Castello, 191, ☎ +39 011 19560449, info.torino@coopculture.it. 15€ intero, 2€ ridotto. Gio-Mar 9:00-19:00. È una delle più ricche collezioni di armi e armature antiche, dal Neolitico al XX secolo, del mondo. Rilevanti le armi medioevali. Numerosi sono i pezzi di questa collezione che sono appartenuti ai sovrani sabaudi, tra questi figura la spada di San Maurizio, una preziosa reliquia appartenuta ai Savoia.

3 Palazzo Madama, Piazza Castello, ☎ +39 011 5211788, ftm@arteintorino.com. 10€ intero, 8€ ridotto e 5€ ingresso solo al giardino. Le mostre temporanee hanno prezzi diversi. Mer-Lun 10:00-18:00. La facciata di Palazzo Madama fu realizzata da Filippo Juvarra tra il 1718 e il 1721. Oggi accoglie il Museo d'Arte Antica.

4 Museo di Antichità, Via XX Settembre 88/c.

5 Duomo (Cattedrale di San Giovanni Battista), Via XX Settembre 87. Unico esempio di architettura rinascimentale a Torino, il duomo fu realizzato tra il 1495 ed il 1502 su commissione del cardinale Domenico della Rovere che ne affidò i lavori all’architetto toscano Meo del Caprina. Nei sotterranei è possibile visitare il Museo diocesano di arte sacra.

6 Mole Antonelliana, Via Montebello 20. 8€ per l'ascensore panoramico o 15€ se comprato insieme al biglietto per il museo nazionale del cinema (novembre 2018). Dom-Lun, Mer-Ven 9:00-20:00, Sab 9:00-23:00. Simbolo di Torino, la costruzione della Mole Antonelliana fu avviata nel 1862 da Alessandro Antonelli. In origine era destinata a tempio israelitico. Dopo un'interruzione durata una decina d'anni per mancanza di fondi, l'Antonelli poté riprendere i lavori in seguito a un accordo in base al quale la comunità ebraica cedette la costruzione al comune di Torino ricevendo in cambio un altro terreno edificabile. L'edificio cambiò destinazione e fu dedicato a Vittorio Emanuele II. Fu completato da Costanzo Antonelli, figlio di Alessandro che era nel frattempo deceduto. La mole vanta il primato di costruzione più alta del mondo fra quelle realizzate in muratura senza l'ausilio del cemento armato.

7 Museo nazionale del Cinema, Via Montebello 20 - Torino, ☎ +39 011 8138 563, info@museocinema.it. €11 Intero o 15€ se comprato insieme al biglietto per l'ascensore panoramico; €9 Ridotto. Dom-Lun, Mer-Ven 9:00-20:00; Sab 9:00-23:00. Ospita macchine ottiche pre-cinematografiche, attrezzature cinematografiche antiche e moderne, oggetti provenienti dai set di alcuni film italiani ed altri cimeli internazionali.Nella sala centrale c'è una serie di stanze dedicate a diversi generi cinematografici.All'interno del museo si trova anche un ascensore panoramico, con pareti in cristallo trasparente, che arriva a 85 metri di altezza dal quale si può vedere la città.

8 Museo della Sindone, Via San Domenico 28, ☎ +39 011 4365832, museo@sindone.org. Intero 5€. Lun - Ven. 15:00-18:00.

9 Museo nazionale del Risorgimento Italiano, Via Accademia delle Scienze 5 (L’ingresso è da piazza Carlo Alberto 8, a due minuti da piazza Castello), ☎ +39 011 5621147, fax: +39 011 5624695, info@museorisorgimentotorino.it. Intero 10€ - Ridotto 8€. Palazzo Carignano è sede del Museo nazionale del Risorgimento italiano, il più grande spazio espositivo di storia patria italiano, il più antico e il più importante museo dedicato al Risorgimento italiano per via della ricchezza e della rappresentatività delle sue collezioni, e l'unico che abbia ufficialmente il titolo di "nazionale". È dedicato all'epoca risorgimentale, durante la quale avvenne l'unificazione politica dell'Italia. I reperti esposti nel museo, che sono ascrivibili a un periodo storico più ampio, sono databili tra il 1706 (anno dell'assedio di Torino) e il 1946 (nascita della Repubblica Italiana) con particolare attenzione, come già accennato, ai cimeli risorgimentali, che invece sono legati a un lasso di tempo compreso tra la fine del XVIII secolo e l'inizio della prima guerra mondiale. Le collezioni sono conservate all'interno del piano nobile del palazzo.

10 Parco del Valentino (Parch dël Valentin). sempre aperto. Famoso parco pubblico di Torino, sito lungo le rive del Po. Al suo interno il Castello del Valentino (sede della facoltà di Architettura del Politecnico di Torino) protetto dall'UNESCO, il museo del Borgo e rocca medievali di Torino, l'orto botanico dell'Università degli Studi di Torino e la Fontana dei mesi.

11 Galleria Sabauda, Piazzetta Reale 1. Dal 2014 la Galleria Sabauda è situata nella Manica Nuova di Palazzo Reale ed espone dipinti appartenuti ai Savoia. La collezione originaria contava 365 dipinti assegnati alla Reale Galleria nel 1832 per volontà del re Carlo Alberto. L'attuale sede si sviluppa su 4 livelli con circa 500 opere esposte. Vi si ammirano opere del Beato Angelico, Piero del Pollaiolo e Filippino Lippi, Mantegna e Paolo Veronese. Nella sezione dedicata ai dipinti fiamminghi spicca una tela di Jan van Eyck.

12 Museo Pietro Micca, Via Guicciardini 7/a, ☎ +39 011 0116 7580, info@museopietromicca.it. Intero 3€ Ridotto 2€.

13 Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea (GAM), Via Magenta 31 (Stazione metro - fermata Vinzaglio), ☎ +39 0114429518, gam@fondazionetorinomusei.it. Intero 10€ - Ridotto 8€. Nella Galleria sono esposte circa 40.000 opere (pitture, sculture, arti decorative, fotografie). Ospita anche delle mostre temporanee.

14 Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso, Via Pietro Giuria 15, ☎ +39 0116708195, museo.lombroso@unito.it. Intero: 5€, ridotto: 3€, gratuito: mercoledì e per i possessori della carta Abbonamento Musei Torino Piemonte o Torino+Piemonte Card. Lun-Sab 10:00-18:00 (mag 2022). Il museo riunisce la collezione privata raccolta da Cesare Lombroso, fondatore dell'antropologia criminale. Sono raccolti reperti quali preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi del reato e realizzazioni artigianali dei prigionieri di carceri e manicomi criminali. Questi oggetti, provenienti da diverse parti del mondo grazie agli invii di allievi ed ammiratori di Lombroso, furono oggetto di studio al fine di confermare la teoria dell'atavismo criminale, poi rivelatasi infondata.

15 Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando, Corso Massimo d’Azeglio 52, ☎ +39 011 6707797. Intero: 5€, ridotto: 3€, gratuito: mercoledì e per i possessori della carta Abbonamento Musei Torino Piemonte o Torino+Piemonte Card. Lun-Sab 10:00-18:00.

16 Museo della Frutta, Via Pietro Giuria 15, ☎ +39 011 6708195, info-museodellafrutta@comune.torino.it. Il Museo ospita circa 1000 frutti artificiali plastici, realizzati nei minimi dettagli.

17 Museo del Risparmio, Via S. Francesco d'Assisi, 8A, ☎ +39 800167619, info@museodelrisparmio.it. Lun-Ven 10:00-19:00.

18 Museo diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, Corso Valdocco 4/A (Metro 1 Fermata XVIII dicembre,), ☎ +39 011 01120780, info@museodiffusotorino.it. Intero 5€ Ridotto 3€.

19 Palazzo Barolo, Via delle Orfane, 7, ☎ +39 011 26 36 111, info@palazzobarolo.it. Intero 5€ Ridotto 3€. Mar. - Ven. 10:00 - 12:30, 15:00 - 17:30; Sab. e Dom.: 15:00 - 18:30. Il Palazzo Barolo è un'antica dimora barocca in cui vissero i Marchesi di Barolo. Oltra alla visita delle sale del Palazzo è possibile visitare il Museo della Scuola e del Libro per l'Infanzia (MUSLI) situato al suo interno.

20 Museo d'Arte Orientale (MAO), Via San Domenico, 11. Intero 10€ Ridotto 8€. Mer. - Giov. 11:00 - 19:00, Ven. 11:00 - 20:00. Il Museo ospita circa 2300 opere dal Neolitico fino a inizio del 1900 proveniente dal sud-est asiatico, Cina, Giappone e Paesi Islamici.

21 Palazzo Cisterna (Palazzo dal Pozzo della Cisterna), via Maria Vittoria, 12. Palazzo di Torino, in stile barocco.

22 Sacrario del Martinetto, corso Svizzera. Si trova a Torino in corso Svizzera angolo corso Appio Claudio ed è l'unica parte sopravvissuta del poligono di tiro della città. Sorge sul luogo dove, tra il settembre del 1943 e l'aprile del 1945, furono eseguite molte condanne a morte di partigiani e oppositori politici.Nel 1950 Franco Antonicelli, Andrea Guglielminetti e Pier Luigi Passoni ottennero che il luogo fosse riconosciuto d'interesse nazionale e posto sotto vincolo. La sistemazione attuale risale al 1967, quando venne conservato il recinto delle esecuzioni, dove si trovano un cippo, la lapide con i nomi dei fucilati e una teca contenente i resti di una delle sedie usata per le fucilazioni. Il sacrario è circondato da un giardino, mentre sull'area in cui si sviluppava la struttura precedente vennero edificati nuovi palazzi destinati a abitazioni civili.Il luogo è il principale monumento cittadino della Resistenza, sede di una commemorazione civica che si svolge ogni anno il 5 aprile, anniversario dell'esecuzione degli otto componenti del primo Comitato militare piemontese. È visitabile in quella data e intorno al 25 aprile di ogni anno.

23 Palazzo Chiablese (Palazzo del duca del Chiablese), Piazza San Giovanni, 2, ☎ +39 011 5220411, sabap-to@cultura.gov.it. Solo visite guidate su prenotazione. Realizzato da Benedetto Alfieri, questo palazzo fu considerato fin da subito uno degli appartamenti più eleganti della città. Il palazzo è uno dei più rilevanti esempi del rococò europeo. Alla decorazione del palazzo hanno partecipato i migliori artisti. Gli spettacolari mobili sottolineano la ricchezza degli arredi. Oggi sede della Soprintendenza alle Belle Arti, sono vistabili le sale auliche al primo piano.

24 Biblioteca Reale, Piazzetta Reale, 1 (Piazza Castello), ☎ +39 011 19560449, info.torino@coopculture.it. 15€ intero, 2€ ridotto. Gio-Mar 9:00-19:00. La Biblioteca conserva oltre 200.000 volumi, innumerevoli manoscritti e disegni; per questo è una delle più importanti istituzioni culturali della città. Sono presenti anche disegni di grandi personaggi, come Michelangelo. La Biblioteca è diventata, con il tempo, luogo di incontro per turisti, studiosi ma anche curiosi.

25 Palazzo della Prefettura, Piazza Castello, 199/201/205, ☎ +39 011 55891. È stato in questo Palazzo che Camillo Benso conte di Cavour ha dato vita all'Italia unita. Il Palazzo fu progettato dal noto architetto Filippo Juvarra e fu destinato ad essere sede delle Regie Segreterie di Stato dei Ministri degli Affari Interni ed Esteri e delle Segreterie della Guerra. Questo edificio è stato il cuore politico dello stato dei Savoia.

26 Cavallerizza Reale, Via Giuseppe Verdi, 9. L'edificio fu progettato da Benedetto Alfieri con una grande navata pensata per ospitare le tribune, tuttavia il progetto venne completato solo per metà, ma il risultato è comunque particolarmente suggestivo. L'edificio era destinato agli esercizi degli allievi dell'Accademia Reale e agli spettacoli di corte. Oggi è un cantiere per la costruzione di un hub culturale.

27 Archivio di Stato, Piazza Castello, 209, as-to@beniculturali.it.

28 Accademia Reale, Piazzetta Accademia Militare, 3.

29 Palazzo Carignano (Palazzo dei Principi di Carignano), piazza Carignano, pm-pie.palazzocarignano@beniculturali.it.

Museo egizio

30 Museo Egizio, Via Accademia delle Scienze, 6 (vicino a Piazza San Carlo – M1 – fermata PORTA NUOVA, Linee 13, 15, 55, 56 - fermata CASTELLO, Linee 4, 15, 72, 72B, 58, 58B, 11, 55, 57 - fermata BERTOLA, Parcheggio auto Roma – San Carlo – Castello), ☎ +39 011 44 06 903, info@museitorino.it. Ingresso 14€. Biglietti online consigliati, in quanto prioritari su quelli in loco. Lun 9:00-14:00, Mar-Dom 9:00-18:30. "La strada per Menfi e Tebe passa da Torino" così l'egittologo Jean-François Champollion disse a proposito del museo Egizio di Torino, secondo per importanza solo a quello de Il Cairo. Molti degli oggetti esposti furono collezionati da Bernardino Drovetti (1776 – 1852), al tempo in cui era console di Francia in Egitto. Nel 1824 il sovrano Carlo Felice di Savoia acquistò l'intera collezione del diplomatico e la sistemò nel palazzo costruito nel Seicento su disegno dell'architetto Michelangelo Garove (nato come Collegio dei Nobili, poi sede dell'Accademia delle Scienze, tuttora sede del museo). Si parte dal piano Ipogeo -1 con Storia del Museo (highlights - Mensa Isiaca, Statua di Iside di Copto, Libro dei Morti di Iuefankh); con le scale mobili si raggiunge il piano 2 con Gallerie della Cultura Materiale, Predinastico, Antico Regno, Sala dei Tessuti, Tomba degli Ignoti intatta, Tomba di Iti e Neferu, Medio Regno, Nuovo Regno (highlights - Tela di Gebelein, tuniche plissettate, statuetta di ippopotamo in faience, statua di Aanen, statua di Hel); prendendo la scala Sanpaolesi si arriva al piano 3 con Galleria della Scrittura (highlights - doppio cartiglio da tempio dell'Aten, Papiro dei Re, Papiro della Congiura, pyramidion della Tomba di Ramose); si torna al piano 2 per poi scendere lo scalone Mazzucchetti e si raggiunge il piano 1 con Villaggio di Deir el-Medina, Alla Ricerca della Vita (resti umani), Giardini Egizi (in terrazza), Tomba di Kha e Merit intatta, Galleria dei Sarcofagi, Valle delle Regine, Epoca Tarda, Epoca Tolemaica, Epoca Romana e Tardoantica (highlights - statua di Pendua e Nefertari, Papiro Erotico-Satirico, Cappella di Maya, sarcofago di Butehamon, mummie animali, amuleti); si riprende lo scalone Mazzucchetti per arrivare al piano 0 con Galleria dei Re e Tempio di Ellesiya (highlights - statue di Ramses II, Sethi II, Tutmosis III, Sekhmet). L'attuale collezione museale conta oltre 40.000 reperti.Servizi analogici: guardaroba (piano Ipogeo), area ristoro "Caffè con ME" (accesso da Sala 7), bookshop (piano Ipogeo), area kids "Spazio ZeroSei Egizio" (accesso dall'atrio), Biblioteca egittologica Silvio Curto (piano 1). Servizi digitali: wi-fi gratuito "Museo Egizio free", audioguida online "Webapp MUseo Egizio", 4 tour virtuali per scoprire collezione e mostre.

Il percorso di visita, che tipicamente richiede 2h30m, si articola su cinque piani per un totale di 15 aree espositive e 3 zone tematiche, partendo dal piano sotterraneo, dove si trova anche la biglietteria, per poi salire al secondo piano e quindi al terzo e da questo poi ridiscendere al primo piano e al piano terra.

L'intero percorso è fruibile anche da persone con difficoltà motorie in quanto i piani sono collegati anche da ascensori.

Piano interrato

Area 1

Quest'area è dedicata alla storia del Museo e si articola in 5 sale:

La prima sala presenta la raccolta di casa Savoia antecedente alla creazione del Museo. I reperti più significativi presenti in questa sala sono:

la statua di Ramesse II

la Mensa isiaca, una tavola bronzea di età romana che riprende gli stilemi egizi

la statua di Sekhmet assisa

la status di Iside da Copto

La seconda sala è dedicata all'epoca delle spedizioni napoleoniche. Il reperto più signiifcativo che domina, con i suoi diciannove metri di lunghezza, l'intera parete è il Libro dei morti di Iuefankh.

La terza sala racconta la nascita del museo nel 1824.

La quarta sala ricostruisce una rappresentazione dell'allestimento storico del Museo. Il reperto più significatico è il sarcofago con mummia di Padiamenemipet, capo degli ispettori del tempio di Khonsu.

La quinta sala è dedicata al ventesimo secolo con una prima parte in cui sono raccolti strumenti della spedizione archelogica italiana del 1903 e una seconda parte in cui si raccontano le vicende del museo in epoca fascista e durante la seconda guerra mondiale. Il reperto più significatico è il sarcofago del governatore (nomarca) Ibu.

Piano 2

Area 2

Quest'area è dedicata al periodo predinastico raccontando l'evoluzione dell'arte figurativa egizia e dei riti sepolcrali. I reperti più significativi che si possono qui ammirare sono:

ricostruzione di una sepoltura predinastica in cui il corpo pur trattatato per l'imbalsamazione era comunque sepolto nella terra

la tela di Gebelain, che rappresenta il più antico telo di lino dipinto

la statua della principessa Radji

il sarcofago di Duaenda

la statua di Iteti

Completano l'esposizione, una raccolta di vasellami e di corredi funerari, tra cui spiccano per fattura le tuniche plissettate.

In quest'area è presente anche una galleria che espone un'ampia raccolta di oggetti di uso quotidiano.

Area 3

Quest'area ricostruisce in due ambienti, rispettando la disposizione degli oggetti e degli affreschi, la tomba degli Ignoti e la tomba di Iti e Neferu:

il primo ambiente è sua volta suddiviso in due spazi che raffigurano rispettivamente la camera A e la camera B della tomba degli Ignoti;

il secondo ambiente che si articola in un lungo corridoio, ha il suo punto centrale nel vano in cui sono raffigurati Iti e Neferu verso cui converge figurativamente tutto il resto del corteo rappresentato sulle altri pareti.

Area 4

Quest'area è dedicata al Primo periodo intermedio e al Medio Regno. I reperti più significativi che si possono qui ammirare sono:

Corredo della tomba di Ini

Sarcofagi stellari

Area 5

Quest'area è dedicata al Medio Regno e al Nuovo Regno. I reperti più significativi che si possono qui ammirare sono:

la statua di Wahka

la statua di Anen

la cappella funeraria

Piano 3

Il piano è integralmente dedicato alla Galleria della scrittura con un'ampia raccolta di papiri, tra cui:

doppio cartiglio da tempio dell'Aten

Papiro dei Re

Papiro della Congiura

Piano 1

Area 6

Quest'area è suddivisa in due sale.

La sala principale è dedicata al villaggio di Deir el-Medina. I reperti sono organizzati lungo il perocroso in zone che rimandano alle funzioni sociali delle varie parti del villaggio:

le cappelle votive

l'amministrazione

scultura e pittura, dove trova collocazione anche il papiro dello sciopero

i culti locali e istituzionali

chiudono la sala la raffinata statua dell'artigiano Pendua e di sua moglie Nefertari nonché la ricostruzione della cappella di Maya

Al termine della sala principale è possibile accedere ad una seconda sala con illuminazione tenue, dedicata alle mummie.

l'illuminazione ridotta permette l'attraversamento senza la vista dei reperti anche per coloro che fossero unicamente intenzionati a raggiungere la ricostruzione del giardino egizio.

Area 7

Quest'area è dedicata alla Tomba di Kha, una delle poche rinvenute intatte, costituita da 476 oggetti. I reperti più significativi che si possono qui ammirare sono:

i tre sarcofagi di Kha (esterno, intermedio e interno)

i due sarcofagi della moglie Merit (interno ed esterno) e la sua maschera funebre

il libro dei morti di Kha

Area 8

Quest'area è dedicata ai sarcofagi, i più significativi dei quali sono:

il sarcofago di Butehamon, un emblematico caso di sarcofago riutilizzato a distanza di secoli

il sarcofago di Tabakenkhonsu

il sarcofago di Khonsumes

Area 9

Quest'area è dedicata all'anatomia del sarcofago di Butehamon:

nella prima sala una ricostruzione digitale mostra i diversi strati di lavorazione del sarcofago nel suo primo e secondo utilizzo

nella seconda sala sono raccolti i materiali e le tecniche di lavorazione utilizzati nella realizzazione del sarcofago

Area 10

Quest'area è dedicata alla Valle delle Regine. I reperti più significativi che si possono qui ammirare sono:

il telo funerario di Ahmose, cui è dedicato una specifica saletta.

il coperchio in pietra del sarcofago di Ahemuaset

Area 11

Quest'area è dedicata all'Epoca Tarda. L'area è suddivisa in due sale:

la prima raccoglie reperti che esemplificano l'evoluzione in questa fase storica di religione, arte, mummificazione, corredi funerari.

la seconda sala raccoglie esemplari di animali mummificati

Area 12

Quest'area è dedicata all'Epoca Tolemaica. I reperti più significativi che si possono qui ammirare sono:

la stele di Cesarione e Cleopatra

il libro dei morti di Taysnakht

il sarcofago di Djedthotkhonsuiuefankh

Area 13

Quest'area è dedicata all'Epoca Romana e Tardoantica. I reperti più significativi, testimoni della commistione culturale avvenuta in quest'epoca, che si possono qui ammirare sono:

il corredo funerario di Petamenofi: le data di nascita e morte sono scritte in greco, la dea Nut indossa una tunica romana e la mummia è coronata da un corona d'alloro, anche questa d'influenza romana

la maschera Garré: i gioielli e le vesti della defunta indicano una sua devozione ad Iside, viceversa l'acconciatura è tipica delle matrone romane

Piano terra

Area 14

Quest'area è dedicata alla Galleria dei Re dominata dalle imponenti serie di figure statuarie.

Area 15

Quest'area ricostruisce in due ambienti:

il Tempio di Ellesiya

la Sala Nubiana

Fuori dal centro

31 Museo nazionale dell'Automobile (MAUTO), Corso Unità d'Italia, 40, ☎ +39 011 677666, fax: +39 011 6647148, amministrazione@museoauto.it. Intero 12€, ridotto 10€. Lun 10:00-14:00, Mar-Dom 10:00-19:00. Il Museo ospita circa 200 vetture originali di 80 marche provenienti da tutto il mondo.

32 Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, Via Nizza, 230 (Metro 1 - Fermata Lingotto. L'ingresso e la biglietteria della Pinacoteca si trovano all'interno del centro commerciale "8 Gallery"), ☎ +39 011 0925019, segreteria@pinacoteca-agnelli.it. Intero: 12€, ridotto 10€. Gio-Dom 10:00-19:00. La struttura che ospita la Pinacoteca è situata sul tetto del Lingotto (ex sede della omonima fabbrica Fiat). La Pinacoteca inaugurata nel 2002 ospita tra le varie opere, una raccolta di sette tele di Matisse, alcune opere di Modigliani, Tiepolo, Severini, Picasso, Renoir, Manet e due statue in gesso di Antonio Canova.

33 Museo nazionale della Montagna, Piazzale Monte dei Cappuccini 7, ☎ +39 011 6604104, fax: +39 011 6604622, posta@museomontagna.org. Intero: 10€, ridotto: 7€.

34 Basilica di Superga, Strada Basilica di Superga 73, ☎ +39 011 8997456, fax: +39 011 8903833, prenotazioni@basilicadisuperga.com. Basilica: ingresso gratuito; Tombe Reali: intero 5€, ridotto 4€; Appartamenti Reali: intero 5€, ridotto 4€; salita alla Cupola: intero 3€, ridotto 2€. Si può visitare la Basilica, le Tombe Reali, gli Appartamenti Reali e salire in cima alla Cupola Juvarriana.

35 Villa La Tesoriera (Villa Sartirana), Corso Francia, 186 (metro 1 Fermata Montegrappa), ☎ +39 011 01138350, biblioteca.musicale@comune.torino.it. Lun 14:00-19:00, Mar-Ven 9:00-19:00. La Villa Sartariana, detta comunemente Villa La Tesoriera, è situata all'interno del Parco della Tesoriera. Ospita la Biblioteca civica musicale "Andrea Della Corte".

36 Villa della Regina, Strada Comunale Santa Margherita, 79, pm-pie.villadellaregina@beniculturali.it. Intero Villa+Parco 7€, intero solo Villa 5€, ridotto: 2€.

37 Museo A come Ambiente (MACA), Corso Umbria 90, ☎ +39 011 0702535, info@acomeambiente.org. Museo interamente dedicato alle tematiche ambientali.

38 Museo Carcere "Le Nuove", Via Paolo Borsellino, 3, ☎ +39 011 760 4881, segreteria@museolenuove.it. Intero: 6€, ridotto: 4€.

39 Museo Lavazza, Via Bologna, 32, ☎ +39 011 217 9621. intero 10€, ridotto 8€. Museo dedicato alla storia dell'azienda Lavazza e alla filiera del caffè.

40 Museolab del Fantastico e della Fantascienza (MUFANT), Piazza Riccardo Valla n.5, ☎ +39 349 8171960, info@mufant.it. Intero 8€, Ridotto 7€. Gio-Dom 15:30-19:00. Il Museo ospita sale dedicate alla fantascienza (Star Trek, Star Wars, Doctor Who),ai robot (Goldrake, Ufo Robot e tanti altri), anime (Dragon Ball e tanti altri) e la "Gaf" Galleria Arte Fantastica.

41 Castello del Valentino, Parco del Valentino, costanza.roggero@polito.it.

Torino+Piemonte Card

Per accedere ad ingressi gratuiti o a riduzioni del prezzo del biglietto in alcuni musei, è possibile acquistare la Torino+Piemonte Card presso gli Uffici del Turismo ed alcuni musei. Inoltre è possibile inserire sulla tessera biglietti plurigiornalieri per i mezzi pubblici di Torino.

42 Museo della Radio e della Televisione Rai, Via Giuseppe Verdi, 16, ☎ +39 011 8104360, museoradiotv@rai.it. Lun. - Ven. 09:00 - 19:00.

43 Mausoleo della Bela Rosin, Strada Castello di Mirafiori 148/7, ☎ +39 011 011 39010, mausoleo.belarosin@comune.torino.it. Ingresso libero. Marzo-giugno e settembre-ottobre: Lun, Mer e Gio 9:00-13:00, Dom 15:00-19:00; luglio-agosto Lun, Mer e Sab 9:00-13:00; novembre-febbraio: Lun, Mer e Gio 9:00-13:00, Dom 14:00-17:00. Il mausoleo della Bela Rosin fu edificato nel 1885 per volere dei figli di Rosa Vercellana, sposa morganatica di Re Vittorio Emanuele II. Non potendo essere sepolta nel Pantheon di Roma accanto al suo amato "Bigio", i figli decisero di costruire per lei, contessa di Mirafiori e Fontanafredda, un pantheon in scala ridotta. Rosa e i suoi familiari e discendenti sono stati sepolti in quel luogo fino al 1972, quando furono traslati al cimitero monumentale di Torino in seguito alla profanazione delle tombe. Da allora il sito subì continui vandalismi fino a che a metà anni Ottanta si decise di riqualificare l'intera zona di Mirafiori sud, ripristinando l'architettura dell'edificio dove possibile e il giardino. Riaperto dopo i restauri il 25 settembre 2005, da allora è gestito dalle Biblioteche civiche torinesi come punto di servizio bibliotecario e sede di eventi e mostre, con aperture anche serali. L'edificio neoclassico a pianta circolare, replica ridotta del Pantheon di Roma, è circondato da un parco di circa 30.000 metri quadrati.

Cosa fare

Una gita alla Basilica di Superga con la funicolare da Sassi per godere della splendida vista su Torino dalla cima della collina. Sassi è raggiungibile con il tram 15. Se siete sportivi potete andare sul retro della Basilica ove è presente la lapide che ricorda l'incidente aereo del Grande Torino. È tradizione consolidata che qualunque squadra giochi in città contro il Torino prima vi renda omaggio; è altresì molto diffuso tra i tifosi ospiti lasciare sul posto una sciarpa della propria squadra in omaggio ai caduti.

Una camminata su Via Roma dalla stazione di Porta Nuova a Piazza Castello passando per Piazza San Carlo per poter cogliere in pieno l'eleganza della città.

Una passeggiata da Piazza Castello fino a Piazza Vittorio Veneto, camminando sotto i portici di Via Po. Proseguire sul ponte Vittorio Emanuele I e fermarsi al centro del ponte per ammirare la vista del Po. Proseguendo troviamo la chiesa della Gran Madre di Dio.

Concedersi un momento di relax in uno dei bar storici vicino a Piazza Castello, come Mulassano o Baratti & Milano (fondato nel 1873, famoso per il cioccolato).

Giocare a hit ball, uno sport nato a Torino nel 1986 e considerato oggi una vera specialità della città. Molte associazioni offrono prove gratuite.

1 Torino Night Run, Arco Monumentale, Parco del Valentino, torinonightrun@gmail.com. gratuito. Martedì, 20:15. TORINO NIGHT RUN è una community di runner accomunati dalla passione per la corsa e per la propria città. Offrono allenamenti collettivi, aperti a praticanti di ogni livello, ogni martedì sera con ritrovo alle 20:15 di fronte all'Arco Monumentale del Parco del Valentino.

Eventi e feste

CioccolaTò, ☎ +39 075 5025880, fax: +39 075 5025889, info@cioccola-to.it. A novembre. Festa del cioccolato.

Torino Comics, Lingotto Fiere - Via Nizza 280, info@torinocomics.com. primavera - 12-13-14 aprile 2019. Salone e mostra mercato del fumetto.

Salone Internazione del Libro. A maggio. Esposizione nell'ambito dell'editoria.

Festival delle colline torinesi. Giugno. Spettacoli teatrali in luoghi storici e inediti di Torino.

VIEW Fest. A ottobre. Festival del cinema digitale.

Alfa MITO club to club. A novembre. Festival internazionale di musica e arte.

Torino Film Festival. novembre-dicembre.

Luci d'artista. Periodo natalizio. diverse installazioni luminose di artisti contemporanei nei principali luoghi di Torino.

Acquisti

Torino non è la più famosa città italiana per gli acquisti. Nella città ci sono numerosi negozi di alto livello e piccole botteghe. Molto diffusi sono anche i negozi con prodotti tipici come il vino. Anche le librerie sono molto popolari a Torino, e ce ne sono molte lungo la via Po.

Zona Quadrilatero Romano — Quartiere, a nord di Piazza Castello, alla moda nella parte più antica della città, una volta poco raccomandabile, oggi è stata riqualificata. Oggi qui si trovano molti negozi indipendenti, molti ristoranti e bar.

Zona Via Garibaldi — I torinesi sostengono che questa è la più lunga strada pedonale con negozi d'Europa; su di essa ci sono bar, negozi di abbigliamento e scarpe.

Nike Store, Piazza Castello, 139, angolo Via Garibaldi, ☎ +39 0342 571 73 15. Offre la gamma di scarpe sportive, abbigliamento e accessori della marca Nike.

Zona Via Giuseppe Luigi Lagrange — Zona pedonale con il centro commerciale Lagrange.

La Rinascente, Centro commerciale Lagrange, Via Giuseppe Luigi Lagrange 15 (vicinanze di Via Roma), ☎ +39 011 517 00 75, fax: +39 011 517 14 63. Filiale dell'omonima catena di negozi di abbigliamento e accessori.

Zona Via Pietro Micca — Tra i vari negozi multi-piano presenti su questa via va ricordato una delle tre sedi torinesi di Frav, un negozio di abbigliamento.

Frav, Via Pietro Micca, 12 c. Filiale dell'omonima catena di negozi di abbigliamento e accessori.

Zona Via Po — Una via con negozi un po' alternativi sotto i portici da Piazza Castello a Piazza Vittorio Veneto.

Zona Via Roma — Lungo questa via, da Piazza Castello alla stazione ferroviaria principale, si possono trovare negozi delle marche più famose e costose come Hermes and Dolce & Gabbana, ma anche catene con prezzi più contenuti come H&M, United Colours of Benetton e Zara. In Piazza CLN, dietro Piazza San Carlo, c'è un grande negozio de La Feltrinelli. Su questa via si trova anche un Apple Store.

Centri commerciali in città

1 Centro Commerciale 8 Gallery, Via Nizza, 230 (Metro 1 - Fermata Lingotto; Stazione ferroviaria Lingotto FS, o fermata autobus Galimberti (collegato per mezzo della Passerella Olimpica): linee № 1, 17, 18, 35). lun-gio 10:00-21:00, ven-dom 10:00-22:00. Lungo corridoio pedonale con negozi che condivide l'edificio con un dipartimento del Politecnico di Torino. Ristrutturato da Renzo Piano. Vicino a 8 Gallery si trova Eataly. Questo centro commerciale ha circa 100 negozi, 1 cinema e 10 ristoranti. Dispone di un parcheggio di 4.000 posti.

2 Centro Commerciale Millecity Center, Via Giordano Bruno, 142 (Fermata 516 - FILADELFIA: linee № 14, 63), ☎ +39 011 3049146. Questo centro commerciale ha 15 negozi.

3 Centro Commerciale Parco Dora, Via Livorno, 51 (Fermata 1765 - TREVISO: Linee № 52, 60, 60a, 67, 72, 72/), ☎ +39 011 437 27 57.

Centri commerciali nei sobborghi

4 Centro Commerciale Auchan (Xstore Auchan), Corso Romania, 460, Famolenta (Fermata 516 - FILADELFIA), ☎ +39 011 2 22 13 11. lun-sab 8:00-21:00, dom 9:00-20:00. Centro Commerciale nel Sobborgo Famolenta.

Le Gru, Grugliasco (Facilmente accessibile dal centro con gli autobus № 17 e il № 66 meno frequente, ma piu comodo per il ritorno in centro.). Centro commerciale a Grugliasco, appena fuori Torino.

45° Nord (45 Nord Entertainment Center), Via Postiglione (Alle porte di Torino sud, sotto il comune di Moncalieri, in direzione verso Trofarello/Villastellone). Un complesso polifunzionale commerciale sorto intorno al 2003 e chiamato così perché vi passa il parallelo geografico a latitudine 45° Nord (sebbene quest'ultimo tagli invece il centro di Moncalieri, qualche km più a nord).

Librerie

Libreria internazionale Luxembourg, Via Cesare Battisti,7 (angolo di Piazza Carignano), ☎ +39 011 561 3896. Dal lunedì al sabato orario continuato 9.00 - 19.00. Domenica 10.00 - 13.00 / 15.00 - 19.00. è la libreria più fornita in ambito di libri, giornali e pubblicazioni in lingua straniera.

Mercati

Porta Palazzo, Piazza della Republica (a nord del Quadrilatero). lun-ven 06:00-13:00, sab 06:00-19:00. Uno dei più grandi mercati all'aperto d'Europa. Sicuramente visitarlo può essere molto interessante.

Negozi del biologico e naturale

5 «NaturaSì» supermercato biologico, Corso Moncalieri 194 (fermata 2027 - SICILIA: Linea № 66), ☎ +39 011 661 37 79, fax: +39 045 891 86 19 (centrale), info@naturasi.it. lun-ven 09:00-13:00/15:30-19:50, sab 09:00-19:50. Filiale di NaturaSì Italia Bio catena di grandi magazzini. Vendita di alimentari biologici, dietetici e cibo macrobiotico. Parcheggio sotterraneo disponibile per i clienti.

6 «NaturaSì» supermercato biologico, Corso Orbassano 248 (fermata autobus 309 - OMERO: Linee № 5, 5B, 5V, 11, 58, 74, 94 o fermata 136 - PITAGORA SUD: Linea № 2), ☎ +39 011 309 77 46, fax: +39 045 891 86 19 (centrale), info@naturasi.it. lun-ven 09:00-13:00/15:30-19:50, sab 09:00-19:50. Filiale di NaturaSì Italia Bio catena di grandi magazzini. Vendita di alimentari biologici, dietetici e cibo macrobiotico. Parcheggio sotterraneo disponibile per i clienti.

Dove mangiare

Torino, dopo Roma con i suoi "nasoni", è con buona probabilità la città col maggior numero di fontanelle pubbliche al mondo in cui poter bere l'acqua gratuitamente. Queste fontanelle chiamate "Torèt" sono di colore verde bottiglia e dove esce l'acqua hanno una testa di toro. Ci sono 813 fontanelle, dal centro alla periferia e sono collegate alla rete idrica di Torino.

Prezzi modici

1 Lobelix, Piazza Savoia 4, ☎ +39 011 436 7206. Aperitivo 11€. Lun. Dom. 18:30 - 02:00. In questo bar vi si può andare a far l'aperitivo, il che significa che, con l'acquisto di una bevanda, si riceve un accesso illimitato a un buffet di cibo. Durante l'aperitivo tutte le bevande, dall'acqua al cocktail, costano lo stesso prezzo. Si inizia intorno alle 18:00 e termina quando il cibo si esaurisce, di solito intorno alle ore 21:00.

2 Gennaro Esposito, Via Giuseppe Luigi Passalacqua 1/g (Vicino a Piazza Statuto), ☎ +39 011 535 905. Pizza circa 15€. Per sedersi a uno dei pochi tavoli in una delle migliori pizze di Torino.

3 Fratelli La Cozza, Corso Regio Parco 39, ☎ +39 011 859 900. Fuori dal centro della città, questa grande e rinomata pizzeria, decorata in modo brillante, è perfetta per grandi gruppi di persone. Se andate in coppia, chiedete un posto sul balcone per avere una vista migliore!

Exki, Due posizioni nel centro di Torino: Via XX Settembre 12 e Via Pietro Micca, vicino a Piazza Castello, ☎ +39 011 560 4108. Il più sano fast-food che si può trovare a Torino, Exki serve insalate fresche, zuppe, torte salate e salutari antipasti a prezzi bassi. Troverete anche una selezione di succhi di frutta freschi, birre biologiche e caffè biologici.

4 Tre Galli, Via Sant'Agostino 25, ☎ +39 011 5216027. Graziosa vineria nella zona degli aperitivi. Il servizio è buono e l'atmosfera è giovane e rilassata, non troppo alla moda. Qui si può mangiare o semplicemente bere. Piatti tipici di Torino reinventati per l'occasione.

5 Sfashion Cafè, Via Cesare Battisti 13, ☎ +39 011 5160085. Il proprietario e le decorazioni sono gli stessi di Fratelli La Cozza: un kitsch divertente. Infatti il proprietario è Piero Chiambretti, un attore italiano. Buona la pizza e piatti del sud italia. Perfettamente situato sulla bellissima piazza pedonale Carlo Alberto.

6 Pizzeria Gonzales, Corso Francia 307, ☎ +39 011 779 0348. Semplici ma buone pizze locali.

7 Linopassamilvino, Strada Altessano,166/C, ☎ +39 011 9447013. 20/30 €. Lun-Ven 19.00-23.00, Sab 19.00-0.00, Dom 12.00-14.30 e 19.00-23.00. Arrosticini abruzzesi rigorosamente alla brace di carbone e molto altro: grigliate, hamburger, pinsa romana, taglieri, bruschette, insalate, sfizi e fritti della tradizione. Birra cruda nei tank, birre artigianali e vini, anche al calice.

Prezzi medi

8 Giusti Mauro, Via Maria Vittoria 21 (4 blocchi ad est di via Roma), ☎ +39 349 151 3068. Mar. - Dom 12:00-14:00 - 19:20-22:00 Chiuso il lunedì. Frequentato da commensali quasi solo italiani, perché accetta solo contanti. Il menu non varia tra il pranzo e la cena. Buona cucina regionale di base a prezzi ragionevoli.

9 Arcadia, Galleria Subalpina (Piazza Castello 29), ☎ +39 011 56 13 898, info@ristorantearcadia.com. Ristorante italiano e sushi bar in un locale posto all'interno della Galleria Subalpina con un salone con colonne di pietra a vista. L'Arcadia fa parte dei locali di Piero Chiambretti.

10 Trattoria Ala, Via Santa Giulia 24, ☎ +39 011 81 74 778, info@trattoria-ala.it. Pasto con vino a circa 25€. Sicuramente da provare i cantucci col vinsanto per dessert. Attenzione che cucinano il cibo toscano, quindi se siete in cerca di cibo locale, forse siete nel posto sbagliato.

11 La Spada Reale, Via Principe Amedeo 53 (vicino Piazza Vittorio Veneto), ☎ +39 011 8173509. menù a 28€. Ristorante classico con tipici piatti piemontesi ma anche con una selezione di piatti toscani.

12 Trattoria Decoratori & Imbianchini, via Francesco Lanfranchi 28 (Vicino alla Gran Madre), ☎ +39 011 819 0672. Menù fisso 24€ con bevande escluse.

13 A Livella, Corso Belgio 50/A, ☎ +39 011 86 00 173. Ristorante elegante nel quartiere Vanchiglia con prezzi moderati.

14 Trattoria San Domenico, Strada della Pronda, 15/B, ☎ +39 011 701674, l.corona@libero.it. Mar.-Sab. 10:00-15:00 19:00-23:00 Chiuso Domenica e Lunedì. Locale con cucina sarda e piemontese.

15 Ristorante Pizzeria Le Due Torri, Corso Peschiera 309, ☎ +39 011 722486, pizzerialeduetorri@gmail.com. Pizza con cottura nel forno a legna e piatti di pasta molto buoni. Personale efficiente cordiale.

16 Il Povero Felice, Via Fidia, 28 (vicino Piazza Massaua), ☎ +39 011 728928, ilpoverofelice@virgilio.it. Buon ristorante italiano.

17 Ristorante L'Agrifoglio, Via Andrea Provana 7/E (Zona Borgo Vecchio), ☎ +39 011 8136837, fax: +39 011 8146227, info@lagrifoglioristorante.com. €35-40. Mer-Dom 12:30-14:30 Mar-Dom 19:30-22:30. Cucina piemontese, ha 55 posti ed è dog friendly; accettate le carte di credito Visa, Mastercard ed American Express.

Ciccio Paranza, Via Bellezia, 29, ☎ +39 342 8441911. 20/30 €. Mar-Dom 12:00-15:00 e 19:00-23:00. Ristorante di pesce in stile street food. Ambiente informale e cordiale. Ottimo rapporto qualità-prezzo. Stile da osteria di mare, allegra e anche un po' buffa. Tegami di cozze, fritti, grigliate, pescato del giorno e deliziose torte.

Prezzi elevati

18 Ristorante Del Cambio, Piazza Carignano, 2, ☎ +39 011 546690. Un bar e ristorante molto elegante ed esclusivo. Situato nella splendida piazza Carignano, Del Cambio serve tutte le prelibatezze piemontesi tradizionali. Era presumibilmente il favorito del famoso politico italiano Camillo Benso di Cavour.

19 Mare Nostrum, Via Matteo Pescatore, 16, ☎ +39 011 839 4543. Ottimi piatti di pesce meridionali italiani. L'antipasto misto è d'obbligo (l'unico disponibile nel menu), composto da una serie di piccoli piatti del giorno.

20 'L Birichin, Via Vincenzo Monti 16/a, ☎ +39 011 65 74 57, batavia@birichin.it. Lun. Sab. 12:00-15:00 19:00-23:00. Il Birichin è un ristorante elegante con il suo Chef Nicola Batavi. Offre vari tipi di menù completi con prezzi da 67€ a 85€.

Come divertirsi

Spettacoli

1 Teatro Regio, Piazza Castello, 215. Il Teatro Regio di Torino è il principale teatro lirico della città di Torino, nonché uno dei più grandi e rilevanti teatri nel panorama europeo ed internazionale.Inaugurato nel 1740, in sontuose e magniloquenti forme rococò dopo varie trasformazioni e aggiornamenti sia stilistici che tecnici, operati nel corso dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento, fu totalmente distrutto da un incendio nel febbraio del 1936; ricostruito in forme moderne nel dopoguerra, è stato nuovamente inaugurato nel 1973.Il Regio ha accolto sul suo palco alcuni dei più acclamati artisti della storia tra i quali Luciano Pavarotti (nel centenario de La Bohème), Arturo Toscanini e Riccardo Muti. Anche il ballerino Roberto Bolle si è esibito numerose volte al Regio. Il Teatro è stato inoltre il luogo delle prime rappresentazioni in assoluto di due delle opere più note di Puccini, Manon Lescaut (nel 1893) e soprattutto de La bohème (nel 1896).La facciata Settecentesca del Teatro, porticata e antistante a Piazza Castello, è un Patrimonio dell'Umanità riconosciuto dall'UNESCO a partire dal 1997, quando venne inserita nella lista delle Residenze Sabaude.Dal 2022 il Sovrintendente è Mathieu Jouvin.

Locali notturni

Molti locali notturni sono concentrati sul lungofiume detto Murazzi del Po, soprattutto nel tratto prospiciente Ponte Vittorio Emanuele I, e nella zona attorno alla chiesa della Gran Madre oltre il fiume Po.

I portici di piazza Vittorio Veneto e i quartieri di San Salvario e del Quatrilatero Romano sono ricchi di locali da aperitivo, di ristoranti e di locali notturni.

2 Vinicola Al Sorij, Via Matteo Pescatore 10c (Vicino a Piazza Vittorio), ☎ +39 011 884143. Vino e stuzzichini.

3 Caffe Rossini, Corso Regina Margherita, 80 (at the corner to Via Gioacchino), ☎ +39 011 521 4105. Caffe Rossini è un bel locale con musica frequentato da giovani del posto.

4 Lab, Piazza Vittorio Veneto, 13/E, ☎ +39 011 8170669. Bar moderno con un sacco di giovani e bella musica. Un posto dove andare durante la settimana, quando la città dorme.

5 Caffe al Bicerin, Piazza della Consolata, 5, ☎ +39 011 436 9325. Offre la classica bevanda torinese, il Bicerin. Un mix di caffè, cioccolata calda e panna, è una delizia meravigliosa in una rigida giornata invernale. Situato nella piccola ma scenografica Piazza della Consolata, dall'altra parte della piazza si trova la chiesa barocca della Consolata.

6 Birrificio Torino, Via Parma, 30, ☎ +39 011 2876562. 20:00-2:00. Quattro sono le birre prodotte nei locali di questo birrificio. Buon menu con abbinate le birre raccomandate. Può essere molto affollato.

7 Caffè dell'Orologio, Via Morgari 16/a (Zona San Salvario), ☎ +39 011 579 4274. Il locale è grande e bello. Rimasto con l'impronta originaria e colpisce chi entra per la prima volta.

8 Basso 30, via Sant'Agostino 30/a, ☎ +39 011 578 8288. Due modi di bere, mangiare e oziare fino a tardi.

Dove alloggiare

Prezzi modici

1 Hotel Due Mondi, Via Saluzzo, 3 (Savoyard City). Singole, doppie e suite. Colazione inclusa.

2 Bed & Breakfast Casa Romar, Corso Chieti, 5, ☎ +39 349 1804814, info@casaromar.it. camera a notte 50€/70€.

3 Hotel Nizza-Turin, Via Nizza, 9, ☎ +39 011 669 0516, reception@hotelnizza.to.it.

4 Hotel Bologna, Corso Vittorio Emanuele II, 60 (Di fronte alla stazione di Porta Nuova), ☎ +39 011 562 0193, info@hotelbolognasrl.it. Singole 50€. Personale squisito.

5 Doria, Via Accademia Albertina, 42 - 2°piano (Vicino alla stazione di Porta Nuova), ☎ +39 011 8390601, hoteldoria8@gmail.com. Singola 30€, doppia 40€. TV e bagno in camera, con personale molto cordiale.

Prezzi medi

6 Holiday Inn Turin - Corso Francia, Piazza Massaua, 21 (Lato opposto della Fermata Metro Piazza Massaua), ☎ +39 011 740187, fax: +39 011 7727429, reservations@hiturin.it. Hotel 4 stelle, moderno e ben arredato. Ragionevole colazione a buffet. Wifi disponibile ma lenta. Parcheggio sotterraneo.

7 Hotel Artua'&Solferino, via Angelo Brofferio, 3 (Vicino a Piazza Solferino), ☎ +39 388 7537662, artuasolferino@tiscali.it. 50/200€. Stanze per 1/4 persone. Wifi e parcheggio sono disponibili.

8 Bed and Breakfast Villa Rosa, Via Caraglio 127/6, ☎ +39 333 4289843, fax: +393334289843, bbvillarosatorino@gmail.com. 50€/75€. Check-in: 12:00, check-out: 12:00. Situato in una casa indipendente con cortile privato.

9 Hotel Concord, Via Lagrange 47 (Vicino Porta Nuova), ☎ +39 011 5176756, booking@hotelconcordtorino.com. 80€/150€. Check-in: 14:00, check-out: 12:00. Hotel 4 stelle finemente arredato e silenzioso. Camere spaziose. Ottima la colazione a buffet. Wi-fi disponibile.

Prezzi elevati

10 Le Petit Hotel, Via San Francesco d'Assisi, 21, ☎ +39 011 561 2626.

11 NH Torino Lingotto Congress, Via Nizza 262, ☎ +39 011 6642000, nhlingotto@nh-hotels.com. Da 100€. Check-in: 15:00, check-out: 12:00. Hotel d'affari a 4 stelle in una ex fabbrica Fiat del Lingotto. Ampie camere dai soffitti alti. Per chi soggiorna è previsto l'ingresso gratuito alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Sul tetto della struttura si trova l'area jogging con accesso gratuito.

12 Hotel Diplomatic, Via Cernaia 42, ☎ +39 011 561 2444, info@hotel-diplomatic.it. L'hotel 4 stelle situato all'interno di un palazzo storico di Via Cernaia dispone di 125 camere. Wi-fi disponibile in tutta la struttura.

13 Hotel Victoria, Via Nino Costa, 4 (a tre isolati da Piazza San Carlo), ☎ +39 011 561 1909, info@hotelvictoria-torino.com. 130€/250€. Hotel 4 stelle. Le junior suite dispongono di vasche idromassaggio per due persone. Connessione wireless gratuita nella maggior parte delle camere e nella hall. Prima colazione sempre inclusa. Accoglienza con sistemazione per cani e gatti. L'hotel, inoltre, mette a disposizione le proprie biciclette per visitare la città.

14 NH Santo Stefano, Via Porta Palatina, 19, ☎ +39 011 522 3311, nhsantostefano@nh-hotels.com. Check-in: 15:00, check-out: 12:00. Hotel a 4 stelle situato nel cuore del centro storico di Torino, questo hotel dispone anche di una bellissima spa. A pochi passi dalla vita notturna del Quadrilatero Romano.

15 The Grand Hotel Sitea, Via Carlo Alberto 35 (A pochi passi da Piazza San Carlo), ☎ +39 011 517 0171, fax: + 39 011 54 80 90, info@grandhotelsitea.it. Check-in: 15:00 - 21:30, check-out: 07:00 - 12:00. Ristorante decente, immancabilmente gentile e disponibile il personale. Le camere sono ben arredate e ben tenute. L'albergo è situato in zona ZTL.

16 Golden Palace, Via dell'Arcivescovado, 18 (Vicino a Via Roma e Piazza Solferino), ☎ +39 011 551 2727, receptiongolden@allegroitalia.it. Un hotel di lusso a 5 stelle dotato di camere e sale impressionanti.

17 AC Hotel Torino, Via Bisalta, 11 (Accanto a Eataly Lingotto), ☎ +39 011 639 5091. Questo hotel a 5 stelle offre ottimi prezzi per un alloggio di qualità.

18 Boston Art Hotel, Via Andrea Massena, 70 (Vicino alla stazione ferroviaria), ☎ +39 011 500359. Esclusivo hotel di design a 4 stelle nel centro storico di Torino.

19 Principi di Piemonte, Via Piero Gobetti, 15 (Dietro l'angolo della zona commerciale e pedonale di Via Lagrange), ☎ +39 011 55151. Check-in: Dalle 14:00, check-out: 07:00 - 12:00. Hotel a 5 stelle, molto elegante e prestigioso situato nel centro storico tra Via Roma e Via Lagrange.

Sicurezza

Generalmente Torino può essere considerata una città sicura. Siate consapevoli del fatto che la zona della stazione ferroviaria di Porta Nuova può essere abbastanza pericolosa nel lato orientale, non solo di notte; attenzione ai borseggiatori! Questo vale soprattutto nella parte di quartiere di San Salvario compresa tra Corso Vittorio Emanuele II e Corso Marconi, il Parco del Valentino nella zona adiacente a Corso Vittorio Emanuele II, è anche consigliabile non passeggiare la sera con il buio nel Parco.

Anche le aree in prossimità di Porta Palazzo (Piazza della Repubblica) possono essere pericolose, soprattutto nelle strade più piccole.

Torino è sede di due squadre di calcio, Juventus e Torino, che giocano in Serie A. La Juventus gioca allo Juventus Stadium nel nord della città, mentre il Torino gioca allo Stadio Olimpico Grande Torino rinnovato per i Giochi invernali del 2006. La rivalità tra i due club è intensa, ma ciò nonostante la convivenza tra i torinesi tifosi delle due squadre è pacifica. Va comunque osservata cautela in prossimità del derby, particolarmente sentito, e dove possono scoppiare disordini in prossimità dello stadio che ospita la partita. Si noterà che molti tifosi del Torino (la squadra con il maggior numero di tifosi in città) tendono anche nella vita ordinaria ad indossare gadget di vario tipo che li identifichi; questo non va comunque ricondotto a persone violente o in cerca di guai. È comunque opportuno evitare di indossare abbigliamenti i cui colori e motivi sono riconducibili a una delle due squadre quando l'altra ha in programma una partita: strisce bianco nere della Juventus, e rosso granata del Torino. Cautelativamente sarebbe opportuno evitare anche i colori di alcune altre squadre quando vengono a Torino per giocare contro la Juventus, in particolar modo quelli del Milan (strisce rosso nere), dell'Inter (strisce nero azzurre) e della Fiorentina (viola). Analogamente andrebbero evitate le maglie dell'Atalanta (strisce nero azzurre) e della Sampdoria (Blu con stemma cerchiato) quando a giocare in casa è il Torino. Vengono viste con indifferenza le maglie delle squadre estere eccetto quelle del Benfica (Portogallo) e del River Plate (Argentina) per il lungo gemellaggio con i tifosi del Torino. È da evitare la maglia del Liverpool (Inghilterra) a causa del ricordo della strage dello stadio Heysel.

Farmacie

Farmacia Comunale 40-Torino, Via Arturo Farinelli, 36/9, ☎ +39 011 348 8296. Lun-Sab 08:30-19:00.

Farmacia Comunale 13-Torino, Via Celeste Negarville, 8/10, ☎ +39 011 347 0309. Lun-Ven 08:30-19:00.

Farmacia Comunale 28-Torino, Corso Corsica, 9/a, ☎ +39 011 317 0152. Lun-Ven 08:30-12:30 e 15:00-19:00.

Farmacia Comunale 15-Torino, Corso Traiano, 86, ☎ +39 011 616044. Lun-Mar, Gio-Sab 09:00-12:30 e 15:00-19:30.

Farmacia Comunale 8-Torino, Corso Traiano, 22/E, ☎ +39 011 614284. Lun-Sab 09:00-19:30.

Farmacia Comunale 46-Torino, Piazza Camillo Bozzolo, 11, ☎ +39 011 663 3859. Lun-Mar, Gio-Sab 08:30-19:30. Farmacia con servizio notturno.

Nei dintorni

Di particolare pregio nei dintorni di Torino sono le residenze sabaude, una serie di castelli costruiti dalla famiglia Savoia, che avevano il titolo di re di Sardegna e che poi diventarono sovrani d'Italia (vedi Wikilibro)

5 Palazzina di Caccia di Stupinigi, Piazza Principe Amedeo 7 Stupinigi (Periferia-sud di Torino. A 11 km dal centro.), ☎ +39 011 620 0601. La Palazzina di Caccia di Stupinigi è opera di Filippo Juvarra. Gli fu commissionata dai Savoia nel 1729. Gli interni sono lussuosi e ospitano il Museo di Arte e Ammobiliamento.

6 Reggia di Venaria Reale, Piazza della Repubblica 4 - Venaria Reale (Periferia di Torino. A 10 km dal centro.), prenotazioni@lavenariareale.it. La Reggia di Venaria Reale, progettata da Amedeo di Castellamonte, fu commissionata dal Duca Carlo Emanuele II di Savoia nel 1658.

Itinerari

Residenze sabaude in Piemonte

Da Wikivoyage · leggila alla fonte · CC BY-SA 4.0

Cosa vedere a Torino

  1. Museo Egizio di Torino
  2. Mole Antonelliana
  3. Duomo di Torino
  4. basilica di Superga
  5. Palazzo Reale di Torino
  6. Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja
  7. Palazzo Carignano
  8. Galleria Sabauda
  9. parco del Valentino
  10. Villa della Regina
  11. Museo d’Arte Orientale
  12. Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli
  13. Casa Fenoglio-La Fleur
  14. Palazzo Chiablese
  15. Museo nazionale del Risorgimento italiano
  16. Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino
  17. Cripta Reale di Superga
  18. Museo civico d'arte antica
  19. Borgo e rocca medievale di Torino
  20. Palazzo Benso di Cavour
  21. Casa Scaccabarozzi
  22. Centro Storico Fiat
  23. Palazzo Bricherasio
  24. Monumento a Vittorio Emanuele II
  25. Palazzo Barolo
  26. Palazzo Scaglia di Verrua
  27. Palazzo dell'Università
  28. Ponte Mosca
  29. Ponte Vittorio Emanuele I
  30. Torre XX Settembre
  31. Palazzo dell'ex Arsenale
  32. Palazzo della Prefettura
Mappa di Torino con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

Museo Egizio di Torino

Museo nazionale · Torino

Museo Egizio di Torino

Il Museo Egizio è un museo archeologico a Torino, specializzato in archeologia egizia e antropologia.

Fondato nel 1824 da re Carlo Felice di Savoia, che ebbe il merito di acquistare il fondo Drovetti, è il più antico museo al mondo interamente dedicato alla cultura dell'antico Egitto ed è uno dei musei italiani più visitati, con oltre 1,2 milione di visitatori nel 2025. Ospita una delle più grandi collezioni di antichità egizie, con oltre 40 000 reperti, considerata per valore e quantità dei reperti, tra le più importanti al mondo, terza se si considerano i soli musei esclusivamente egittologici.

Leggi tutto su Museo Egizio di Torino (1.411 parole)

Nel 2004 il Ministero dei beni culturali l'ha affidato in gestione alla "Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino".

Storia

Il primo oggetto che diede origine a una collezione di reperti, primo nucleo di quello che diventerà il museo, fu la Mensa isiaca, tavoletta bronzea giunta a Torino intorno al 1630 acquistata da Carlo Emanuele I di Savoia nel 1628. La Mensa suscitò enorme interesse fra gli studiosi al punto che, verso la metà del XVIII secolo, si volle inviare una spedizione in Egitto per scoprire i fondamenti storici della tavoletta.

Tra il 1759 e il 1762 il botanico e professore universitario Vitaliano Donati, che era anche appassionato egittologo, ebbe perciò l'incarico di recarsi in Egitto per effettuare degli scavi; egli ritrovò vari reperti, tra cui tre grandi statue: il faraone Ramses II in granito rosa, la dea Sekhmet assisa e la dea Iside rinvenuta a Copto; tutto il materiale fu inviato al Museo dell'Università di Torino.

All'inizio del XIX secolo, all'indomani delle campagne napoleoniche in Egitto, in tutta Europa scoppiò una vera e propria moda per il collezionismo di antichità egizie. Bernardino Drovetti, piemontese, ufficiale dell'esercito napoleonico e poi console generale di Francia, collezionò in questo periodo più di 7000 pezzi tra statue, sarcofaghi, mummie, papiri, amuleti e monili vari. Drovetti nel 1816 aveva offerto alla Francia la sua collezione, ma in seguito al rifiuto del governo di Parigi, propose la stessa al re Carlo Felice che, seguendo il parere di illuminati consiglieri della corte, acquistò nel 1824 questa grande collezione per la cifra di 400 000 lire e, unendovi altri reperti di antichità classiche di Casa Savoia, tra cui la collezione Donati, diede vita al primo Museo Egizio del mondo.. La raccolta arrivò prima a Genova via nave poi, appena giunse a Torino, venne posta nelle sale dell'Accademia delle Scienze; qui si recò Jean-François Champollion che presenziò all'apertura delle numerose casse ed ebbe modo così di verificare sugli originali, in questa grande quantità di materiale, quanto aveva scoperto, prendendo moltissimi appunti giunti fino ai giorni nostri.

Dal catalogo che fu pubblicato nel 1888 a opera della direzione del Museo, la collezione di reperti egizi, con ulteriori acquisizioni, contò 7400 pezzi a cui si aggiunsero in seguito anche parte dei reperti appartenenti alla raccolta di Athanasius Kircher, padre gesuita ed egittologo del seicento. Nel 1894 divenne Sovrintendente del Museo Ernesto Schiaparelli che era stato allievo di Gaston Maspero; egli, come farà poi il suo successore Farina, promosse nuovi scavi in Egitto, ottenendo così nuove acquisizioni e documentazioni dalla fase più antica fino all'epoca copta, mettendosi personalmente a condurre almeno quindici importanti campagne di scavi. In questo modo, intorno agli anni trenta del '900, la collezione arrivò a contare oltre 30 000 pezzi in grado di testimoniare ed illustrare tutti i più importanti aspetti dell'Antico Egitto, dagli splendori delle arti agli oggetti comuni di uso quotidiano.

Il museo è dedicato esclusivamente all'arte e alla civiltà egizia. Al suo interno si possono trovare gruppi statuari, mummie, papiri, arredi funerari e di uso comune e tutto ciò che riguarda l'antico Egitto, compresi animali imbalsamati.

Nel 2013 il museo è stato inserito dal quotidiano britannico The Times nella classifica dei 50 migliori musei del mondo.

Dopo lavori di ristrutturazione e ampliamento, il 1º aprile 2015 il museo, con un'estensione di 12000 m², completamente ristrutturato è stato nuovamente inaugurato con una superficie espositiva più che raddoppiata, una sala mostre, e aree per la didattica. Il museo risulta suddiviso in cinque piani espositivi (quattro piani fuori terra e uno sotterraneo) con un percorso di visita cronologico. Alcuni di questi interventi di ampliamento sono stati realizzati grazie al Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/1996. Il museo dispone oggi di quarantamila reperti, in parte esposti in sale dotate di un moderno impianto di controllo igrotermico.

Inoltre il museo è fornito di un'importante biblioteca, spazi di restauro e studio di mummie e papiri e dal giugno 2015 partecipa a una spedizione archeologica internazionale in Egitto.

Dopo un anno dalla riapertura, con il nuovo allestimento il risultato è di quasi un milione di visitatori, posizionandosi così tra i musei più visitati d'Italia.

Il 29 giugno 2022 viene inaugurato il giardino botanico, visitabile gratuitamente, dedicato alla flora dell'antico Egitto.

Collezione

Nel museo sono presenti più di 40 000 pezzi che coprono il periodo dal paleolitico all'epoca copta.

Sono esposte ben ventiquattro mummie umane visibili e diciassette animali. I papiri completi sono settecento, mentre i frammenti assommano a diciassettemila.

Le esposizioni più importanti sono:

la Tomba di Kha e Merit;

la Tomba di Maia, ricostruita nel museo;

la Tomba di Iti e Neferu;

il tempio rupestre di Ellesija, salvato dalla formazione del Lago Nasser;

il sarcofago, il corredo e la pianta in scala della tomba della regina Nefertari;

il Papiro dei re, una delle più importanti fonti sulla sequenza dei sovrani egizi;

il Papiro delle miniere;

il Libro dei morti di Iuefankh, lungo ben 1847 centimetri;

la Mensa isiaca, che i Savoia ottennero dai Gonzaga nel XVII secolo;

la Tela dipinta di Gebelein, tessuto dipinto proveniente da Gebelein e scoperto nel 1930 da Giulio Farina;

i rilievi di Djoser;

la statua di Seti II, pesante ben cinque tonnellate;

le statue delle dee Iside e Sekhmet e quella di Ramses II, scoperte da Vitaliano Donati nel tempio della dea Mut a Karnak.

Gestione

Il 6 ottobre 2004 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha conferito per trent'anni la gestione dei beni del Museo ad una apposita fondazione, la "Fondazione museo delle antichità egizie", di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, il Comune di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. In tal modo il Museo egizio viene gestito da istituzioni pubbliche locali e insieme gode dei finanziamenti delle fondazioni bancarie e di una maggiore autonomia gestionale. Primo presidente della fondazione è stato Alain Elkann.

L'attuale presidente della fondazione è Evelina Christillin, indicata dal ministero, in carica dal 2012

Sede e attività

Ha sede nello storico Palazzo dell'Accademia delle Scienze, sede dell'omonima Accademia, che ha ospitato anche la Galleria Sabauda fino all'aprile 2012, eretto nel XVII secolo dall'architetto Guarino Guarini.

Nel 2006, l'anno dei giochi olimpici, è stato visitato da 554.911 persone, con un aumento del 93,8% rispetto al 2005.

Nel 2008 il raggruppamento Isolarchitetti vince la gara internazionale per scegliere i progettisti del nuovo museo con un progetto firmato insieme a Dante Ferretti. Dal 2014 il direttore del museo è Christian Greco. Il 1º aprile 2015 è stato riaperto dopo tre anni e mezzo di lavori.

Visitatori

A seguito dell'exploit dopo la riapertura del 2016, nel 2017 i Premi Travellers' Choice di TripAdvisor classificano il Museo Egizio al primo posto tra i musei più apprezzati in Italia, al nono in Europa e al quattordicesimo nel mondo.

Nel 2019 il museo ha fatto registrare 853 320 visitatori, risultando il sesto museo italiano più visitato.

Il 2023 ha fatto registrare il superamento del milione di visitatori, confermandosi tra i musei più visitati d'Italia..

Secondo museo egizio al mondo

Le fonti italiane spesso riportano la notizia di come il museo torinese sia il secondo al mondo per quantità e/o importanza delle raccolte egittologiche al mondo, dopo quello del Cairo (oggi il terzo, dopo l'apertura del Grande museo egizio, sempre al Cairo). In realtà questo primato relativo, se basato su dati oggettivi come il numero di reperti, si scontra coi numeri di altri musei internazionali, spesso trascurati dalla stampa nostrana.

Il Museo egizio di Torino vanta infatti circa 40 000 reperti, che si collocherebbero al dodicesimo posto nel mondo, dopo tre musei cairoti. Infatti il British Museum possiede circa 100 000 pezzi, al netto dei sei milioni della Wendorf Collection donati nel 2001, il Neues Museum di Berlino e il Petrie Museum di Londra 80 000, il Louvre 77 404, il Boston Museum of Fine Arts 45 000, il Kelsey Museum of Archaeology ad Ann Arbor (Stati Uniti) 45 000, il Museo di archeologia e antropologia dell'Università della Pennsylvania 42 000 e l'Ashmolean Museum di Oxford 40 000.

L'affermazione originale è stata infatti formulata intendendo comprendere solo i musei "esclusivamente" dedicati all'egittologia, nel qual caso il museo torinese è effettivamente il maggior museo di ambito esclusivamente egizio fuori dal Cairo.

Filmografia

Il museo è stato utilizzato nella realizzazione dei seguenti film:

A/R Andata + Ritorno, regia di Marco Ponti (2004)

The Broken Key, regia di Louis Nero (2017)

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Accademia delle Scienze 6
Orari
Tu-Su 09:00-18:30; Dec 25 off; Mo 09:00-14:00
Biglietto
18 EUR
Telefono
+39 011 4406903
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
museoegizio.it

La voce completa su Wikipedia

Mole Antonelliana

Museo · Torino

Mole Antonelliana

La Mole Antonelliana è un edificio monumentale di Torino, situato nel centro storico, simbolo della città e uno dei simboli d'Italia. Il nome deriva dall'imponente altezza, 167,5 metri, mentre il suo aggettivo deriva dall'architetto che la concepì, Alessandro Antonelli.

Iniziata nel 1863 quando Torino era capitale del neonato Regno d'Italia e completata in piena Belle Époque nel 1889 (lo stesso anno in cui venne poi inaugurata la torre Eiffel), fu l'edificio in muratura più alto del mondo fino al 1908 e venne definita da Friedrich Nietzsche "forse l'opera architettonica più geniale mai realizzata". Nel corso del XX secolo subì importanti ristrutturazioni con cemento armato e travi di acciaio, per cui essa non si può più considerare una struttura esclusivamente in muratura.

Leggi tutto su Mole Antonelliana (3.117 parole)

Per anni fu l'edificio più alto di Torino, superato oggi dal moderno Grattacielo della Regione Piemonte. Dal 2000 al suo interno ha sede il Museo nazionale del cinema.

Storia
1863-1869: da 47 a 70 metri

A seguito della promulgazione dello Statuto Albertino nel 1848, fu concessa la libertà ufficiale di culto alle confessioni diverse da quella cattolica.

La comunità ebraica torinese acquistò il terreno nella zona chiamata, all'epoca, Contrada del Cannon d'Oro (attuale via Montebello), per erigervi un nuovo tempio con annessa scuola.

Il progetto originale del 1862 prevedeva un edificio alto solo 47 m, e fu autorizzato nel marzo 1863.

Nonostante gli ottimi lavori dell'elegante pronao e della bizzarra cupola a base quadrata in soli sei anni, la scelta di Antonelli come architetto si rivelò presto infelice per la comunità ebraica. L'architetto propose una serie di modifiche in corso, che prevedevano l'innalzamento della costruzione a 113 metri, ovvero ben oltre i 47 metri proposti inizialmente per la sola cupola. Tali modifiche, l'allungamento dei tempi di costruzione e i maggiori costi risultarono sgraditi alla comunità ebraica che, nel 1869, per mancanza di fondi, fece quindi terminare i lavori con un tetto piatto provvisorio, a circa 70 metri di altezza.

Sin dalla sua costruzione, l'opera soffrì di problemi strutturali, data la dimensione areale relativamente ridotta della base e il notevole peso che doveva sopportare. Il terreno di Via Montebello su cui sorge aveva ospitato un antico bastione di mura della città, demolito per ordine di Napoleone Bonaparte all'inizio dell'Ottocento, e ciò aveva reso il terreno più instabile. Già lo stesso Antonelli, in pieno avanzamento lavori, dovette concepire un intelligente sistema di catene di contenimento, tiranti in ferro e intreccio di archi in mattoni. Si trattava, in pratica, di un significativo rinforzo strutturale ottenuto con accorgimenti tecnici atti a gravare in modo trascurabile sulla struttura.

Nel 1873 la comunità ebraica, fortemente delusa da questi problemi e costi aggiuntivi, barattò l'opera con il Comune di Torino, che cedette ad essa un terreno nel quartiere San Salvario dove ora sorge l'attuale sinagoga e si fece carico dei costi di ultimazione dell'edificio antonelliano (circa 40.000 lire di allora), al fine di dedicarlo al re d'Italia Vittorio Emanuele II. Un'altra versione narra che la costruzione venne ritenuta di tale importanza da essere acquistata dal Comune di Torino già durante la sua costruzione, al fine di destinarla a Museo Civico.

1873-1884: da 70 a 90 metri (il Tempietto)

Antonelli riprese quindi in mano il progetto nel 1873, sempre con una serie di modifiche in corso d'opera, aggiungendo il cosiddetto "Tempietto", ovvero un colonnato esastilo neoclassico, a due piani, a base quadrata, e che riprende, quindi, lo stile del pronao di base.

L'obiettivo dell'amministrazione comunale era quello di far terminare i lavori per l'Esposizione generale del 1884. In realtà i cantieri erano invece ancora in corso, ma una piccola mongolfiera "Luis Godard", partendo dalla vicina Piazza Vittorio, proponeva un viaggio per vedere i lavori da vicino, al modico prezzo di 5 lire. Tuttavia, lo stesso pallone aerostatico, chiamato "Italo", fu fatalmente distrutto, a terra e senza vittime, da un fulmine il 27 aprile 1884, come raccontato dalla stampa dell'epoca, e sostituito poco tempo dopo dal suo successore il "Nouveau Italo".

Il cosiddetto "Tempietto" fu completato soltanto agli inizi del 1885, dando così il via, sul suo tetto, al basamento per l'inizio della guglia, ovvero all'altezza di circa 90 metri. Provvisto di balcone panoramico sulla città a 360 gradi, è a questa altezza che il pubblico, al piano inferiore, ammira il paesaggio torinese.

1885-1887: da 90 a 113 metri (la Lanterna)

Come da suo progetto iniziale, Antonelli decise di finire la Mole con una terminazione pressoché appuntita, provvista di colonnati tra il neogotico e il neoclassico, imitando così un'altra sua precedente opera, la punta della Basilica di San Gaudenzio, simbolo di Novara. Dai 90 metri in su ruppe quindi il tema architettonico a base quadrata, progettando un colonnato in granito a base circolare, chiamato la "Lanterna", collocato su un basamento a tronco di cono, e raggiungendo così la prevista altezza di 113 metri verso fine del 1885.

L'architetto ideò anche il disegno geniale di una guglia di circa 50 metri sovrastante la Lanterna, di sezione ottagonale, e intervallata da dieci terrazzini circolari, i primi due ancora dotati di colonnato, poi verso l'alto via via sempre più piccoli, e accessibili da una piccola scaletta a zig-zag.

Gli effettivi lavori della guglia iniziarono nel 1886: il terremoto del 23 febbraio 1887, sebbene di lieve entità, rallentò tuttavia tutti i cantieri, facendo emergere ulteriori problemi strutturali, che fecero apportare continue modifiche durante la fase finale, per consentire al terreno di completare il suo processo di consolidamento sotto carico.

1889: completamento guglia e Genio Alato (Angelo): 167,35 metri

Antonelli lavorò con dedizione alla Mole fino alla sua morte, che avvenne nell'ottobre 1888; diventò leggendaria quella sorta di rudimentale ascensore azionato da una carrucola che portava il quasi novantenne architetto a diverse decine di metri d'altezza, per verificare personalmente lo stato dei lavori.

Nel febbraio dell'anno seguente, pochi mesi prima della sua morte, l'architetto ipotizzò di terminare la guglia con una stella a 5 punte, uno dei simboli d'Italia, ma poi optò per una statua, raffigurante un "Genio Alato", uno dei simboli di Casa Savoia. Il disegno della statua fu commissionato allo scultore Fumagalli; il Genio, fatto di rame sbalzato e dorato, pesava circa 300 kg, e aveva in una mano una lancia e nell'altra un ramo di palma. Sulla sua testa fu previsto il posizionamento di un globo luminoso elettrico, ma fu invece deciso di mettere una piccola stella a cinque punte sorretta da un'asta. In tal modo, la statua raggiungeva un'altezza totale di 5,46 metri.

Dopo la morte di Antonelli il completamento della guglia fu curato soprattutto dal figlio Costanzo e dall'allievo Crescentino Caselli che, in quello stesso periodo, si stavano occupando anche del consolidamento del campanile della Chiesa di Santo Stefano a Venezia. La guglia fu terminata nei primi mesi del 1889, a circa 161,90 metri di altezza. Con la posa finale del "Genio Alato" il 10 aprile dello stesso anno, l'edificio raggiunse un'altezza complessiva di 167,35 metri, quota, all'epoca, mai raggiunta da qualsiasi costruzione in muratura d'Europa e del mondo e, per tal motivo, fu soprannominata Mole. Lo stesso giorno 10 aprile 1889, vi fu anche una solenne cerimonia di inaugurazione e accesso al pubblico, tuttavia i torinesi scambiarono, erroneamente e sistematicamente, la statua del "Genio Alato" in cima, con quella di un angelo.

La Mole, inaugurata il 10 aprile 1889 e la più alta costruzione in muratura al mondo, entrò in diretta "competizione" con la Torre Eiffel di Parigi, inaugurata appena 10 giorni prima e che sarebbe stata la costruzione in generale più alta al mondo fino al 1930.

11 agosto 1904: la caduta del Genio Alato

La statua del Genio Alato, collocata sulla punta, venne abbattuta durante un nubifragio probabilmente da un fulmine, il giorno 11 agosto 1904 (intorno alle ore 18:15), rimanendo però prodigiosamente in bilico sul terrazzino sottostante, malgrado i suoi tre quintali di peso; la statua fu conservata all'interno della Mole e viene, ancor oggi, erroneamente scambiata per un angelo.

1906: la stella a 5 punte (167,35 metri)

Al posto del genio, agli inizi del 1906 fu posta una stella a cinque punte, di forma simile a quella originale sulla testa del genio, fatta in rame di circa 4 metri di diametro, ad opera dell'ingegner Ernesto Ghiotti, l'allora capo dei lavori pubblici del Comune di Torino. La Mole tornò così a un'altezza di 167,35 metri. L'architetto Annibale Rigotti decorò gli interni dell'edificio tra il 1905 e il 1908. Fu anche una delle prime costruzioni ad essere illuminata di notte, all'epoca attraverso lampade a gas. Il 18 ottobre 1908 la Mole divenne sede del Museo del Risorgimento.

Poi, a partire dal 1931 e nel corso dei successivi anni, fu necessario predisporre possenti rinforzi in calcestruzzo armato a tutto l'edificio, su progetto degli ingegneri Pozzo, Giberti e Albenga, per sorreggere in sicurezza tutta la volta. La nuova struttura coprì, per buona parte, l'originale muro in mattoni e le varie decorazioni.

Una volta trasferito il Museo del Risorgimento a Palazzo Carignano nel 1938, la Mole fu usata solo come sede di mostre estemporanee. Durante la seconda guerra mondiale l'edificio scampò miracolosamente ai danni dei bombardamenti, specialmente quelli del 6 dicembre 1942, che colpirono molti obiettivi militari nella vicina via Verdi, e distrussero l'antistante Teatro di Torino, allora sede dell'Auditorium dell'EIAR.

23 maggio 1953: la guglia spezzata

Il 23 maggio 1953, alle ore 19:25, un altro violentissimo nubifragio, verosimilmente una tromba d'aria, fece spezzare e precipitare ben 47 metri della guglia nel piccolo giardino sottostante della sede RAI. La guglia, sfiorando la finestra d'una stanza dell'ultimo piano dell'edificio dove in quel momento si trovava il conduttore Piero Angela, distrusse in parte il balcone dell'ufficio dell'annunciatrice Vera Larsimont, ma non provocò danni alle persone. La Mole con la guglia spezzata è visibile al termine dei titoli di testa del film del 1955 Le amiche di Michelangelo Antonioni. Il titolo di costruzione in muratura più alta d'Europa passò, pertanto, al campanile della Cattedrale di Ulma, in Germania (161,53 metri), mentre al Philadelphia City Hall passò il titolo di edificio in muratura più alto del mondo (162,85 metri). Ciò fu dovuto anche al fatto che la guglia non sarebbe più stata ricostruita in muratura, ma in cemento armato.

Dal 1953 a oggi (167,5 metri)
Ripristino della guglia e installazione ascensore

I lavori di ricostruzione della guglia della Mole Antonelliana furono relativamente veloci (1955 - 1960), ma lo scheletro non fu più costruito in sola muratura, bensì in armatura metallica rivestita di pietra, con numerosi rinforzi ai terrazzini circolari, e riportando l'altezza complessiva della guglia a quasi 165 m, senza stella. Fu quindi ricostruita ma più bassa dell'originale, di parecchi metri. La nuova stella, ovvero quella attuale, fu più piccola, con un diametro di 2,4 metri, non più a cinque punte, bensì tridimensionale, a 12 punte, sorretta da un'asta metallica di circa 1 metro. Tutti i lavori (compresa la stella), furono guidati dall'Ing. Giuseppe Perottino, presso la ditta SNOS di Savigliano, tra il maggio e il novembre 1960. La nuova stella fu rinforzata rispetto alla prima, costituita da una lega metallica di acciaio-alluminio (fu aggiunto anche un piccolo impianto elettrico antifulmine pochi anni dopo).

Terminata la guglia alla fine del 1960, per l'inaugurazione si attese il giorno 31 gennaio 1961, in concomitanza alle celebrazioni per il centenario dell'Unità d'Italia. Il nuovo progetto d'illuminazione notturna fu realizzato dall'ing. Guido Chiarelli, compreso il posizionamento, ancora esistente, di due fanalini rossi per lato, in cima, posizionati appena sotto la stella.

Nel 1964 fu anche progettato e costruito il primo ascensore per turisti per giungere fino al Tempietto, dal quale si gode tutta la vista panoramica sui quattro punti cardinali. Per motivi di sicurezza, fu chiuso l'accesso alle strette scalette a zig-zag per salire dentro la guglia e, qualche decennio dopo, furono altresì installate delle barre di protezione al balcone del Tempietto per prevenire incidenti o minacce di suicidio da parte di mitomani.

L'allestimento del Museo nazionale del cinema

Durante i successivi lavori di consolidamento, fu deciso di stabilizzarne l'interno con enormi archi di cemento, che però snaturavano completamente l'interno dando uno sgradevole senso di claustrofobia.

Se il primo ascensore interno fu costruito nel 1964, nel 1987, anno della fine della ristrutturazione dell'edificio, fu costruito un secondo impianto, questo attivo fino al 1996, quando la Mole venne ripensata come una sede museale permanente. L'attuale ascensore, gestito dal GTT, entrò in funzione nel 2000, dotato di pareti laterali totalmente trasparenti, in cristallo di sicurezza, ed è sollevato mediante 4 funi in acciaio che scorrono su guide che garantiscono l'assenza di oscillazioni durante la risalita. La corsa della cabina si compie in circa 1 minuto, alla velocità di circa 1,5 m/s (5,4 km/h); si arriva al primo livello terrazzato, a 85 metri, il famoso Tempietto.

Dopo 4 anni (1996-2000) di chiusura per ristrutturazione, necessari sia per rinnovare l'ascensore che per eliminare parte degli archi di sostegno in cemento, la Mole diventò la sede permanente del Museo nazionale del cinema, che ad oggi ospita reperti quali macchine ottiche pre-cinematografiche, lanterne magiche e pezzi provenienti dai set cinematografici dei primi film, italiani e stranieri, in un allestimento alquanto suggestivo.

Anni recenti

Dal 1998 a oggi, in occasione della ridefinizione dell'illuminazione esterna e della nascita della manifestazione Luci d'Artista, sul fianco sud della Mole si può vedere un'installazione di Mario Merz, Il volo dei numeri, con l'inizio della serie matematica di Fibonacci che s'innalza al cielo. Alla sera s'illumina di rosso durante particolari eventi o periodi di festeggiamenti della città.

Nel 2011, in occasione del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, fu posto un tricolore italiano illuminato, costituito da tre quadrati verde-bianco-rosso asimmetrici tutt'intorno, immediatamente sopra il Tempietto, progettato da Italo Lupi, Ico Migliore e Mara Servetto. Il tricolore fu acceso simbolicamente dal presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano da Roma, per l'apertura ufficiale delle celebrazioni e fu poi rimosso nel 2013.

Negli anni più recenti, la Mole viene sporadicamente illuminata con dei fasti o con delle luci proiettate a colori differenti, a seconda dell'occasione di qualche evento, iniziativa o ricorrenza. Ad esempio, nel 2016 l'amministrazione comunale, su richiesta di una raccolta firme, decise d'illuminare la Mole di color rosso-granata la sera del 4 maggio di ogni anno, per ricordare le vittime del Grande Torino nella Tragedia di Superga (1949).

Nel 2020, a seguito della pandemia di COVID-19 che colpì l'Italia, venne illuminata del tricolore italiano durante il periodo di lockdown dal 31 marzo al 4 maggio.

Descrizione

La forma del monumento è particolare e unica, frutto di un'azzardata e singolare tecnica architettonica eclettica ottocentesca, tipica dello stile di Alessandro Antonelli. La massiccia parte inferiore, quella rimasta esclusivamente in muratura, inizia con una base quadrata, con lato lungo 50 metri, di dimensioni maggiori rispetto ai moduli sovrapposti.

L'ingresso di via Montebello 20 viene evidenziato da un pronao esastilo, che si innalza per circa 30 metri, con colonne in granito di Baveno in stile architettonico neoclassico, mentre l'austerità dei prospetti del basamento è scandita da pilastri alternati a semicolonne, stemperata da ampie superfici vetrate nel registro superiore. La copertura del pronao invece, alta circa dieci metri, è caratterizzata dalle falde curve ripetute su tutti i quattro lati, che formano una sorta di cupola quadrangolare la cui cima si raccorda al modulo centrale, suddiviso in due registri; in quello sottostante vi è il loggiato, che presenta venti colonne per ciascun lato, mentre quello superiore è caratterizzato da vetrate semicircolari. Entrambi i registri riportano vistose cornici marcapiano.

Al di sopra, ad un'altezza che va dai 40 agli 80 metri, si eleva la grande cupola, a base quadrata, caratterizzata dalla volta allungata, con pareti convesse in muratura autoportante. Essa forma una sorta di guscio, costituito da pareti perimetrali inconsuetamente sottili, appena 12 cm di spessore, separate tra loro da un'intercapedine di circa 2 metri.

A circa metà altezza dell'intero edificio, la suddetta cupola è sovrastata da un'altra struttura, alta circa 20 metri, denominata "Tempietto", che ripropone il tema sottostante del colonnato. Questo settore dell'edificio è raggiungibile mediante un ascensore senza guide fisse (ovvero sostituite da spessi cavi d'acciaio che fungono appunto da guide) situato esattamente nel centro del grande atrio sottostante, dando ai visitatori una panoramica interna della cupola a 360 gradi. Sempre di forma quadrata, il tempietto è sorretto da due ordini esastili per lato ed è disposto su due piani, ma l'accesso ai turisti è consentito soltanto a quello inferiore.

Sopra il tempietto, si staglia la lunga guglia, costituita dal suo basamento, detto "lanterna", alta 18 metri e del diametro di 15 metri, questa volta a base circolare, anch'essa provvista di un terrazzino nel registro superiore. Sopra la lanterna, a partire da una quota di 113 metri, svetta la cuspide della guglia a base ottagonale e ispirata all'architettura neogotica. Questa ultima parte, oggi inaccessibile ai turisti, è costituita da dieci terrazzini circolari, via via sempre più piccoli: il primo, a 8 colonne, è quello che fa da tetto alla lanterna, da cui parte un altro colonnato simile, leggermente più piccolo, che termina col secondo terrazzino. Ancor più su, una serie di 5 terrazzini più piccoli, questa volta in metallo, del diametro che varia da 10 a 7 metri, quindi un'ultima serie di 3, in cemento armato, del diametro da 6 a 4,5 metri. Per ultima, la stella a 12 punte in cima del diametro di 2,4 metri, raggiungendo così i 167,5 metri di altezza totale di tutto l'edificio.

La Mole fu spesso giudicata un bizzarro tentativo di mediare tra forme neoclassiche e neogotiche, miste alle innovazioni tecnologiche del tempo. Già lo stesso Antonelli sperimentò l'impiego del ferro, sfruttato in tutte le sue potenzialità strutturali, senza però tralasciare il linguaggio architettonico tradizionale. La guglia venne successivamente rinforzata con l'impiego dell'acciaio, in seguito al rovinoso nubifragio del 1953.

Influenza culturale

Simbolo di Torino, anch'essa viene inserita nell'affascinante contesto dei monumenti misteriosi della città magica, per la bizzarra forma tra una pagoda allungata e una piramide, come fulcro di energie esoteriche, o semplicemente per la sua strana storia e le vicissitudini che ne hanno accompagnata la costruzione.

Friedrich Nietzsche ammirava molto l'edificio, associandolo alla figura di Zarathustra e scrisse: "In precedenza ho camminato davanti alla Mole Antonelliana, forse l'opera architettonica più geniale mai realizzata - stranamente non ha nome - come risultato di una spinta assoluta nelle altezze: nulla ricorda di più il mio Zarathustra. L'ho battezzato Ecce homo e con quello spirito gli ho messo un enorme spazio libero intorno."

All'interno della Mole Antonelliana è stata girata gran parte del film Dopo mezzanotte di Davide Ferrario, nel quale la Mole è una simbolica co-protagonista.

Un disegno della Mole Antonelliana compare nella sigla di chiusura del lungometraggio di Hayao Miyazaki Porco Rosso.

Una cartolina raffigurante la skyline della città di Torino e quindi la Mole Antonelliana compare nelle prime scene del film Turistas (2006), di John Stockwell.

Con l'ingresso della moneta unica dell'euro, nel 2002 la Zecca di Stato italiana coniò erroneamente il retro di un centinaio di monete da un centesimo con la Mole Antonelliana (che invece andava correttamente su quelle da 2 centesimi), anziché la fortezza di Castel del Monte, in Puglia. Ognuna di queste errate monete è stata valutata dai numismatici più di 2500 euro.

La stessa Mole fu ripresa nel logo dei XX Giochi olimpici invernali del 2006, che mostra la sagoma della Mole stilizzata con cristalli di ghiaccio bianchi e azzurri, neve e cielo, che formano una rete, simbolo dello spirito olimpico; un altro simbolo, più classico e meno stilizzato, era stato precedentemente disegnato da Giorgetto Giugiaro come logo della candidatura torinese.

Sempre in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006 fu coniato un 2 euro commemorativo, sul cui sfondo del verso compare la Mole, e fu altresì emesso un francobollo da € 0,62 che la raffigura.

Una foto in notturna della Mole Antonelliana si è classificata al sesto posto della classifica mondiale del concorso fotografico internazionale Wiki Loves Monuments, edizione 2022.

Galleria di immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Duomo di Torino

Chiesa parrocchiale · Torino

Duomo di Torino

Il Duomo di Torino, il cui nome per esteso è quello di cattedrale metropolitana di San Giovanni Battista, è il principale luogo di culto cattolico di Torino e sede vescovile dell'arcidiocesi di Torino.

Situato in piazza San Giovanni ed edificato alla fine del XV secolo, è l'unico edificio religioso in stile rinascimentale della città. Dal 1578 ospita la Santa Sindone e dal 1940 è monumento nazionale.

Leggi tutto su Duomo di Torino (1.517 parole)
Storia

L'attuale Duomo sorge in uno dei punti più ricchi di storia della città di Torino, a pochi passi dall'area archeologica e pressoché adiacente al Teatro Romano dell'antica Julia Augusta Taurinorum. L'area sacra, anticamente, era costituita da ben tre chiese paleocristiane, probabilmente edificate sulla base di edifici pubblici o templi pagani preesistenti, dedicate a San Salvatore, a Santa Maria di Dompno (sul lato nord) e, appunto, a San Giovanni Battista. Principale fra le tre, si pensa, a tal ragione, che la consacrazione dell'edificio al Battista sia da far risalire ai Longobardi e con precisione ad Agilulfo (re dal 591 al 615), la cui moglie, Teodolinda, fece proclamare san Giovanni patrono del regno longobardo.

Nel VII secolo d.C. la chiesa fu poi teatro di cruenti episodi a partire dalla morte del re Rodoaldo, avvenuta nel 653 d.C., quando re Ariperto I volle a succedergli i suoi figli Pertarito e Godeperto. Il duca di Torino Garibaldo, appoggiatosi a Grimoaldo, duca di Benevento, decise di sostenere Godeperto, almeno in apparenza, per ambire al trono longobardo. Tuttavia, giunto a Pavia nel 662, Grimoaldo assassinò Godeperto, mentre Pertarito scappò. Convinto di non aver lasciato tracce, Garibaldo si recò nella chiesa di San Giovanni di Torino, nella domenica di Pasqua di quello stesso anno, per assistere alla funzione religiosa, ma venne colpito alla schiena da un "homunculus" della cerchia di Godeperto che, così, vendicò il suo padrone. A succedere al duca assassinato fu quindi Ragimperto, figlio di Godeperto.

La ricostruzione rinascimentale

Le tre chiese principali della città vennero abbattute tra il 1490 e il 1492; Il campanile o torre campanaria, costruito precedentemente e terminato solo nel 1469, come opera voluta dal vescovo Giovanni di Compeys e dedicato a Sant'Andrea, non venne invece toccato, e resta ancor oggi visibile a fianco del duomo nei suoi primi 48 metri di altezza.Il 22 luglio 1491 la reggente di Savoia, vedova di Carlo I, Bianca di Monferrato, posò la prima pietra del nascente duomo, sempre dedicato a San Giovanni: la costruzione, voluta fortemente sia dal duca sia dal vescovo, Domenico Della Rovere, venne affidata ad Amedeo de Francisco da Settignano, detto anche "Meo del Caprino", che vi lavorò fino alla morte nel 1501.

I lavori del duomo furono terminati nel 1505; il 21 settembre di quell'anno si ebbe la consacrazione, con una messa solenne tenuta dall'arcivescovo titolare di Laodicea di Siria, Baldassarre Bernezzo, poiché il nuovo vescovo della città, Giovanni Ludovico Della Rovere, era in quel momento a Roma a perorare la sua causa contro l'abate di San Mauro Torinese che minacciava di staccarsi dalla diocesi di Torino.

Se la realizzazione della struttura fu affidata al Caprino, non è ben chiaro chi avesse curato il progetto. Alcuni fanno il nome di Baccio Pontelli, che lavorò anche per papa Sisto IV; altri accreditano anche il disegno dell'opera allo stesso Caprino.Nel 1515, Leone X, parente del vescovo, elevava a sede metropolitana la oramai terminata chiesa di San Giovanni.

L'ampliamento secentesco

Il progetto per un ingrandimento del duomo, col fine di creare un degno ambiente per la conservazione della Sindone, risale al 1649, quando Bernardino Quadri, in seguito a screzi con Francesco Borromini avvenuti sul cantiere della Basilica di San Giovanni in Laterano, giunge a Torino, alla corte di Carlo Emanuele II.

L'idea del Quadri si basava sulla correzione del precedente progetto di Carlo di Castellamonte, che prevedeva una cappella ovale posta alle spalle del coro dell'edificio, erigendo così un ambiente a pianta circolare, ma nella pratica, la cupola dell'architetto luganese non superava, per altezza e per imponenza, la mole del Duomo.

Nel 1667 venne così chiamato a concludere l'opera Guarino Guarini, dal 1666 già attivo nella Real Chiesa di San Lorenzo, poco lontano dal duomo. La cupola, i cui lavori durarono ventotto anni, venne terminata nel 1694, con messa solenne. Il visitatore doveva essere certamente impressionato dall'eleganza della struttura, dai marmi che, da neri nella parte bassa, andavano sempre più schiarendosi verso la sommità.

Per volere di re Carlo Alberto il duomo venne ulteriormente impreziosito da una copia su tavola dell'Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Questa fu realizzata da Luigi Cagna nel 1835 e venne ancorata alla controfacciata della chiesa, unico punto in grado di reggere gli oltre 900 chili dell'opera.

Come ricordano alcune lapidi, in cattedrale vennero sepolti anche tre nunzi pontifici a Torino. Si tratta di: Francesco Bacod, vescovo di Ginevra, morto il 1º luglio 1568; Corrado Tartarini di Città di Castello, vescovo di Forlì, morto nel 1602, e Giambatista Lando, morto nel 1648.

Il campanile esterno, o torre campanaria, dedicato a Sant'Andrea visibile oggi risente di alcune modifiche del 1720 specie nell'altezza, che vennero affidate dal regnante Vittorio Amedeo II all'architetto Juvarra. Quest'ultimo lo sopraelevò di 12 metri, in stile barocco, portando la torre ad un'altezza complessiva di metri 60.

Il Duomo oggi

Il prezioso monumento della Sindone venne gravemente danneggiato nella notte tra l'11 e il 12 aprile 1997, quando un incendio distrusse gran parte dell'opera guariniana. La Sacra Reliquia, invece, venne portata in salvo grazie all'operato dei vigili del fuoco. Dopo l'incendio la chiesa ha subìto il restauro della facciata e degli interni sotto la supervisione dell'architetto Maurizio Momo. Nel contempo è stata realizzata la nuova teca della Sindone in cui il Sacro Lino è conservato disteso e in atmosfera controllata.

Sotto la chiesa principale il restauro ha riportato allo stato primitivo la chiesa sotterranea, di pari dimensioni, dove è stato realizzato il Museo diocesano di Torino.

Descrizione
Architettura

Il Duomo di Torino è inconfondibile nel panorama cittadino: è uno dei due esempi ancora visibili dell'arte rinascimentale in città assieme a palazzo Scaglia di Verrua. All'esterno si presenta con una facciata rinascimentale in marmo bianco, con tre portoni di cui, quello centrale, principale, sormontata da un timpano e affiancata da due volute.

Sul lato sinistro vi è la torre campanaria in forme romaniche, realizzata verso il 1470 e ulteriormente sopraelevata nel 1720 da Filippo Juvarra.

Visibile, oggi non più coperta da ponteggi, la Cupola del Guarini, dietro la già presente cupola di San Giovanni. Dopo oltre ventun'anni dall'incendio, è stata riaperta al pubblico il 27 settembre 2018.

Al visitatore l'edificio si presenta austero, costruito su pianta a croce latina e diviso in tre navate. Queste sono lunghe quasi 40 m le due laterali sono larghe 5,80 m, mentre quella centrale ha una larghezza di 9,50 m. Arricchito un po' in ogni secolo, l'interno del Duomo si presenta oggi decorato, ai lati, da numerose cappelle, nelle quali lavorarono svariati artisti e decoratori. La sontuosa Tribuna Reale, opera dell'architetto Francesco Valeriano Dellala di Beinasco, si deve alla volontà del Re Vittorio Amedeo III di Savoia e venne realizzata intorno al 1775; sotto di essa, in una teca, è custodita provvisoriamente, dal 1998, la Sindone, mostrata ai fedeli in occasione delle grandi ostensioni.

Opere d'arte

L'interno del Duomo di Torino è ricco di opere d'arte di pittori e scultori. Presso l'altare della seconda cappella sulla destra si può ammirare il polittico dei santi Crispino e Crispiniano, opera già attribuita a Defendente Ferrari ed ora accertata come lavoro di Giovanni Martino Spanzotti, al quale è anche attribuita le tela del Battesimo di Gesù, che si trova nella sagrestia, ove vi è il sepolcro del vescovo Claudio di Seyssel, il cui monumento funebre, risalente al 1526, è opera dello scultore Matteo Sanmicheli.

Le tele della Madonna con quattro santi (terza cappella a destra, 1655), la pala con Santa Barbara e San Girolamo (quarta cappella destra) e della Madonna con i santi Ippolito e Cassiano (quinta cappella destra, 1656) sono di Bartolomeo Caravoglia, che ha anche dipinto il sott'arco della terza cappella della navata sinistra; opere di Pierre Legros sono le statue marmoree di Santa Cristina e di Santa Teresa, destinate in un primo tempo alla facciata della chiesa di santa Cristina e poi sistemate invece in Duomo. Di Giovanni Albertoni è il busto di papa Pio IX, mentre il monumento al cardinale Giuseppe Gamba è stato realizzato nel 1930 da Edoardo Rubino. A Stefano Maria Clemente si devono alcune statue lignee.

Ai lati del portale di ingresso, in controfacciata, si trovano due opere scultoree di epoca rinascimentale. Sul lato sinistro vi è il monumento funebre di Antonio e Amedeo di Romagnano (quest'ultimo vescovo di Mondovì), eseguito dal maestro luganese Antonio Carlone (di Battista di Pietro) di Scaria; esso è il resto di un sepolcro approdato alla controfacciata del Duomo dalla cappella gentilizia dei SS. Stefano e Carolina appartenente, appunto, alla famiglia Romagnano. Sul lato destro vi è il mausoleo della contessa Giovanna d'Orlier.

Organo a canne

All'interno della cattedrale, nel transetto destro si trova il grande organo a trasmissione meccanica costruito nel 1874 da Giacomo Vegezzi-Bossi e ampliato da Carlo Vegezzi-Bossi fra il 1901 e il 1902. Lo strumento, collocato sopra una cantoria lignea dorata, ne sostituisce un altro del 1741, costruito dal torinese Giuseppe Calandra e restaurato l'ultima volta nel 1780. L'organo attuale è frutto anche di un importante restauro eseguito nel 1972 dall'organaro Emilio Piccinelli, durante il quale, fra le altre cose, sono state eliminate le trasmissioni pneumatiche del 1901-1902 ed è stata completata l'estensione della pedaliera. L'organo conta 2 tastiere, 56 registri per un totale di 3.498 canne, 4 mantici e 5 somieri.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza San Giovanni
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.duomoditorino.com

La voce completa su Wikipedia

basilica di Superga

Manufatto di archeologia industriale museo · Torino

basilica di Superga

La basilica di Superga, nota anche come Real basilica di Superga, sorge sull'omonimo colle, a 672 metri sul livello del mare, a nord-est di Torino. Fu fatta costruire dal re Vittorio Amedeo II come ringraziamento alla Vergine Maria, dopo aver sconfitto i francesi. Per questo motivo è considerato un "monumento celebrativo".

Il progetto è dell'architetto messinese, abate Filippo Juvarra, e risale al 1715. Alla cappella, posta alla sommità dell'omonima collina, si può giungere attraverso strada o servendosi della tranvia Sassi-Superga. La storia della basilica risale al 2 settembre 1706, quando il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, e il principe Eugenio di Savoia (del ramo Savoia-Soissons), salirono sul colle per osservare Torino assediata dai franco-spagnoli. Vittorio Amedeo, inginocchiatosi dinanzi ad un vecchio pilone, giurò che, in caso di vittoria, avrebbe edificato un monumento alla Madonna.

Leggi tutto su basilica di Superga (4.830 parole)

E così avvenne: dall'alba fino alle prime ore del pomeriggio del 7 settembre si scontrarono nei campi presso Lucento e Madonna di Campagna le armate francesi e piemontesi e la vittoria arrise ai piemontesi.

Grazie alla vittoria nella battaglia, ancora prima della fine della guerra in corso contro Luigi XIV (Guerra di Successione Spagnola), Vittorio Amedeo fu incoronato re di Sicilia e sciolse il voto affidando la progettazione dell'edificio al siciliano Filippo Juvarra (1711).

L'edificazione della futura basilica iniziò il 20 luglio 1717 e si protrasse per quattordici anni. Il ruolo di impresario fu affidato allo stuccatore Pietro Filippo Somazzi, che, oltre che di una parte delle decorazioni in stucco, si occupò anche di alcune opere in muratura. Per tutto il periodo della costruzione, si arrivava alla sommità della collina (672 metri, la seconda più alta di Torino) mediante un pessimo sentiero sassoso e tutti i materiali edili venivano trasportati a dorso d'asino.

Il 1º novembre 1731, alla presenza del re Carlo Emanuele III di Savoia, il tempio veniva inaugurato con una solenne cerimonia.

Storia
Premessa: l'assedio di Torino

Nella primavera dell'anno 1706 Luigi XIV, con un forte esercito, occupò Nizza e le terre della Savoia, con la ferma intenzione di scendere in Piemonte.

I piemontesi, nel frattempo, si prepararono allo scontro: in città furono accumulate milioni di fascine e una grande quantità di tronchi d'albero, per formare delle barricate difensive. I boschi intorno a Torino furono tagliati per impedire che si formassero dei rifugi utili al nemico, mentre il selciato delle strade della città fu divelto per evitare il pericolo delle schegge provocate dalle cannonate e fu ammassata una grande quantità di viveri sufficiente ai soldati e alla popolazione per almeno quattro mesi.

Il 12 maggio di quello stesso anno (1706) l'esercito francese, forte di 78 battaglioni e di 8 squadroni, complessivamente composto di 60.000 soldati, pose l'assedio alla città di Torino, accampandosi nel triangolo formato da Venaria, Lucento e Regio Parco.

L'esercito piemontese contava, sino a quel momento, soltanto 6.600 unità più 5.000 uomini appartenenti alla milizia urbana.

Il divario era enorme, la differenza di potenziale umano e di mezzi bellici era tale da rendere la situazione dei piemontesi disperata. Eppure bisognava resistere: era in palio la sopravvivenza di Torino e l'autonomia del Piemonte. Tutto dipendeva dalla capacità di tenuta dei piemontesi, dall'eroismo dei soldati, dal coraggio della popolazione e dall'aiuto promesso dall'Austria, con l'invio di un esercito forte di 28.000 soldati sotto il comando del Principe Eugenio di Savoia-Carignano.

Per quattro mesi Torino fu bombardata: sulla città piombavano fino ad oltre 8.000 cannonate al giorno. Fu durante questi quattro mesi di assedio che si verificarono fatti di grande eroismo da parte della popolazione e dei soldati. Il 28 agosto 1706 avveniva l'incontro del Principe Eugenio con l'allora duca Vittorio Amedeo II di Savoia (poi Re di Sicilia dal 1713 e primo Re di Sardegna dal 1720). I due condottieri salirono sul colle di Superga per esaminare meglio, da quell'altura, il campo di battaglia. Constatarono che lo schieramento nemico presentava punti deboli nella zona tra la Dora Riparia e la Stura.

Giunsero alla conclusione che solo convogliando gli attacchi in quella zona ci potesse essere una possibilità di successo.

Il voto alla Madonna

Pochi giorni dopo, il 2 settembre, il duca Vittorio Amedeo II e il Principe Eugenio decisero di recarsi una seconda volta sul colle di Superga.

È in questa occasione che, secondo le fonti storiche, i due entrarono insieme nella chiesetta sita sul colle, che fungeva allora da parrocchia per i pochi fedeli della collina. Lo storico Felice Pastore afferma che in quella circostanza, durante una celebrazione eucaristica, il Duca e il Principe si accostarono ai sacramenti; poi venne cantata solennemente l'Ave Maris Stella. Giunti al versetto «monstra Te esse Matrem» (mostra di essere madre) Vittorio Amedeo II si prostrò ai piedi della statua (quella venerata tutt'oggi nella cappella detta del voto) e fece voto che se la Vergine Maria gli avesse fatto ottenere la vittoria, avrebbe fatto costruire, in quel luogo posto sulla cima del colle di Superga, un magnifico tempio a Lei dedicato.

Notevoli sono le testimonianze sull'esistenza del voto. Il Carbonieri asserisce: «che la notizia del voto fu già raccolta dai viaggiatori che visitarono Superga durante i lavori: Breva, Selhouette, Kejssler. D'altronde che di voto si trattasse è opinione di scrittori settecenteschi, come il Craveri (1753).

Al voto fanno riferimento anche il discorso funebre per Vittorio Amedeo II del vescovo di Alessandria Francesco Giuseppe Arborio di Gattinara, l'11 dicembre 1732, nonché l'epigrafe posta sopra la porta principale all'interno della Basilica di Superga»:

Virgini Genitrici Victorius Amedeus, Sardiniae Rex Bello Gallico, vovit / Et pulsis hostibus fecit, dedicavitque ("Alla Vergine Madre di Dio Vittorio Amedeo, Re di Sardegna nella guerra contro i francesi, fece voto e cacciati i nemici costruì e dedicò questo tempio").

Tuttavia siamo sempre nel campo delle ipotesi, per cui rimane incerto il luogo, quando e come Vittorio Amedeo II proferì il voto. Lo stesso Nino Carboneri nel suo libro, La real Chiesa di Superga di Filippo Juvarra, suffraga la storia del voto ma poi precisa: "Il catalogo del Sacchetti annota sotto il 1715: «Disegno con un modello per la Real Chiesa e convento sopra il monte di Superga, tre miglia distante da Torino, edificato con pietre di taglio e marmi in macchina e sculture». La data corrisponde probabilmente ai primi studi juvarriani, più che all'esecuzione del modello di cui si dirà in seguito. Si apriva dunque una pagina decisiva dopo la lunga fase preliminare, nel corso della quale, il 27 gennaio 1714, Vittorio Amedeo II, aveva spedito da Palermo, capitale del nuovo regno, tre progetti del primo architetto Antonio Bertola per un convento di religiosi contemplativi "sopra il monte di Soperga", uno di questi comprendeva una chiesa "ovata" da costruire lungo il declivio verso Torino."

"Quando il 2 gennaio 1716, Vittorio Amedeo II comunica al sindaco e al consindaco di Torino, in visita alla Venaria Reale, il proposito di stabilire sovra li monti di Superga una casa religiosa, già si allude alla sede definitiva, sul luogo cioè dell'antica chiesa di patronato della Città: la rinuncia di tale diritto rese possibile una completa demolizione dell'edificio e lo spianamento del terreno sottostante, nella misura richiesta dal progetto juvarriano".

«La tardiva decisione di erigere un tempio grandioso sulla vetta di Superga indusse il Rondolino e il Casanova a negare qualsiasi attendibilità alla tradizione secondo cui il voto sarebbe stato formulato sul posto dal duca il 2 settembre 1706, alla vigilia della battaglia di Torino, specificando il luogo prescelto per il suo adempimento; proverebbe indirettamente l'assunto dei due una lettera del Beato Sebastiano Valfrè al duca, del 13 febbraio 1707, con riferimento a una chiesa da farsi "nella cittadella, o a Soperga, o in altro luogo": leggenda popolare, dunque, fatta propria dalla storiografia ottocentesca, in special modo da Pastore e dal Saluzzo».

La vittoria

I due principi scesi dal colle misero in esecuzione il loro piano di battaglia. La sera del 6 settembre l'esercito piemontese era tutto schierato alle spalle dì quello nemico fra la Dora Riparia e la Stura.

La mattina del 7 settembre 1706 alle ore 10 iniziò la battaglia.

Lo scontro fu tremendo, con perdite ingenti da ambo le parti, però l'esercito piemontese ebbe la meglio; quello francese fu definitivamente sconfitto. La vittoria liberava Torino e la popolazione da tutte le sofferenze, il Piemonte aveva acquistato in un giorno la sua autonomia. La popolazione, venuta a sapere del voto del Duca, attribuì la vittoria all'intercessione della Madonna. Una vittoria inaspettata suscitò in tutti una gioia e un entusiasmo incontenibile. Le sofferenze subite erano state troppe, ora finalmente la liberazione. L'incubo della paura e della morte era scomparso provocando nell'animo di tutti un sollievo indicibile.

I festeggiamenti per la vittoria

S'iniziarono i festeggiamenti che furono solenni. Torino appariva trasformata, bandiere e drappi sventolavano da ogni parte. Sulla cittadella, segnata dai bombardamenti, sventolava una grande bandiera con al centro lo stemma di Vittorio Amedeo Il.

Torino non si limitò ai festeggiamenti di stato e di folklore, iniziò anche preghiere di ringraziamento in tutte le chiese specialmente alla Consolata. Ma come spesso succede, passati i giorni di euforia e ognuno ritornato alle proprie faccende con il pericolo ormai scampato, si dimenticano anche le promesse fatte. Per questo, alcuni storici, accusano Vittorio Amedeo Il di essersi dimenticato del voto fatto.

A ricordarglielo fu il beato Sebastiano Valfrè, il quale, quattro mesi dopo la liberazione, in data 13 febbraio 1707, scriveva a Vittorio Amedeo: «... ad honor della Vergine potrebbe V.A.R. dedicare la chiesa che farà nella cittadella, o a Soperga, o in un altro luogo». Questo scritto indica il desiderio del Valfrè di erigere a titolo di ringraziamento una chiesa; se non era possibile a Superga andava bene anche in un altro luogo, purché si facesse.

È tuttavia ragionevole pensare che il lungo periodo che trascorse dalla liberazione (1706 al 1716) alla realizzazione del voto, sia dovuto non alla dimenticanza del Duca, ma alle condizioni disastrose in cui si trovava Torino. Non dimentichiamo che la città e il Piemonte uscivano da una lunga guerra, da tante scorribande e rapine. L'erario statale e la cassa ducale erano completamente vuote. La riserva monetaria non esisteva più, tutto era andato a sostenere le spese della guerra. Inoltre bisognava fare prima le cose essenziali, ricostruire la città danneggiata dai bombardamenti, rifare le strade, le case, le chiese danneggiate o lesionate, portare via le macerie, disfare i cunicoli sotterranei, togliere le barricate; un lavoro certamente lungo e costoso per quel tempo. Ricostruita Torino, il Duca pensò poi a mantenere il voto fatto.

La costruzione della Basilica di Superga
L'inizio del lavori

I lavori di costruzione della chiesa furono affidati da Vittorio Amedeo II di Savoia all'abate siciliano Filippo Juvarra.

La fama di architetto Juvarra la ottenne con la venuta del duca in Sicilia, divenendo "architetto della real casa". Quando Vittorio Amedeo II, dopo aver assunto il titolo di re, lasciò definitivamente l'isola (1714), portò con sé a Torino anche l'abate Juvarra. A Torino l'attività dello Juvarra assunse un ritmo frenetico e travolgente che si manifesta nelle linee architettoniche di molti edifici cittadini e dei dintorni. Non si limitò a lavorare solo per i Savoia, ma lasciò l'impronta del suo estro e della sua abilità in tutta l'Italia e anche all'estero.

L'abate, figlio di una famiglia di orafi, nacque a Messina nel 1678, ereditando il gusto sopraffino dell'ornamento, del particolare, nell'architettura ardita e geniale. Era suddito spagnolo e già a 21 anni diede prova della sua versatile abilità nel creare le decorazioni e le architetture per celebrare e festeggiare la proclamazione di re Filippo V. Si ritrovò suddito del regno sabaudo, quando nel 1713, il trattato di Utrecht sancì la fine della guerra di Successione spagnola portando la Sicilia sotto il dominio piemontese.

Lo scavo del colle

Juvarra aveva elaborato un progetto di costruzione ma il colle di Superga come era geograficamente costituito non dava la possibilità di realizzarlo. Bisogna quindi scavare il colle, abbassandone la cima. Nel maggio del 1716 iniziarono i lavori di demolizione della vecchia chiesa e il conseguente abbassamento. Si trova conferma della data dei lavori dalla firma del contratto e dalla prima rata di lire 50 000, pagate il 7 maggio 1716 dalla tesoreria di stato. Non si trovano nei documenti né il giorno né il mese in cui Vittorio Amedeo diede ufficialmente l'incarico allo Juvarra di effettuare i lavori, certamente nei primi mesi dell'anno 1716, poiché troviamo in quel medesimo anno che era già stato pagato il falegname Carlo Maria Ugliengo, per avere effettuato il modello della basilica e del fabbricato annesso (bozzetto in legno che si conserva ancor oggi a Superga). Questo pagamento spiega con evidenza che in quel periodo lo Juvarra aveva già portato a termine il suo disegno.

L'abbassamento del colle fu compiuto con molta celerità. Con i mezzi a disposizione (picconi, pale, carriole) è sorprendente constatare che nell'arco di un anno 100 operai riuscirono ad abbassare il monte di 40 metri. Nello scavo intervenne anche Juvarra, con una sua descrizione dettagliata nella quale spiega come eseguire il lavoro di scavo e si raccomanda di conservare il materiale scavato, in modo da poter essere eventualmente utile alla costruzione.

Nel corso dei lavori risultò che l'area occupata dall'antica chiesa e i terreni ceduti dal comune, non erano sufficienti a formare un piazzale con le dimensioni richieste dallo Juvarra. Il Regno fu costretto a comperare altri appezzamenti di terreni da alcuni privati, tra i quali uno di proprietà della Compagnia del SS. Rosario, firmarono il contratto di vendita i signori Rocco Nicola e Bertoglio Giovanni, priori in quell'anno. Mentre le squadre degli operai lavoravano allo scavo, la grande quantità di materiale utile alla fabbrica (pietre, mattoni, marmi, legnami ecc.), che proveniva da luoghi diversi, veniva depositata ai piedi della salita che porta al colle, per cui la località venne chiamata "Sassi", nome con cui ancor oggi è conosciuta dai torinesi.

La posa della prima pietra

Terminato lo scavo del colle, il 20 luglio 1717 venne deposta la prima pietra sotto il grande pilastro che divide la sacrestia dalla cappella dedicata alla beata Margherita di Savoia, con un'iscrizione in latino incisa su una lastra di marmo bianco e coperta con un'altra dello stesso marmo. L'iscrizione dice:

Alla cerimonia era presente il marchese Ignazio Giovanni Battista Isnardi di Caraglio, governatore di Torino, in rappresentanza del Re. La cerimonia si svolse con una messa celebrata dal vicario generale del Capitolo, il canonico Domenico Tanfo. Al termine della messa vennero lette le preghiere rituali della benedizione. In quella occasione, il Re, con «regio biglietto», ordinò di elargire allo Juvarra una gratifica di lire mille. I lavori della costruzione iniziarono subito dopo la posa della prima pietra.

Il materiale usato era quasi tutto di provenienza locale, perché era difficile, in quell'epoca, acquistare e trasportare materiale edile dalle altre regioni d'Italia o da altri stati. Le cave di marmo maggiormente sfruttate erano quelle di Frabosa, Gassino, Rossasco, Foresto; invece l'onice veniva estratto dalla cava di Busca-Dronero. Dalla cava di Frabosa, essendo la più lontana da Torino, il trasporto o «le condotte» si svolgevano in due tempi; prima fino a Chieri e poi da Chieri a Superga. I blocchi di marmo venivano generalmente abbozzati e talvolta lavorati sul posto, poi trasportati su carri a Superga. La sabbia veniva scavata e tolta presso la confluenza del Po con la Stura di Lanzo. La calce e i mattoni venivano preparati sul colle.

È opportuno far notare a questo riguardo la difficoltà di trasportare il materiale da Sassi a Superga, poiché la strada non era agevole come quella di oggi: essa faceva un diverso percorso, si dirigeva verso Tetti Bertoglio per poi arrampicarsi sul colle. Era, come si legge nelle cronache del tempo, una strada stretta, disagevole, alpestre, che, durante il periodo delle piogge, diventava impraticabile. Troviamo nei conti della tesoreria somme di denaro più volte pagate per ripararla: eppure la maggior parte del materiale, persino l'acqua, è transitata su quella strada. Il Pastore dice che i Reali, quando si recavano a Superga, non passavano mai da questa strada, bensì da Chieri. Quella attuale fu fatta più tardi, al tempo di Carlo Emanuele III. Le cronache dicono che i lavori iniziarono verso la fine del 1755 e finirono solo nel 1760, perché ebbero un rallentamento a causa di un contenzioso sorto tra il curato Carlo Rosso e i Reali per l'esproprio di una casa.

Non si ha, dagli archivi del tempo, una dettagliata descrizione progressiva dei lavori compiuti nella costruzione della basilica; tuttavia si può ricostruire tutto l'andamento della fabbrica consultando i registri di pagamento della tesoreria, poiché i pagamenti venivano fatti a lavoro «compiuto e collaudato» o «a mira del travaglio che si andarà facendo». Questo lavoro di comparazione l'ha compiuto egregiamente Nino Carboneri nel suo colossale volume La Real Chiesa di Superga di Filippo Juvarra.

L'inaugurazione della Basilica

Verso la fine dell'anno 1730 la chiesa era quasi completata: mancavano solo alcune rifiniture molto marginali; anche il caseggiato destinato ad accogliere i convittori era finito, arredato e reso abitabile. Mancava da terminare la residenza del Re (la parte rimasta incompiuta) e a questa si sarebbe pensato in seguito; non se ne fece nulla ed è rimasta così com'era allora. Lo stesso Vittorio Amedeo II, che nel frattempo aveva abdicato il 13 settembre 1730 in favore del figlio Carlo Emanuele III, scriveva da Chambéry al marchese d'Ormea (17 dicembre 1730): «... abbiamo tutta la soddisfazione d'intendere che nel prossimo aprile si consacri la chiesa e si apra il convitto di Soperga». Sorsero però delle difficoltà che costrinsero a dilazionare l'inaugurazione. Non si conoscono con esattezza le cause (forse furono dovute alla nomina del preside e dei convittori), tuttavia il 23 ottobre 1731 Carlo Emanuele III poté nominare i dodici convittori e stabilire la data dell'inaugurazione. Da un documento attendibile si apprende che il giorno 30 ottobre 1731 tutti i convittori con il preside Cerretti erano radunati a Superga.

La sera del 31 ottobre il grande elemosiniere del Re, Francesco Giuseppe Arborio di Gattinara, benediceva la chiesa alla presenza dell'architetto Juvarra. Il giorno seguente, 1º novembre 1731, la chiesa veniva aperta al pubblico con una solenne celebrazione. Alla cerimonia erano presenti il re Carlo Emanuele III, lo Juvarra, i convittori, le autorità civili e numeroso pubblico; mancava solo Vittorio Amedeo II, l'ispiratore e l'ideatore della Basilica, perché il figlio non gli permise di essere presente all'inaugurazione del più bel monumento costruito a Torino, lasciandolo relegato nella residenza di Chambéry.

La consacrazione della basilica venne compiuta il 12 ottobre 1749 dal cardinale Delle Lanze. Non si può stabilire con esattezza la cifra che si spese per tutta la costruzione di Superga, perché nei registri di pagamento della tesoreria di stato alla voce «Soperga» furono aggiunte anche somme di denaro pagate per lavori eseguiti in altre località, per esempio Rivoli, Venaria, ecc. tuttavia un calcolo approssimativo farebbe pensare a circa due milioni di lire antiche del Piemonte.

I sotterranei della basilica ospitano parte delle Reali Tombe della famiglia Savoia.

Gli eventi successivi

Intanto il 26 agosto 1730 fu fondata la "Reale Congregazione della Madonna di Superga", che nel 1833 prese il nome di Accademia ecclesiastica di Superga. Fu soppressa il 29 maggio 1855.

Nel 1800 (anno VII della Repubblica) si era avanzata l'ipotesi di trasformare la basilica in un "Tempio della riconoscenza". Le tombe dei Savoia, che erano ivi tumulate, rischiavano di essere traslate altrove per lasciar posto alle ceneri dei piemontesi caduti al fianco dei giacobini: nulla di ciò venne effettuato.

1799: il Comitato dei 25 decreta la spogliazione della Basilica di Superga.

Il 7 gennaio 1799 nevicava e violente folate di vento obbligavano i torinesi che la mattina uscivano di casa a camminare lungo i muri degli stabili. Dobbiamo immaginare il loro stupore alla lettura di un manifesto che, in molte copie, era stato affisso nella notte. Eccone il testo: «Saranno tolte dalla Basilica di Superga e dal sotterraneo tutte le insegne e le iscrizioni donde si possa ricavare memoria della causa della sua erezione e dei Re che la consacrarono al loro fasto. Il sotterraneo sarà mondato dalle ceneri dei Re e dei Principi in esso raccolte. In luogo delle insegne principesche e delle divise reali, saranno collocati gli emblemi della libertà e dell'uguaglianza; il Tempio di Superga riceverà le ceneri dei patrioti piemontesi e degli uomini illustri».

Il decreto era stato emanato il giorno prima e la disposizione, nella sua forma iniziale, prevedeva l'abbattimento della Basilica e solo l'opposizione di pochi aveva evitato il peggio. Nel Comitato che reggeva, anche se solo formalmente, il Piemonte (occupato dai francesi, ma non ancora giuridicamente unito alla Francia, come avverrà pochi mesi dopo e per pochi giorni) si litigò sulla dicitura del Decreto perché ricordare i "patrioti" e "gli uomini illustri", poteva far sembrare che i patrioti non fossero illustri.

I rivoluzionari piemontesi, in realtà, cercavano di imitare la convenzione francese che aveva, nel 1793, decretato l'abbattimento della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, dedicata poi, invece, alla Dea Ragione (impersonata dalla prima ballerina dell'Opera), disponendo, comunque, la rimozione delle statue dei Re di Giuda dalla facciata, nel timore che rappresentassero i monarchi francesi.

Per attuare l'epica impresa della spogliazione di Superga (che ricordava le vicende di Saint-Denis e di Hautecombe) venne organizzato un corteo di scamiciati, ma avvenne l'incredibile: il generale Grouchy, per ingraziarsi il quale la deliberazione era stata presa, dimostrò di avere più buon senso dei rivoluzionari piemontesi e vietò la profanazione del Tempio.

Nel 1884 è stata aperta una funicolare basata sul sistema Agudio che collegava la sommità della collina di Superga (a circa cento metri dalla Basilica) con il quartiere Sassi in Torino. La linea, lunga circa 3,1 km, è stata elettrificata e trasformata in tranvia a cremagliera nel 1934. La linea è tuttora in funzione con il materiale rotabile del 1934 (le motrici) e del 1884 (i vagoni).

Il 4 maggio 1949 avvenne la tragedia di Superga: l'aereo che trasportava la squadra del Grande Torino, in ritorno da Lisbona, si schiantò sul retro del complesso non lasciando sopravvissuti.

Nel luglio del 2017, in occasione dei 3 secoli dalla posa della prima pietra, l'istituto nazionale per la guardia d'onore alle reali tombe del Pantheon pose una lapide commemorativa all'interno della basilica.

Tra il 2018 e il 2019 la basilica è stata sottoposta a interventi di restauro.

Il 2 agosto 2021, dopo cinquantasette anni di gestione da parte dei Servi di Maria, l'arcivescovo di Torino monsignor Cesare Nosiglia ha affidato la basilica alle cure del SERMIG.

L'11 luglio 2024 è stato siglato il protocollo d'intesa finalizzato al completo rilancio del sito monumentale e al potenziamento del suo valore sociale e culturale, destinando € 15.000.000 per la riqualificazione di tutti gli ambienti interni ed esterni della Basilica, il restauro degli ambienti di pregio, la totale accessibilità degli spazi, la catalogazione e digitalizzazione dei volumi antichi della biblioteca reale, la realizzazione di un percorso interattivo museale e il potenziamento della mobilità verso il colle di Superga.

Il complesso
La Basilica

Come detto, nel 1731 venne inaugurata la basilica. Le dimensioni della chiesa risultano imponenti:

la lunghezza è di 51 m. mentre con la cupola risulta alta 75 m. Queste caratteristiche, combinate all'altezza del colle (672 m), la rendono visibile anche da grandi distanze ed in primo luogo da Torino. Allo stesso modo dal colle si ha un vasto panorama della città e delle Alpi.

La "fabrica di Soperga" ha soprattutto un significato di "potere": "il sito di costruzione e il progetto stesso della basilica, sono stati studiati e calcolati in modo da essere orientati in linea diretta con lo Stradone di Francia, sull’asse che collega il castello di Rivoli che, con la residenza reale di Venaria, costituiscono un triangolo ideale ma tangibile del potere di Casa Savoia. Questa visione che coniuga armonicamente forme, stili e ambiente, ispirata e voluta al centro dell’arco alpino che fa da corollario, esalta la nobiltà dell'architettura classicheggiante della grande chiesa che emerge maestosa fra il verde della collina; tutto è scenograficamente impeccabile, lungimirante, secondo il principio dinastico dell'arte al servizio del potere".

Scrive il Carboneri: «Il progetto della "fabrica" ha subito in fase esecutiva innumerevoli modifiche, tant'è che a progetto concluso e con il modello in legno ultimato, il Juvarra proseguiva gli studi per ulteriori modifiche strutturali e stilistiche. Comunque tra il 1719 e il 1721, la costruzione ha assunto quella che avrebbe dovuto essere la configurazione definitiva, già comprendente le modifiche più sostanziali: il pronao passa dalle quattro colonne iniziali alle otto definitive, tutte in marmo di Gassino, come quelle dei due campanili che sostengono le torri campanarie. Il convento o Casa dei Religiosi, si sviluppa su tre lati e dispone di un ampio cortile rettangolare che, nel progetto originario, era quadrato, in seguito ampliato per bilanciare, nelle proporzioni, lo sdoppiamento del pronao. Questo cortile interno che accoglie il chiostro, è circondato da una doppia serie di arcate che si snodano in una singolare visione di pieni e vuoti, il tutto, anche in questo caso, "alleggerito" dall'architetto in variante al progetto iniziale. Al centro del cortile un'elegante costruzione poligonale, col tetto a forma di pagoda, nasconde parzialmente l'apertura per la cisterna scavata nel 1727 e terminata dopo la morte dell'architetto, probabilmente su sue precedenti direttive».

Ma è la cupola il capolavoro di tecnica d'avanguardia: è costituita da due calotte, una interna e una esterna, divise da un'ampia intercapedine. Scrive Nino Carboneri: «Numerosi i vantaggi figurativi e pratici della doppia calotta adottata in extremis a Superga. Ne era convinto assertore il Fontana che esortava "li Direttori di simili nuovi Edificii ha disporli in modo habili a sostenere le due Cupole, che sogliono concedere non solo il migliore garbo, ma la difesa magiore d'essi contro l’ingiurie de' tempi"».

La basilica si articola attorno a una chiesa dalla pianta circolare, sormontata da una grande cupola di gusto barocco, preceduta da un pronao sorretto da otto colonne corinzie di ispirazione classica (Pantheon di Roma). Tale influenza si nota anche nell'impostazione a pianta centrale. Ai lati del corpo centrale si elevano due campanili, nei quali è possibile riscontrare l'influenza del Borromini.

L'interno, di pianta a croce greca, è decorato da sculture eseguite da Agostino Cornacchini e Bernardino Cametti e da due quadri, rappresentanti San Luigi e San Maurizio, di Sebastiano Ricci. Alcuni lavori residui si protraggono oltre il 1731; nel 1735 il Juvarra è a Madrid fin dal mese di aprile, poi scompare da Superga dopo ben vent'anni di presenza quasi ininterrotta.

C'è un particolare colorito ma indicativo che riguarda lo stretto rapporto che intercorreva fra lo Juvarra e l'esercito di artigiani impegnati nei lavori, dei veri specialisti, quali: piccapietre, riquadratori, trabuccanti, stuccatori, fabbri, muratori e molti altri, quasi tutta gente del luogo che parlava un piemontese stretto. La frase si trova nel capitolo: Bilanci e calcoli di spese, a pag. 53 del libro del Carboneri: Sabie per la detta fabrica. «La sabbie saranno misurate e abaronate sul posto di detta fabbrica…». Il verbo piemontese "abaronare" (in italiano "ammucchiare"), ha una storia singolare che riguarda il rapporto linguistico, a volte difficile, fra l'architetto siciliano e gli operai piemontesi. Lo Juvarra ascoltava cercando di capire i termini anche tecnici relativi al lavoro, una frase ripetuta più volte, esempio: foma (o pijoma) 'n baron ëd sabia, che in italiano vuol dire: "facciamo (o prendiamo) un mucchio di sabbia", dava a intendere all'architetto che baron, in piemontese, significasse una misura di peso, un termine che si trova nei capitoli dei Conti e Bilanci e calcoli di spese. Un aspetto del Juvarra che dimostra la vicinanza alle maestranze, l'impegno e l'intelligenza eccezionale di un uomo veramente straordinario.

Il conte Felix San Martin vi fece numerosi esperimenti di caduta gravi da una altezza di 158 piedi e 8 pollici nell'ambito della ricerca sulla prova definitiva della rotazione terrestre nei primi mesi del 1791 e ne diede comunicazione al corpo accademico il 1° maggio [Luigi Pepe, "Copernico e la questione copernicana in Italia ISBN 88 222 4392 7]

La Cripta Reale

In Superga, per volontà di Vittorio Amedeo III, furono tumulati alcuni membri della Casa Savoia.

Le spoglie sono conservate in una cripta sotterranea riccamente decorata, oggi visitabile.

Tra i feretri presenti, quelli di Vittorio Amedeo II e, all'opposto della sala, di Carlo Emanuele III (padre e figlio, sempre in contrasto tra di loro).

Carlo Alberto e Vittorio Emanuele I sono anch'essi ivi tumulati. Una lapide commemora invece Carlo Felice di Savoia, che preferì essere sepolto ad Altacomba.

Il convento, la sala dei Papi e gli appartamenti reali

Sul retro della basilica è presente il convento ove risederono, dal 1966 al febbraio 2015, i padri dell'Ordine dei Servi di Maria (fino all'età napoleonica era affidato alla Reale Congregazione di Superga, dopo la Restaurazione e fino al 1951 sarà affidato ad un "prefetto della reale basilica" assistito da un proprio clero in quanto chiesa palatina). Dal chiostro del convento si accede alla sala dei Papi presso cui è conservata l'unica raccolta al mondo di ritratti su tela di tutti i pontefici della storia, da san Pietro in avanti. La sala ov'essi sono esposti li espone in ordine cronologico lungo tutte le pareti. Sempre qui si trovano anche i ritratti degli antipapi, e tra essi Felice V, al secolo Amedeo VIII di Savoia.

Dal convento si accede inoltre agli appartamenti reali, prestigioso punto di ristoro per la famiglia reale in visita alla basilica.

Monumento a Umberto I

Esternamente alla cappella di Superga, sul piazzale a destra della chiesa, si trova un monumento dedicato alla memoria del re Umberto I di Savoia, ucciso in un agguato, il 29 luglio 1900 a Monza, dall'anarchico Gaetano Bresci. Tale monumento, commissionato dal figlio Vittorio Emanuele III allo scultore milanese Tancredi Pozzi, consiste in una colonna corinzia di granito con un capitello in bronzo sulla quale si trova un'aquila trafitta da una freccia, con chiaro intento allegorico alla morte del sovrano. Alla base della colonna si trova invece la statua di un guerriero celtico che simboleggia la città di Torino, che punta una mano verso il cielo e la spada verso uno scudo di Savoia e il collare dell'Annunziata.

Il monumento fu inaugurato ufficialmente il 7 maggio 1902.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Indirizzo
Strada comunale alla Basilica di Superga 73
Orari
Mar 01-Oct 31: Mo,Tu,Th,Fr,Sa,Su 10:00-13:30,14:30-18:15; We off; Nov 01-Jan 31: Sa,Su,PH 10:00-13:30,14:30-17:15; Feb 01-28: Su,PH 10:00-13:30,14:30-17:15
Telefono
+39 011 8997456
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.basilicadisuperga.com

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Reale di Torino

Museo religioso · Torino

Palazzo Reale di Torino

Il Palazzo Reale di Torino è la prima e più importante tra le residenze sabaude in Piemonte, teatro della politica degli Stati sabaudi per almeno tre secoli.

È collocato nel cuore della città, nella Piazzetta Reale adiacente alla centralissima Piazza Castello, da cui si dipartono le principali arterie del centro storico: via Po, via Roma, via Garibaldi e via Pietro Micca.

Leggi tutto su Palazzo Reale di Torino (2.588 parole)

Rappresenta il cuore della corte sabauda, simbolo del potere della dinastia e, congiuntamente alle altre dimore reali della cintura torinese, come la reggia di Venaria Reale, la Palazzina di caccia di Stupinigi o il castello del Valentino, è parte integrante dei beni dichiarati dall'UNESCO quali Patrimonio dell'umanità.

Nel 2016 confluisce nei Musei Reali insieme alla Galleria Sabauda, Armeria Reale, Biblioteca Reale, Palazzo Chiablese e Museo di antichità. Nel 2018 l'intero complesso, incluse le mostre ospitate nelle Sale Chiablese, è stato visitato da 515.632 visitatori.

Storia

Il palazzo, destinato a residenza ducale, venne progettato tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento da Ascanio Vittozzi. Alla morte di quest'ultimo, i lavori vennero affidati, durante la reggenza di Cristina di Francia, a Amedeo di Castellamonte. La facciata presenta una parte centrale affiancata da due ali più alte, secondo il progetto seicentesco di Carlo Morello. Le sale del piano nobile sono decorate dalle immagini allegoriche che celebrano la dinastia reale, realizzate dalle mani di diversi artisti. Alla fine del Seicento Daniel Seiter viene chiamato per affrescare il soffitto della Galleria, che verrà chiamata anche Galleria del Daniel, e Guarino Guarini edifica la Cappella della Sindone per ospitare la preziosa reliquia.

Nel Settecento viene chiamato, per alcuni interventi di modifica, l'architetto Filippo Juvarra. Egli realizza per il Palazzo la Scala delle Forbici costituita da doppie rampe e il Gabinetto Cinese decorato dagli affreschi settecenteschi di Claudio Francesco Beaumont, artista di corte durante il regno di Carlo Emanuele III. Sempre Juvarra redigerà il progetto e relativi disegni, del magnifico "Gabinetto per il Segreto Maneggio degli Affari di Stato". Un ambiente, altamente decorato sia nella volta, con le pitture di Claudio Francesco Beaumont, sia nelle boiserie, con specchi e legni intagliati e dorati. Inoltre nello stesso ambiente, si trovano i due grandi mobili dell'ebanista Pietro Piffetti. I due mobili, uno di fronte all'altro, sono alti più di 3 metri e sono realizzati con legni pregiati, avorio, madreperla e decorazioni bronzee. Nel piccolo vano attiguo che prende il nome di "andito al Pregadio", si trovano i magnifici pannelli dipinti da Carlo Andrea Van Loo.

Nell'Ottocento i lavori di restauro e modifica vengono affidati a Ernesto Melano e Pelagio Palagi che si ispirano all'antichità e alla cultura egizia. Il Palagi realizzò la grande cancellata con le statue di Castore e Polluce, che chiude la piazza antistante il Palazzo. Poco dopo l'Unità d'Italia viene realizzato lo Scalone d'Onore sul progetto di Domenico Ferri. La volta dello Scalone d'Onore è dipinta da Paolo Emilio Morgari e rappresenta l'apoteosi di Re Carlo Alberto e del duca Emanuele Filiberto. Trasferita la capitale a Roma, il Palazzo si trasforma da abitazione a Museo pubblico. Il Giardino venne riprogettato a fine Seicento da André Le Nôtre con vari bacini e suggestivi sentieri ornati da fontane e statue. Il Giardino venne negli anni risistemato e restaurato da diversi architetti.

La balaustra è opera di Giovanni Battista Casella "de Monora" e di Mattia Solari (1660).

Origini della dimora

Il palazzo fa parte di un complesso di edifici siti nel centro cittadino, che si possono annoverare, certamente, tra i più antichi e ricchi di fascino di Torino: è prossimo al sontuoso Palazzo Madama, uno dei più singolari connubi tra arte antica, medioevale, barocca e neoclassica che si ricordino. A questo proposito, Palazzo Reale è di origini, se non paragonabili per epoca al ben più remoto Palazzo Madama, quantomeno molto precedenti di quel che l'austera facciata possa far sembrare: in origine, l'edificio era adibito a palazzo vescovile, fino almeno al XVI secolo, cosa che ne fa presupporre una fondazione ben più remota.

Il fasto della dimora vescovile può essere solo immaginato, in quanto ben poco si è salvato del periodo precedente al Cinquecento: in ogni caso, doveva avere un fascino ed una magnificenza superiori al già celebre Palazzo Madama se, al momento di trasferire la sede ducale da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto I di Savoia lo scelse come sua personale dimora, cacciandone il legittimo proprietario, dopo aver passato qualche anno nell'adiacente castello di Palazzo Madama, poco consono, forse, per essere elevato a corte.

Fu così che il vescovo venne lasciato dimorare nell'attiguo Palazzo di San Giovanni, mentre la nuova residenza della corte divenne il Palazzo Ducale di Torino, un passaggio che segnò profondamente l'architettura della piazza e della città stessa: siamo nel Cinquecento, e la geografia urbanistica della capitale sabauda relega l'edificio al limitare del muro di cinta, facendone un facile bersaglio per un ipotetico assedio. Non a caso, quindi, sotto Carlo Emanuele II di Savoia si amplierà la città partendo proprio dal lato del palazzo, creando quindi via Po fino a piazza Vittorio Veneto.

Il periodo d'oro

Con la morte di Carlo Emanuele I di Savoia nel 1630, iniziamo a considerare la vera evoluzione del Palazzo, che al tempo del "Grande Duca" aveva visto ben poche modifiche, tra le quali si annovera un tempietto circolare interno. La parentesi di Vittorio Amedeo I di Savoia pone alla sommità del ducato una donna, Maria Cristina di Borbone-Francia, definita "Madama Reale", grande estimatrice di questi luoghi. Ed è, infatti, per sua volontà che, dopo i disastri provocati dall'assedio del 1640, che danneggiarono sensibilmente l'edificio, vennero ricostruiti gli ambienti, chiamando il grande architetto di corte Carlo di Castellamonte, col figlio Amedeo; essi realizzarono in gran parte la facciata e gli interni, anche se molti dei lavori che li contraddistinsero vennero, come si vedrà, vanificati dai successivi ritocchi al Palazzo, ordinati dagli stessi sovrani a partire dal 1722 in onore dei matrimoni, specie al secondo piano, dei loro primogeniti.

L'epoca d'oro, quindi, risale proprio ai grandi fasti successivi alla fine dei lavori di ricostruzione, e che potremo collocare già dal 1656, anno della fine dell'imponente e severa facciata di Amedeo di Castellamonte. Ma, se sotto l'austero regno di Vittorio Amedeo II di Savoia il lusso sembrò svanire dalla corte, ridotta per numero e molto censurata nei costumi e nelle frivolezze, ecco che dal 1722, anno del matrimonio di Carlo Emanuele, erede al trono con la principessa palatina Cristina di Baviera-Sulsbach, il lusso tornò ad imperversare nella dimora, almeno nel secondo piano, dedicato dal re di Sicilia al figlio: i lavori, in questa fase, furono diretti da Filippo Juvarra, e molto ancora venne realizzato in seguito all'abdicazione di Vittorio Amedeo, quando il nuovo sovrano si dedicò con estrema apertura alla vita mondana.

E, se per gli allestimenti dell'erede Carlo Emanuele venne chiamato a corte Filippo Juvarra, anche per i successivi matrimoni i sovrani non lesinarono sulla committenza: per le nozze di Vittorio Amedeo III con Maria Antonietta di Borbone-Spagna, venne incaricato Benedetto Alfieri, architetto di corte dal 1739, già rinomato in Piemonte come grande architetto. Poi, quando il secondogenito di Vittorio Amedeo III, Vittorio Emanuele, duca d'Aosta ottenne un'ala della residenza, furono Carlo Randoni e Giuseppe Battista Piacenza a ridisegnare le sale che oggi prendono il nome di Appartamenti del Duca D'Aosta.

Anche Carlo Alberto commissionò dei rifacimenti, per le nozze, questa volta, di Vittorio Emanuele II: l'architetto, molto amato da Carlo Alberto, fu Pelagio Palagi, già autore della grande cancellata, del 1835, visibile innanzi al Palazzo.

Il declino

Tra il 1799 e il 1815 la residenza ufficiale della famiglia reale e della corte, in esilio da Torino per via dell'occupazione napoleonica, passò temporaneamente al Palazzo Reale di Cagliari.

Con l'Unità d'Italia il Palazzo rimane sede della monarchia fino al 1865: di questi anni, e precisamente nel 1862, è il grande Scalone d'Onore, su progetto di Domenico Ferri, voluto da Vittorio Emanuele II per celebrare la nascita della nuova nazione e per rendere, così, degno di tale titolo regio anche il palazzo: in questo ampio ambiente, grandi tele e statue illustrano momenti e personaggi della storia sabauda.Con un ingente numero di arredi e di effetti personali, i Savoia si trasferirono quindi a Palazzo Pitti, a Firenze, lasciando la loro prima dimora a semplice alloggio per le loro visite a Torino.

Ulteriori lavori vennero eseguiti per le nozze di Umberto II di Savoia, nel 1930: la caduta della monarchia nel 1946 destinò questi ambienti all'oblio, tant'è che molte ali dovettero essere restaurate pesantemente, come quelle dei Duchi di Aosta al secondo piano.

Il Palazzo
Facciata

Così Vittorio Alfieri, riferendosi a suo zio, Benedetto Alfieri, apostrofa il muro esterno dell'edificio, verso la fine del settecento: quello che oggi vediamo, decisamente elegante, con la famosa cancellata del Palagi, è difatti diverso da come poteva apparire agli occhi dell'astigiano: l'apparenza austera del palazzo è in linea con l'architettura barocca, ma priva di fronzoli, di tutta la piazza. La sua facciata, lunga 107 metri ha un'altezza media di trenta metri, nulla in confronto alla scenografica maestosità della Palazzina di Caccia di Stupinigi, ma allo stesso tempo adatta allo scopo assegnato a questo edificio: il centro strategico da cui esercitare il potere.

Osservando la facciata del palazzo si nota subito la geometria e l'equilibrio dei due padiglioni laterali, a firma degli architetti Carlo di Castellamonte e Amedeo di Castellamonte, la simmetria è interrotta dall'elevarsi maestoso, sulla sinistra, della Cappella della Sacra Sindone, destinata a conservare uno dei gioielli più preziosi in mano a Casa Savoia, ovvero il Sacro Linteo.

Interni

Questa l'impressione che ebbe il conte Girolamo Orti nel visitare, nella prima metà dell'Ottocento, gli interni del Palazzo Reale, resi così sfarzosi dalla maestria degli artisti che si operarono nel corso dei secoli. Bastino alcuni nomi per avere il livello della raffinatezza raggiunta: Isidoro Bianchi, Claudio Francesco Beaumont, Rocco Comaneddi, Giuseppe Paladino, Francesco de Mura, Angelo Maria Crivelli, Giovanni (Johann) Carlone, Vittorio Amedeo Cignaroli, Leonardo Marini, Michele Antonio Milocco, Giuseppe Duprà, Massimo d'Azeglio, e poi Jean-Baptiste van Loo, Giuseppe Maria Bonzanigo, Pietro Piffetti, Luigi Cauda: il livello dei fregi, delle decorazioni, dell'arte in generale toccò qui alcuni dei più alti apici dell'epoca.

Primo piano

Definito generalmente primo piano nobile, esso è dominato da uno stile aulico, teso a sottolineare l'importanza della dinastia; particolare pregio rivestono alcuni ambienti, tra essi il Salotto Cinese, opera in buona parte di Beaumont, già attivo in quel periodo alla Grande Galleria, che poi prese il suo nome, all'Armeria Reale, l'imponente Galleria di Daniel, secentesca, affrescata dal viennese Daniel Seiter, la cui magnificenza rivaleggiava con la Galleria degli Specchi di Versailles, alla quale si ispirava prima di venir trasformata, sotto il regno di Carlo Alberto, in una quadreria con ritratti di personaggi storici, legati a casa Savoia.

Di grande pregio anche l'Appartamento d'Inverno del Re e la Sala del Trono.

Secondo piano

Si accede al secondo piano grazie ad uno dei massimi capolavori dell'architetto Filippo Juvarra: la scala detta "delle Forbici", nella quale il messinese ci regala una delle sue trovate più geniali e, al contempo, fascinose: una imponente gradinata in marmo, che sembra librarsi verso l'alto con una voluta leggera e sinuosa, scarica tutto il suo peso sulle pareti adiacenti, quelle del muro esterno del palazzo, in modo da non gravare eccessivamente sul pavimento sottostante, realizzato in legno, un materiale che, quindi, difficilmente avrebbe sopportato il peso del marmo. Juvarra mantiene, in questo caso, le grandi finestre che si affacciano sul cortile retrostante al palazzo, in modo da dotare l'ambiente, per altro poco spazioso, di una fonte di illuminazione esterna efficace.

Appartamenti del Principe di Piemonte

Il secondo piano reca forte l'impronta, dovuta ai continui lavori commissionati dai sovrani per i loro primogeniti, il che accosta, in molte sale, stili e mode differenti a seconda delle epoche. Questi lavori di riallestimento, dovuti al gusto del momento, spesso danneggiavano, come già osservato, le opere preesistenti (emblematici, i soffitti, o gli affreschi); nel 1660 il pittore Giovanni Andrea Casella collaborò all'esecuzione del fregio della sala delle Virtù (detta poi degli Staffieri). L'ornamentazione a stucco dei vari locali si deve a Pietro Somazzi.

Per i matrimoni del 1722, del 1750 e del 1775 furono realizzati, quindi, riallestimenti che toccarono tutto il piano, prima che esso venisse condiviso con le stanze del Duca di Aosta. In particolar modo, si ricordano la grande Sala da Ballo, di tipica impronta alfieriana: la sala, decorata con grandi arazzi raffiguranti Storie di Don Chisciotte, è poi collegata con l'altrettanto fascinosa Piccola Galleria di Beaumont, che svolgeva la funzione di tramite con le ale di Vittorio Emanuele I.

Impronta tipicamente palagiana hanno invece le Tre Anticamere (Sala della Guardia del Corpo, Sala degli Staffieri, sala dei Paggi), e le sale adibite, nel Novecento, come stanze private della Principessa Maria José: soffitti e pavimenti, portando ancora traccia dei disegni dell'architetto preferito da Carlo Alberto di Savoia.

Appartamenti del Duca d'Aosta

Dominati dalle impronte di Piacenza e di Randoni, oltre che dalla sapiente manifattura di Bonzanigo, gli appartamenti ducali sono destinati a Vittorio Emanuele I, duca di Aosta, e alla consorte Maria Teresa. La loro dislocazione, nella pianta dell'edificio, li colloca nell'area a ridosso del palazzo dell'Armeria Reale.

Di rilevanza, in queste sale, è il piccolo Gabinetto Cinese, un crogiuolo di stucchi e di lacche orientali, sapientemente lavorate da Bonzanigo e dalla sua squadra per ricreare immagini tipiche del favoloso Oriente.

L'architettura

Gli stili caratterizzanti il palazzo sono tre: barocco, rococò e neoclassico. Ciò si deve ai principali architetti che operarono qui dall'epoca filibertina in poi:

Carlo di Castellamonte

Amedeo di Castellamonte

Filippo Juvarra

Benedetto Alfieri

Carlo Randoni

Giuseppe Battista Piacenza

Pelagio Palagi

Gli esterni

Gli esterni del palazzo, in Piazza Castello, si affacciano sulla maestosa scenografia della piazza disegnata dal Vittozzi, collegandosi agli altri edifici che, complessivamente, formano il grande corpo della reggia.La facciata, solenne, che si offre al visitatore da Piazza Castello non è quindi l'unica, ma certamente, oltre ad essere il corpo più importante, è anche quello più famoso. La grande cancellata, eretta in loco di un grande porticato poi distrutto, venne creata dal Palagi, ultimata con le pregevoli statuee dei due Dioscuri, fuse da Abbondio Sangiorgio. Dietro al palazzo, poi, si estendono i Giardini del Parco Regio.

I Giardini Reali

Siti all'estrema periferia di quella Torino che Emanuele Filiberto volle ergere a capitale del suo guerresco ducato, i Giardini Reali del Palazzo presero forma per ispirazione alle maggiori regge d'Europa, allora decorate con gli eleganti giardini, specie di idea toscana (basti pensare alle ville medicee).

Dietro a Palazzo Reale si estendono quindi i Giardini Reali e, quanto oggi visibile, è in gran parte opera dell'architetto André Le Nôtre. Il Le Nôtre, già attivo alla corte di Versailles, per committenza dei Borbone, rispecchiava quella che era una caratteristica dei giardini nobiliari europei, i giochi d'acqua e le prospettiva floreali. Già nell'epoca di Carlo Emanuele I e di Vittorio Amedeo I il giardino aveva subito notevoli ampliamenti, ma è sostanzialmente dal tardo seicento che si avranno, con il lavoro del De Marne (che attuava i progetti del de Nôtre) i veri e propri splendori.

Triste degrado si ebbe durante il periodo napoleonico, durante il quale non mancarono le spoliazioni ed i saccheggi: tutto ciò ebbe termine nel 1805, a seguito della nomina del giardino a Parco Imperiale. Prima del ritorno dei Savoia, a seguito della Restaurazione, quel Giuseppe Battista Piacenza che già aveva lavorato per il secondo piano dell'edificio, ebbe l'incarico di restaurare le settecentesche statue raffiguranti le Stagioni e i grandi vasi celebrativi provenienti dalla Reggia di Venaria Reale, e sostanzialmente questa fu l'ultima grande modifica che subì il giardino: ancora qualche statua venne posta verso fine Ottocento, quando per volontà di Vittorio Emanuele II si posero qui le raffigurazioni marmoree di Amedeo VI di Savoia, Vittorio Amedeo I e Vittorio Amedeo II, ma lo spostamento della capitale a Roma ridusse drasticamente l'importanza del luogo.

Informazioni pratiche

Orari
Tu-Su 09:00-19:00; Mo 10:00-19:00
Telefono
+39 011 4361455
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museireali.beniculturali.it

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja

Palazzo cittadino · Torino

Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja

Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja sono un complesso architettonico e storico situato nella centrale Piazza Castello a Torino. È patrimonio mondiale dell'umanità UNESCO, come parte del sito seriale Residenze Sabaude. Nel palazzo ha sede il Museo Civico d'Arte Antica.

Si tratta di un connubio di duemila anni di Storia di Torino, da antichissima porta orientale della colonia romana di Julia Augusta Taurinorum a casaforte difensiva, quindi a Castello vero e proprio, simbolo del potere sabaudo fino almeno al XVI secolo, quando venne preferito l'attuale Palazzo Reale, come sede dei duchi di Savoia.

Leggi tutto su Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja (1.470 parole)

La parte occidentale del primo complesso medioevale, fu poi chiamato Palazzo Madama perché fu dapprima abitato da Madama Cristina di Borbone-Francia, detta la "prima Madama Reale", nel periodo 1620-1663 circa, quindi da Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, detta la "seconda Madama Reale", nel periodo 1666-1724. Fu per quest'ultima che l'attuale facciata fu disegnata, nel 1716-1718, dall'architetto di corte Filippo Juvarra.

Storia
Da Porta romana a Casa-forte

Sito nel cuore di Torino, in quello che doveva essere il castrum Quadrilatero Romano, il complesso sorge su quella che, al tempo dell'antica colonia romana di Julia Augusta Taurinorum, era chiamata la Porta Praetoria (per altri storici era invece la Porta Decumana), dalla quale si accedeva al Decumano Massimo entrando dalla parte orientale. Qui infatti si aveva accesso alla città dal lato del Po, che andava, per la sua strategica posizione, difeso accuratamente; dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, la porta venne trasformata in una fortezza, atta alla difesa cittadina, vista l'ovvia importanza di tale via di comunicazione, anche se mantenne l'originaria funzione di varco con l'apertura nell'antico muro romano. Già nel IX secolo si attesta il nome di un secondo varco, chiamato Fibellona, di etimo incerto.

La primitiva fortificazione passò quindi ai marchesi di Monferrato nel XIII secolo, e questo fu il luogo dove, con buona probabilità, venne siglato il trattato tra Guglielmo V del Monferrato e Tommaso III di Savoia che prevedeva la liberazione del primo e la cessione di Torino dagli Aleramici ai Savoia. Era il 1280.

Passarono i secoli e la fortificazione di Porta Decumana passò in proprietà dei Savoia-Acaja (ramo cadetto dei Savoia) che nella prima metà del XIV secolo lo ingrandirono a castello: ciò avvenne per naturale discendenza dinastica, da Tommaso III a Filippo I, principe di Savoia e signore di Acaja, che da allora esercitò su Torino potere effettivo, facendo di questa casaforte il suo centro del potere.

Un secolo dopo è sempre un Acaja, Lodovico, a rimaneggiare il castello, facendogli assumere la forma quadrata con corte e portico, quattro torri cilindriche angolari, ancora oggi in parte riconoscibile su tre lati. L'estinzione del ramo d'Acaja vide il castello diventare una residenza per gli ospiti dei Savoia.

Residenza secondaria

Sia per la lontananza dalla vera capitale della contea e del ducato, Chambéry, sia per la sua posizione marginale anche nei domini piemontesi, il Castello degli Acaja ebbe un ruolo di secondaria importanza nel succedersi degli anni tra il XV e il XVI secolo. Designato quale residenza temporanea del duca nel corso dei suoi viaggi a Torino, fu alloggiato prevalentemente dagli ospiti di Casa Savoia: tra di essi, spicca la figura di Carlo VIII di Francia, che qui ebbe dimora il 4 settembre 1494, in occasione della sua discesa verso il Regno di Napoli.

Vi scelse poi dimora stabile la reggente Bianca di Monferrato, moglie di Carlo I di Savoia, durante il periodo di residenza torinese in occasione della minore età dell'unico figlio avuto dal marito, Carlo Giovanni Amedeo, morto poi prematuramente. Quando Carlo VIII giunse a Torino, Bianca, che allora abitava le stanze del palazzo, cedette i suoi appartamenti al re di Francia, ritirandosi nelle sale del palazzo vescovile (era allora vescovo Domenico della Rovere): nel 1497, al fine di rendere più agevoli gli spostamenti col futuro Palazzo Reale, venne creato un collegamento tra i due edifici tramite una galleria, oggi in fase di recupero.

Corte dei Savoia

Fu abitato per breve periodo da Emanuele Filiberto di Savoia, che ne voleva fare la residenza dei duchi dopo aver spostato la capitale da Chambéry a Torino. Ritenendo però il futuro Palazzo Reale più idoneo alla sua figura, riportò il Palazzo Madama alla sua vecchia funzione di edificio per gli ospiti. Dal 1578, comunque, (in occasione di matrimoni importanti o di festività solenni) i Savoia esposero da Palazzo Madama il Sacro Lino.

Sede di membri della famiglia reale, non del diretto ramo dinastico, fu anche sede di spettacoli e di rappresentazioni, atti a celebrare grandi eventi quali, ad esempio, matrimoni: è il caso delle feste per le nozze di Carlo Emanuele I di Savoia, nel 1585, quando venne messo in scena Il pastor fido di Giovanni Battista Guarini.

L'anno 1637 è una pietra miliare nella storia di Palazzo Madama: la reggente del duca Carlo Emanuele II di Savoia, Maria Cristina di Borbone-Francia, volendo sottrarsi all'aria pesante della corte, lo elegge come sua residenza. Non appena insediata, commissiona importanti lavori ristrutturali, come la copertura della corte (che ancora oggi si eleva un piano al di sopra del resto della costruzione) e l'ammodernamento degli appartamenti interni.

Sessant'anni più tardi, un'altra donna forte di casa Savoia, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours (reggente di Vittorio Amedeo II di Savoia) abiterà questo palazzo e a lei si deve l'aspetto attuale e parte del nome del palazzo stesso, sede delle reggenze di due "Madame Reali".

Le tracce dell'antico castello medioevale dovevano venir cancellate o, almeno, nascoste: così, per esempio, venne rimosso l'antico ponte levatoio, ancora presente fino al 1686, dal lato ovest. Vennero chiamati ai lavori di restauro Carlo e Amedeo di Castellamonte, assieme al pittore Guglielmo Caccia.

Filippo Juvarra progettò per la reggente un magnifico palazzo barocco in pietra bianca. Il progetto però non fu mai concluso - come capitò spesso nella storia dei palazzi dei Savoia - e dopo il completamento dell'avancorpo nel 1721 non si fece altro.

Basta comunque questo scenografico ingresso per ammirare il grandioso progetto juvarriano: sopra un piano a bugnato si eleva alto un corpo con grandi finestroni scandito da colonne e lesene d'ordine composito che sorreggono una trabeazione scolpita sormontata da un'elegante balaustra decorata con vasi e statue anch'esse di marmo bianco.

L'interno contrappone invece una leggerezza quasi arcadica data soprattutto dalla luce che penetra dai tre lati finestrati e presenta quattro colonne centrali che sorreggono la volta della scala monumentale che porta al piano superiore. I finestroni, oltre a dare grande luminosità allo scalone d'ingresso, permettevano al popolo antistante al palazzo di partecipare visivamente alle grandi feste barocche.

La maschera barocca non nasconde l'antico castello medioevale ma gli dona importanza e ufficialità, quale simbolo di potere. Dalla morte dell'ultima Madama Reale, che s'innamorò di esso, subì pesanti rimaneggiamenti dovuti ai diversi usi che se ne fece, da commissariato di polizia a sede del governo provvisorio francese nelle campagne napoleoniche.

Epoca moderna

Il ritorno dei Savoia, a Torino e nel Piemonte, permise una nuova vita al palazzo: sede dei Comandi Militari, il luogo venne adibito a osservatorio astronomico dal 1822 e ancora per gran parte del secolo si poté osservare, sulla sommità dell'edificio, una curiosa cupoletta per le osservazioni scientifiche: essa venne poi spostata successivamente in collina.

Carlo Alberto riconsiderò l'edificio, facendolo sede della Pinacoteca Regia (poi Galleria Sabauda), dal 1832 (fino al 1865) e successivamente anche del Senato Subalpino dal 1848 (fino al trasferimento a Firenze in seguito alla Convenzione di settembre nel 1865), e quindi della Corte di cassazione: il Senato venne inaugurato l'8 maggio 1848, mentre il re era in guerra contro l'Austria; l'ultima seduta è datata 9 dicembre 1864. L'aula, fino al 1927 ancora integra, venne poi demolita a seguito di lavori interni all'edificio.

Il 6 maggio 1949 si svolsero i funerali del Grande Torino. Le salme furono esposte proprio a Palazzo Madama, per poi venir trasportate fuori, in corteo, tra la folla formata da 500.000 persone radunatesi per dare l'estremo saluto ad una delle compagini calcistiche più forti di tutti i tempi.

Verso la fine di quel secolo iniziò l'interesse per la storia del Palazzo, scavando le fondamenta e ritrovando tracce nelle architetture di costruzioni e versioni precedenti.

Diventato sede del Museo civico d'arte antica nel 1934, il castello ha visto nel corso del Novecento lo svolgersi di numerosi restauri e ripristini, che si sono conclusi alla fine del 2006 restituendo alla città un importante "documento" dei duemila anni della sua storia.

Dal 2007 il museo ospita importanti opere d'arte (sculture antiche, una pinacoteca ed una vasta raccolta di porcellane).

Nel 2010 la facciata juvarriana è stata oggetto di un impegnativo restauro, mentre i giardini attorno alla casaforte sono stati riorganizzati ospitando specie botaniche risalenti al periodo medievale. Inoltre, grazie a un finanziamento della Fondazione CRT, si è provveduto al recupero della Sala del Senato Subalpino, la cui inaugurazione è avvenuta il 18 marzo 2011, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell'ampio contesto delle celebrazioni per il 150º anniversario dell'Unità d'Italia.

Nel 2014 è stato approvato il passaggio di proprietà di Palazzo Madama dallo Stato italiano alla Città di Torino, perfezionatosi poi nel 2016.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Orari
We-Mo 10:00-18:00; Tu off
Telefono
+39 011 4433501
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.palazzomadamatorino.it

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Carignano

Palazzo museo · Torino

Palazzo Carignano

Palazzo Carignano (in piemontese Palass Carignan; formalmente Palazzo dei Principi di Carignano) è un edificio storico nel centro della città di Torino, pregevole esempio di architettura barocca piemontese.

Insieme a Palazzo Reale e a Palazzo Madama fa parte dei più importanti edifici storici della città e, come questi, è parte del sito seriale UNESCO Residenze Sabaude. Fu storica sede della Camera dei deputati subalpina (1848-1861) e della prima Camera dei deputati del Regno d'Italia (1861-1865).

Leggi tutto su Palazzo Carignano (1.412 parole)

Ospita al pian terreno, negli appartamenti detti "di Mezzanotte", gli uffici della direzione regionale dei musei del Piemonte, mentre al piano nobile il museo nazionale del Risorgimento italiano, riaperto, dopo lunghi lavori di restauro e riallestimento, il 18 marzo 2011, in occasione dei festeggiamenti per il 150º Anniversario dell'Unità d'Italia.

Storia

Il palazzo venne commissionato da Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano, detto "il Muto", al padre teatino Guarino Guarini, intellettuale di elevatissimo calibro al quale, negli anni della reggenza di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, si devono in città anche la Real Chiesa di San Lorenzo, la cappella della Sindone e la scomparsa Porta di Po.

I lavori iniziarono nel 1679, sotto la direzione del collaboratore di Guarini, Gian Francesco Baroncelli. Residenza stabile dei Principi di Carignano dal 1694, e dimora di Carlo Alberto di Carignano e della consorte Maria Teresa Asburgo Lorena, che abitarono gli appartamenti al pian terreno verso sud, da qui il nome "Appartamento dei Principi", il palazzo vide nascere Vittorio Emanuele II di Savoia, l'evento è ricordato dal grande fregio decorativo in facciata recante la scritta QVI NACQVE VITTORIO EMANVELE II, opera di Carlo Ceppi, aggiunto nel 1884.

Nel 1831, con l'ascesa al trono di Carlo Alberto, il palazzo venne ceduto al Demanio, che vi alloggiò il Consiglio di Stato e la Direzione delle Poste.

Quando, nel 1848, l'edificio venne destinato a sede della Camera dei deputati del Parlamento Subalpino, l'architetto Carlo Sada ne modificò lo splendido salone delle feste, collocato all'interno del corpo ellittico della facciata. Nel 1861, con l'apertura del primo Parlamento italiano, l'aula risultò troppo piccola e, per ospitarne una di maggiori dimensioni, si decretò l'ampliamento del palazzo verso est, dove ora sorge piazza Carlo Alberto. Il progetto venne affidato all'architetto Domenico Ferri e l'esecuzione a Giuseppe Bollati: i lavori iniziarono nel 1863 e terminarono nel 1871, mentre i deputati, fino al trasferimento della capitale a Firenze nel 1864, si riunirono presso un'aula più capiente e provvisoria costruita nel cortile su progetto dell'architetto Amedeo Peyron. La grande aula, destinata ad ospitare il nuovo Parlamento italiano, non venne quindi mai utilizzata allo scopo per cui era stata costruita.

Nel 1898 l'aula del Parlamento Subalpino fu dichiarata monumento nazionale. In questo palazzo si verificarono due eventi memorabili, ossia la lettura del proclama in cui il Principe reggente per conto di Carlo Felice, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, concedeva lo Statuto; la seduta in cui il re di Sardegna e duca di Savoia, Vittorio Emanuele II, proclamava la nascita del Regno d'Italia.

Con il trasferimento della capitale, il Palazzo non solo perse la sua funzione di sede istituzionale, ma anche la sua identità di residenza aulica sbiadì gradualmente assumendo svariate destinazioni d'uso, anche non proprie, tanto che alcune aree vennero destinate ad abitazione privata. Le facoltà scientifiche dell’Università degli Studi di Torino occuparono piano nobile e pian terreno, riadattandoli in aule didattiche e studi, fino agli anni Trenta del Novecento, quando gli spazi vennero completamente sgomberati e restaurati.

Nel 1935 il palazzo ospitò la Mostra storica in Palazzo Carignano, a cura della confederazione fascista dei professionisti e degli artisti, dedicata alla storia della dinastia sabauda dal Medioevo al Regno di Italia, mentre divenne sede di due grandi eventi espositivi a cura di Vittorio Viale, rispettivamente nel 1937 con la Mostra del Barocco Piemontese e nel 1938-1939 con la Mostra del Gotico e Rinascimento in Piemonte. Per la riabilitazione del Palazzo nella sua dimensione di residenza principesca fu fondamentale proprio la mostra del 1937 perché rese visitabili al pubblico gli spazi allora appena restaurati e liberati dagli usi impropri e soprattutto perché permise la prima volta l'accesso agli appartamenti di Mezzanotte, per visitare i quali si dovette aspettare nuovamente fino al 1961, per i festeggiamenti per il centesimo anniversario dell'Unità di Italia.

Nel 1939 l'ampliamento ottocentesco e il primo piano nobile del corpo secentesco divengono sede permanente del Museo Nazionale del Risorgimento, riaperto al pubblico dopo un lungo restauro nel 2011.

Al pian terreno, gli appartamenti di Mezzanotte sono occupati dagli Uffici della Direzione regionale Musei Piemonte, mentre quelli di Mezzogiorno sono periodicamente aperti al pubblico.

Successivamente il palazzo ospitò numerosi istituti e associazioni culturali quali la Deputazione Subalpina di Storia Patria o l'Unione culturale Franco Antonicelli che vi ha sede dal 1946 e dalla metà degli anni Sessanta ha il suo ingresso in via Cesare Battisti 4b e le sue sale negli "infernotti" del Palazzo.

Descrizione

Palazzo Carignano si costituisce di due corpi, uno secentesco e uno ottocentesco.

Il corpo secentesco, opera di Guarino Guarini, a pianta a C una volta aperta sui giardini, si compone di due ali, una verso nord, detta "di Mezzanotte" (verso l'attuale via Cesare Battisti), e una verso sud, detta "di Mezzogiorno" (verso l'attuale via Principe Amedeo), e della facciata verso l'attuale piazza Carignano, dove si prospettano anche il teatro Carignano e il Palazzo del Collegio dei Nobili (oggi sede dell'Accademia delle Scienze e del Museo Egizio). Nella zona retrostante, verso l'odierna piazza Carlo Alberto, si estendevano i giardini e le scuderie, di cui Biblioteca Nazionale Universitaria conserva la facciata. Il palazzo costituisce un'eccezione alla linearità militaresca della Torino del Seicento con la materialità quasi grezza delle superfici in cotto, che al primo piano trasformano le cornici delle finestre in complessi decori riferibili alle imprese dei Carignano, quali la vittoria in Canada compiuta al fianco dei francesi nel 1667 contro i nativi Irochesi con il reggimento Carignan-Salières. Le forme morbide in facciata, giocando tra spazi concavi e convessi, lasciano intuire la conoscenza da parte del progettista dei disegni di Gian Lorenzo Bernini per il palazzo del Louvre. La dimora dei Carignano si presentava volutamente come una rottura del disegno uniforme delle facciate dei palazzi che scorrevano senza interruzione dalla strada di Po (oggi via Po) a piazza Castello all'attuale piazza San Carlo (allora piazza Reale), passando per Contrada Nuova, l'odierna via Roma (ampliata e ricostruita agli inizi degli anni Trenta del Novecento). Si manifestava così nella diversità dell'edificio la strategia politica dei Carignano, essendo Emanuele Filiberto un possibile erede al ducato.

I lavori di costruzione, iniziati nel 1679, portano alla realizzazione al pian terreno degli appartamenti privati del principe nella manica di Mezzanotte e di quelli di rappresentanza nella manica di Mezzogiorno (detto Appartamento dei Principi). Al primo piano nobile si allestiscono nelle due maniche gli appartamenti per i membri della famiglia. Al pittore Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino, e alla sua squadra di stuccatori e quadraturisti, vengono affidate le campagne decorative che investono il primo piano nobile, ma di queste imprese pittoriche sono sopravvissute solo le volte della camera da parata con Il Principe presentato da Minerva a Giunone, della camera nuziale con Il Trionfo di Diana e della camera da letto con L’Olimpo, e il pianterreno. Qui il pittore dipinge a tema mitologico le volte dell'appartamento di Mezzanotte, mentre nell'appartamento di Mezzogiorno affresca le volte delle stanze dorate, definite così per la decorazione delle pareti ad intaglio ligneo dorato e specchi. Nella sala di parata, o "delle battaglie" per via dei dipinti alle pareti raffiguranti le battaglie condotte dal capostipite della famiglia, Tomaso di Savoia Carignano (la cui presenza è richiamata dal ritratto presente in sala, copia dall'originale di Van Dyck conservato allo Staatlische Museum di Berlino) la volta raffigura l’allegoria di Giunone, mentre nella sala successiva, detta "delle Stagioni", la volta rappresenta l'apoteosi di Ercole, allegoria del principe residente e della sua casata. La stanza seguente, denominata "camera da letto di Carlo Alberto", modificata tra la fine del Settecento e il secondo decennio dell'Ottocento, è caratterizzato da una boiserie a ghirlande dorate intrecciate su fondo di specchi, vicine ai disegni di Giacomo Pregliasco, mentre sulla volta, forse un ribassamento della precedente, è rappresentata l’allegoria delle nozze di Giove e Giunone, probabilmente opera di Rocco Comaneddi. Il monumentale letto a baldacchino, databile agli anni Venti del Novecento, fu acquistato dall’antiquario Pietro Accorsi e qui collocato nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia.

Il corpo ottocentesco è un vasto ampliamento che si innesta sulle maniche secentesche per poi proiettarsi su piazza Carlo Alberto con un'imponente facciata in stile eclettico pseudorinascimentale. Eseguita tra il 1864 e il 1871 su progetto di Domenico Ferri, l'estensione avrebbe dovuto ospitare la Camera Italiana.

Informazioni pratiche

Orari
Mo off; Tu-Su 10:00-17:00
Telefono
+39 011 5641791
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
polomusealepiemonte.beniculturali.it

La voce completa su Wikipedia

Galleria Sabauda

Museo d'arte moderna · Torino

Galleria Sabauda

La Galleria Sabauda è una pinacoteca situata a Torino e costituisce una delle più importanti collezioni pittoriche presenti in Italia.

Ospitata dal 2014 nella Manica Nuova del Palazzo Reale, all'interno del complesso del Musei Reali di Torino, conserva oltre 700 dipinti che spaziano dal XIII al XX secolo. Fra i contenuti di maggior interesse spicca una raccolta particolarmente importante di autori piemontesi, fra cui Giovanni Martino Spanzotti, Macrino d'Alba, Gerolamo Giovenone, Bernardino Lanino, Il Moncalvo, Tanzio da Varallo, Gaudenzio Ferrari e Defendente Ferrari, un vasto assortimento di opere prodotte da alcuni dei maggiori nomi della pittura italiana, come Beato Angelico, Duccio di Boninsegna, Piero del Pollaiolo, Andrea Mantegna, Bronzino, Filippino Lippi, Daniele da Volterra, Il Veronese, Tintoretto, Guercino, Orazio Gentileschi, Giambattista Tiepolo, Guido Reni, Bernardo Bellotto e uno dei migliori nuclei italiani di dipinti della Scuola Fiamminga, con nomi quali Van Dyck, Rubens, Rembrandt, i Brueghel, Memling e Van Eyck.

Leggi tutto su Galleria Sabauda (1.676 parole)

Nel 2018 il complesso dei Musei Reali, che comprende il Palazzo Reale, la Galleria Sabauda, l'Armeria Reale, la Biblioteca Reale, il Museo Archeologico e le mostre ospitate a Palazzo Chiablese, è stato visitato da 515 632 visitatori.

Storia

Le origini della collezione si legano strettamente alla Casa Savoia: essa prese forma stabile a Torino durante la seconda metà del XVI secolo, quando Emanuele Filiberto decise di trasferire proprio a Torino la capitale del ducato, in precedenza a Chambéry.

Il museo vero e proprio venne istituito, per concessione di re Carlo Alberto, il 2 ottobre del 1832 (giorno del suo compleanno) con il nome di Reale Galleria e sistemata nelle sale di Palazzo Madama. Si apriva così al pubblico una quadreria famosa in tutta Europa, frutto della secolare passione collezionistica di Casa Savoia (già ne parlava nel 1590, in termini molto elogiativi, il pittore lombardo Giovan Paolo Lomazzo nella sua Idea del tempio della pittura).

Mentore e primo direttore della Galleria fu Roberto d'Azeglio che nel 1836 avviò la pubblicazione, in fascicoli con preziose riproduzioni a stampa, del primo catalogo della collezione che riuniva, a quel tempo, 365 opere provenienti da Palazzo Reale, dal Palazzo Carignano di Torino e dal Palazzo Durazzo di Genova.

Al disegno politico-culturale di Carlo Alberto si deve la dotazione di un fondo di gestione autonomo, assieme alla esortazione in favore di un programma di acquisizioni che desse adeguato spazio alle varie scuole italiane ed "ultramontane".

Nel 1848 l'insediamento del Senato in Palazzo Madama pose ben presto l'esigenza di individuare una nuova sede per la galleria. Solo nel 1865 – grazie agli sforzi organizzativi di Massimo d'Azeglio, succeduto come direttore al più anziano fratello Roberto – si realizzò il trasferimento al secondo piano del Palazzo dell'Accademia delle Scienze (edificato a partire dal 1679 su progetto di Guarino Guarini come "Collegio dei Nobili"). Purtroppo questo sforzo si rilevò controproducente perché Palazzo Madama si rese di nuovo pienamente disponibile nello stesso 1865, quando il Senato si trasferì a Firenze (con lo spostamento della capitale) a seguito della Convenzione di settembre, lasciando una sede molto prestigiosa per quella che era considerata un'appendice del Museo Egizio (già ospitato nel Palazzo dell'Accademia delle Scienze). Nel frattempo, nel 1860, il re Vittorio Emanuele II aveva compiuto il munifico gesto di donazione della Galleria alla Nazione, ponendola alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione.

Nella nuova sede i quadri furono ordinati secondo la canonica suddivisione cronologica e per scuole pittoriche di appartenenza, con uno spazio importante dedicato sin da allora alla pittura piemontese del XV e XVI secolo.

Fu nel 1933, in occasione del centenario dell'istituzione, che la pinacoteca assunse la definitiva denominazione di "Galleria Sabauda".

Lo sviluppo della Galleria fu segnato da una costante crescita del patrimonio artistico. Fra i contributi più importanti vi fu quello dell'industriale biellese Riccardo Gualino, il cui primo, importante blocco giunse nel 1930. Negli anni Cinquanta, per cura museografica dell'architetto Piero Sanpaolesi e museologica della Soprintendente Noemi Gabrielli, la Galleria fu sottoposta a un completo progetto di riallestimento. Il progetto - nonostante il contrasto fra Sanpaolesi e Gabrielli, sfociato in una causa giudiziaria - venne unanimemente considerato uno dei capolavori della museologia italiana del dopoguerra.

Fra gli anni Ottanta e Novanta la Galleria fu al centro di continui lavori di modifica e riallestimento, mirati da un lato a ampliare il numero delle opere esposte, dall'altro a modificare il percorso di visita in base ai diversi nuclei di collezionismo: grande evidenza fu data, in particolare, alla collezione del Principe Eugenio di Savoia, che, un tempo a Vienna, era giunta in Piemonte nel corso del XVIII secolo. Tali modifiche di fatto incisero in modo profondo sull'originario progetto Sanpaolesi-Gabrielli, che rimase leggibile sostanzialmente soltanto nell'atrio d'ingresso. Sempre in questo periodo si diede avvio a una massiccia campagna di restauro dei dipinti, in particolare di quelli su tavola, al loro adattamento a cornici preesistenti e infine a una prima considerazione critica delle opere del Novecento, in particolare dei Sei di Torino.

Nel 1998, per adeguare la Galleria alle sempre più pressanti richieste di spazi, luce e servizi - fra cui uno spazio per l'esposizione temporanea - ebbero inizio le procedure per il trasferimento in una nuova sede, la terza della sua storia. Nei mesi a seguire tale nuova sede fu individuata nella cosiddetta "Manica Nuova" del Palazzo Reale, un corpo architettonico realizzato fra XIX e XX secolo da Emilio Stramucci accanto al Duomo, in via XX Settembre 88. Questa decisione, presa inizialmente dal Direttore Regionale Pittarello, sarebbe stata confermata dai successivi Direttori e Soprintendenti, anche sulla base della progressiva disaffezione del pubblico verso il museo, che negli ultimi anni totalizzava circa 30 000 spettatori annui, scuole comprese. Il progetto diventò concreto grazie a un sostegno finanziario di 35 milioni di euro. Nel 2003 lo Studio Albini di Milano vinse la gara per il progetto museografico della Galleria. Il progetto, approvato fra l'altro dall'allora Soprintendente ai Beni Artistici Carla Enrica Spantigati, prevedeva che i quadri della Galleria venissero montati su pannelli rigidi; sotto il profilo architettonico, lo Studio Albini inoltre previde la liberazione delle superfetazioni murarie, che ottundevano gli spazi originali di Stramucci.

I lavori, affidati al Gruppo Gozzo Edart di Torino, proseguirono negli anni a seguire. Nei primi mesi del 2012 il piano terreno era pronto ad accogliere una parte dei dipinti. Nell'aprile 2012 la vecchia sede della Sabauda venne definitivamente chiusa: quindici giorni più tardi 99 opere, scelte fra le più significative del museo, vennero accolte nel piano terreno della "Manica Nuova", nell'ambito di una mostra temporanea a cura del Soprintendente Edith Gabrielli; contestualmente altre 74 opere, già parte della collezione del Principe Eugenio di Savoia, furono spostate nel complesso della Venaria Reale, nell'ambito di una mostra sullo stesso Principe Eugenio di Savoia curata dalla ex Soprintendente Spantigati. L'intera operazione, dal titolo "I quadri del Re", aveva l'obiettivo di garantire almeno in parte la fruizione di una parte significativa della Galleria Sabauda anche durante la fase di trasferimento.

La chiusura della vecchia sede della Galleria Sabauda e la conseguente operazione di trasferimento suscitarono alcune polemiche. Sulla stampa quotidiana corse voce di un presunto danneggiamento dei quadri in occasione del trasferimento, che sarebbe stato causato da malfunzionamenti degli impianti di climatizzazione. In realtà, queste ed altre voci si legarono piuttosto alla difficoltà di abbandonare lo 'storico' allestimento Sanpaolesi-Gabrielli, sebbene il Museo egizio, destinato a succedere negli spazi, garantisse il mantenimento dell'architettura originale.

Nel corso dei lavori la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Piemonte attuò alcune iniziative per garantire la continuità di accesso al patrimonio della Sabauda. Da segnalarsi, in particolare, l'apertura al pubblico del deposito temporaneo nel Castello di Moncalieri; e la mostra La Sabauda in Tour per le Città, un'esposizione temporanea aperta nell'estate del 2014 in 15 sedi, ubicate in tutte le province del Piemonte.

Il 4 dicembre 2014, alla presenza del Ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini, si è tenuta l'inaugurazione della Manica Nuova di Palazzo Reale, ora sede definitiva della Galleria Sabauda. La Galleria - ora collegata ai cosiddetti Musei Reali (che comprendono il Palazzo Reale, l'Armeria Reale, il Museo Archeologico, la Biblioteca Reale e lo spazio mostre di Palazzo Chiablese) - si basa su un progetto museologico del tutto nuovo, curato scientificamente dal Soprintendente Edith Gabrielli. Questo intervento è stato realizzato anche grazie ai fondi del Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96.

Il progetto, basato sull'esposizione di 500 quadri, prevede fra l'altro una rivalutazione della collezione Gualino e delle opere del Novecento, messe a confronto al quarto piano del nuovo edificio.

Opere esposte

L'attuale ordinamento della galleria prevede una sequenza per cronologia, o 'time line'. Fra i pezzi più significativi si segnalano:

Giovanni Martino Spanzotti, Trittico della Madonna col Bambino e Santi Ubaldo e Sebastiano

Defendente Ferrari, Polittico di Sant'Ivo

Macrino d'Alba, Madonna in adorazione del Bambino con angeli; i santi Giuseppe, Giovanni Battista, Gerolamo, Solutore e un donatore

Gerolamo Giovenone, Pala Buronzo

Gaudenzio Ferrari, Crocifissione

Beato Angelico, Madonna col Bambino

Andrea Mantegna, Madonna col Bambino e santi, 1500 circa

Piero del Pollaiolo, Arcangelo Raffaele e Tobiolo, 1465-1470

Filippino Lippi, Tre arcangeli e Tobiolo, 1485 circa

Bronzino, Ritratto di Gentildonna

Bergognone, Tavole della Predicazione di Sant'Ambrogio e della Consacrazione di Sant'Agostino

Gerolamo Savoldo, Madonna col Bambino e santi Francesco e Gerolam

Jan van Eyck, Stigmate di san Francesco, 1428-1429

Petrus Christus,Madonna col Bambino

Rogier van der Weyden, Committente inginocchiato e Visitazione dal Trittico dell'Annunciazione, 1434

Orazio Gentileschi, Annunciazione, 1623

Hans Memling, Passione di Cristo, 1470-1471 circa

Rembrandt van Rijn, Ritratto di Vecchio

Gerrit Dou, Giovane olandese alla finestra

David Teniers il Giovane, Giocatori di Carte

Guido Reni, Apollo che scortica Marsia

Guercino, Erodiade che suona il liuto

Francesco del Cairo, Erodiade con la testa del Battista

Antoon van Dyck, Ritratto equestre del principe Tommaso di Savoia-Carignano, 1634 e I figli di Carlo I di Inghilterra, 1635

Sebastiano Ricci, Susanna davanti a Daniele

Bernardo Bellotto, Veduta di Torino dai Giardini Reali e Veduta del vecchio ponte sul Po a Torino

Duccio di Boninsegna, Madonna in trono con Bambino e due Angeli, 1280-1283

Matteo di Gualdo (attribuito a), San Gerolamo

Paolo Veronese, Cena in casa di Simone, 1556-1560

Paolo Veronese, Venere e Marte con Cupido, 1570 circa

Rubens, Deianira presta ascolto alla Fama

Rubens, Ercole nel giardino delle Esperidi

Paolo Pagani, Guarigione del cieco, 1682-1685

Isidoro Bianchi (attribuito), Martirio di San Bartolomeo del 1631

Sodoma, Morte di Lucrezia del 1515

Smalti di Abraham Constantin acquistati da Carlo Alberto di Savoia nel 1826

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Venti Settembre 86
Orari
Tu-Su 09:00-19:00; Mo 10:00-19:00
Telefono
+39 011 5211106
Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

parco del Valentino

Giardino · Torino

parco del Valentino

Il parco del Valentino (parch dël Valentin, o semplicemente ël Valentin, in piemontese) è un celebre parco pubblico di Torino che si estende lungo la riva sinistra del Po. È situato nel quartiere di San Salvario, a ridosso del centro storico torinese.

Confina:

Leggi tutto su parco del Valentino (904 parole)

a est con la sponda sinistra del fiume Po;

a nord con corso Vittorio Emanuele II, dove terminano i Murazzi;

a ovest con corso Massimo D'Azeglio;

a sud si restringe, seguendo via Francesco Petrarca e la sua prosecuzione, corso Sclopis, e continuando lungo il corso del Po e corso Unità d'Italia con una lingua che si perde verso Moncalieri.

Il Valentino ha un'estensione di 421000 m² e, secondo la classifica 2014 di TripAdvisor, risulta essere il parco italiano più apprezzato dai turisti.

Storia

È certamente il parco torinese più conosciuto, uno dei simboli storici e più popolari della città.

L'origine del nome è incerta, ma risalirebbe già ai primi insediamenti romani; da documenti del XIII secolo risulta vi fosse un'antichissima cappella titolata a san Valentino (176-273), conservante una parte delle reliquie del santo patrono degli innamorati portate direttamente da Terni. Non è chiaro se successivamente la cappella cadde in rovina o fu distrutta, in ogni caso le reliquie furono traslate nella vicina chiesa di San Vito, in collina, al di là del fiume.

L'area del Valentino fu dapprima abitata dai nobili Birago, che vi costruirono una villa. Verso la metà del XVI secolo Emanuele Filiberto di Savoia acquistò l'intera area.

Nel 1630-1660 vi fu eretto l'omonimo castello, un imponente edificio opera di Carlo e Amedeo di Castellamonte, usato come residenza estiva dei Savoia. L'area passò da semplice parco fluviale del Po a struttura organizzata con raffinati giardini. Ma fu soltanto nel XIX secolo che iniziarono i lavori per trasformare la zona nell'attuale pittoresco parco cittadino, secondo il progetto romantico del paesaggista francese Barrillet-Dechamps.

Esposizioni

Il parco del Valentino fu il sito di varie esposizioni nazionali e internazionali. Quasi tutti gli edifici costruiti in queste occasioni avevano natura temporanea, e solo in casi eccezionali è stato stabilito di conservarli fino ai giorni nostri.

In occasione dell'Esposizione generale italiana del 1884, venne realizzato il caratteristico Borgo medievale sulla parte più meridionale del parco, su progetto coordinato da Alfredo d'Andrade, grande esperto appassionato di architettura medievale. Il Borgo doveva riproporre gli stili architettonici ispirati ai castelli piemontesi e valdostani del Medioevo, con tanto di rocca visitabile.

Ospitò poi l'Esposizione generale italiana del 1898, della quale sopravvive la fontana dei dodici mesi, e l'Esposizione internazionale di Torino del 1911.

Mentre il borgo medievale viene oggi utilizzato per periodiche mostre ed eventi artistico-culturali, nel Parco sono state invece realizzate nel corso degli anni numerose mostre floreali (come FLOR 61, allestita in occasione del centenario dell'Unità d'Italia), di cui restano a ricordo ampie aiuole fiorite, il Giardino roccioso e il Giardino montano, con cascatelle, fontane e piccoli corsi d'acqua.

Opere artistiche

Oltre il Borgo Medievale, il Parco del Valentino di Torino ospita altre opere artistiche:

Fontana dei Dodici Mesi, imponente monumento di Carlo Ceppi costituito da una grande vasca in rococò circondata da dodici statue rappresentanti i dodici mesi dell'anno, costruita nel 1898 per l'Expo relativa Cinquantenario dello Statuto Albertino;

Fontana luminosa di Torino, tra i monumenti cittadini più ammirati negli anni '50 e '60, oggi in stato di abbandono e degrado;

Monumento all'Artigliere (anche noto come Arco del Valentino o Arco Trionfale), arco trionfale posto all'ingresso nord, all'inizio di corso V. Emanuele II/ponte Umberto I, eretto nel 1930 e dedicato all'Arma di Artiglieria, su progetto di Pietro Canonica;

Statua equestre posta sulla piazzetta d'ingresso del percorso floreale di fianco a Torino Esposizioni, dedicata ad Amedeo I (1845-1890), primo duca dei Savoia-Aosta, monumento opera del 1902 di Davide Calandra;

Statua di Massimo d'Azeglio, opera del 1873 di Alfonso Balzico posta su corso Massimo ang. corso Vittorio;

Monumento dedicato ad Ascanio Sobrero (1812-1888), chimico scopritore della nitroglicerina, opera del 1914 di Carlo Biscarra e Giorgio Ceragioli;

Busto di Cesare Battisti (1875-1916), politico, opera del 1920 di Giuseppe Canavotto (1894-1940);

Busto dedicato a Nino Costa (1886-1945), poeta, opera del 1947 di Andrea Campi;

Anni recenti

L'11 giugno 1981, un giovane di nome Andrea Sardos Albertini sparì in circostanze misteriose: originario di Trieste, era a Torino per trattare l'acquisto di un'auto nuova. Il suo corpo non venne mai ritrovato, anche se analisi mediante un'innovativa tecnica fotografica a infrarossi indicavano come in un punto del fiume Po all'interno del Parco del Valentino venisse rilevata la probabile presenza di un corpo umano. Nel 1983, dei sommozzatori arpionarono in quello stesso punto dei frammenti di tessuto compatibili coi jeans e i calzini posseduti da Albertini, ma delle difficoltà pratiche spinsero la famiglia a rinunciare a ulteriori tentativi di ricerca nelle acque del fiume; Albertini venne dichiarato morto presunto nel 1992.

Nel XXI secolo tutto il Parco viene riqualificato soprattutto nell'area floreale posteriore a Torino Esposizioni, arricchita di nuove opere artistiche moderne quali, ad esempio, la panchina dei "lampioni innamorati" e i percorsi sensoriali con passeggiate nel giardino roccioso. In prossimità dell'ingresso al Borgo Medievale esiste una colonna che segna le piene del fiume Po ed il livello delle acque raggiunto all'interno del Parco: la maggiore piena fu quella del 17 ottobre 1839 (88 cm da terra), seguita da quella recente del 16 ottobre 2000 (58 cm da terra).

In epoca recente infine, il Parco è stato saltuariamente sfruttato come spazio espositivo all'aperto di varie iniziative, come il Salone internazionale del gusto, il Parco Valentino - Salone & Gran Premio e l'edizione torinese dell'Oktoberfest. Tra il 7 e il 14 maggio 2022 il parco ha ospitato l'Eurovision Village in occasione dell'Eurovision Song Contest 2022.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Villa della Regina

Museo del Ministero della Cultura italiano · Torino

Villa della Regina

La Villa della Regina è una seicentesca villa torinese situata nella parte orientale-collinare della città, nel quartiere Borgo Po. Costruita per volere di Maurizio di Savoia - prima cardinale e poi, dal 1641, principe d'Oneglia: da qui il nome originario di Villa del Principe Cardinale - e passata poi a sua moglie Ludovica (o Luisa Cristina) di Savoia. In seguito fu scelta come luogo di residenza estiva prima da Anna Maria d'Orléans e poi da Polissena d'Assia, regine di Sardegna, da cui il nome con il quale è conosciuta ancora oggi.

Dal 1869 fu donata dai Savoia all'Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari Italiani. Fa parte del circuito delle Residenze sabaude in Piemonte e dal 1997 è iscritta alla Lista del Patrimonio dell'umanità come parte del sito seriale UNESCO Residenze sabaude. Nel 2016 la residenza ha registrato 60.662 visitatori.

Leggi tutto su Villa della Regina (1.354 parole)
Storia

Fu progettata intorno al 1615 dall'architetto orvietano Ascanio Vitozzi, il progettista del Palazzo Reale di Torino, che però morì nello stesso anno. La villa, originariamente concepita come una sontuosa residenza di campagna con annessi vigneti, venne allora realizzata dagli architetti Carlo e Amedeo di Castellamonte (padre e figlio) su commissione del cardinale Maurizio di Savoia, secondogenito del duca Carlo Emanuele I nonché fratello del duca Vittorio Amedeo I. Il cardinale era un uomo di grande cultura, che rinunciò successivamente alla porpora cardinalizia per vivere in questa villa con la nipote Ludovica (o Luisa Cristina) di Savoia, la quale nel 1642, all'età di 13 anni (lui quarantanovenne), era diventata sua moglie. Da principio venne perciò chiamata Villa Ludovica e in un padiglione di essa il cardinale Maurizio era solito organizzare dotte riunioni di accademici, scienziati e intellettuali. Questo salotto, del quale fecero parte lo storico sabaudo Emanuele Tesauro e il futuro papa Innocenzo X, era detto l'Accademia dei Solinghi e vi si discuteva di letteratura, scienza, filosofia e matematica. Maurizio di Savoia e sua moglie morirono entrambi in questa villa, rispettivamente nel 1657 e nel 1692.

Il nome con cui è rimasto conosciuto il complesso deriva dal fatto che esso fu residenza delle regine sabaude nel corso del Settecento. In particolare Anna Maria di Orléans, moglie di Vittorio Amedeo II, la elesse a suo soggiorno prediletto dopo averne affidato la riprogettazione a Filippo Juvarra, che curò ogni aspetto dell'interno e degli esterni, comprese le più minute decorazioni. La villa divenne così, in piena sintonia con il gusto dell'epoca, un luogo di delizie e svago; spesso la corte vi si tratteneva per tutto il mese di settembre dopo la festa del giorno 8, ricorrenza della liberazione di Torino dall'assedio del 1706.

Durante l'occupazione francese la villa fu compresa nel patrimonio imperiale (lo stesso Napoleone vi risiedette nel 1805). Ciò ne permise il pieno riutilizzo alla Restaurazione. Con il trasferimento della corte sabauda, a seguito della donazione fatta dal re Vittorio Emanuele II nel 1868, il 4 luglio 1869 divenne la sede dell'Istituto Nazionale delle Figlie degli Ufficiali che combatterono durante le guerre di indipendenza italiane. Da quell'anno cessò definitivamente di essere una proprietà privata della Casa Reale e divenne la sede delle sezioni di Lettere e Arti. I saloni e le stanze affrescate del piano nobile vennero adibiti ad aule scolastiche e all'appartamento della direttrice; i due loggiati sul salone rococò ospitarono le classi di disegno e di cucito. Nel corso del regno di Umberto I diversi arredi furono trasferiti al Palazzo del Quirinale, tra cui la boiserie di uno dei quattro salotti cinesi, riallestito negli "appartamenti imperiali", e la celebre libreria eseguita dall'ebanista Pietro Piffetti.

I bombardamenti alleati durante il secondo conflitto mondiale portarono alla distruzione della volta affrescata dal pittore di Molfetta Corrado Giaquinto, rappresentante "l'Olimpo", e della parte centrale del salone principale, opera dei fratelli Valeriani, rappresentante "l'Aurora". Sempre nel corso degli stessi bombardamenti, andò completamente distrutto l'edificio attiguo alla villa, detto Palazzo del Chiablese. Realizzato nel corso del XVIII secolo, il palazzo ospitava la cappella con pala d'altare del pittore Daniel Seiter, che rappresentava la Madonna con Gesù bambino e Santa Genoveffa, anch'essa andata distrutta. A causa di tutte queste distruzioni il collegio venne chiuso nel 1943. La villa conobbe in seguito un lungo degrado, durante il quale i suoi esterni furono ricoperti con accumuli di vegetazione infestante che arrivarono fino ad un volume di 400 000 metri cubi di piante.

A tale situazione si è posto rimedio a partire dal 1994, anno della presa in gestione da parte della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte, con lavori di disinfestazione e restauro durati oltre dieci anni e conclusisi con la riapertura del 2007. Nel giardino è stata riportata in vita la vigna, così che nel 2008 è stato possibile eseguire la prima vendemmia di freisa di Chieri. La villa è stata spesso scelta come set cinematografico: la prima occasione documentata riguarda un cortometraggio nell'epoca pionieristica del cinema muto torinese, prodotto nel 1909 dalla Ambrosio Film col titolo di Spergiura!. La più recente è del 2014, quando venne girata all'interno e all'esterno della villa la miniserie La bella e la bestia.

Descrizione

La Villa della Regina si trova sullo spartiacque tra la Val San Martino e la Val Salice, ai piedi del parco cittadino di Villa Genero ed è raggiungibile in pochi minuti con la strada che dalla chiesa della Gran Madre di Dio sale ad Est su per la collina. È visitabile sia all'esterno che all'interno, con prenotazione obbligatoria per i gruppi.

Esterni e giardino

La struttura è tipicamente seicentesca con un celebre giardino all'italiana ad anfiteatro nel retro.

Una volta percorso il viale di accesso, si ha di fronte l'antistante piazza-terrazza ellittica (il cosiddetto Gran Rondeau), consistente in una doppia scala con fontana centrale di 20 m di diametro. Dentro la fontana trova posto una scultura in marmo del dio Nettuno seduto e ai suoi bordi giacciono 12 statue di divinità fluviali. Lo scenografico Gran Rondeau permette di salire ad un piazzale di forma rettangolare che termina al fondo con uno scalone a tenaglia e una vasca centrata più piccola della precedente, detta Vasca della Sirena perché contiene una statua in marmo di Sirena.

Il corpo centrale della facciata principale del palazzo è in posizione leggermente avanzata rispetto ai due padiglioni laterali che lo affiancano. Il tetto della facciata centrale è coronato da una balaustra a forma di U con 6 grandi statue.

Dietro il palazzo si estende un vasto giardino emiciclico scavato nella collina, posto su 3 livelli suddivisi da filari di siepi di bosso. Dal corpo centrale della facciata retrostante si sviluppa un'esedra semicircolare che racchiude una piccola vasca quadrilobata in marmo. L'ambiente dell'esedra è delimitato da un muro semicircolare su cui sono scavate 20 nicchie quasi tutte adorne di statue. Nel mezzo del muro che circoscrive l'esedra, in corrispondenza di due obelischi, si apre una scalinata che porta ad un'ulteriore vasca prospiciente la Grotta del Re Selvaggio. Questa non è nient'altro che un parallelepipedo di marmo diviso in tre parti e decorato al suo interno con specchiature e pietre policrome; al fondo della galleria mediana troneggia la statua del Re Selvaggio.

Superata la Grotta, la scalinata prosegue verso il culmine centrale del duomo: si tratta del Belvedere superiore, alla cui base sorge la circolare Fontana del Mascherone. La fontana alimenta dall'alto la cosiddetta Cascatella della Naiade, in pratica una modesta cascata a gradini di pietra paralleli che affianca la scalinata e conduce l'acqua verso le fontane sottostanti tramite un sistema di canalizzazioni. Il Belvedere superiore domina invece dall'alto palazzo e giardino ed è la costruzione più elevata della Villa della Regina.

All'estremità Sud della villa, a destra della facciata principale, sorge il già citato Padiglione dei Solinghi, una costruzione a due piani isolata e seminascosta dal bosco circostante.

L'acqua che alimenta il circuito delle vasche e fontane è attinta da varie sorgenti naturali nella collina soprastante. A coronamento del giardino si estende un grande bosco.

Nel 2016 il parco di Villa della Regina è stato scelto dal comitato scientifico del concorso Il Parco Più Bello tra i dieci parchi e giardini più belli d'Italia.

Interni

All'interno della residenza si trovano affreschi e quadri di Giovanni Battista Crosato, Giuseppe Dallamano, Claudio Francesco Beaumont, Daniel Seiter e Corrado Giaquinto. Nelle sale adiacenti sono notevoli i quattro Gabinetti Cinesi in raffinato legno laccato e dorato. Gran parte degli stucchi, fra i quali le decorazioni dell'anticamera con soffitto verde e della sala di Anna Maria di Orléans, sono opera di Pietro Somazzi.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Indirizzo
Strada Comunale Santa Margherita 79
Telefono
+39 011 8194484
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
polomusealepiemonte.beniculturali.it

La voce completa su Wikipedia

Museo d’Arte Orientale

Museo d'arte moderna · Torino

Museo d’Arte Orientale

Il MAO - Museo d'Arte Orientale è un museo di Torino, inaugurato nel 2008. Ubicato in pieno centro, ha sede nello storico Palazzo Mazzonis e ospita una delle raccolte artistiche asiatiche più interessanti d'Italia.

Nel 2019 ha superato quota 119.000 visitatori.

Leggi tutto su Museo d’Arte Orientale (957 parole)
Storia

Il MAO Museo d'Arte Orientale di Torino è tra le più recenti istituzioni museali ad inserirsi nel già copioso contesto del capoluogo piemontese.

Da tempo le istituzioni locali si interrogavano su come meglio organizzare le collezioni orientali, già precedentemente conservate nel Museo Civico d'Arte Antica e, con il contributo della Regione Piemonte, della Compagnia di San Paolo e della Fondazione Agnelli, nel corso dei primi anni Duemila si è giunti ad un ragguardevole numero di reperti. Un concreto sostegno è stato garantito anche dal Comune di Torino, che ha messo a disposizione del nascente polo museale il pregevole Palazzo Mazzonis. Il museo è stato diretto fino al 2013 da Franco Ricca, docente universitario di meccanica quantistica, da tempo appassionato cultore di arte orientale.

L'allestimento e le collezioni

Frutto della necessità di fruire di un nuovo strumento per la conoscenza di mondi lontani, il MAO accoglie le collezioni orientali già precedentemente conservate nel Museo Civico d'Arte Antica ma deve molto anche al contributo dei reperti provenienti dalle collezioni della Regione Piemonte, della Compagnia di San Paolo e della Fondazione Agnelli.

È obiettivo del museo custodire e rendere note al pubblico opere emblematiche della produzione artistica orientale e divenire un accesso privilegiato a studiosi della cultura asiatica, anche con l'ausilio di iniziative specifiche.

L'allestimento interno, curato dall'architetto Andrea Bruno, prevede l'esposizione a rotazione di circa 1.500 opere, alcune di notevole rilevanza, disposte in cinque sezioni. I criteri che hanno suggerito le scelte progettuali hanno consentito di realizzare un godibile percorso museografico, malgrado la planimetria tipica di un edificio antico e quindi non sempre favorevole. L'atrio d'ingresso, in cui è stato realizzato un ampio spazio vetrato, ospita i giardini zen giapponesi, con sabbia e muschio. Attraverso uno scalone monumentale si accede alle gallerie, divise in cinque aree, caratterizzate da scelte cromatiche e stilistiche differenti, con ampio uso di legno, acciaio, vetro e una grafica museale evocativa dei luoghi di provenienza.

Il primo piano ospita le gallerie dell'Asia Meridionale, del Sud-est asiatico, della Cina e la prima parte della sezione dedicata al Giappone, mentre la seconda parte della galleria Giappone si trova al secondo piano. Al terzo piano è ubicata la galleria Himalayana, mentre il quarto piano conclude il percorso con la sala, rigorosamente verde, dedicata all'arte islamica.

A queste collezioni, che consistono in circa 2.300 opere, si aggiungono più di 1.400 reperti di scavo di periodo pre-islamico provenienti dagli scavi iracheni di Seleucia e Coche.

Asia meridionale e sud-est asiatico

In questa sezione sono ospitate le collezioni di tre grandi aree geografico-culturali: India, Gandhara e Indocina.

India

Nelle sale dedicate all'India si trovano opere di ispirazione induista e buddhista provenienti dal Kashmir, dall'India vera e propria e dal Pakistan Orientale. Si tratta di sculture in pietra, bronzi, terrecotte e dipinti su cotone che vanno dal II sec. a.C. al XIX sec. Nelle sale destinate all'arte indiana sono collocati rilievi e sculture che mostrano esempi dell'arte Shunga, Kushana, Gupta e del Medioevo Indiano.

Gandhara

Con Gandhara si intende l'area geografica compresa fra Afghanistan e Pakistan nord-occidentale. Lo stesso termine designa però la produzione artistica di ispirazione buddhista fiorita proprio in quella zona tra il II secolo a.C. e il V sec. d.C. Nelle sale del MAO si trovano fregi del grande stūpa di Butkara, frutto degli scavi condotti negli anni '50 dalla sezione piemontese dell'IsMEO, e alcune statue in scisto, stucco e terracotta.

Sud-est asiatico

In queste sale sono collocate opere provenienti dell'area che comprende Thailandia, Birmania, Vietnam e Cambogia insieme ad alcune importanti sculture del periodo Khmer.

Cina

Nella collezione cinese si può constatare quanto la millenaria cultura della Cina e la sua immensa estensione abbiano generato una grande varietà di rappresentazioni artistiche. Tuttavia, la coesione della sua struttura sociale e politica ha favorito l'evolversi di uno stile omogeneo e fortemente caratterizzante. La collezione comprende vasellame neolitico, esemplari di bronzi rituali e lacche dal periodo pre-imperiale alle dinastie Han e Tang.

Giappone

La collezione giapponese svela l'unicità del connubio tra tradizione, artigianalità e sapiente conoscenza dei materiali. In questa sezione si trovano statue lignee (dal XII al XVII secolo), paraventi dal XVII al XIX secolo, tessuti, dipinti e xilografie, nonché oggetti laccati, armi e armature. La galleria giapponese è soggetta a periodiche rotazioni delle opere che coinvolgono prevalentemente tessuti, opere pittoriche e stampe.

Himalaya

In questa suggestiva collezione si può cogliere il lato mistico del Buddhismo, che coinvolge l'arte dei suoi paesi (Bhutan, Ladakh, Nepal, Sikkim e Tibet) in tutte le sue forme: dalla scultura alla pittura, dalla scrittura all'architettura. In questa sezione si trovano sculture in legno e in metallo, strumenti rituali, dipinti a tempera (thangka) e alcune copertine lignee di testi sacri, intagliate e dipinte.

Islam

La collezione islamica è caratterizzata da manoscritti e suppellettili provenienti da Turchia, Persia ed ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale, dove si evidenzia l'importanza della calligrafia. La galleria ospita velluti ottomani, ceramiche, bronzi nonché rari manoscritti persiani e copie calligrafiche del Corano.

Palazzo Mazzonis

Già noto come Palazzo Solaro della Chiusa e dimora dell'omonima famiglia, l'edificio fu ampiamente rimaneggiato già nel Seicento e, nel 1870, divenne proprietà del Cav. Paolo Mazzonis di Pralafera, industriale tessile. A seguito di lavori di restauro egli adibì parte del palazzo a sede della Manifattura Mazzonis S.n.c., che qui rimase per quasi cent'anni. A seguito della sfavorevole congiuntura economica, l'attività cessò nel 1968 e, dopo lunghi anni di degrado, nel 1980 l'edificio fu ceduto al Comune di Torino che lo destinò ad ospitare parte degli uffici giudiziari. Nel 2001, in seguito al trasferimento di questi ultimi presso il nuovo Palazzo di Giustizia, l'edificio fu completamente restaurato e, dal 2008, è sede del MAO.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via San Domenico 11
Orari
Tu-Fr 10:00-18:00; Sa-Su 11:00-19:00; Mo off
Telefono
+39 011 4436932
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.maotorino.it

La voce completa su Wikipedia

Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli

Museo d'arte moderna · Torino

Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli

La Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, anche nota semplicemente come Pinacoteca Agnelli, è un museo d'arte con sede a Torino.

== Storia e descrizione ==

Leggi tutto su Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli (302 parole)

Inaugurata nel 2002 all'ultimo piano del Lingotto, la pinacoteca raccoglie una selezione di opere provenienti dalla collezione privata di Gianni e Marella Agnelli.

La collezione è ospitata nello Scrigno, un corpo di acciaio con una superficie di 450 metri quadrati sollevato a 34 metri dalla pista di collaudo sul tetto dello stabilimento. La struttura è opera dell'architetto Renzo Piano. Lo stile architettonico rappresenta un'astronave di cristalli che riprende simbolicamente lo stile futurista della fabbrica originaria.

Oltre alla collezione permanente, il museo ospita periodicamente mostre temporanee d'arte contemporanea.

Il museo è pieno di stili diversi, avendo anche un grande significato storico dell’ex fabbrica Fiat che evidenzia la bellezza della struttura.

Collezione permanente

Il museo espone ventitré dipinti e due sculture. Tra gli artisti del Settecento spicca Canaletto, di cui il museo conserva un gruppo di sei vedute di Venezia. A queste si aggiungono due dipinti di Bernardo Bellotto, nipote di Canaletto, che raffigurano scorci di Dresda rispettivamente con la Frauenkirche e la Hofkirche. Completa la collezione settecentesca il dipinto Alabardiere in un paesaggio di Giovan Battista Tiepolo.

Per quanto riguarda l'arte dell'Ottocento la pinacoteca conserva due sculture chiamate Le danzatrici di Antonio Canova nonché La bagnante bionda di Pierre-Auguste Renoir e La Négresse di Édouard Manet.

Ad aprire la sezione sul Novecento è Pablo Picasso con L'Hétaire risalente al periodo blu. Ancora di Picasso è il dipinto cubista Uomo appoggiato a un tavolo degli anni 1915-16. Agli stessi anni risale lo splendido nudo femminile di Amedeo Modigliani. Sette pregevoli dipinti di Henri Matisse costituiscono il nucleo più corposo di opere posseduto dalla pinacoteca. Infine il museo vanta due lavori futuristi; rispettivamente Lanciers italiens au galop di Gino Severini e Velocità astratta di Giacomo Balla.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Nizza 230
Orari
Tu-Su 10:00-19:00; Mo off
Telefono
+39 011 0062713
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.pinacoteca-agnelli.it

La voce completa su Wikipedia

Casa Fenoglio-La Fleur

Casa multifamiliare · Torino

Casa Fenoglio-La Fleur

La Casa Fenoglio-La Fleur è un edificio storico di Torino e rappresenta una delle più manifeste testimonianze della stagione del liberty italiano, in grado di competere con le maggiori espressioni di rilevanza internazionale, nonché vero emblema della stagione del liberty torinese.

L'edificio è compreso nel quartiere San Donato e sorge al centro di un'area di grande interesse architettonico che conta un'alta densità di altri esempi di liberty e neogotico, comprendendo anche il confinante quartiere Cit Turin.

Leggi tutto su Casa Fenoglio-La Fleur (491 parole)
Storia

Progettata nel 1902 dall'ingegner Pietro Fenoglio come propria abitazione e concependola, secondo il gusto francese dell'epoca, come «casa-studio», ciò favorì la massima libertà di espressione del proprio talento creativo, nel pieno della gloriosa stagione del liberty torinese.

Tuttavia l'edificio ospitò per breve tempo la famiglia del noto ingegnere torinese, che pochi anni dopo la vendette all'imprenditore francese Lafleur. Egli vi abitò fino alla sua morte e i suoi eredi in seguito cedettero la proprietà alla nota organizzazione filantropica torinese La Benefica, che vi ospitò per alcuni anni i suoi «giovani derelitti».

Risparmiata dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, l'intera struttura andò incontro a un lungo periodo di decadenza, fino alla fine degli anni novanta, quando fu oggetto di un frazionamento per essere nuovamente venduta a privati, che si sono occupati di un attento restauro conservativo.

Attualmente è sede di alcuni studi professionali e residenze private.

Descrizione

L'edificio sorge al confine del centro storico e si sviluppa su tre piani fuori terra, più il piano mansardato.

Esso è caratterizzato dalla privilegiata collocazione angolare lungo l'asse di corso Francia, in corrispondenza di via Principi d'Acaja, dove si trovano l'ingresso principale (civico 11) e l'accesso carrabile al giardino interno.

Sebbene la struttura sia connotata da un'impostazione piuttosto tradizionale tipica di un'abitazione alto borghese, l'edificio è un equilibrato esempio di utilizzo combinato di materiali. L'apparato decorativo è decisamente ricco seppur estremamente coerente con i più ricorrenti stilemi liberty fitomorfi, che si ritrovano diffusamente in tutto l'edificio ma che trionfano abbondantemente nel decoro del rosone superiore e nel caratteristico modulo angolare aggettante.

Quest'ultimo costituisce l'elemento di connessione delle due ali dell'intero edificio ed è impreziosito da un pronunciato bovindo con vetratura policroma che esibisce un sinuoso intreccio in ferro battuto. L'andamento ondivago è dichiaratamente riproposto nell'elegante linea dell'edicola in vetro che sovrasta il terrazzino, che pare citare esplicitamente le sinuosità parigine di Hector Guimard. Quest'ultima è stata ripristinata nell'ambito dell'attento restauro effettuato negli anni Novanta, che ha riportato l'intero edificio allo splendore originale.

L'opera di Fenoglio, infatti, qui più che mai sembra piacevolmente influenzata dalle correnti dell'art nouveau francese e belga, non solo per «l'attenta coerenza stilistica ma altresì per l'ambizione di conferire all'edificio una connotazione di respiro internazionale.»

Questo lo stimolo principale che spinse Pietro Fenoglio a dedicarsi personalmente alla progettazione di ogni più minimo dettaglio come il disegno dei telai degli infissi, i ricercati rilievi in litocemento, il portone interno che dà accesso all'androne principale, le chiambrane delle porte interne, nonché il singolare disegno dei caloriferi in ghisa.

Come arrivarci

M1 Metropolitana Fermi - Bengasi (fermata Principi d'Acaja).

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Chiablese

Palazzo · Torino

Palazzo Chiablese

Il Palazzo Chiablese è una dimora signorile, situata a Torino, nella regione del Piemonte, in Italia, in particolare in Piazza San Giovanni, tra Via XX Settembre e Piazza Castello, nel centro storico cittadino. Costruito alla fine del XVI secolo, il palazzo fu proprietà di Casa Savoia, in particolare del principe Benedetto di Savoia, appunto duca di Chiablese. Con l'ascesa al trono di Carlo Alberto di Carignano, l'edificio divenne dimora torinese di Ferdinando, duca di Genova e dopo di lui del ramo Savoia-Genova. Nel palazzo nacque Margherita di Savoia, futura prima regina d'Italia. Dal 1958 al 1985 è stato sede del Museo Nazionale del Cinema di Torino, dal 1997 è iscritto alla lista del Patrimonio dell'umanità UNESCO come edificio parte del sito seriale "Residenze Sabaude".

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo Chiablese (4.500 parole)

Palazzo Chiablese venne costruito, probabilmente su fondamenta di edifici medievali preesistenti, alla fine del XVI secolo quando Emanuele Filiberto di Savoia, il "duca di ferro", il quale volle rinnovare la piazza davanti alle residenze ducali: Palazzo Ducale (poi Reale) ed il Castello (poi Palazzo Madama). Il duca commissionò il riordino urbanistico degli spazi e degli edifici all’architetto Ascanio Vittozzi, autore anche del progetto per la nuova Cittadella di Torino. I primi proprietari del palazzo erano Beatrice Langosco ed il consorte, Francesco Martinengo Colleoni che lo ricevono in dono dallo stesso duca. Rientrato in possesso dei Savoia all’inizio del XVII secolo, l’edificio ospita, tra il 1600 ed il 1601, il cardinale Pietro Aldobrandini, invitato a Torino dal pontefice Clemente VII presso il duca Carlo Emanuele I per risolvere le discordie tra il Ducato sabaudo e la Francia, riguardanti il possesso del Marchesato di Saluzzo.

Nel 1608, il cardinale ritornò nel palazzo per presenziare ai matrimoni delle figlie del duca, Margherita con Francesco IV Gonzaga e Isabella di Savoia con Alfonso III d’Este.

Nel 1642, l’edificio venne assegnato come residenza torinese al cardinale Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I di Savoia; durante la guerra civile piemontese, Maurizio presentò le sue dimissioni da cardinale al papa Urbano VIII e sposò la nipote Maria Ludovica Cristina, figlio del fratello Vittorio Amedeo I. La coppia preferiva Villa della Regina, residenza sulle colline torinesi, che il cittadino Palazzo Chiablese. Nel 1692, alla morte della principessa Maria Ludovica Cristina, il palazzo accolse alcuni appartamenti a servizio della corte reale.

Nel 1753, re Carlo Emanuele III di Sardegna destina il palazzo al figlio Benedetto di Savoia, duca del Chiablese, nato dalla terza moglie, Elisabetta di Lorena: in quegli anni, il sovrano progettava per l’amatissimo secondogenito un matrimonio con una principessa Asburgo-Lorena e la creazione di uno stato indipendente da ricavare nei feudi imperiali dell’Italia settentrionale o dell’Austria meridionale. L’incarico di rinnovare ed estendere gli appartamenti venne affidato a Benedetto Alfieri, che aveva ereditato da Filippo Juvarra il ruolo di architetto di corte, proseguendone i cantieri nelle residenze sabaude. Con l'intervento di Alfieri, il palazzo ha acquisito il suo aspetto attuale. Le ambizioni dinastiche di Benedetto Maurizio subirono un secco ridimensionamento per l’opposizione di Maria Teresa d'Austria al suo matrimonio asburgico e così il principe che, dopo l’ascesa al trono del fratello maggiore Vittorio Amedeo III, nel 1773, aveva ormai un ruolo secondario nella corte, finì per sposare la giovane nipote, Maria Anna di Savoia, nel 1775. Con la caduta dell’Ancien Régime e l’arrivo delle truppe rivoluzionarie, i duchi di Chiablese furono costretti ad abbandonare Torino nel 1798, rifugiandosi prima in Sardegna e poi a Roma, dove Benedetto Maurizio morìnel 1808.

Con l’occupazione francese di Torino, Palazzo Chiablese, come altre residenze sabaude, venne messo a disposizione di Napoleone Buonaparte e della famiglia imperiale: dopo essere stato la sede per gli uffici della “Commissione esecutiva” formata da Carlo Botta, Carlo Bossi e Carlo Giuli (“il governo dei tre Carli”), l’edificio ospitò tra il 1808 ed il 1814 il governatore generale dei dipartimenti transalpini, il principe Camillo Borghese, insieme con la moglie, Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore. A questo momento risale la decorazione di alcuni ambienti nella manica tra i due cortili, contraddistinta da un linguaggio ancora improntato al classicismo tardo settecentesco. Nel 1814, con la dissoluzione dell’Impero francese, l’edificio ritornò in possesso della duchessa vedova di Chiablese che, nel 1824, morì lasciando in eredità al fratello Carlo Felice, salito al trono nel 1821. Il nuovo sovrano, quando soggiornava a Torino, preferiva Palazzo Chiablese al contiguo Palazzo Reale e qui vi morì nel 1831.

Il palazzo passò così al principe Ferdinando di Savoia-Carignano, secondogenito del re Carlo Alberto di Savoia, duca di Genova. In occasione del suo matrimonio con Elisabetta di Sassonia, celebrato nel 1850, le sale furono oggetto di modifiche e di rinnovamenti dell’arredo e delle decorazioni, sotto la direzione di Alfonso Dupuy: in modo particolare la galleria piccola venne trasformata nella camera da letto della duchessa. Nel 1851 vi nacque Margherita di Savoia-Genova, futura prima regina d’Italia. Palazzo Chiablese, abitato dai Savoia-Genova fino al 1940, fu oggetto tra XIX e XX secolo di alcuni interventi di aggiornamento funzionale.I bombardamenti anglo-americani che devastano il centro di Torino, soprattutto tra il 1943 ed il 1944, colpirono più volte l’edificio con ordigni e spezzoni incendiari, danneggiando così gravemente alcune delle sale monumentali verso la Piazzetta Reale e distruggendo l’angolo verso il Seminario Maggiore.

Dopo un lungo lavoro di ricostruzione e di restauro, indirizzato peraltro a rendere il palazzo adatto alla sua nuova funzione di edificio pubblico, sono trasferiti qui gli uffici di due Soprintendenze. In questi ultimi anni, i restauri progressivamente avviati negli appartamenti monumentali in parallelo con il trasferimento degli uffici in spazi privi d’interesse storico, stanno cercando di ricomporre l’aspetto di fastosa residenza dinastica che aveva palazzo Chiablese fino a un secolo fa, in vista di un percorso museale fruibile dal pubblico. In una delle sale danneggiata dalle bombe è poi restituita l’immagine degli storici uffici della Soprintendenza, a ricordare l’uso più recente di questa sede. L’iniziativa della Soprintendenza per la restituzione al pubblico del palazzo ha trovato in città importanti supporti: la Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali ha avviato l’opera dal 2017 promuovendo il restauro dell’oratorio e del gabinetto del duca; la Fondazione Compagnia di San Paolo, nel quadro della sua importante azione a favore del patrimonio culturale, sostiene il restauro delle sale private e da parata dell’appartamento, promuovendo la competenza del Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale. Alla riapertura alle visite si affianca un accordo con la Città di Torino, per ospitarvi anche la celebrazione dei matrimoni civili nelle sale di rappresentanza.

Descrizione

L’intervento dell'architetto Alfieri, nel XVIII secolo, che ha comportato la parziale demolizione e la sopraelevazione dell’edificio preesistente, ha conferito all’edificio l’aspetto attuale, tanto negli esterni quanto negli interni, anche se i progetti sono rimasti in parte incompiuti. Attraverso un portone monumentale aperto sulla sobria facciata in laterizio verso il duomo, si accede a un atrio porticato con colonne, pilastri in pietra e volte a crociera e, di qui, ai due cortili interni, divisi da una manica centrale (1761). Il portico tra la piazza San Giovanni e la piazzetta Reale e la soprastante galleria al piano nobile raccordano l’edificio al Palazzo Reale, con il quale condivide un muro perimetrale. Un maestoso scalone in marmo (1753-1754) conduce agli appartamenti aulici: due campagne decorative, una risalente al 1756-1758, l’altra al 1760-1764, interessano le sale affacciate verso la Piazzetta Reale, che sono organizzate in una doppia enfilade, funzionale alle esigenze cerimoniali. Alfieri diresse anche la decorazione a stucchi dorati degli ambienti, che si accompagna a una boiseries e ad un arredo di grande raffinatezza, eseguiti secondo modelli di gusto filo-francese, dalle équipes di plasticatori (Bartolomeo Papa, Angelo Maria Somasso, Enrico Bitli, Giuseppe Bolina, Giovanni Battista Sanbartolomeo), di intagliatori (Giovanni Battista Bolgiè, Giovanni Antonio Riva, Antonio Gritella) e indoratori (Bartolomeo Monticelli) già attivi per i cantieri reali. Anche la decorazione pittorica, concentrata soprattutto nelle grandi sovrapporte, vide nelle sale del Palazzo Chiablese la presenza di alcuni fra i principali protagonisti della cultura figurativa alla corte di Torino in quegli anni. Si trovano qui, infatti, tanto i più affermati pittori locali, come Michele Antonio Rapous, Mattia Franceschini, Claudio Francesco Beaumont, Vittorio Amedeo Cignaroli, quanto le più prestigiose personalità forestiere che rappresentano bene gli indirizzi di gusto della committenza sabauda, come il romano Gregorio Guglielmi, il napoletano Francesco De Mura, il veneto Giovanni Battista Crosato.

La ricchezza e l’importanza dell’arredo è infine suggellata sia dalle opere dell’ebanista Pietro Piffetti, documentate fra il 1759 e il 1767-1768 (sopravvive il doppio corpo, oggi nella sala dell’Alcova), sia dall’inserimento di uno tra i pezzi più preziosi delle guardarobe reali: si tratta della serie di arazzi con le Storie di Artemisia, tessuta a Parigi nella manifattura dei Gobelins ed acquistata nel 1620 dall’ambasciatore sabaudo per conto di Vittorio Amedeo I. Il palazzo, abitato dai Savoia-Genova fino al 1940, fu oggetto tra XIX e XX secolo di alcuni interventi di aggiornamento funzionale con l’inserimento di una sala da bagno, il rinnovamento impiantistico e la realizzazione di nuovi collegamenti verticali per gli appartamenti di servizio. Le fotografie scattate nelle sale nei primi anni del Novecento ci presentano l’immagine di una sontuosa residenza principesca dove le decorazioni settecentesche convivono con i fastosi mobili eclettici dei duchi di Genova. Questa situazione cambia repentinamente allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando gli eredi di questo ramo della casa reale abbandonano il palazzo, trattenendo con sé gran parte dell’arredo.

I bombardamenti anglo-americani che devastano il centro di Torino soprattutto tra il 1943 e il 1944, colpiscono più volte l’edificio con ordigni e spezzoni incendiari, danneggiando così gravemente alcune delle sale monumentali verso la piazzetta Reale e distruggendo l’angolo verso il Seminario Maggiore. Dopo un lungo lavoro di ricostruzione e di restauro, indirizzato peraltro a rendere il palazzo adatto alla sua nuova funzione di edificio pubblico, vennero trasferiti qui gli uffici di due Soprintendenze. In quest’occasione, per arredare le sale di rappresentanza rimaste in gran parte spoglie, furono trasferiti dal Castello ducale di Agliè (passato anch’esso dai duchi di Genova al Demanio) alcuni arredi neoclassici e un piccolo nucleo di dipinti: tra questi una parte della bella serie di tele con le Vedute delle località del Piemonte di Angelo Antonio Cignaroli (1790-1820 circa) e la coppia di dipinti raffiguranti l'Arrivo di Carlo Felice e di Maria Cristina di Borbone a Napoli di Salvatore Fergola. Tra gli arredi salvatisi dai bombardamenti, ma successivamente dispersi, vi era anche una pregiata scrivania a doppio corpo dell'ebanista Pietro Piffetti, esportata senza autorizzazione e finalmente recuperata, nel 2018, dai carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino. Nel palazzo si trovano dipinti di Angelo Maria Crivelli, Angelo Cignaroli, Beaumont, Marghinotti, Tallone. Le sovraporte sono opera di Gregorio Guglielmi, Francesco De Mura, Mattia Franceschini, Gaetano Ottani, Giovanni Alberoni e Michele Antonio Rapous. Le Sale Chiablese site al pian terreno, storicamente destinate ad aree di servizio e quasi prive di decorazioni, ospitano le mostre temporanee dei Musei Reali.

Stanze
Androne e scalone

Il progetto architettonico si deve a Benedetto Alfieri che disegna i pilastri quadrati in serizzo e le colonne doriche: i gradini sono in marmo bianco di Pont Canavese. Le grandi lanterne risalgono al XIX secolo. Al centro della balaustra è la statua in marmo di Carlo Felice nelle vesti di Gran Maestro dell’ordine dell’Annunziata del novarese Antonio Bisetti, allievo e collaboratore di Carlo Finelli: l’opera, commissionata dalla regina Maria Cristina di Borbone-Due Sicilia dopo la morte del marito, è firmata e datata 1847. Sul pianerottolo, è un busto in bronzo di Ferdinando di Savoia-Genova, già in una delle sale dell’appartamento aulico.

Salone degli svizzeri

Il salone è il primo ambiente del percorso cerimoniale di rappresentanza che, come nel Palazzo Reale, era destinato alla guardia svizzera. L’ambiente, gravemente danneggiato dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, è stato oggetto di profondi restauri che comportarono, fra l’altro, lo spostamento del camino dalla parete opposta a quella d’origine, l’apertura di nuove porte funzionali agli uffici e il rifacimento di alcune sovrapporte in stucco. Sulle pareti è stata appesa la serie di grandi tele con scene di animali riferite ad Angelo Maria Crivelli detto "il Crivellone", in origine nel Castello di Moncalieri, passate poi a Palazzo Reale per arrivare infine nella residenza Chiablese.

Galleria del Cignaroli

La galleria si tratta di un ambiente moderno, frutto delle trasformazioni postbelliche, dove sono oggi collocate le trentuno vedute di città, residenze reali e luoghi vari del Regno di Sardegna dipinte da Angelo Cignaroli, il figlio del pittore paesaggista Vittorio Amedeo: sono parte di una serie commissionata da re Carlo Felice di Savoia nel 1827 e provengono dal Castello di Agliè, dove ne sono conservate altre dieci. Le sovrapporte rappresentanti le quattro Stagioni provengono da altri ambienti del palazzo.

Sala delle guardie del corpo

La sala conserva in buona parte l’aspetto settecentesco ed ottocentesco: le sovrapporte con scene di battaglie, inserite in eleganti cornici rocaille, sono eseguite nel 1758 dal pittore e scenografo Francesco Antoniani. Sulla parete grande è collocato, già dal XIX secolo, il cartone con "Cesare guarda una stele" iscritta su disegno del pittore di corte Matteo Boys, preparatorio per un arazzo a tutt'oggi sconosciuto. La manifattura di Torino, fondata da Carlo Emanuele III di Savoia nel 1731, produsse sotto la direzione di Beaumont diverse serie di arazzi destinate ad arredare gli appartamenti del re e della regina. Il lampadario e le ventole, riadattate al gas, sono in stile neobarocco. Sulla parete est è il monumentale Ritratto di Carlo Felice di Savoia, raffigurato in abito da cerimonia con il collare della Santissima Annunziata: è opera, firmata, del pittore cagliaritano Giovanni Marghinotti (firmato), sulla parete ovest il Ritratto equestre di Ferdinando di Savoia, duca di Genova è firmato e datato 1855 da Felice Cerruti Bauduc.

Camera dei "Valets a pied"

La seconda delle anticamere del duca del Chiablese era destinata agli staffieri (valets à pied). Le sovrapporte e il paracamino con rovine architettoniche furono eseguiti nel 1758 dal bolognese Gaetano Ottani, che fu cantante oltreché pittore e scenografo. I due cartoni per arazzi sono opera della scuola del torinese Claudio Francesco Beaumont, pittore di corte di Carlo Emanuele III dal 1731: i due episodi si riferiscono alla serie con "Storie di Annibale", tessuta a partire dal 1750. La collocazione del pezzo in questa sala è registrata già dagli inventari ottocenteschi. Gli arredi neoclassici, provenienti dai depositi, sono databili al periodo del regno di Carlo Felice (1821- 1831), mentre il busto in marmo raffigurante Carlo Alberto, re di Sardegna e padre di Ferdinando, duca di Genova, si trovava già in origine nel palazzo.

Galleria alfieriana

La galleria a L progettata da Benedetto Alfieri collega gli appartamenti del duca di Chiablese al Palazzo Reale. Attualmente è arredata con ventole dell’inizio del XIX secolo col monogramma di Carlo Felice di Savoia: sono qui esposti, un ovale in stucco con Cristo nell’orto di Giovanni Battista Bernero (in deposito dalla Fondazione Accorsi-Ometto), due sovrapporte di Vittorio Amedeo Cignaroli (parte di una serie dispersa già in palazzo Gazzelli ad Asti e recentemente acquistate dallo Stato) e un busto di Giove, copia ottocentesca dello Zeus di Orticoli ritrovato nel corso degli scavi degli anni 1781-1782 nell’omonima località in Umbria, conservato nel Museo Pio Clementino di Roma.

Gabinetto di toeletta

L’ambiente attiguo al “gabinetto de’ ghiacci” era in origine costituito da un “gabinetto da tovaletta” e da una cappella. In occasione del restauro del 2016 sono stati eseguiti sulla volta della cappella alcuni saggi stratigrafici che hanno permesso di scoprire come anche gli stucchi che decorano questo ambiente fossero in origine dorati. Al centro della volta, al di sotto del rosone in stucco attualmente visibile, è presente la colomba dello Spirito Santo, che conferma l’originaria destinazione d’uso della stanza ma è stata dispersa tutta la suppellettile sacra che arredava in origine l’ambiente. È allestita qui una pala d’altare con l’Annucciazione già nella cappella del castello Calvi di Bergolo a Pomaro Monferrato, Alessandria, recentemente acquistata dallo Stato: si tratta di un’opera bolognese già riferita a Marcantonio Franceschini ma molto probabilmente della cerchia di Giovan Gioseffo Dal Sole. Lo spazio retrostante, originariamente utilizzato come sacrestia, fu sostituito nel Novecento da un moderno bagno. I duchi di Genova, infatti, hanno trasformato completamente questa parte degli appartamenti: il “gabinetto de’ ghiacci” è diventato la camera da letto del duca, il gabinetto un boudoir e la cappella una guardaroba.

Camera da letto del duca

Utilizzata come camera da letto dal duca di Chiablese, la sala ha mantenuto la stessa funzione al tempi di re Carlo Felice, che morì in questa stanza il 27 aprile 1831; l’episodio è raffigurato in una tela di Luigi Bisi conservata al Castello di Racconigi che costituisce la più antica testimonianza iconografica dell’allestimento interno del palazzo. Al Settecento risalgono gli stucchi, i “lambriggi”, le mostre di porta e le belle sovrapporte con fiori di Michele Antonio Rapous: allo stesso pittore, specializzato in questo tipo di decorazioni e attivissimo nei cantieri reali, si devono con ogni probabilità anche i colorati mazzetti che ornano il “lambriggio” stesso: questo decoro pittorico è stato in parte recuperato nel corso del restauro concluso tra il 2020 ed il 2021 ed eseguito dal Centro di Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”. La stoffa che riveste le pareti è anche in questo ambiente frutto di un intervento di riallestimento successivo al passaggio del palazzo alla Soprintendenza. Provengono dal Castello di Aglié i due dipinti del napoletano Salvatore Fergola raffiguranti, in due momenti diversi, L’arrivo dei sovrani di Sardegna nel porto di Napoli. Firmati e datati 1829, i dipinti furono commissionati da Francesco I delle Due Sicilie per commemorare il viaggio della sorella Maria Cristina di Borbone, e del marito Carlo Felice e della moglie Maria Cristina di Savoia che in quell’anno si erano recati in visita ai loro parenti. Il salotto tardo settecentesco, di gusto francese, è un deposito dalla Fondazione Accorsi-Ometto, mentre appartiene alle collezioni del palazzo il grande bureau à cylindre anch’esso risalente al XVIII secolo.

Camera d'udienza del duca

Le fotografie storiche attestano la trasformazione di questa sala avvenuta nell’Ottocento, quando essa fu tappezzata in rosso e arredata con mobili oggi in parte conservati nell’adiacente camera di parata (salone di San Giovanni). Della fase settecentesca restano gli stucchi della volta, i “lambriggi”, le grandi specchiere con intagli rocaille, le mostre di porta e le sovrapporte di Mattia Franceschini raffiguranti "Storie di Enea e Didone" (1758), restaurati dal Centro di Conservazione e Restauro ‘La Venaria Reale’ nel 2020-2021. Le consoles e le poltrone sono settecentesche (i tessuti sono però di sostituzione). La stoffa verde che attualmente riveste le pareti è stata posata nel corso di un riallestimento successivo al passaggio del palazzo alla Soprintendenza. Sono stati collocati qui due busti di gesso raffiguranti Carlo Felice e la moglie, Maria Cristina di Borbone-Napoli.

Sala degli arazzi

L’ambiente, già parte dell’appartamento della duchessa nel Settecento, è poi utilizzato nell’Ottocento come sala da ballo: il suo sontuoso aspetto settecentesco è stato recuperato in seguito ai recenti restauri (2007). Gli eleganti stucchi dorati di Sanbartolomeo e Papa incorniciano medaglioni raffiguranti i miti di Apollo e Dafne e di Diana con la ninfa Procri, narrati nelle Metamorfosi di Ovidio. Nel 1763 il napoletano Francesco de Mura consegnava le sovrapporte raffiguranti le allegorie delle Quattro parti del mondo: l’Europa con i simboli della regalità, del papato e delle arti; l’Africa nera con il leone e l’elefante; l’Asia con l’incenso e il cammello; l’America come “indiana” con i pappagalli. Gli arazzi in lana e seta con filati metallici d’oro e d’argento furono tessuti intorno al 1615 da Philippe Maecht, su cartoni dei pittori Antoine Caron e Henry Lerambert, nella manifattura del Fauborg Saint-Marcel a Parigi. Il principe Vittorio Amedeo di Savoia li acquistò nel 1619 tramite il proprio ambasciatore a Parigi e gli arazzi giunsero a Torino nel 1621. Carlo Emanuele III di Savoia li fece raccomodare a partire dal 1758 per collocarli in questa sala del “secondo appartamento” del duca di Chiablese. Altri pezzi della serie si trovano a Palazzo Reale; altri ancora furono dispersi e appartengono oggi a diverse collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero, dal castello di Blois a Timken Museum di San Diego, in California. Dei panni qui esposti, solo Gli araldi a cavallo e Le richieste del popolo sono integri; gli altri furono tagliati per adattarli agli spazi disponibili sulle pareti; un'entre-fenêtre (arazzo alto e stretto previsto per lo spazio tra due finestre) appartiene al ciclo originale, mentre un’altra (il Filosofo) fu tessuta appositamente per questa sala nel 1766 dalla manifattura torinese. I candelabri con amorini in bronzo dorato risalgono al riallestimento come sala da ballo alla metà dell’Ottocento: a questo stesso momento risalgono le fastose poltrone neobarocche, documentate però dalle fotografie d’inizio Novecento, in un’altra sala.

Camera di parata della duchessa

Fin dal Settecento questo ambiente dava accesso all’appartamento della duchessa, mentre nell’Ottocento fu adibito a sala da pranzo. L’appartamento fu concepito dopo il 1760, in un momento in cui re Carlo Emanuele III di Savoia tentava di combinare il matrimonio del suo ultimogenito Benedetto Maurizio con la figlia di Francesco I d'Austria, Maria Cristina d’Asburgo-Lorena. Dopo la morte dell’imperatore nel 1765, il progetto fallì e gli ambienti sono allora destinati a Maria Anna di Savoia che sposò il duca del Chiablese nel 1775. La volta, su disegno di Alfieri, è decorata con stucchi dorati di Giovanni Battista Sanbartolomeo e Bartolomeo Papa, attivi anche nella Palazzina di caccia di Stupinigi; essa è stata ampiamente ricostruita dopo il bombardamento che colpì gravemente questa parte del palazzo nel 1943. Quattro delle sei sovrapporte, raffiguranti allegorie della Pace, della Guerra, dell’Estate e dell’Autunno furono eseguite nel 1766 dal romano Gregorio Guglielmi, che lavorò a Torino al rientro in Italia dopo anni di attività tra Dresda, Vienna e Berlino. In Austria, Guglielmi aveva dipinto la volta della grande galleria del Castello di Schönbrunn. Il camino fu modificato nell’Ottocento in modo da renderlo utilizzabile, a seconda delle esigenze, per questa sala o per l’adiacente Sala degli arazzi; la mostra in ghisa può infatti ruotare su sé stessa per consentire di sfruttare la stessa canna fumaria dai due lati. Sono collocate qui quattro poltrone settecentesche, provenienti dai depositi.

Alcova

L’ambiente faceva parte dell’"Appartamento della duchessa" realizzato su progetto di Benedetto Alfieri tra il 1760 e il 1762 e si incontrava, nella successione delle sale, dopo aver attraversato la "Camera del letto della duchessa" (già "Sala di Ricevimento", poi "Salone Rosso"), il "Gabinetto alla raffaellesca", il "Gabinetto del Piccolo Ricevimento" (poi "Salotto di Parigi"), la cappella e un altro piccolo gabinetto dove si trovava in origine il mobile libreria di Piffetti. Tutti questi ambienti furono distrutti durante i bombardamenti del 1943 e ricostruiti nel dopoguerra riproponendo in stucco bianco le perdute decorazioni settecentesche dorate della volta. Nel Settecento la sala era denominata “Galleria” e costituiva un ambiente aulico, ma privato, destinato ai momenti di riposo e al gioco. La volta, su disegno di Benedetto Alfieri, è ornata dagli stucchi dorati di Antonio Papa. Le sovrapporte erano opera di Michele Antonio Rapous e raffiguravano trionfi di fiori. Smontate nel 1943, sono andate disperse e oggi sono sostituite da panelli in specchio. Allo stesso artista sono da riferire le raffinate decorazioni floreali del lambriggio.

Nel 1850, in previsione del matrimonio di Ferdinando, duca di Genova con la principessa Elisabetta di Sassonia celebrato il 22 aprile 1850, l’ambiente è stato profondamente modificato. Il progetto è del lombardo Alfonso Dupuy, nominato nel 1836 architetto e segretario della regina. La Galleria assume la funzione di alcova e viene ingrandita con l’apertura di uno spazio riservato al letto sulla parete nord, sacrificando locali adibiti a magazzini. Un grande arco intagliato dorato, con stemma della famiglia Savoia e Sassonia, ornava l’accesso all’andito dedicato al letto, dotato di baldacchino e ampi tendaggi. Qui nacque il 20 novembre 1851 Margherita di Savoia, futura regina d’Italia. Al centro della parete a levante verso la piazza fu inserito il grande camino in marmo bianco di Roccacorba. Al di sopra del camino, la finestra centrale ha il rovescio degli scuri a specchio, apparato predisposto dall’intagliatore Gabriele Capello per dotare la stanza di una grande specchiera centrale, ma al tempo stesso consentire alla duchessa di godere, a imposte aperte, della veduta sulla piazza. Con Capello lavorano al progetto di rinnovo dell’appartamento l’ebanista Pietro Bertinetti, il tappezziere Lorenzo Morlach, i pittori Paolo e Rodolfo Morgari, Angelo Moja. Nuovi mobili per la sala vengono comprati a Parigi.

La zona dell’alcova vera e propria fu colpita duramente dalle bombe del 1943 e l’arcone intagliato andò completamente perduto. La sala è stata restaurata nel 2019 – 2021 dal Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”. La tappezzeria è stata ritessuta sul modello di quella ottocentesca con la corona ducale dei Savoia-Genova e il nœud d’amour. Oggi nella sala ammiriamo, inserito in una delle quattro “pilastrate” a specchio angolari settecentesche, il doppio corpo di Pietro Piffetti con intarsi in avorio e madreperla, e applicazioni in bronzo dorato, documentato al 1767 – 1768 per il secondo appartamento del duca di Chiablese e trasferito nella sala durante la seconda metà dell’Ottocento. Rimosso nel 1943 per salvarlo dai bombardamenti, restò nelle mani dei duchi di Genova. Esportato illegalmente, nel 2018 è stato recuperato dai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e consegnato alla Soprintendenza. La dormeuse settecentesca richiama l’idea di riposo cui era adibita la sala: su arredi di questo tipo le signore potevano distendersi e riposarsi durante la giornata.

Camera di parata del duca

Nel Settecento la sala costituiva il primo ambiente dell’appartamento del duca di Chiablese: a questa fase (1758) risalgono le sovrapporte del torinese Mattia Franceschini, raffiguranti allegorie delle Virtù. Allievo di Beaumont, Franceschini lavorò anche per la Reggia di Venaria; eseguì cartoni per arazzi e fu scenografo per il teatro Regio. I mobili, in stile neobarocco e databili intorno alla metà dell’Ottocento, fanno parte dell’arredo originario del palazzo, ma prima della fine della monarchia si trovavano nella successiva Camera d’udienza (poi Salone rosso). Il ritratto della regina Margherita di Savoia è firmato e datato 1890 dal pittore savonese Cesare Tallone, che lo eseguì a Roma. Margherita, figlia di Ferdinando di Savoia-Genova, nacque in questo palazzo nel 1851 e divenne nel 1878 la prima regina d'Italia.

Sala dei paggi

La “Camera dei paggi”, terza anticamera della residenza dei duchi del Chiablese nel XVIII secolo, era utilizzata come sala di ricevimento al tempo dei duchi di Genova: essa conserva l’aspetto settecentesco nelle mostre di porte che racchiudono sovrapporte con prospettive, ovvero paesaggi di fantasia con rovine. Le tele, come il paracamino, furono eseguite nel 1758 dal pittore emiliano Giovanni Battista Alberoni, allievo dello scenografo Ferdinando Galli da Bibbiena. Alberoni fu a lungo attivo a Torino, dove prese parte alla decorazione della Palazzina di caccia di Stupinigi. L’attuale arredo della sala è frutto di interventi successivi al passaggio di Palazzo Chiablese alla Soprintendenza. Sono stati ultimamente collocati qui due importanti dipinti: una bella veduta del porto di Villafranca, opera di un paesaggista ignoto attivo negli anni a cavallo fra Settecento e Ottocento e la grandiosa tela di Ippolito Caffi raffigurante l’Ingresso di Vittorio Emanuele II di Savoia a Napoli; nell’opera, proveniente da Palazzo Reale, si fonde l’attenta cronaca dei fasti risorgimentali di casa Savoia con la precisione vedutistica del pittore veneziano, erede e continuatore della tradizione settecentesca.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Museo nazionale del Risorgimento italiano

Museo nazionale · Torino

Museo nazionale del Risorgimento italiano

Il Museo nazionale del Risorgimento italiano è il più grande spazio espositivo di storia patria italiano, il più antico e il più importante museo dedicato al Risorgimento italiano per via della ricchezza e della rappresentatività delle sue collezioni e l'unico che abbia ufficialmente il titolo di "nazionale", riconoscimento ottenuto grazie al regio decreto nº 360 dell'8 dicembre 1901. Fondato nel 1878, si trova a Torino all'interno dello storico palazzo Carignano.

È dedicato all'epoca risorgimentale, durante la quale avvenne l'unificazione politica dell'Italia. I reperti esposti nel museo, risalenti a un periodo storico più ampio, sono databili tra il 1706 (anno dell'assedio di Torino) e il 1946 (nascita della Repubblica Italiana) con particolare attenzione, come già accennato, ai cimeli risorgimentali, che invece sono legati a un lasso di tempo compreso tra la fine del XVIII secolo e l'inizio della prima guerra mondiale. Le collezioni sono conservate all'interno del piano nobile del palazzo.

Leggi tutto su Museo nazionale del Risorgimento italiano (1.460 parole)
Storia

La nascita del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano è strettamente legata ai cimeli di Vittorio Emanuele II, donati alla Città di Torino il 2 febbraio 1878 per volontà di Umberto I e oggi esposti all'interno del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino, nella prima sala.

I cimeli comprendono l'elmo, la spada e le medaglie appartenuti al primo re d'Italia. La spada, usata nelle battaglie di Palestro e San Martino nel 1859, ha un'impugnatura d'avorio bianco e sulla lama d'acciaio da una parte è inciso "Viva Carlo Alberto", dall'altra "Viva l'Italia". Le sei medaglie sono rispettivamente:

una medaglia d'oro, con inciso da un lato "Vittorio di Savoia Comandante la Divisione di Riserva" e nel centro "Goito 30 maggio 1848", dall'altro lato "Al valore militare" e nel centro si trova lo stemma di Casa Savoia, sormontato dalla corona reale.

una medaglia d'argento, con inciso "Vittorio di Savoia Comandante la Divisione di Riserva" e al centro "S. Lucia 6 maggio 1848"; dall'altro lato "Al valore militare".

una medaglia d'argento francese al valore militare, con il ritratto di profilo di Napoleone III.

una medaglia d'argento francese, commemorativa della campagna d'Italia. Sul dritto è ritratto.

una medaglia commemorativa delle guerre per l'indipendenza d'Italia. Sul diritto l'Italia è rappresentata come donna in piedi, avente nella destra la lancia e a sinistra lo scudo sabaudo.

una medaglia d'oro, con la scritta "Ai benemeriti della salute pubblica" e il ritratto di Vittorio Emanuele II.

Infine, l'elmo da generale dell'Esercito italiano è sormontato da un'aquila in oro che ha le ali spiegate e una corona d'oro sul capo. Sulla fronte dell'elmo è presente la stella d'Italia in oro, con al centro in smalto azzurro la corona ferrea, realizzata in oro e smalto.

Questi oggetti furono donati da Umberto I alla Città di Torino nel 1878, dopo la morte del padre, Vittorio Emanuele II, avvenuta il 9 gennaio. La donazione era in realtà una sorta di compensazione: il primo re d'Italia non era stato seppellito all'interno della Basilica di Superga, nelle Tombe Reali, con molti suoi antenati, come avrebbe voluto l'amministrazione civica torinese, ma a Roma, al Pantheon, in quanto nuova capitale per rafforzare l'immagine unitaria e nazionale. I cimeli furono consegnati dal Amedeo Duca d'Aosta in una cerimonia ufficiale il 2 febbraio 1878, presso il Palazzo Municipale.

I cimeli di Vittorio Emanuele II vennero esposti al Museo Civico d'Arte Antica dal 1879, come parte della collezione museale per ricordare le vittorie e le onorificenze del re. Nel 1884 furono collocati ai piedi della statua di Vittorio Emanuele II all'interno del Tempio del Risorgimento, un padiglione all'interno dell'Esposizione generale italiana di Torino, situata nell'attuale parco del Valentino.

Nel frattempo all'interno del Consiglio Comunale e della Giunta Municipale di Torino si stava discutendo sulla destinazione definitiva da attribuire ai cimeli. Fin dal 1878 era stata infatti ipotizzata la realizzazione di un museo dedicato al Risorgimento e in ricordo di Vittorio Emanuele II: i cimeli avrebbero rappresentato il nucleo originario della collezione, progressivamente arricchita.

Mancava però una sede stabile e fu deciso che la collezione che intanto si stava strutturando presso il Museo Civico (oggetti donati da Vittorio Emanuele Taparelli d'Azeglio, le tempere di Carlo Bossoli, e altri documenti o oggetti raccolti, acquistati e donati) sarebbe stata ospitata all'interno della Mole Antonelliana, acquistata dalla Città di Torino nel 1877 e all'epoca ancora in costruzione. Il Museo del Risorgimento quindi sarà inaugurato dai sovrani Umberto I e Margherita il 9 settembre 1899 dapprima in una sede provvisoria e all'interno della Mole Antonelliana soltanto il 18 ottobre 1908.

A causa di problemi strutturali dell'edificio costruito da Alessandro Antonelli, la collezione fu trasferita temporaneamente presso il palazzo del Giornale, nel parco del Valentino, tra il 1928 e il 1938, quando fu inaugurata la nuova sede all'interno dello storico palazzo Carignano. L'edificio barocco, realizzato da Guarino Guarini e residenza della famiglia Savoia-Carignano, era stato dal 1848 al 1860 sede della Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, nonché luogo di nascita sia di Carlo Alberto sia di Vittorio Emanuele II. Inoltre, all'interno del cortile del palazzo, tra il 1861 e il 1865 vi era stata la (provvisoria) Camera dei deputati del Parlamento del Regno d'Italia.

Quest'ultima venne ospitata in un'aula provvisoria nel cortile, poi smantellata, in attesa della fine dei lavori per il raddoppio del palazzo e per la realizzazione di una grande aula che avrebbe dovuto ospitare i deputati del neo costituito Regno d'Italia. Terminati i lavori, che vennero eseguiti tra 1864 e 1871, la grandiosa aula, l'ultima del percorso di visita del museo, non servì più allo scopo e quindi non venne mai usata, dato che la capitale e il parlamento avevano già lasciato Torino per essere trasferiti a Firenze.

All'interno del museo è quindi possibile visitare due aule parlamentari: quella della Camera dei deputati del Parlamento subalpino, attiva dal 1848 al 1860, ancor oggi intatta e con l'arredamento originale così com'era nel 1860 quando cessò di funzionare, compresi gli scranni originali occupati all'epoca dai parlamentari più importanti (Cavour, Massimo d'Azeglio, Cesare Balbo, Vincenzo Gioberti e Giuseppe Garibaldi) che sono oggi contraddistinti da coccarde tricolori, e quella della Camera dei deputati del Parlamento italiano, mai utilizzata per quella funzione ma oggi ideale sede per ospitare le mostre temporanee e le manifestazioni culturali del museo.

Aggiornamenti delle esposizioni si ebbero nel 1948 in occasione del centenario della prima guerra d'indipendenza e nel 1961 durante le celebrazioni del centesimo anniversario dell'Unità d'Italia. Quest'ultimo ampliamento delle collezioni fu poi ridimensionato nel 1965.

Subito dopo le Olimpiadi di Torino del 2006 il museo è stato chiuso per consentire i lavori di restauro e di riallestimento della parte espositiva. La riapertura è avvenuta solennemente il 18 marzo 2011 in occasione dei festeggiamenti per il 150º anniversario dell'Unità d'Italia alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Le esposizioni

La tipologia dei reperti presenti è molto varia: armi, vessilli, uniformi, documenti a stampa e manoscritti, e opere figurative. Il posto d'onore è certamente rappresentato dalla Camera dei deputati del Parlamento subalpino, monumento nazionale sin dal 1898 e unico esempio originale al mondo delle aule parlamentari istituite dopo le rivoluzioni del 1848.

I 2.580 reperti esposti al pubblico, che sono stati selezionati tra i 54.000 appartenenti al museo, descrivono il percorso che portò all'unità d'Italia. Sono presenti riferimenti anche ad altre nazioni europee che hanno acquisito l'indipendenza nel XIX secolo vivendo una stagione paragonabile a quella del Risorgimento italiano. Sono previsti percorsi espositivi per disabili rivolti ai non vedenti, agli ipovedenti e agli ipoudenti.

L'esposizione occupa circa 3.500 m² distribuiti su 30 sale: le prime tre narrano le esposizioni del passato in chiave nazionale (1878, 1961), in ottica piemontese e torinese (1898, 1908, 1911) e in chiave fascista (1935, 1938), per illustrare le diverse interpretazioni che il Risorgimento ha avuto nell'Ottocento e nel Novecento.

Dalla quarta sala in poi inizia l'allestimento vero e proprio: si parte dalla rivoluzione francese (1789) passando per l'età napoleonica (1796-1815), la Restaurazione (1814), i moti del 1820-1821, le rivolte del 1830-1831, le rivoluzioni del 1848, le Guerre d'indipendenza italiane (1848, 1859 e 1866), la spedizione dei Mille (1860), fino a giungere all'esposizione di reperti legati alla proclamazione del Regno d'Italia (1861) e alla presa di Roma (1870), che sono trattati nella sala 24, l'ultima di questo percorso. Nella sala 25 è ricostruito lo studio ministeriale originale di Cavour.

Le sale 26, 27 e 28 sono dedicate a vari aspetti (politica, cultura, società, religiosità, istruzione, diritti dei lavoratori e lotte sindacali, forze armate) dei primi cinquant'anni del Regno d'Italia, visti attraverso gli occhi della borghesia e dei ceti popolari. La sala 29 racconta invece i primi anni del Novecento sino alle soglie della prima guerra mondiale, conflitto che portò poi al completamento dell'unità nazionale con l'annessione del Trentino, dell'Alto Adige e della Venezia Giulia all'Italia.

La sala 30 è ricavata dalla grande aula che avrebbe dovuto ospitare la mai utilizzata Camera dei deputati del Parlamento del Regno d'Italia. In questo salone, che è utilizzato per le mostre temporanee e le manifestazioni culturali del museo, sono esposti dei grandi dipinti rappresentanti la storia militare italiana dal 1848 al 1860, che è raccontata sia dagli eventi legati all'esercito ufficiale sia dagli avvenimenti collegabili all'epopea dei volontari garibaldini. Completano la collezione del museo 81 096 documenti tra cui i volumi della biblioteca, che ha sede al quarto piano del palazzo e l'archivio bibliotecario, il quale comprende periodici dell'epoca, manifesti e stampe originali, una cospicua raccolta fotografica e materiale documentale eterogeneo.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Carlo Alberto 8
Orari
Mo off; Tu-Su 10:00-18:00
Telefono
+39 011 5621147
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museorisorgimentotorino.it

La voce completa su Wikipedia

Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino

Museo d'arte moderna · Torino

Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino

La Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino (anche conosciuta con l'acronimo di GAM Torino) è un museo di arte moderna e contemporanea che si trova in Via Magenta, 31 (quartiere Crocetta), nella Circoscrizione 1 di Torino, in Italia. Fu fondata attorno al 1891-95. Ospita le collezioni artistiche permanenti dell'Ottocento e del Novecento.

Fa parte della Fondazione Torino Musei, che comprende anche il MAO (Museo d'Arte Orientale), Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja (Museo Civico d'Arte Antica). Il Borgo e la Rocca medievali pur essendo proprietà del Comune di Torino a oggi (2025) non fanno parte della Fondazione.

Leggi tutto su Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino (483 parole)
Storia

La collezione di arte moderna da parte della città di Torino ebbe inizio fin dalla fondazione del Museo Civico nel 1863, prima città in Italia a promuovere una raccolta pubblica di arte moderna. Tale collezione stava con le raccolte di Arte Antica in un edificio presso la Mole Antonelliana, dal 1934 spostate a Palazzo Madama.

Dal 1895 al 1942 fu esposta in un padiglione in corso Siccardi (ora corso Galileo Ferraris) che rimase distrutto durante i bombardamenti angloamericani durante la II Guerra Mondiale.

Nello stesso luogo, iniziò la costruzione dell'edificio progettato da Carlo Bassi e Goffredo Boschetti che venne inaugurato nel 1959. La collezione di arte moderna venne spostata nei due piani della nuova costruzione, per volere del direttore Vittorio Viale.

Negli anni Ottanta il palazzo fu dichiarato inagibile e riaprì dopo una lunga e complicata serie di restauri nel luglio 1993.

Allestimento

Nel 2009 la collezione è stata riorganizzata, non seguendo più la successione cronologica delle opere esposte bensì una trama logica di Veduta, Genere, Infanzia e Specularità.

In seguito alla nuova riorganizzazione del 2013, in occasione del 150º anniversario delle collezioni GAM, sono stati istituiti i percorsi Infinito, Velocità, Etica e Natura. Il patrimonio della galleria si compone di oltre 47.000 opere tra dipinti, sculture, installazioni e video. Nei sotterranei inoltre sono ospitati importanti rassegne ed è disponibile una ricchissima videoteca.

Servizi

È possibile la prenotazione per i gruppi e le scolaresche. Sono presenti diversi laboratori didattici, una sala conferenze, una biblioteca, un archivio fotografico, una libreria a tema e una caffetteria.

Parlare alla GAM

Nel 2016 la Direttrice Carolyn Christov-Bakargiev ha inaugurato "Parlare alla GAM" un programma partecipativo che invita le persone ad esporre un progetto personale sull’opera all’aperto “Anni Luce” (chiamata comunemente Arena Paolini) di Giulio Paolini. Tra i partecipanti si segnalano l’artista Braco Dimitrijević, il Critico d’arte e Curatore Achille Bonito Oliva , lo scrittore e critico d’arte Roberto Brunelli.

Collegamenti

M1 È raggiungibile dalla fermata Re Umberto M1 della Metropolitana di Torino.

Principali opere

Raccoglie opere d'arte dell'Ottocento e del Novecento tra cui spiccano lavori di Antonio Canova, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Antonio Fontanesi, Giacomo Grosso, Cesare Saccaggi, Antonio Mancini, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Filippo de Pisis, Demetrio Cosola, Mario Tozzi, Paul Klee, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Andy Warhol, Giorgio De Chirico, Lucio Fontana, Angelo Savelli, Dadamaino, Felice Casorati, Carlo Levi, Pinot Gallizio, Nino Franchina e Domenico Valinotti.

Informazioni pratiche

Orari
Tu-Su 10:00-18:00; Mo off
Telefono
+39 011 4429518
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.gamtorino.it

La voce completa su Wikipedia

Cripta Reale di Superga

Cripta · Torino

Cripta Reale di Superga

La cripta reale, costruita sotto la basilica di Superga, è il tradizionale luogo di sepoltura dei membri di Casa Savoia a partire dalla costruzione della chiesa. Ad essi fanno eccezione solamente coloro che furono re o regine d'Italia, il cui luogo d'inumazione sono invece il Pantheon di Roma (Vittorio Emanuele II, Umberto I e la regina Margherita), il santuario di Vicoforte (Vittorio Emanuele III e la regina Elena) e l'abbazia di Altacomba (Umberto II e Maria José), nonché pochi altri come Carlo Felice, sepolto anche lui ad Altacomba, e Carlo Emanuele IV, che riposa invece a Roma nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale.

== Storia ==

Leggi tutto su Cripta Reale di Superga (1.899 parole)

Fin dalla progettazione della basilica, nel 1715, Filippo Juvarra aveva previsto, sotto il presbiterio della chiesa, un vano sotterraneo da destinare alla tumulazione dei membri di Casa Savoia. Tuttavia, a causa della scarsità dei fondi, l'idea venne momentaneamente accantonata. La primissima notizia dell'esistenza di alcuni lavori per la costruzione di una cripta risale all'agosto 1728 quando, in una descrizione della basilica, si parla di «scavo di terra nel choro e santuario per formarvi la cappella sotterranea».

L'incarico effettivo dei lavori arrivò però soltanto nel 1774, quando Vittorio Amedeo III ordinò all'architetto Francesco Martinez, nipote di Juvarra, di sistemare i sotterranei per farne un mausoleo, in collaborazione con gli architetti Bosio, Ravelli e Rana. I lavori, iniziati nel 1774, terminarono nel 1778. Nel 1778 Vittorio Amedeo III inaugurò la cripta e iniziò le tumulazioni delle salme, traslocandole dalle varie località in cui erano state precedentemente inumate.

Poiché fu proprio dal colle di Superga che, nel 1706, Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio pianificarono l'assalto ai francesi durante l'assedio di Torino, assalto che sarà determinante per la vittoria piemontese, nel dicembre 1798, durante la dominazione francese della città, allo scopo di cancellare ogni memoria della sconfitta francese venne avanzata l'ipotesi di svuotare le tombe dei Savoia per sostituirle con le tombe dei giacobini, un atto simile a quello avvenuto alcuni anni prima in Francia a Saint-Denis. Il 16 gennaio 1799, sulla Gazzetta Piemontese, il governo provvisorio francese fece pubblicare l'ordine: «La Congregazione dei Canonici di Superga è abolita. Saranno tolte sia dal Tempio, sia dal Sotterraneo, tutte le insegne, e le inscrizioni, dalle quali si possa rammentare la rimembranza dei fatti che diedero luogo alla sua erezione, e dei re che lo consacrarono al loro fasto. Verrà pur anche il sotterraneo mondato dalle ceneri dei re e dei principi in esso raccolte. Il Tempio di Superga sarà in avvenire il Tempio della Riconoscenza e sarà destinato a ricevere le ceneri dei Patrioti Piemontesi morti per la Libertà, i cui nomi saranno inseriti su una colonna».

Tuttavia, il 26 maggio 1799, le armate del generale Aleksandr Vasil'evič Suvorov liberarono Torino, costringendo i francesi alla resa e vanificando i loro progetti. Nulla di ciò che avevano programmato, dunque, venne realizzato.

Struttura

Alla cripta si accede dal fianco esterno sinistro della basilica, dopo aver percorso uno scalone in marmo e un ampio corridoio. Il vano semicircolare al termine dello scalone è abbellito da una scultura in marmo di Carrara che Vittorio Emanuele II vi fece collocare nel 1878. La scultura, opera di Carlo Finelli, allievo di Antonio Canova, precedentemente esposta nella sala d'ingresso dell'Armeria Reale di Torino, raffigura san Michele Arcangelo che sconfigge un demonio antropomorfo ed è qui posta a simbolica difesa delle tombe.

La cripta reale si trova perfettamente sotto il pavimento della basilica e la sua pianta è a forma di croce latina. L'interno, in stile barocco, è riccamente decorato da stucchi e sculture monumentali. Abbondano, in tutta la struttura, simboli e riferimenti magici, alchemici ed esoterici. I pavimenti e i rivestimenti sono in colori vivaci (in maggioranza nero, bianco e rosso) e sono presenti marmi verdi di Susa, alabastro di Busca, cornici in marmo di Valdieri e oro sulle volte stuccate.

Al centro della pianta a croce, nella cosiddetta "Sala dei Re", è presente il sarcofago più grande, quello di Carlo Alberto di Savoia. La tradizione voleva che, alla morte di ogni sovrano, egli venisse collocato al centro della cripta per poi, alla morte del sovrano successivo, essere spostato nei loculi laterali per lasciargli il posto centrale. Carlo Alberto, però, è ancora qui, in quanto i suoi successori divennero re d'Italia e vennero perciò sepolti nel Pantheon di Roma. Attorno al sarcofago centrale sono disposte, alle pareti, quattro nicchie in cui sono presenti quattro statue in marmo candido, su fondo nero, raffiguranti la Fede (che ha fra le mani la croce e il calice e che ricorda le statue poste ai lati della chiesa della Gran Madre di Dio a Torino), la Carità, la Clemenza e la Scienza, che tiene in mano un triangolo con il vertice rivolto verso il basso, appoggiato sopra una sfera. Le statue sono opera di Ignazio e Filippo Collino. Vicino alle statue, sempre nella stessa sala, sono presenti i loculi con i resti di Vittorio Emanuele I e Vittorio Amedeo III, delle loro consorti regina Maria Teresa d'Asburgo-Este e Maria Antonietta di Borbone-Spagna, e i cenotafi di Carlo Emanuele IV (sepolto a Roma) e di Carlo Felice (sepolto ad Altacomba).

Dal sarcofago centrale partono poi i quattro bracci della pianta a croce: all'estremità del braccio corto, ossia dietro il sarcofago di Carlo Alberto, c'è l'altare, sopra il quale è presente un gruppo marmoreo raffigurante la deposizione di Gesù, opera di Agostino Cornacchini. Nel braccio di destra c'è la cosiddetta "Seconda Sala", con il monumento funebre a Carlo Emanuele III, opera dello scultore torinese Ignazio Collino, dalla quale una porta conduce alla "Sala delle Regine", la quale ospita, fra gli altri, i sepolcri di Maria Teresa di Toscana, realizzato da Santo Varni, di Maria Adelaide, scolpito da Salvatore Revelli e Pietro della Vedova, e di Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, altra opera di Della Vedova.

Dalla parte opposta, nel braccio di sinistra, c'è la "Quarta Sala", dov'è presente il monumento dedicato al primo re di Sardegna, Vittorio Amedeo II, su cui siedono le personificazioni della Fecondità con in mano la cornucopia, e della Giustizia, che stringe il fascio littorio; sulla sommità troneggia un angelo con un braccio sollevato che reca un medaglione con l'effigie del defunto. Dalla quarta sala si apre poi una porta che conduce alla "Sala degli Infanti" (che ospita i fanciulli, i principi e le principesse che non regnarono mai).

Non è chiaro se la cripta reale ospiti anche il cuore del principe Eugenio di Savoia, morto a Vienna nel 1736. Il suo corpo fu tumulato nel duomo di Vienna, mentre il cuore, secondo alcuni, venne portato a Superga. Tuttavia alcuni sostengono che il cuore sia stato riportato a Vienna nel 1799 per salvarlo dalla furia degli invasori francesi, che avrebbero voluto distruggerlo. Secondo altri, invece, il cuore del principe non è mai stato portato via dall'Austria e non è dunque mai stato nella cripta di Superga.

Mafalda di Savoia, morta nel campo di concentramento di Buchenwald nel 1944 e sepolta nel cimitero del castello degli Assia a Kronberg im Taunus, è ricordata nella cripta reale da un cenotafio. Le ultime sepolture in ordine cronologico sono quelle di Amedeo di Savoia-Aosta, sepolto il 1⁰ luglio 2021, e di Vittorio Emanuele di Savoia, sepolto il 1⁰ luglio 2024.

Elenco dei Savoia attualmente tumulati a Superga
Prima sala: sala dei re

Vittorio Emanuele I di Savoia (1759-1824), re di Sardegna

Maria Teresa d'Asburgo-Este (1773-1832), moglie di Vittorio Emanuele I

Vittorio Amedeo III di Savoia (1726-1796), re di Sardegna

Maria Antonia di Borbone-Spagna (1729-1785), moglie di Vittorio Amedeo III

Carlo Alberto di Savoia (1798-1849), re di Sardegna

Vittorio Emanuele di Savoia (1937-2024), duca di Savoia, principe di Piemonte

Seconda sala

Maria Pia di Savoia (1847-1911), regina consorte del Portogallo dal 1861 al 1889

Eugenio Emanuele di Savoia-Villafranca (1816-1888)

Anna Cristina di Sulzbach (1704-1723), prima moglie di Carlo Emanuele III, sepolta qui nel 1786

Polissena d'Assia-Rheinfels-Rotenburg (1706-1735), seconda moglie di Carlo Emanuele III, sepolta qui nel 1786

Elisabetta Teresa di Lorena (1711-1741), terza moglie di Carlo Emanuele III, sepolta qui nel 1786

Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773)

Terza sala: sala delle regine

Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena (1822-1855), regina di Sardegna dal 1849 al 1855 come moglie di Vittorio Emanuele II

Maria Teresa d'Asburgo-Lorena (1801-1855), regina di Sardegna dal 1831 al 1849 come moglie di Carlo Alberto

Maria Cristina di Savoia-Carignano (1826-1827), figlia di Carlo Alberto

Amedeo I di Spagna (1845-1890), re di Spagna dal 1871 al 1873

Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna (1846-1876), regina consorte di Spagna dal 1871 al 1873, prima moglie di Amedeo I

Maria Letizia Bonaparte (1866-1926), nipote e seconda moglie di Amedeo I

Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, conte di Torino (1870-1946)

Oddone Eugenio Maria di Savoia (1846-1866), figlio di Vittorio Emanuele II

Luigi Vittorio di Savoia-Carignano (1721-1778), principe di Carignano, sepolto qui nel 1835

Cristina Enrichetta d'Assia-Rheinfels-Rotenburg (1717-1778), principessa consorte di Carignano, moglie di Luigi Vittorio

Tommaso Maurizio di Savoia-Carignano (1751-1753), figlio di Luigi Vittorio

Vittorio Amedeo II di Savoia-Carignano (1743-1780)

Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac (1753-1797), moglie di Vittorio Amedeo II

Carlo Emanuele di Savoia-Carignano (1770-1800), sepolto qui nel 1835

Aimone di Savoia-Aosta, quarto duca d'Aosta (1900-1948), sepolto qui nel 1996

Irene di Grecia (1904-1974), moglie di Aimone, sepolta qui nel 1996

Amedeo di Savoia-Aosta (1943-2021), quinto duca d'Aosta e duca di Savoia (contestato)

Eugenio di Savoia-Genova, quinto duca di Genova (1906-1996), sepolto qui nel 2006

Lucia di Borbone-Due Sicilie (1908-2001), moglie di Eugenio, sepolta qui nel 2006

Quarta sala

Vittorio Amedeo II di Savoia (1666-1732), primo re di Casa Savoia

Anna Maria di Borbone-Orléans (1669-1728), moglie di Vittorio Amedeo II

Ferdinando di Savoia-Genova, primo duca di Genova, fratello di Vittorio Emanuele II e padre della regina Margherita (1822-1855)

Elisabetta di Sassonia (1830-1912), moglie di Ferdinando

Tommaso di Savoia-Genova, secondo duca di Genova (1854-1931)

Isabella di Baviera (1863-1924), moglie di Tommaso

Ferdinando di Savoia-Genova, terzo duca di Genova (1884-1963)

Maria Luisa Alliaga Gandolfi dei conti di Ricaldone (1899-1986), moglie di Ferdinando di Savoia-Genova, terzo duca di Genova

Quinta sala: sala degli infanti

Maria Luisa Gabriella (1729-1767), suora, figlia di Carlo Emanuele III, sepolta qui nel 1823

Vittorio Amedeo di Savoia (1699-1715), figlio di Vittorio Amedeo II di Savoia

Eleonora Maria Teresa di Savoia (1728-1781), figlia di Carlo Emanuele III

Emanuele Filiberto di Savoia (1731-1735), figlio di Carlo Emanuele III, sepolto qui nel 1790

Vittorio Amedeo di Savoia (1723-1725), figlio di Carlo Emanuele III, sepolto qui nel 1790

Maria Vittoria di Savoia (1740-1742), figlia di Carlo Emanuele III, sepolta qui nel 1790

Carlo Francesco di Savoia (1738-1745), figlio di Carlo Emanuele III, sepolto qui nel 1790

Carlo Francesco Romualdo di Savoia (1733-1733), figlio di Carlo Emanuele III, sepolto qui nel 1790

Benedetto di Savoia (1741-1808), figlio di Carlo Emanuele III, sepolto qui nel 1926

Maria Anna di Savoia (1757-1824), moglie di Benedetto

Maria Felicita di Savoia (1730-1801), figlia di Carlo Emanuele III, sepolta qui nel 1858

Emanuele Filiberto di Savoia (1705-1705), figlio di Vittorio Amedeo II

Maria Adelaide di Savoia (1794-1795), figlia di Vittorio Emanuele I di Savoia

Bambina dal nome sconosciuto (1800-1801), figlia di Vittorio Emanuele I, sepolta qui nel 1939

Luigi Bonaparte (1864-1932)

Napoleone Giuseppe Bonaparte (1822-1891)

Maria Cristina di Savoia (1760-1768), figlia di Vittorio Amedeo III

Amedeo di Savoia (1754-1755), figlio di Vittorio Amedeo III, sepolto qui nel 1790

Carlotta di Savoia (1752-1753), figlia di Vittorio Amedeo III, sepolta qui nel 1790

Vittorio Emanuele di Savoia (1855-1855), figlio di Vittorio Emanuele II

Maria Clotilde di Savoia (1843-1911), figlia di Vittorio Emanuele II

Carlo Alberto di Savoia (1851-1854), figlio di Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele di Savoia (1852-1852), figlio di Vittorio Emanuele II

Maria Anna Vittoria di Savoia (1683-1763), figlia di Luigi Tommaso di Savoia-Soissons, sepolta qui nel 1921

Lydia di Arenberg (1905-1977), moglie di Filiberto di Savoia-Genova, quarto duca di Genova

Adalberto di Savoia-Genova, duca di Bergamo (1898-1982)

Filiberto di Savoia-Genova, quarto duca di Genova (1895-1990)

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Museo civico d'arte antica

Museo religioso · Torino

Museo civico d'arte antica

Il Museo Civico d'Arte Antica è un museo che ha sede nello storico complesso di Palazzo Madama e Casaforte degli Acaja, in piazza Castello, a Torino.

È stato riaperto al pubblico nel 2006 e ospita periodicamente mostre e rassegne artistiche.

Leggi tutto su Museo civico d'arte antica (268 parole)

Dal 2010 l'attività del museo è raccontata all'interno della rivista annuale "Palazzo Madama. Studi e notizie".

Descrizione

Nel 1934 le collezioni di arte antica del museo civico di Torino (sorto nel 1863) furono spostate dalla sede originaria (vicino alla Mole Antonelliana) a Palazzo Madama, che era stato la prima sede della Galleria Sabauda tra 1832 e 1865 (spostata perché il Palazzo era anche sede del Senato del Regno dal 1848 fino al trasferimento a Firenze nello stesso 1865 per la convenzione di settembre).

Suddiviso in trentacinque sale, il museo è formato da quattro piani (collegati tra loro con un ascensore) più un piano panoramico.

Nel piano seminterrato si trova l'arte medievale; il piano terra è destinato all'arte del periodo gotico e del rinascimento; il primo piano (o piano nobile) ospita opere del periodo barocco; il secondo piano è dedicato all'arte della decorazione.

Le collezioni custodite al suo interno comprendono oltre settantamila opere. Troviamo opere pittoriche e scultoree, ceramiche, porcellane e maioliche e avori, ori e argenti, oltre ad arredi e tessuti.

Nella quattrocentesca torre denominata Torre dei Tesori sono esposte alcune delle opere più rappresentative del museo: il Ritratto d'uomo di Antonello da Messina, il codice delle Très belles Heures de Notre Dame de Jean de Berry oltre ad una serie di oggetti artistici provenienti dal Gabinetto delle meraviglie di Carlo Emanuele I di Savoia.

Sono poi presenti opere scultoree raffiguranti il tema iconografico del compianto sul Cristo morto.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Castello
Orari
Mo-Su 10:00-18:00; Tu off
Telefono
+39 011 4433501
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.palazzomadamatorino.it

La voce completa su Wikipedia

Borgo e rocca medievale di Torino

Manufatto di archeologia industriale museo · Torino

Borgo e rocca medievale di Torino

Il Borgo Medioevale (o Medievale) di Torino è un complesso eretto in stile medievale in occasione dell'esposizione generale italiana del 1884, svoltasi a Torino.

== Storia ==

Leggi tutto su Borgo e rocca medievale di Torino (1.031 parole)

Il borgo è costituito da strutture ricostruite fedelmente riproducendo edifici del XV secolo; all'epoca della costruzione infatti il neomedievalismo aveva grande fortuna anche in campo architettonico. Il complesso sorse all'interno del parco del Valentino come padiglione dell'Esposizione generale italiana che si svolse a Torino dall'aprile al novembre del 1884. Il complesso fu eretto per durare nel tempo a differenza del villaggio dell'Esposizione che, come consuetudine, era stato costruito per ospitare padiglioni temporanei da poi demolire al termine della manifestazione.

Nel 1882 era stata immaginata la costruzione di un padiglione ispirato a vari stili e regioni d’Italia ma il disegno iniziale fu poi sostituito dal progetto del Borgo e della Rocca medievali quando Alfredo d'Andrade, studioso medievalista portoghese esperto di architettura italiana, prese parte ai lavori. La prima pietra fu posata il 6 giugno del 1883; l'inaugurazione del Borgo e della Rocca avvenne il 27 aprile del 1884 presenti il Re d'Italia Umberto I e la Regina Margherita accompagnati da Amedeo Duca d'Aosta e da altri membri della famiglia reale. Durante la cerimonia, allo scopo di rimarcare l'atmosfera medievale del luogo e dei costumi, venne replicato il medesimo cerimoniale adottato il 15 maggio 1469 allorquando il duca Amedeo IX di Savoia e la duchessa Jolanda avevano visitato alcuni loro possedimenti: in quella antica cerimonia erano state consegnate ai Duchi le chiavi del castello e la medesima accoglienza venne fatta a re Umberto e alla Regina ai quali furono consegnate dalla Commissione della sezione Storia dell'Arte le chiavi della Rocca.

Il Borgo

Il Borgo si erge su un'area quadrilatera di 8.500 mq con il lato lungo che si affaccia sul fiume Po.

Si tratta di una riproduzione alquanto fedele di un tipico borgo quattrocentesco in cui sono ricostruite su un'unica via, detta 'via maestra': case, chiese, piazze, fontane e decorazioni dell'epoca; il borgo è circondato da mura e fortificazioni e sovrastato da una Rocca. Vi si accede da Viale Virgilio attraverso una torre-porta con ponte levatoio, da Viale Enrico Millo all'altezza dell'imbarco per il battello dalla scalinata della porta di Rivoli e sempre da Viale Enrico Millo dal passo carraio vicino all'ingresso dell' Ex-ristorante San Giorgio.

All'ingresso del Borgo si trova la piazzetta col forno, in cui è situata una fontana realizzata sul modello tipico della Valle di Susa. L’unico elemento che realmente appartiene al XV secolo è invece il pozzo, nel cortile di Avigliana, mentre nel 1928, nella piazza più grande fu collocata una fontana sulla quale si erge un albero di melograno in ferro battuto. All'interno del Borgo è possibile trovare 500 stemmi, alcuni dei quali si ripetono più di una volta, rappresentativi di famiglie quali i Savoia, i Challant, i Monferrato e i Saluzzo.

Nel borgo sono inoltre presenti sin dal 1884 botteghe artigianali. Nel 1884 il borgo ospitava le botteghe del vasaio, della tessitrice, dello speziale, del falegname e del fabbro. Di quest’ultime, sono ancora attive solo quella del fabbro e dello stampatore.

Una visita guidata illustrata è presentata in dettaglio nel catalogo dell'Esposizione universale sezione Storia dell'Arte.

La Rocca

La Rocca è ispirata all'architettura tipica di castelli piemontesi e valdostani fra i quali i castelli di Fénis, di Verrès, d'Ivrea e di Montalto ed è costituita da quattro piani: il piano interrato che ospita le prigioni; il piano terra l'ingresso, l'atrio, il cortile, il camerone dei soldati, le cucine (dei servi e dei nobili) e la sala da pranzo; il primo piano ospita la camera del guardiano che controllava l'accesso alla rocca, l'antisala baronale, la sala baronale (copia della sala degli Spagnoli del castello della Manta di Saluzzo), la camera da letto ispirata alla camera del re di Francia del castello di Issogne, l'oratorio, la camera della Damigella, e la cappella.

All'interno della Rocca, l’attrezzatura e gli arredi furono riprodotti minuziosamente a fingere la presenza di una famiglia che l'abitasse. Se il Borgo aveva lo scopo di ricreare l'atmosfera suggestiva di un villaggio medievale, la Rocca, invece, aveva una funzione più espositiva. Nel Catalogo creato nel 1884 dal Comitato, settanta pagine erano dedicate alla descrizione di ogni singolo elemento presente all'interno della rocca, dai tessuti e le decorazioni, fino alle ceramiche.

Progettisti e consulenti

Il Borgo fu realizzato fra il 1882 e 1884 da un gruppo di artisti e intellettuali coordinati dall'architetto portoghese Alfredo d'Andrade.

Fecero parte della Commissione della sezione Storia dell'arte dell'Esposizione generale italiana di Torino del 1884, che si occupò della realizzazione del Borgo: Vittorio Avondo, Riccardo Brayda, Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, Edoardo Calandra, Giuseppe Giacosa, Alberto Maso Gilli, Carlo Nigra, Federico Pastoris, Casimiro Teja, Pietro Vayra, Giuseppe Rollini, Pucci-Baudana, Germano.

Nel 1961 nell'ambito delle celebrazioni del centenario dell'Unità d'Italia, fu realizzata una nuova illuminazione del Borgo Medievale, su progetto dell'ing. Guido Chiarelli.

Modelli

La costruzione del borgo e della rocca è ispirata a numerosi castelli del Piemonte e della Valle d'Aosta.

Il cortile della Rocca è una copia fedele del castello di Fénis.

La fontana del melograno è copiata dal castello di Issogne e la chiesa del borgo dalla chiesa di Avigliana.

La linea di difesa è quella del castello di Verrès. La sala da pranzo è ispirata a quella del castello di Strambino, l'anticamera baronale e la gran sala affreschi sono come nel castello della Manta, e quella nuziale è ricalcata sul tipo del castello di Challant, con il mistico motto "FERT" spiccante nell'azzurro della stanza.

Altri modelli utilizzati nel Borgo sono:

il palazzo Serralunga presso Alba

casa Aschieri e la locanda della Croce Bianca presso Bussoleno

la casa di via Borgo Vecchio detta "del Gran Bastardo" di Carignano

la casa dei Villa presso Chieri

la chiesa di San Giovanni Battista e il portico di via Vittorio Emanuele presso Cirié

la casa di re Arduino presso Cuorgnè

il castello di Ivrea

la casa dei Bressani di Mondovì

il castello di Montalto Dora

la torre-porta del Ricetto di Oglianico

la fontana di Salbertrand

il castello di Ozegna

il castello di Pavone Canavese

il palazzo del Senato presso Pinerolo

la parrocchiale dei SS. Vito e Modesto e la chiesa della Confraternita di Piossasco

il castello di Malgrà presso Rivarolo Canavese (per le pitture murali esterne)

la precettorìa di Sant'Antonio di Ranverso

la chiesa di San Giorgio presso Valperga

il castello di Challant

Torre d'Alba

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Su 09:00-20:00
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.borgomedievaletorino.it

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Benso di Cavour

Palazzo · Torino

Palazzo Benso di Cavour

Il Palazzo Benso di Cavour (o Casa Cavour) è un edificio storico del centro di Torino. Vi visse uno dei più importanti fautori dell'Unità d'Italia, lo statista Camillo Benso conte di Cavour, che ivi nacque il 10 agosto 1810 e vi morì il 6 giugno 1861 (fatto ricordato da una targa all'esterno dell'edificio). Inoltre, qui fu fondato, nel 1847, il giornale dell'epoca, Il Risorgimento.

== Storia e caratteristiche ==

Leggi tutto su Palazzo Benso di Cavour (380 parole)

Nel 1729, il marchese Michele Antonio Benso (1707–1773), bisnonno del più noto Camillo, incaricò l'architetto Gian Giacomo Plantery di edificare l'attuale edificio, sui resti di una loro già preesistente dimora.

Il palazzo fu progettato intorno a due cortili (d'onore e rustico), con un atrio decorato da raffinati stucchi. Di notevole prestigio inoltre, lo scalone, posto contrariamente al solito in aderenza alla facciata (forse per garantire più ambienti esposti a sud), arricchito da una volta dipinta nel XIX secolo, ed il piano nobile, nel quale all'atrio corrispondono due saloni, maggiore quello verso la strada ed ornato nella volta da stucchi neobarocchi di primo ottocento, concepiti in assonanza con altri originali presenti nel palazzo. Nell'angolo fra via Cavour e Lagrange si conservano le sale decorate su progetto di Benedetto Alfieri, nel periodo tra il 1757 ed il 1758 caratterizzate da rivestimenti in legno intagliati e dorati. Nel 1754, il palazzo venne ampliato su progetto di Giuseppe Bovis, al fine di creare appartamenti d'affitto.

Tuttavia, a circa metà del XVIII secolo i Benso si divisero col ramo nobiliare di Santena (estinto), per acquistare le contee piemontesi di Cellarengo, Isolabella e Cavour ed assottigliando così il loro patrimonio. Il figlio di Michele Antonio, Giuseppe Filippo Benso, sposò quindi, nel 1781 la ricca marchesa Filippina De Sales, salvaguardando così il prestigio dei Benso di Cavour, già residenti a Torino. Nello stesso anno, dallo loro unione nascerà Michele Benso di Cavour, futuro padre di Camillo, nel delicato periodo dell'occupazione francese della città.

Dopo la morte di Camillo Benso, che non ebbe figli, il palazzo fu ceduto dall'unica sua nipote Giuseppina alla famiglia Bollati, futuri editori torinesi, che lo privatizzarono. Nel periodo 1998-2005 però, la Regione Piemonte si fece carico della tutela degli originali decori settecenteschi, per utilizzare alcune interni a fini espositivi. Oggi l'edificio è principalmente destinato ad alloggi privati ed uffici in piena zona pedonale di via Lagrange.

Collegamenti

M1 È raggiungibile dalla fermata Porta Nuova FS M1 della Metropolitana di Torino.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Casa Scaccabarozzi

Palazzo · Torino

Casa Scaccabarozzi

Casa Scaccabarozzi, comunemente nota ai torinesi come Fetta di polenta (Fëtta 'd polenta in piemontese), è un edificio storico di Torino situato nel quartiere Borgo Vanchiglia, all'angolo tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo; in passato fu nota anche come «Casa luna» e «la spada».

La sua particolarità e l'origine del suo soprannome risiedono nel suo color giallo ocra e soprattutto nella singolare pianta trapezoidale e molto sottile dell'edificio, simile a una "fetta di polenta" appunto, e che fa sì che uno dei prospetti laterali misuri appena cinquantaquattro centimetri.

Leggi tutto su Casa Scaccabarozzi (1.275 parole)

Progettata da Alessandro Antonelli, il nome ufficiale deriva dal cognome della moglie dell'architetto, Francesca Scaccabarozzi, nobildonna originaria di Cremona. La coppia visse nell'edificio soltanto per pochi anni, per trasferirsi poi nell'edificio adiacente, sempre di progettazione antonelliana, di via Vanchiglia 9, angolo corso San Maurizio.

Storia

Intorno al 1840 fu edificato, per volere dei marchesi di Barolo, il sobborgo un tempo noto come il quartiere del moschino, coincidente con l'attuale quartiere Vanchiglia, per via dei numerosi insetti dovuti alle vicinanze dei fiumi Po, e Dora Riparia.

Le costruzioni furono realizzate dalla Società Costruttori di Vanchiglia, alla quale si aggregò l'architetto Antonelli, futuro autore della vicina Mole Antonelliana. Egli progettò anche altri edifici residenziali nel quartiere, compresa la sua residenza di via Vanchiglia 9, angolo corso San Maurizio, riconoscibile per essere l'unico edificio con i portici del corso.

Come compenso per i lavori gli fu ceduto anche il piccolo terreno sull'angolo sinistro di Via dei Macelli, coincidente con l'attuale via Giulia di Barolo, tuttavia di esigua area. Fallite le trattative per acquistare il terreno confinante, forse per scommessa o forse per sfida, decise quindi di progettare un edificio da reddito con un appartamento per ciascun piano, malgrado l'esiguo spazio a disposizione e recuperando in altezza ciò che non poteva sfruttare in larghezza.

L'edificio venne costruito in più fasi: nel 1840 vennero realizzati i primi quattro piani e, in un secondo tempo, ne vennero aggiunti altri due; nel 1881, come ulteriore dimostrazione di destrezza tecnica, venne aggiunto l'attuale ultimo piano.

Vinta la sfida, Antonelli donò l'edificio a sua moglie, intitolandolo a lei. Ormai divenuto il simbolo del quartiere, l'edificio, che per l'epoca si opponeva alle regole classiche in fatto di costruzioni, si guadagnò presto il soprannome di "fetta di polenta" in virtù dell'inconsueta planimetria trapezoidale e per il prevalente colore giallo. Inoltre divenne noto anche per ospitare al pian terreno il Caffè del Progresso, storico ritrovo torinese di carbonari e rivoluzionari.

Per fugare i dubbi sulla sua stabilità e per sfidare chi sosteneva che l'edificio sarebbe crollato, Antonelli vi si trasferì per qualche anno ad abitarci con la moglie. A ulteriore smentita di questa comune diceria contribuì anche la capacità di resistere indenne all'esplosione della regia polveriera di Borgo Dora, avvenuta il 24 aprile 1852, che lesionò gravemente molti edifici della zona. Inoltre, successivamente, resistette anche al sisma del 23 febbraio 1887, che danneggiò parte del quartiere; infine fu risparmiato dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale che colpirono duramente gli isolati circostanti.

Nel 1974, in occasione del centenario della morte di Niccolò Tommaseo, il Comune di Torino pose una lapide in memoria del suo soggiorno nell'edificio nel 1859. Tra il 1979 e il 1982 l'edificio fu oggetto di un primo importante restauro e di una particolare decorazione dei suoi interni a opera dell'architetto e scenografo Renzo Mongiardino, che operò su tutti i nove piani dell'edificio, trasformandolo in un'unica unità abitativa.

Annoverato tra gli edifici tutelati dalla Soprintendenza per i Beni architettonici del Piemonte, nel marzo del 2005 l'edificio fu oggetto di un'asta giudiziale disposta dal Tribunale di Torino e venne definitivamente aggiudicato alla terza tornata d'asta nel gennaio del 2006. Tra l'estate del 2007 e la primavera del 2008 lo stabile è stato interessato da un globale intervento di ristrutturazione interna e da un attento restauro conservativo commissionato dalla nuova proprietà. Dal marzo 2008 al maggio 2013 ha cambiato destinazione d'uso, diventando il contenitore dei progetti della galleria Franco Noero, ritornando quindi allo stato di abitazione privata nell'estate del 2013, pur mantenendo al suo interno installazioni di arte contemporanea visitabili privatamente.

Caratteristiche

Per comprendere ancor meglio la sfida che Antonelli si prefissò di vincere, basta osservare le dimensioni dei lati di questo curioso edificio a pianta trapezoidale: circa 16 metri su via Giulia di Barolo, 4,35 metri su corso San Maurizio e appena 54 centimetri di parete dalla parte opposta a quella del corso.

L'edificio, costruito interamente in pietra e mattoni, è composto complessivamente da 9 piani di altezze differenti, tutti collegati da una stretta scala a forbice in pietra, per un'altezza complessiva di 24 metri. Sette piani sono fuori terra, mentre due sono sotterranei ed è proprio la profondità delle fondamenta che conferisce all'edificio la sua stabilità. Nel lato di 54 centimetri, per ottimizzare al massimo lo spazio, Antonelli ha ricavato un cavedio per collocarvi il condotto della canna fumaria, parte delle condutture idriche e, originariamente, locali per i servizi igienici a tutti i piani, per ciascun appartamento; il prospetto retrostante, opposto a via Giulia di Barolo, è invece completamente privo di finestre mentre, osservandolo dal corso, l'edificio presenta una lieve pendenza verso la via attigua.

Antonelli dedicò particolare cura ai dettagli e dotò l'edificio di ampie finestre e numerosi balconi; essi sono aggettanti come i cornicioni e le finestre stesse appaiono come estroflesse. L'utilizzo di quest'espediente è una soluzione progettuale che Antonelli attuò per guadagnare il maggior spazio possibile all'interno dell'edificio. A causa delle strette rampe della scala, è impossibile condurre carichi ingombranti ai vari piani. A tal proposito, originariamente, per effettuare traslochi ed eventuali spostamenti venne installata una carrucola all'ultimo piano, ancora visibile da via Giulia di Barolo.

I prospetti principali sono caratterizzati da uno stile eclettico, con decorazioni neoclassiche e lesene con rilievi geometrici ripetuti a tutt'altezza. La vistosa cornice in corrispondenza del quarto piano svela la propria precedente funzione di cornicione sottotetto nella prima fase di elevazione dell'edificio; complessivamente sono presenti otto balconi e all'ultimo piano il ballatoio, che corre ininterrottamente lungo i prospetti delle facciate principali, è stato realizzato sulla base del cornicione del precedente tetto risalente alla seconda fase di elevazione.

Fino all'importante intervento di decorazione degli interni operato dall'architetto Renzo Mongiardino nel 1979, l'edificio era suddiviso in singole unità immobiliari per ciascun piano. Fu proprio ad opera dell'architetto, amico dell'allora proprietario, che gli interni e gli arredi assunsero un aspetto omogeneo, donando all'abitazione una linearità e

organicità di per sé improbabili proprio in virtù delle sue caratteristiche fisiche. Lo stesso Mongiardino ammise che la sensazione finale fu quella di «abitare in una torre formata dalla sovrapposizione di molti vagoni ferroviari», autonomi ma sapientemente connessi.

Tra il 2007 e il 2008 gli interni sono stati radicalmente ristrutturati, esaltando e valorizzando tutti gli elementi architettonici originali del progetto antonelliano e mantenendo alcuni degli elementi decorativi di pregio realizzati da Mongiardino, tra cui la nicchia dell'ultimo piano, che ospita una singolare vasca da bagno in muratura rivestita a mosaico collocata in cima all'ultima rampa di scale, il bagno turco del secondo piano interrato, la bellissima cucina, la decorazione delle scale e altri accessori.

Contestualmente a questi ultimi lavori di ristrutturazione è stato eseguito anche un restauro conservativo conclusosi nel marzo 2008; nell'ottica di riconfigurare il disegno del prospetto originario affacciato su corso San Maurizio e di restituire l'accesso diretto al locale commerciale del piano stradale, è stato ripristinato il portone d'accesso che venne chiuso durante la ristrutturazione della fine degli anni settanta per ospitare una finestra.

La Fetta di formaggio

Nei dintorni, in via Vanchiglia 8 angolo via Verdi, si trova Palazzo Birago di Vische, anch'esso a pianta trapezoidale, sebbene meno accentuata. Per similitudine, viene soprannominato Fetta di formaggio e fu realizzato su progetto del 1847 a firma dall'architetto Ferdinando Reycend per il facoltoso marchese Birago di Vische. Alessandro Antonelli ne studiò qualche anno dopo la sopraelevazione, che però non venne effettuata a sua firma, ma nel 1854 su progetto dell'architetto Trocelli.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museotorino.it

La voce completa su Wikipedia

Centro Storico Fiat

Museo d'arte moderna · Torino

Centro Storico Fiat

Il Centro Storico Fiat è un museo e archivio aziendale con sede a Torino. Espone automobili, aeroplani, treni, trattori, camion, biciclette, lavatrici, frigoriferi con marchio Fiat. Modellini in scala, ricostruzioni di parti del processo produttivo, manifesti e bozzetti pubblicitari completano la collezione. La parte archivistica conserva più di 5.000 metri lineari di documenti cartacei, 300.000 disegni tecnici, 5.000 tra volumi e riviste di automobilismo e storia industriale, 6 milioni di immagini, 200 ore di filmati storici. Di particolare interesse i fondi dei progettisti Dante Giacosa e Giuseppe Gabrielli.

== Storia ==

Leggi tutto su Centro Storico Fiat (977 parole)

Il Centro Storico Fiat ha sede nel primo ampliamento delle officine di corso Dante Alighieri a Torino dove nacque l'azienda. Opera di Alfredo Premoli, apprezzato esponente del liberty torinese, fu progettato e realizzato fra il 1904 e il 1906 e inaugurato nel 1907. Fu officina di produzione e finitura, rimessa, magazzino, sede di rappresentanza della casa automobilistica torinese.

L'idea di un museo e centro di documentazione nacque nel 1961, sull'onda dell'entusiasmo per le celebrazioni del centenario dell'Unità d'Italia. Operativo dal 1963, le sue sale ospitarono eventi importanti per la storia dell'azienda, primo fra tutti la firma, il 4 maggio 1966, dell'accordo che portò alla costruzione di uno stabilimento nella città russa di Togliatti per produrre la Zhiguli, una versione leggermente modificata della Fiat 124.

Nel 1999, in occasione del centenario Fiat, è stato ristrutturato e riallestito ad opera degli architetti Gabetti ed Isola.

Nel 2011 sono stati quadruplicati gli spazi destinati agli archivi, realizzata una nuova sala consultazione, aperta stabilmente al pubblico, esclusivamente la domenica, la parte museale.

Da dicembre 2024 il Centro Storico Fiat ha riaperto al pubblico, ed è visitabile dal martedì alla domenica; la parte relativa agli archivi resta consultabile previa richiesta di appuntamento.

Percorso espositivo

L'area espositiva, sotto tutela di FCA Heritage (il dipartimento costituito da FCA Italy per la divulgazione, la promozione del patrimonio storico, automobilistico e archivistico dei marchi italiani, di proprietà del gruppo Stellantis), si sviluppa su due piani per un totale di circa 3000 metri quadri suddivisi per aree tematiche.

Origini

Dal 1899 - anno della fondazione - al grande balzo produttivo della prima guerra mondiale. Da segnalare: la 3 ½ Hp, prima vettura Fiat; il 18BL, autocarro che motorizzò l'esercito italiano, e la trattrice Fiat 702, che del 18BL condivideva il motore; i cicli Fiat, in versione turismo e militare.

Competizioni

Campo di sperimentazione per soluzioni tecnologiche d'avanguardia e mezzo pubblicitario, le competizioni mantennero un ruolo importante anche dopo che, nel 1927, la Fiat cessa di avere una squadra corse ufficiale. Sono presenti due pezzi unici: la Mefistofele, autovettura realizzata installando un motore aeronautico Fiat A.12 sul telaio di una Fiat SB4; la Fiat 8V con carrozzeria in vetroresina, dallo spessore 3 millimetri e peso di soli 48 chilogrammi.

Ammiraglie

Vetture di alta gamma prodotte nello stabilimento del Lingotto come la 525SS.

Stile ‘30

Presente la Fiat 700 prototipo, col basamento del motore in alluminio. Presentata a Mussolini nel 1939, avrebbe dovuto essere il primo modello del neonato stabilimento di Mirafiori. Lo scoppio della seconda guerra mondiale ne bloccò la produzione.

Tecnica

Area dedicata non ai prodotti, ma ai processi produttivi. Presente un segmento di linea di montaggio (proveniente da Mirafiori) con ganci Webb.

Multiuso

Vetture progettate per il lavoro, presente la Fiat 509, il cui lancio avvenne, nel 1925, proprio all'interno dei locali dell'attuale Centro Storico Fiat. Fu la prima Fiat venduta a credito ed ebbe notevole diffusione anche come taxi e veicolo commerciale.

Utilitarie

Presenti le Tipo Zero, la 600, la Topolino amaranto che appartenne a Dante Giacosa oltre a numerosi altri modelli.

Zhiguli

Area dedicata allo stabilimento di Togliatti e alla Lada Zhiguli.

Gran Turismo

Gli anni della dolce vita rappresentati dalla 1100TV (Turismo Veloce).

Treni

La Fiat fu attiva nel settore ferroviario dal 1917 al 2000. Presente il carrello della Littorina.

Fiat in casa

Lavatrici e frigoriferi prodotti su licenza Westinghouse.

Aviazione

La Fiat fu attiva nel campo dell'aviazione dal 1908 al 2003. Da segnalare: i motori dei record, dallo SPA Faccioli allo SPA 6A, il Fiat A.14, l'A.22T, AS.3, A.22R, A.30RA, A.50, AS.6, A.80; il G.91, cacciabombardiere ricognitore capace di operare da piste di fortuna, vincitore di un concorso NATO nel 1953.

Grandi motori

La Fiat è attiva nel campo dei motori marini e per la produzione di energia dal 1903. Presente il modello in scala 1/10 del motore Fiat 9012 S, potenza di 25.200 Cv (32.500 nelle prove al banco), 12 cilindri con alesaggio 900mm e corsa 1600mm. Il motore Fiat 9012 S era lungo 24 metri, alto 10, largo 6,5. Peso complessivo superiore alle 1000 tonnellate. Venne utilizzato sulla motocisterna “Carlo Cameli”, al tempo del varo (1964) la più grande nave mercantile mai costruita in Italia e la maggiore petroliera d'Europa..

Comunicazione

Collezione di manifesti pubblicitari dal 1899 agli anni Ottanta del novecento. Tra le firme: Marcello Dudovich, Plinio Codognato, Giuseppe Riccobaldi, Giorgio Forattini.

Dante Giacosa

Ricostruzione, con mobili originali, dell'ufficio di Dante Giacosa. In esposizione anche disegni e modellini di alcune delle vetture che il progettista e designer contribuì a creare: 1100, 500C, 500, 850, 124, 128, Dino, 127. Di fronte all'ufficio, master in legno della 500, pezzo unico che venne utilizzato per realizzare gli stampi della carrozzeria.

Archivio

Il centro di documentazione istituito nel 1963 raccoglieva principalmente materiale già nato con finalità di comunicazione. È solo a partire dal 1984, con il progetto Archivio storico, che si inizia a concentrare, inventariare e rendere fruibile un vero archivio aziendale, che attualmente raccoglie più di 5.000 metri lineari di documenti cartacei, 300.000 disegni tecnici, 18.000 manifesti, 1.300 bozzetti, 5.000 tra volumi e riviste di automobilismo e storia industriale, 6 milioni di immagini, 200 ore di filmati storici. L'archivio documenta l'attività Fiat nel corso del Novecento, nei diversi settori e funzioni aziendali. Da segnalare i fondi relativi ad alcuni marchi o aziende confluiti e/o fuoriusciti dal perimetro Fiat: Abarth (estremi cronologici: 1930 - 1970), Autobianchi (estremi cronologici: 1955 - 1975), Fiat-Allis (estremi cronologici: 1951 - 1978), Fiat Avio (estremi cronologici: 1908 - 1985), Grandi Motori (estremi cronologici: 1900 - 1986), OM (estremi cronologici: 1849 - 1983), Lancia (estremi cronologici: 1906 - 1990), Nebiolo (estremi cronologici: 1880 - 1970), Materfer (estremi cronologici: 1881 - 1974), Teksid (estremi cronologici: 1970 - 1980), Seat (estremi cronologici: 1950 - 1980), SPA (estremi cronologici: 1906 - 1979). Da segnalare altresì i fondi dei progettisti Dante Giacosa (estremi cronologici: 1903 - 1996) e Giuseppe Gabrielli (estremi cronologici: 1908 - 1984).

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Gabriele Chiabrera 20
Orari
Tu-Su 10:00-19:00; Mo off
Biglietto
7 EUR, 5 EUR reduced price ticket
Telefono
+39 011 677666
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.centrostoricofiat.com

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Bricherasio

Palazzo · Torino

Palazzo Bricherasio

Il Palazzo Cacherano di Bricherasio è un antico edificio seicentesco del Centro storico di Torino, situato in via Giuseppe Luigi Lagrange 20, a breve distanza da Piazza San Carlo, Via Roma e Piazza C.L.N.

Già residenza nobile fin dal XVII secolo, fu dimora dei conti Cacherano di Bricherasio, un'estinta famiglia dell'antica nobiltà piemontese distintasi per onori militari che vantò il titolo di viceré dei Savoia per alcuni dei suoi membri ma che si distinse anche per apprezzabili attività di filantropia e mecenatismo.

Leggi tutto su Palazzo Bricherasio (1.232 parole)

Nel corso del Novecento ha subito notevoli trasformazioni e passaggi di proprietà, divenendo prima una scuola e poi sede espositiva della Fondazione Palazzo Bricherasio.

Dal 2010 è la sede principale della Banca Patrimoni Sella & C.

Storia

Dimora signorile già dal 1636, l'edificio fu edificato nell'antica Contrada dei Conciai. In seguito venne acquistato dai conti Solaro di Monasterolo che nel 1760 commissionarono un primo rimaneggiamento all'architetto Carlo Emanuele Bovis.

Dal 1849 al 1851 fu abitato dallo scrittore milanese Giovanni Berchet, uno dei protagonisti del Romanticismo italiano, nonché deputato del Regno Sabaudo, rifugiatosi a Torino e ivi morto esule.

Nel 1855 divenne proprietà dei conti Cacherano di Bricherasio, un'estinta famiglia dell'antica nobiltà piemontese distintasi per onori militari che vantò il titolo di viceré dei Savoia per alcuni dei suoi membri ma che si distinse anche per apprezzabili attività di filantropia e mecenatismo. Al conte Luigi Baldassarre Cacherano di Bricherasio, si deve il rimaneggiamento degli ambienti interni e dei prospetti esterni su progetto di Barnaba Panizza, secondo i dettami dello stile neoclassico dell'epoca. Dal suo matrimonio con la marchesa Teresa Massel di Caresana nacquero Sofia ed Emanuele, che divennero presto personaggi di spicco della nobiltà torinese di inizio Novecento.

Malgrado la prematura scomparsa di Luigi nel 1867, la famiglia Bricherasio continuò a risiedervi e a dedicarsi a un'intensa attività filantropica e artistica. Sofia fu una discreta pittrice nonché prediletta allieva del celebre pittore piemontese Lorenzo Delleani e fece di Palazzo Bricherasio uno dei più rinomati «salotti» culturali della città, oltre che abituale sede di ricevimenti, mostre, iniziative culturali che videro protagonisti il Delleani stesso ma anche Rodolfo Morgari, lo scultore Leonardo Bistolfi e alcuni dei maggiori esponenti della musica, delle lettere e dell'arte dell'epoca, tra cui lo scrittore Edmondo De Amicis e il celebre musicista Arturo Toscanini. Assidua fu anche la frequentazione del capitano di Cavalleria Federico Caprilli, intimo amico della famiglia Bricherasio, nonché anche amico e compagno d'arme dello stesso Emanuele all'Accademia Militare di Modena. Palazzo Bricherasio come le altre residenze di Miradolo, Fubìne e Uviglie continuarono a essere fulcro di un vivace fermento culturale che coinvolse molti artisti e intellettuali del territorio piemontese a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Il fratello Emanuele si distinse inoltre per il suo intraprendente impegno nell'emergente settore dell'industria automobilistica. Affascinato dalle nascenti invenzioni meccaniche della vicina Francia e della Germania, il 1º luglio 1899 convocò a palazzo un gruppo di aristocratici e notabili torinesi, figurando tra i soci fondatori di una prima società che prese poi il nome di F.I.A.T. e il cui atto costitutivo venne firmato proprio nel suo studio al primo piano. Lo storico evento venne raffigurato nel dipinto commissionato all'amico Delleani, dove Emanuele Bricherasio è ritratto nell'intento di siglare il documento, assumendo la carica di vicepresidente.

In seguito all'improvvisa e mai chiarita scomparsa di Emanuele Bricherasio nel 1904 a soli trentacinque anni, la sorella primogenita Sofia e l'anziana madre continuarono a vivere da sole nel palazzo dedicandosi in maniera crescente alla filantropìa. Nel 1937 l'edificio venne rimaneggiato dall'architetto Annibale Rigotti che riprogettò la nuova cancellata e il prospetto affacciato sulla nuova via creata dopo il contestuale rifacimento piacentiniano del secondo tratto di via Roma e degli isolati circostanti, che risparmiò il palazzo ma lo privò definitivamente del suo antistante giardino. Scampato ai massicci bombardamenti del secondo conflitto mondiale, il palazzo fu lasciato dalla contessa Sofia, nubile e ormai ultima discendente senza alcun erede, per trasferirsi stabilmente nella residenza di campagna di Miradolo; alla sua morte, avvenuta nel 1950, anche lo storico palazzo torinese fu incluso nel cospicuo lascito testamentario della contessa in favore della Piccola opera della Divina Provvidenza di don Orione, alla quale la nobile famiglia soleva elargire frequenti donazioni. Da allora Palazzo Bricherasio divenne dapprima la sede di una scuola di ricamo per ragazze disagiate e, fino alla metà degli anni ottanta, ospitò le aule di un istituto tecnico superiore per periti meccanici.

Dopo circa un decennio di decadimento, nel 1994 l'intero edificio fu acquistato dal gallerista Alberto Alessio che, dopo un attento restauro conservativo e la ristrutturazione a opera degli architetti Campanino, Dal Bianco e Cinquetti, ne fece la sede della Fondazione Palazzo Bricherasio. Divenuto prestigioso polo espositivo con mostre di grande rilievo internazionale per circa quindici anni, tra cui quella di Christo e Jeanne-Claude che per l'occasione impacchettarono l'intero scalone nobile , la Fondazione Palazzo Bricherasio dovette chiudere nel 2009, in un clima di mesta polemica e di scontento.

Nel 2010, dopo aver corso il rischio di essere lottizzato per realizzare appartamenti di lusso, il palazzo è stato acquistato dalla Banca Sella per destinarlo a sede di rappresentanza della Banca Patrimoni Sella & C. ma garantendo, tuttavia, l'accesso al pubblico per visite guidate in determinati periodi dell'anno. Il piano terra, inoltre, ospita dal 2011 una caffetteria ricavata nel patio antistante e coperto da un'avveniristica struttura.

Caratteristiche
L'esterno

L'edificio presenta una pianta quadrangolare di proporzioni regolari e dei prospetti caratterizzati da un colore grigio chiaro con finestre neoclassiche sormontate da timpani e intervallate da semicolonne in bugnato e cornici marcapiano.

Il prospetto affacciato su via Lagrange presenta il portone d'accesso con l'atrio padronale, originariamente unico ingresso dell'edificio, che conduce direttamente a una piccola corte interna quadrangolare. Il tetto presenta una serie di abbaini realizzati nella ristrutturazione avvenuta nel 1994, in cui il sottotetto fu recuperato per realizzare un grande appartamento privato. Quasi in corrispondenza del portone di ingresso, all'altezza del primo piano è presente una lapide commemorativa in memoria dello scrittore milanese Giovanni Berchet, vissuto e morto in questo palazzo nel 1851.

La facciata settentrionale è caratterizzata da tre alte monofore ad arco che si aprono su una balconata sovrastata dal bassorilievo che riporta lo stemma dell'estinta famiglia dei Cacherano di Bricherasio. Fino al primo decennio degli anni duemila l'area antistante risultava pavimentata in porfido rosso e recintata da una cancellata disegnata nel 1937 dall'architetto Annibale Rigotti, che ridisegnò anche l'intero prospetto nord. Questo spazio in origine costituiva il patio che precedeva il giardino della residenza, scomparso a seguito della contestuale ristrutturazione piacentiniana del secondo tratto di via Roma e piazza C.L.N. completata nel 1938.

Dal 2010 la cancellata metallica è stata rimossa mantenendo la sola struttura in muratura e quest'area è stata interamente ricoperta da un'avveniristica struttura poliedrica in acciaio e vetro progettata dallo Studio Domenino & Prete per ospitare al suo interno una moderna caffetteria. Contestualmente, tutti i locali del piano terra dell'edificio, sono occupati da attività commerciali.

Gli interni

Gli interni sono stati pesantemente rimaneggiati nel corso degli ultimi decenni perdendo gran parte dei complementi e degli affreschi settecenteschi che li decoravano. Tuttavia gli interventi di ristrutturazione dei primi anni novanta, seppur radicali, hanno conservato e valorizzato gli elementi di maggiore interesse come lo «scalone dei putti» in legno dorato e ottone, opera di Barnaba Panizza e un paio di saloni con decori in stile settecentesco di Rodolfo Morgari. Contestualmente alla ristrutturazione sono stati creati anche locali tecnici e spazi completamente nuovi, come la grande scala ellittica con al centro l'ascensore in acciaio e vetro situata nel vano attiguo allo scalone d'onore.

Collegamenti

Palazzo Bricherasio è raggiungibile dalla fermata M1 Porta Nuova.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Monumento a Vittorio Emanuele II

Monumento · Torino

Monumento a Vittorio Emanuele II

Il monumento a Vittorio Emanuele II si trova a Torino, nel largo omonimo, all'incrocio tra corso Vittorio Emanuele II e corso Galileo Ferraris.

È dedicato a Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia.

Leggi tutto su Monumento a Vittorio Emanuele II (194 parole)
Storia

Fu voluto dal figlio, re Umberto I, e da lui pagato a proprie spese. Il monumento, in bronzo e granito, è opera dell'architetto Pietro Costa. Fu eretto tra il 1882 ed il 1899, tra molte difficoltà, contrasti e polemiche con il municipio di Torino.

Venne inaugurato il 9 settembre 1899, a vent'anni dalla morte del re. Grandi furono i festeggiamenti per cui il giorno dell'inaugurazione corso Vittorio Emanuele II e via Roma furono illuminati a festa.

Descrizione

La statua del re s'innalza maestosa su alte colonne doriche. Nei gruppi scultorei collocati alla base del monumento sono rappresentati: l'Unità, la Fratellanza, il Lavoro e la Libertà. Il monumento raggiunge la considerevole altezza di 39 metri.

Per la sua altezza viene popolarmente chiamato "il Re sui tetti" oppure, dai torinesi, "Barba Vigiu".

Il monumento volge le spalle a occidente, ovvero in direzione della Francia, come sprezzo a causa dei vari contrasti e dei faticosi compromessi politici che i Savoia dovettero contrarre col Paese d'oltralpe, per ottenere l'indipendenza del Regno d'Italia.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.comune.torino.it

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Barolo

Museo d'arte moderna · Torino

Palazzo Barolo

Palazzo Barolo (o anche palazzo Falletti di Barolo) è una dimora patrizia di Torino. È sede dell'Opera Barolo che, secondo il testamento della Marchesa Giulia, ha il compito di continuare le attività di promozione umana e servizio sociale che Giulia e il marito Tancredi avevano avviato.

== La storia ==

Leggi tutto su Palazzo Barolo (388 parole)

L'edificio, che sorge in via delle Orfane, fu costruito alla fine del Seicento da Gian Francesco Baroncelli come ristrutturazione della casa qui già posseduta dal conte Ottavio Provana di Druento, « primo scudiero » e « gran guardarobiere » di Vittorio Amedeo II di Savoia.

Nel palazzo abitarono l'unica figlia del conte Ottavio, Elena Matilde, con il marito, marchese Gabriele Falletti di Barolo il quale, con i tre figli nati nel matrimonio, lasciò il palazzo e la moglie quando il suocero non assegnò alla figlia la ricca dote già promessa al momento del matrimonio.Conseguentemente Elena Matilde, a soli 26 anni, si suicidò gettandosi dalla finestra della sua camera.

Nel 1727 passò in eredità a Ottavio Giuseppe, primogenito di Elena e Gabriele Falletti di Barolo, che intorno alla metà del Settecento ne affidò la modifica a Benedetto Alfieri per adeguarlo al gusto rococò. Il palazzo fu la residenza della famiglia Falletti fino ai coniugi Tancredi (morto nel 1838) e Giulia di Barolo (morta nel 1864), con i quali si estinse la casata. Essi lasciarono il palazzo alla fondazione Opera Pia Barolo.

Gli appartamenti

Nel 1906 il lato sud del palazzo venne abbattuto per allargare e rettificare l'attuale via Corte d'Appello: nella pavimentazione stradale s'individua ancora la traccia del perimetro originario dell'edificio. A seguito delle demolizioni, fu costruita una terrazza al posto di un preesistente cortile e fu ricostruita la Camera verde, che contiene un affresco di Luigi Morgari rappresentante Le nozze di Peleo e Teti.

Ospite dei marchesi Falletti dopo la pubblicazione de Le mie prigioni, soggiornò per molti anni nel palazzo lo scrittore Silvio Pellico, la cui camera fa parte del percorso di visita del museo di Palazzo. Pellico aiutò Giulia di Barolo nelle sue opere di carità, anche insegnando nelle scuole fondate dalla marchesa.

Lo scalone occupa lo spazio centrale del fabbricato al posto della tradizionale collocazione a lato come nei tipici palazzi nobiliari seicenteschi. Gli allestimenti decorativi del piano terra e di alcune sale del piano nobile risalgono alla fine del Seicento; gli stucchi sono di Pietro Somasso, le tele di Francesco Trevisani e gli affreschi dei Legnani.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via delle Orfane 7
Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Scaglia di Verrua

Edificio storico · Torino

Palazzo Scaglia di Verrua

Il Palazzo Scaglia di Verrua è un palazzo storico di Torino, ubicato a pochi passi da via Garibaldi.

È considerato di grande valore documentario, perché è uno dei pochi esempi di palazzo cinquecentesco a non essere stato interessato da rimaneggiamenti di epoca barocca, mantenendo l'aspetto rinascimentale originario. È considerato una delle due sole testimonianze di architettura rinascimentale della città, insieme al Duomo.

Leggi tutto su Palazzo Scaglia di Verrua (356 parole)
Storia

Realizzato tra il 1585 e il 1604 su commissione dell'abate Filiberto Scaglia di Verrua, divenne in seguito proprietà di Giacomo Solaro che operò ampliamenti e, nel 1603, commissionò gli affreschi della facciata e della corte interna all'artista bresciano Antonio Parentani. In seguito divenne residenza della nobile famiglia San Martino della Motta. Nel XVIII secolo venne infine acquistato dalla famiglia Balbo Bertone di Sambuy. Fu anche residenza di Jeanne Baptiste d'Albert de Luynes. Nell'Ottocento divenne dimora di alcune rappresentazioni diplomatiche, prima quella spagnola, e poi dal 1 novembre 1861, quella dell’Impero Russo.

Caratteristiche

L'edificio sorge all'interno dell'antica planimetria romana della città, nell'isolato (carignone) denominato "Isola di Sant'Alessio", di cui fanno parte anche Palazzo Frichignono di Castellengo e Palazzo San Martino della Motta. La facciata esterna, unica nel suo genere in città, presenta un tema di affreschi a opera di Antonio Parentani, databili 1603. Il grande stemma dei conti Scaglia di Verrua presente sul portone d'ingresso è inserito nelle altre decorazioni raffiguranti paesaggi, allegorie e divinità, incorniciate da motivi architettonici che caratterizzano la facciata tipicamente rinascimentale, di cui Palazzo Scaglia di Verrua è l'unico esempio rimasto a Torino.Degna di nota è l'ampia corte interna, anch'essa caratterizzata da motivi architettonici rinascimentali e attribuibile ai maestri lombardi.

Qui, come a Genova, la pratica di rivestire con affreschi i palazzi ricavati da progressive estensioni era l'unica possibile. Questa situazione nasce a causa delle rapide trasformazioni dell'edilizia storica dovute alla crescita demografica e alla comparsa di una casta di patrizi ricchi cui spettava ostentare il proprio benessere con ampliamenti delle case in cui abitavano e con operazioni urbanistiche di largo respiro. A questi interventi si deve forse la scarsità di resti di costruzioni cinquecentesche affrescate, come nel Palazzo Scaglia di Verrua, incalzate dalle sistemazioni edilizie e urbanistiche con le quali la città raggiunse un assetto compiuto e particolare.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Stampatori
Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo dell'Università

Palazzo · Torino

Palazzo dell'Università

Il Palazzo dell'Università, o Palazzo del Rettorato, è un edificio settecentesco di Torino che si erge nell'isolato tra via Verdi e via Po.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo dell'Università (239 parole)

Fu edificato per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia il quale ad inizio del XVIII secolo progettò una grande riforma dell'università di Torino.

Il progetto fu di Michelangelo Garove, che lo consegnò nel 1713, anno della sua morte, e quindi venne incaricato dell'esecuzione l'architetto genovese Giovanni Antonio Ricca il Vecchio, che realizzò il cortile a portico ed a loggia, diversamente dal progetto del Garove, che prevedeva arcate cieche.La costruzione dell'edificio fu completata nel 1720 e l'inaugurazione ebbe luogo il 7 novembre di quell'anno.

Tra il 1715 ed il 1726 contribuì al palazzo anche Filippo Juvarra, autore della facciata prospiciente via Verdi, in cotto, mentre quella su via Po è uniforme rispetto agli altri edifici della storica via.

Descrizione

L'elemento più spettacolare dell'edificio è il cortile interno con doppio loggiato, sotto cui sono collocati i 54 busti e le statue dei professori illustri che vi hanno insegnato (quattro di questi scolpiti dall'artista Luigi Cauda) nonché la targa che ricorda la laurea in Teologia conseguita a Torino da Erasmo da Rotterdam nel 1506.

Di particolare pregio è anche il neoclassico portale d'ingresso su via Verdi, opera del 1834 di Giuseppe Maria Talucchi.

Utilizzo

Fin dalla sua costruzione è stato la sede centrale dell'Università di Torino.

Oggi ne ospita gli uffici, il Rettorato ed è anche sede di alcune facoltà, nonché di mostre temporanee nel suo cortile interno.

Altre immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Ponte Mosca

Tram bridge · Torino

Ponte Mosca

Il ponte Mosca, uno dei ponti monumentali di Torino, è stato il primo ponte in pietra ad esser costruito nella città sabauda sulla Dora Riparia. Sorge in corso Giulio Cesare nel quartiere Aurora, in prossimità di Porta Palazzo.

== Storia ==

Leggi tutto su Ponte Mosca (581 parole)

La costruzione del ponte nacque dalla volontà, prima di Napoleone nel 1807 e pochi anni dopo del governo sabaudo, di realizzare un imponente e monumentale ingresso nella città in modo tale che si permettesse un agevole passaggio sulla Dora.

Fu così che nel 1818 fu redatto un piano di abbellimento della città che prevedeva, con l'abbattimento dei bastioni, la creazione di un grande piazzale allo sbocco dell'antica contrada d'Italia (l'attuale via Milano) e la prosecuzione della via fino ad oltre la Dora. Per superare il fiume, venne dato incarico all'architetto Carlo Bernardo Mosca di curare il progetto di un ponte in pietra che sostituisse l'inadeguata e non più funzionale struttura in legno che fino ad allora permetteva il guado del fiume.

Nel dicembre del 1823, alla presenza delle autorità e dei reali, fu posata la prima pietra, nella cui cavità furono sigillati un verbale della cerimonia e alcune monete dell'epoca. I lavori, preceduti da alterne vicende ed intervallati da interruzioni e ritardi, si conclusero il 15 agosto 1830, quando fu inaugurata l'opera architettonica più ardita della Torino ottocentesca.

Tale avveniristica struttura sollevò molte perplessità circa la sua staticità, prima e durante l'inaugurazione dell'opera: secondo un aneddoto, al fine di fugare ogni dubbio per i suoi detrattori, il costruttore si mise sotto il ponte, su una barca e con la propria famiglia, per dimostrare la bontà dell'opera; tanto è stata eccezionale questa realizzazione che ancora oggi è nelle stesse condizioni originali, ma con la differenza che rispetto al passato vi passano mezzi assai più pesanti ed ingombranti.

Per questa maestosa realizzazione si dovettero modificare le anse e i meandri naturali che l'alveo del fiume Dora Riparia formava nel tratto in prossimità del ponte da costruire; inoltre, considerato il peso della struttura in pietra, fu necessario predisporre una particolare armatura che ne evitasse il crollo al momento del disarmo.

All'epoca della sua inaugurazione, il ponte Mosca, considerato all'avanguardia dal punto di vista tecnico, costituiva un imponente ingresso alla città, ma anche il suo confine naturale verso nord.

Il moderno ponte venne denominato Mosca nel 1868, un anno dopo la morte dell'architetto che nel 1822 ne aveva curato il progetto e poi la realizzazione.

Anche il corso stradale che attraversava il fiume all'altezza del ponte assunse la stessa denominazione, rimanendo conosciuto come corso Ponte Mosca fino al 1937, quando la toponomastica cittadina ne modificò il nome in quello che tuttora è noto, cioè corso Giulio Cesare.

Caratteristiche tecniche

La struttura architettonica, interamente realizzata in pietra di Malanaggio è lunga 45 metri, ma la sua lunghezza totale, comprendente i piazzali d'imbocco, raggiunge i 129 m. Il ponte ha una sola campata e presenta un arco fortemente ribassato con una freccia di soli 4,5 metri. I marciapiedi sono stati realizzati in pietra di Cumiana. La volta che crea il ponte è costituita da 93 corsi di conci in pietra da taglio perfettamente lavorata. L'arco del ponte è alleggerito da due strombature che disegnano sui lati un profilo ancora più ribassato (3,75 m. di freccia e 45 m. di luce).

La larghezza del ponte, di 13,70 m. è pari a quella di via Milano di cui costituisce una naturale prosecuzione, mentre la larghezza della carreggiata è di 8,90 m.

Il ponte è oggi adibito al transito di persone ed autoveicoli ed è percorso dalla linea tranviaria 4 .

Nelle notti dei fine settimana il ponte viene illuminato anche nell'arcata inferiore con un suggestivo effetto scenografico.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Ponte Vittorio Emanuele I

Ponte · Torino

Ponte Vittorio Emanuele I

Il Ponte Vittorio Emanuele I è un ponte che attraversa il fiume Po, all'altezza della zona orientale del centro di Torino.

Si tratta, di fatto, del principale ponte cittadino, poiché unisce un'importante parte del centro storico (Piazza Vittorio Veneto) con piazzetta Gran Madre di Dio, sulla riva destra del Po (quartiere Borgo Po).

Leggi tutto su Ponte Vittorio Emanuele I (516 parole)

Viene spesso chiamato dai torinesi semplicemente come ponte della Gran Madre, ponte di Piazza Vittorio o ponte dei Murazzi.

Storia e descrizione

Durante l'occupazione francese di Torino di inizio XIX secolo, su diretto ordine di Napoleone fu deciso di edificare un solido e massiccio ponte, in sostituzione del precedente ponte di pietra, ormai instabile. Il ponte precedente infatti, risaliva al 1404, progettato in pietra da Antonio Becchio da Villanova, a 12 pilastri, largo circa 10 metri, e commissionato da papa Martino V. La struttura subì vari danneggiamenti nel tempo, uno per tutti una significativa esondazione del fiume Po il 3 novembre 1706, che ne distrusse alcuni archi, sostituiti poi da precarie strutture in legno..

Ancor prima, ovvero in epoca romana e poi nel Medioevo, esistevano varie versioni di ponti provvisori, di accesso al castrum romano di Augusta Taurinorum verso la Porta Fibellona (Piazza Castello)/Via Po - e chiamata la Porta di Po - costruiti interamente in legno, di cui una prima documentazione certa si ha di un passaggio levatoio commissionato dal vescovo Landolfo nel 1037. Per il massiccio passaggio di merci tuttavia, si preferì spesso la tradizionale traghettazione a pedaggio del fiume.

La costruzione dell'attuale ponte napoleonico comportò l'abbattimento di un fabbricato adibito a magazzino e della chiesa dei Santi Marco e Leonardo, situata nell'attuale punto tra Piazza Vittorio Veneto angolo Via Bonafous. Quest'ultima, fu eretta dai Barrachi nel 1333, quindi già abbattuta nel 1351 poiché obiettivo militare troppo sensibile a ridosso del ponte; fu quindi rifatta dal Vittone nel 1740, e ancora nuovamente abbattuta nel 1811 per dar spazio all'accesso del nuovo ponte.

La posa della prima pietra del ponte avvenne nel novembre 1810, alla presenza del principe Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte e allora Governatore napoleonico in Piemonte: murate nel pilastro centrale del ponte furono riposte 88 fra monete e medaglie commemorative delle campagne napoleoniche, nonché un metro in argento. I lavori furono eseguiti dall'ingegnere francese Charles Mallet e il piemontese Pellegrini, su progetto di Claude La Ramée Pertinchamp, a cinque arcate, lungo 150 metri e largo 12,9 metri, quindi terminato nel 1813. Un anno dopo, con la fine dell'occupazione francese e con il ritorno dei Savoia in città, fu proposto di abbatterlo, percepito da molti come il simbolo della passata occupazione, ma il re Vittorio Emanuele I si oppose all'idea e, sia il ponte che la grande Piazza Vittorio (già Piazza d'Armi), gli furono entrambi titolati. Nello stesso anno del suo ritorno (1814), fu decisa anche la costruzione della piazzetta e della chiesa della Gran Madre di Dio, dal lato opposto al ponte, in quartiere Borgo Po, edificio, quest'ultimo, realizzato però soltanto nel 1831.

Il ponte non subì praticamente modifiche dalla sua apertura, resistendo egregiamente alle varie esondazioni. Furono soltanto eseguiti dei lavori nel 1876, per consentire il passaggio del tram, che comportarono anche la sostituzione dei vecchi parapetti in pietra con quelli attuali in ghisa.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Torre XX Settembre

Torre · Torino

Torre XX Settembre

La Torre XX Settembre (anche conosciuta come Torre o Grattacielo Santa Teresa) è uno dei principali edifici residenziali multipiano del centro storico di Torino.

== Storia ==

Leggi tutto su Torre XX Settembre (355 parole)

L'edificio fu progettato dall'architetto Gino Salvestrini e dall'ingegner Gabriello Gabrielli di Quercita, e rappresenta oggi uno dei primi esempi emblematici di inserimento postbellico all'interno del contesto storico-architettonico di Torino.

Posta all'incrocio di due storici assi viari della città: via XX Settembre e via Santa Teresa, con ingresso principale al numero 3 di quest'ultima, la costruzione trova la sua origine in un progetto della fine degli anni '30, concepito nell'ambito della ristrutturazione di via Roma.

La configurazione attuale risale al 1947 (progetto presentato per conto della società IRAS) mentre, nella versione primigenia, l'edificio doveva contare un'altezza di ben 21 piani: la vicinanza con piazza San Carlo, tuttavia, contribuì alla correzione del progetto e alla riduzione dell'altezza e dei volumi complessivi.

Descrizione

Iniziato nel 1947 e completato nel 1951, l'edificio è collocato a filo di via Santa Teresa, ma in posizione arretrata rispetto all'asse di via XX Settembre. La sua imponenza, seppur sgravata dalla tonalità chiara del rivestimento in tessere di pietra calcarea, è percepibile anche dalla vicina piazza San Carlo.

L'edificio si compone di un corpo verticale (torre), posto in corrispondenza dell'incrocio viario, di quattordici piani fuori terra più attico, e di un corpo orizzontale posto lungo via Santa Teresa, di cinque piani fuori terra.

Il basamento di entrambi i corpi, avvolgente i due piani inferiori degli stessi, presenta un rivestimento in pietra verde ed elementi metallici. Il corpo verticale dell'edificio è impostato al di sopra di una sorta di pensilina a sbalzo dove ampie finestre quadrangolari e file di balconi incassati caratterizzano i prospetti principali fino al tetto pensile con attico (già studio dell'ingegner Gabrielli) e giardino, mentre il corpo orizzontale presenta gli ultimi piani loggiati, a costituire un modulo di altezza inferiore che consente l'ideale raccordo visivo con la vicina chiesa barocca che dà nome alla via.

Lo sviluppo delle facciate, come per esempio il rapporto dimensionale tra finestre e volume costruito, così come la decorazione dell'androne e degli spazi interni, risentono ancora degli influssi del Razionalismo italiano, di cui l'edificio, nel suo complesso, costituisce un tardo esempio.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo dell'ex Arsenale

Scuola militare · Torino

Palazzo dell'ex Arsenale

Il Palazzo dell'Arsenale è un complesso militare sito a Torino, in via Arsenale 22, che ospita la Scuola di applicazione dell'Esercito italiano. Si effettua la formazione di base degli ufficiali dell'esercito.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo dell'ex Arsenale (269 parole)
Arsenale

Fu realizzato, su due progetti di Filippo Juvara del 1728 e del 1730, dal 1738 sotto la direzione dei lavori del capitano e architetto militare Antonio Felice De Vincenti. Fu attivo dal 1752 come arsenale militare e scuola di formazione, con le Regie Scuole Teoriche e Pratiche di Artiglieria e Fortificazione. I lavori furono definitivamente completati nel 1783.

Nel 1861 l'arsenale fu spostato nell'ex polveriera, ricostruita dopo l'esplosione del 1852.

Scuola militare

Rimasta come scuola militare del Regio esercito del neo Regno d'Italia, quell'anno si istituì anche il laboratorio di precisione per il collaudo di nuove armi.

Nel 1928 l'istituto fu denominato Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio. Il palazzo subì gravi danni durante i bombardamenti alleati su Torino del 1942.

Le scuole di applicazione delle armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio dell'Esercito, furono riunite nel 1976 sotto un unico comando, la Scuola d'applicazione e Istituto studi militari per la formazione di base degli ufficiali dell'Esercito italiano.

Dal 2003 si tengono anche i Corsi di stato maggiore per gli ufficiali superiori. Dal 2009 è sede del Comando per la formazione e Scuola di applicazione.

Descrizione

È un imponente palazzo a pianta quadrata, che copre un intero isolato, di 190 x 165 metri. Ha tuttora le caratteristiche di un arsenale: i grandiosi sotterranei, collegati alla superficie con ampie rampe percorribili anche da traini ingombranti, i robusti pilastri ravvicinati per sopportare notevoli pesi, le vaste sale sormontate da volte a cupola.

L'ingresso monumentale, ad angolo, fu ristrutturato nel 1890.

Nel 2021 è stato restaurato l'ampio cortile interno.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
spazioweb.esercito.difesa.it

La voce completa su Wikipedia

Palazzo della Prefettura

Palazzo · Torino

Palazzo della Prefettura

L'attuale palazzo del Governo, sede di prefettura-UTG, nasce nella prima metà del Settecento su impulso di Carlo Emanuele III come palazzo delle Regie Segreterie di Stato. Insieme all'Archivio di Stato (già Archivio di Corte) costituisce uno dei primi esempi, nel mondo occidentale, di architettura nata specificamente con funzioni amministrative.

Vincolato dalla Soprintendenza alle Belle Arti , dal 1997 il Palazzo è iscritto nella Lista del Patrimonio dell'umanità in quanto parte del sito seriale UNESCO Residenze Sabaude .

Leggi tutto su Palazzo della Prefettura (383 parole)
Storia

Un primo disegno della fabbrica è ascrivibile all'idea generale dell'architetto reale Filippo Juvarra, il quale, nell'ambito del complessivo ripensamento urbano di piazza Castello e del contestuale allestimento di nuovi spazi da destinare al governo del neonato Regno sabaudo, delinea planimetricamente un ampio complesso, strettamente collegato al palazzo reale vero e proprio.

L'idea juvarriana prevede che nel complesso trovino posto le segreterie, gli archivi di corte, il teatro e la cavallerizza con una complessiva riplasmazione della piazza del castello. Il progetto tuttavia non viene portato a compimento, se non nella parte di strutture destinate ad ospitare i Regi Archivi a causa della partenza di Juvarra per Madrid. Bisogna attendere il 1738 e l'intervento di Benedetto Alfieri, perché la costruzione del palazzo delle Segreterie abbia inizio, secondo un rinnovato impianto proposto dall'architetto .

Se il disegno di Juvarra prevedeva, infatti, la realizzazione di un lungo corridoio prospiciente il giardino reale, facilitando in tal modo il passaggio dal Palazzo Reale al Teatro Regio, e garantendo l'affaccio sulla piazza di tutti i locali destinate alle segreterie e ai regi archivi, Alfieri, invece, riduce il ruolo distributivo di questa lunga galleria. Il nuovo progetto, infatti, prevede un aumento della profondità della manica ed una contestuale articolazione degli spazi interni, con una distribuzione più complessa resa possibile, tra l'altro, dall'edificazione, nel 1740, di uno scalone che garantiva l'accesso alle sale direttamente dalla piazza; entro il 1756 le Regie Segreterie sono compiute .

Sede delle Regie Segreterie di Stato dei Ministri degli Affari Interni ed Esteri e delle Segreterie di Guerra, l’edificio fu il vero e proprio cuore politico dello Stato sabaudo. È qui che il primo ministro Camillo Benso conte di Cavour diede vita al sogno dell’Italia unita .

Il palazzo, acquistato dalla Provincia di Torino nel 1885, accoglie fin dal 1866 gli uffici della prefettura. L'edificio ospita numerose opere realizzate nel XIX secolo dal pittore torinese Francesco Gonin, occasionalmente visitabili dal pubblico.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Da dove vengono queste informazioni

Questa guida è composta da basi di conoscenza aperte. Niente è scritto da noi e niente è inventato: dove una fonte tace, il campo semplicemente non c'è.

Ultimo aggiornamento il 30 agosto 2026