Palermo

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Aprile, Maggio, Giugno, Settembre, Novembre

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 15° 73 mm
Febbraio 15° 69 mm
Marzo 17° 71 mm
Aprile 20° 12° 54 mm
Maggio 24° 15° 37 mm
Giugno 29° 20° 16 mm
Luglio 32° 23° 6 mm
Agosto 32° 23° 19 mm
Settembre 28° 20° 55 mm
Ottobre 24° 17° 81 mm
Novembre 19° 13° 78 mm
Dicembre 16° 10° 77 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Palermo è un comune italiano di 625 075 abitanti, quinto in Italia per popolazione, capoluogo della Regione Siciliana e dell'omonima città metropolitana.

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Guida pratica di Palermo

4.256 parole scritte da viaggiatori, da Wikivoyage.

Da sapere

È il quinto comune italiano per popolazione nonché il principale centro urbano dell'isola di Sicilia e dell'Italia insulare.

Cenni geografici

La città si sviluppa lungo la cosiddetta Conca d'Oro affacciata sul Mar Tirreno. A nord della città si trova il Monte Pellegrino che raggiunge i 660 m. Accanto alle spalle della località di Mondello troviamo Pizzo Manolfo.

Quando andare

Palermo gode di un clima mediterraneo con gli inverni più miti d’Europa. Le estati sono calde, lunghe e siccitose mentre gli inverni tiepidi, corti e moderatamente piovosi. In molte zone della città la temperatura non è mai scesa sotto lo zero. Ad esempio, nella stazione meteorologica di Palermo-Punta Raisi, la temperatura minima record è di +1.4°C. Queste condizioni particolarmente favorevoli rendono Palermo molto attraente come località di vacanze al sole anche in inverno. In estate si presenta una siccità notevole, garantendo condizioni di bel tempo per periodi molto prolungati. Le stagioni intermedie sono molto gradevoli, spesso le preferite dai viaggiatori. Detto questo, escludendo alcuni eccessi di calore estivo, il dolce clima di Palermo rende la città visitabile comodamente in ogni stagione.

Cenni storici

La città vanta una storia plurimillenaria e ha avuto un ruolo importante per le vicende del Mediterraneo e dell'Europa.

I dipinti murali nella grotta dell'Addaura testimoniano la presenza di un insediamento già dall'età della pietra, la città tuttavia fu fondata dai Fenici tra il VII e il VI secolo a.C. come Zyz. La città chiamata poi Panhormos dai Greci fu ripetutamente bersaglio di assedi da parte delle truppe di Siracusa, ma rimase sempre nelle mani dei Fenici.

Fu solo durante le guerre puniche, dopo anni di blocco marittimo della base più importante di Cartagine in Sicilia, che la città nel 254 a.C. fu conquistata dai romani e ricevette il nome Panormus, divenendo il principale centro dell'isola (Provincia Sicilia), anche se Siracusa rimase capoluogo amministrativo, grazie all'insediamento di veterani sotto Augusto.

Conquistata dai Vandali nel 429, passa nel 536 sotto Bisanzio e viene conquistata dai Saraceni nell'831 diventando sede degli emirati di Sicilia, nonché centro commerciale e centro della coltivazione di arance e limoni. Con oltre 100.000 abitanti era una delle più grandi città dell'Europa meridionale ed era in grado di tenere il passo con le metropoli del Cairo o di Baghdad.

Nel 1072 la città di Palermo fu conquistata dai Normanni sotto Ruggero I e nel 1130 divenne la capitale del Regno di Sicilia. Diverse chiese e palazzi in stile arabo-normanno risalgono a questo periodo; il periodo di massimo splendore della città continuò anche sotto il dominio della famiglia Staufer dopo che Federico II di Svevia ampliò la città dove risiedeva. Palermo fu la città di incoronazione di numerosi re di Sicilia e proprio a questa circostanza si devono i titoli attribuiti come: «Prima Sedes, Corona Regis et Regni Caput».

Dopo i normanni giunsero gli angioini e Carlo d'Angiò trasferì la sua corte a Napoli; la città, che soffriva di elevati oneri fiscali, andò in declino. L'impoverimento della popolazione siciliana e i soprusi del regno angioino portarono alla rivolta dei Vespri siciliani, contro i francesi. Seguì il dominio della famiglia di Aragona e in seguito dei Borboni. Da allora è rimasta, con alterne vicende, la capitale del regno. Dal 1816 al 1817 fu capitale del neonato Regno delle Due Sicilie e successivamente divenne la seconda città per importanza dello stesso regno duo-siciliano, fino al 1861.

Nel 1860 Garibaldi marciò su Palermo con le sue camicie rosse determinando la fine del dominio borbonico e incorporando la Sicilia nel Regno d'Italia.

Durante la seconda guerra mondiale la città subì una serie di bombardamenti che devasteranno diversi isolati del centro storico e faranno parecchie vittime civili. Al termine della guerra la città si è conquistata il titolo di città della mafia a causa dell'espansione del fenomeno mafioso che per decenni teneva in ostaggio l'economia e la coscienza civile. Le attività criminali hanno inciso nel cosiddetto sacco di Palermo con cui è stata portata avanti una grande speculazione edilizia a scapito di edifici storici, come le ville liberty, e di pianificazione urbanistica. Nel 1992 con gli attentati mafiosi ai giudici Falcone e Borsellino la città ha avuto un senso di riscossa che ha rialzato la sua coscienza civile risvegliando la vitalità di quartieri e progetti. Palermo in questo processo di miglioramento è da inserirsi la nomina a Capitale Italiana dei Giovani nel 2017 e a Capitale italiana della cultura nel 2018.

Come orientarsi

Frazioni

1 Addaura è una borgata che si trova a sud-ovest di Mondello e che ospita numerose ville di recente costruzione. A circa 70 m s.l.m., si trovano alcune grotte dove sono stati rinvenuti resti del paleolitico e del mesolitico che si trovano al Museo archeologico regionale Antonio Salinas; in altre grotte vicine sono stati rinvenuti graffiti con figure umane e animali d'era paleolitica. La costa dell'Addaura un tempo era difesa da una torre del XV secolo di cui non resta molto.

2 Belmonte Chiavelli è distaccata dal resto del tessuto urbano della città dalla Circonvallazione di Palermo. A sud si trova il sistema montuoso dei Monti di Palermo. La località è situata in un'area di forte pendenza ai piedi del Monte Grifone. Da Belmonte Chiavelli è visibile un panorama completo della città.

3 Ciaculli è una località del Comune di Palermo che conserva le caratteristiche della tipica borgata di campagna. Si trova alle porte della città e conta circa 9500 abitanti. Rientra nella II Circoscrizione e insieme con la frazione di Croceverde-Giardina forma la nona Unità di primo livello di Palermo. Vicino si trova Santa Maria di Gesù, altra borgata di origine contadina. A Ciaculli si coltiva il mandarino tardivo, protetto da Slow Food.

4 Croceverde è una piccola frazione o borgata rurale di Palermo. Sorge nell'angolo meridionale della pianura Conca d'Oro, e conta circa 1100 abitanti. Dista pochi chilometri dal tessuto urbano di Palermo, ed è confinante con due località limitrofe: a nord-ovest Ciaculli, confinante per mezzo dell'omonima strada, e a sud-est Gibilrossa, frazione di Misilmeri, nota per le imprese garibaldine. La borgata dista poco dal comune di Villabate.

5 Mondello è una località balneare, originariamente villaggio di pescatori, sviluppatosi intorno a un'antica tonnara. In seguito alla bonifica del territorio circostante, tra il 1892 e il 1910, viene costruita una città giardino con numerose ville in stile liberty e il Kursaal a mare. Da Mondello si accede alla Riserva naturale di Capo Gallo - Isola delle Femmine. Il periodo d'oro di questo luogo fu la Belle Epoque, quando la ricca borghesia cittadina fece costruire le ville in quello che era lo stile più nuovo, il liberty.

6 Santa Maria di Gesù è una località o borgata del comune di Palermo. Si sviluppa attorno l'omonimo cimitero storico. È ubicata ai piedi del Monte Grifone, tra le altre borgate di Ciaculli e di Belmonte Chiavelli. Santa Maria di Gesù, dopo la costruzione dell'autostrada per Catania negli anni settanta-ottanta, si trova proprio all'ingresso della Circonvallazione di Palermo.

7 Sferracavallo è un'altra località balneare. Borgo marinaro e turistico, e sviluppatosi intorno alla tonnara di Calandria, è stretto dai Monti Billiemi e da Pizzo Santa Margherita. Durante alcuni scavi archeologici nelle grotte Impiso, Pecoraro e Conza sono stati scoperti materiali del paleolitico superiore. All'inizio la piccola comunità ebbe un'economia incentrata sul mare, col passare del tempo gli abitanti si dedicarono anche alle attività agricole con la coltivazione dei vigneti, del mirto e del sommacco. Intorno al XVI secolo vennero costruite due torri a difesa della borgata dalle continue razzie piratesche; una di queste due torri fu distrutta per far posto all'autostrada Palermo - Punta Raisi. Dalla seconda metà del XIX secolo vennero costruiti numerose residenze estive, una delle prime villa Palazzotto dell'architetto Giovan Battista Palazzotto intorno al 1886, cui seguirono altre in stile vagamente liberty.

Come arrivare

In aereo

1 Aeroporto di Palermo-Punta Raisi (Aeroporto Falcone e Borsellino IATA: PMO) — L'aeroporto opera voli nazionali ed internazionali, e diversi collegamenti low cost. Numerosi in estate i voli turistici periodici e charter.

Collegamenti

L'aeroporto di Palermo è collegato al centro città tramite il Servizio ferroviario metropolitano Trinacria Express o bus navetta operati da Prestia e Comandè. I treni hanno una frequenza di trenta minuti.

L'autobus, con frequenza bi-oraria, impiega circa 50 minuti dalla stazione di Palermo Centrale e 40 da piazza Politeama.

2 Aeroporto di Trapani-Birgi (Aeroporto Vincenzo Florio IATA: TPS) — Da e per Trapani Birgi operano voli nazionali ed europei, sia di linea che low cost. Voli stagionali turistici in estate. Servizio di bus navetta operati da Terravision e Salemi per Trapani e Palermo.

In auto

Dall'Aeroporto Falcone-Borsellino di Punta Raisi Palermo procedere in direzione Est ed immettersi nell'Autostrada direzione Palermo e dopo circa 25 km si giungerà in città. Il tempo medio di percorrenza è di circa 20 minuti.

Da Messina tramite l'autostrada a pedaggio , da Catania tramite la . Da Mazara del Vallo e Trapani con l'autostrada .

In nave

3 Porto di Palermo (Bus 107 dalla stazione Centrale fino alla fermata Crispi-Scinà). Chi raggiunge Palermo dal nord Italia in auto può trovare conveniente in termini di tempo e relax evitarsi le lunghe autostrade della penisola e usare una delle cosiddette autostrade del mare. Ad esempio molto conveniente come tempi da Milano è imbarcarsi a Napoli per Palermo dimezzando l'itinerario autostradale. Collegamenti principali del porto di Palermo:Cagliari (Tirrenia)Civitavecchia (GNV) Traversata notturna di circa 12 ore.Genova (GNV) Partenza alle 20.00 durata del viaggio circa 23 ore.Livorno (Grimaldi Lines) Partenza alle 18.30 durata del viaggio circa 19 ore.Napoli (GNV, Tirrenia) Partenza da Napoli la sera intorno alle ore 20,30. I traghetti arrivano a Palermo alle 07:00 del giorno successivoSalerno (Grimaldi lines)Inoltre servizi di collegamenti locali (talvolta stagionali) uniscono Palermo a Ustica, Cefalù e isole Eolie.Tunisi in circa 9 ore tramite GNV e Grimaldi.

In treno

4 Stazione di Palermo Centrale – Ci sono treni a lunga percorrenza da e per Milano Centrale, Roma Termini, Torino Porta Nuova e altre delle maggiori città italiane. Per quanto riguarda i collegamenti regionali, esistono dei treni diretti per le città di Messina, Catania, Agrigento e Trapani.

5 Stazione di Palermo Notarbartolo.

6 Stazione di Palermo Brancaccio.

7 Stazione di Maredolce.

8 Stazione di Giachery.

9 Stazione di Fiera.

10 Stazione di Palazzo Reale-Orleans.

11 Stazione di Palermo Marittima.

12 Stazione di Vespri.

In autobus

13 Terminal bus extraurbani, Corso dei Mille (Accanto alla stazione centrale). In questo terminal arrivano e partono i bus extraurbani a media e lunga percorrenza. Presso il terminal vi sono le biglietterie, i servizi igienici e una sala d'attesa interna oltre a un bar. Di seguito le principali compagnie:Le autolinee Cuffaro collegano Palermo con Agrigento, Canicattì, Favara, Racalmuto, Castrofilippo e Grotte.La compagnia F.lli Camilleri collega con Agrigento, oppure con Aragona, Raffadali e Santa Elisabetta.La compagnia Prestia e Comandé collega con Cianciana passando da Santo Stefano Quisquina, Bivona e Alessandria della Rocca. Oppure con Santa Cristina Gela passando da Villagrazia, Altofonte, Rebuttone e Piana degli Albanesi.Interbus collega con Siracusa.SAIS con Catania.La compagnia Salemi collega con l'aeroporto di Palermo e di Trapani.

Il bus di linea 389 da Piazza Indipendenza porta fino a Monreale, per gli orari consultare qui.

Come spostarsi

Molte delle attrazioni turistiche di Palermo sono concentrate nel centro storico. Dunque potrebbe essere anche consigliabile passeggiare per le vie del centro così da potere anche ammirare la città.

Con mezzi pubblici

14 Amat Palermo S.p.A. (AMAT), Via Giusti, 7/B, ☎ +39 091350111, ☎ +39 848800817. Gestore pubblico dei trasporti. Offre tariffe, abbonamenti e carnet speciali adatti alle visite turistiche.

A Palermo è presente una fitta rete di autobus, tram e ferrovia che aiuta quotidianamente molti turisti a spostarsi. La tariffa urbana è di 1,50 €, mentre il biglietto unico integrato per tram, bus e metro valido 1 giorno è di 5,50 € (dic 2020). Il biglietto è valido 90 minuti.

In tram

In città sono presenti 4 linee tram che servono a collegare la periferia al centro. Tre linee partono dalla Stazione Notarbartolo e servono i quartieri periferici a ovest della città. Per i turisti è sicuramente più utile la linea 1 che dalla Stazione centrale collega i quartieri a sud passando dal Ponte dell'ammiraglio, da S. Giovanni dei lebbrosi e nei pressi del Castello di Maredolce.

Linea 1 Roccella - Stazione Centrale

Linea 2 Piazza Santa Cristina - Stazione Notarbartolo

Linea 3 CEP - Stazione Notarbartolo

Linea 4 Pollaci/Calatafimi - Stazione Notarbartolo

Ulteriori linee di tram sono previste per il futuro.

In metropolitana/treno

In espansione inoltre una rete di ferrovia metropolitana che integrata con un passante ferroviario gestito da Trenitalia permette collegamenti dalla stazione Palermo Centrale con le altre stazioni cittadine, dei dintorni e fino all'aeroporto Punta Raisi.

Per convenzione si suddividono in 3 linee metropolitane:

Linea A: Palermo Centrale-Aeroporto Punta Raisi. Attenzione la tariffa urbana è valida sino alla stazione Tommaso Natale (Mondello -Sferracavallo).

Linea B: Palermo Notarbartolo-Giachery, fa parte dell'anello ferroviario di Palermo che una volta ultimato effettuerà corse circolari presso il centro moderno di Palermo.

Linea C: Palermo Centrale-Termini Imerese di cui la fermata urbana è quella di Brancaccio per poi proseguire come una normale linea ferroviaria.

In auto

Da turisti l'auto è sconsigliata, a meno che non si vogliano fare escursioni nelle zone limitrofe. Per girare in centro, visto il traffico caotico e la carenza di parcheggi, sono preferibili le altre alternative. Tuttavia raggiungere tutti gli alberghi principali e i ristoranti più rinomati non è complicato data la distribuzione semi-ortografica delle vie cittadine. La maggior parte degli alberghi ha posti auto a disposizione dei clienti, meglio lasciarvi l'auto per tutto il periodo di visita. Alcune zone sono a traffico limitato, altre semplicemente impossibili da girare in auto (scalinate, vicoli stretti, eccetera). Per iniziativa dell'azienda AMAT esiste un servizio di car sharing attivabile tramite abbonamento, tenetelo in considerazione se le vostre visite a Palermo sono ripetute, specialmente considerando che il servizio ha parcheggi anche agli aeroporti di Palermo e Trapani.

15 Carsharingpalermo, Via Giusti, 7/B, ☎ +39 0917303010, ☎ +39 848810018. Il servizio funziona tramite registrazione e sottoscrizione di un abbonamento. Interessante la presenza di parcheggi dedicati presso gli aeroporti di Palermo e Trapani

Si possono anche noleggiare mezzi di trasporto come le biciclette, scooter e auto. Il gestore del trasporto pubblico è l'AMAT.

Cosa vedere

Le attrazioni turistiche di Palermo sono molteplici, a partire da edifici e ville storiche appartenenti alle più importanti famiglie della nobiltà europea, come il Palazzo Gangi del principe Pietro di Valguarnera e Palazzo Natoli della potente dinastia dei Principi sovrani Natoli.

Per gli amanti dell'arte, Palermo nasconde nei suoi palazzi opere uniche al mondo, come gli affreschi di Gioacchino Martorana.

Palazzo Trinacria, via Butera, 24.

Molto caratteristico è il Museo internazionale delle marionette con ovviamente esposti i pupi siciliani e delle marionette di tutto il mondo nel quartiere Kalsa.

1 La grotta dei Beati Paoli (detta Grotta di Paolo) (quartiere “Capo”).

2 Il cimitero dei Cappuccini di Palermo, Piazza Cappuccini.

3 Piazza Pretoria (Piazza della Vergogna), Piazza Pretoria (Nel cuore di Palermo). Uno dei luoghi simbolo di Palermo: il cuore della piazza è rappresentato dalla fontana barocca in marmo bianco di Carrara che la occupa fin dal 1573 quando il Senato la fece arrivare da Firenze. La piazza viene volgarmente chiamata dai palermitani Piazza della Vergogna già dal sedicesimo secolo.

4 Quattro Canti. Incrocio tra le due strade principali della città.

5 Monastero di Santa Caterina (Adiacente alla Chiesa di Santa Caterina). Adiacente all’omonima chiesa.

6 Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (A poche decine di metri dal Monastero di Santa Caterina). Dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 2015.

7 Chiesa di San Cataldo.

8 Archivio Storico Comunale (Poco distante dalla Chiesa di San Cataldo). Ingresso libero. Lunedì-Venerdì 08:30 – 13:30, Mercoledì fino alle 17:30. All’interno sono conservati i documenti della vita comunale cittadina a partire dal XIII secolo, una raccolta di pergamene che copre oltre 500 anni di storia e altre opere interessanti tra cui l’album con le foto dei Mille di Garibaldi.

9 Cattedrale di Palermo, Piazza Bellini. Dedicato alla Santa Vergine Maria Assunta in Cielo, Patrimonio UNESCO e bene FAI.

10 Palazzo Reale e Cappella Palatina, Piazza Indipendenza. Entrambi dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

11 San Giovanni degli Eremiti (A circa 500 metri da Palazzo Reale). Patrimonio UNESCO. Edificato da Ruggero II nel 1136 su un precedente monastero gregoriano.

12 Il Mercato di Ballarò (Quartiere Albergheria). Il mercato Ballarò si trova nel quartiere Albergheria ed è un dedalo di vicoli pieni di bancarelle.

13 Chiesa Del Gesù (Casa Professa) (All’interno di Ballarò). Comunemente chiamata Casa Professa, decorata in stile barocco.

14 Orto Botanico di Palermo, Via Lincoln.

Itinerari

Itinerario arabo-normanno — itinerario tra i monumenti di epoca arabo-normanna che rendono Palermo, Monreale e Cefalù patrimoni dell'umanità.

Itinerario antimafia di Palermo — itinerario tra i luoghi del martirio di coloro che si ribellarono alla mafia.

Cosa fare

Siciliandays, ☎ +39 339 6500771, info@siciliandays.com. Visite, escursioni, wine tasting, degustazioni e corsi di cucina (cooking class) a Palermo.

Trekking su Pizzo Manolfo. Percorso di circa 13 km da percorrere a piedi lungo i sentieri di Pizzo Manolfo con un dislivello di 500 m e un tempo di 6 ore.

Percorso equestre di Monte Cuccio. Percorso di 30 km con un dislivello di 1300 m, riferimento Centro Equestre EOS.

Visite guidate (Vie di Sicilia), ☎ +39 3770872496, info@viedisicilia.it. Visite guidate di gruppo o private a Palermo, Monreale, Cefalù e in tutta la Sicilia.

Eventi e feste

1 Processione del Venerdì Santo, Chiesa di San Matteo. Venerdì Santo. Ogni anno, la confraternita della chiesa organizza una delle più sentite processioni cittadine che coinvolge alcune delle principali vie del centro storico.

Festa di Santa Rosalia (u fistinu). 10/15 luglio.

Festa dei santi Cosma e Damiano, Sferracavallo. ultima domenica di settembre. Il pesante fercolo con i simulacri dei santi viene portato per le vie della borgata da un folto numero di giovani vestiti di bianco con un fazzoletto rosso legato ai fianchi, uno al collo e a piedi nudi. La festa non è solo religiosa ma anche civile e comprende anche il gioco dell'antinna a mari, una sorta di albero della cuccagna posto sul mare.

2 Festival di Morgana, Piazzetta Antonio Pasqualino 5, ☎ +39 091 328060, mimap@museomarionettepalermo.it. in autunno. Il Festival di Morgana è una rassegna annuale di opera dei pupi e di teatro di figura tradizionale e contemporaneo. Organizzato annualmente porta in scena compagnie e performers da tutto il mondo in un programma integrato che si arricchisce di mostre, iniziative di studio e di formazione, presentazioni di libri per grandi e piccini.

Acquisti

Palermo non possiede, come molte città una vera zona con centri commerciali, pertanto si possono effettuare degli acquisti in centro nei vari negozi.

Nel centro di Palermo non si possono perdere i mercati storici come la Vucciria (nel quartiere La Loggia) o Ballarò (nel quartiere Albergheria) e il mercato del Capo (nel quartiere Il Capo). Essi costituiscono non solo un posto dove fare acquisti in economia ma soprattutto per i colori e la tipizzazione umana per cui sembra d'essere in Medio Oriente. Guy de Maupassant visitando Palermo scrive:

All'interno del quartiere La Loggia tra le vie a destra del Duomo di Palermo si trova il cosiddetto Mercato dell'oro, una concentrazione di oreficerie e gioiellerie che sembrano richiamare un suq arabo.

Dove mangiare

La cucina palermitana offre parecchie possibilità: dal cibo di strada come le panelle, sfincioni e panini al pesce e ai dolci.

Sferracavallo è una frazione nota in tutta la Sicilia per la presenza di ristoranti di pesce con menù fisso e portate innumerevoli a costi accessibili.

Come divertirsi

Spettacoli

Palermo offre diverse possibilità di svago culturale grazie alla presenza di diversi teatri tra cui il Teatro Biondo, il Teatro Massimo e il Politeama per la musica e i concerti sinfonici e altre piccole realtà private.

Numerosi sono inoltre i teatri di Opera dei pupi siciliani che offrono una programmazione varia di spettacoli per conoscere da vicino questo Capolavoro Unesco del patrimonio orale e immateriale dell'umanità.

Vi sono anche diversi jazz club dove si eseguono brani internazionali ma anche locali essendo Palermo una città in cui vi sono diverse jazz band.

Sport

1 Stadio delle Palme.

2 Stadio Renzo Barbera.

3 Velodromo Paolo Borsellino.

4 Diamante Fondo Patti. Stadio di baseball

5 Ippodromo della Favorita.

6 Campo Tenente Onorato, Via Giuseppe di Marco, 1.

7 PalaMangano.

8 Palasport Fondo Patti.

9 Piscina olimpionica comunale di Palermo.

Locali notturni

La vita notturna palermitana è concentrata soprattutto su 4 zone in particolare: Vucciria, Ballarò, Massimo (detta Champagneria) e Magione. Questi sono i quattro punti nevralgici in cui solitamente flussi di gente si ritrovano per bere, mangiare, scherzare e ballare. Pur essendo quartieri popolari, soprattutto Vucciria, Ballarò e Magione, la notte è possibile incontrare qualsiasi tipo di persona: dallo studente al libero professionista, dall'adolescente al padre di famiglia. Come tutte le zone in cui si concentra la "movida" è certamente prevedibile che vi siano anche dei rischi di cui è necessario prestare attenzione.

La zona del mercato della Vucciria (Piazza Caracciolo nel quartiere La Loggia) e quella di via Calderai costituiscono il raduno notturno dei cultori della musica (in particolare reggae e rap), che vi organizzano concerti e spettacoli dal vivo.

Oltre queste zone è possibile anche trascorrere una serata più tranquilla passeggiando per le vie del centro, per Via Libertà e magari spostarsi in uno dei numerosi pub presenti nelle vie limitrofe.

D'estate una buona parte della città la sera si sposta nella zona di Mondello, il lungomare cittadino in cui è possibile gustarsi un rinfrescante gelato.

Dove alloggiare

Il Centro storico di Palermo è pieno di alberghi e b&b, tuttavia è di difficile accesso sia per le difficoltà di parcheggio che per i limiti imposti dalla ZTL. L'offerta è varia, si va dalle piccole abitazioni a gestione famigliare sino agli hotel di lusso.

Per quanto riguarda invece le zone di Palermo in cui dormire, si può scegliere tra i quartieri come L’Albergaria, La Kalsa o La Loggia, in pieno centro storico. Soggiornare qui permette di essere a pochi passi dalle principali attrazioni come la Cattedrale di Palermo, il Teatro Massimo e i mercati storici come Ballarò e Vucciria.

Grand Hotel et des Palmes, Via Roma, 398.

Villa Igiea, Via Belmonte, 43.

Grand Hotel Wagner, Via Riccardo Wagner, 2.

Sicurezza

3 Ospedale Buccheri La Ferla, Via Messina Marine, 127-197, ☎ +39 091 479203. Pronto Soccorso

Palermo è una città abbastanza sicura durante il giorno ma può mettere timore di notte, specialmente nei giorni feriali in inverno, quando non ci sono molti studenti, visitatori e gente del posto in giro. Anche se i crimini contro i visitatori sono piuttosto rari. Ricordate che:

Non dovreste uscire da soli di notte, specialmente se fuori dalle strade del centro e se siete una donna;

Dovreste prenotare un hotel/B&B nel centro della città (le aree intorno a Piazza Ruggero Settimo, Fontana della Ninfa e Piazza Giuseppe Verdi vanno bene), sia per motivi di sicurezza sia perché i trasporti pubblici tra il centro città e la periferia non sono affidabili di notte. La sistemazione a Palermo è abbastanza economica rispetto agli standard italiani ed europei, anche nelle migliori zone.

Durante il giorno ricordatevi del pericolo dei borseggiatori per le strade e degli autobus urbani, nonché di scippo in moto che prende di mira borse, portafogli e telefoni cellulari.

In estate il centro della città di Palermo è sicuro anche di notte, poiché ci sono centinaia di bar e pub aperti tutta la notte e molte persone a passeggio. Tuttavia, non dimenticate di usare il buon senso.

Guidare e attraversare le strade di Palermo è piuttosto pericoloso poiché le regole della strada non vengono sempre rispettate. Ricordate anche che il furto di veicoli è un grosso problema, ma, come dimostrato dalle ultime cifre rese disponibili dalla polizia italiana, Palermo è più sicura di Roma, Napoli, Milano, Bari, Catania e Torino; tuttavia, se volete evitare qualsiasi rischio, evitate di lasciare borse ed oggetti visibili oppure utilizzate dei parcheggi a pagamento.

Palermo è attanagliata dal problema dei parcheggiatori abusivi. Ogni parcheggio libero ha un parcheggiatore in "servizio" che vi chiederà un obolo. Spesso sono "subaffittati" agli immigrati che lavorano per conto di altri. Molti non si accontentano di pochi soldi una tantum ma vorranno sapere anche quanto tempo la lasciate chiedendo di più. Purtroppo è un problema risaputo e difficilmente risolvibile visto l'alto tasso di disoccupazione della città e i legami con la criminalità locale. Chiamare i Vigili urbani o la polizia vi esporrà quasi certamente al rischio di danneggiamento dell'auto. L'unica cosa di buonsenso è pagare, essendo un modo per averla al sicuro.

Alcuni quartieri di Palermo oltre a non essere turistici non sono sicuri perché zone particolarmente degradate della città. Il tristemente famoso quartiere ZEN, a Palermo nord, è un'area indubbiamente da evitare. Brancaccio, a Palermo sud, presenta qualche attrattiva ma è pur sempre un quartiere degradato dove è possibile il furto dell'auto o altri problemi.

Per quanto la percezione del crimine sia elevato Palermo risulta essere al 51° posto (2023) nel Crime Index europeo al di sotto di Milano, Torino e Roma.

Nei dintorni

Monreale — Questa città a mezz'ora di bus da Palermo è un sito Unesco grazie alla splendida cattedrale arabo-normanna rivestita di preziosi mosaici.

Bagheria — Una piccola città ad est di Palermo. Ci sono alcune belle ville settecentesche e un museo del famoso pittore Renato Guttuso.

Cefalù, Milazzo (per le Isole Eolie), Messina, Trapani ed Enna sono raggiungibili con treni regolari. Mentre per Catania, Taormina, Agrigento e Siracusa è meglio prendere l'autobus.

Isola delle Femmine

Riserva naturale orientata Capo Gallo —

Barcarello — Accedendo dalla borgata di Sferracavallo (località Barcarello) si può percorrere il bellissimo e panoramico sentiero lungo la costa. Ideale per chi vuole fare un bagno in assoluta tranquillità, in acqua pulitissima e senza allontanarsi molto dalla città. Raggiungibile anche in autobus dal centro di Palermo. Percorribile anche in bicicletta.

Itinerari

Il palermitano è un luogo ricco di mete da visitare. Usando Palermo come base in auto è possibile in giornata visitare l'entroterra agevolmente. Gli itinerari da seguire sono lungo la costa: verso est (A29) fino Alcamo e verso ovest (A19) fino a Cefalù. Altri itinerari seguono le strade verso l'interno: SS624 verso Piana degli Albanesi, SS121 verso Alia e Villalba, SS118 verso Santo Stefano Quisquina e Bivona e il Bosco della Ficuzza.

Itinerario di Santa Rosalia — Percorso turistico, religioso e naturalistico di oltre 180 km, tra le province di Agrigento e Palermo, da compiersi a piedi, in bicicletta o a cavallo, che si snoda attraverso 7 ex riserve naturali oggi assorbite dal Parco dei Monti Sicani e 15 comuni (Santo Stefano Quisquina, Castronovo di Sicilia, Prizzi, Palazzo Adriano, Bivona, Burgio, Chiusa Sclafani, Bisacquino, Contessa Entellina, Campofiorito, Corleone, Piana degli Albanesi, Altofonte, Monreale, Palermo), collegando l'Eremo nel territorio di Santo Stefano Quisquina al Santuario di Monte Pellegrino attraverso i luoghi legati al culto di Santa Rosalia. Il cammino, facente parte del progetto Vie sacre di Sicilia, è costituito da regie trazzere, mulattiere, sentieri e strade ferrate dismesse. Finanziato dall'Assessorato Regionale dell'Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea, è stato inaugurato ufficialmente il 4 settembre 2016.

Sicily Divide — Da questa città parte la prima tappa dell'itinerario cicloturistico che giunge a Catania.

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Cosa vedere a Palermo

  1. cattedrale di Palermo
  2. Teatro Massimo Vittorio Emanuele
  3. cappella Palatina
  4. chiesa della Martorana
  5. Palazzo dei Normanni
  6. chiesa di San Cataldo
  7. catacombe dei Cappuccini
  8. chiesa di San Giovanni degli Eremiti
  9. La Zisa
  10. ponte dell'Ammiraglio
  11. Palazzo Natoli
  12. Palazzo della Cuba
  13. palazzo Pretorio
  14. Museo archeologico regionale Antonino Salinas
  15. Porta Nuova
  16. Palazzo Abatellis
  17. fontana Pretoria
  18. Palazzo Chiaramonte
  19. Orto botanico di Palermo
  20. Palazzo Comitini
  21. Castello a Mare
  22. Palazzo Sclafani
  23. Palazzo Valguarnera-Gangi
  24. Museo d'arte contemporanea della Sicilia
  25. Galleria d'arte moderna Sant'Anna
  26. Palazzo Branciforte
  27. Palazzo d'Orleans
  28. Palazzo Isnello
  29. Palazzo Ajutamicristo
  30. parco della Favara
  31. Villa Malfitano Whitaker
  32. villa Giulia
  33. giardino Inglese
  34. Palazzo Alliata di Villafranca
  35. Palazzo Asmundo
Mappa di Palermo con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

cattedrale di Palermo

Cattedrale · Palermo

cattedrale di Palermo

La Basilica Cattedrale Metropolitana Primaziale della Santa Vergine Maria Assunta, nota semplicemente come Duomo oppure Cattedrale di Palermo, è il principale luogo di culto cattolico della città di Palermo e sede arcivescovile dell'omonima arcidiocesi metropolitana.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità nell'ambito del sito seriale Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale.

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Culto dell'Assunta e di Santa Rosalia
Santa Vergine Maria Assunta in Cielo

La Basilica Cattedrale Metropolitana Primaziale di Palermo è un nobile tempio dedicato alla Santa Vergine Maria Assunta in Cielo. La patrona principale della città è Santa Rosalia, a cui è dedicata la cappella reale-senatoria sul lato meridionale, ubicata nell'abside minore del transetto destro, nella quale trovasi la preziosa e monumentale urna argentea che custodisce il corpo della santa. L'arca reliquiaria della patrona, realizzata fra il 1631 e il 1637, è uno straordinario capolavoro delle arti decorative, massima espressione del barocco Siciliano, raffinatissimo e superbo lavoro di argentieri palermitani e monumento processionale senza eguali, condotto in devota processione ogni anno per le vie della città il 15 luglio. Importantissimo è il culto che Palermo e la Sicilia tributano alla Vergine Maria, venerazione che trova fondamento nel rapporto epistolare tra l'ambasceria del Senato Messinese e Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, secondo il dogma Theotókos formulato dal Concilio di Efeso e riaffermato da alcuni principii del Concilio di Nicea I. Legame rafforzato dall'opera evangelizzatrice degli Apostoli, San Pietro e San Paolo, nei rispettivi transiti in terra sicula. In tutte le accezioni la Vergine Maria è patrona delle principali città dell'isola, patrona primaria della Arcidiocesi e della Città di Palermo (il patronato dell'Immacolata è al di sopra di tutti i patronati dei santi, di cui Palermo ne ha una lunga lista con a capo, appunto, Santa Rosalia).

Con Gualtiero Offamilio la Basilica Cattedrale viene dedicata all'Assunzione della Vergine rappresentata in tre diverse grafie. Una è la Dormizione della Madre di Dio o «Koimesis tes Theotokou» o «Dormitio Virginis», che appartiene alla tradizione bizantina, le altre due appartenenti alla tradizione latina (l'Assunzione e l'Incoronazione in cielo).

Nella prima, la Vergine Maria è rappresentata sul letto di morte, circondata dagli apostoli e una bambina, quest'ultima simboleggia l'anima pura di Maria pronta a salire al cielo. Questa iconografia è spesso rappresentata anche da artisti latini con il titolo di Dormitio Virginis, fino all'attuazione delle disposizioni della riforma del Concilio di Trento (1545 - 1563). Raffigurazione mirabilmente ripresa e illustrata nel "teatrino" marmoreo, opera di Antonello Gagini, dove i Sette Arcangeli aprono il corteo processionale, uno di essi conduce per mano una bambina, gli Apostoli trasportano e seguono la lettiga o catafalco funebre.

Assunzione: la tradizione iconografica della Chiesa Latina rappresenta la Vergine in preghiera ascendente verso il cielo in un cerchio di nuvole e circondata, sorretta, sospinta e quasi trasportata dai Sette Arcangeli.

Incoronazione: la rappresentazione raffigura la Vergine insieme a Gesù Cristo seduti su due troni in cielo tra le nuvole e angeli, nel momento in cui il figlio cinge con una corona il capo della madre.

I Sette Arcangeli e gli Angeli che accompagnano le varie raffigurazioni sono elementi iconografici comuni legati alla topografia delle immediate adiacenze della cattedrale: la primitiva chiesa e monastero dei Sette Angeli, la strada e la chiesa dell'Angelo Custode.

Sulla facciata occidentale, accoglie il pellegrino la Madonna del Tocco o Madonna della Porta, allegoria della Vergine Maria quale porta d'accesso verso Dio. La Madonna della Luce, poi più comunemente nota in Sicilia come Madonna del Lume, verosimilmente un derivato della Vergine Odighitria bizantina, che è colei che indica la via, la direzione, la "Santa Maria del Cammino". Riconducibile nella tradizione siciliana alla Madonna del Lume, identificabile e configurabile nella protettrice dei viaggi via mare, dei porti, dei fari. Immediato il collegamento con l'alta torre di segnalazione - odierno campanile - posta davanti al duomo, incastonata nella cerchia delle antichissime mura difensive della città. La Vergine Maria: "luce", "faro", "via", "rivelazione della meta" nel cammino terreno del credente lungo la strada verso il vero compimento.

Santa Rosalia

Nel 1130 nasce Rosalia de' Sinibaldi, il cui nome è la contrazione latina di Rosa et Lilium, figlia del conte Sinibaldo de' Sinibaldi, vassallo del re normanno Ruggero II, il quale per i servizi resi, gli affida i feudi di Quisquina e del Monte delle Rose. Sinibaldo discendente dai Conti Marsi e da Carlo Magno alla dodicesima generazione. La madre Maria Guiscardi (immediato è il collegamento con Roberto il Guiscardo), nipote di Ruggero II, è una nobildonna normanna.

Per estrazione, educazione, cortesia, regalità e bellezza, Rosalia diviene damigella d'onore e dama di compagnia della regina Margherita di Navarra e di Sicilia, figlia del re García IV Ramírez di Navarra e moglie di Guglielmo I di Sicilia, figlio di Ruggero II, ma, per via di incongruenze cronologiche, è molto più probabile che Rosalia fosse la damigella di una delle spose di Ruggero II. La giovane Rosalia si forma e matura presso la corte regale, nella splendida cornice della Reggia, a pochi passi dalla primitiva cattedrale bizantina, futuro teatro della grande ricostruzione gualtieriana dopo la distruzione causata dal terremoto di Sant'Agata, divenendo spettatrice di eleganti e sontuosi eventi mondani.

Sposa promessa del conte (o principe) Baldovino, cavaliere distintosi per aver salvato dalle fauci di un leone re Ruggero II, Rosalia preferisce la vita monastica e la solitaria contemplazione. Già da fanciulla dedica gran parte del tempo alla preghiera sia nella casa paterna all'Olivella, sia nel Palazzo Reale. La giovane si rifugia nel monastero del Santissimo Salvatore come seguace dell'ordine basiliano di rito greco. Osteggiata dai genitori contrariati e amareggiata dalla insistenze del promesso sposo, dopo due anni circa abbandona anche le spartane comodità del monastero cittadino. Comincia la sua esperienza di eremitaggio nei boschi di Palazzo Adriano per poi rifugiarsi sul monte Quisquina, all'interno di una spelonca, dove scrisse un'epigrafe in latino, vivendo da anacoreta, ricevendo assistenza religiosa dalla locale comunità basiliana ma più probabilmente da un abate, Cirillo, che le forniva la Santa Comunione. Dopo un isolamento di circa dodici anni, trascorre alcuni mesi all'interno di un bosco a Bivona, infine si trasferisce per un altro lungo periodo in una grotta di monte Pellegrino di Palermo, presso una preesistente chiesa bizantina retta da monaci benedettini, dove visse per otto anni, concludendo in contemplazione la vita terrena il 4 di settembre del 1170.

Per la condotta esemplare è considerata santa già in vita e seppur non riconosciuta canonicamente, fu oggetto di culto con l'edificazione di numerose chiese e cappelle a lei dedicate. Dopo oltre quattro secoli il culto lentamente affievolisce al punto che il suo nome non è più invocato nelle litanie dei Santi Protettori di Palermo fino ai primi anni del XVII secolo. Con la peste del 1624, che imperversa nell'Italia di allora con due diversi flussi di contagio: incontrollate ondate migratorie al settentrione determinano la peste di San Carlo Borromeo, scambi commerciali con paesi ove contrabbandavano ciurme di pirati e corsari infetti al meridione, la figura di Rosalia torna in auge, in un contesto alimentato da mito e leggenda, storia e rivelazioni, sogni e scienza, umana rassegnazione e cristiano affidamento, devozione e intelletto, prudenza e circospezione.

La data del 7 maggio 1624 è ricordata per la propagazione della peste dovuta allo sbarco alla Cala di una nave carica d'infettati a bordo proveniente da Tunisi via Trapani. Il 15 luglio 1624 si registra il ritrovamento del corpo di Santa Rosalia coincidente con l'affievolimento dei focolai di peste. Il 27 luglio 1624 Curia e Senato di Palermo proclamano Rosalia Patrona e Protettrice della città, decretano il primato sulle compatrone dei quattro mandamenti storici Santa Cristina, Santa Oliva, Santa Ninfa e Sant'Agata e su San Rocco fervidamente invocato durante l'epidemia del 1575. Il 15 luglio 1625 si svolge il primo Festino in onore di Santa Rosalia.

Il 26 gennaio 1630, Papa Urbano VIII, con lo Scriptam in Coelesti inserisce Rosalia nel Martirologio Romano, fissando l'origine palermitana, di stirpe reale facendola risalire a Carlo Magno, con la paternità di Sinibaldo de' Sinibaldi e la maternità di Maria Guiscardi, nipote di re Ruggero II.

Un buon numero di pitture della Santuzza realizzate tra il XIII e il XIX secolo, sono raccolte nella sala Verde del museo diocesano che si trova nell'adiacente Palazzo Arcivescovile. Tra queste la presunta prima icona del XIII secolo che la raffigura in abiti di monaca basiliana.

Gli altri santi

Oltre al culto principale altri patroni sono venerati nella cattedrale, fra quelli che nel XVIII secolo Palermo annoverava: quindici fra sante e santi principali e venti secondari; i primi sono verosimilmente identificabili con le raffigurazioni presenti ai varchi delle recinzioni esterne del Piano della Cattedrale.

Alla Vergine Maria sotto il titolo dell'«Assunta» si affianca la gerarchia delle Sante Vergini siciliane, nell'ordine odierno Rosalia, Agata, Cristina, Oliva, Ninfa e Lucia, San Giuseppe e gli apostoli Pietro e Paolo, i Dottori della Chiesa Gregorio, Agostino, Girolamo, Ambrogio e Teresa d'Avila, i papi siciliani Agatone e Sergio, vescovi e martiri palermitani, Benedetto e Silvia, la teoria di santi appartenenti agli ordini agostiniano, basiliano, benedettino, camilliano, compagnia di Gesù, domenicano, francescano, paolotto, senza trascurare i protettori invocati contro le epidemie Sebastiano, Antonio, Rocco e la Vergine Maria in tutte le accezioni.

Storia
Epoca punica

Paleopolis: antica città. La Galka o Alga o Yalica, ossia il «recinto», quartiere che in principio comprendeva la fortificazione superiore e il quartiere militare. Nel primitivo insediamento fenicio - punico fu delimitata a oriente da una torre d'avvistamento e fortificazioni lungo il corso del fiume porto - canale Papireto: rispettivamente gli antesignani della torre campanile e della cinta muraria superstite a ridosso dei resti dell'attuale strada dei Pellegrini e del quartiere la Guilla.

Epoca romana

Neapolis: nuova città. In origine il piano è occupato da una necropoli esterna a ridosso della cinta muraria punica. La prima testimonianza della diffusione delle pratiche cristiane è dovuta alla presenza di cimiteri all'aperto e catacombe ricavate in fitte reti di grotte utilizzate come luoghi di culto e rifugio dei cristiani perseguitati. Verosimilmente già ritenuta un'area sacra, probabilmente un «Santuario della Salute» di natura pagana.

200 - 201, Il Lessico di Suda e il Tarikh al Hukam di Al-Qifti, scritto nel 1249, riportano l'attività di medici e filosofi, il passaggio e la morte di Galeno. Secondo quanto riportato nella Riḥla (Viaggio) da Ibn Jubayr, lo studioso farmacista è sepolto sulla direttrice verso Misilmeri, fonti fantasiose e non provate indicano i resti del medico custoditi nella primitiva cattedrale.

La prima chiesa è costruita nell'attuale area a poche centinaia di metri dal primitivo insediamento fenicio - punico dove adesso sorge il Palazzo dei Normanni (Alcassar, la dimora degli emiri), lo stesso luogo deputato durante il I, II e III secolo al sacrificio dei primi martiri palermitani oggetto di persecuzioni cristiane operate da Decio e Diocleziano. L'edificio sorge fra la paleopolis «città primitiva» e la neapolis «nuovo insediamento», distrutta dai Vandali all'inizio del V secolo.

440, durante una delle frequenti incursioni in Sicilia, i Vandali di Genserico attaccano di sorpresa Palermo e catturano il vescovo Mamiliano, i discepoli Eustochio, Proculo, Golbudeo e altri personaggi di rango, tra i quali le giovani Ninfa e Oliva. Deportati inizialmente in nord Africa per alterne vicende subiscono altrove il martirio e in seguito sono proclamati santi.

444, l'edificio è menzionato in una bolla pontificia di Papa Leone Magno e in una lettera al clero siciliano del 21 ottobre 447.

476, Odoacre re degli Eruli riscatta la Sicilia cacciando i Vandali di Genserico, con la caduta dell'Impero romano d'Occidente l'isola transita nell'Impero romano d'Oriente dipendendo direttamente da Costantinopoli.

In questo frangente la Chiesa di Roma proclama santi Agatone martire e Mamiliano entrambi vescovi di Palermo.

Epoca bizantina

535, Belisario, alla testa delle truppe bizantine, conquista Palermo. Del luogo di culto edificato intorno al IV secolo e in seguito distrutto dai Vandali, non sono pervenute testimonianze riportate alla luce.

592, il vescovo Vittore demolisce l'edificio e ne promuove la ricostruzione secondo i canoni bizantini.

603, papa Gregorio I affida la commissione all'arcivescovo Giovanni. Due importanti arcivescovi e cardinali palermitani siedono sul soglio di Pietro: papa Agatone e papa Sergio I.

Il secondo tempio d'epoca bizantina dedicato alla Vergine Maria Assunta, è edificato sulle rovine del precedente nel 604 del quale sono pervenute la cripta e la pianta basilicale a forma quadrata.

Sono modificati il prothesis e il diakonikon secondo lo schema bizantino pervenuto con altri impianti basilicali, le maestose absidi a oriente e rivolte come la facciata verso occidente. Di impronta bizantina la collocazione dell'iconostasi e l'aspetto decorativo con le caratteristiche proprie dell'arte del mosaico, secondo i preziosi canoni della tradizione di Costantinopoli. Sono compiuti tutti gli sforzi per mantenere vitale il rito latino ma, nell'anno 732 passa al Patriarca di Costantinopoli, e alla cattedrale sono apportate modifiche al fine di adeguarla alle modalità proprie del culto della Chiesa ortodossa.

732, con l'imperatore bizantino Leone III Isaurico diminuisce il prestigio e l'influenza del pontefice di Roma, si consolida il rito bizantino sul rito romano.

Epoca araba

Con la sconfitta di Michele II l'Amoriano, Basileus dei Romei (il Balbo o Balbuziente) nell'829, e l'invasione dell'isola da parte dei Saraceni, nel lungo contesto della dominazione araba, che a Palermo spazia dall'anno 831 al 1072, la chiesa è trasformata in luogo di culto musulmano, la grande moschea Gami, edificio capace di contenere 7 000 fedeli.

831, i Saraceni conquistano Palermo, modificano chiese e edificano in città ben trecento moschee. Nella metà del X secolo il geografo Ibn Hawqal riporta che, fatte le debite proporzioni, a Palermo si contano più moschee che in altre città islamiche dell'epoca. Quella più grande detta “Gami” o «Grande Moschea del Venerdì» è il riadattamento della cattedrale bizantina. La conversione a moschea risale alla dinastia musulmana degli Aghlabiti, la sala ipostila ubicata sotto la cappella dell'Incoronata è verosimilmente ritenuta parte dell'antica moschea - basilica. Colonne e altri elementi architettonici d'impronta islamica sono rinvenuti e riutilizzati in tutti gli ambienti.

La corte vescovile è "invitata", sollecitata ad abbandonare le sedi cittadine, trovando temporaneamente rifugio presso il monte Caputo, nel luogo dove, secoli dopo, con l'avvento dei Normanni, sarebbe sorta la cittadina di Monreale. Il ruolo di cattedrale fu temporaneamente ricoperto da una modesta, piccolissima chiesa: la «Aghia Kiriaki» ovvero la chiesa di Santa Ciriaca o santa domenica. Il luogo di culto dedicato a santa Ciriaca al quale papa Alessandro III fa riferimento nella bolla pontificia emanata il 30 dicembre 1174, con la quale ratifica la costruzione della nuova cattedrale di Monreale, indicandone l'ubicazione con le parole ... Super Sanctam Kjriacam.

Epoca normanna

Il ritorno alla sovranità di matrice cristiana e cattolica avviene con l'avvento dei Normanni grazie al contributo del Gran Conte Ruggero e del fratello Roberto il Guiscardo. Per celebrare la conquista territoriale dell'isola, la casata degli Altavilla promuove e favorisce la costruzione di splendide e monumentali cattedrali in tutte le località teatro delle battaglie più cruente, riservando a Palermo la costruzione più laboriosa, ma altrettanto fastosa. La moschea è riadattata rapidamente al culto cristiano, affidata ancora per poco tempo al vescovo Nicodemo di tradizione greco - ortodossa, molto amato dal popolo. È ipotizzabile che all'esterno della Gami non siano stati apportati grossi cambiamenti col passaggio a chiesa cristiana, eccezione solo per la trasformazione del minareto in campanile.

Palermo divenne la capitale di un nuovo regno che comprendeva tutta l'Italia meridionale, e Ruggero II fu il suo fondatore e primo sovrano, incoronato nella cattedrale. Questo evento portò a una vasta attività edilizia.

1098, Apostolica Legazia: privilegio concordato tra sovrano e papa. Accordo che prevedeva la nomina regia dei vescovi e conseguente approvazione, consacrazione papale.

1167, la regina Margherita di Navarra, vedova di Guglielmo I di Sicilia, nomina vescovo il cugino Stefano di Perche, cancelliere del regno di Sicilia, sostenuto dalla compagine francese. L'ambiguità personale e la fiducia riposta in personaggi poco cristallini dislocati a vario titolo nell'amministrazione del regno, suscitano il malcontento popolare.

1168, la popolazione stanca degli abusi perpetrati dagli amici di Stefano e per la sua condotta poco trasparente, si ribella. Il vescovo e i suoi scagnozzi sono aggrediti, la vecchia cattedrale è incendiata bruciando le grandi porte. Riusciti a porsi in salvo il vescovo e i suoi seguaci, sono irrevocabilmente espulsi e spediti in medio oriente.

1169 4 febbraio, il terremoto di Sant'Agata arreca danni al monumento. L'evento sismico danneggia gravemente la sommità della torre campanaria e la parte superiore della facciata che crollano devastandosi vicendevolmente. Interpretato come punizione divina per causa della corruzione dilagante, l'evento costituisce il pretesto per una radicale riedificazione del tempio, progetto che prevede la costruzione di un edificio all'altezza dello splendore del regno.

Durante il regno di Guglielmo II di Sicilia, nel disegno che prevede il ripristino delle preesistenti diocesi, mira a creare un secondo arcivescovado nel comprensorio palermitano dando inizio alla costruzione della cattedrale di Monreale. L'arcivescovo di Palermo Gualtiero Offamilio nel 1170 ne promuove contemporaneamente la costruzione della nuova cattedrale, completata nel 1184 - 1185. Del primitivo impianto gregoriano perviene solo la parte inglobata nell'odierna Cappella dell'Incoronazione.

1185 6 aprile, solenne consacrazione presieduta da Gualtiero Offamilio.

Sotto le dominazioni di Normanni e Svevi si assiste in città alla relativa pacifica convivenza di un crogiolo di razze rappresentate dalle religioni monoteiste del mondo allora conosciuto: cristiani, musulmani ed ebrei. Per quasi due secoli le arti e l'architettura sono permeate da canoni stilistici tipici dell'Oriente, amalgamati con le concezioni nordiche e germaniche.

La chiesa è modificata ancora più volte, ma lo sviluppo in pianta della nuova cattedrale è oggetto sempre dei forti influssi religioso - architettonici precedenti. Ripetutamente rimaneggiata e riedificata per svariati eventi, risente anche di interventi dovuti a fenomeni sismici, soprattutto nell'alta torre campanaria slanciata dinanzi al prospetto occidentale.

Epoca aragonese

I decenni a cavallo del XV secolo sono caratterizzati dalla massima espressione artistica nell'isola nota come Rinascimento siciliano. Geni come Domenico Gagini, Antonello Gagini, Francesco Laurana, Orazio Alfani (detto il Perugino), Giovanni da Maiano, le relative scuole e botteghe lasciano capolavori senza eguali nell'aggregato, così come nell'intero palcoscenico artistico palermitano e siciliano.

Epoca spagnola

1º agosto 1536, solenne consacrazione presieduta da Arnaldo Albertin vescovo di Patti.

1574, nel cimitero divenuto piazza, in occasione della festa di Santa Cristina è accordata da Pietro II di Sicilia, confermata da Carlo V d'Asburgo e qui trasferita da Filippo I di Sicilia, col consenso di Papa Gregorio XIII, la Fieravecchia. L'area destinata alle sepolture era denominata Cimiterio Santi Angeli del Plano Matris Panormitane Ecclesiæ, di cui una parte riservata ai canonici e vescovi. Con la rimodulazione in piazza il Plano Matris Panormitane Ecclesiæ ospitò la Fera de lo Plano. Una parte di esso o comunque una porzione adiacente era chiamato Plano dei Cavalieri di San Giovanni Evangelista, accezione derivante dalla medievale chiesa di San Giovanni Evangelista al Plano, luogo di culto inglobato in epoca spagnola nell'aggregato facente capo alla chiesa dei Sette Angeli.

L'ambiente fu sempre sede di pomposi spettacoli teatrali incentrati su temi religiosi che prevedevano coreografici cortei processionali e la partecipazione delle più alte cariche civili e religiose del regno, manifestazioni che contemplavano pause di ristoro in padiglioni appositamente eretti e molto spesso annoveravano la partecipazione del monarca o dell'imperatore. Fra essi si annoverano gli Atti di fede o Auto da Fé celebrati dal Tribunale del Santo Uffizio di Sicilia.

Dal 1643 al 1647 Pietro Novelli, ingegnere del Regno e architetto del Senato Palermitano realizza grandiosi apparati effimeri consistenti in macchine e opere architettoniche, pitture a guazzo, carri trionfali per il Festino (dal 1643 al 1647), archi celebrativi, scenografie. Per le commemorazioni funebri reali allestisce monumentali opere di architettura, pittura, scultura realizzati in memoria di Isabella di Borbone (7 aprile 1645), moglie di Filippo IV e dell'infante Baltasar Carlos.

Epoca asburgico - borbonica

L'edificio, già felice espressione di molteplici stili, subisce nel corso dei secoli vari rimaneggiamenti. Il barocco siciliano s'innesta con arricchimenti tipici della cultura decorativa dell'epoca. Tra il 1709 e il 1710 l'arcivescovo Giuseppe Gash finanziò i lavori per la trasformazione dell'antico tetto ligneo in copertura a volta in pietra. Le snelle e ariose capriate con falde ormai vetuste cedettero il posto a pesanti strutture lapidee.

Tra il 1741 e il 1743 l'incaricato regio monsignor Giovanni Angelo de Ciocchis compie per conto del re di Sicilia Carlo III di Spagna una ricognizione generale di benefici e beni religiosi soggetti a patronato regio, all'interno dell'intero territorio siciliano e contemplati nella raccolta di atti e documenti denominati "Acta e Monumenta". Tra magnificenza e sfarzi di tesori d'arte custoditi nel tempio, il relatore pone in risalto le debolezze e le criticità delle strutture delineando gli interventi che alcuni decenni più tardi caratterizzeranno il più complesso dei cantieri di restauro. Sulla base del resoconto e di altri progetti di fattibilità mirati commissionati a posteriori matureranno: l'ingrandimento dell'impianto, la garanzia della stabilità strutturale, il miglioramento dell'illuminazione, la copertura dei soffitti con volte a botte, l'anelata cupola in muratura. Il conseguimento di determinati risultati ha comportato in tutti i casi il pagamento di pesantissimi scotti, talora ravvisabili in autentiche scempiaggini agli occhi dei moderni estimatori, spesso derivati in iterazioni d'errori e bizzarrie senza logica, come nel caso dello smantellamento del capolavoro noto come Tribuna di Antonello Gagini.

1748 - 1753, José Alfonso Meléndez incarica Giovanni Battista Vaccarini, l'architetto che ha curato la ricostruzione del patrimonio di Catania dopo il terremoto del 1693, per la stesura di una relazione tecnica per il restauro del duomo con l'avallo del re Carlo III.

1767, l'arcivescovo Serafino Filangieri affida una commissione tecnica a Ferdinando Fuga, architetto del re, per l'attuazione di un restauro conservativo dell'edificio, volto solamente al consolidamento della struttura.

Restauri 1726

È interamente rimodulato il complesso campanario nel 1726, su progetto dell'architetto Giovanni Amico in seguito al terremoto di Terrasini avvenuto in quell'anno.

Campanile definito brutto e borrominesco, in epoca neoclassica, stridente con gli esterni della chiesa, è riconfigurato in seguito a restauri effettuati dopo il terremoto del 1823.

Restauri 1781 - 1801

Il più poderoso e invasivo dei restauri è effettuato alla fine del Settecento, quando in occasione del consolidamento strutturale si rimodella radicalmente l'interno su progetto di Ferdinando Fuga.

1781 20 febbraio - 1801 3 giugno, durante i restauri il Capitolo metropolitano e gli uffici parrocchiali sono trasferiti presso la chiesa del Gesù a Casa Professa che in tale frangente assume il titolo e ricopre le funzioni di concattedrale.

I lavori hanno inizio nel 1781, eseguiti non dal Fuga ma dal palermitano Carlo Chenchi con l'assistenza di Giuseppe Venanzio Marvuglia e durano fino ai primi anni del XIX secolo. Il restauro complessivo comporta un allargamento sui fianchi con la trasformazione delle cappelle laterali sulle navate laterali e le nuove cappelle costruite di sana pianta, il portico meridionale avanzato di parecchi metri dal capomastro Francesco Patricolo. Rimodulazione della facciata nord.

I rifacimenti sono in realtà molto più radicali dei progetti dell'architetto fiorentino, che secondo alcuni studiosi, pensa invece di conservare, almeno in parte, il complesso longitudinale delle navate e l'originario soffitto ligneo del XII secolo. Il restauro interviene a cambiare l'aspetto originario del complesso, dotando la chiesa della caratteristica ma discordante cupola, eseguita secondo i disegni del Fuga.

Durante questo intervento è smontata la preziosa tribuna innalzata da Antonello Gagini dal 1510 e con la collaborazione dei figli e altri scultori fino al 1574, ornata di statue, fregi e rilievi, sono distrutti gli affreschi di Andrea Carrera nell'absidiola sinistra o Cappella del Santissimo Sacramento, è completamente rifatta l'absidiola destra o Cappella di Santa Rosalia con conseguente rimozione dei sarcofagi reali antistanti.

Nei primi lustri del XIX secolo sulla coronatura con merli è documentata la collocazione di numerose statue, le restanti temporaneamente parcheggiate nella Cappella delle Sacre Reliquie. Nella metà del Novecento per volontà del cardinale Ernesto Ruffini le statue medesime trovano una migliore collocazione nella navata principale. Anche le pittoresche cupolette maiolicate con lanternini destinate alla copertura delle navate laterali risalgono al rifacimento del 1781.

4 giugno 1815, solenne consacrazione presieduta da Gabriele Gravina, vicario in sede vacante.

Restauri 1826 - 1844

1826 al 1835, intervento risolutivo dell'architetto Emmanuele Palazzotto per i danni subiti dal campanile conseguenti al terremoto di Pollina del 1823, per volontà e incarico dell'arcivescovo Pietro Gravina di Montevago. Il complesso di campanili e pinnacoli neogotici posti sulla torre del Palazzo Arcivescovile domina il prospetto della Cattedrale e rappresenta uno delle principali monumenti nello skyline di Palermo.

1844, viene inaugurato il restauro con il nuovo allestimento della cosiddetta cripta della Cattedrale, voluto dal canonico Alessandro Casano ed eseguito dall'architetto della Fabbriceria Emmanuele Palazzotto.

1860, durante i moti dell'Insurrezione di Palermo si registrano danni esterni al monumento e la completa distruzione del prezioso "Archivio della Maramma", custodito all'interno della cosiddetta Cappella dell'Incoronazione.

In questa cattedrale, sintesi di storia e di arte dell'ultimo millennio in Sicilia, oltre ai sovrani normanni (Ruggero II di Sicilia,..., Guglielmo II d'Altavilla e Giovanna Plantageneta (13 febbraio 1177)), svevi, aragonesi (Federico III di Sicilia (25 marzo 1296), Alfonso il Magnanimo dei Trastámara), catalani, sono stati incoronati Vittorio Amedeo II di Savoia (24 dicembre 1713) e Carlo III di Borbone (3 luglio 1735).

Come per le solenni incoronazioni, i penitenziali autodafé, le coreografiche processioni, le cerimoniali rievocazioni, le animate celebrazioni liturgiche, Antonino Mongitore descrive i funerali e le commemorazioni in duomo come sfarzose funzioni accompagnate da esuberanti paramenti funebri, al punto che per la cerimonia riservata al sovrano Filippo V, Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca, scriveva: «... pompeggiò il duomo con isfoggiatissimi apparati, vestite da alto in basso le pareti di una nuova architettura accomodata a lutto, ...».

Esterno

Contrariamente alla maggior parte degli edifici di culto è un monumento a sé stante - a «isola» -, la Basilica Cattedrale offre infatti oltre alla facciata principale, altri tre interessanti e variegati prospetti di rara bellezza.

Prospetto occidentale

Il prospetto principale o occidentale dà su via Matteo Bonello. La via prende nome dal signore di Caccamo dapprima ambasciatore, in seguito cospiratore contro Guglielmo I di Sicilia. La facciata si presenta molto articolata dal punto di vista prospettico, anche nello spazio, per la presenza di due archi a sesto acuto ispirati all'architettura islamica che raccordano la Cattedrale all'adiacente Palazzo Arcivescovile oggi anche sede del Museo diocesano, retaggio di antichi passaggi aerei coperti, vie di fuga assieme alla fitta rete di cuniculi sotterranei che garantivano il riparo nella zona fortificata in caso di attacchi.

Una cancellata e una balaustra a colonnine, in sostituzione dell'antica recinzione costruita da Vincenzo Gagini nel 1575, protegge lo spazio antistante alla facciata, sui pilastri che delimitano i varchi sono poste le statue di San Giuseppe, San Pietro, San Paolo e San Francesco di Paola opere di Giovanni Battista Ragusa del 1724 - 1725. Sul prolungamento della successiva recinzione lato Cassaro sono collocate le sculture marmoree raffiguranti San Gregorio Papa e Sant'Agostino opere di Giovanni Travaglia del 1673; San Girolamo e Sant'Ambrogio opere realizzate da Antonio Anello, quest'ultimi manufatti commissioni dell'arcivescovo Giovanni Lozano nel quadro dell'abbellimento del «Piano della Cattedrale» posto in essere nel periodo 1655 - 1673.

Un'intricata, quanto spettacolare selva di torri campanarie neogotiche realizzate nel torrione medievale dell'arcivescovado su progetto dell'architetto Emmanuele Palazzotto dal 1826 al 1835 si fronteggia con i due torrioni occidentali che delimitano lateralmente la facciata della Cattedrale. Il complesso presenta raccordi ad arco e decorazioni opera di maestri lapicidi trecenteschi e quattrocenteschi. Il portale strombato centrale in stile gotico è del 1353 ed è sormontato da un'edicola contenente un bassorilievo di Maria col Bambino. I pannelli bronzei a rilievo della porta centrale sono del palermitano Filippo Sgarlata del XX secolo. Questa porta è stata aperta il 13 dicembre 2015 dall'Arcivescovo Corrado Lorefice quale Porta Santa nell'ambito del Giubileo straordinario della Misericordia.

In simmetria e speculari all'asse dell'ingresso sono poste quattro iscrizioni lapidee sovrastate da altrettante nicchie. Il portale è arricchito in alto da una bellissima bifora posta in prossimità della navata centrale all'interno di una cornice mistilinea. I due portali laterali sono sormontati da targhe marmoree e grandiose monofore strombate cieche con più ordini di colonnine e ghiere prospettiche. Tutte le pareti sono coronate dalla caratteristica merlatura.

Prospetto settentrionale

Il prospetto settentrionale o di via Incoronazione, sul fianco sinistro della Basilica Cattedrale, si affaccia su un edificio la cosiddetta «Loggia dell'Incoronazione». Del primitivo isolato costituito dall'Arcivescovado Vecchio, poi convertito in monastero di Santa Maria di Monte Oliveto e «Badia Nuova» dell'Ordine benedettino, sono pervenuti solo dei resti inglobati nella Cappella dell'Incoronata. Secondo la tradizione, dopo l'incoronazione in Cattedrale, i re di Sicilia si mostravano ai sudditi affacciandosi dallo spazio sopraelevato presentandosi per la prima volta al popolo. Il pronao e l'attigua Cappella coeva alla Cattedrale, erano collegati al grande tempio normanno tramite un portico che grazie alla copertura assicurava a reali, cortigiani e clero di spostarsi da un luogo all'altro anche con condizioni climatiche avverse, a distanza dalla folla per motivi di sicurezza. Appunti d'illustri viaggiatori, cronisti e storiografi, quali Ibn Jubayr, Ugo Falcando, Tommaso Fazello, Giovanni Francesco Pugnatore, Vincenzo Di Giovanni, Michele Amari, riconducono alla «Via Coperta», che identifica il corridoio che attraverso l'Arcivescovado Vecchio collegava la Torre Pisana del Palazzo Reale con la Cattedrale, il cui tracciato seguiva verosimilmente lo sviluppo della primitiva cinta di mura puniche poste lungo il corso del fiume Papireto.

Gli elementi architettonici che decorano l'ingresso alla navata sinistra sono recuperati dal portico realizzato su questo lato della Cattedrale da Fazio e Vincenzo Gagini nel 1563 - 1567, discutibilmente rimodulati durante i lavori del grande intervento di restauro della fine del XVIII secolo, praticamente appiattiti sulla parete esterna. Il monumentale ingresso è contraddistinto da quattro gruppi di colonne binate in conci di pietra reggenti un complesso architrave spezzato dall'articolata modanatura. Le coppie centrali delimitano l'apertura vera e propria, i vani simmetrici laterali, rientrati e ciechi, ospitano altrettante coppie di colonne ornate da capitelli corinzi. Il portale costituito da colonne marmoree con timpano ad arco spezzato reca al centro una stele a sua volta sovrastata da timpano e aquila imperiale.

Prospetto orientale

Il prospetto orientale o di piazza dei Sette Angeli dà su via Simone Beccadelli di Bologna, arcivescovo di Palermo e promotore della costruzione dell'attuale Palazzo Arcivescovile oggi anche sede del Museo diocesano. Le statue della balaustra della via sono: San Mamiliano di Giovanni Travaglia e Sant'Eustozio di Antonio Anello opere entrambe realizzate nel 1673, San Procolo e San Golbodeo di Giovanni Travaglia, quest'ultima realizzata nel 1673.

La parte absidale stretta fra le torricelle è quella più originale del XII secolo. Il prospetto orientale, visibile dalla piazza Sette Angeli, è delimitato dalle torri angolari orientali poste a sud e a nord che racchiudono il maestoso vano corrispondente al vasto presbiterio, dalle pareti esterne sono visibili i due catini absidali laterali aperti e ricollegabili all'antico tempio gualteriano incastonati fra le torri di raccordo dalle quali si protende la mole cilindrica dell'abside principale che presenta nel complesso, solo il primo ordine decorato con archi ciechi con più ordini di rilievi.

Questo prospetto della cattedrale è un mirabile esempio di decorazioni a tarsie laviche ottenute con la realizzazione di figure geometriche e floreali in pietra lavica alloggiate fra conci di tufo che determinano un delicato e tipico contrasto cromatico, l'intero secondo ordine è caratterizzato dall'intreccio di doppi rilievi d'archi a tutto sesto che sottintendono monofore o oculi. Una serie di alte monofore cieche sottese da archi segnati da doppia ghiera, decorata a bugne e conci a guanciale, contiene un doppio ordine di strette finestre. Un terzo ordine comprende due grandi archi, il quarto ordine dieci altissime monofore cieche con più ordini di rilievi con inscritte finestre, piccole monofore e oculi ciechi. Le estremità superiori sono ornate da merlatura sinusoidale comune ai vani orientali.

Prospetto meridionale

Il prospetto meridionale è sul lato di via Vittorio Emanuele o anticamente strada del Cassaro, parola di derivazione araba indicante la "fortificazione". Il fianco destro della costruzione, con le caratteristiche torrette avanzate e l'ampio portico in stile gotico catalano eretto intorno al 1465, si affaccia sul planum Ecclesiae, a sua volta recintato da una balaustra di marmo sui cui pilastri sono poste statue di santi, piazza la cui pavimentazione è stata ridisegnata nell'anno 2000.

Le statue che adornano i piedistalli dei varchi prospicienti su corso Vittorio Emanuele partendo da sinistra: Sant'Agatone e Santa Silvia di Carlo D'Aprile, opere realizzate nel biennio 1655 - 1656, Santa Cristina di Carlo D'Aprile (1655) e Santa Rosalia di Gaspare Guercio (1655), Sant'Agata di Carlo D'Aprile (1655) e Santa Ninfa di Gaspare Guercio (1655), Sant'Oliva di Gaspare Guercio (1656) e San Sergio di Carlo D'Aprile (1655). Al centro della piazza si trova la statua di Santa Rosalia di Vincenzo Vitaliano del 1744 collocata al posto della Fontana dei tre vecchioni, nell'occasione spostata lateralmente, che già nel 1664 aveva subito un primo intervento di restauro.

Il portale d'ingresso è opera di Antonino Gambara, eseguito nel 1426 per l'incoronazione di Alfonso il Magnanimo, i cui battenti lignei sono di Francesco Miranda del 1432, occupa la porzione di spazio anteriore compresa tra la seconda cupoletta maiolicata con lanternino e la sesta, corrispondenti alle rispettive campate interne della navata destra. Il portico dalla conformazione a capanna, presenta l'accesso costituito da tre arcate ogivali corrispondenti a tre volte a crociera nell'interno, sorrette da capitelli fioriti e sostenuti da colonne provenienti dalla moschea, la prima colonna a sinistra reca scolpita un'iscrizione tratta dal Corano, nello specifico il versetto 54 della Sūra 7, detta “del Limbo”, che recita:

L'arco centrale più ampio e più elevato presenta come i due laterali, una ricca decorazione tortile, l'insieme è riconosciuto come «Albero della Vita» o «Albero della Conoscenza». La trave di sostegno del timpano del portico è decorata da un arabesco nelle cui intercapedini è raffigurata una teoria di sante vergini, profeti, apostoli, dottori della Chiesa, evangelisti, alternata in corrispondenza dei vertici ogivali degli archi, dagli stemmi del Regno di Sicilia, del Senato Palermitano e da quello della cattedrale.

Il timpano è caratterizzato dalla figura di Dio Padre, al centro della scena dell'Annunciazione, inserito in una trina scolpita raffigurante girali e fiori stilizzati dalla forte e complessa connotazione geometrica di matrice araba. Il portico è delimitato da piloni, ognuno contraddistinto da tre ordini decorati con monofore appaiate cieche e strombate. All'interno un portale di Antonino Gambara del 1426, ricco di figure floreali e immagini antropomorfe, chiuso in alto da un'edicola contenente un mosaico riproducente la Madonna, del XIII secolo; i due monumenti alle pareti commemorano l'incoronazione di Carlo III di Borbone del 1735 a destra quella di Vittorio Amedeo II di Savoia del 1713 a sinistra realizzata da Giovanni Battista Ragusa del 1714. Ai lati del mausoleo sono poste le statue provenienti dalla Tribuna di Antonello Gagini: San Giovanni, San Matteo, San Marco e San Luca, insieme a numerose targhe, epigrafi e steli marmoree. Il secondo ordine del prospetto meridionale corrisponde alle pareti della navata centrale, risale al periodo normanno ed è caratterizzato da una sequenza di monofore che si alternano aperte e cieche e dalle cupolette che danno luce alla navata laterale.

La mole del transetto interseca il lungo parallelepipedo della navata centrale è sovrastato dal tamburo e dalla cupola di Ferdinando Fuga che domina il prospetto meridionale, opera realizzata durante il grande restauro del 1781 - 1801. A sinistra i volumi digradanti dei locali adibiti a museo, sagrestia dei canonici, con la tipica decorazione a colonnine pensili, dominati dalla mole del corpo sovrastante il "Titulo e Antitulo", dalla torre dell'orologio di Vincenzo Gagini e l'iscrizione OPERIBVS CREDITE di sud - est e dal muraglione di raccordo con il corpo centrale. Tutte le pareti sono ingentilite dalla presenza di cornici e decorazioni dovute alla realizzazione di serie contigue di monofore aperte o cieche; ad arco, a ogiva con cuspide acuta, ad arco ribassato; lobate o strombate con più ordini di rilievi, per culminare nelle pareti absidali, con la presenza di monofore sovrapposte inscritte in monofore allungate, rispettando sempre criteri di raffinata simmetria.

Cupola

Come ogni capitale e città d'arte dell'antico continente, anche a Palermo si crea un clima di celebrazione personale: ogni alto prelato emula e si prodiga per superare in splendore artistico i predecessori, ogni arcivescovo o cardinale si spende per lasciare traccia indelebile del proprio operato, concorre per magnificare il sovrano o viceré di turno, contribuisce per osannare l'artista in voga. Spontaneamente si crea una competizione tra le commissioni dei principali monumenti cittadini nonché l'esibizionistica concorrenza tra capolavori nel regno, nella penisola e in ambito europeo.

Nessuna fonte fa riferimento all'esistenza di una cupola anteriore al XV secolo, se non accenni alle calotte delle absidi orientali d'ispirazione araba, colorate con tinte vivaci, costruite come elementi decorativi alla stessa stregua di particolari architettonici presenti nei numerosi monumenti cittadini edificati in epoca normanna.

Sarcofagi, portali, altari, torri, archi trionfali, piazze, dipinti, sculture, tribune, retabli sono elementi che arricchiscono nel tempo i locali della magnifica costruzione, tra essi manca la realizzazione di una vera e propria cupola, la cui costruzione nelle stime e progetti di massima, avrebbe comportato la ristrutturazione dell'impianto per la ridistribuzione del peso.

Accanito promotore e sostenitore del progetto è l'arcivescovo Nicolò Puxades che trova una soluzione alternativa, al tempo stesso elegante, economica e originale, conciliante in termini di opere e costi: la messa in opera di una cupola in legno, posta internamente sotto il tetto, che copra l'area del coro senza comportare gravosi e pesanti interventi di stabilizzazione strutturale. Il manufatto così concepito è eretto sull'intersezione dei due bracci, il tamburo a base ottagonale è decorato con iscrizioni d'oro con caratteri gotici e la calotta, ridotta a causa della presenza della copertura.

XVI secolo, l'esplosione delle correnti note come rinascimento e barocco in ogni nuovo cantiere ecclesiale cittadino, prevede la costruzione di una cupola provvista d'apparati decorativi di spessore, utilizzando le tecniche più diverse, ricorrendo ai materiali più disparati: marmo, intarsi, affreschi, stucchi, ferro per le armature, legno, oro, mosaici. In alternativa si fa ricorso a cupole fittizie realizzate con la tecnica del trompe-l'œil.

La cattedrale con la primitiva impostazione presentava interni spartani anche se arditi e imponenti con ambienti scuri e spogli. Un'approssimativa e grossolana intonacatura, successive imbiancature delle pareti ovviano temporaneamente il problema ma, non costituiscono la soluzione definitiva. Al duomo spetterebbe il primato della realizzazione più grandiosa e spettacolare che consenta anche la soluzione dei problemi dell'illuminazione interna.

I disegni di magnificenza coinvolgono Martín de León Cárdenas seriamente intenzionato nel demolire la cupola di legno ed erigere il manufatto in muratura, ma il costoso progetto è respinto dal capitolo della cattedrale il 20 settembre 1651. Il prelato abbandona il suo sogno e rivolge l'attenzione alla risistemazione e rimodulazione della piazza meridionale.

1781 20 febbraio - 1801 3 giugno, in seguito ai resoconti delle visite regie, delle verifiche di stabilità post terremoto del Val di Noto del 1693, dei progetti avanzati da Ferdinando Fuga, tra i lavori di consolidamento e i restauri, è finalmente realizzata la cupola.

Con irrobustimenti le colonne e gruppi di colonne sono stati trasformati in possenti pilastri, le snelle arcate ogivali modificate in archi a tutto sesto. Gli interni perdono profondità e la lunghezza originale, con drastiche riduzioni delle superfici e dei volumi, risaltano le evidenti manomissioni sullo stile primitivo dei manufatti. Il portico settentrionale è appiattito sulla parete. Sul lato sud, i muri esterni delle cappelle espansi verso la piazza, sono allineati con la vecchia sacrestia. Di conseguenza, il triportico è accuratamente disassemblato e rimontato in avanti di circa sei metri.

Addossati ai quattro pilastri del presbiterio sono stati costruiti quattro grandi archi che definiscono un quadrato. Su questi è stato posto un alto tamburo cilindrico costituito da una parete circolare provvista di otto finestroni. Concepito dal Fuga piuttosto elevato, affinché fosse assicurato il primato di grandezza su tutte le cupole della città, in stile classico, calotta con nervature binate sormontata da lanterna - lucernario. Scompare la copertura lignea, il soffitto della navata è realizzato con volte a botte. Sui tetti delle navate laterali sono costruite sedici cupolette con lanternini, otto su ogni nave, e le rispettive finestre lucernari per illuminare ciascuna cappella.

Interno

L'interno, che ha subito profonde trasformazioni tra la fine del Settecento e i primi dell'Ottocento, è a croce latina con tre navate divise da pilastri (gruppi tetrastili con 4 colonne incastonate provenienti dalla antica costruzione) con statue di santi che facevano parte della decorazione della tribuna del Gagini.

Nella navata destra, la prima e la seconda cappella, comunicanti fra di loro, custodiscono le tombe imperiali e reali dei Normanni, intorno alle quali ruota una storia romanzesca e ricca d'interesse. Ruggero II, re dal 1130, aveva stabilito già nel 1145 che il duomo di Cefalù da lui fondato diventasse il mausoleo della famiglia reale. In tal senso aveva predisposto la sistemazione di due sarcofagi in porfido, un granito molto prezioso e di notevole durezza, originario dell'Egitto, dal colore rosso cupo che, nell'antichità, era usato esclusivamente per le commissioni imperiali. Alla sua morte nel 1154, però, egli venne sepolto nella cattedrale di Palermo in un avello di porfido dalla forma molto più semplice. Nel 1215 Federico II fece trasportare i due sarcofagi da Cefalù alla cattedrale di Palermo destinandoli a sé e al padre Enrico VI. Il sarcofago di Federico II è sormontato da un baldacchino con colonne in porfido e l'urna è sorretta da due coppie di leoni; insieme a quelli di Federico II sono stati conservati anche i resti di Pietro II di Sicilia. Le altre tombe sono quelle di Costanza d'Aragona, sorella del re d'Aragona e moglie di Federico II, di Guglielmo, duca d'Atene figlio di Federico III di Sicilia, e dell'imperatrice Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II e madre di Federico II. Tra le altre tombe presenti nella cattedrale quella di Alberto di Borbone di Napoli e Sicilia figlio di Ferdinando IV di Napoli e Maria Carolina d'Austria.

Sul pavimento della navata centrale fu realizzata, durante i rifacimenti moderni, una meridiana in marmo con tarsie colorate che rappresentano le costellazioni per opera di Giuseppe Piazzi, astronomo e scopritore del supposto pianeta Cerere, e fu qui collocata nell'anno 1801.

Il ricco altare del Santissimo Sacramento, in bronzo, lapislazzulo e marmi colorati, è stato realizzata su disegno di Cosimo Fanzago (XVII secolo). Nel presbiterio si dispone il bellissimo coro ligneo tardo-quattrocentesco in stile gotico-catalano e il trono episcopale, ricomposto in parte con frammenti d'antichi mosaici del XII secolo. Durante la fase dei restauri della fine del XVIII secolo, fu incaricato il pittore di Sciacca Mariano Rossi di decorare la Basilica Cattedrale. Gli affreschi, secondo il disegno originale, dovevano ricoprire il catino dell'abside, la volta del coro, la cupola e la navata centrale, e dovevano rappresentare idealmente il ristabilimento della religione cristiana in Sicilia per opera dei Normanni. Mariano Rossi incominciò nel 1802 e non terminò tutto il lavoro, ma ancora oggi si possono ammirare gli affreschi nel catino dell'abside, dove sono rappresentati Roberto il Guiscardo e il conte Ruggero che restituiscono la chiesa al vescovo Nicodemo e nella volta del coro, dove è dipinta l'Assunzione di Maria Vergine.

A destra del presbiterio si trova la Cappella Reale Senatoriale di santa Rosalia, cittadina Patrona di Palermo, con le Reliquie e l'urna d'argento, opera seicentesca di Matteo Lo Castro, Francesco Ruvolo e Giancola Viviano, portata in processione durante la festa patronale il 15 luglio. I due altorilievi di Valerio Villareale, rappresentano: Santa Rosalia invoca Cristo per la liberazione della peste e l'Ingresso delle gloriose reliquie di Santa Rosalia a Palermo. Oltre al coro ligneo in stile gotico-catalano del 1466 e ai resti marmorei della tribuna gaginiana riadattati, di alto interesse artistico sono la statua marmorea della Madonna con Bambino di Francesco Laurana, eseguita insieme ad altri aiuti nel 1469, la pregiata acquasantiera (posta al quarto pilastro) opera incerta di Domenico Gagini e la Madonna della Scala, eseguita nel 1503 da Antonello Gagini e posta sull'altare della sacrestia nuova.

Navata destra o meridionale

Prima campata: Prima Cappella delle Tombe Reali: prima dell'edificazione dell'attuale edificio, nel 1130 esisteva la primitiva Cappella di Santa Maria Maddalena fatta edificare da Elvira di Castiglia, prima moglie di Ruggero II di Sicilia, affinché ospitasse le sue spoglie e quelle dei conti, duchi, principi, re e regine normanni. Guglielmo I di Sicilia già sepolto nella chiesa ipogea di Santa Maria delle Grazie della Cappella Palatina, la moglie Margherita di Navarra e i figli Ruggero IV duca di Puglia, Roberto principe di Capua, Enrico principe di Capua, lo stesso Guglielmo II di Sicilia, a lavori conclusi, dalla nuova Cappella di Santa Maria Maddalena furono traslati o sepolti nella coeva costruzione del duomo di Monreale. Fino al 1781 le sepolture erano collocate dinanzi alla Cappella del Santissimo Sacramento, poi divenuta Cappella di Santa Rosalia. Le date indicano l'anno della morte. La realizzazione dei sarcofagi è sempre anteriore e dettata da disposizioni personali o per utilizzo di opere altrimenti destinate o dal recupero di capolavori d'arte.

1197, Enrico VI di Svevia, il monumento funebre è costituito da sarcofago e baldacchino in porfido rosso con sei colonne, uno dei manufatti concepiti per la cattedrale del Santissimo Salvatore di Cefalù da Ruggero II di Sicilia e in seguito trasferiti a Palermo. Per i dissidi con Riccardo Cuor di Leone la sepoltura dell'imperatore è ritardata per disposizione del pontefice e subordinata alla restituzione della dote di Giovanna d'Inghilterra e alla corresponsione del compenso pattuito da Tancredi di Sicilia.

1198, Costanza d'Altavilla, a ridosso della parete esterna è collocato il monumento funebre di Costanza d'Altavilla, il sarcofago in porfido rosso è sovrastato da baldacchino in marmo bianco con sei colonne mosaicate.

1222, Costanza d'Aragona, sarcofago d'epoca romana riproducente una scena di caccia incastonato in un vano della parete destra della controfacciata. Nell'ultima ricognizione fra ori, gemme, perle, gioielli, anelli sono stati rinvenuti la cuffia e il prezioso copricapo (corona germanica con alcune caratteristiche simili al camaleuco bizantino).

Seconda campata: Seconda Cappella delle Tombe Reali:

1154, Ruggero II di Sicilia, sarcofago in porfido rosso posto a ridosso della parete esterna, sorretto da quattro telamoni e baldacchino mosaicato con sei colonne. È uno dei due sarcofagi predisposti per la cattedrale del Santissimo Salvatore di Cefalù. I corpi di Ruggero III di Sicilia nel 1193 e del padre Tancredi di Sicilia nel 1194, entrambi deposti all'interno del sarcofago, per i ben noti dissidi col futuro imperatore Enrico VI di Svevia sono rimossi e occultati altrove.

1250, Federico II di Svevia, sarcofago in porfido rosso sorretto da quattro leoni e sormontato da baldacchino con sei colonne. Sugli spioventi del coperchio sono scolpiti tre tondi in ambo i lati, quello centrale dello spiovente destro raffigura Cristo Pantocratore, a sinistra la Vergine col Bambino. I tondi esterni raffigurano i simboli dei quattro Evangelisti. Il monumento funebre custodisce anche i resti di Pietro II di Sicilia 1342 e di una donna.

1338, Guglielmo d'Aragona, la tomba del figlio di Federico III d'Aragona lo raffigura in abiti domenicani tra stemmi della Corona d'Aragona.

Terza campata: Cappella della Madonna della Lettera. Fino al 3 giugno 1730 l'ambiente corrispondente era la Cappella di San Mamiliano. Culto derivato dalla tradizione messinese tributato alla Madonna della Lettera. Costituisce pala d'altare il dipinto Vergine col Bambino, in stile bizantino, di Antonio Filocamo. Le tele alle pareti laterali sono opera di Angelo del Vecchio e raffigurano san Mamiliano, Santa Ninfa e i santi Eustochio, Proculo e Golbudeo, a destra il beato Giacomo Cusmano.

Quarta campata: ingresso laterale lato sud corrispondente al Portico Meridionale di via Vittorio Emanuele. Addossata al 4º pilastro è presente una monumentale acquasantiera in stile rinascimentale di Domenico Gagini. Nella conchiglia due bassorilievi illustrano la Benedizione del Fonte Battesimale e il Battesimo di Gesù. Sul cupolino è raffigurato l'Angelo dell'Annunciazione.

Quinta campata: Cappella di sant'Ignazio di Loyola. Costituisce pala d'altare il dipinto Apparizione della Vergine ai Santi con sant'Ignazio di Loyola e san Francesco Saverio, opera di Pietro Novelli del 1633 - 1634. Sulla parete destra è collocata una tela d'ignoto raffigurante il Martirio di sant'Oliva.

Sesta campata: Cappella del beato Pietro Geremia patrono civile di Palermo. Costituisce pala d'altare il dipinto raffigurante il Beato Pietro Geremia di Antonio Manno del 1785 intitolato Il beato Pietro Geremia profetizza al Senato di Palermo la fine della carestia. Sulla parete sinistra è collocata la Gloria di san Francesco e san Domenico, tela dipinta da Fedele di san Biagio del 1756, a destra la tela raffigurante i Sette Angeli, d'autore ignoto.

Settima campata: Cappella delle Sacre Reliquie. All'interno dell'ambiente sono collocate le Sacre Reliquie, le urne di Santi e Sante palermitani: l'urna di Santa Cristina antica e prima santa protettrice di Palermo, la seicentesca urna di Santa Ninfa, la lastra tombale di san Cosma del XII secolo, l'urna di san Mamiliano ottavo vescovo di Palermo. La sistemazione museografica della cappella, con il disegno degli eleganti basamenti rivestiti in marmo, e il disegno della grande cancellata in ferro battuto si devono all'architetto Francesco Paolo Palazzotto intorno al 1908 su commissione dell'arcivescovo Alessandro Lualdi.

Ottava campata: Cappella di San Francesco di Paola. Sull'altare del 1713 è collocata la statua di San Francesco di Paola fra le raffigurazioni allegoriche della Penitenza a destra, entrambi di Giovanni Battista Ragusa, a sinistra la figura della Carità, di Gioacchino Vitagliano.

Sepolcro e busto marmoreo dell'arcivescovo José Gasch, opera di Giovanni Biagio Amico del 1729.

Sepolcro marmoreo dell'arcivescovo José Alfonso Meléndez.

Navata sinistra o settentrionale

Prima campata: Cappella del Battistero. Nell'ambiente trova collocazione il fonte battesimale ottagonale realizzato da Gaetano e Filippo Pennino nel 1801. Fra due scenografiche rampe con balconate si erge il manufatto marmoreo, allegoria del peccato originale con la rappresentazione dell'albero di melo o della conoscenza, infestato dal serpente che tenta e corrompe Adamo ed Eva raffigurati accovacciati in basso, disperati e prostrati per la colpa. Su ogni lato della vasca sono presenti bassorilievi riproducenti episodi biblici legati al sacramento del Battesimo. Sulla parete di fondo il dipinto Battesimo di Gesù, opera di Giuseppe Crestadoro.

Seconda campata: Cappella di Santa Maria degli Angeli. La cappella tributa il culto alla Vergine nell'accezione di Santa Maria degli Angeli. Il manufatto ospita le statue dell'Assunzione della Vergine e il Sepolcro di Maria, provenienti dalla dismessa Tribuna del Gagini. L'altare è completato dagli ornati di Giacomo e dalle formelle scolpite da Fazio e Vincenzo Gagini sulla Passione di Gesù: La lavanda dei piedi, L'Orazione di Gesù nell'Orto degli Ulivi, L'Ultima Cena, lo Spasimo provenienti dalla dismessa Cappella del Crocifisso. Ricorrente il tema della venerazione dei Sette Angeli. Già denominata Cappella dell'Assunta o Cappella della Trapassione di Maria o Cappella Afflitto, fondazione e patrocinio della famiglia Afflitto. L'altare commissionato ad Antonello Gagini fu smantellato per far posto alla Cappella di San Mamiliano nel 1663, il basamento trasferito nella parete del braccio meridionale del transetto, gli ornati furono dispersi.

Terza campata: Cappella di sant'Antonio di Padova. Costituisce pala d'altare il dipinto Sant'Antonio di Padova e Sant'Atanasio Chiaramonte, attribuito a Vito D'Anna del 1768. Sulla parete destra è collocato il dipinto raffigurante San Benedetto, del pittore Mariano Rossi, opera del 1786. Sepoltura del cardinale Pietro Geremia Michelangelo Celesia.

Quarta campata: ingresso laterale lato nord corrispondente a via Incoronazione. Il nome deriva dall'accesso riservato ai sovrani per la presenza del passaggio coperto che lo collegava al Palazzo dei Normanni. Addossata al 4º pilastro è presente una monumentale acquasantiera a baldacchino in stile rinascimentale simile a quella opposta di Domenico Gagini, opera nata dalla collaborazione di Giuseppe Spatafora e Antonino Ferraro del 1553 con buoni esiti di originalità stilistica. La conchiglia è ornata da due rilievi con Mosé che fa sgorgare acqua dalla roccia e Gesù che guarisce il paralitico. Sul cupolino è raffigurata la Vergine Maria. Prima della realizzazione dell'odierno Cassaro e dell'attuale Palazzo Arcivescovile, era la facciata col portale dei Gagini il prospetto più importante della costruzione, infatti si affacciava sulla primitiva direttrice che dai quartieri alti a ovest conduceva ai sobborghi della marina a est. La strada parallela alla via dei Pellegrini collegava la Paleopolis alle periferie accentrate intorno alla Cala.

Quinta campata: Cappella di santa Cristina. Costituisce pala d'altare il dipinto Glorificazione della Vergine, di Giuseppe Velasco del 1633. Nell'area della primitiva cappella sono documentati dipinti di Antonello da Palermo realizzati nel 1503: Santa Caterina, Santa Lucia, Santa Margherita, Santa Oliva, Santa Ninfa, Santa Cecilia e Sant'Agata, dipinti su tavole a grandezza naturale, opere autografe con l'iscrizione "Opus Antonij Crescencij Panormitae". Sepoltura del cardinale Salvatore Pappalardo.Sepoltura del cardinale Francesco Carpino.

Sesta campata: Cappella dell'Immacolata Concezione. La nicchia dell'altare ospita il simulacro argenteo dell'Immacolata Concezione del Settecento. Ai lati due monumenti funerari di arcivescovi di Palermo. Nell'anno 2013 è stata realizzata nella cappella la "provvisoria" sepoltura delle spoglie del beato padre Pino Puglisi, ucciso dalla Mafia nel 1993. Sepoltura del cardinale Ferdinando Maria Pignatelli e dall'arcivescovo Giovanni Battista Naselli dei duchi di Gela.

Settima campata: Cappella di san Pietro e sant'Agata. L'altare in lapislazzuli impreziosito da bassorilievi in legno dorato raffiguranti scene bibliche, è dominato da pala d'altare San Pietro e sant'Agata, di Pietro Martorana del XVIII secolo proveniente dall'antica chiesa delle Stimmate. Sepolture dei cardinali Pietro Gravina e Gaetano Trigona e Parisi.

Ottava campata: Cappella della Madonna Libera Inferni. Sull'altare è collocata la statua di Maria Vergine, di Francesco Laurana del 1469 realizzata per il Real duomo di Santa Maria Assunta di Monte San Giuliano l'odierna Erice. Il titolo Libera Inferni è dato alla Madonna nel 1576 dal Pontefice Gregorio XIII concedendo l'indulgenza per le anime del purgatorio. Le due lesene marmoree ai lati dell'altare, provengono dall'antica tribuna di Antonello Gagini. Opera eseguita da Baldassarre Pampillona su progetto di Paolo Amato nel 1684. Ai lati i due monumenti funerari di Francesco Ferdinando Sanseverino e Raffaele Mormile

Transetto
Absidiola destra - Cappella Reale Senatoriale di Santa Rosalia

Absidiola meridionale o destra: Cappella di Santa Rosalia.

La cappella ubicata nel braccio meridionale del transetto si presenta chiusa da una cancellata in ottone, dall'arcata superiore pendono sette lampade votive in argento, quella centrale, donata dal re Vittorio Amedeo di Savoia nel 1714.

Incastonata nell'arco d'ingresso della cappella, campeggia la grande aquila imperiale dalle ali spiegate, simbolo della città di Palermo. Ai lati, due bassorilievi del 1830 di Valerio Villareale raffiguranti episodi della vita della Santuzza palermitana: a destra Santa Rosalia ferma il braccio all'angelo della morte, a sinistra la Processione delle sacre spoglie, sono altresì presenti alcune paraste provenienti dalla dismessa Tribuna di Antonello Gagini. Sul drappeggio del catino absidale campeggia l'immagine più diffusa di Santa Rosalia, dipinta da Giuseppe Velasco. Sulla parte anteriore del basamento della mensa un paliotto argenteo raffigura Rosalia con alcuni degli elementi iconografici a essa ascrivibili: il teschio metafora allegorica dell'abbandono della vita terrena per quella trascendente e contemplativa, il libro sacro simbolo dell'esistenza condotta nella parola di Dio, le rose, che identificano il rosario e la purezza, lo scettro nella mano sinistra rappresentante la regalità e la discendenza dagli imperatori normanni.

Dietro l'altare d'argento sbalzato, protetta da un cancello di rame del 1655 avente funzioni di sopraelevazione, è presente la preziosa e composita urna in argento disegnata da Mariano Smiriglio, realizzata dagli argentieri Giuseppe Oliveri, Francesco Rivelo, Giancola Viviano, Matteo Lo Castro con la collaborazione di Michele Farruggia e Francesco Roccuzzo. L'imponente realizzazione datata 1631 - 1637 sostituisce l'arca similare realizzata in tempi brevissimi in argenti et cristalli della Gloriosae Sanctae Rosaliae, commissionata dal Senato di Palermo il 3 marzo 1625, tramite Nicola Placito e Giacomo Agliata, adesso esposta nella cappella delle reliquie. L'intera opera rappresenta uno dei capolavori più preziosi dell'argenteria siciliana barocca.

Il basamento è costituito da aquile che si spalleggiano ad ali spiegate, appollaiate su cartigli e la conchiglia di San Giacomo, quattro putti alati sorreggono l'urna e sostengono lo scudo appiedato recante il simbolo della rosa. Il corpo dell'arca decorato con incisioni a basso e altorilievo con scene di vita della Giovane Eremita su ognuno dei quattro lati, i cosiddetti "teatrini": La Vocazione, L'eremo di Quisquina, La vita Contemplativa, La Coronazione fatta da Gesù Cristo, quattro cherubini assisi sui bordi di ognuno dei fianchi più lunghi, il coperchio con sviluppo a forma di parallelepipedo con sei ovali in bassorilievo riproducenti: L'eremo di Quisquina, L'eremo di Monte Pellegrino, La Vocazione, La Vita Contemplativa, La Recita del Rosario, Il Transito, fra teste alate di cherubini poste sugli angoli, il tutto sormontato dalla statua di Santa Rosalia in abiti da monaca basiliana, la corona di rose sul capo, la croce patriarcale nella mano sinistra, nell'atto di sconfiggere schiacciando con i piedi il drago, figura allegorica della peste e del male.

Il reliquiario custodisce il corpo della Santa, la sua prima biografia e un manoscritto con la firma autografa del cardinale Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo.

Dell'antica Cappella di Santa Rosalia restano delle tracce d'intarsi marmorei e i fastosi resoconti d'illustri viaggiatori che delle visite in cattedrale e nell'eremo di Monte Pellegrino hanno lasciato dettagliate descrizioni nei diari dei loro Grand Tour: Johann Wolfgang von Goethe, Guy de Maupassant, Alexis de Tocqueville, Jean Frédéric d'Ostervald, Patrick Brydone per citare solo alcuni degli stranieri.

Iscrizioni sul reliquario:

Nel pavimento la sepoltura del cardinale Alessandro Lualdi che grande amore programmò e celebrò le feste centenarie di Santa Rosalia in occasione del III Centenario - 1924 - del ritrovamento - 15 luglio 1624 - del Sacro Corpo di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino che sovrasta la Città di Palermo.

Parete destra transetto

Parete del transetto destro: Cappella di Maria Santissima Assunta. Costituisce pala d'altare il dipinto Madonna Assunta, opera di Giuseppe Velasco del 1801. I bassorilievi alle pareti del 1535 raffigurano le sante patrone palermitane, sull'altare è incastonata la Dormizione di Maria, raffigurata in mezzo agli Apostoli e Arcangeli, manufatto marmoreo in altorilievo proveniente dalla dismessa Tribuna di Antonello Gagini.

Absidiola sinistra

Absidiola settentrionale o sinistra o Cappella del Santissimo Sacramento. L'abside lato vangelo nel 1549 è documentata come Cimiterio Arcivescovale, per contro l'abside lato epistola e lo spazio antistante, ospitava le sepolture reali. Fazio Gagini è incaricato del restauro e della racconciatura dei sarcofagi incastonati sulle pareti del catino. Gran parte dei monumenti furono collocati in basso e ripristinati assieme a tutto l'ambiente con carrate di marmi provenienti dalla dismessa chiesa della Pinta, prima che i sarcofagi dei vescovi venissero confinati nella cripta absidale.

Elegante cappella con decorazioni in stucco dorate. Preziosissimo altare ciborio realizzato su disegno di Cosimo Fanzago del 1653 su commissione Martino de Leon. Mensa con pannelli, sopraelevazione riproducente un tempio con pianta esagonale a tre elevazioni: colonnato, tamburo, cupola realizzati interamente in lapislazzuli. Capitelli, modanature, cornici, inserti, fregi, nervature e decorazioni superiori col colore in contrasto in oro zecchino. La mensa e il ciborio preesistenti erano opera di Antonello Gagini.

Sulla parte sinistra è realizzato l'imponente monumento funerario di Pietro Gravina.

A destra il mausoleo di Francesco Ferdinando Sanseverino realizzato da Gaetano Pennino.

Davanti alla cappella la lampada d'argento donata dal re Carlo III di Borbone.

1672, "Ciclo", decorazioni a fresco, opere documentate di Andrea Carrera e distrutte nel restauro settecentesco.

Parete sinistra transetto

Parete transetto sinistro: Cappella del Santissimo Crocifisso. Nell'edicola della sopraelevazione dell'altare una croce in agata del '700 sostiene un Crocifisso, scultura policroma di epoca medioevale in legno di tiglio, la tradizione vuole sia stato plasmato da Nicodemo e San Luca, condotto in Sicilia da Sant'Angelo Carmelitano nella chiesa di San Niccolò alla Kalsa nel 1220, per essere donato a Francesco Staufer de Antiochia e alla cattedrale nel 1311 da Manfredi I Chiaramonte, conte di Modica.

Alla base del Crocifisso le sculture raffiguranti la Madonna Addolorata e la Maria Maddalena, di Gaspare Serpotta, eseguite nel 1664. La statua di San Giovanni Evangelista è opera di Gaspare Guercio. Sormonta il tutto - in alto nella lunetta - uno stucco di Filippo Quattrocchi del XVIII secolo riproducente Dio Padre tra gli Angeli. I bassorilievi del basamento sono opere di Fazio Gagini e Vincenzo Gagini del 1557 - 1565 raffiguranti scene della Passione di Gesù. Fra gli episodi rappresentati la scena dello Spasimo, ispirata al famoso dipinto di Raffaello raffigurante lo Spasimo di Sicilia, opera un tempo custodita nella chiesa del monastero olivetano di Santa Maria dello Spasimo (da cui il nome, capolavoro raffaellesco temporaneamente conservato nell'abbazia del monastero cistercense di Santo Spirito) e oggi al Museo del Prado di Madrid; la Deposizione dalla croce, ispirata alla Deposizione, di Vincenzo degli Azani, all'epoca documentata in San Giacomo la Marina, altre tratte dalla Piccola Passione di Albrecht Dürer. I sedici bassorilievi dell'ambiente erano parte integrante della dismessa cappella gaginiana del Santissimo Crocifisso. Nella primitiva modulazione l'apparato in stucco commissionato dall'arcivescovo Cesare Marullo, fu eseguito da Antonino Ferraro da Giuliana. Dello stesso autore, la decorazione della "soppressa" Cappella di San Michele Arcangelo patrocinata dall'arcivescovo Diego Haëdo.

Altare maggiore

1466, Madonna della Luce, manufatto musivo raffigurante la Presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio. Antonio Mongitore nel 1719 documenta la primitiva immagine dell'abside presente prima della costruzione della Tribuna di Antonello Gagini. L'antico mosaico voluto da Niccolò Puxades fu rimosso nel 1510 e assemblato nel pilastro destro della Cappella di Nostra Signora Libera Inferni.

1509 - 1536 e seguenti, Tribuna di Antonello Gagini, elaborato manufatto marmoreo realizzato su commissione di Giovanni Paternò del 1507.

Nel presbiterio il prezioso coro ligneo in stile gotico - catalano risalente al 1466, ai lati le grandiose cantorie sovrastate dalle canne d'organo. L'altare versum populum realizzato con un monolite marmoreo di moderna e lineare concezione. L'altare maggiore è costituito da colonne ioniche sormontate da capitelli corinzi, chiude l'elevazione un ricco architrave sovrastato da timpano triangolare. Al centro è collocato il Cristo risorto e le guardie pretoriane a custodia del sepolcro di Antonello Gagini, sulla mensa un Crocifisso intarsiato di madreperla.

Nella calotta absidale è affrescata la Consegna del duomo al vescovo Nicodemo dopo la sconfitta dei Saraceni per mano normanna di Mariano Rossi del 1803. Dello stesso autore l'Assunzione della Vergine tra le Virtù cardinali realizzata nel 1802. Nelle nicchie lungo le pareti del catino absidale sono collocate dieci delle dodici statue raffiguranti gli Apostoli - sormontate dai rispettivi angeli portacorona - e alla base, il teatrino corrispondente, sculture di Antonello Gagini.

Di pregevole fattura il trono del sovrano o "Baldacchino Reale" recante decorazioni musive del XII secolo e l'iscrizione: "Prima Sedes, Corona Regis et Regni Caput", in prossimità il candelabro destinato al cero pasquale. Dirimpetto era collocata la cattedra vescovile oggi rimossa e riassemblata come altare nella cripta, recava l'iscrizione: "Trinacriae prima Metropolis Sedes", opera di Fedele e Scipione da Carona con la collaborazione dei fratelli Fazio e Giacomo Gagini, manufatto commissionato dal cardinale Pietro Tagliavia d'Aragona.

Attuali dislocazioni opere dismessa tribuna

Le attuali dislocazioni delle opere disassemblate della Tribuna di Antonello Gagini all'interno della cattedrale in seguito all'intervento promosso da Ferdinando Fuga e pesantemente posto in opera dal palermitano Giuseppe Venanzio Marvuglia sotto la direzione dei lavori di Giovan Battista La Licata. Nei primi lustri del XIX secolo è documentata la disposizione sulla coronatura esterna dei merli.

L'attuale collocazione dei manufatti è effettuata sui pilastri della navata centrale, ai vertici del transetto, presso i pilastri della cupola, sui contrafforti e nell'emiciclo dell'abside.

Le sculture degli Evangelisti in seguito alla ristrutturazione del 1780 sono poste alle pareti del portico meridionale quale allegoria dei Vangeli come porta d'ingresso della chiesa.

Le sculture dei Dottori della Chiesa, San Girolamo e San Gregorio Magno, Sant'Agostino e Sant'Ambrogio, in seguito alla ristrutturazione del 1780, sono poste alla base dei pilastri che reggono la cupola quale allegoria dei pilastri su cui poggia la chiesa.

Organo a canne

Sulle cantorie neoclassiche ai lati dell'abside, si trova l'organo a canne Tamburini opus 305, costruito nel 1951.

Lo strumento è a trasmissione elettrica e ha consolle mobile indipendente situata nel presbiterio nei pressi dell'antico altare maggiore, avente quattro tastiere di 61 note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di 32 note.

Campane

La più antica delle campane fu realizzata nel 1136 e chiamata "Guzza". Nel 1557 si incrinò e fu rifusa a cura del cardinale Pietro Tagliavia d'Aragona, in seguito fu rifusa ancora un'altra volta. Questa campana scandiva la quaresima e le ceneri, suonava il mortorio per annunciare la morte del sovrano o dell'arcivescovo. Un'altra campana era denominata "Ninfa".

La cattedrale disponeva nel complesso di altre quattro torri e due campane che corredano l'orologio montato sulla torre di sud - est, la maggiore del 1572 e quella per segnalare i quarti del 1658. Tutti gli strumenti in dotazione alle celle campanarie erano realizzati dai fonditori di Tortorici che provvedevano al ripristino e alla manutenzione degli apparati continuamente soggetti a requisizioni, terremoti, crolli e cedimenti strutturali, cadute, fulmini, rotture e incrinature, rifusioni.

Dopo il 1893 la ditta Cavadini di Verona fornì un complesso di cinque bronzi in scala diatonica maggiore di Re3 con il maggiore della massa di 1,2 tonnellate. Furono montati per essere suonati a concerto secondo la tecnica delle Campane alla veronese.

Nel 1942 furono requisite e in seguito la ditta De Poli di Udine nel 1950 fornì l'attuale complesso a otto elementi in La2 crescente montato con il sistema ambrosiano. Il suono di tutte le campane a distesa è effettuato soltanto nelle occasioni più importanti.

Inoltre, la torre campanaria principale, presenta due campane a tirabattaglio, di nota Do3, quella più grande, pesa circa 2,7 tonnellate ed è stata fusa prima nel 1467 e rifusa nuovamente per volontà di Mons. Gaetano Trigona nel 1836 dai fratelli Panzera ed infine, venne aggiunta una campana più piccola di nota Fa#3 anche essa fusa dai Panzera nel 1836, purtroppo al giorno d’oggi è inutilizzata.

Campanili

I quattro campanili angolari sorgono secondo i canoni architettonici di stile normanno-gotico e accompagnano il primitivo torrione campanario. In epoca medievale il campanile oltre alle funzioni liturgiche svolge funzioni strategiche come torre d'avvistamento e via di fuga. Infatti una rete di cuniculi sotterranei dalla la cripta e archiponti aerei, dei quali oggi ammiriamo le riproduzioni delle stupende arcate ogivali di via Bonello, collegano il corpo della cattedrale al palazzo vescovile passando per il campanile, passaggi che consentono di riparare nel vicino Palazzo dei Normanni.

1169 4 febbraio, il terremoto di Sant'Agata arreca gravi danni al monumento. L'evento sismico danneggia gravemente la sommità della torre campanaria e la parte superiore della facciata devastandosi vicendevolmente.

1250, sono condotti i lavori per la realizzazione dei primi due ordini delle quattro torri angolari, nel 1342 continuano i lavori per l'ultimazione degli ultimi tre ordini.

1726, il «terremoto di Terrasini» distrugge la parte superiore a forma piramidale della torre campanaria posta innanzi al prospetto.

1728, rifacimento della parte terminale del campanile, definita dai detrattori brutta e borrominiana. È ricostruita in stile arabo, ultimata nel 1805.

1823, il «terremoto di Pollina» lesiona il campanile. 1826 - 1835, sul torrione è costruito un gruppo di campanili neogotici per opera di Emmanuele Palazzotto.

1954, sulla cuspide più alta del complesso di guglie è collocata la statua della Madonna della Conca d'oro opera di Nino Geraci.

Restauri e ammodernamenti si sono avvicendati dal 1949 al 1960. Dal 1982 è stato avviato un programma di restauri promosso dall'Assessorato dei Beni Culturali e Ambientali.

Il tesoro

1638, nel vano di accesso alla stanza del «Tesoro» è collocata la statua di Santa Rosalia di Bartolomeo Travaglia.

Negli ambienti della Sacrestia dei Canonici è esposto il "tesoro della cattedrale": paramenti sacri dal XVI al XVIII secolo, paliotti, ostensori, calici, la tiara d'oro cosiddetta di Costanza d'Aragona (prelevata dal suo sepolcro), splendido esempio di gioielleria medievale con smalti, ricami, gemme e perle. Il breviario membranaceo del 1452 con lo stemma dell'arcivescovo Simone da Bologna, miniato dal pittore Guglielmo da Pesaro e da altri miniatori si trova ora esposto al Museo diocesano, mentre rimangono in sede il calice di tipologia madonita della seconda metà del XV secolo; il reliquiario architettonico del XV secolo caratterizzato da guglie e pinnacoli che rinviano allo stile gotico-catalano dell'epoca oppure il calice seicentesco ornato da smalti policromi e gemme, opera dell'orafo palermitano don Camillo Barbavara. Sono stati pure posti all'interno della Sagrestia dei Canonici quattro piedistalli lignei dei primi anni del XX secolo, di stile neonormanno un tempo utilizzati per leggere i corali nel presbiterio, e disegnati dall'architetto Francesco Paolo Palazzotto. L'assetto museografico è stato curato dalla Soprintendenza ai beni culturali ed ambientali di Palermo.

La meridiana

Sul pavimento, con inizio presso la Cappella di San Francesco di Paola ha inizio la meridiana realizzata nel 1801 dall'astronomo teatino abate Giuseppe Piazzi una delle otto esistenti in Sicilia. Una lunga striscia in ottone incastonata nel marmo attraversa la navata centrale affiancata da tarsie policrome raffiguranti i segni zodiacali indicate da un raggio solare, visibile durante le belle giornate, filtrato da un foro posto in un punto ben preciso nella cupola, spostandosi in corrispondenza del segno zodiacale del momento, ottenuto dal movimento della Terra attorno al Sole. Una lapide indica lo strumento e riproduce le unità di misura in vigore in quell'epoca nel Regno di Sicilia e fino all'unità d'Italia: il palmo.

Sacrestie

Antisacrestia: alla sinistra l'accesso per la sacrestia.

Sacrestia nuova del XVI secolo, prima sede del Tesoro.

XVIII secolo, Santa Rosalia, medaglione marmoreo, opera di Giovanni Battista Ragusa, documentato prima del restauro collocato sul trono reale.

XVII secolo, San Francesco di Paola, dipinto, opera di Pietro Novelli oggi custodita nel Museo diocesano di Palermo.

XVII secolo, Santa Teresa e Gesù Cristo, dipinto, opera di Andrea Carrera.

1503, Madonna della Scala, statua marmorea, opera di Antonello Gagini.

Argenterie.

Armadi scolpiti.

Archivi dei privilegi concessi alla Cattedrale.

Sacrestia dei Canonici: è un vano allungato con volte a crociera costolonate costruito sui resti della ruggeriana Cappella della Maddalena. Sulle pareti erano collocati i ritratti dei canonici del Capitolo della Cattedrale, oggi al Museo diocesano. Una immagine di Santa Restituta d'Africa su fondo oro raffigurata su una pala trecentesca è documentata in cattedrale. Il 17 maggio 1352, in seguito alla miracolosa guarigione di Nicola Citarista, è condotta in processione nel monastero di Santa Chiara ove resta in custodia fino al 1912. In seguito il quadro è restituito alla cattedrale ove si ammira collocato in questa sacrestia. I due ricchi portali sono attribuiti a Vincenzo Gagini del 1568, con le imposte lignee a intarsio di Vincenzo Pernaci del 1569. Da una scala prossima al Portale gotico catalano della Sacrestia dei Canonici si perviene alla cripta.

Vani absidali, un vano quadrangolare absidato, costituisce l'antititulo della chiesa normanna, insieme con un altro vano simmetrico dalla parte opposta. Nel restauro è stata recuperata l'originaria elevazione, le tracce di una loggetta che lo coronava, due monofore sotto il grande oculo, una piccola muqarnas. Un portale quattrocentesco, forse in origine posto all'esterno, lo separa dal vano dalla sacrestia.

Tetti

Rampe e scale a chiocciola permettono l'accesso alle coperture, terrazze, cupole, lucernari e merlature del tempio. La visita agli ambienti superiori esterni - diurna, molto frequentemente è pianificata l'offerta notturna in concomitanza di importanti manifestazioni - oltre ad ammirare le architetture sommitali dell'edificio, consente una visione completa dello skyline cittadino e della corrispondente porzione di Conca d'Oro. Per l'anno 2020 sono previsti consistenti lavori per il rinnovamento di arcate, la verniciatura e l'impermeabilizzazione di aree col fine di limitare e prevenire infiltrazioni di umidità negli ambienti sottostanti.

La cripta

La cripta è coeva o di poco posteriore alla cattedrale gualteriana, quando si riorganizzarono gli spazi racchiudendo in un'unica area le torri NE e SE e le tre absidi della cattedrale normanna. È un corpo esterno all'attuale edificio, oggi vi si accede dal lato destro della cattedrale, accanto alla Cappella di Santa Rosalia, attraverso la Sacrestia dei Canonici o Sacrestia Nuova. È costituita da un vano rettangolare diviso in due navate separate da colonne di e volte a crociera. Nel lato orientale sono ricavate sette absidi che avevano annicchiate agli angoli colonnine in granito, quella centrale è più profonda (sarcofago di Giovanni Paternò), dirimpetto a essa è presente lo sviluppo circolare della monumentale abside principale. Nel 1844 Valenti restaurò gli ambienti rialzandone la pavimentazione e collocando altre sepolture provenienti dall'antico cimitero dei vescovi.

Due cunicoli collegavano la cripta con l'interno della chiesa o più probabilmente con il vecchio arcivescovado e, tramite la «via Coperta», con il Palazzo Reale.

La cripta contiene 23 sarcofagi realizzati o riutilizzati in epoche diverse:

San Cosma vescovo africano † 1160, altare in marmo parete sud con elementi della cattedra vescovile disassemblata;

Ugone † 1161, sarcofago romano con raffigurazione del Genio del fiume;

Nicodemo † 1073;

Gualtiero Offamilio † 1190, sarcofago di marmo decorato con mosaico;

Tizio Rogereschi (del Colle) † 1304;

Licio del Colle † 1304;

Federico Staufer de Antiochia † 1305, sarcofago medievale con figure di Cristo benedicente e l'Annunciazione, coperchio del XVI secolo, fratello degli arcivescovi Bartolomeo Staufer de Antiochia e Francesco Staufer de Antiochia, conte di Capizzi, unico laico ospitato nella cripta del Duomo, forse in quanto figlio di Corrado di Antiochia e nipote di Federico d'Antiochia † 1256, conte di Albe, Celano e Loreto, figlio naturale dell'imperatore Federico II di Svevia;

Bartolomeo Staufer di Antiochia † 1311, sarcofago romano;

Francesco Staufer de Antiochia † 1320;

Giovanni Orsini † 1333, sarcofago romano;

Nicolò de' Tudeschi (De Tudischis) † 1445;

Simone Beccadelli di Bologna † 1465, sarcofago del XV secolo;

Paolo Visconti † 1473, sarcofago romano;

Giovanni Paternò † 1511, sarcofago romano con figure di soldati e geni alati, il coperchio con la figura giacente del vescovo è di Antonello Gagini. Il vescovo grande mecenate dell'illustre artista autore della grande Tribuna, il quale gli rende omaggio scolpendone la commovente immagine dormiente.

Pietro Tagliavia d'Aragona † 1558, sarcofago bizantino con le figure degli apostoli, croci e il monogramma di Cristo;

Ottaviano Preconio † 1568, sarcofago del XVI secolo;

Cesare Marullo † 1588, sarcofago romano con scene di caccia;

Francisco Orozco de Arce † 1561;

Diego Haëdo † 1608, ex inquisitore di Sicilia;

Giannettino Doria † 1642, sarcofago d'epoca romana;

Inoltre è presente un magnifico sarcofago di fattura romana, raffigurante una coppia, marito e moglie, evidentemente una famiglia di alto rango, con un assembramento di muse e un monumentale sarcofago normanno anonimo con incise sul coperchio le raffigurazioni di due draghi.

Primitivo arcivescovado

L'edificio occupava una porzione di fabbricati dell'isolato di via dell'Incoronazione prospicienti il prospetto settentrionale della cattedrale.

444, è documentato il primitivo arcivescovado.

1183, la primitiva sede è parzialmente demolita da Gualtiero Offamilio per la costruzione dell'attuale cattedrale.

1460, l'edificio è abbandonato dopo la costruzione del nuovo Palazzo Arcivescovile e adattato a monastero benedettino di Santa Maria di Monte Oliveto.

Oggi l'edificio, sottoposto a recenti restauri è sede del seminario arcivescovile.

La Maramma o «Fabbrica del Duomo»

Maramma: fabbrica. Nello specifico «Fabbrica del Duomo» o «Fabbrica della Cattedrale». L'istituzione e il luogo avevano le funzioni di archivio della Cattedrale e delle scritture per il funzionamento della stessa maramma, infatti custodiva l'inventario dei materiali e ospitava i controllori preposti a dirigere la complessa «Fabbrica del Duomo». Inizialmente il luogo deputato allo scopo fu la Cappella dell'Incoronata. La voce non si limita solo a indicare il luogo e l'attività di conduzione per la realizzazione e gestione delle opere pubbliche, ma anche la "confusione", il grande disordine e decadenza derivanti. Nella fattispecie il termine sottintende la confusione con conseguenti contaminazioni, tipica di un edificio medievale dai cantieri perenni, costruito da maestranze miste secondo canoni ibridi e sovrapposizioni di stili.

Marammiere: dall'arabo «Prefetto di Fabbrica». Funzionario preposto al controllo della Maramma.

1308, Bartolomeo Staufer di Antiochia, arcivescovo di Palermo, istituisce la carica di marammiere.

1526, Carlo V d'Asburgo regolamenta la nomina dei marammieri. Come garanzia dell'imparzialità e per il corretto funzionamento della Fabbrica i responsabili erano due: uno di nomina ecclesiastica eletto fra i canonici della cattedrale, l'altro eletto fra i nobili del Senato palermitano. In considerazione dei numerosi, onerosi e lunghissimi cantieri il titolo di Maramma non si limitò più solo alla piccola Cappella dell'Incoronata, ma si estese a più edifici dello stesso aggregato abitativo.

1727, il cardinale Joaquín Fernández de Portocarrero, conte di Palma e marchese d'Almenara, Viceré di Sicilia, regolamentò per le Opere o Maramme del Regno un nuovo organigramma che prevedeva l'elezione di tre Deputati o Maestri d'Opera, cioè un nobile, un cittadino, e un canonico altrimenti definiti Dignità del Capitolo.

Emmanuele Palazzotto;

Giovan Battista Palazzotto;

Francesco Paolo Palazzotto: marammiere o «Prefetto di Fabbrica», 1908 - 1910 circa.

Opere documentate

XV secolo, Ciclo, raccolta di tavole raffiguranti Cacciata dei mercanti dal Tempio, Ingresso messianico a Gerusalemme - queste prime due tavole documentate fino al 1630 nella Cappella di Santa Lucia - Cattura nell'Orto degli Ulivi di Getsemani, Gesù nel Sinedrio. Dipinti documentati nella tribuna, in seguito nella cripta, infine nella Cappella di Sant'Atanasio, opere di Tommaso De Vigilia.

1683, Ciclo, affreschi documentati a decorazione delle finestre, opere realizzate da Antonio Grano.

1713, dipinti documentati nella Cappella di San Francesco di Paola, opere di Antonio Grano.

1715, dipinti documentati nella Cappella di San Michele, opere di Antonio Grano.

XVIII secolo, affreschi documentati nella Cappella di San Francesco di Paola, opere di Guglielmo Borremans.

XVII secolo, San Francesco di Paola, dipinto di Pietro Novelli, opera custodita nel Museo diocesano di Palermo.

XV secolo, Santa Barbara, dipinto su tavola, opera di Cristofaro Faffeo custodita nell'Antialcova (esposizione provvisoria) del Museo diocesano di Palermo.

XVIII secolo, Ostensorio, manufatto in argento dorato e smalti con volute, che culminano nella sommità del fusto con puttini che reggono la sfera gemmata, ricoperta da brillanti e rubini, opera di Salvatore Mercurio.

1726, Sant'Atanasio, dipinto, opera documentata di Guglielmo Borremans.

Sodalizi

1568, Compagnia del Santissimo Sacramento

Feste religiose

11 gennaio: Te Deum di ringraziamento per lo scampato pericolo derivante dal terremoto del Val di Noto del 1693 e processione dell'urna con le reliquie di santa Rosalia, funzione documentata.

5 febbraio: Te Deum di ringraziamento per lo scampato pericolo derivante dal terremoto della Calabria meridionale del 1783, funzione documentata.

Settimana Santa, "Â calata 'a Tila".

1550c., tela della Passione dipinta da Vincenzo degli Azani, opera e funzione documentate;

1682, tela della Passione dipinta da Antonio Grano, opera e funzione documentate.

4 giugno: memoria della dedicazione della cattedrale, come da regolamento in vigore dal 1975.

10-15 luglio: festino di santa Rosalia.

15 agosto: solennità della beata Vergine Maria Santissima assunta in Cielo, titolare della cattedrale.

4 settembre: transito di santa Rosalia.

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Informazioni pratiche

Orari
Mo-Su 09:00-17:30
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.cattedrale.palermo.it

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Teatro Massimo Vittorio Emanuele

Teatro d'opera · Palermo

Teatro Massimo Vittorio Emanuele

Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele, meglio noto come Teatro Massimo di Palermo, è il più grande edificio teatrale lirico d'Italia ed uno dei più grandi d'Europa (terzo per ordine di grandezza architettonica dopo l'Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna).

È gestito dalla fondazione Teatro Massimo.

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Storia

Alla sua apertura, per monumentalità e dimensione (oltre 7730 m²), suscitò le invidie di molti. Di gusto neoclassico-eclettico, sorge sulle aree di risulta della chiesa delle Stimmate e del monastero di San Giuliano, che vennero demoliti alla fine dell'Ottocento per fare spazio alla grandiosa costruzione. I lavori iniziarono nel 1875, dopo vicende travagliate che seguirono il concorso del 1864 vinto dall'architetto Giovan Battista Filippo Basile, alla morte del quale subentrò il figlio Ernesto Basile, anch'egli architetto, il quale accettò di ultimare l'opera in corso del padre su richiesta del Comune di Palermo, completando inoltre i disegni necessari per la prosecuzione dei lavori del Teatro.

L'impresa di costruzioni che costruì l'edificio del Teatro Massimo apparteneva a due soci, Giovanni Rutelli e Alberto Machì. Giovanni Rutelli apparteneva a un'antica famiglia italiana di origine britannica con tradizioni anche nel settore dell'architettura fin dalla prima metà del settecento; Giovanni, sotto l'affidamento di Basile, diresse dall'inizio tutti i lavori di costruzione dell'edificio con la propria direzione tecnica e costruttiva (tutte le opere murarie, le quali erano in pietra da taglio, dalle fondamenta sino all'ossatura dei solai, comprese tutte le decorazioni esterne). Rutelli era pure un profondo esperto sia delle antiche costruzioni greco-romane che della scienza stereotomica, conoscenze essenziali per l'erezione di un edificio-tempio della mole del Teatro Massimo, vero monumento dall'autentico stile greco-romano.

Da ricordare che Basile aveva organizzato dei corsi di formazione d'arte classica sia per l'intaglio della pietra che per la decorazione atti a formare un adeguato numero di esperti maestri preparati a dare le volute forme, quivi a poter rifinire, nei minimi dettagli richiesti, tutti gli innumerevoli blocchi di pietra viva da taglio, necessari all'edificazione dell'imponente teatro, a parte le precise ed originali decorazioni esterne da apportare in seguito (durante quel periodo il numero di maestri esperti intagliatori a disposizione era estremamente esiguo poiché le note Maestranze dei tempi erano già andate scomparendo); per la costruzione, di maestri dell'intaglio se ne impiegarono addirittura circa centocinquanta; fu l'occasione da parte del Rutelli di ideare anche una rivoluzionaria gru azionata da un motore a vapore e caratterizzata da un ingegnoso sistema di pulegge/carrucole e cavi che s'impiegò effettivamente e con successo durante l'edificazione del Teatro Massimo V. E. per il sollevamento dei grossi massi, capitelli e colonne (capacità di sollevamento fino ad otto tonnellate di peso) a considerevoli altezze per quel tempo (fino a metri 22 d'altezza), il che poté accelerare anche il proseguimento dei lavori. Di detta gru il Comune di Palermo custodisce oggi il relativo prototipo in scala donato al tempo dallo stesso Giovanni Rutelli. Il 16 maggio 1897 avvenne l'apertura ufficiale del Teatro con Falstaff di Verdi. Tra i direttori d'orchestra più celebri dell'800 che hanno diretto al Teatro Massimo, si annovera Antonino Palminteri, presente sul podio nella stagione a cavallo degli anni 1897 e 1898 con l'Aida e La traviata di Giuseppe Verdi, il Lohengrin di Richard Wagner e la Norma di Vincenzo Bellini.

Nel 1903 avvenne la prima assoluta di Barberina di Gino Marinuzzi (1882-1945), nel 1910 di Mese mariano di Giordano, nel 1912 di La baronessa di Carini di Giuseppe Mulè, nel 1913 di Mimì Pinson di Ruggero Leoncavallo, nel 1941 di La zolfara di Mulè con Pia Tassinari e Giuseppe Valdengo, nel 1955 del successo di Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota con Nicola Filacuridi ed Alfredo Mariotti per la regia di Corrado Pavolini, nel 1963 di Il diavolo in giardino di Franco Mannino con Clara Petrella, Jolanda Gardino, Ugo Benelli ed Enrico Campi e nel 1967 di Il gattopardo di Angelo Musco (compositore) con Ottavio Garaventa e Nicola Rossi-Lemeni.

Nel 1997 venne riaperto dopo un lunghissimo periodo d'abbandono iniziato nel 1974 per motivi di restauro procrastinato. Il lungo periodo di chiusura fu gestito dal sovrintendente Ubaldo Mirabelli dal 1977 al 1995.

Nel 2002, Claudio Abbado porta i Berliner Philharmoniker a Palermo per dirigere il "Concerto per l'Europa" (Europakonzert), con un programma che prevede l'Ouverture da Egmont di Ludwig van Beethoven, il Concerto per Violino e orchestra di Johannes Brahms, la Sinfonia numero 9 di Dvorak e l'Ouverture da "Les Vespres Sicilianes" di Giuseppe Verdi

Il teatro, da sempre molto sensibile alle istanze della comunità LGBT, nell'agosto 2015 sigla un accordo con le parti sindacali con il quale ai propri dipendenti omosessuali viene riconosciuto il diritto di usufruire dei permessi matrimoniali per nozze e unioni civili, altrove previsto solo per i matrimoni etero. È il primo teatro italiano ad equiparare i dipendenti omosessuali a quelli etero. Già da tempo, in concomitanza con la settimana delle celebrazioni del pride, illumina le imponenti colonne della sua facciata con i colori della bandiera arcobaleno.

Architettura

La simmetria compositiva attorno all'asse dell'ingresso, la ripetizione costante degli elementi (colonne, finestre ad archi), la decorazione rigorosamente composta, definiscono una struttura spaziale semplice ed una volumetria chiara, armonica e geometrica, d'ispirazione greca e romana. I riferimenti formali di quest'edificio sono, oltre che nei teatri antichi, anche nelle costruzioni religiose e pubbliche romane, quali il tempio, la basilica civile e, soprattutto, le terme, nello sviluppo planimetrico dei volumi e nella copertura.

Sul frontone della facciata si può leggere il motto "L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l'avvenire".

Esterno

L'esterno del teatro, seguendo la moda dell'attualizzazione delle architetture antiche, presenta un pronao corinzio esastilo elevato su una monumentale scalinata ai lati della quale sono posti due leoni bronzei con le allegorie della Tragedia dello scultore Benedetto Civiletti e della Lirica dello scultore Mario Rutelli (autore anche della quadriga che orna il pronao del Politeama Garibaldi, l'altro grande teatro di Palermo); in alto l'edificio è sovrastato da un'enorme cupola emisferica di 28,73 metri, la più grande della Sicilia per diametro e tra le più grandi in Italia. L'ossatura della cupola è una struttura metallica reticolare che s'appoggia ad un sistema di rulli a consentirne gli spostamenti dovuti alle variazioni di temperatura.

Il teatro si sviluppa in altezza per 60 metri, di cui 55 metri il vano scenico.

Interno e aerazione

L'apparato architettonico della grande sala si deve all'architetto Ernesto Basile, figlio di Giovan Battista, autore del complesso generale dell'opera. Ernesto, raffinatissimo rappresentante del Liberty europeo, si servì per le decorazioni e i particolari della valida opera del Ducrot, soprattutto per le raffinatissime composizioni dei palchi e degli arredi.

L'interno è decorato e dipinto da Rocco Lentini, Ettore De Maria Bergler, Michele Cortegiani, Luigi Di Giovanni.

La sala, a ferro di cavallo, con cinque ordini di palchi e galleria (loggione).

La platea dispone di uno speciale soffitto mobile composto da grandi pannelli lignei affrescati (i cosiddetti petali) che vengono mossi da un meccanismo di gestione dell'apertura modulabile verso l'alto, che consente l'aerazione dell'intero ambiente. Il sistema permette al teatro di non necessitare di aerazione forzata per la ventilazione e la climatizzazione interna.

Acustica

Nella rotonda del mezzogiorno o sala pompeiana, la sala riservata in origine ai soli uomini, si può constatare un effetto di risonanza particolarissimo, appositamente ottenuto dall'architetto tramite una leggera asimmetria della sala, tale per cui chi si trova al centro esatto della sala ha la percezione di udire la propria voce amplificata a dismisura, mentre nel resto dell'ambiente la risonanza è enorme e tale per cui risulta impossibile comprendere dall'esterno della rotonda quanto viene detto al suo interno.

Organizzazione

L'ente gestore è una fondazione lirico-sinfonica, la Fondazione Teatro Massimo, presieduta dal sindaco pro tempore del Comune di Palermo. Le stagioni teatrali sono curate dal Sovrintendente Marco Betta.

Nei media

Nel 1990 il teatro è stato lo scenario di alcune riprese del film Il padrino - Parte III di Francis Ford Coppola, con Al Pacino, Andy García e Sofia Coppola, in cui il padrino Michael Corleone si reca a Palermo per assistere al debutto del figlio nella Cavalleria rusticana, di Pietro Mascagni.

Compare come location nel videogioco Mafia: Terra Madre.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Giuseppe Verdi
Orari
Tu-Su 10:00-15:00
Telefono
+39 091 605 3521
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.teatromassimo.it

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cappella Palatina

Cappella · Palermo

cappella Palatina

La reale imperiale Cappella Palatina è una basilica in stile siculo-normanno, fatta consacrare nel 1140 da re Ruggero II di Sicilia, e che si trova all'interno del complesso architettonico di Palazzo dei Normanni a Palermo. Insieme alla chiesa ipogea di S. Maria delle Grazie costituisce la Parrocchia S. Pietro Apostolo - Cappella Palatina.

Dal 2015 è un sito Patrimonio dell'umanità mondiale dell'UNESCO, all'interno del percorso di Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale.

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Storia
Epoca normanna

Nel 1117 fu realizzato il primitivo santuario, sotterraneo, nel sito, noto come chiesa di Santa Maria di Gerusalemme.

La Palatina fu costruita a partire dal 1129 per volere di re Ruggero II di Sicilia, costruita in parrocchia dall'arcivescovo Pietro, elevata a collegiata, consacrata il 28 aprile 1140 come cappella privata della famiglia reale dall'arcivescovo Ruggero Fesca alla presenza di numerosi prelati del Regno. I lavori furono completati nel 1143 con l'inaugurazione celebrata il 29 giugno e una elogiante omelia dell'arcivescovo di Taormina Filagato da Cerami. Un'iscrizione trilingue (latino, greco-bizantino e arabo) sull'esterno della cappella commemora la costruzione di un horologium nel 1142.

Come chiesa palatina era esente dalla giurisdizione ordinaria ecclesiastica dell'arcidiocesi di Palermo, e il Cappellano maggiore del Re di Sicilia fu anche Prelato nullius di Santa Lucia del Mela dal Duecento al 1818

Il 13 febbraio 1177 Guglielmo II di Sicilia sposò qui Giovanna d'Inghilterra, sorella del re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone.

Investita di concessioni e privilegi, prerogative e possedimenti confermati e integrati da Guglielmo I, Guglielmo II d'Altavilla, Enrico VI, Federico II di Svevia, e ancora da Manfredi di Sicilia, Carlo d'Angiò, Federico III d'Aragona, Martino il Giovane, Alfonso V d'Aragona.

Epoca aragonese

In epoca rinascimentale, Alfonso V, con privilegio concesso l'11 gennaio 1438 a Gaeta, ordina al Real Patrimonio di destinare ogni anno 20 onze per la manutenzione ordinaria della Cappella.

Nell'anno 1458 re Giovanni II d'Aragona commissiona lavori di restauri per la riparazione del tetto. Grazie ai lavori svolti presso la corte aragonese a Napoli, collaborazione per l'arco trionfale del Maschio Angioino, altre commissioni negli ambienti interni e in alcuni luoghi di culto, dal 1460 al 1463 sono documentate le prime attività lavorative di Domenico Gagini a Palermo, opere consistenti nel recupero, ripristino e manutenzione di mosaici, arabeschi e intarsi, dei manufatti marmorei preesistenti, lavori sollecitati dal ciantro della Cappella di San Pietro. L'attività dell'artista ticinese è documentata per tre campagne annuali consecutive a partire dal 1460 - 1461, 1461 - 1462 fino al 1462 - 1463, che secondo le disposizioni del re, comportarono una retribuzione complessiva di 60 onze per l'intero triennio.

Gli interventi si ravvisano in particolar modo nella scena raffigurante la Risurrezione di Tabita, tra le architetture dell'ambientazione si distingue una porzione di edificio a pianta ottagonale, con grandi oculi sui lati sfaccettati del tamburo, copertura a cupola caratterizzata da poderosi costoloni e un accenno di lanternino sommitale. Dettaglio identificabile con la Cupola del Brunelleschi, nella fattispecie il particolare richiama con l'impianto e la forma, quelli della cupola della cattedrale di Santa Maria del Fiore di Firenze. Omaggio sincero e riconoscente verso il maestro Filippo Brunelleschi e testimonianza concreta dei trascorsi fiorentini, ulteriore suggello alla cronaca fornita da Giorgio Vasari.

Seguiranno nel 1482 il ripristino delle pitture. Nel 1506, regnante Ferdinando d'Aragona il Cattolico, essendo cantore di Cappella (ciantro) Giovanni Sanchez, furono realizzati i mosaici sulla parete meridionale esterna e verosimilmente il rivestimento con marmo cipollino della superficie inferiore.

Epoca spagnola

Nel 1549 Tommaso Fazello in Della storia di Sicilia deche due cita spesso la descrizione della situazione disastrosa in cui versava l'intero complesso del Castrum superius o Palatium novum al punto che era possibile scorgere la Cappella Palatina attraverso le rovine. La situazione migliorò quando i viceré di Sicilia abbandonando il Palazzo Chiaramonte-Steri o Hosterium Magnum, elessero a propria residenza le strutture del Palazzo dei Normanni operando una sequenza infinita di migliorie. I rifacimenti interessarono anche la cappella, al punto che nel 1682 si rese necessaria la ricostruzione di un arco rovinatosi assieme ad una limitata superficie musiva.

Epoca sabauda

Nel 1714, il neoinsediato re Vittorio Amedeo II di Savoia dispone attraverso il tribunale del real patrimonio l'incremento dei fondi destinati alla manutenzione del tempio, aumento pari all'importo di 423 scudi.

Epoca borbonica

Nel 1716 e 1753 i lavori di restauro proseguirono con il recupero, il rifacimento e la realizzazione di nuovi mosaici, dell'altare maggiore, e la realizzazione con posa della statua marmorea raffigurante San Pietro, opera di Giovanni Battista Ragusa. Mattia Moretti († 1779), mosaicista attivo a Roma presso la Reverenda Fabbrica di San Pietro, chiamato da Carlo III nel 1753 durante il suo mandato di Re di Sicilia, a recuperare la preziosa decorazione musiva coadiuvato dal pittore Gaspare Serenari con la collaborazione dei periti in pietre dure: il romano Gaspare Nicoletti e del miniaturista fiorentino Gioacchino La Manna. Esternamente fu realizzato un nuovo ciclo, allegoria del particolare momento storico, improntato alle vicende di Davide e Assalonne, caratterizzato dal medaglione in cui sono riprodotti i profili di Ferdinando III e Maria Carolina.

Per questioni logistiche e di ricettività è luogo deputato ad ospitare eventi minori, solo la cattedrale metropolitana primaziale della Santa Vergine Maria Assunta, per volontà sancita da privilegio, era sede delle celebrazioni per le cerimonie più importanti: incoronazioni e matrimoni fra reali. Tuttavia nel 1810 la cappella fu teatro del battesimo del futuro sovrano Ferdinando II delle Due Sicilie figlio di Francesco I e Maria Isabella.

Fu cornice del matrimonio di Maria Cristina figlia di Ferdinando III con Carlo Felice di Savoia, conte di Ginevra e futuro Re di Sardegna nel 1807; e dello sposalizio fra Maria Amalia di Borbone-Due Sicilie e Filippo Luigi Borbone, duca d'Orleans, futuro Re di Francia nel 1809.

Una targa in bassorilievo collocata nel portico ricorda la nascita di Ferdinando a Napoli nel 1800, figlio primogenito di Francesco e Maria Clementina, morto a pochi mesi, appena prima della madre.

Epoca contemporanea

Uno studio approfondito della Cappella Palatina fu condotto dall'architetto russo Alexander Pomerantsev Nikanorovich, e la monumentale e dettagliata analisi delle opere in essa custodite gli valse il titolo di Accademico di architettura di San Pietroburgo nel 1887. Il lavoro consisteva nel dettagliare con disegni e foto le 172 scene mosaicate, corredando l'opera con le riproduzioni grafiche degli intagli e delle incisioni dell'elaborato soffitto ligneo. Fra i famosi letterati che hanno visitato e decantato le meraviglie della Cappella durante i grand tour si annovera Guy de Maupassant con le citazioni nelle opere "La vita errante" e "La Sicilia". Durante la sua visita a Palermo nel 1885, la definì:

L'11 febbraio 1929 qui si sposò il principe Cristoforo di Grecia e Danimarca e la principessa francese Francesca d'Orléans.

Danneggiata dal terremoto del settembre 2002 fu sottoposta a restauri, conclusi nel luglio 2008. Il progetto dei restauri, redatto dall'architetto Guido Meli dirigente del "Centro regionale per il restauro" della Regione Siciliana, fu finanziato dal mecenate tedesco Reinhold Würth per oltre tre milioni di euro. I lavori furono eseguiti da un gruppo di restauratori di beni culturali sotto la direzione tecnica dell'architetto Mario Li Castri. I servizi turistici sono curati dalla Fondazione Federico II.

La messa è celebrata ogni domenica alle 10:00. L'ingresso al pubblico della chiesa e del Palazzo Reale è in Piazza del Parlamento, dove si trova la biglietteria.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità (UNESCO) nell'ambito dell'Itinerario arabo-normanno di Palermo, Cefalù e Monreale.

Architettura

Il tempio concepito come cappella reale imperiale del palazzo, in aggiunta alla primitiva chiesa romanica nel livello inferiore, ha una lunghezza di 33 metri e 13 di larghezza. La struttura si basa sul modello delle chiese siculo-normanne, con modelli riscontrabili nell’architettura durante il periodo della contea normanna a Messina. Le absidi, secondo i canoni bizantini poste a levante, sono incastonate nell'ala rinascimentale di Palazzo dei Normanni, il corpo ecclesiale separa i maggiori cortili interni. La parete della navata destra e la loggia adiacente si affacciano sul Cortile Maqueda. La cupola e il campanile originariamente erano visibili dal Piano di Palazzo prima di essere inglobate nell'aggregato di edifici del Palazzo Reale, in seguito alle costruzioni operate dai viceré in epoca spagnola.

Edificio con impianto basilicale a tre navate separate da colonne in granito e marmo cipollino a capitelli compositi che sorreggono una struttura di archi ad ogiva, cinque per lato, per un totale di sedici comprendendo quelle dell'arco trionfale e degli archi del prothesis e del diaconicon. Completa la costruzione la cupola, eretta sopra la crociera del santuario - presbiterio, quest'ultima area nella fattispecie sopraelevata e recintata rispetto al piano di calpestio delle navate. La cupola, il transetto e le absidi sono interamente decorate nella parte superiore da mosaici bizantini, tra i più importanti della Sicilia, raffiguranti scene bibliche varie, gli evangelisti e il Cristo Pantocratore benedicente, l'immagine di maggiore impatto della cappella. I cicli musivi si distinguono in due epoche, la prima prettamente normanna seguita da quella borbonica:

La fase normanna si articola con le commissioni della crociera, cupola, absidi operate da Ruggero II; con Guglielmo I è eseguito il ciclo della Genesi nella navata centrale; con Guglielmo II è effettuato il ciclo delle navate laterali comprendenti la vita di San Pietro e San Paolo, pròdromo ai cicli musivi della costruenda cattedrale di Santa Maria Nuova di Monreale.

La fase borbonica più recente è motivata da recuperi, restauri e nuove realizzazioni effettuate nel 1716 (1719 data di conclusione al tempo di Filippo V riportata sulla targa dell'ottagono sulla spalliera) e dal ciclo esterno commissionato da Ferdinando III, quest'ultimo privo però dei canoni bizantini, elementi caratteristici della prima fase.

Alle pareti episodi tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento con i cicli che spaziano dalla Creazione estrapolati dalla Genesi fino alla vita nel Giardino dell'Eden; episodi riguardanti la vita di Noè e il Diluvio universale; episodi su Abramo, Isacco, Giacobbe fino alla nascita, vita, miracoli e Passione di Gesù. Concludono la rassegna i cicli di scene su Pietro e Paolo apostoli. Completano il panorama le raffigurazioni delle schiere di arcangeli e angeli, profeti ed evangelisti, dottori della chiesa e una lunga teoria di santi raffigurati a corpo intero o solo ritratti nei medaglioni.

Loggia, nartece e ingresso

La parete ospitava un orologio idraulico in pietra, destinato a segnare le ore canoniche, recante iscrizioni incise in greco, latino e arabo. Le decorazioni a mosaico, molte delle quali risalgono agli interventi borbonici del 1800c., narrano le vicende di Davide e Assalonne: i Guerrieri di Davide attaccano gli israeliti ribelli, Assalonne aggrovigliato coi capelli nei rami dell'albero, Assalonne ucciso da Joab, Davide piange la morte di Assalonne, il Trionfo di Davide, Davide e Salomone. Una scena estranea al ciclo raffigura la Consegna della bolla al Ciantro di Cappella da parte di Ruggero.

Sulla parete del vestibolo è inserito un altro mosaico raffigurante il Genio di Palermo in panni regali e sembianze d'uomo maturo, ritratto con il cane, la serpe, e l'aquila allegorie rispettivamente della fedeltà, dell'invasore da schiacciare, della libertà intesa come personificazione della città di Palermo e del regno ad essa associato. Nel medaglione sono riprodotti i volti di Ferdinando III e Maria Carolina.

Tutti i mosaici delle pareti esterne riflettono sotto forma di allegorie, la drammatica storia dei regni napoletano e siciliano nel tardo XVIII secolo, ovvero: l'invasione delle armate rivoluzionarie francesi, la fuga della famiglia reale da Napoli a Palermo, l'istituzione della Repubblica napoletana nella città partenopea, la guerra tra il governo repubblicano e sanfedisti, la successiva restaurazione dei Borboni. Nell'ambiente del nartece a sinistra è collocato il fonte battesimale ove furono battezzati sovrani e componenti dei Borboni durante la forzata fuga riparatoria a Palermo.

Controfacciata

Sulla parete occidentale o controfacciata si riscontrano sovrapposizioni di manufatti e restauri eseguiti in epoche differenti. Al mosaico della prima epoca normanna si accosta il trono assemblato in epoca aragonese, intervento datato 1460 regnante Giovanni II d'Aragona. Lo spazio centrale totalmente occupato dal trono reale in stile romanico, elevato rispetto al piano di calpestio, fronteggia il santuario altrettanto sopraelevalto. Pavimenti, scale, spalliera e braccioli presentano una ricca decorazione con intarsi in marmo e mosaici ove predomina lo stile cosmatesco in armoniosa sintonia con motivi geometrici e floreali di matrice araba. Il potere temporale del monarca è suggellato dallo stemma recante le insegne della Casa d'Aragona e del Regno di Sicilia delimitato da due leoni in posizione simmetrica e speculare.

Sulla parete superiore del trono è raffigurata la Maestà di Cristo fra gli Apostoli Pietro e Paolo ovvero un terzo Cristo Pantocratore con aureola a croce greca, abbigliamento regale, in atto benedicente con la mano destra mentre la sinistra tiene chiuso il Vangelo, ritratto fra San Pietro e San Paolo apostoli e gli arcangeli Michele e Gabriele. Il posizionamento dell'immagine del Cristo Pantocratore in differenti ambienti non si riscontra in nessun altro tempio siciliano. È qui che si incarna con la massima potenza l'idea di una relazione speciale tra Dio e il monarca, tra re e il Re dei re.

Cupola

Al centro della cupola il Cristo Pantocratore, raffigurato in atto benedicente con la mano destra, mentre con la sinistra tiene il Vangelo aperto al versetto: "Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita", scritto in greco sulla pagina sinistra e in latino sulla destra, l'equivalente immagine absidale tra i mosaici di datazione più antica risalenti alla costruzione originaria. L'aureola a croce greca e le vesti ricordano gli abiti cerimoniali degli imperatori bizantini. Cristo è posto al centro del cerchio circondato dagli otto arcangeli Michele, Gabriele, Uriele, Raffaele, Barachiel, Jeudiel, Sealtiel, ?, a loro volta abbigliati in abiti regali, con lo scettro nella mano destra, simbolo di potenza, molti di essi recano il globo crucigero nella sinistra, in atteggiamento orante in atto di riverenza. Lo splendore e la magnificenza della gloria celeste è ancor più esaltata dalla luce delle otto finestre poste alla base dell'emisfero.

Alle pareti del corpo che sostiene il tamburo sono raffigurati quattro profeti: Giovanni Battista, Salomone, Zaccaria e Davide. Appena sopra fanno capolino le teste di altri otto profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Giona, Daniele, Mosè, Elia ed Eliseo, che recano pergamene con citazioni greche, indicanti la venuta di Cristo. Nelle nicchie d'angolo con doppia strombatura sono raffigurati i quattro evangelisti, Giovanni, Luca, Marco, Matteo, nei cartigli gli incipit in latino dei rispettivi Vangeli. L'insieme evoca il Salmo 11,4: "Il Signore nel tempio santo, il Signore ha il trono nei cieli".

Absidi

Absidiola destra: Cappella di San Paolo. Nell'ordine sono presenti i mosaici raffiguranti Sant'Anna e Maria bambina, l'Apostolo Paolo, scene della Natività di Gesù, un quarto Cristo Pantocratore con mano benedicente al petto. Alla base è collocata la statua marmorea raffigurante San Pietro Apostolo, opera di Giovanni Battista Ragusa realizzata nel 1726.

Absidiola sinistra: Cappella di San Pietro documentata come Cappella del Santissimo Sacramento. Nell'ordine sono presenti i mosaici raffiguranti San Giuseppe e Gesù fanciullo, l'Apostolo Pietro, la Vergine Odigitria, Sant'Andrea Apostolo.

Sull'arco absidale, tratta dalla tradizione bizantina è rappresentata la scena dell'Annunciazione con l'Arcangelo Annunciante a sinistra e la Vergine Annunciata a destra, mosaico eseguito dalle maestranze al servizio di Ruggero.

Pareti e volta con Santi (San Gregorio Magno, San Silvestro Papa), Arcangeli (Michele, Gabriele), nella parte sommitale è raffigurata la colomba dello Spirito Santo e alcuni Simboli della Passione: l'Etimasia del trono.

Il Cristo Pantocratore della calotta dell'abside tiene nella mano sinistra il Vangelo aperto al versetto: "Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita", scritto in greco sulla pagina sinistra e in latino sulla destra. Nel registro inferiore o catino absidale, l'iconostasi presenta la Vergine in Trono, a sinistra Pietro Apostolo e Maria Maddalena, sulla destra Giovanni il Battista e Giacomo Apostolo. Queste ultime figure sono aggiunte effettuate nel tardo XVIII secolo, pertanto non rispettano i canoni bizantini.

Soffitto

Oltre ai mosaici bizantini, pavimenti cosmateschi, la Cappella Palatina è celebre per i soffitti intagliati, realizzati dai maestri di scuola fatimide e iranica, espressione artistica tipica degli edifici arabi del Ifriqiya e della Persia. Le muqarnas dei cassoni lignei, dipinte con immagini rare e iscrizioni cufiche, presentano ornamenti fitoformi e zoomorfi, uccelli, animali fantastici e mitologici, tra cui figure umane, quest'ultime espressamente vietate dalla tradizione musulmana altrove, qui immortalate in scene di caccia, di guerra e d'amore, suonatori, danzatrici e giocatori di scacchi.

Le espressioni palatine costituiscono una rarissima eccezione, unico caso presente in Sicilia d'arte islamica permeata dal gusto e dalle concezioni nordiche: tra le rosette in legno pitture con le raffigurazioni dello stesso sovrano committente o eminenti dignitari o rappresentanti in vesti orientali, spesso seduti a gambe incrociate nell'atto di suonare chitarre e altri strumenti. Quasi a conciliare la loro musica astratta e silenziosa con i cori dei canti bizantini e latini.

Gli studiosi sono arrivati a contare oltre 3300 singoli motivi figurati. Questo repertorio profano costituisce la più vasta e integra testimonianza superstite del cosiddetto ciclo principesco islamico, i cui temi celebrativi della vita di corte affondano le radici nell'arte degli Omayyadi di Siria e dei califfi abbasidi di Samarra e Baghdad.

Chiesa ipogea e Criptae

La struttura sottostante comprende una chiesa romanica e la cripta della Cappella Palatina. Il complesso ipogeo di Santa Maria delle Grazie, costituito da una chiesetta, preceduta da nartece, dall'antistante sacello e dagli ambulacri. Questa chiesa è probabilmente il primo edificio religioso della cittadella militare normanna. Nel 1117 primitivo santuario sotterraneo, definito da Tommaso Fazello: Specum subterraneum religiosissimum, altrimenti noto come primitiva chiesa di Santa Maria di Gerusalemme. Il nartece ospitava il sacello, camera sepolcrale di re Guglielmo I di Sicilia, il cui sarcofago fu trasferito dal figlio Guglielmo II nel 1182 nella cattedrale di Santa Maria Nuova di Monreale.

Manufatti documentati:

Abside con altare della Madonna della Grazia: l'ambiente custodisce un'icona in foglia oro raffigurante la Vergine col Bambino, d'epoca seicentesca, rimaneggiata nel XIX secolo, verosimilmente espressione di una immagine più antica.

Altare del Santissimo Crocifisso: custodisce un Crocifisso proveniente dalla Cappella delle Confessioni del tribunale dell'Inquisizione allo Steri;

Croce con iscrizione bizantina "IC XC NI KA": "Gesù Cristo Vince";

Immagini antiche imitanti il mosaico: San Vincenzo e Santa Niceta;

Tra l'abside centrale e la pròtesi era affrescata la Madonna Odigitria. Il dipinto riportato su tela fu collocato nel pronao della chiesa superiore fino al 1995 e trasferito nel tempio inferiore nel 1996.

Sepolture o inumazioni di viceré:

1582, Anna Borromeo (1551 - † 1582), sorella di Carlo Borromeo, sposa di Fabrizio Colonna, nuora di Marco Antonio Colonna, Viceré di Sicilia.

1624, Emanuele Filiberto di Savoia, Viceré di Sicilia, nipote di Filippo II di Spagna e di Elisabetta di Valois;

1624, Pedro Téllez-Girón, III duca di Osuna, Viceré di Sicilia;

1677, Aniello Guzman, marchese di Castel Roderigo, Viceré di Sicilia;

1757, Teresa Aliponzoni Fogliani de Aragona moglie di Giovanni Fogliani Sforza d'Aragona, Viceré di Sicilia.

Sono presenti Sepulcrum Canonicorum, Sepulcrum Beneficiatorum, sepolture di coronati, notabili e prelati.

Area museale

All'interno della cripta vi è un'area museale, gestita dalla fondazione Federico II, che ospita il tesoro della Palatina.

In mostra al Museo anche il diploma autentico del 1140 con il quale Ruggero II regolamentava l'ordine dei servizi divini e la gerarchia ecclesiastica della cappella.

Canonici

XII secolo, Ugo Falcando

XVII secolo, Rocco Pirri

Galleria d'immagini
Mosaici

Informazioni pratiche

Telefono
+39 091 705 4879
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.cappellapalatinapalermo.it

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chiesa della Martorana

Chiesa · Palermo

chiesa della Martorana

La chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, sede della parrocchia di San Nicolò dei Greci (klisha e Shën Kollit së Arbëreshëvet in albanese) e nota come Martorana, è ubicata nel centro storico di Palermo. Adiacente alla chiesa di San Cataldo, si affaccia sulla piazza Bellini ove affianca il Teatro omonimo e fronteggia la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria ed il prospetto posteriore del Palazzo Pretorio.

La chiesa è concattedrale dell'eparchia di Piana degli Albanesi, circoscrizione della Chiesa italo-albanese, e officia la liturgia per gli italo-albanesi, osservanti il rito bizantino, residenti in città. La comunità parrocchiale italo-albanese è da sempre parte della Chiesa cattolica, ma segue il rito e le tradizioni spirituali che l'accomunano alla tradizione liturgica orientale.

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Edificio bizantino e normanno del Medioevo con torre di facciata, si contraddistingue per la molteplicità di stili che s'incontrano, in quanto, con il susseguirsi dei secoli, fu arricchito da vari altri gusti artistici, architettonici e culturali. È sottoposto inoltre a tutela nazionale.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del patrimonio dell'umanità (UNESCO) nell'ambito dell'Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale.

Storia

Come dimostrato da un diploma greco-arabo del 1143, da un'iscrizione greca all'esterno della facciata meridionale e dalla stessa raffigurazione musiva di dedicazione, la chiesa fu fondata nel 1143 per volere di Giorgio d'Antiochia, grande ammiraglio siriaco di fede cattolica bizantina al servizio del re normanno Ruggero II dal 1108 al 1151. Costruita da artisti secondo lo stile siculo-normanno , si trovava nei pressi del vicino monastero benedettino, fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana nel 1194, motivo per il quale diventò nota successivamente come "Santa Maria dell'Ammiraglio" o della "Martorana" (precedentemente Giorgio l'Antiocheno fece edificare anche il possente "Ponte dell'Ammiraglio" sul fiume Oreto, noto anche per una battaglia dei garibaldini). All'edificio sacro, che nel corso dei secoli è stato più volte restaurato, si accede dal campanile: una costruzione a pianta quadrata del XII secolo, aperta in basso da arcate a colonne angolari e con tre ordini di grandi bifore.

La chiesa possiede una pianta a croce latina, con il nartece e l'atrio. Un portale assiale (ancora esistente) da sull'atrio. Al di là del nartece, gli archi a sesto acuto e i pennacchi della cupola. Nel 1193 le case attorno vengono adibite a monastero per le donne e la chiesa verrà poi ad esso inglobata.

Con sede vescovile vacante, il 5 febbraio 1257 l'altare maggiore fu consacrato dal vescovo di Siracusa Matteo de Magistro di Palermo.. Nel 1194 c. fu fondato il monastero attiguo, patrocinato dai coniugi Goffredo e Luisa Martorana, da cui prenderà successivamente il nome.. Il 7 dicembre 1433, col privilegio concesso da Alfonso V d'Aragona e confermato da Papa Eugenio IV, la chiesa dell'Ammiraglio è assegnata al monastero adiacente. Essendo l'edificio compreso nel recinto della clausura, le monache utilizzano la nuova struttura più prestigiosa, abbandonando il luogo di culto proprio del monastero, passando al rito latino.

Negli anni 1683-1687, per adeguarla alle esigenze del nuovo rito, l'abside centrale viene distrutta e sostituita da una nuova abside rettangolare, progettata da Paolo Amato, e il prospetto meridionale viene abbattuto. Nel 1740 Nicolò Palma progetta un nuovo prospetto, secondo il gusto barocco dell'epoca.

Nel 1846 si realizza l'abbassamento del piano della piazza e viene realizzata la scalinata. In considerazione dell'alto valore artistico della chiesa, tra il 1870 e il 1873, su direzione dell'architetto Giuseppe Patricolo, si realizzò il suo restauro. Nell'intento di riportare la chiesa allo stato originario, furono staccati i marmi settecenteschi delle pareti laterali del presbiterio (di cui era prevista la distruzione) e fu accentuato il muro di chiusura originale. La chiesa venne riportata per gran parte al suo aspetto medievale originario eccetto che per la navata e per l'abside centrale.

Della fine del XIX secolo la chiesa cadde in stato di abbandono, quindi sotto l'amministrazione civile-comunale, sino al ritorno al culto orientale nel 1937 per opera della comunità albanese di Sicilia e concessione dell'Arcidiocesi di Palermo.

Nel 1940, nel segno della comunanza etnica e religiosa, una delegazione della Chiesa ortodossa autocefala albanese fa visita ufficiale agli italo-albanesi dell'eparchia, visitando la concattedrale dell'eparchia.

La chiesa assunse ed ereditò il titolo di sede della parrocchia degli italo-albanesi residenti di San Nicolò dei Greci (per "greci" erano scambiate quelle popolazioni albanesi che, dal XV secolo in Italia e Sicilia, conservavano "rito greco" o bizantino, lingua, costumi, identità) nel 1943, dopo che l'omonima chiesa attigua al Seminario Italo-Albanese in Palermo fu distrutto nel secondo conflitto mondiale.

Nel 1973, considerata l'impossibilità di contatto con la Chiesa in Albania sotto il regime comunista, una delegazione della Chiesa ortodossa di Grecia fa visita ufficiale agli italo-albanesi dell'eparchia, visitando la concattedrale dell'eparchia.

Nel 1982 Papa Giovanni Paolo II, in occasione del suo incontro con la comunità religiosa, civile ed accademica albanese di Sicilia, prese parte ai Divini Uffici presso la parrocchia concattedrale.

La chiesa è stata recentemente restaurata e riaperta al culto comunità nel 2013; in quel frangente il clero e la comunità fu momentaneamente accolta nella chiesa del SS.mo Salvatore delle suore basiliane italo-albanesi in Palermo.

La parrocchia di San Nicolò dei Greci non possiede un vero e proprio territorio parrocchiale, ma è il punto di riferimento di 15.000 fedeli arbëreshë (la comunità albanese di Sicilia storicamente insediata nella provincia del capoluogo) residenti nella città di Palermo e che professa il rito bizantino.

Dal 2015 rientra tra i monumenti proposti all'UNESCO nell'ambito dell'"Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale" come Patrimonio dell'Umanità.

Il nome della Parrocchia

Per tradizione continua a chiamarsi "dei Greci", una definizione impropria, poiché la parrocchia appartiene ecclesiasticamente agli italo-albanesi. Greco fu definito - dai non arbëreshë - il rito bizantino per la lingua liturgica utilizzata. Non manca, comunque, la variante sempre maggiormente utilizzata oggi di "Parrocchia San Nicolò o Nicola degli Italo-Albanesi".

Dai propri fedeli albanofoni viene chiamata Klisha Arbëreshe Palermë o semplicemente Marturanë e nella versione non colloquiale Famullia/Klisha Shën Kolli i Arbëreshëvet në Palermë. Si può, inoltre, spesso leggere il titolo "Parrocchia San Nicolò dei Greci alla Martorana", questo per intendere che la parrocchia ha sede ora alla cosiddetta "Martorana", e non nella iniziale sede parrocchiale del Seminario "Greco" fra via Seminario Italo-Albanese e piazza P. G. Guzzetta di Palermo.

Liturgia e rito

Le celebrazioni liturgiche, le cerimonie nuziali, il battesimo e le festività religiose della parrocchia di San Nicolò dei Greci seguono il calendario bizantino e la tradizione albanese delle comunità dell'Eparchia di Piana degli Albanesi.

Le lingue liturgiche utilizzate sono il greco antico (come di tradizione, che nacque per unificare sotto un'unica lingua di comprensione tutti i popoli della chiesa d'Oriente) o l'albanese (la lingua madre della comunità parrocchiale). Non è raro qui sentire parlare abitualmente i papàdhes e i fedeli in lingua albanese, la lingua, infatti, è il principale elemento che li identifica in una specifica appartenenza etnica. Qualche fanciulla di Piana degli Albanesi si sposa indossando ancora il ricco abito nuziale della tradizione albanese e la cerimonia del matrimonio (martesa) conserva tutti gli elementi della tradizione orientale.

Una festa particolare per la popolazione arbëreshe è la Teofania o Benedizione delle acque il 6 gennaio (Ujët e pagëzuam); la festa più importante è la Pasqua (Pashkët), con il riti orientali di forte spiritualità della Settimana Santa (Java e Madhe) e il canto del Christos anesti-Krishti u ngjall (Cristo è risorto). Il 6 dicembre ricorre la festa di San Nicola di Mira (Dita e Shën Kollit).

Itinerario d'arte

Entrati nel primo corpo della costruzione - rifacimento settecentesco con volte affrescate da Olivio Sozzi, Antonio Grano e Guglielmo Borremans - due decorazioni musive sul fronte del corpo originario raffigurano uno Ruggero II vestito da imperatore bizantino e incoronato re per mano di Gesù Cristo, la scritta in caratteri greci sopra Ruggero dice "Rogerios rex" usando il termine latino, scritto in lingua greca; l'altro la dedicazione della chiesa alla Vergine da parte dell'ammiraglio d'oriente Giorgio d'Antiochia, quest'ultimo rappresentato in umile atto di prostrazione dinanzi alla Madonna.

Sulla parete occidentale dello stesso locale è murata una lapide che ricorda l'eroe nazionale degli albanesi, Giorgio Castriota Scanderbeg, posta nel 1968 in onore del suo cinquecentesimo anno dalla sua scomparsa e con l'incisione dell'aquila bicipite costantinopolitana, simbolo dell'Albania. Ai lati icone bizantine della committenza arbëreshe abbelliscono la chiesa. Superato l'ambiente suddetto, si giunge nella chiesa medievale, il nucleo originale. Qui la parte superiore delle pareti e la cupola, al sommo della quale si erge l'immagine del Cristo in trono, immagine arcaizzante e di stampo occidentale, sono interamente rivestite da decorazioni musive bizantine di grande importanza, in connessione con quelle riguardanti Dafne nell'Attica. Il grandioso ciclo di mosaici bizantini della chiesa è il più antico di Sicilia. I mosaici della cupola rappresentano al centro il Cristo, scendendo successivamente i quattro arcangeli (tre originali più uno apocrifo) e i patriarchi, mentre nelle nicchie sono ospitati i quattro evangelisti e infine, nelle volte, i rimanenti apostoli.

La chiesa è fornita di un'antica iconostasi in marmi mischi, in cui, essendo priva di icone, i papàdes albanesi dell'epoca hanno provvisto la realizzazione dei mosaici della Madonna, del Cristo e dalle icone di Maria Vergine e San Nicola di Mira, questi ultimi che precedono l'iconostasi.

Molto importante per i fedeli arbëreshë è la grande icona raffigurante San Nicolò in trono (XV sec.), posta oggi nel diaconicon e che si trovava nella chiesa di San Nicolò dei Greci che, unitamente al contiguo Seminario Italo-Albanese di Palermo, andò distrutta nel bombardamento aereo del 1943. L'abside, abbattuta sul finire del Seicento, venne sostituita con l'attuale cappella barocca a tarsie marmoree su progetto di Paolo Amato.

Icone contemporanee, alcune delle quali dell'iconografo italo-albanese Zef Giuseppe Barone da Piana degli Albanesi (croce bizantina della morte e resurrezione del Cristo, dipinta in entrambi i lati) e altri realizzate dell'iconografo e mosaicista albanese Josif Droboniku (raffiguranti le dodici feste despotiche e la grande crocifissione dell'altare bizantino), appartengono all'importante patrimonio artistico della parrocchia.

Opere documentate

Cappella del Rosario, lato epistola. Nelle adiacenze il mosaico Dedicazione della chiesa alla Vergine.

Cappella di San Simone e Giuda, lato vangelo. Nelle adiacenze il mosaico dell'Incoronazione di Ruggero II.

Ascensione, dipinto, XVI secolo, opera documentata sull'altare maggiore del cappellone di Vincenzo degli Azani.

Monastero

La fondazione del monastero dell'Ordine benedettino è posteriore alla chiesa (1194). In ordine cronologico è la terza istituzione dopo il monastero basiliano del Santissimo Salvatore e il monastero di Santa Maria del Cancelliere.

Influenza culturale

Nel 1535 Carlo V visitò Palermo dopo la conquista di Tunisi. Nel giardino della chiesa vi erano alberi di aranci, ma a settembre inoltrato non erano ancora maturati i frutti. Le monache benedettine, per ovviare all'inconveniente e mostrare un giardino rigoglioso e ben curato, confezionarono delle arance di pasta di mandorle, le colorarono e le appesero ai rami, conferendo al giardino un effetto più eloquente e ammirevole, aspetto tipico del raccolto imminente. Nacquero così i "frutti di martorana". Il convento aveva preso nome di Martorana dalla sua fondatrice, la nobildonna Eloisa Martorana. Da qui l'espressione "frutta di Martorana".

Cronotassi recenti protopapa della Parrocchia

La chiesa di San Nicolò a Palermo, detta "dei Greci" per il rito greco-cattolico osservato, nacque e fu composta sin dall'origine dal gruppo di esuli albanesi di rito orientale provenienti in massa dall'Albania e in generale, in secondo momento, dai territori albanofoni dei Balcani (Epiro o Ciamuria, Macedonia, Attica, Eubea, Morea).

Il primo parroco fu Papàs Nikolao Matranga (1546-1549), che apparteneva al clero coniugato, secondo la disciplina della chiesa bizantina.

Da allora si è mantenuto l'aspetto etnico e religioso caratterizzante la comunità di fedeli. I sacerdoti che susseguirono provennero dalle colonie albanesi nate nella provincia di Palermo (Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi, successivamente da Santa Cristina Gela).

Cronologicamente i più recenti sacerdoti titolari della Parrocchia di S. Nicolò dei Greci, nella sede originaria del Seminario Italo-Albanese di Palermo, sono:

Mons. Giuseppe Masi (? - 1903), vescovo italo-albanese da Mezzojuso, ordinante per gli Albanesi di Sicilia e titolare di Tempe, parroco della Parrocchia S. Nicolò dei Greci di Palermo, nonché rettore del Seminario "Greco" della stessa città.

Papàs Antonio M. Figlia (1903 - 1941), sacerdote italo-albanese da Mezzojuso, del quale era arciprete. Fu il penultimo parroco della parrocchia nella sede antica in Piazza Padre Giorgio Guzzetta, angolo con Via Seminario Italo-Albanese.

I sacerdoti titolari ad personam della Parrocchia di S. Nicolò dei Greci, con sede alla Martorana, sono:

Papàs Lino Loiacono (1907 - 1957), sacerdote di rito bizantino da Contessa Entellina, professore di lettere classiche, scrittore e pubblicista, profondamente legato alle tradizioni patrie albanesi ed impegnato nell'ecumenismo. Fu protopapàs/parroco di S. Nicolò dei Greci, poi alla Martorana dal '45, dal 1942 al 1957.

Papàs Matteo Sciambra (1914 - 1967), sacerdote di rito bizantino da Contessa Entellina, studioso e albanologo, protopapàs di S. Nicolò dei Greci alla Martorana dal 1957 al 1967 e docente di lingua e letteratura albanese all'Università di Palermo. Si dedicò all'approfondimento della lingua albanese parlata nelle diverse comunità italo-albanesi e all'albanese moderno, lasciando parecchie opere scritte, e alla conservazione e valorizzazione del patrimonio musicale liturgico bizantino delle comunità albanesi di Sicilia, di cui ha lasciato alcune raccolte manoscritte.

Papàs Vito Stassi (1937 - 2011), sacerdote di rito bizantino da Piana degli Albanesi, protopapàs di S. Nicolò dei Greci alla Martorana dal 1968 al 2011, Archimandrita e Vicario eparchiale dell'Eparchia di Piana degli Albanesi.

Papàs Kola Cuccia (1958), sacerdote di rito bizantino da Contessa Entellina e bizantinista, appartenente al clero uxorato della Chiesa Italo-Albanese, che si adopera al mantenimento dell'identità albanese. È stato protopapàs della Parrocchia di San Nicolò dei Greci alla Martorana dal 2011 al 2016.

Arch. Papàs Antonino Paratore (1972), sacerdote di rito bizantino da Piana degli Albanesi, già Vicario e parroco della Cattedrale dell'Eparchia, attuale protopapàs della comunità albanese residente in Palermo.

Istituzioni culturali

Negli anni trenta del Novecento nacque l'associazione culturale e religiosa "Oriente Cristiano", presso i locali dell'Eparchia di Piana degli Albanesi a Palermo, di cui edita la rivista ufficiale omonima dell'Associazione Culturale Italiana per l'Oriente cristiano (ACIOC). Sorta per iniziativa dei papàdes dell'Eparchia, ha l'intento di sostenere culturalmente le comunità italo-albanesi di tradizione bizantina e costituire anche un punto di riferimento, di sensibilizzazione e di aiuto a tutti i cristiani per la comprensione culturale e la condivisione ecumenica con i fratelli d'Oriente, con lo scopo di promuovere iniziative per la conoscenza, la preghiera e lo studio "pro Oriente Cristiano", sulla spiritualità e la mistagogia della chiesa bizantina.

Curiosità

Diversi sono stati i documentari, nazionali ed esteri, dirette liturgiche domenicali e i film d'autore o indipendenti che hanno girato, così come parlato e mostrato della Chiesa e della piazza sottostante, tra cui si menzionano: con il titolo "Gli ortodossi d'Italia. Fedele a riti antichissimi il matrimonio degli ultimi greci di Sicilia" la settimana Incom dell'Istituto Luce Cinecittà (1956) mostrava i riti del matrimonio di una coppia di Piana degli Albanesi residente in città, con la sposa e le damigelle in seguito nei costumi tradizionali albanesi; negli anni Novanta la diretta nazionale Rai della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo; nei primi anni Duemila un documentario sui normanni del meridione mostra brevemente una messa domenicale dei suoi papàs italo-albanesi in reminiscenza simbolica del periodo dell'arrivo dei normanni in Sicilia quando vi era la messa bizantina e coesistevano e contemporaneamente si scontravano "greci", "arabi/saraceni" e infine "latini"; ne parlò il programma di Philippe Daverio in "Palermo Medioevale" e Geo in "Alle porte di Palermo: Piana degli Albanesi"; l'interno si vede in una scena del film Il talento di Mr. Ripley (1999) o ancora in alcune scene della serie televisiva La mafia uccide solo d'estate (2016). Con il riconoscimento della Chiesa a patrimonio UNESCO nel percorso arabo-normanno, nel 2018 è stato presentato dalla RAI il documentario "Italia: viaggio nella bellezza. Palermo araba normanna", con una parte relativa a S. Maria dell'Ammiraglio.

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Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Bellini 3
Orari
Mo-Sa 10:00-18:30; Su 13:00-18:30
Come arrivare
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Palazzo dei Normanni

Palazzo museo · Palermo

Palazzo dei Normanni

Il Palazzo dei Normanni (in siciliano Palazzu dî Nurmanni), noto anche come Palazzo Reale (Palazzu Riali), si trova a Palermo ed è attualmente sede dell'Assemblea regionale siciliana. Il palazzo, dalla sua costruzione normanna, è la più antica residenza reale d'Europa, dimora dei sovrani del Regno di Sicilia, sede imperiale con Federico II e Corrado IV e dello storico Parlamento siciliano. Al primo piano del palazzo sorge la Cappella Palatina. L'ala ovest è assegnata all'Esercito italiano.

È uno dei monumenti più visitati nell'isola. I servizi aggiuntivi turistici sono curati dalla Fondazione Federico II; gli ingressi principali (quello parlamentare e quello turistico) sono su piazza del Parlamento, quello carraio è sul lato di piazza Indipendenza. Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità (UNESCO) nell'ambito del sito seriale "Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale".

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Storia
Epoca fenicio - punica

L'attuale palazzo ingloba nelle fondamenta stratificazioni dei primi insediamenti fortificati d'origine fenicio - punica databili fra l'VIII e il V secolo a.C., le cui tracce riemergono nelle campagne di studi nelle segrete e nei sotterranei. Queste fortificazioni costituivano il nucleo sociale e politico dei primitivi insediamenti che formavano la paleopolis, aggregato contrapposto alla zona sacra, destinata al culto pagano e alle sepolture, ubicata qualche centinaio di metri più a NE a ridosso del fiume Papireto. Quest'ultima area, futura neapolis, è oggi identificabile col piano della cattedrale, il campanile ravvisabile nell'alta torre di avvistamento incastonata nella cinta muraria della cittadella fortificata, nonché da una fitta rete di ambienti ipogei costituita da grotte, catacombe, cripte, cuniculi e spelonche, ubicati nelle immediate adiacenze.

Epoca greco - romana

Paleopolis e neapolis erano comprese su una striscia di terra delimitata a settentrione dal fiume Papireto e dal Kemonia a mezzogiorno, striscia di terra che all'epoca si estendeva lungo direttrice configurabile con l'odierno Cassaro, limitata approssimativamente fino all'attuale chiesa di Sant'Antonio Abate. Una vasta e ramificata insenatura permetteva l'approdo e il riparo delle imbarcazioni in entrambi i corsi d'acqua, proprio a ridosso del polo monumentale, peculiarità che influì a determinare il nome della località, in epoca greca Panormos ovvero Città tutto Porto. Nel 254 a.C. la roccaforte del castrum fu conquistata dai romani.

Epoca bizantino - araba

Flavio Belisario conquistò la città e si impossessò della fortificazione nel 535. Il dominio bizantino perdurò per quasi tre secoli. Sotto il regno di Costantino IX Monomaco, imperatore costantinopolitano e re di Sicilia, la fortificazione del kastron assunse il rango di palazzo con il prefetto Giorgio Maniace, il quale lo abbellì facendo installare opere, manufatti e altro bottino di guerra.

I due arieti di bronzo, espressioni dell'arte greca e frutto di saccheggi, in Sicilia adornarono temporaneamente il portale gotico della Fortezza Maniace di Siracusa per volere di Federico II di Svevia. Maria di Trastámara li donò a Giovanni I Ventimiglia per servigi resi nella strenua difesa di Siracusa; pertanto, i manufatti pervennero dapprima nel castello Ventimiglia di Castelbuono e in seguito posti a decoro del mausoleo di famiglia nella chiesa di San Francesco. Per contrasti con la casa regnante e la confisca dei beni, gli arieti dei Ventimiglia giunsero a Palermo. Gaspare Palermo documenta la loro presenza in epoche successive nel Palazzo Chiaramonte-Steri, nella fortezza di Castello a Mare, trafugati da un viceré di Sicilia a Napoli, riconsegnati alle sale di Palazzo Regio. Con la distruzione di un elemento della coppia durante la Rivoluzione siciliana del 1848, l'esemplare superstite fu definitivamente trasferito nelle raccolte del Museo archeologico regionale «Antonio Salinas».

La prima costruzione con funzioni di residenza reale denominata 'al Qasr o Kasr (Alcassar, la dimora degli emiri), è attribuita al periodo della dominazione islamica, lasso di tempo di circa due secoli ove si avvicendarono numerosi governatori o emiri appartenenti, nell'ordine, alle dinastie degli Aghlabidi, Fatimidi, Kalbiti. Nell'831 dopo la conquista araba della città il governatore, supremo comandante e principe di Sicilia denominò la costruzione Castelnuovo che si contrapponeva all'edificio ubicato in marina denominato Castellammare e al Castello di Maredolce nel Parco della Favara, quest'ultima dimora prediletta insieme a tutte le residenze e le strutture arabe insediate nella vicina Kalsa.

Ibn Hawqal documenta due medine o città murate contrapposte: il Qasr e la Kalsa. In mezzo, tre borghi satelliti tra loro separati e contigui corrispondenti al futuro rabato (Albergheria, Seralcadio, Conceria), descritto da Muhammad al-Idrisi in epoca normanna.

La decisione di trasferire la sede del governatore posta nel cuore della città murata della civitas superior in un luogo più sicuro e protetto militarmente, è fornita dalla tumultuosa sommossa popolare contro il governatore fatimita Salīm Ibn Rashid Al Kutāni, sedata nell'autunno del 937 con l'intervento militare di Khalil ibn Ishaq. Il nucleo aghlabida è abbandonato dopo aver identificato nei pressi del porto, nelle adiacenze dell'arsenale, la nuova sede della cittadella fortificata degli emiri fatimidi, molto più difendibile nella civitas inferior perché parzialmente protetta dal mare.

Epoca normanna

I sovrani Normanni distinguevano il Castrum superius o Palatium novum posto sull'altura dal Castrum inferius o Palatium vetus ubicato a valle, insediandosi al loro arrivo presso quest'ultimo già dimora della corte araba. Il Parcus Vetus indicava l'insediamento del centro di potere arabo: l'aggettivo Vetus (vecchio, antico, primitivo, vetusto) si estendeva tanto all'area, quanto alla dimora del primitivo accampamento. Quest'ultimo era divenuto residenza degli emiri e oggetto di conquista da parte delle armate normanne, che nell'assedio di Palermo piantarono nelle immediate adiacenze il loro campo base, prima di sferrare gli attacchi alla Kalsa e al Cassaro fortificato. Infatti, dalla pianura alluvionale sud - orientale della costa, porta d'accesso alla città provenendo da est, contraddistinta dal Dattereto prossimo al fiume Oreto e al Castello di Yahya, partì la conquista della città .

Negli anni costruirono il castello a monte denominato Castrum superius dalle caratteristiche normanne, un centro complesso e polifunzionale che esprimeva tutta la potenza della monarchia, realizzando così una struttura di edifici. Roberto il Guiscardo lo ingrandì dotandolo della Cappella di Gerusalemme, mentre il gran Conte Ruggero edificò la Torre Greca, oltre ai quartieri per opifici e armigeri. Solo dopo la sua morte, la regina reggente Adelasia del Vasto e l'erede al trono si trasferirono da Messina, città che era servita da base ai Normanni per estendere il proprio dominio, a Palermo. Nella capitale gli Altavilla s'insediarono inizialmente nella residenza di Palazzo della Favara, prima di trasferirsi nelle strutture del Palatium novum.

Nel 1132 Ruggero II di Sicilia costruì la parte mediana del palazzo, l'amplissimo appartamento che oggi prende il suo nome (ovvero quella porzione d'edificio precedentemente destinato a opificio della seta), oltre alla Cappella Palatina e alla Torre Joharia. Il luogo di culto dedicato a San Pietro Apostolo soppiantò la primitiva moschea edificata sulle carceri e sulle segrete del palazzo. Da Guglielmo I e Guglielmo II di Sicilia furono aggiunte le ali destinate ai servizi degli eunuchi, secondo l'usanza araba, gli appartamenti delle dame di corte, delle matrone, delle fanciulle, dei servitori, l'harem e, nella parte settentrionale, venne aggregato il «serraglio degli schiavi», assieme alle torri Pisana o di Santa Ninfa e di Chirimbi. Coeva è la realizzazione della «Via Coperta», un camminamento protetto che dalla Torre Pisana e la Sala Verde, attraverso la contrada della Guilla, conduceva al primitivo Palazzo Arcivescovile con meta finale la cattedrale metropolitana primaziale della Santa Vergine Maria Assunta.

Questo castello, costruita dai normanni, assunse la denominazione di Palazzo dei Normanni solo in tempi recenti, polo destinato ben presto a diventare il centro della cultura e dell'arte europea tra il XII e il XIII secolo.

In questi sontuosi e raffinati ambienti, infatti, si sviluppò la più importante cultura europea dell'epoca: qui gli imperatori radunavano i più grandi scienziati e poeti, musicisti e pittori del tempo. All'interno del palazzo furono mantenuti gli opifici e i laboratori tessili per produrre manufatti di rara bellezza mantenendo la tradizione, le conoscenze, la cultura e il sapere introdotto dai dominatori orientali, ovvero la Zecca, i laboratori di oreficeria ed il Tiraz, e l'opificio per la manifattura di stoffe preziose. Adiacente al regio palazzo sorgeva la Galca (l'anello), il quartiere regio che si sviluppava verso est racchiuso fra mura e che ospitava edifici di vario tipo legati alla funzionalità della reggia.

Muhammad al-Idrisi nel 1150, Ibn Jubayr nel 1184, e Ugo Falcando descrivono nelle loro opere le magnificenze e le vicende legate al palazzo. Il più rilevante degli episodi avvenuto negli anni 1160 - 1161 vede il Palazzo Reale teatro della rivolta dei baroni maturata in seguito alla congiura ordita da Matteo Bonello, durante la quale le sale della reggia furono saccheggiate e date alle fiamme con la distruzione di un insostituibile patrimonio librario e artistico.

Epoca svevo - angioino - aragonese

Al 1194 risale il saccheggio della reggia voluto da Enrico VI di Svevia, il quale utilizzò cento muli per trasportare tutto l'oro e gli oggetti preziosi in essa custodita. Con gli Svevi, la struttura fu sede delle Scienze e delle Lettere, elogiata da Dante Alighieri. Con Federico II di Svevia e il figlio Manfredi furono mantenute nel palazzo le attività di governo, amministrative e di cancelleria, mentre quelle letterarie furono distaccate a Palazzo della Favara, luogo deputato ad ospitare la scuola poetica siciliana.

Nel 1269 per il palazzo cominciò una fase di decadenza. Spoglio delle macchine da guerra, mostrò tutta la sua vulnerabilità durante i moti dei Vespri Siciliani culminati nel 1282 con le sommosse inserite nel contesto delle Guerre del Vespro: il popolo palermitano in rivolta espugnò, depredandolo ancora una volta. Scacciati gli angioini, Pietro III d'Aragona si trasferì nel palazzo dimorandovi appena tre anni.

Dopo l'espulsione degli Angioini nel 1282, la dinastia aragonese propese per dimorare allo Steri o Hosterium Magnum confiscato alla famiglia Chiaramonte. Fra gli aragonesi fu sede di Francesco II Ventimiglia, nominato signore perpetuo della capitale siciliana nel 1353. Il 16 febbraio 1361 s'insediò Federico IV d'Aragona, con i titoli di capitano e giustiziere, castellano del palazzo e di Castellammare.

Risalgono al 1340 le prime notizie di guasti dovuti ad un rovinoso crollo che determinarono il progressivo spopolamento della reggia. Il sito non suscitava più particolare interesse per motivi logistici e di sicurezza, e ad essa si preferì la residenza di Castellammare. Il lento abbandono avvenne a partire dagli inizi del XV secolo, periodo in cui Palazzo Regio e strutture limitrofe furono utilizzati come cava da cui trarre materiale edilizio utilizzato per la costruzione di luoghi di culto o cimiteri.

Epoca spagnola

Nonostante la pressoché totale devastazione, la cimatura e demolizione di alcune torri, il Palazzo Reale, pur mantenendo solo il suo ruolo difensivo, non rimase disabitato, ma fu sede del Tribunale della Santa Inquisizione tra il 1513 e il 1553. Nel 1549 Tommaso Fazello offre una descrizione della situazione disastrosa in cui versava al punto che era possibile scorgere la Cappella Palatina attraverso le rovine.

Il palazzo tornò a occupare un ruolo importante nella seconda metà del XVI secolo quando i viceré spagnoli lo elessero a propria residenza, abbandonando il Palazzo Chiaramonte-Steri o Hosterium Magnum. Per contro il Tribunale dell'Inquisizione si trasferì nelle strutture di Castellammare. Furono poste in essere iniziative che modificarono radicalmente l'aspetto originario del complesso:

1517 Con l'avvicendamento al trono del Regno di Sicilia tra Ferdinando II d'Aragona dei Trastámara e Carlo V d'Asburgo è Ettore Pignatelli, conte e duca di Monteleone, il primo viceré ad insediarsi nel sito.

1536, Ferrante I Gonzaga, nell'ambito delle opere di potenziamento dell'intero sistema difensivo della città convocò l'ingegnere bergamasco Antonio Ferramolino che si era già occupato delle fortificazioni del Palazzo, ma è nel 1553, dopo il trasferimento allo Steri del Tribunale della Santa Inquisizione, che si iniziarono le demolizioni e le nuove costruzioni.

1550, Juan de Vega effettuò un primo restauro, fu predisposta la demolizione della Torre Rossa.

1560 Juan de la Cerda, IV duca di Medinaceli avviò i lavori per la costruzione del Salone del Parlamento, ambiente perfezionato da Francesco Ferdinando d'Avalos, VII marchese di Pescara.

1567, García Álvarez de Toledo y Osorio, predispose la risistemazione dei vani intorno alla chiesa, l'ampliamento delle scuderie, la costruzione di nuove stalle.

1580, Marcantonio Colonna, duca di Tagliacozzo (insediamento: 24 aprile 1577 - 1584), promosse la realizzazione del camminamento tra la reggia e Porta Nuova. Nel 1598, gli uffici per l'amministrazione della giustizia ordinaria Regia Magna Curia, furono trasferiti in questa sede provenienti da Palazzo Chiaramonte-Steri.

1600, Bernardino de Cardenas y Portugal, duca di Maqueda, realizzò il cortile porticato che ospitava la Deputazione del Regno istituita da Alfonso V d'Aragona.

1616, Juan Gaspar Fernández Pacheco y Zúñiga, V marchese di Vigliena, V duca d'Escalona definì la parte centrale dell'ala est dotandola di un elegante prospetto in stile rinascimentale e un patio interno.

1620 23 maggio, Francìsco Ruiz de Castro Andrade y Portugal, conte di Castro, VIII conte di Lemos e duca di Taurisano decretò la demolizione del tempio bizantino di Santa Maria dell'Itria detta «la Pinta» nel quadro di moderni sviluppi urbanistici e del potenziamento del sistema difensivo della reggia.

1637, Il presidente del Regno Luigi Moncada, duca di Montalto, adeguò l'antico deposito delle munizioni, trasformandolo in sala delle udienze estive del Parlamento, arricchendolo d'affreschi, opere dei più celebrati artisti dell'epoca come Vincenzo La Barbera, Giuseppe Costantino, Pietro Novelli e Gerardo Astorino. Per tale motivo gli ambienti comunicanti assunsero la denominazione di Sala Duca di Montalto. Il cortile colonnato noto col nome di Galleria con la sede principale per i giudici e i presidenti della Gran Corte Civile e Criminale.

1648, Per ordine del cardinale Teodoro Trivulzio viceré di Sicilia e presidente del Regno, la chiesa della Pinta insieme alla chiesa di Santa Barbara la Soprana e chiesa di San Giovanni la Calca, furono abbattute per fare posto a due grossi bastioni posti a difesa del Palazzo Reale. Bastioni di San Pietro.

1649, Il cardinale Teodoro Trivulzio in seguito ai tumulti causati dalla rivolta antispagnola aggiunse due baluardi muniti d'artiglieria perfezionati da Giovanni d'Austria nel 1650.

1696, Pedro Manuel Colón de Portugal dispose la copertura del camminamento tra reggia e Porta Nuova.

Epoca savoiarda

Per l'ingresso in città e la cerimonia d'incoronazione di Vittorio Amedeo II di Savoia e Anna Maria di Borbone-Orléans, la vigilia di Natale del 24 dicembre 1713, il palazzo è preventivamente approntato per ospitare i reali. I lavori ed il perfezionamento degli appartamenti trova il maggior intervento nel restauro della Sala dei Venti.

Epoca borbonica

Gli appartamenti reali subiscono un'ulteriore rimodulazione nel 1735 per l'arrivo, la visita e l'incoronazione di Carlo III di Borbone. Fu edificata la Scala Rossa, uno scalone monumentale di raccordo posto presso il colonnato del Cortile Maqueda. Venute meno le esigenze difensive è compiuta la riduzione o demolizione dei bastioni orientali per l'adeguamento della piazza al livello del Cassaro e altrove, la loro trasformazione in giardini pensili. Il varco della cortina rinascimentale è definitivamente attrezzato come principale porta carraia e portale d'ingresso, il Portale di San Michele è ulteriormente ingrandito. Si edificò una nuova cavallerizza e si rinnovò l'antica. Si costruirono idonee strade d'accesso e carrettere interne. Internamente fu eseguito l'ingrandimento degli appartamenti destinati al sovrano, il rinnovamento degli infissi e delle vetrate, l'apparato decorativo in affreschi approntato dal pittore Olivio Sozzi. Restauri e miglioramenti di tutti gli appartamenti reali e delle strutture dell'intero complesso.

Anche i Borboni delle Due Sicilie con Ferdinando III fecero ristrutturare il palazzo che visse la stagione di maggiore operosità, dopo la fase cinquecentesca, in virtù della permanenza della Corte Borbonica: infatti i sovrani, fuggiti nel 1806 con la conquista di Napoli da parte di Napoleone Bonaparte, si rifugiarono a Palermo. Il Salone del Parlamento fu adibito all'esposizione della preziosa Quadreria di Capodimonte e il monarca decise di fare affrescare nuovamente le pareti e la volta della sala, affinché il salone presentasse "... uno stile più elegante e più grandioso". Il ciclo di affreschi raffigurante l'Apoteosi di Ercole di Giuseppe Velasco sostituì La Maestà Regia, protettrice delle Scienze e delle Belle Arti commissionato da Francesco d'Aquino, principe di Caramanico nel 1787.

Altri interventi decorativi abbellirono le sale di rappresentanza, i corridoi degli appartamenti del re e della regina al piano nobile durante la loro permanenza stabile dal 1806 al 1815. In occasione dei moti rivoluzionari del 1848 furono abbattuti dal popolo in tumulto i bastioni di Santa Maria e San Michele, la dimora fu saccheggiata e fu distrutta gran parte del mobilio, arredi velocemente ripristinati.

Epoca contemporanea

Dopo l'Unità d'Italia fece parte dei beni del comando dei Corpi dell'Esercito e in occasione dell'esposizione nazionale del 1891 - 1892 furono rinnovati gli arredi degli appartamenti reali. Nel 1919 si delineò la possibilità di utilizzare il Palazzo come sede di accademie e nel 1923 fu destinato ad accogliere gli uffici della Soprintendenza ai monumenti, alcuni Istituti universitari, la Real Accademia di Scienze Lettere e Arti, la Biblioteca Filosofica, il Museo etnografico siciliano Giuseppe Pitrè, il Museo Nazionale e l'alloggio del Prefetto. Furono mantenuti per uso della casa reale alcuni appartamenti. Nel 1921 è stata acquisita la proprietà da parte del governo.

Negli anni '30 del '900 furono portati avanti dei restauri da parte del sovrintendente ai monumenti Francesco Valenti, poi proseguiti da Mario Guiotto, che hanno riportato in luce alcune strutture normanne.

Nell'agosto 1943 fu requisito dalle truppe alleate. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale nel 1946, ebbero inizio i primi saggi archeologici volti a comprendere l'eventuali preesistenze al palazzo, ovvero le stratificazioni di manufatti e insediamenti anteriori alla costruzione normanna.

Nel 1947 gli enti che lo occupavano furono trasferiti in altri immobili e fu denominato Palazzo dei Normanni. Nell'aprile 1947 divenne sede dell'Assemblea Regionale Siciliana. Dal 1976 al 1981 furono eseguiti lavori di trasformazione in alcuni piani del palazzo, curati da Rosario La Duca. Dopo il terremoto del 2002 che ha danneggiato alcuni interni, sono stati effettuati dei restauri sugli affreschi di Sala d'Ercole.

Attualmente è la sede del Parlamento regionale, e ospita la Parrocchia S. Pietro Apostolo - Cappella Palatina e l'Osservatorio astronomico di Palermo, mentre l'ala di collegamento a porta Nuova è sede del Comiliter, il Comando militare territoriale della Sicilia.

Esterno

L'aggregato degli edifici assume la forma di una forcella capovolta, i due bracci meridionali della biforcazione intersecano i manufatti della Cappella Palatina che originano due grandi cortili interni. Molteplici stili si fondono sugli svariati ordini e sulle numerose sfaccettature delle varie prospettive. Gli stili romanico, bizantino, arabo, normanno, neogotico, chiaramontano, rinascimentale, barocco, miscelano elementi come strombature, nervature, oculi, rilievi, archi, ogive, bugnato, monofore e finte bifore, tufo combinato con tarsie di lava, intrecci, pietra viva, modanature, merlature, marcapiani, archi, timpani dal forte impatto sensoriale ed emotivo.

Delle quattro torri normanne originarie: la Greca, la Chirimbi, la Pisana, la Joaria, oggi rimangono solo le ultime due, di forma quadrangolare coeve alla Cappella Palatina.

Prospetti

Prospetto Nord. L'ala dell'edificio è delimitata da Porta Nuova, nuovo varco d'accesso costruito da Carlo V per celebrare la Conquista di Tunisi in sostituzione dell'antica porta denominata Bab ar ryad o Porta dei giardini. Via Vittorio Emanuele o Cassaro col prolungamento di Corso Calatafimi separa i due mandamenti, nello specifico distingue l'Albergaria dal Monte di Pietà o Seralcadi. Con la graduale trasformazione della Galca (Jalca), e la fusione di essa al resto della città, la chiesa di Santa Maria Maddalena, vicinissima a Porta Nuova, venne a trovarsi inglobata nel quartiere di San Giacomo dei Militari o degli Spagnoli, la cui vasta area estesa dal Cassaro al Papireto, fin dal 1622 era stata utilizzata dalle truppe spagnole di stanza in città per il presidio e la difesa della reggia.

Prospetto Est. Il palazzo prospetta su Piazza del Parlamento, che a sua volta si fonde con Piazza Vittoria e il parco di Villa Bonanno, le tre aree costituivano il primitivo Piano di Palazzo. Sulla Torre Pisana si ammira l'originaria facciata del periodo normanno decorata con arcate strombate e cieche. Più a sud, la facciata in stile rinascimentale che occupa buona parte dell'intero prospetto. Al centro è un grande portale che costituisce l'ingresso principale. L'ala rinascimentale ospita al piano inferiore la Sala degli Armigeri e al piano superiore il cosiddetto Piano parlamentare ove sono ubicate la Sala d'Ercole, attuale aula parlamentare dell'Assemblea regionale siciliana, la Sala Gialla, la Sala Rossa, la Sala Verde e la Sala dei Viceré.

Prospetto Sud. Su Via del Bastione e sul lato ovest di Piazza Indipendenza parti dell'edificio poggiano su possenti fondamenta sopra il livello della strada fronteggiando la ricostruita chiesa di Santa Maria dell'Itria detta «la Pinta».

Prospetto Ovest. Su Piazza Indipendenza si apre l'accesso carraio, di fronte Palazzo d'Orleans, sede della presidenza della Regione siciliana.

Cortili

Sono presenti più cortili interni, due di essi provvisti di logge e portici:

il Cortile Maqueda, interamente porticato con due ordini di logge di stile rinascimentale;

il Cortile della Fontana, posto ad un livello superiore rispetto al primo. I vari livelli sono collegati tra loro da scaloni monumentali.

Il Cortile Maqueda è il crocevia dei principali ambienti, ali e manufatti:

sotto il livello del patio sono ricavate le Sale del duca di Montalto, oggi sedi di mostre ed esposizioni, da cui si accede a loro volta agli scavi sotterranei;

dal patio si accede alla chiesa di Santa Maria delle Grazie;

al primo livello è posto l'ingresso alla Cappella Palatina.

Le torri
Torre Pisana

Il mastio, altrimenti noto come Torre Santa Ninfa era una costruzione destinata alla custodia dei tesori, manufatto edificato da Guglielmo II di Sicilia. Secondo la tradizione, in epoca sveva con Federico II, la torre era probabilmente uno dei luoghi di riunione della scuola poetica siciliana ed ambiente frequentato dallo stesso sovrano. Il viceré Francesco d'Aquino di Caramanico fece realizzare nel 1790 l'osservatorio astronomico.

Esternamente appare priva di decorazioni, ma è lecito supporre dalle tracce visibili che, nelle zone in cui furono aggiunti dei soppalchi dagli spagnoli, fosse interamente mosaicata probabilmente con scene di battaglie, seguendo canoni che imponevano una forte simmetria tra le scene raffigurate. Comprendeva la Stanza dei Tesori, con doppia porta d'accesso, circondata da camminamenti di ronda coperti da volte maestose e le quattro giare murate nel pavimento che potevano contenere innumerevoli pezzi di monete d'oro.

La facciata orientale è il risultato di un importante intervento di restauro di ripristino neogotico dell'architetto Nicolò Puglia nel 1835. Lo stesso Puglia fu l'autore del progetto di decorazione neogotica dei prospetti occidentali intorno al 1842. Gli interni comprendono nel piano parlamentare la Sala di Federico, la Sala Cinese e la Sala Pompeiana, della prima metà dell'Ottocento, decorate con pitture di Giuseppe Patania e Giovanni Patricolo, ambienti che costituivano gli appartamenti privati della regina Maria Carolina di Borbone. Esternamente, alla base della Torre Pisana, si trova un bassorilievo dedicato ai poeti della scuola poetica siciliana, opera dello scultore Silvestre Cuffaro risalente al 1951.

Le altre torri

Torre Joharia. Torre Joharia o Torre Gioaria - dall'arabo aljawhariyya, ingioiellata - altrimenti conosciuta come Torre del Tesoro, eretta da Ruggero II di Sicilia. Presenta la maggior quantità di ornamenti, risplendente per la magnificenza delle più svariate decorazioni, il re era solito frequentare per gli abbandoni all'ozio e alla quiete. Il livello inferiore è occupato dalla Sala degli Armigeri. Al piano superiore è ubicata la Sala dei Venti, ad est si accede alla Sala di Ruggero.

Torre Chirimbi. Torre Chirimbi o Torre Carimbri, edificata da re Guglielmo I di Sicilia. Demolita.

Torre Greca. Torre Greca o Torre Rossa, detta anche Torre Kemonia per la posizione, costruzione fatta edificare in mattoni di laterizi da maestranze greche, da cui il nome, sul prospetto meridionale per volere del Gran Conte Ruggero. Nel 1550 il viceré di Sicilia Juan de Vega la demolì per effettuare un restauro.

Interno
Piano Parlamentare

Al secondo livello del Loggiato di Cortile Maqueda è permesso l'accesso al Piano Parlamentare che, attraverso il Corridoio Mattarella, consente il percorso fra gli ambienti degli appartamenti reali - secondo le note documentali, gli appartamenti della regina e del principe ereditario - ubicati nel plesso rinascimentale, mentre Sala dei Venti e Sala Ruggero sono dislocati nella Torre Joaria.

Corridoio Mattarella, Sala d'Ercole, Sala dei Viceré o Transatlantico, Sala ex Presidenti, Sala Pompeiana o Salotto Regina Carolina, Sala Gregorietti, Sala Cinese o Sala Lettura, Salottino Savoia, Salottino del Monetario, Sala di Federico, Salottino del Presidente, Sala dei Venti, Sala Ruggero, Sala della Preghiera, Sala dei Paesaggi Siciliani, Sala Bianca o Sala Stampa, Sala Rossa, Sala Gialla o Salone da Ballo, Sala Verde.

Corridoio Mattarella

Ambiente di collegamento degli ambienti della primitiva Galleria. All'ingresso è collocato il quadro, olio su tela, opera del pittore siciliano Giuseppe Sciuti del 1901 raffigurante l'Allegoria dell'agricoltura, dell'industria e dell'economia, lungo il percorso è presente una grande statua in bronzo raffigurante Archimede, opera dell'artista palermitano Benedetto Civiletti, eseguita nel 1893 su commissione di re Umberto I. Un altro acquisto del sovrano all'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891 è un olio su tela raffigurante la Battaglia di Dogali, opera firmata dal pittore romano Cesare Biseo del 1887.

Sala d'Ercole

Sala del Parlamento conosciuta come Sala d'Ercole precedentemente salone delle feste dei Borbone. Oggi vi si riuniscono i membri del Parlamento siciliano.

Nel 1799 Giuseppe Velasco, pittore figurista, su commissione di Ferdinando III di Borbone decorò a tempera le pareti della sala con alcune tra le dodici Fatiche di Ercole. Sulla volta si ammirano: la Nascita di Ercole, la scena Ercole si dà la morte facendosi bruciare su una pira ardente e la monumentale Apoteosi dell'eroe mitologico greco. Le decorazioni a grottesca e le candelabra in stile neoclassico pompeiano furono dipinte dal pittore ornatista Benedetto Codardi.

Nell'ambiente si riuniscono dal 1947 i deputati dell'Assemblea Regionale Siciliana, i quali costituiscono l'organo legislativo della regione.

Ha la funzione di anticamera al Salone d'Ercole la Sala di Archimede. La sala prende il nome dall'omonima statua, ed è ricavata negli antichi ambienti medievali che collegavano lo scalone d'onore alla cinquecentesca Sala dei Parlamenti.

Sala dei Viceré

Il nome dell'ambiente deriva dalla presenza di 21 ritratti collocati alle pareti raffiguranti rispettivamente: viceré di Sicilia, luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia e delle Due Sicilie. Altrimenti noto come Transatlantico.

Alla stessa stregua delle raccolte di Paço da Ribeira di Lisbona, del Monastero de las Descalzas Reales di Madrid, del Palacio del Real di Valencia, del Real Alcázar di Madrid, del monastero dell'Escorial di Madrid, di Palazzo Reale di El Pardo di Madrid, di Villa Gallia di Paolo Giovio a Borgovico, di Palazzo di Margherita d'Austria di Malines, della residenza di Binche, anche i viceré e i governatori della casa d'Asburgo iniziarono ad arredare, a partire dalla fine del XVI secolo le gallerie del palazzo reale di Napoli e Palermo.

La disposizione dei ritratti all'interno della galleria operata dal Manuel de Benavides y Aragón, conte di Santisteban, risale ai tempi del Bernardino de Cardenas y Portugal, duca di Maqueda, e annoverava trentasette ritratti di viceré, da Fernando de Acuña y de Herrera, conte di Buendía, fino allo stesso Manuel de Benavides y Aragón.

Probabilmente fu sostituita l'originale decorazione degli inizi del XVII secolo, come ci suggerisce la descrizione della cerimonia

per le nozze di donna Giovanna d'Austria, figlia di Giovanni d'Austria e nipote di Carlo V d'Asburgo, con Francesco Branciforte, principe di Pietraperzia. Più tardi nel 1640 l'ambiente presentava un ciclo di affreschi raffigurante le Storie della vita di San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio di Padova, opere realizzate da Pietro Novelli, i cui frammenti superstiti, trasferiti su tela, sono custoditi nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis. Fra le poche raffigurazioni d'epoca della Galleria, la tavola inserita nel codice illustrato "Teatro Geografico antiguo y moderno del Reyno de Sicilia", completato il 1 maggio del 1686 che mostra la sala della galleria ai tempi del viceré conte di Santisteban.

La cerimonia d'incoronazione di Carlo III di Borbone a Palermo del 1735 documentata da Antonio Mongitore, contempla nella Galleria i ritratti dei sovrani siciliani da Ruggero II a Carlo II, mentre relega i ritratti dei viceré asburgici nelle restanti sale del palazzo. Il nobile palermitano Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca, riporta che i ritratti delle anticamere sono gli originali raccolti da Manuel de Benavides y Aragón. Il presente ciclo della Galleria fu rinnovato nel 1738 da Carlo di Borbone che ne affidò il compito della realizzazione al pittore fiammingo Guglielmo Borremans. Fra i ritratti dei Viceré di Sicilia, facenti le veci del re che risiedeva a Napoli, si ammirano:

Domenico Caracciolo, marchese di Villamaina: nel 1782 soppresse l'inquisizione del Santo Ufficio, destinando le rendite di tale istituzione alla realizzazione di nuove cattedre universitarie.

Francesco d'Aquino di Caramanico: nel 1788 fece abolire le angherie, i lavori che i contadini a titolo gratuito dovevano prestare in favore dei feudatari. Prima che in Francia, fece abrogare le servitù personali nel 1789 e realizzare nel 1790 l'osservatorio astronomico ubicato sulla Torre Pisana.

Il fregio che segna il perimetro della sala in direzione della volta, fu realizzato nel 1901 da Salvatore Gregorietti ed evidenzia il simbolo della Sicilia, Trinacria e l'aquila del Senato Palermitano.

Ex appartamenti reali

Sala di Federico. Nella Torre Pisana si trova la sala principale degli ex appartamenti reali. Sala delle udienze di Federico II, si ritiene fosse stata interamente coperta di mosaici. Non visitabile, dal 1947 è divenuta studio e ambiente di rappresentanza del Presidente dell’ARS.

Sala ex Presidenti. L'ambiente prospetta su piazza Indipendenza, attiguo a Sala d'Ercole, prende il nome per via dei ritratti collocati alle pareti, raffiguranti i primi sei presidenti dell'Assemblea regionale siciliana. I saggi effettuati, posteriori al terremoto di Palermo del 2002, hanno condotto alla scoperta di complesse realtà archeologiche relative a stratificazioni di differenti epoche: sono evidenti la costruzione originaria e gli interventi d'epoca borbonica, quando questa parte è stata adibita a saloni di residenza regia, seguendo i canoni del tempo.

Sala Pompeiana. Altrimenti conosciuta come Sala della Regina, fu voluta da Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, regina di Sicilia, moglie di Ferdinando III di Sicilia. Il raffinatissimo ambiente, dipinto da Giuseppe Patania (1807 - 1815), è un altro mirabile esempio di decorazioni neoclassiche influenzate dagli scavi archeologici di Ercolano e Pompei.

Sala Gregorietti. Ambiente adibito a sala lettura per i parlamentari, sul soffitto l'affresco raffigurante l'Allegoria della Primavera decorato dal palermitano Salvatore Gregorietti.

Sala Cinese. Ambiente ispirato alle mete orientali nel periodo coloniale quali la Cina, tipica della moda esotica in voga presso molte corti d'Europa, decorazione caratterizzata dalla presenza di ideogrammi riprodotti sugli architravi delle porte e finestre. Realizzata da Giuseppe Patricolo, questo genere di ambienti si prestavano a svariate funzioni, quali sale di rappresentanza o da semplici ambienti riservati al convivio.

Salottino Savoia.

Salottino del Monetario. L'ambiente consente la visione d'insieme di tutto il piano. La denominazione è dovuta alla presenza del pregevole, grande stipo monetiere in legno ebanizzato a due corpi, decorato con formelle in vetro dipinto con scene bibliche, tarsie in tartaruga di fiume, colonne tortili laccate in rosso finta tartaruga e decori in bronzo di fattura siciliana della fine del XVII secolo. L'olio su tela custodito raffigura il Piano Palazzo nel 1760, il disegno di Pietro Martorana su cartoncino ad acquarello e tempera evidenzia la Campagna palermitana ove fu costruita la casina dei Lombardo, ovvero la costruzione rilevata da Ferdinando III di Borbone al suo arrivo da Napoli nel dicembre del 1798, edificio divenuto la Palazzina Cinese con la tenuta di caccia e il Reale Parco della Favorita.

Salottino del Presidente.

Sala della Preghiera. Ambiente attiguo alla Sala Ruggero, altrimenti detto Cappella della Regina o Carolina, delizioso esempio del neogotico siciliano con stucchi bianchi e oro. La pala d'altare è un olio su tela raffigurante la Madonna con Gesù e San Giovanni di gradevole fattura siciliana della prima metà XIX secolo, opera di Pasquale Sarullo. Un Cristo in avorio risalta su una croce in tartaruga e la base impiallacciata in palissandro, d'artista siciliano di fine 1700. Completano le decorazioni due dipinti, olio su tela della scuola emiliana del XVIII secolo, raffiguranti rispettivamente Tobiolo e il padre cieco e Agar e l'angelo.

Sala dei Paesaggi Siciliani. L'ambiente in epoca normanna faceva parte dell'appartamento privato del sovrano. Nella prima metà dell'Ottocento fu anticamera dell'appartamento utilizzato dai sovrani Borboni. Al tempo dei Savoia fu utilizzata come salotto e vi furono collocati le due grandi tele raffiguranti paesaggi siciliani: i Ruderi del Tempio di Giove a Siracusa di Ettore De Maria Bergler e le Mura fenicie di Erice di Michele Cortegiani ora in sala della preghiera. I dipinti furono acquistati da re Umberto I in occasione dell'esposizione Nazionale di Palermo nel 1891.

Sala Bianca. Ambiente utilizzato come Sala Stampa, è caratterizzato dal riquadro affrescato raffigurante l'Allegoria della prosperità e delle arti di Giuseppe Velasco che lavorò a palazzo durante la permanenza dei Borboni in Sicilia.

Sala dei Venti

Antica cappella di Santa Maria Superiore fatta edificare da Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia nel 1071, convertita ad uso profano nel 1520. Restauri della Sala delle Quattro Colonna, così denominata nel XVI secolo quando fu decorata con vetrate colorate da Simone de Wobreck, autore nel 1560 del dipinto Pittura dell'isola di Sicilia, opera documentata nella reggia.

Dopo l'insediamento nel 1713, Vittorio Amedeo II di Savoia ne fa scoperchiare il tetto sistemando al centro della volta lignea a lucernario la Rosa dei venti. In epoca borbonica vi sono documentati l'Appartamento dei marmi e quello di S.A.R. il principe ereditario.

Ambiente interno tra i più suggestivi ed affascinanti del Palazzo. Inglobato nella Torre Joharia è coevo, adiacente e comunicante con la Stanza di Ruggero, sintesi del passaggio di più culture. Proprio la collocazione ne determinò i lievi interventi successivi. Alle pareti è collocato un olio su tela raffigurante la Negazione di Pietro, opera firmata e datata di Filippo Paladini nel 1613.

Sala re Ruggero

Voluta da Ruggero II di Sicilia fu ricavata nella Torre Pisana, l'ala più antica del palazzo con accesso dalla Sala dei Venti. I mosaici delle stupende decorazioni parietali furono commissionati dal figlio Guglielmo I d'Altavilla detto il Malo. Verosimilmente coeve agli ornamenti delle navate laterali della Cappella Palatina, sono improntate allo stesso stile riscontrabile nei cicli musivi della chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio detta «la Martorana» e della cattedrale di Santa Maria Nuova di Monreale, ma se ne discostano come temi.

Colonnine angolari delimitano alti rivestimenti in marmo sovrastati da ampie superfici a mosaico di grande pregio raffiguranti elementi vegetali (palme e banani) e scene di carattere aulico e venatorio, simboli del potere normanno. Sono raccontate con grande dedizione nell'esecuzione battute di caccia con arcieri e cervi, rappresentati pavoni, cigni, oltre i mitologici centauri, grifi e altri animali esotici tra cui leopardi e tigri fra lussureggiante vegetazione, sottile allusione al Parco del Genoardo, tutto nel tentativo di mostrare un'allegoria della corte normanna. Caratteristica le figure a coppie simmetriche e speculari, arabeschi e girali dall'effetto caleidoscopico immersi in motivi fitomorfi e zoomorfi. Le raffinate rappresentazioni dai canoni sontuosi ma con accenti di rigidità, delineano la chiarissima matrice greco-bizantina dell'opera combinata con l'influenza pittorica dell'Oriente persiano.

La decorazione centrale della volta della sala risale invece al periodo successivo di Federico II, come testimoniato dalla rappresentazione dell'aquila sveva.

Sala Rossa

Era parte dell'originaria Galleria del Palazzo. Sulla volta, l'opera attribuita a Benedetto Codardi raffigurante: l'Apoteosi del lavoro, dell'agricoltura, delle arti e delle scienze. La sala era usata per le udienze dei Viceré e al tempo dei re borbonici diventò la Sala del Trono. Oggi è ambiente istituzionale spesso utilizzato per le riunioni dei capigruppo.

Sala Gialla

Altra sezione dell'antica Galleria, adibita a Sala da ballo dai Borboni e dai Savoia, è altrimenti nota come Sala degli Specchi. Deve il suo nome alle pareti rivestite di damasco giallo. In epoca vicereale era utilizzata come sala delle feste, dei ricevimenti e dei balli.

Le opere della volta furono realizzate nella prima metà dell'Ottocento da Giuseppe Patania con La consegna della Città da parte dei Musulmani, da Giuseppe Patricolo con La presa di Palermo da parte dei Normanni, da Vincenzo Riolo con Il ritorno di Nicodemo al soglio vescovile di Palermo, per rispetto e riconoscimento dei valori della cultura araba non sono rappresentati eventi sanguinosi, ma incontri pacifici. Dieci bassorilievi in gesso, eseguiti probabilmente dal siciliano Nunzio Morello, raffiguranti la conquista e l'ingresso vittorioso in città del conte Ruggero, completano le decorazioni. La sala è oggi sede di importanti incontri culturali.

Sala Verde

Altra sala del piano parlamentare, confinante con la sala Gialla. Durante il 1283 si ha la prima attestazione di Ramon Muntaner della Sala Verde ubicata dal lato della «Porta di San Michele», ambiente destinato agli spettacoli pubblici ubicato ove verosimilmente in epoca romana sorgeva l'anfiteatro. È utilizzata come sede di commissione.

Cappella Palatina

Dalla loggia del primo livello del Cortile Maqueda si può accedere alla Cappella Palatina. Essa è una basilica a tre navate dedicata ai Santi Pietro e Paolo, un luogo di culto edificato per volere di Ruggero II, e consacrato il 28 aprile 1140, con funzione di cappella privata della famiglia reale.

La parte superiore della cupola, delle pareti del transetto e delle absidi sono interamente decorate da mosaici bizantini, tra i più importanti della Sicilia, raffiguranti il Cristo Pantocratore, gli Evangelisti e scene bibliche varie. I mosaici di datazione più antica sono quelli della cupola, risalenti alla costruzione originaria del 1143. Accanto al Cristo Pantocratore sono raffigurati le gerarchie di angeli ed arcangeli, profeti, santi e gli Evangelisti. Sulle arcate del presbiterio troviamo raffigurazioni dell'Annunciazione e della Presentazione al Tempio, mentre nel catino dell'abside è raffigurato un Cristo benedicente. Di epoca posteriore (1154-66 circa) sono i mosaici recanti iscrizioni latine che ornano la navata centrale, contenenti rappresentazioni di episodi tratti dal Vecchio Testamento; ancora più tardi sono quelli delle navatelle, con le Storie di San Pietro e San Paolo.

All'inizio della navata è collocato l'imponente trono reale rivestito di mosaici, mentre vicino al santuario, sulla destra, troviamo il ricco ambone mosaicato, sostenuto da colonne striate, e un superbo candelabro pasquale (alto m. 4.50), intagliato a foglie d'acanto con figure e animali. Tutte queste opere, risalenti al XII secolo, combinano elementi romanici, arabi e bizantini. Il soffitto in legno della navata centrale e le travature delle navate minori sono decorate con intagli e dipinti di stile arabo. In ogni spicchio sono presenti stelle lignee con rappresentazioni di animali, danzatori e scene di vita della corte islamica. Il soffitto a cassettoni e muqarnas, del 1143, presenta iscrizioni cufiche.

Danneggiata dal terremoto del settembre 2002, la Cappella fu sottoposta a restauri, conclusi nel luglio 2008.

Sale Duca di Montalto

Formata da molteplici ambienti che si trovano al piano terra e nel seminterrato, a fianco e sotto il Cortile Maqueda. Nel 1553 i viceré decisero di trasferire la propria residenza dal Castello a Mare al Palazzo Reale, dove di conseguenza furono realizzate grandi opere di ristrutturazione. Il piano seminterrato fu destinato a essere un deposito per le munizioni. Nel 1637 il Presidente del regno Don Luigi Moncada, duca di Montalto, fece affrescare a Vincenzo La Barbera, Giuseppe Costantino, Gerardo Astorino e Pietro Novelli, i più valenti artisti del tempo, l'antico deposito delle munizioni, trasformandolo in sala delle udienze estive del Parlamento siciliano.

Il grande ambiente subì un'ulteriore modifica dopo il 1798, quando - sotto Ferdinando di Borbone - divenne sede delle scuderie. Fra le opere superstiti è di particolare rilievo l'affresco, eseguito dal Novelli assieme a Figure allegoriche, effigiante Pietro Moncada, avo del duca di Montalto, i cui frammenti superstiti staccati, trasferiti su tela e restaurati, si possono ammirare nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis. Oggi le sale ospitano mostre d'arte.

Altri ambienti

Innumerevoli sono gli ambienti ricavati nei vari livelli del palazzo. Un breve elenco fra i più interessanti:

Ala Moncada.

Cortile della Fontana, realizzato da Camillo Camilliani (1581 - 1584) sull'area dell'ex Torre Chirimbi, sopraelevato rispetto al Cortile Maqueda e di qualche decennio anteriore.

Cortile Maqueda: struttura con portico intero e due elevazioni di logge:

livello interrato, depositi trasformati in Sale Duca di Montalto;

livello terra con accesso alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, Scalone d'onore;

1º livello loggia con accesso alla Cappella Palatina, passaggio al Cortile della Fontana;

2º livello loggia con accesso ai Parlamenti generali del Regno.

Cripta: scendendo dalla Palatina da due scale simmetriche si accede alla chiesa inferiore di Santa Maria delle Grazie, realizzata dai normanni, con la camera sepolcrale realizzata per il sarcofago di Guglielmo I.

Mura Puniche. Le mura puniche databili intorno al V secolo a.C. sono state rinvenute nel 1984, esse rappresentano la più antica sezione stratigrafica di tutta l'area occupata dal Palazzo dei Normanni. Interessante è la postierla perfettamente conservata ed utilizzata nell'antichità per gestire gli accessi all'interno della paleapolis. Nel 2021 l'itinerario archeologico è stato definitivamente aperto al pubblico con un allestimento museale dove sono esposti reperti punici, islamici e normanno-svevi recuperati durante gli scavi del 1953 e del 1984. Di particolare importanza il corredo funerario completo di epoca punica, le monete di Caracalla e la pietra di paragone

Porta di San Michele.

Sala degli Armigeri.

Segrete. Le segrete o Prigioni Politiche ubicate allo stesso livello della chiesa inferiore sottostante la Cappella Palatina e come essa in origine di fase arabo-normanna, si articolano sotto il Cortile della Fontana. La sala rettangolare, la più vasta di tali ambienti, è quella dalla quale deriva il nome di segrete, visto il ritrovamento negli anni ottanta di taluni graffiti, raffiguranti navi stilisticamente di gusto vichingo.

Stanza dei Tesori.

Sala Formica. Una delle stanze dell’appartamento di Carlo III di Borbone.

Biblioteca reale

Scala Bianca.

Sale di Torre di Porta Nuova

Scalone Rosso.

Scalone d'onore.

Via Coperta. Antica Ruga Magna Coperta d'epoca normanna, il cui percorso protetto, seguiva lo sviluppo delle primitive fortificazioni puniche.

La fabbriceria

Oltre ai dipinti e i quadri che nel corso dei secoli hanno addobbato la stanze del palazzo, dal 1947 a oggi l'Ars ha periodicamente acquistato delle opere d'arte con cui hanno arredato i propri uffici.

Nel 2010, per la catalogazione, conservazione e restauro di questo patrimonio, è stata istituita una "fabbriceria".

Tra le opere ottocentesche vi sono quadri di Francesco Lojacono, Antonino Leto e Ettore De Maria Bergler; tra quelle del Novecento troviamo litografie di Joan Miró e Henri Matisse e dipinti di Renato Guttuso, Croce Taravella e Bruno Caruso.

L'ala ovest

L'ala ovest del palazzo, insieme alla Porta Nuova, è assegnata all'Esercito Italiano. Sede dal 1870 del Distretto militare (oggi Centro Documentale di Palermo a piazza Indipendenza), dal secondo dopoguerra ospita la sede del Comando Militare Esercito "Sicilia".

Dal 2007 al 2015 ha ospitato anche il Comando Regione Militare "Sud".

Nel 2018, dopo 20 anni di chiusura, sono stati ristrutturati e riaperti i locali del Centro Operativo dell'allora Regione Militare della Sicilia, che dagli anni ottanta occupa l'interno della "Cavallerizza di Presidio" di Palazzo Reale.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza del Parlamento 1
Orari
Mo-Sa 08:15-17:45; Su 08:15-13:00
Telefono
+39 091 626 2833
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.federicosecondo.org

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chiesa di San Cataldo

Museo religioso · Palermo

chiesa di San Cataldo

La chiesa di San Cataldo è un luogo di culto cattolico di Palermo, eretta nel XII secolo e situata nei pressi di piazza Bellini.

== Storia ==

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L'edificio, fondato da Maione di Bari negli anni in cui era grande ammiraglio di cioè fra il 1154 e il 1160, venne successivamente affidato ai benedettini di Monreale, che lo custodirono fino al 1787.

Nel 1882, dopo varie vicissitudini che videro la chiesa inglobata in una struttura neoclassica ad opera dell'architetto Alessandro Emmanuele Marvuglia e trasformata persino in ufficio postale, venne interamente restaurata da Giuseppe Patricolo e restituita alla rigorosa struttura architettonica originaria.

La chiesa di San Cataldo è utilizzata molto frequentemente come testimonial dell'immagine monumentale di Palermo, in particolare della città in età normanna, per la sua peculiarità di stili presenti (orientale e occidentale). La fondazione della chiesa viene collocata abitualmente negli anni immediatamente successivi alla metà del XII secolo. La realizzazione è tradizionalmente attribuita a Maione da Bari. All'assassinio del Maione, avvenuto nel 1160, le sue proprietà furono vendute a Silvestro, quindi suo figlio Guglielmo le mise in vendita insieme allo jus di una cappella "in predictis domibus costructa", chiaramente identificabile nel San Cataldo, poiché la stessa chiesa era stata utilizzata per dare sepoltura alla piccola sorella Matilda, morta nel 1161, come si ricava dall'iscrizione che ancora oggi è visibile sopra una delle pareti interne della chiesa, nei pressi dell'ingresso

Tornando al possibile ruolo ricoperto nella vicenda da Maione da Bari, la sua origine pugliese potrebbe in realtà spiegare sia la scelta della titolazione stessa a San Cataldo, vescovo di Taranto, sia la scelta dell'impianto architettonico adottato nella chiesa, risolto in copertura attraverso la sequenza in asse di tre cupole.

Pur essendo concessa sin dal 1182 all'arcivescovo di Monreale, tale fatto non ha impedito che le radicali trasformazioni operate, durante i secoli successivi, nel piano del Pretore e del suo immediato intorno determinassero una sorta di "fagocitazione" della chiesa all'interno dei nuovi corpi di fabbrica ivi realizzati, soprattutto dopo il taglio della via Maqueda.

È molto plausibile che San Cataldo abbia mantenuto la propria configurazione fino alla fine del XVII secolo, quando l'Arcivescovo di Monreale Giovanni Roano si fece promotore nel 1679 della “ristorazione e degli abbellimenti” dell'edificio, opere ricordate in un'iscrizione ancora visibile, sopra la porta di ingresso.

È proprio la realizzazione all'inizio del XIX secolo della nuova sede della regia Posta, inglobando al suo interno la chiesa di San Cataldo e le sue dipendenze, a determinare il futuro della cappella normanna. Nel 1867 la direzione della Posta decise l'utilizzazione anche della cappella per lo svolgimento di alcune mansioni, destinandola all'ufficio per la distribuzione della corrispondenza.

Il progetto di Giuseppe Patricolo (1882) doveva consistere in un'azione di totale ripristino stilistico dell'opera. I lavori furono completati nei primi mesi del 1885, quando anche il problema del rivestimento delle cupole era stato risolto apponendo una rifinitura in intonaco di colore rosso scuro. Questo colore, che caratterizza altri monumenti normanni palermitani, è, dunque, un'invenzione ottocentesca.

La complessa e radicale opera di restauro guidata dal Patricolo aveva condotto la chiesa di San Cataldo ad acquisire una configurazione forse mai avuta nella sua storia: l'edificio era stato, infatti, completamente liberato su tutti i fronti dalle costruzioni annesse, mentre risulta evidente che anche in origine la cappella fosse congiunta ad altri corpi di fabbrica. Ancora oggi l'edificio che possiamo apprezzare è sostanzialmente la fabbrica architettonica restituita dall'opera del Patricolo, anche se dobbiamo registrare alcune trasformazioni operate sia all'interno della chiesa sia nell'immediato intorno durante il XX secolo. Il primo di tali interventi è riconducibile all'acquisizione della chiesa da parte dei cavalieri del Santo Sepolcro, che nel 1937 restaurarono e riconsegnarono al culto la cappella, come riportato nella lapide posta sulla parete meridionale all'interno della chiesa:

Le opere intraprese in tale circostanza riguardarono la collocazione negli alveoli di spigolo delle absidi di colonnine marmoree, che infatti ancora oggi presentano nel capitello il simbolo crociato dei cavalieri, e la chiusura con infissi a transenna delle finestre.

Il secondo intervento riguarda la demolizione dell'edificio seicentesco prospiciente la via Maqueda, danneggiato dai bombardamenti del 1943 e rimosso, infine, nel 1948. In seguito a tale demolizione, ai piedi del basamento su cui spicca oggi la chiesa, è stato ricavato uno slargo, in cui è stato messo in luce un frammento delle antiche mura urbane di età punica.

La pavimentazione a tarsie marmoree e lastre di porfido e serpentino, per quanto integrata da restauri, conserva ancora sostanzialmente la sua preziosa conformazione originaria.

La chiesa di San Cataldo è affidata all'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme - luogotenenza Italia Sicilia / Sezione di Palermo ed è aperta al pubblico.

L'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, storicamente, risulta essere il più antico degli ordini sacri e militari dovendosi ricollegare all'iniziale affidamento del Santo Sepolcro ad un gruppo di venti “frates” per la sua custodia e che, all'occorrenza, avrebbero anche dovuto impugnare le armi per la Sua difesa.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità (UNESCO) nell'ambito dell'"Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale".

Architettura navate

L'esterno presenta un compatto paramento murario in arenaria addolcito da intagli di arcate cieche e ghiere traforate, di influenza islamica. In alto s'impongono i profili solenni di tre cupole rosse (con calotta liscia, emisferica e rialzata) poste in contrasto cromatico con la severa monocromia delle pareti.

L'interno presenta tre corte navate - di cui quella centrale è scandita dalla sequenza ritmica delle tre cupolette - separate da colonne.

Galleria d'immagini
OESSH

Luoghi sacri di Sicilia custoditi dall'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme:

Chiesa di Sant'Andrea a Piazza Armerina

Oratorio di Santa Caterina d'Alessandria di Palermo

Chiesa capitolare di San Giuliano di Catania.

Chiesa dell'Immacolata Concezione o dell'Immacolatella di Trapani

Chiese a vario titolo correlate all'Ordo Equestris Sancti Sepulcri Hierosolymitani (OESSH):

Informazioni pratiche

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catacombe dei Cappuccini

Museo etnografico · Palermo

catacombe dei Cappuccini

Il convento dei Cappuccini a Palermo, nel quartiere Cuba, è annesso alla chiesa di Santa Maria della Pace. Chiesa e convento risalgono al XVI secolo, benché edificati su strutture precedenti. Nel sotterraneo si trovano le famose catacombe dei Cappuccini in stile gotico, così chiamate ma in realtà cimitero e non catacomba, cioè luogo di culto e riunione paleocristiana.

== Descrizione ==

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Il convento è conosciuto in tutto il mondo per la presenza nei suoi sotterranei di un vasto cimitero che attira la curiosità di numerosi turisti, fin dai secoli scorsi tappa obbligata del Grand Tour (fu visitato anche da Guy de Maupassant). Le gallerie furono scavate alla fine del XVI secolo in stile gotico con copertura a volte a crociera ogivali costolonate e a volta ogivale; queste formano un ampio cimitero di forma rettangolare. Le salme ivi presenti non sono mai state inventariate, ma si è calcolato che debbano raggiungere la cifra di circa 8.000.

Le mummie, in piedi o coricate, vestite di tutto punto, sono divise per sesso e categoria sociale, anche se la maggior parte di esse appartengono ai ceti alti, poiché il processo di imbalsamazione era costoso. Nei vari settori si riconoscono: prelati, commercianti e borghesi nei loro vestiti "della domenica", ufficiali dell'esercito in uniforme di gala, giovani donne vergini, decedute prima di potersi maritare, vestite con il loro abito da sposa, gruppi familiari disposti in piedi su alte mensole delimitate da sottili ringhiere simili a balconate, bambini, ecc.

Numerose salme appartengono comunque a frati dell'ordine dei Cappuccini stessi: il primo a essere stato inumato all'interno delle catacombe fu infatti frate Silvestro da Gubbio il 16 ottobre del 1599. La sua salma è la prima sulla sinistra subito dopo l'ingresso.

Il metodo di imbalsamazione prevedeva prima di tutto di far "scolare" la salma per circa un anno, dopo averle tolti gli organi interni. Quindi il corpo, più o meno rinsecchito, veniva lavato con aceto, riempito di paglia e rivestito con i suoi abiti. Altri metodi, utilizzati specialmente in periodi di epidemie, prevedevano un bagno di arsenico o di acqua di calce.

Entrando a sinistra, in fondo al primo corridoio, sulla destra, vi sono imponenti monumenti sepolcrali, fra cui il più grande è quello di Giuseppe Grimau (morto nel 1755).

Una delle mummie più note è quella del campagnolo Antonino Prestigiacomo, morto nel 1844 all'età di 50 anni e imbalsamato con arsenico per via endovasale.

Quando a metà Ottocento le disposizioni sanitarie vietarono le sepolture nelle chiese e nei sotterranei, fu eretto a fianco della chiesa il cimitero dei Cappuccini.

Mummia di Rosalia Lombardo

Tra le salme delle Catacombe dei Cappuccini è particolarmente nota quella di Rosalia Lombardo, visibile nella Cappella di Santa Rosalia in fondo al primo corridoio, sulla sinistra. Nata a Palermo il 13 dicembre 1918 e ivi morta di polmonite il 6 dicembre 1920 all’età di 2 anni, la bambina è stata una delle ultime persone a essere ammesse alla sepoltura nella cripta. L'imbalsamazione, fortemente voluta dal padre affranto, fu curata dal professor Alfredo Salafia, lo stesso che imbalsamò Francesco Crispi.

Come si è scoperto solo nel 2009 grazie a studi compiuti sugli appunti di Salafia, per l'operazione fu utilizzata una miscela composta da formalina, per uccidere i batteri, alcool, che avrebbe contribuito alla disidratazione, glicerina, per impedire l'eccessivo inaridimento, acido salicilico, che avrebbe impedito la crescita dei funghi, e sali di zinco, che conferiscono rigidità. La bambina appare intatta (infatti attraverso una radiografia accurata si può notare che anche l'intero corpo della piccola è perfettamente integro, si possono vedere chiaramente gli emisferi cerebrali e il fegato) tanto da destare l'impressione che stia dormendo, e da meritare il soprannome di Bella addormentata.

Nonostante il processo di mummificazione, nel corso degli anni il corpo ha iniziato a presentare piccoli segni di decomposizione. È stato quindi necessario collocare la storica bara all'interno di una teca ermetica di acciaio e vetro, satura di azoto, che impedisce la crescita di microrganismi, tenuta alla temperatura costante di 20 °C e con umidità del 65%.

Analoghi cimiteri in Sicilia

Oltre alle note catacombe dei Cappuccini di Palermo e alla serie di S. Maria della Grazia di Comiso, si ricordano i siti di Savoca, Piraino, Santa Lucia del Mela, Novara di Sicilia e Militello Rosmarino, tutti localizzati nella porzione nord-orientale dell'isola (provincia di Messina), oltre alle piccole catacombe dell'Eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano di Quisquina (provincia di Agrigento).

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Su 09:00-12:00, 15:00-17:30
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.catacombefraticappuccini.com

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chiesa di San Giovanni degli Eremiti

Chiesa · Palermo

chiesa di San Giovanni degli Eremiti

La chiesa di San Giovanni degli Eremiti è una chiesa cattolica situata a Palermo, in Sicilia; è monumento nazionale.

== Storia della chiesa ==

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La chiesa, costruita secondo i canoni dell'architettura siculo-normanna, è romanica, ma esternamente ricorda edifici orientali. Tale richiamo all'Oriente viene ancor più enfatizzato dalle cupole di colore rosso acceso, restaurate nell'Ottocento dell'architetto Giuseppe Patricolo, secondo un'interpretazione del colore originale basata su antiche tracce di intonaco di color rosso cupo.

581, San Gregorio Magno e la madre Santa Silvia sono annoverati tra i promotori e fondatori del luogo di culto. Il monastero appartiene all'Ordine benedettino prima sede Abbaziale della Congregazione Benedettina in Sicilia.

VII secolo, Agatone, futuro Papa, veste l'abito monastico in questo monastero.

842, Distruzione del monastero da parte saracena.

1132, Edificazione operata da re Ruggero con affido del monastero a Guglielmo da Vercelli fondatore dell'Ordine di Montevergine. In questa fase il primitivo monastero di Sant'Ermete è dedicato a San Giovanni Apostolo ed Evangelista. Adiacente al monastero sorgeva la chiesa di San Mercurio (in greco Ermes), per la vita eremitica dei monaci pertanto definiti romiti, per assonanza o storpiatura o contaminazione verbale col termine Ermete, il luogo di culto ricostruito diviene noto come monastero di San Giovanni degli Eremiti. Con la ricostruzione di Ruggero assume il titolo di «Reale» e riceve le concessioni di numerosi privilegi.

1157 - 1163, L'Abate Giovanni Nusco discepolo di Guglielmo fonda numerosi monasteri dipendenze del monastero di San Giovanni degli Eremiti, egli conclude la parabola terrena presso uno di essi ovvero nelle pertinenze della Prioria di Santa Maria del Bosco Adriano di Burgio.

Nel corso dei secoli la chiesa ha subito alcune manomissioni che tuttavia non hanno in alcun modo intaccato l'edificio interno. Sovrapposizioni sono state eliminate intorno al 1880, dall'architetto Giuseppe Patricolo, che ne volle ripristinare l'aspetto originale.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità (UNESCO) nell'"Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale".

Descrizione

La chiesa, caratterizzata all'esterno dalle cupole di colore rosso, appoggiata con un fianco ad un corpo quadrato anteriore, è realizzata a croce commissa divisa in campate quadrate su ciascuna delle quali poggia una semisfera. Il presbiterio, terminante in nicchia, è sormontato da una cupola, come quella dei due corpi quadrangolari che la fiancheggiano e di cui quello di sinistra si eleva a campanile.

Il chiostro, abbellito da un lussureggiante giardino, è la parte meglio conservata del primitivo monastero: spiccano per bellezza e leggerezza le colonnine binate con capitelli a foglie d'acanto che reggono archi ogivali a doppia ghiera. Vi si trova inoltre una cisterna araba.

Oggi l'edificio presenta una nuda cortina muraria fatta con conci di tufo squadrati; l'interno ha tre absidi semicircolari ed è suddiviso in cinque campate quadrate coperte da cupolette che si raccordano alle pareti tramite nicchie.

Opere documentate

XV secolo, San Giovanni Evangelista, dipinto, opera documentata di Tommaso De Vigilia.

Oratorio

Oratorio di San Mercurio: sul cortile si prospetta l'edificio sede della Compagnia della Madonna del Deserto altrimenti detta Compagnia della Madonna della Consolazione in San Mercurio, fondata nel 1572.

Informazioni pratiche

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La Zisa

Museo di un ente pubblico · Palermo

La Zisa

Il palazzo della Zisa (dall'arabo al-ʿAzīza, ovvero "la splendida") sorge fuori quelle che erano le mura della città di Palermo, all'interno del parco reale normanno, il Genoardo (dall'arabo Jannat al-arḍ ovvero "giardino" o "paradiso della terra"), che si estendeva con splendidi padiglioni, rigogliosi giardini e bacini d'acqua da Altofonte fino alle mura del palazzo reale. L'etimologia della Zisa ci viene spiegata da Michele Amari che, nella sua Storia dei musulmani di Sicilia così scriveva:

== Storia ==

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Le prime notizie, indicanti il 1165 come data d'inizio della costruzione della Zisa, sotto il regno di Guglielmo I (detto "Il Malo"), ci sono state tramandate da Ugo Falcando nel Liber de regno Sicilie. Sappiamo da questa fonte che nel 1166, anno della morte di Guglielmo I, la maggior parte del palazzo era stata costruita «mira celeritate, non sine magnis sumptibus» (lett. «con straordinaria velocità, non senza ingenti spese») e che l'opera fu portata a termine dal suo successore Guglielmo II (detto "Il Buono") (1172-1184), subito dopo la sua maggiore età.

L'appellativo Mustaʿizz è riferito, secondo Michele Amari, a Guglielmo II, anche in un'iscrizione in caratteri naskhī nell'intradosso dell'arcata d'accesso alla Sala della Fontana.

Un'altra iscrizione, invece, ben più famosa – in caratteri cufici – è tutt'oggi conservata nel muretto d'attico del palazzo, tagliata ad intervalli regolari nel tardo medioevo, quando la struttura fu trasformata in fortezza. Alla luce di queste fonti, la maggior parte degli studiosi sono concordi nel fissare al 1175 la data di completamento dei lavori del solatium reale.

Fino al XVII secolo il palatium non venne sostanzialmente modificato, come ci testimonia la descrizione del 1526 fatta dal monaco bolognese Leandro Alberti, il quale visitò la Zisa in quell'anno. Significativi interventi di restauro si ebbero negli anni 1635-36, quando Giovanni de Sandoval e Platamone, cavaliere dell'Alcantara, marchese di San Giovanni la Mendola, príncipe di Castelreale, signore della Mezzagrana e della Zisa, acquistò la Zisa, adattandola alle nuove esigenze abitative. In occasione di questi lavori fu aggiunto un altro piano, chiudendo il terrazzo, e si costruì, nell'ala destra del palazzo, secondo la moda dei tempi, un grande scalone, resecando i muri portanti e distruggendo le originarie scale d'accesso.

Successivamente, nel 1806, la Zisa pervenne ai Principi Notarbartolo, rappresentanti della più antica nobiltà siciliana ed eredi della Casa Ducale dei Sandoval de Leon, che ne fecero propria residenza effettuando diverse opere di consolidamento, quali il risarcimento di lesioni sui muri e l'incatenamento degli stessi per contenere le spinte delle volte. Venne trasformata la distribuzione degli ambienti mediante la costruzione di tramezzi, soppalchi, scalette interne e nel 1860 fu ricoperta la volta del secondo piano per costruire il pavimento del padiglione ricavato sulla terrazza.

Nel 1955 il palazzo fu espropriato dallo Stato, e i lavori di restauro, iniziati immediatamente, vennero poco dopo sospesi. Dopo un quindicennio d'incuria ed abbandono nel 1971 alcune parti dell'ala destra, compromesse strutturalmente dai lavori del Sandoval e dagli interventi di restauro, crollarono.

Il progetto di restauro filologico e per la fruizione venne affidato a Giuseppe Caronia, il quale, dopo circa vent'anni di lavoro e rilettura integrale, nel giugno 1991 restituì alla storia uno dei monumenti più belli e suggestivi della civiltà siculo-normanna. Durante l'opera di restauro Caronia invitò più volte a visitare il cantiere il direttore editoriale della casa editrice Laterza, Enrico Mistretta, che al termine dei lavori fece raccogliere un ampio materiale illustrativo a documentazione delle varie fasi del restauro, materiale adeguatamente commentato dallo stesso Caronia, pubblicando quindi nel 1982 un volume di grande formato.

Dal 1991 la Zisa ospita il Museo d'arte islamica. Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità (UNESCO) nell'ambito dell'"Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale". Il titolo nobiliare di Principe di Castelreale fu creato dai Re di Spagna per i proprietari del castello: fu concesso inizialmente ai Sandoval con apposito privilegio del 1672, e in seguito passò con titoli e beni ai Notarbartolo di Sciara, eredi dei Sandoval.

Descrizione

Il palazzo della zisa, concepito come dimora estiva dei re, rappresenta uno dei migliori esempi del connubio di arte e architettura normanna con ambienti tipici della casa normanna (compresa la doppia torre cuspidata) e decorazioni e ingegnerie arabe per il ricambio d'aria negli ambienti. Si tratta di un edificio rivolto a nord-est, cioè verso il mare per meglio godere delle brezze più temperate, specialmente notturne, che venivano captate dentro il palazzo attraverso i tre grandi fornici della facciata e la grande finestra belvedere del piano alto. Questi venti, inoltre, venivano inumiditi dal passaggio sopra la grande peschiera antistante il palazzo e la presenza di acqua corrente all'interno della Sala della Fontana dava una grande sensazione di frescura. L'ubicazione del bacino davanti al fornice d'accesso, infatti, è tutt'altro che casuale: esso costituiva una fonte d'umidità al servizio del palazzo e le sue dimensioni erano perfettamente calibrate rispetto a quelle della Zisa. Anche la dislocazione interna degli ambienti era stata condizionata da un sistema abbastanza complesso di circolazione dell'aria che attraverso canne di ventilazione, finestre esterne ed altri posti in riscontro stabilivano un flusso continuo di aria.

La stereometria e la simmetria del palazzo sono assolute. Esso è orizzontalmente distribuito in tre ordini, il primo dei quali al piano terra è completamente chiuso all'esterno, fatta eccezione per i tre grandi fornici d'accesso. Il secondo ordine è segnato da una cornice marcapiano che delinea anche i vani delle finestre, mentre il terzo, quello più alto, presenta una serie continua di arcate cieche. Una cornice con l'iscrizione dedicatoria chiudeva in alto la costruzione con una linea continua. Si tratta di un'iscrizione in caratteri cufici, molto lacunosa e priva del nome del re e della data, che è tuttora visibile nel muretto d'attico del palazzo. Questa iscrizione venne, infatti, tagliata ad intervalli regolari per ricavarne merli nel momento in cui il palazzo fu trasformato in fortezza.

Il piano terra del palazzo è costituito da un lungo vestibolo interno che corre per tutta la lunghezza della facciata principale sul quale si aprono al centro la grande Sala della Fontana, nella quale il sovrano riceveva la corte, e ai lati una serie di ambienti di servizio con le due scale d'accesso ai piani superiori. La Sala della Fontana, di gran lunga l'elemento architettonico più caratterizzante dell'intero edificio, ha una pianta quadrata sormontata da una volta a crociera ogivale, con tre grandi nicchie su ciascuno dei lati della stanza, occupate in alto da semicupole decorate da muqarnas (decorazioni ad alveare). Nella nicchia sull'asse dell'ingresso principale si trova la fontana sormontata da un pannello a mosaico su fondo oro, sotto il quale scaturisce l'acqua che, scivolando su una lastra marmorea decorata a chevrons posta in posizione obliqua, viene canalizzata in una canaletta che taglia al centro il pavimento della stanza e che arriva alla peschiera antistante. In questo ambiente sono ancora visibili i resti di affreschi parietali realizzati nel Seicento dai Sandoval.

Il primo piano si presenta di dimensioni più piccole, poiché buona parte della sua superficie è occupata dalla Sala della Fontana e dal vestibolo d'ingresso, che con la loro altezza raggiungono il livello del piano superiore. Esso è costituito a destra e a sinistra della Sala della Fontana dalle due scale d'accesso che si aprono su due vestiboli. Questi si affacciano con delle piccole finestre sulla parte alta della Sala, affinché, anche dal piano superiore, si potesse osservare quanto accadeva nel salone di ricevimento. Questo piano costituiva una delle zone residenziali del palazzo ed era destinato molto probabilmente alle donne.

Il secondo piano constava originariamente di un grande atrio centrale delle stesse dimensioni della sottostante Sala della Fontana, di una contigua sala belvedere che si affaccia sul prospetto principale e di due unità residenziali poste simmetricamente ai lati dell'atrio. Questo piano dovette certamente assolvere alla funzione di luogo di soggiorno estivo privato, dal momento che l'atrio centrale scoperto apriva questo luogo all'aria ed alla luce.

Facevano parte del complesso monumentale normanno anche un edificio termale, i cui resti furono scoperti ad ovest della residenza principale durante i lavori di restauro del palazzo, ed una cappella palatina posta poco più ad ovest, lungo la via oggi nominata dei Normanni. Costruita nel XII secolo, la Cappella Palatina della Santissima Trinità presso il Palazzo della Zisa è documentata già sotto il regno di Guglielmo II di Sicilia come Cappella Palatina della residenza. È utilizzata come sacrestia della Chiesa di Gesù, Maria e Santo Stefano alla Zisa, appartiene alla parrocchia della Chiesa dell'Annunziata.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Zisa
Orari
Mo-Sa 09:00-18:30; Su 09:00-13:00
Telefono
+39 091 652 0269
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ponte dell'Ammiraglio

Ponte stradale · Palermo

ponte dell'Ammiraglio

Il ponte dell'Ammiraglio è un ponte a dodici arcate di epoca arabo-normanna visibile dall'attuale corso dei Mille a Palermo, dal 2015 Patrimonio dell'umanità protetto dall'UNESCO come parte della Palermo arabo-normanna.

== Storia ==

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Fu completato intorno al 1131 per volere di Giorgio d'Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II, un anno dopo la nascita del Regno di Sicilia, per collegare la città (divenuta capitale) ai giardini posti al di là del fiume Oreto. Rappresenta per la vasta piazza, denominata Scaffa, un monumento simbolo del collegamento tra il centro della città e la zona periferica di Brancaccio.

L'uso degli archi molto acuti caratteristici permetteva al ponte di sopportare carichi elevatissimi; interessante anche l'apertura d'archi minori tra le spalle di quelli grandi per alleggerire la struttura e la pressione del fiume sottostante. Il ponte infatti resistette senza problemi persino alla terribile Alluvione di Palermo del febbraio 1931.

Il 27 maggio dell'anno 1860, nel corso della spedizione dei Mille, Garibaldi proprio su questo ponte e nella vicina via di Porta Termini si scontrò con le truppe dei Borboni, lì schierate perché il ponte era un ingresso nella città per chi veniva da mezzogiorno: Garibaldi proveniva infatti dal Monte Grifone, e precisamente dalla frazione di Gibilrossa. Lo scontro al ponte dell'Ammiraglio provocò l'insurrezione di Palermo.

Oggigiorno sotto gli archi del ponte normanno non scorre più il fiume perché il suo corso è stato deviato, a causa dei suoi continui straripamenti, consentendo l'allargamento del Corso dei Mille. Sotto il ponte dell'Ammiraglio oggi si trova un giardino, con attorno viali alberati, agavi e altre varietà di piante grasse.

Informazioni pratiche

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Palazzo Natoli

Edificio museale · Palermo

Palazzo Natoli

Palazzo Natoli è un palazzo barocco settecentesco nel centro storico di Palermo, che appartenne alla principesca famiglia Natoli.

== Storia ==

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Edificato nel 1765 in un dedalo di vicoli che si intersecano tra di loro.

Sulla facciata del palazzo si trova lo stemma dei Natoli: una torre merlata, da cui fuoriesce un vessillo e alla quale si appoggia un leone rampante. A ridosso del mascherone con la fronte bendata si trova la data e la seguente scritta:

Gli interni vedono un elegante scalone a due rampe, caratterizzato da un atrio di ingresso molto grande e scenografico e da diversi ambienti interni riccamente affrescati e decorati con stucchi.

Nei saloni interni sono di valore artistico il ciclo di affreschi di Gioacchino Martorana e della sua scuola con varie scene allegoriche: in una pittura ovale viene raffigurata una "Madonna con Bambino che prega San Vincenzo Ferreri" tra un gruppo di angeli che compaiono in mezzo a nuvole, del Martorana è “l'Assunta tra angeli e arcangeli" che ricopre il soffitto di un ampio salone, realizzata su commissione del marchese Vincenzo Natoli, secondo il De Spuches, in ricordo della moglie Maria Sieripepoli, spirata durante la costruzione del Palazzo stesso.

Restaurato, e catalogato dagli esperti della Soprintendenza delle belle arti nell'ambito del progetto "Carta del rischio", il palazzo è, a partire dagli anni 2000, frazionato in appartamenti privati, e in parte trasformato in hotel.

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Palazzo della Cuba

Museo di un ente pubblico · Palermo

Palazzo della Cuba

La Cuba (detta anche Palazzo della Cuba o Castello della Cuba) è un padiglione di delizie, in origine all'interno di uno dei Sollazzi Regi dei re normanni di Sicilia. Si trova a Palermo all'interno del quartiere Cuba-Calatafimi.

Esempio di architettura arabo-normanna, è detta anche Cuba sottana per distinguerla dalla Cuba soprana, oggi inglobata nella settecentesca villa Di Napoli, e dalla Piccola Cuba (o Cubula), situate nell'antico parco reale del Genoardo.

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La Cuba è in attesa di essere inserita tra i monumenti dell'Itinerario arabo-normanno di Palermo, Cefalù e Monreale come Patrimonio dell'Umanità UNESCO, approvato nel 2015.

Storia

La dinastia normanna degli Altavilla aveva definitivamente conquistato la Sicilia nel 1070 con la presa di Palermo da parte di Roberto il Guiscardo. L'isola era fin dal 948 un emirato fatimide (vedi Emirato di Sicilia).

La Cuba (dall'arabo Qubba, "cupola") fu costruita nel 1180 per il re Guglielmo II, al centro di un ampio parco che si chiamava Jannat al-ard ("il Giardino - o Paradiso - in terra"), il Genoardo. Il Genoardo comprendeva anche la Cuba soprana e la Cubula, e faceva parte dei Sollazzi Regi, un circuito di splendidi palazzi della corte normanna situati intorno a Palermo. In realtà il genoard non è mai nominato se non dagli storici successivi. Il viridarium in cui insiste l'edificio era quello della "Miuza" di cui Guglielmo, in un diploma certifica il possesso e A. Mongitore specifica nelle note a Rocco Pirri che questo giardino comprendeva Santa Maria della Speranza. Tale giardino sulla base delle descrizioni di Fazello ed Omodei è ancora oggi perfettamente identificabile.

L'uso originale della Cuba era di padiglione di delizie, ossia di un luogo in cui il Re e la sua Corte potevano trascorrere ore piacevoli al fresco delle fontane e dei giardini di agrumi, riposandosi nelle ore diurne o assistendo a feste e cerimonie alla sera. La Cuba Sottana, appare oggi di proporzioni turriformi abbastanza sgraziate. La spiegazione è semplice. Era circondata da un bacino artificiale profondo quasi due metri e mezzo. L'apertura più grande, sul fronte settentrionale, si affacciava sull'acqua ad un'altezza oggi inspiegabile.

Le notizie sul committente e sulla data sono esatte grazie all'epigrafe posta sul muretto d'attico dell'edificio. La parte più importante, quella sul committente, era dispersa e fu ritrovata nel XIX secolo, scavando ai piedi della Cuba, da Michele Amari, massimo studioso della Sicilia araba e normanna. La parte dell'epigrafe ritrovata dall'Amari, esposta in una sala a lato, dice così: "[Nel] nome di Dio clemente e misericordioso. Bada qui, fermati e mira! Vedrai l'egregia stanza dell'egregio tra i re di tutta la terra Guglielmo II re cristiano. Non v'ha castello che sia degno di lui ... Sia lode perenne a Dio. Lo mantenga ricolmo e gli dia benefici per tutta la vita".

Il fatto straordinario per oggi di questa epigrafe, che dimostra la tolleranza e l'apertura della corte normanna, è la lingua: arabo in caratteri cufici. Dunque pur riferendosi ad un Re cristiano, fondatore del Duomo di Monreale, l'iscrizione è in arabo. È noto che alcuni componenti della varie corte normanna in Sicilia fossero arabi, celeberrimo è il caso di Idrisi, massimo geografo del suo tempo, arabo alla corte cristiana di Ruggero II re di Sicilia.

Nei secoli successivi, la Cuba fu destinata agli usi più vari. Il lago fu prosciugato e sulle rive furono costruiti dei padiglioni, usati come lazzaretto dalla peste del 1576 al 1621. Poi fu alloggio per una compagnia di mercenari borgognoni ed infine proprietà dello Stato nel 1921. Passato alla Regione Siciliana, negli anni '80 comincia il restauro che riporta alla luce le strutture del XII secolo. Oggi dipende dal "Polo regionale di Palermo per i parchi e i musei archeologici" dell'assessorato regionale ai Beni culturali.

Struttura

Dall'esterno, l'edificio si presenta in forma rettangolare, lungo 31,15 metri e largo 16,80. Al centro di ogni lato sporgono quattro corpi a forma di torre. Il corpo più sporgente costituiva l'unico accesso al palazzo dalla terraferma. I muri esterni sono ornati con arcate ogivali. Nella parte inferiore si aprono alcune finestre separate da pilastrini in muratura.

I muri spessi e le poche finestre erano dovuti ad esigenze climatiche, offrendo maggiore resistenza al calore del sole. Inoltre, la maggior superficie di finestre aperte era sul lato nord-orientale, perché meglio disposta a ricevere i venti freschi provenienti dal mare, temperati ed anche umidificati dalle acque del bacino circostante.

L'interno della Cuba era divisa in tre ambienti allineati e comunicanti tra loro. Al centro dell'ambiente interno si vedono i resti di una splendida fontana in marmo, tipico elemento delle costruzioni arabe necessario per rinfrescare l'aria.

La sala centrale era abbellita da muqarnas, soluzione architettonica ed ornamentale simile ad una mezza cupola.

Curiosità

Proprio alla Cuba, tra le acque e gli alberi che la circondavano, Boccaccio ambientò una delle novelle del suo Decameron, la sesta della quinta giornata. È la vicenda d'amore tra Gian di Procida - nipote dell'omonimo eroe dei Vespri siciliani - e Restituta, una ragazza bellissima di Ischia rapita da «giovani ciciliani» per offrirla in dono al allora re di Sicilia: Federico III d'Aragona.

Quando Giovanni Boccaccio scrisse il Decameron, era già cominciato il declino dei parchi reali che erano l'orgoglio della città ormai in mani angioine.

Era finita l'epoca di Palermo "felicissima" che secondo Idrisi era allora «la più grande e la più bella metropoli del mondo» con la sua vasta verdeggiante pianura e con i suoi luoghi di delizie ("mustanaza"). Ma la traccia che aveva lasciato quel periodo di splendore era così luminosa da impressionare Boccaccio ancora diversi secoli dopo.

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palazzo Pretorio

Palazzo comunale · Palermo

palazzo Pretorio

Il Palazzo Pretorio, noto anche come Palazzo delle Aquile (già denominato Palazzo Senatorio o Palazzo di Città), si trova in piazza Pretoria, sul confine del quartiere Kalsa, vicino ai Quattro Canti.

È la sede di rappresentanza del Comune di Palermo.

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Storia
Epoca aragonese

In epoca aragonese il titolo di pretore equivaleva a quello di bajulo. Nel 1322 il sovrano Federico III riconosce la necessità di erigere una sede idonea destinata alle assemblee cittadine, esigenza supplita con riunioni in luoghi di culto (Chiesa di San Francesco d'Assisi).

Sorto nell'attuale sede nel XIV secolo secondo alcune fonti ad opera di Federico II d'Aragona, intorno alla fine del Quattrocento venne interamente ricostruito per iniziativa del pretore Pietro Speciale, signore di Alcamo e di Calatafimi, sotto la direzione dei lavori di Giacomo Benfante, secondo la tesi di Giovanni Meli i lavori iniziarono nel 1470 e si conclusero nel 1478.

Epoca spagnola

Le trasformazioni e i rifacimenti che si susseguirono nel corso del Cinquecento e del Seicento avevano trasformato l'edificio in una vera e propria stratificazione di stili architettonici. In origine il portale principale si affacciava sul piano di San Cataldo inserito nel prospetto rivolto a meridione descritto come un loggiato delimitato da torri laterali, manufatto ornato dalle statue dei due Litiganti ignudi, copie romane di atleti greci, una attualmente è collocata nella Sala Rossa.

Durante i lavori di ampliamento fu rifatto l'attuale prospetto principale nel 1553, perfezionato nel 1597, manufatto volto a celebrare la riunificazione di tutti gli uffici civici, fino a quel momento sparsi sull'intero territorio cittadino. L'utilizzo del prospetto a settentrione come ingresso principale avviene verosimilmente in concomitanza del processo di risistemazione del Piano Pretorio, del prolungamento del Cassaro e dell'installazione della celebre fontana. La nuova disposizione del sito con le opere d'arte installate costituivano la degna cornice per la rigenerata struttura, sintesi della potenza e dello splendore del regno, tutti elementi caratterizzati da competizione in ambito artistico fra capitali del panorama europeo, ambizione verso il bello e grandioso non scevro da propensione ad una spiccata prodigalità.

Nuovamente ristrutturato da Mariano Smiriglio nel 1615-1617. Nel 1661 sul cornicione fu collocata la statua della patrona della città, Santa Rosalia, opera di Carlo D'Aprile.

Epoca austriaca

Il Senato o Magistratura Municipale Annonaria provvede all'amministrazione patrimoniale della città. L'istituzione è presieduta da un capo col titolo di pretore e sei senatori in carica per due anni. L'organo è eletto dal Consiglio Civico, consesso formato da 110 cittadini aventi una rendita annua di 50 onze, in carica per quattro anni. Il 15 agosto 1722 l'imperatore Carlo VI d'Asburgo conferì ai suoi componenti la Grandia di Spagna di prima classe e il titolo di Eccellenza. Il consiglio è affiancato da sette nobili ufficiali: maestro notaio, maestro razionale, tesoriere, cancelliere, marammiere, conservatore delle armi e un archiviario.

Epoca borbonica

Il 3 aprile 1746 il re Carlo III di Borbone conferisce al Senato la Magistratura Suprema, Generale, Unica ed Indipendente della Salute, organo composto dal pretore con funzione di Presidente, sei senatori pro tempore, l'arcivescovo di Palermo, un ecclesiastico, quattro ex-pretori, due giureconsulti, quattro ex-senatori, tre medici, un cancelliere, tutti componenti nominati a vita e reintegrati alla bisogna dal Senato e dalla Deputazione.

L'intero complesso monumentale subì un ampliamento dopo il terremoto di Pollina del 5 marzo 1823.

Epoca unitaria

Dopo la Presa di Palermo del 1860 fu sede del governo dittatoriale di Garibaldi e una targa ricorda l'evento.

Nel 1875, l'architetto Giuseppe Damiani Almeyda lo reinterpretò in stile neorinascimentale, rivestendolo all'esterno con un bugnato color ocra e lo definì Palazzo delle Aquile.

Nel 1877 il Piano Pretorio fu raccordato al livello della Via Maqueda con un'elegante gradinata delimitata da due sfingi in marmo di Billiemi, opera dello scultore Domenico Costantino.

Epoca contemporanea

Dall'Unità d'Italia, nella Sala della Lapidi si tengono le riunioni del consiglio comunale, nella Sala Gialla quelle della Giunta, mentre quella del sindaco è detta Sala Rossa.

L'antico orologio del palazzo, fermo dagli anni 1980, è stato rimesso in funzione nel 2014.

Edificio
Esterno

L'edificio ha forma rettangolare, con cortile centrale. Sul portale, che dà su Piazza Pretoria, campeggia l'aquila, simbolo della città di Palermo.

I quattro prospetti sono orientati secondo i punti cardinali, l'ingresso principale volge a settentrione affacciato su piazza Pretoria e la monumentale fontana Pretoria.

Ripartito in quattro ordini con tre livelli sovrastanti il pianterreno, esternamente rivestito con pietre d'intaglio, al presente ricoperto da spesso intonaco riproducente l'effetto bugnato, presenta teorie di finestroni, eccezione la serie di balconi con balaustre e colonnine in corrispondenza del piano nobile ubicato al secondo piano.

Sono documentate le iscrizioni e i medaglioni marmorei raffiguranti Vittorio Amedeo II di Savoia e la consorte Anna Maria d'Orleans commemoranti l'incoronazione regia del 24 dicembre 1713, cornice disegnata da Paolo Amato. La nomina di Carlo III a rex utriusque Siciliae nel 1735, cornice disegnata da Andrea Palma. Stemma di Palermo sostenuto da un telamone del 1625, opera di Gregorio Tedeschi. Numerose epigrafi, targhe, statue, riproduzioni di aquile ornano e arricchiscono tutti i prospetti, quella in bassorilievo sotto il balcone centrale è opera di Salvatore Valenti.

Tra le epigrafi quelle commemoranti le manifestazioni avvenute nella piazza, come la visita di Giuseppe Garibaldi e di Papa Giovanni II.

Interno

Attraverso l'atrio, gli immediati ambienti del Portico coperto e lo Scalone monumentale, il percorso storico - artistico - monumentale dell'edificio contempla il piano nobile con:

la Sala dei Bassorilievi, la Sala dei Gonfaloni o degli Stemmi, la Sala Rossa, la Sala Gialla, la Sala delle Lapidi, la Sala Garibaldi, la Sala Montalbo, la Cappella senatoriale dedicata unitamente all'Immacolata Concezione, primaria Patrona della Città e alla Patrona principale (prima tra la schiera dei santi compatroni) della Città, Santa Rosalia.

In vari ambienti sono riprodotti i campioni di pesi e misure utilizzati nelle varie attività merceologiche, i grandi saloni del piano nobile preposti alle assemblee - oggi destinati ad uffici di rappresentanza del Comune - sono ricoperti di iscrizioni e custodiscono preziosi reperti delle varie epoche, opere d'arte e manifatture delle più rappresentative correnti e scuole siciliane, della penisola, europee e una collezione di esotiche porcellane cinesi.

Portico coperto

Dalla portineria si accede all'ambiente attraverso il portale barocco del 1691 con colonne tortili disegnato da Paolo Amato e realizzato da Giovan Battista Marino, sulla destra è documentata la sede del Banco Pubblico istituito il 21 febbraio 1553 al Garaffello e qui trasferito nel 1617. A sinistra campeggiano i dipinti raffiguranti il Santissimo Crocifisso opera di Giuseppe d'Alvino detto il Sozzo del 1591 e Maria Vergine attorniata da Santi realizzata da Giovanni Paolo Fondulli.

La copertura del porticato interno quattrocentesco con una cupola in metallo e vetro ha permesso il recupero e l'utilizzo di una vasta area per stanze interne e locali ad uso espositivo ove spiccano un gruppo marmoreo di età imperiale raffigurante due sposi che si danno la mano destra - monumento funerario proveniente dal cantonale di nord - est, la statua del poeta palermitano Giovanni Meli opera di Vincenzo D'Amore del 1888, un'urna cineraria sormontata da Giano bifronte con iscrizione apocrifa allegoria dell'alleanza tra Palermo e Roma, un altorilievo in bronzo di Antonio Ugo, una targa con ritratto dedicata a Dante Alighieri fra le allegorie della Vittoria e dell'Italia del 1921, cippo raffigurante la Trinacria accarezzata da Cerere sormontato da aquila marmorea con l'acronimo SPQP.

Scalone monumentale

L'ambiente e manufatti sono stati ricostruiti nelle forme attuali nel 1827 con i lavori di restauro in seguito al sisma del 1823. Accostato alla parete sul pianerottolo d'accesso al maestoso scalone è collocato il Genio di Palermo, nume tutelare della città, opera di Domenico Gagini e di Gabriele di Battista, caratterizzata dall'incisione della celebre iscrizione volta a magnificare e celebrare gli stranieri trascurando e ignorando l'operato dei suoi figli:

Ai lati due putti o attendenti recanti scudi, uno con raffigurata l'Aquila simbolo della città, l'altro con le armi di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, principe di Castelbuono, presidente del regno. Sovrastano le rampe le monumentali targhe regie documentate all'esterno.

Sala dei Bassorilievi

Ambiente così chiamato per la presenza dell'opera marmorea opera di Valerio Villareale raffigurante la Sicilia incoronata da Minerva e Cerere del 1819.

Sala Rossa

Vano realizzato da Giuseppe Damiani Almeyda, trae il nome dal colore acceso dei suoi arredi, adibita a studio del sindaco. All'interno è collocata la statua raffigurante un Efebo del gruppo Litiganti ignudi, dal soffitto a scomparti pendono due magnifici lampadari di Murano, preziosamente decorato nei suoi riquadri e nei suoi sopraporte da leggiadre fanciulle, amorini, danzatori, figure muliebri e dalle allegorie della Prosperità e della Giustizia affrescati nel 1891 da Francesco Padovani, e dall'allegoria della Pace affrescata da Gustavo Mancinelli.

Sala delle Lapidi

Già primitiva Sala del Pubblico Consiglio o Sala Maggiore. Salone deputato alle riunioni del Consiglio Comunale, così denominato per via delle numerose iscrizioni marmoree poste alle pareti. L'ambiente custodisce cinquanta targhe in marmo collocate nel 1875 dal gesuita e storico dell'arte Gioacchino Di Marzo, e un soffitto in legno dipinto del XIV secolo le cui decorazioni sono state riprese dal pittore fiorentino Tito Covoni. Un lampadario in legno intagliato e il pavimento in marmo intarsiato proveniente dall'Oratorio della Pace

Nel settembre 1760, il Senato Palermitano in questo ambiente tenne la cerimonia inaugurale della Biblioteca cittadina. L'istituzione ebbe la sua prima sede in una stanzetta del Palazzo Pretorio, ma ben presto il gran numero di donazioni di manoscritti e stampati rese lo spazio insufficiente e fu necessario affittare alcuni locali del palazzo del duca di Castelluccio, fino al definitivo trasferimento presso le strutture gesuitiche di Casa Professa.

Sala Gialla

Già primitiva Sala del Senato. Ambiente così denominato per via del colore oro del broccato della tappezzeria, locale deputato alle riunioni della Giunta Comunale. Presenta un monumentale camino plasmato in gesso da Vincenzo Ragusa nel 1868, le decorazioni di Rocco Lentini e Francesco Padovani, i ritratti raffiguranti Umberto I e Margherita di Savoia opere di Gustavo Mancinelli del 1884, quest'ultime realizzate - insieme ad altre opere presenti nel palazzo e in città - in occasione dell'Esposizione Nazionale cittadina del 1891 - 1892. I reali presenziarono alla cerimonia d'inaugurazione della manifestazione.

Sala dei Gonfaloni o degli Stemmi

La volta della sala presenta gli emblemi delle principali città dell'isola dipinti da Salvatore Gregorietti del 1922, lungo le pareti sono collocati scanni in legno con leoni e pannelli dipinti con numerose aquile, simboli della città, dello stesso autore.

Sala Antinoo

L'ambiente ospitava uno dei due Litiganti ignudi o Efebo o Antinoo oggi custodito nella Sala Rossa, i busti in marmo raffiguranti Francesco Crispi e Mariano Stabile, alle pareti dipinti opere di Michele Catti, Lete, Ettore De Maria Bergler, Francesco Lojacono, Salvatore Lo Forte, Rocco Lentini.

Accesso alla piccola Cappella Senatoria del 1663 in stile barocco.

Cappella dell'Immacolata Concezione e Santa Rosalia

Altrimenti nota come Cappella Senatoria. L'ambiente custodisce nella nicchia sommitale della volta la statua raffigurante Santa Rosalia ritratta su un'aquila opera dello scultore Cosmo Sorgi, la statua di Sant'Agata raffigurata con gli strumenti del martirio, due sculture raffiguranti San Sebastiano e San Rocco, sull'altare è custodito il dipinto dell'Immacolata Concezione.

Sala Garibaldi

Dal balcone l'eroe dei due mondi parlò ai palermitani il 30 maggio 1860. Alle pareti lastre di marmo recano incise stralci dei discorsi di Giuseppe Garibaldi, custodisce un ritratto del condottiero opera di Salvatore Lo Forte, dipinti di Francesco Lojacono, Rocco Lentini, un busto in bronzo di Mario Rutelli raffigurante Francesco Crispi del 1893. Vasi, arazzi e armi cesellate donate da Napoleone Bonaparte all'ammiraglio Federico Carlo Gravina.

Sala Montalbo

Nell'ambiente campeggia il bellissimo bassorilievo in bronzo di Benedetto Civiletti raffigurante Federico III d'Aragona che pone la prima pietra del Palazzo Pretorio del 1876, il dipinto ad olio di Salvatore Marchesi raffigurante Interno della chiesa di San Domenico, e sette busti marmorei di Sindaci, scolpiti da Benedetto Civiletti.

Sotterranei

Al di sotto del palazzo, e dell'antistante Piazza Pretoria, si estende un rifugio antiaereo risalente alla seconda guerra mondiale, e a cui si accede dall'attuale portineria.

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Museo archeologico regionale Antonino Salinas

Museo di un ente pubblico · Palermo

Museo archeologico regionale Antonino Salinas

Il Museo archeologico regionale "Antonino Salinas" è un museo che ha sede a Palermo. Possiede una delle più ricche collezioni archeologiche d'Italia e testimonianze della storia siciliana in tutte le sue fasi, che vanno dalla preistoria al medioevo. Al suo interno sono conservati i reperti e manufatti dei popoli che hanno determinato la storia dell'isola: fenici, punici, greci, romani e bizantini, ma anche manufatti di altri popoli come gli egizi e gli etruschi. Vi è conservata la Pietra di Palermo, un'importante testimonianza della storia dell'Antico Regno egiziano.

Nato nel 1814, è stato museo nazionale fino al 1977, ed è dedicato ad Antonino Salinas, celebre archeologo e numismatico palermitano, che lo diresse dal 1873 fino alla morte nel 1914.

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Storia del Museo

Un primo nucleo del museo nasce nel 1814 come museo dell'università di Palermo nella Casa dei Padri Teatini di San Giuseppe ed era composta da donazioni di opere di diverse collezioni private appartenenti a nobili palermitani, cui si aggiunsero opere archeologiche provenienti da scavi campani, donate dai Borbone-Due Sicilie.

Tra i vari contributi il più significativo fu certamente quello di Giuseppe Emanuele Ventimiglia principe di Belmonte. Nel 1823, i Borboni aggiunsero le metope arcaiche del Tempio C di Selinunte, scoperte da due architetti inglesi Samuel Angell e William Harris nel corso del loro tour attraverso la Sicilia alla ricerca di antichita classiche. Benché le autorità borboniche avessero cercato di fermarne l'attività di contrabbando di antichità, Angell e Harris continuarono il loro lavoro e cercarono di spedire i loro reperti in Inghilterra, per il British Museum. Negli echi delle spoliazioni di Lord Elgin sul Partenone di Atene nel 1812 e costituzione degli Elgin Marbles, le spedizioni di Angell e Harris furono provvidenzialmente bloccate e dirottate a Palermo dove da allora si conservano nel Museo archeologico di Palermo.

Nel luglio 1860, durante la dittatura di Garibaldi, il museo fu distaccato dall'università e posto alle dipendenze della Commissione Antichità e Belle arti, affidando la direzione al cavaliere Giovanni D'Ondes Reggio e venne incrementato con le collezioni del museo Salnitriano dei Padri Gesuiti, da una generosa donazione da parte di Girolamo Valenza consistente in pietre preziose, una collezione numismatica e circa 4000 libri e dall'acquisto della collezione del barone Antonino Astuto. Con un decreto del 1863 fu stabilito che tutti gli oggetti antichi rinvenuti negli scavi delle province di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanissetta fossero depositati nel "Regio Museo di Palermo".

Nel 1865 si aggiunge la ricca collezione di reperti etruschi del conte Pietro Bonci Casuccini, proveniente da Chiusi. La collezione venne messa in vendita dai nipoti del fondatore, Ottavio e Pietro. Acquistata dal Regno d'Italia nel 1863, grazie all'intervento di Michele Amari, in quegli anni ministro della pubblica istruzione, venne destinata al "Regio Museo Archeologico di Palermo" nel 1865 per la disponibilità di spazi espositivi adeguati.

A seguito della legge sulla soppressione degli ordini religiosi del 1866, si decise di trasferire la sede del museo dalle sue poche sale, dove molte delle acquisizioni non erano esposte per mancanza di spazi e fu scelto l'edificio confiscato alla Congregazione di San Filippo Neri all'Olivella, e l'intera struttura fu utilizzata come sede del museo nazionale. Per la trasformazione l'edificio venne completamente stravolto dalla sua forma originaria per andare incontro alle esigenze museali. Nel 1870, fu aggiunta la collezione archeologica custodita nel museo dell'abbazia benedettina di San Martino delle Scale

Nel dicembre 1871 avvenne un furto nel museo e andarono trafugate quasi tutte le monete d'oro e d'argento e dell'antica oreficeria.

Il museo continuò ad arricchirsi nel tempo grazie ad importanti acquisizioni, come per esempio il "Medagliere Gandolfo" o la collezione del console britannico Robert Fargan (che comprende anche il frammento di Palermo, facente parte dell'apparato scultoreo del Partenone).

Ma è sotto la quarantennale direzione di Antonino Salinas (1873-1914) che il museo crebbe in maniera consistente attraverso ricerche archeologiche condotte nell’isola, come a Mozia, Tindari e Selinunte, portando nel museo i reperti rinvenuti come quattro metope arcaiche, con un'opera di recupero delle opere d'arte tra le macerie dopo il terremoto di Messina del 1908, e grazie ad acquisti di opere e materiali salvati alla dispersione.

Durante la seconda guerra mondiale l'allora direttrice del museo, Jole Bovio Marconi, si occupò di rispostare tutto il materiale custodito all'interno del museo presso il monastero di San Martino delle Scale per preservare la collezione dalle distruzioni dei bombardamenti alleati. Nel 1949 Bovio Marconi si occupò del riallestimento museale; la struttura era stata pesantemente danneggiata il progetto di recupero architettonico fu curato dall'architetto Guglielmo De Angelis d'Ossat.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale numerosi scavi condotti nella Sicilia occidentale hanno apportato un ulteriore arricchimento del museo colmando la narrazione storica dell'isola, che in questa maniera percorre interamente l'arco di tempo che va dalla preistoria al medioevo. Fino al 1954 custodiva anche la collezione d'arte, quell'anno trasferita a palazzo Abatellis, divenuto dal 1977 Galleria Regionale della Sicilia.

Dal 1977 le competenze dei beni culturali sono passate dallo Stato alla Regione Siciliana e così il museo nazionale di Palermo è divenuto regionale e gestito attraverso il "Dipartimento regionale dei beni culturali e dell'identità siciliana"..

Nel 2009 il museo è stato chiuso per permetterne il restauro e il riammodernamento della struttura e dell'esposizione, ed è stato riaperto parzialmente nel luglio 2016. Nel 2016 è stato recepito, con legge regionale, anche dalla Regione Siciliana il modello organizzativo dei poli museali, previsto dal D.P.C.M. 29 agosto 2014, n. 171 e il museo inserito nel "Polo regionale di Palermo per i parchi e i musei archeologici con museo Salinas".

Complesso architettonico

La Casa dei Padri della Congregazione di San Filippo Neri, dal 1866 sede del museo, venne iniziata sul finire del XVI secolo su progetto dell'architetto Antonio Muttone e l'edificio fu completato nel XVII secolo. Il complesso monumentale include anche la chiesa di Sant'Ignazio e l'Oratorio di San Filippo Neri.

Dal 1866 al 1870 fu effettuato un importante rimaneggiamento degli spazi per la conversione in sede museale.

Rimane, come testimonianza della precedente destinazione d'uso, la splendida seicentesca cappella dei Padri Filippini con soffitti stuccati ed affrescati, ornata in legno, oro ed avorio. Durante le ristrutturazioni del 2009, in quella che era la sala ricreativa dei religiosi, è venuto fuori un soffitto ligneo con decorazioni policrome del '600, precedentemente occultato da una copertura ottocentesca.

Nel marzo del 2018 viene inaugurato il nuovo spazio ricavato nella terza corte del convento, denominato "agorà", dove sono esposte le 17 gronde leonine del tempio di Himera e la grande maschera della Gorgone del tempio C di Selinunte.

L'ala, ricavata nella terza corte del convento, fu nel XIX secolo coperta ed utilizzata come spazio di servizio per le carrozze e successivamente per l'esposizione dei grandi mosaici di epoca romana.

La corte, oggi dotata di una copertura di vetro e acciaio, è utilizzata anche come spazio polifunzionale per convegni, esposizioni temporanee, prestazioni artistiche e concerti.

Una parte del pavimento dall'agorà è stata coperta con una lastra di vetro per poter rendere visibile l'antico selciato sottostante ancora esistente.

Il 28 giugno del 2018 è stato inaugurato al piano terra il Caffè Concettuale che comprende un punto d'accoglienza, libreria, caffetteria e zona Wi-Fi.

Il museo

Il museo offre una sezione dedicata ai reperti rinvenuti durante gli scavi subacquei: materiali che facevano parte del carico delle navi, ancore di pietra, ceppi di piombo, lucerne, anfore ed iscrizioni che vanno dalla cultura dei Punici a quella dei Romani.

Alla sezione fenicio-punica appartengono due grandi sarcofagi antropomorfi del V secolo a.C., provenienti dalla necropoli di Pizzo Cannita (Misilmeri); vi sono anche sculture di divinità fenicie e stele votive da Mozia e da Lilibeo, insieme a vasellame vitreo proveniente dall'insediamento di Monte Porcara e ad una splendida serie di edicole dipinte recanti il segno di Tanit e il caduceo.

Nella sezione archeologica di Selinunte, situata nella parte orientale dell'edificio, sono dedicate alcune sale ai templi e alle loro numerose metope con rilievi mitologici (Templi C, Y, E ed F), sculture d'età arcaica e classica, la Tavola Selinuntina che celebra la ricchezza della città, le stele gemine del santuario di Zeus Meilichios.

Nell'agorà con copertura a vetro sono custodite le 12 gronde leonine del lato settentrionale e le 5 del lato meridionale del tempio di Himera, risalente al 480 a.C. costruito per festeggiare la vittoria dei greci contro i cartaginesi. Una delle gronde conserva ancora tracce di colore della pittura originaria. Lo spazio ospita inoltre la ricomposizione, ricavata dai disegni del 1926 dell'archeologo Ettore Gabrici, del frontone con Gorgone del tempio C di Selinunte (il più grande gorgonèion dell'architettura greca esistente).

Altre sale raccolgono oggetti e sculture provenienti da Solunto, Megara Hyblaea, Tindari, Camarina ed Agrigento. Tra le opere di maggior rilievo artistico segnaliamo il grande Ariete di bronzo del III secolo a.C. proveniente da Siracusa, l'Eracle che abbatte la cerva, copia romana da un originale di Lisippo, ed infine una copia romana in marmo del Satiro versante di Prassitele. L'epoca romana è, invece, documentata da una collezione di sculture e da mosaici staccati dalle ville di Piazza Vittoria a Palermo, nei cui pressi era certamente collocato il foro della città romana.

I reperti delle culture preistoriche presenti soprattutto nelle grotte del territorio palermitano e, in parte di quello trapanese (Levanzo), hanno avuto spazio al secondo piano del museo, e recentemente sono state ri-sistemate, grazie all'opera e al contributo del Prof. Sebastiano Tusa.

Percorso espositivo
Collezioni

Il museo è composto in parte da collezioni private acquistate dal museo o donate allo stesso nel corso dei secoli.

Collezione del Museo dell'Università

Si tratta della collezione più antica e primo nucleo del museo, venne acquisita nel 1814 quando Giuseppe Emanuele Ventimiglia principe di Belmonte alla sua morte lasciò la sua collezione all'Università di Palermo che a sua volta in seguito la cedette al costituendo "Regio Museo Archeologico di Palermo".

Collezione del "Museo Salnitriano"

La collezione componeva il museo dei Padri Gesuiti di Palermo (detto "Salnitriano" dal nome del fondatore Padre Ignazio Salnitro che lo fondò nel 1730) e venne accorpata alla collezione del "Regio Museo Archeologico di Palermo" in seguito all'introduzione della legge del 1866 che prevedeva la confisca dei beni ecclesiastici.

Collezione Astuto

Si tratta della collezione del netino Antonino Astuto barone di Fargione, consistente in reperti greci e romani acquistati sul mercato antiquario romano dal 1760 fino al 1811 e restaurati secondo criteri neoclassici.

Alla sua morte la collezione fu in gran parte venduta al "Regio Museo Archeologico di Palermo".

Collezione Salinas

La collezione che diede il nome al museo, la più numerosa con i suoi 6641 pezzi, venne ceduta al museo dallo stesso Salinas alla sua morte, avvenuta nel 1914, per mezzo di testamento. La collezione è composta da libri, manoscritti, stampe, fotografie, oggetti personali e una raccolta numismatica di circa 6000 monete.

Collezione Casuccini

Di grande interesse, infine, la collezione etrusca. È costituita da sarcofagi, cippi, statue-cinerarie, urne, ceramiche attiche a figure rosse e nere, bronzi e interi corredi funebri. Viene considerata la più importante collezione etrusca al di fuori della Toscana. Gli oggetti esposti provengono da Chiusi, dagli scavi effettuati nei possedimenti del conte Pietro Bonci Casuccini, il quale aveva dato vita ad una collezione di oltre diecimila pezzi, custoditi in un museo aperto al pubblico.

La collezione fu poi acquistata nel 1865 dal Regio 'Museo di Palermo' grazie all'interessamento dell'allora ministro della cultura Michele Amari

Medagliere Gandolfo

Nel 1820 fu acquisita la preziosa collezione numismatica del termitano Francesco Gandolfo.

Ariete di bronzo

L'Ariete in bronzo è una scultura bronzea, unica superstite di una coppia, di provenienza siracusana databile ai primi decenni del III secolo a.C.. La scultura viene attribuita alla cerchia di Lisippo. La tecnica realizzativa è quella della fusione a cera persa e raffigura un ariete accovacciato probabilmente pronto allo scatto.

Secondo un'altra tradizione due arieti in bronzo furono portati da Costantinopoli a Siracusa, dall'ammiraglio bizantino Giorgio Maniace e posti ad ornamento della fortezza da lui costruita in quella città, tuttavia tale tradizione pare piuttosto dubbia se confrontata con le strategie di conquista di Maniace della Sicilia: un'altra ipotesi vuole infatti che gli arieti siano stati rinvenuti in scavi occasionali nella stessa città aretusea.

Nel 2005 è iniziata una campagna di restauro dell'ariete minacciato dalla corrosione per umidità atmosferica da parte di Anna Maria Carruba e sotto la direzione della direttrice del museo Salinas, Agata Villa.

L'ariete, dal 15 settembre al 9 dicembre 2012, è stata una delle centosessanta opere scelte dalla Royal Academy of Arts di Londra per la mostra "Bronze", in rappresentanza di seimila anni di civiltà artistica mondiale.

Pietra di Palermo

La pietra di Palermo è un frammento di una stele in diorite anfibolica nera. È il più antico annale regale conosciuto nell’Egitto faraonico, e costituisce una fonte fondamentale per la ricostruzione della fase dell'Antico Regno della civiltà egizia. Riporta infatti in incisione su entrambi i lati l'elenco dei faraoni d'Egitto dalla prima alla quinta dinastia, i nomi delle loro madri ed il livello raggiunto anno per anno dalle piene del Nilo: nomi non riportati da altre fonti a noi pervenute.

Sono riportate anche le donazioni di terre e beni effettuate dai sovrani al dio Ra, ad Hathor e alle anime di Eliopoli.

Il frammento della stele è il più grande fra i sette finora rinvenuti: misura 43 cm di altezza per 30,5 di larghezza.

Ci sono incertezze riguardo alla datazione. Non è noto se l'iscrizione sia stata fatta in una volta sola o se parte delle iscrizioni siano state aggiunte in un periodo successivo. Non è inoltre noto se risale al periodo che viene descritto nell’iscrizione (quinta dinastia). La datazione più probabile della realizzazione della stele è la metà della V dinastia che regnò tra il 2500 a.C. e il 2350 a.C. circa, durante il periodo della storia egiziana chiamato Antico Regno.

La collocazione originale della stele è sconosciuta, ma si ipotizza che sia stata ritrovata ad Eliopoli o nelle rovine del tempio di Ptah a Menfi. Si ritiene che in origine avesse una lunghezza di circa 2 metri ed una altezza di 60 centimetri. I faraoni menzionati decifrabili del Periodo predinastico del Basso Egitto sono: Seka, Tau (o Tiu), Thesh, Neheb, Uatchnar e Mekha.

Frammento del Fregio del Partenone

Nel museo è stato conservato un frammento scultoreo proveniente dal Partenone, pertinente al fregio di Fidia, in particolare ad una parte del fregio raffigurante il piede di Artemide. La campagna messa in atto dalla Grecia per il ritorno dei marmi di Elgin e delle altre sculture provenienti dal Partenone e disperse in vari musei del mondo ha avuto accoglienza in Italia, anche per quanto riguarda il frammento scultoreo conservato in questo museo, denominato dalla stampa "frammento di Palermo".

Nei primi giorni del 2022 il frammento è stato riconsegnato alla Grecia dal governo regionale siciliano, su iniziativa dell'allora assessore regionale dei Beni Culturali Alberto Samonà, fattosi promotore di un accordo sottoscritto tra il museo Salinas e il museo dell'Acropoli della capitale greca. La cerimonia di consegna è avvenuta il 10 gennaio ad Atene alla presenza del premier greco Mitsotakis, di Samonà, del Ministro della Cultura greca Lina Mendoni e della direttrice del Salinas, Caterina Greco. In cambio, a seguito dell'accordo, dalla Grecia è arrivata in prestito al Museo Salinas una statua acefala della dea Atena.

Prima di questa data, in passato vi erano stati altri tentativi di consegna alla Grecia ma dopo qualche tempo il reperto era tornato a Palermo. Il 24 settembre 2008, il presidente italiano Giorgio Napolitano aveva riconsegnato il frammento ad Atene per un prestito temporaneo, al termine del quale, nel 2010, il frammento era tornato a Palermo. L'evento va inserito nelle azioni che la Grecia e l'Italia stanno mettendo in atto a favore del ritorno nel luoghi di origine di reperti archeologici espatriati illegalmente o a seguito di saccheggi. Naturalmente, ciò vale anche per reperti provenienti dall'Italia ed ora in musei esteri.

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Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza All'Olivella 24
Orari
Tu-Sa 09:00-19:00,Su 09:00-13:00; Mo off
Telefono
+39 091 611 6805
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.beniculturali.it

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Porta Nuova

Arco trionfale · Palermo

Porta Nuova

La Porta Nuova, adiacente al Palazzo dei Normanni, è stata per secoli il più importante accesso a Palermo via terra.

Da essa partono il Corso Vittorio Emanuele, o Cassaro, la principale arteria cittadina, e, all'esterno, il Corso Calatafimi, la strada verso Monreale.

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Storia

Tommaso Fazello documenta l'apertura del primitivo varco nel 1460 denominato Porta dell'Aquila e la contestuale chiusura di un varco d'accesso inserito nella cinta muraria a meridione.

Costituita da un solo ordine di colonne e cornicione, il 13 settembre 1535, proveniente da Monreale, fece ingresso l'imperatore Carlo V reduce dalla Conquista di Tunisi.

Per la liberazione dal contagio di peste nel 1575 fu apposta un'immagine della Vergine Immacolata e l'iscrizione:

La Porta Nuova fu voluta nel 1583 dal viceré Marcantonio Colonna per celebrare la vittoria sulle armate turche e commemorare i trionfi del sovrano. Fu progettata e realizzata da Giovanni Antonio Salamone ovvero da Giovanni Battista Collepietra che proprio in quegli anni si succedettero come architetti regi. La costruzione presenta più livelli ed è concepita come monumentale "memoria" dell'ingresso trionfale di Carlo V nel 1535, dopo la vittoria di Tunisi, con un basamento bugnato che contiene, come una sorta di telamoni, quattro mori imprigionati.

Nonostante il Senato cittadino avesse imposto il nome di Porta Austriaca, mentre alcuni documentatori fanno riferimento a Porta Imperiale, il popolo palermitano continuò ad appellare il monumentale varco come Porta Nuova.

Nel 1578 il viceré perpetuò l'esistenza di un corridoio meridionale sopraelevato comunicante col Palazzo Reale verosimilmente ricalcante la parte iniziale attraverso la Galca del primitivo percorso della Strada Coperta.

La costruzione subì la quasi totale distruzione il 20 dicembre 1667, quando esplosero i depositi di polvere da sparo a causa di un fulmine dovuto ad un temporale. Nel 1669 l'architetto Gaspare Guercio la ricostruì integralmente e pensò di porre a coronamento dell'edificio una copertura piramidale rivestita da piastrelle policrome maiolicate con le immagini di aquile ad ali spiegate.

Le iscrizioni del 1668 recitano di provvedimenti e risarcimenti operati dal viceré di Sicilia Francesco Fernandez de La Cueva, duca di Alburquerque. Il terremoto del 16 giugno 1686 provocò dei danni. I lavori di restauro comportarono la realizzazione di scarpe o delfini di rinforzo sul fianco sinistro, interventi posti in essere dal viceré Giovan Francesco Pacecho, duca di Uzeda.

Fino ai restauri eseguiti nel 1825 è documentato visibile un affresco raffigurante la Beata Vergine Maria contornata da angeli, ritratta con Sant'Agata, Sant'Agatone, San Michele Arcangelo, opera realizzata da Pietro Novelli sulla parete interna di S - W.

Dal 1870 fa parte del complesso del distretto militare di Palermo.

Nel settembre 2015 si sono conclusi i lavori di restauro e messa in sicurezza del monumento.

Architettura

La struttura ravvisabile in un vero e proprio arco trionfale con impianto realizzato in pietre d'intaglio, ornato di statue, busti, pigne, colonne, pilastri, cornicioni, balaustre, finestre, fregi, festoni, ghirlande, mascheroni, iscrizioni marmoree recanti i versi di Antonio Veneziano e un'aquila marmorea con armi reali, scultura pericolante, poi rimossa. La costruzione presenta due prospetti ripartiti su tre ordini, uno rivolto verso la città ricalcante gli schemi classici degli antichi archi di trionfo, quello esterno presenta un'architettura originale e bizzarra dominata dalla presenza spettacolare di paraste binate in bugnato terminanti con quattro telamoni, raffiguranti i Mori sconfitti da Carlo V, le due figure in posizione centrale mostrano gli arti mozzati in segno di sottomissione.

Il primo ordine è costituito dal basamento e dal varco carrozzabile, il secondo ordine consta di vani recanti finestre - balconi sull'affaccio verso Monreale e da busti di divinità collocati in oculi ovoidali sulla facciata del Cassaro (sculture raffiguranti rispettivamente la Pace, Giustizia, Verità, Abbondanza). Un terzo ordine comprende le logge rivolte ad oriente e occidente realizzate in marmo bianco con 6 colonne che definiscono 5 archi abbelliti con altrettanti mascheroni scolpiti nelle chiavi di volta. Ad ogni campata corrisponde una porta sormontata da timpano ad arco arricchita da erma intermedia. Chiude la prospettiva la struttura piramidale coronata da balaustre, comprendente una balconata circondata dalla copertura maiolicata. Un terrazzino include la lanterna sommitale sormontata da pinnacolo e banderuola.

Le dimensioni di 190 palmi in altezza per 70 in larghezza e 70 di profondità sottintendono un varco di passaggio largo 19 palmi e alto 38. Due fonti documentate completavano il prospetto rivolto verso Monreale nel 1674.

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Palazzo Abatellis

Museo di un ente pubblico · Palermo

Palazzo Abatellis

Palazzo Abatellis è un antico palazzo nobiliare situato a Palermo in Via Alloro, arteria principale del quartiere della Kalsa. Il palazzo, insieme ad altri edifici storici di Palermo tra cui Palazzetto Agnello e la Cappella dell'Incoronata, è di proprietà del Fondo edifici di culto (Ministero dell'Interno) e in uso fin dagli anni '90, alla regione Siciliana. Palazzo Abatellis è sede dal 1954 della Galleria Regionale della Sicilia che espone una delle maggiori raccolte d'arte d'Italia e testimonia lo sviluppo della cultura figurativa in Sicilia dal XII al XVII secolo con opere di importanti artisti che si formarono o lavorarono più o meno a lungo sull'isola (quali Antonello da Messina, Francesco Laurana, Antonello Gagini, Antoon Van Dyck, Pietro Novelli, Giacomo Serpotta), oltre ad esporre opere di notevoli artisti non di area siciliana (quali il Mabuse, Bronzino, Vasari). La Galleria è nota per ospitare alcuni capolavori che costituiscono autentiche icone della storia dell'arte occidentale (come l'Annunciata di Antonello da Messina e il Trionfo della morte), nonché per l'allestimento di Carlo Scarpa, considerato un capolavoro assoluto della museografia del XX secolo.

== Storia ==

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Il palazzo del 1495, opera di Matteo Carnilivari all'epoca attivo a Palermo in cui attendeva ai lavori di palazzo Ajutamicristo, e splendido esempio d'architettura gotico-catalana, era la residenza di Francesco Abatellis (Patella o Albatelli o Abbatelli, corrotto in Abatellis), maestro Portolano del Regno.

Monastero
Epoca aragonese

Di origini lucchesi l'Abatellis, al servizio di re Ferdinando II d'Aragona, fu nominato Prode Capitano indi trasferito a Palermo ove ricoprì la carica di Gran Siniscalco e di Pretore per tre successivi incarichi nel periodo a cavallo il 1486 e il 1495. In città, coi proventi accumulati in terra iberica, edificò un palazzo vicino al convento di Santa Maria degli Angeli detto la Gancia. Vedovo di una nobile spagnola, sposò una cittadina palermitana, ma nessuna delle due consorti diede alla luce un erede, pertanto l'Abatellis, dispose che il palazzo rimanesse alla seconda moglie, e che alla morte di essa, le strutture ospitassero un monastero di donne intitolato a «Santa Maria della Pietà» e amministrato secondo la regola dell'Ordine benedettino.

Epoca spagnola

Delle disposizioni testamentarie fu disattesa la tipologia dell'ordine atto a governare l'istituzione: infatti il 19 maggio 1526 un gruppo di religiose dell'Ordine domenicano, provenienti dal monastero di Santa Caterina, si trasferì nel palazzo. Furono necessari numerosi adattamenti per renderlo adeguato alle esigenze della vita monastica, e come si può vedere da una pianta pubblicata dal Filippo Meli in Matteo Carnelivari e l'architettura del quattro e cinquecento in Palermo, le diverse ali furono frazionate per realizzare celle e corridoi. All'esterno le finestre furono modificate e furono tolte le colonnine intermedie e, a volte, anche alcuni elementi decorativi. Nel 1553 il palazzo fu denominato monastero del Portolano.

Primitiva chiesa di Santa Maria della Pietà

Per le esigenze della comunità religiosa fu necessaria l'edificazione di una cappella costruita sul lato sinistro del palazzo occultando uno dei prospetti. Questa cappella fu eretta negli anni 1535 - 1541 dall'architetto Antonio Belguardo e prese il nome di chiesa di Santa Maria della Pietà. Il luogo di culto presentava il prospetto rivolto a settentrione e l'altare a mezzogiorno, in un'area adiacente alla porta antica del Palazzo.

Nel XVII secolo con la costruzione di una chiesa più grande (l'odierna chiesa di Santa Maria della Pietà) con ingresso principale su via Butera, la cappella fu abolita e suddivisa in diversi vani, la parte anteriore con l'ingresso su via Alloro fu adibita a parlatorio mentre nella parte retrostante fu realizzata una porta di accesso nel muro dell'abside, tolto l'altare e tramutata in magazzini. Con l'emanazione delle leggi eversive il monastero fu tuttavia mantenuto, in via straordinaria, alle religiose domenicane.

Epoca contemporanea

Durante la notte tra il 16 e il 17 aprile 1943, il palazzo fu colpito durante un bombardamento aereo del secondo conflitto mondiale, evento che determinò il crollo parziale dell'ala sud - occidentale e della parete della torre ovest.

Museo

Finita la guerra si decise di provvedere al suo restauro e di trasformare il palazzo in "Galleria d'Arte per le collezioni d'arte medievale". Prima di questa sede le opere facevano parte della Pinacoteca della Regia Università e, dal 1866 in poi, delle collezioni del museo archeologico regionale «Antonio Salinas».

La Soprintendenza ai Monumenti affidò quindi all'architetto Mario Guiotto e successivamente all'architetto Armando Dillon i lavori di consolidamento e di restauro. Furono tolte le superfetazioni e furono ricostruiti il portico, la loggia e il salone centrale di cui era crollato il soffitto.

Questi lavori furono ultimati a metà 1953 e fu allora chiamato Carlo Scarpa per curare l'allestimento e l'arredamento della Galleria che venne aperta al pubblico il 23 giugno del 1954. Scarpa realizzò anche diversi adattamenti di questi restauri per le necessità dell'allestimento.

Nel 1977 le competenze dei beni culturali passarono alla Regione Siciliana e la Galleria divenne regionale.

Il 4 febbraio 2008 il museo è stato temporaneamente chiuso per effettuare lavori di restauro cofinanziati dal fondo FESR dell'Unione europea, e il 12 novembre 2009 è stato riaperto. Conservando il lavoro di Scarpa, sono state riviste e create nuove ali (le nuove sale verdi e rosse) ai piani superiori compresa una terrazza sul tetto.

Esterno

Edificio a pianta rettangolare con cortile interno, costruito con pietre d'intaglio e torre angolare, si sviluppa su due livelli raccordato da due scale scoperte che si fronteggiano e da un magnifico loggiato a due ordini con archi a sesto ribassato al piano terra e archi a tutto sesto al piano superiore.

Il portale d'ingresso, sebbene maestoso e lineare, incastonato tra le due torri merlate che spiccano dalla rigorosa costruzione, è delimitato da una cornice in pietra sormontata al centro da stemmi recanti le armi della famiglia Patella - Abatellis. Il prospetto principale al piano nobile è decorato da raffinate trifore. Il cortile originariamente era lavorato in tufo così come l'ingresso e la torre, ad oggi tuttavia il palazzo rimane fortunatamente uno dei palazzi tardo-medievali meglio conservati dell'Italia meridionale e fortunatamente non rimaneggiato in epoca barocca come spesso è avvenuto tra XVII e XVIII secolo, tale stato di conservazione permette di capirne bene le forme e la struttura e di avere un grado di approssimazione minimo per ricostruirne la storia e lo stile

Le sale espositive

Nelle sale della galleria hanno trovato posto le opere provenienti da acquisizioni, donazioni e anche degli incameramenti dei beni degli enti religiosi soppressi nel 1866.

Al piano terra si trovano, fra i tanti manufatti tutti d'altissimo livello qualitativo: le opere lignee ad intaglio del XII secolo e le sculture del Trecento e del Quattrocento fra cui alcune di Antonello Gagini come l'Annunciazione e Ritratto di giovinetto, di Domenico Gagini come la Madonna del latte, le maioliche dipinte a lustro metallico dei secoli XIV e XVII, il Busto di gentildonna di Francesco Laurana (XV secolo) conosciuta come Eleonora d'Aragona, di forme elette e di plastica sodezza e le tavole dipinte di soffitti lignei.

Nella sala II, si trova lo straordinario grande affresco del Trionfo della Morte (databile con ogni probabilità agli anni 1445 e seguenti), proveniente da Palazzo Sclafani è esposto nella ex-cappella con una illuminazione dall'alto di grande impatto visivo. La morte, su un cavallo scheletrico, irrompe in un giardino e semina scompiglio con frecce letali tra giovani gaudenti e nobili donzelle, dopo aver seminato le gerarchie terrene, laici e religiosi, papi e imperatori, i cui corpi ormai giacciono esanimi, risparmiando quasi per beffa il gruppo di miserabili e derelitti che pure la invoca.

Al primo piano l'opera di maggior rilievo è, senza dubbio, l'Annunziata di Antonello da Messina (XV secolo). Opera di assolutezza formale, considerata un'autentica "icona" del rinascimento italiano, è collocata nella sala X conosciuta come sala dell'Antonello. La Vergine è colta nell'istante supremo dell'Annunciazione (l'angelo le sta di fronte ma è invisibile). Il gesto della mano, il trapezio del manto, la politezza delle forme e lo sguardo magnetico, esaltano la figura restituendole una astratta bellezza. Nella stessa sala, a fianco ad essa sono collocate altre opere di Antonello: le tavole con le immagini di tre Dottori della Chiesa che costituivano le cuspidi di un polittico andato disperso.

Prima di accedere alla sala dedicata ad Antonello, nel percorso espositivo del piano nobile della Galleria Regionale si possono ammirare l'"Ultima Cena" del pittore catalano Jaume Serra, il "Salone delle croci", dove trovano posto la croce dipinta da Pietro Ruzzolone e quella del Maestro di Galatina e la collezione della pinacoteca di provenienza per la maggior parte da chiese e dai conventi della città, con opere quali la Madonna dell'Umiltà di Bartolomeo Camulio (sala VII) l'Incoronazione della Vergine di Riccardo Quartararo (sala XI) e i dipinti cinquecenteschi di Antonello Crescenzio.

La Sala XIII accoglie una serie pregevolissima di dipinti fiamminghi databili fra il XV e XVI secolo, la perla della raccolta è sicuramente il Trittico Malvagna di Jan Gossaert. Si tratta di un'opera miniaturista dove sono rappresentate una Madonna col bambino tra angeli, Santa Caterina d'Alessandria e Santa Dorotea, mentre sul retro del pannello si trova lo stemma della famiglia dei Lanza. Altro capolavoro della sala fiamminga è la Deposizione di Jan Provost.

Nelle ultime sale (XV, XVI e XVII) di questo piano sono esposti dipinti di Vincenzo da Pavia, Jacopo Palma il vecchio, le tele a carattere mitologico quali Andromeda liberata da Perseo del Cavalier d'Arpino e Venere ed Adone di Francesco Albani e le opere più significative del Manierismo di marca Michelangiolesca, con dipinti di Giorgio Vasari (La caduta della manna, in due parti), Girolamo Muziano e Marco Pino.

I nuovi spazi museali (sala verde e sala rossa) si snodano su due piani, presentano una significativa raccolta del tardo manierismo siciliano, della pittura seicentesca e del realismo. La sala verde illustra opere del tardo manierismo di impronta controriformista, attraverso la produzione di artisti siciliani attivi a cavallo fra il cinquecento e il seicento: Giuseppe d'Alvino, Gaspare Bazzano e Pietro D'Asaro. Fra le altre opere più significative vanno citate San Francesco e l'Estasi di Santa Caterina di Filippo Paladini.

A concludere il percorso espositivo della sala verde, un capolavoro dell'oreficeria Palermitana del '600, la Sfera d'Oro, grande ostensorio in oro, argento dorato, smalti e diamanti, proveniente dalla Casa dei padri Filippini all'Olivella.

Nella sala rossa, al termine del percorso museale, assume grande rilevanza la componente Caravaggesca, con il francese Simon Vouet autore di Sant'Agata in carcere visitata da san Pietro, e con Amore dormiente del napoletano Battistello Caracciolo, ma anche una buona copia di ignoto, autore della Cena in Emmaus del Caravaggio, versione National Gallery di Londra.

Le opere principali di questa sala sono le tele di Antoon van Dyck: "Santa Rosalia incoronata dagli angeli", la "Madonna col bambino" e il "Compianto" a lui attribuito. Il pittore fiammingo che trovandosi a Palermo nei giorni terribili della pestilenza del 1624, propose una nuova iconografia e sicuramente influenzò nei decenni successivi l'opera di Pietro Novelli di cui citiamo i pregevolissimi Mosè, l'I ncoronazione di San Casimiro, San Pietro liberato dal carcere e la splendida pala d'altare denominata Comunione di Santa Maria Maddalena.

A seguire nella stessa sala, gli sviluppi della cultura figurativa del Seicento, fra le opere più importanti annoveriamo: tra gli stranieri, le tele del fiammingo Mathias Stomer e dello spagnolo Josepe Ribera detto lo "Spagnoletto", mentre fra gli italiani tele di rara bellezza sono La Maddalena di Andrea Vaccaro, il Tormento di Tycius di Cesare Fracanzano. La chiusura del percorso espositivo, è dedicata alla linea più marcatamente barocca che si dipana attraverso i dipinti di Mattia Preti, Agostino Scilla e Luca Giordano.

Opere principali

Annunziata, Antonello da Messina

Sant'Agostino, Antonello da Messina

San Gregorio Magno, Antonello da Messina

San Girolamo, Antonello da Messina

Trionfo della morte, autore ignoto, conosciuto come il maestro del trionfo della morte

Madonna col Bambino tra i santi Vito e Castrense, autore ignoto

Madonna col Bambino e san Giovannino, Agnolo Bronzino

Annunciazione, Pietro Novelli

Madonna delle Grazie con i santi Rosalia e Giovanni Battista, Pietro Novelli

Comunione di santa Maria Maddalena, Pietro Novelli

Mosè, Pietro Novelli

Incoronazione di San Casimiro, Pietro Novelli

San Pietro liberato dal carcere, Pietro Novelli

Busto di gentildonna detto di Eleonora d'Aragona, scultura di Francesco Laurana

Sant'Andrea, Girolamo Muziano

Trasfigurazione, Marco Pino

Incoronazione della Vergine, Riccardo Quartararo

Assunta fra i Cherubini ed angeli musicanti, Antonello Crescenzio

Santa Rosalia incoronata dagli angeli, Antoon van Dyck

Madonna con il Bambino, copia attribuita ad Antoon van Dyck

Madonna del Rosario, Antoon van Dyck

Cristo e la cananea, dono di Francesco I, Mattia Preti

Cristo e l'adultera, Mattia Preti

I quattro evangelisti, Mattia Preti

Ratto di Deianira, Luca Giordano

Strage degli Innocenti, olio su tela, cm 198 × 264, Luca Giordano

San Paolo Eremita, Jusepe Ribera

Sant'Agostino che sfoglia un libro, Jusepe Ribera

Madonna del latte, scultura di Domenico Gagini

Madonna col Bambino, scultura di Antonello Gagini

Annunciazione, gruppo scultoreo di Antonello Gagini

Sant'Agata visitata in carcere da San Pietro, Simon Vouet

Ultima Cena, Jaume Serra

Deposizione, Jan Provoost

Madonna dell'umiltà, Bartolomeo Camulio

Trittico Malvagna, Jan Gossaert, conosciuto anche come Mabuse

Il tormento di Tycius, Cesare Fracanzano

Compianto del Cristo morto, Vincenzo degli Azani detto Vincenzo da Pavia

Fuga in Egitto, Vincenzo degli Azani detto Vincenzo da Pavia

Madonna del riposo, scultura di Antonello Gagini

Maddalena, Andrea Vaccaro

Andromeda liberata da Perseo, Giuseppe Cesari detto Cavalier d'Arpino

Uomo che soffia su un tizzone, Matthias Stomer

San Francesco, Filippo Paladini

Estasi di santa Caterina, Filippo Paladini

San Michele Arcangelo, Filippo Paladini

Venere ed Adone, Francesco Albani

Trinità, Vito D'Anna

Altre opere

XVII secolo, Giacomo Serpotta, ritratto, olio su tela, opera realizzata da Gaspare Serenari.

Pietro D'Asaro

1609, Natività di Gesù con Santa Chiara, San Francesco d'Assisi e San Giovanni Battista, opera documentata per la chiesa di San Vito di Chiusa Sclafani oggi nei depositi.

1611, Ultima Cena, opera proveniente dal convento di Santa Maria di Gesù.

1613c., Adorazione dei Magi, due bozzetti di pale d'altare, di ottima fattura.

XVII secolo, San Francesco abbraccia il Crocifisso.

XVII secolo, Orfeo suona il violino.

XVII secolo, Maddalena penitente, tavoletta firmata, opera proveniente dal convento dell'Ordine dei frati minori cappuccini di Castronovo di Sicilia, custodita nei depositi.

XVII secolo, Lapidazione di Santo Stefano, tavoletta firmata, custodita nei depositi.

Il Paradiso terrestre, olio su tela, cm. 139 × 190, Leandro Bassano.

La Madonna consegna a San Bonaventura il Gonfalone del Santo Sepolcro o Madonna della Vittoria, olio su tela, cm. 101,5 × 76, Francesco Solimena.

Festa del Bucintoro, olio su tela, cm 143 × 216, Joseph Heintz il Giovane.

XV secolo, Polittico di Corleone raffigurante l'Incoronazione di Maria Vergine ritratta tra San Michele Arcangelo, San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista, San Leoluca, la Trasfigurazione, Santa Maria Maddalena, Angelo Annunciante, Maria Vergine Annunciata, Santa Lucia, Cristo in pietà e apostoli, Santi. Opera proveniente dalla sacrestia della chiesa del monastero del Santissimo Salvatore di Corleone.

Modelli e disegni

1699, Carità, Bozzetto in terracotta, opera di Giacomo Serpotta.

1711 - 1718, Disegno dell'oculo della controfacciata della chiesa di Sant'Agostino, matita nera, penna e inchiostro bruni, acquarello grigio su carta bianca ingiallita, opera di Giacomo Serpotta.

1713 - 1719, Putti insieme di tre gruppi, manufatti in stucco, opere provenienti dall'Oratorio di Santa Maria delle Grazie al Ponticello di Giacomo Serpotta.

1729, Disegno raffigurante il portale interno della chiesa di San Matteo al Cassaro, matita nera, inchiostro bruno e acquarello grigio su carta bianca ingiallita, opera attribuita a Francesco Ferrigno e Giacomo Serpotta.

1730c., Il battesimo di Costantino, penna e inchiostro bruno su carta bianca, documentato nell'Oratorio dei Santi Elena e Costantino, opera realizzata da Guglielmo Borremans.

XVII secolo fine, Mensola, bozzetto con raffigurazioni di Satiri, terracotta, opera di Giacomo Serpotta.

XVII secolo fine, Disegno di cornice, penna e inchiostro bruni su carta bianca ingiallita, opera di Giacomo Serpotta.

XVIII secolo inizio, Disegno raffigurante un arco di cappella, matita nera, penna e inchiostro bruni, acquarello grigio su carta bianca ingiallita, opera di Giacomo Serpotta.

1677, Frontespizio in Galeriae farnesianae icones Romae Io Iacobus de Rubeis formis Romae, opera di Pietro Aquila.

1685 - 1686, Rebecca al pozzo, olio su tela, opera di Pietro Aquila.

1685 - 1686, Giacobbe inganna il padre Isacco, olio su tela, opera Pietro Aquila.

1692, Alzato dell'altare della Cappella di San Fausto per la chiesa della Natività di Nostra Signora a Mejorada del Campo, penna e inchiostro bruno, inchiostro bruno, acquerellature colorate, matita nera, opera realizzata con la collaborazione di Giacomo Amato e di Pietro Aquila.

1687, Prospetto del fronte a mare della chiesa di San Mattia e noviziato dei Padri Crociferi, penna e inchiostro bruno su tracce di matita nera, acquerellature in toni di grigio, fori di compasso, opera di Giacomo Amato.

1689, Prospetto definitivo della facciata della chiesa di Santa Maria della Pietà, matita nera e acquerellature in toni di bruno, fori di compasso, opera di Giacomo Amato.

1692 - 1728, Progetto della nuova facciata del palazzo Branciforte nella strada di San Nicolò alla Kalsa, matita nera, inchiostro bruno, acquerellature in toni di grigio, fori di compasso, opera di Giacomo Amato.

1698, Alzato di porta laterale della chiesa di Santa Maria della Pietà, penna e inchiostro bruno, acquerellature in toni di grigio, matita nera, fori di compasso, opera di Giacomo Amato.

1704c., Prospetto di loggia nel cortile di palazzo Tarallo, matita nera, penna e acquerellature in toni di bruno, fori di compasso, opera di Giacomo Amato.

1704c., Prospetto delle logge nel cortile di palazzo Tarallo, matita nera, penna e acquerellature in toni di bruno, fori di compasso, opera di Giacomo Amato.

1714 ante, Prospetto della nuova facciata del palazzo Spaccaforno, matita nera, acquerellature in toni di grigio, fori di compasso, opera di Giacomo Amato.

XVIII secolo inizi, Studio per cornice, penna e inchiostro bruno, acquarellature brune e gialle, su matita nera, fori di compasso, opera di Giacomo Amato e bottega.

XVII secolo fine, Santa Rosalia in veste d'Aurora sparge fiori su Palermo, tempera nera a pennello, acquerellature a toni grigio/bruni, matita nera, opera di Antonio Grano.

XVIII secolo inizi, Studio di decorazione con aquila, delfini, tritoni e telamoni, penna e inchiostro bruno, acquerello grigio e azzurro su carta bianca, opera di Antonio Grano.

XVIII secolo inizi, Allegoria della Pace, penna e acquerello bruno e grigio su carta bianca ingiallita, opera di Antonio Grano.

XVII secolo fine, Disegno di ostensorio per un apparato delle Quarantore, matita nera, inchiostro bruno e acquerellature in toni di bruno, opera frutto della collaborazione di Paolo Amato e Antonio Grano.

XVII secolo fine, Disegno di credenza di sacrestia per un monastero, inchiostro bruno su tracce di matita nera, acquerellature in toni di grigio e di amaranto su carta bianca fine, opera frutto della collaborazione di Paolo Amato e Antonio Grano.

1687, Apparato per il Santissimo Sacramento nell'oratorio delle Anime Derelitte nel chiostro di San Domenico, penna e inchiostro bruno, acquerellature colorate su tracce di matita nera, fori di compasso, opera frutto della collaborazione di Giacomo Amato e Antonio Grano.

1689, Disegno per l'incisione raffigurante il Gioco di Fuoco celebrato a Palermo in onore del matrimonio di Carlo II d'Asburgo e Maria Anna di Neuburg, commissionato dal duca di Uzeda, matita nera, penna e inchiostro bruno, fori di compasso, opera frutto della collaborazione di Giacomo Amato e Antonio Grano.

1692 ante, Disegno per reliquiario di Santa Rosalia, inchiostro e acquerello bruno su carta bianca, opera frutto della collaborazione di Giacomo Amato e Antonio Grano.

1693c., Disegno raffigurante l'altare del Santissimo Sacramento nell'Oratorio della Compagnia della Carità di San Bartolomeo degli Incurabili, penna e inchiostro bruni, acquarello grigio su matita nera su carta bianca ingiallita, opera frutto della collaborazione di Giacomo Amato e Antonio Grano.

1701, attribuzione, Alzato del catafalco per le esequie del Re Carlo II di Spagna eretto a Palermo, matita nera, acquarellature in toni di grigio, fori di compasso, opera frutto della collaborazione di Giacomo Amato e Antonio Grano.

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fontana Pretoria

Fontana · Palermo

fontana Pretoria

La fontana Pretoria (in siciliano funtana Pritoria) fu realizzata nel 1554 da Francesco Camilliani a Firenze. Collocata in un primo tempo nel giardino del palazzo fiorentino del fratello della granduchessa Eleonora di Toledo, nel 1581 venne venduta al senato palermitano e trasferita in piazza Pretoria a Palermo. Giorgio Vasari la definì "una fontana stupenda che non ha eguali a Firenze o forse in Italia".

È popolarmente nota come fontana della vergogna a causa delle somme spropositate pagate per acquistarla, al continuo lievitare dei costi e all'aumento continuo delle infinite spese accessorie, cifre ritenute "vergognose" dai palermitani.

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Storia
Prodromi fiorentini

La fontana fu realizzata per il giardino di don Luigi Álvarez de Toledo y Osorio a Firenze, su un terreno ottenuto dalle suore del convento di San Domenico al Maglio nel 1551 dopo molte pressioni. Su questo terreno in seguito sarebbe stato costruito, a partire dal 1584, il palazzo di San Clemente, ancora oggi esistente.

La realizzazione dell'insolito giardino, privo di un palazzo o di un edificio di rilievo, e della monumentale fontana furono commissionate da Pedro Álvarez allo scultore fiorentino Francesco Camilliani, allievo di Baccio Bandinelli, che vi lavorò a partire dal 1554. La fontana comprendeva 48 statue, aveva dimensioni inusuali per un'opera non destinata a uno spazio pubblico ed era fronteggiata da una lunga pergola formata da 90 colonne di legno messe in opera sotto la sorveglianza di Bartolomeo Ammannati.

Dell'artista fiorentino sono autografe la statua di Vertumno e la vasca della statua del fiume Oreto, manufatti immediatamente identificabili rispettivamente con le iscrizioni Opus Francisci Camilliani florentini 1554 e Opus Francisci Camilliani civis florentiae 1555.

L'acquisto del senato palermitano

Spinto dai debiti e in procinto di spostarsi a Napoli, don Luigi, grazie al fratello don García Álvarez, riuscì nel 1573 a vendere la fontana alla città di Palermo essendo pretore Giovanni Villaraut, barone di Prizzi, circostanza che valse l'appellativo di Fontana del Pretore. Don Garcia, che era stato viceré di Sicilia, era in buoni rapporti con il Senato palermitano, che decise di acquistare la fontana e di collocarla nella piazza su cui prospetta il Palazzo Pretorio. Luis di Toledo, García Álvarez ed Eleonora di Toledo sono entrambi figli di Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga, viceré di Napoli. Eleonora fu la prima moglie di Cosimo I de' Medici.

Il trasporto avvenne quasi interamente via acqua: prima su navicelli lungo l'Arno, poi su nave fino a Palermo. La fontana giunse in porto il 26 maggio 1574, smontata in 644 pezzi dei quali 112 imballati in 69 casse. Per far posto alla monumentale realizzazione, concepita per un luogo aperto, furono demolite diverse abitazioni. La fontana tuttavia non arrivò completa e alcune sculture si erano rovinate durante il trasporto, mentre altre forse furono trattenute dal proprietario. Tra queste sono da considerare probabilmente le due Divinità nel Museo del Bargello a Firenze e altre statue che vennero collocate nel giardino privato di don Luigi a Napoli (che alla sua morte furono portate nel giardino del Palazzo di Sotofermoso di Abadía nella provincia di Cáceres, di proprietà della famiglia Toledo). A Palermo furono quindi necessari alcuni adattamenti nella ricomposizione dei pezzi e ne vennero aggiunti altri.

La cura della ricomposizione e dell'adattamento della fontana fu affidata nel 1574 a Camillo Camilliani, figlio di Francesco, che ultimò i suoi interventi nel 1581, con l'aiuto di Michelangelo Naccherino. Tra le aggiunte di quest'ultimo sono autografe la statua di un fiume e la figura di un tritone recante un braccialetto inciso, identificabili con la medesima dicitura Opus M. Angelus Nacherinis flor.

Per tutto il XVIII secolo e parte del XIX secolo fu considerata una sorta di rappresentazione della corrotta municipalità cittadina, che vide in quelle immagini il riflesso e i personaggi discutibili del tempo. Per la nudità delle statue, ma soprattutto per le spropositate somme pagate per acquistarla, al continuo lievitare dei costi e l'incremento continuo delle infinite spese accessorie, cifre ritenute "vergognose", la piazza è stata soprannominata "piazza della vergogna" dai palermitani.

Nel novembre del 1998 fu intrapresa un'opera di restauro, che durò fino al novembre del 2003. A dicembre dello stesso anno la fontana è stata riaperta e successivamente è stata riattivata la circolazione dell'acqua.

Dopo la realizzazione e la messa in opera nel capoluogo toscano, la grande opera subì il disassemblaggio e la nuova rimodulazione nella capitale siciliana. Le centinaia di pezzi furono trasportate nel più vicino porto toscano per essere imbarcate verso il meridione della penisola, per poi essere trasportate a destinazione dal porto fino al nuovo cantiere. La nuova collocazione comportò la requisizione di diversi fabbricati, la loro demolizione, il risarcimento e la ricostruzione parziale degli stabili ai rispettivi proprietari, gli attuali settecenteschi palazzi baronali: palazzo Bonocore e palazzo Bordonaro separati da una scalinata sul Cassaro.

Al rimontaggio seguì l'integrazione di tutti i pezzi lasciati ai Toledo, di quelli ceduti, regalati e danneggiati durante il trasporto, nonché la realizzazione di nuovi elementi assecondando il gusto artistico del giovane ed estroso Michelangelo.

Nel 1737 essendo pretore Luigi, duca Gaetani, si assommano i costi di pulizia, abbellimenti e della robusta cancellata in ferro per limitare i danneggiamenti e l'opera devastatrice di popolani e fazioni campanilistiche d'oltre provincia: i facinorosi messinesi, che sfregiarono i nasi a numerosi elementi. I palermitani ricambiarono l'oltraggiosa offesa spezzando l'anulare e medio del Nettuno del Montorsoli, che si ritrovò a fare le corna ai suoi stessi concittadini. Nel 1858, pretore Giuseppe De Spuches, principe di Galati, fu racconciata dal deplorevole stato in cui versava a spese del Senato dallo scultore Rosolino Barbera. Nel 1865 fu tolta la primitiva cancellata, azione che fu causa di ulteriori e reiterati danni, protezione che fu ripristinata nel 1872.

Descrizione

La fontana ruota attorno ad un bacino centrale circondato da quattro ponti di scalinate e da un recinto di balaustre, l'elevazione piramidale è costituita da tre vasche coassiali da cui prende l'avvio il gioco d'acqua, elemento versato dalla sommità da un Bacco, nella rimodulazione palermitana identificato col Genio di Palermo.

Il primo ordine dietro la cancellata è delimitato esternamente da una gradinata circolare e dalla balaustra interrotta da quattro varchi corrispondenti alle quattro rampe di scale balaustrate formate da nove gradini ciascuna, rampe disposte su assi ortogonali tra loro.

I varchi d'accesso esterni e le balaustre, a inizio e fine rampe, presentano coppie di personaggi mitologici o figure allegoriche collocate su piedistalli:

Una prima corona circolare presenta un'ampia pavimentazione pedonale, la seconda corona interna costituisce la vasca circolare di raccolta delle acque a sua volta scavalcata ortogonalmente dalle quattro rampe di scale conducenti al secondo livello. La teoria di statue intermedie poste all'accesso delle rampe presenta sul piedistallo un'urna per la raccolta delle acque.

Ciascuno dei quattro settori ospita in posizione intermedia, ovvero nello spazio compreso fra rampe di scale, una vasca ornata da gruppi scultorei raffiguranti allegorie di fiumi. Ogni gruppo è costituito da una colossale statua distesa su rupe, quali immaginifica sorgente, attorniata rispettivamente da un tritone e una nereide. Le fonti classiche fanno riferimento al padre di tutti i fiumi, il corso d'acqua più conosciuto sin dall'antichità, il Nilo, ai suoi due affluenti e l'Ippocrene, fiume della mitologia greca. Come consuetudine, nella trasposizione palermitana, nella rinominazione operata da Antonio Veneziano, i quattro gruppi assumono il nome dei maggiori corsi d'acqua cittadini. Nel particolare contesto storico detti corsi ricoprono rilevante importanza in quanto i letti non interrati e le loro foci costituiscono ancora gran parte degli approdi naturali del vasto porto di Palermo, pertanto il monumento mira ad esaltare, celebrare e magnificare attraverso il mito l'elemento primordiale e le attività ad esso connesse.

Nella dislocazione originale le scarne fonti documentali fiorentine fanno riferimento al fiume Arno e al suo affluente il Mugnone, rappresentati rispettivamente dalle due divinità barbute, e ancora l'Affrico o il Tevere e forse il Mensola. Tra la commissione di don Pedro di Toledo, realizzazione, installazione, vendita, trasferimento, danneggiamento e rimodulazione resta il dubbio su quanti e quali manufatti siano effettivamente pervenuti nella nuova sede. Opinioni contrastanti investigano circa il primitivo numero di allegorie, di certo il pingue e grottesco uomo maturo è un'aggiunta postuma, integrazione verosimilmente realizzata per sopperire e ovviare ai numerosi guasti causati dalla traslazione nonché per conferire armoniosa simmetria all'aggregato, così come le nereidi, i tritoni e le erme del cerchio esterno, con altre aggiunte dal carattere caricaturale al limite del goffo e bizzarro sono tutte attribuite, molte di esse autografe, allo stile gagliardo e scanzonato di Michelangelo Naccherino.

Nelle sei nicchie ricavate nella parete esterna di ciascun settore circolare del secondo ordine sono collocate altrettante teste d'animali o di mostri mitologici, per un totale di 24 figure, ognuna delle quali versa - dalla bocca o dalle narici - getti d'acqua nella vasca ad anello. Altri 5 getti dipartono dalle colonnine della balaustrata superiore per un totale di 20 zampilli aggiuntivi.

56 canali alimentano altrettanti zampilli: 24 getti dipartono dalle maschere d'animali, 20 dalle colonnine delle balaustre del secondo livello, 8 nelle vasche esterno rampe, 4 nelle vasche dei fiumi. Il computo non tiene conto del getto sommitale presso il Genio di Palermo.

20 urne: 4 conche coassiali e peschiera circolare suddivisa in quattro sezioni, 8 conche alla base delle divinità esterno rampe, 4 vasche fiumi.

37 statue: (3 livelli × 8 statue) 24 divinità, 12 elementi compongono i 4 gruppi dei fiumi, 1 Genio di Palermo collocato in cima.

24 teste d'animali e mostri mitologici poste sulla parete circolare dell'elevazione centrale.

Tra i monumenti d'età medioevale, tardo-rinascimentali e barocchi del centro storico di Palermo, la fontana, che rende il Piano Pretore un elemento urbanistico sorprendente, è uno dei più spettacolari della città.

Curiosità

Nel 1973 le Poste italiane hanno dedicato alla fontana Pretoria un francobollo da Lire 25.

La Rappresentante di Lista ha utilizzato la fontana come scenario del singolo Diva pubblicato il 17 Giugno 2022

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Palazzo Chiaramonte

Palazzo italiano · Palermo

Palazzo Chiaramonte

Il Palazzo Chiaramonte (detto anche Steri, da Hosterium, palazzo fortificato), si trova in Piazza Marina a Palermo. Fu residenza reale con i sovrani aragonesi e successivamente sede palermitana dell'Inquisizione spagnola in Sicilia. Dagli anni '50 è sede del rettorato dell'Università degli Studi di Palermo.

== Storia ==

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Dal completamento della costruzione fino al XV secolo

Il palazzo completato nelle strutture nel 1307, fu la grande dimora di Manfredi I Chiaramonte, esponente di spicco della potente famiglia dei Chiaramonte, conte dell'immenso feudo di Modica, detto "Regnum in Regno" per i privilegi concessi, proprietario di gran parte delle terre ubicate sulla direttrice per Agrigento, Capitano Giustiziere di Palermo, Ammiraglio,Ufficiale, Sottufficiale, Maresciallo, Tenente del Regno. Edificato solitario sulle terre paludose del convento di Santa Maria di Ustica e di Sant'Onofrio alla Kalsa, fu denominato Hosterium Magnum (costruzione fortificata). Per le istituzioni ospitate nel tempo fu appellato Palazzo dei Tribunali o Palazzo dell'Inquisizione o Osterio, nella forma contratta locale, semplicemente Steri. Per l'importanza ricoperta contaminò la stessa definizione araba del quartiere Kalsa, chiamato in alternativa col termine a noi più contemporaneo di mandamento dei Tribunali.

Manfredi, massimo rappresentante della fazione latina avversa alla catalana, assieme ai Ventimiglia conti di Geraci, agli Alagona conti di Agosta e ai Peralta conti di Caltabellotta, si spartì politicamente e territorialmente l'intera isola. Nucleo imparentato con le famiglie Incisa, Moncada, Rosso, Santostefano, Prefolio, Palizzi e Sclafani tramite il cognato Matteo Sclafani, antagonista per idee politiche sebbene normanno di discendenza. Casato talmente influente nella capitale che la stessa debole dinastia degli Aragona subordinava la presenza in città al suo consenso, pertanto, i reali limitavano la dimora per le brevi parentesi istituzionali, delegando i dignitari preposti e trascorrendo lunghi periodi di soggiorno nelle più ospitali e familiari regge di Messina e Catania. Infatti quasi tutti i membri dei reali aragonesi del Regno di Sicilia sono sepolti nella cattedrale e chiesa di San Francesco all'Immacolata di Catania, nella cattedrale e chiesa di San Francesco all'Immacolata di Messina e in altri luoghi di culto di località minori.

Nel 1392 re Martino il Giovane, il cui matrimonio con Maria di Sicilia aveva rinsaldato il legame tra gli Aragona di Sicilia e il primitivo ramo iberico, forte dell'innata determinazione e dell'appoggio paterno, punisce l'atto di ribellione del fiero e disinvolto oppositore Andrea Chiaramonte, discendente ed erede di Manfredi III Chiaramonte con la decapitazione, sentenza eseguita in Piazza Marina. Con il fallimento del piano stipulato col Giuramento di Castronovo e la scomparsa di Andrea, si annienta l'opposizione e l'avversione verso Casa d'Aragona, si estingue il casato dei Chiaramonte e con la confisca di tutti i beni assegnati ai Moncada, il re elegge il palazzo a dimora reale. Per tale destinazione d'uso furono ridotti gli ambienti destinati a Tribunale, che prima erano stanziati presso la reggia di Castellammare, secondo il privilegio concesso da Federico III di Sicilia.

Nel 1412 la regina Bianca di Navarra vi si rifugiò scappando da Siracusa per fuggire alle persecutorie brame amorose di Bernardo Cabrera, conte di Modica, e da qui ripetutamente ossessionata, alla volta del castello di Solanto attraverso La Cala.

Dal 1468 al 1517 fu residenza dei viceré di Sicilia, i quali si prefiggevano di rinnovare il più capiente e prestigioso Palazzo Reale.

Dal XVI al XVIII secolo

La dimora fino al 1517 ospitò un solo viceré di Sicilia nella persona di Ettore Pignatelli, duca di Monteleone. Nel 1523 fu teatro delle fasi finali della Congiura dei fratelli Imperatore, uno dei primi moti insurrezionali scoppiati con lo scopo di strappare la Sicilia alla Spagna e affidarla a Marcantonio Colonna. Tentativo fallito e culminato con la tortura dei congiurati, dove fu giustiziato Federico Abbatellis, conte di Cammarata, proprietario del palazzo omonimo contiguo allo Steri.

Nel 1598 il tribunale per l'amministrazione della giustizia ordinaria fu trasferito a Palazzo Reale mentre in esso dal 1600 al 1782 s'insedio il tribunale dell'inquisizione con lo spaventoso Carcere dei Penitenziati predisposto da Filippo III contenente le celle denominate filippine.

Dal XVIII al XIX secolo

Il Tribunale della Santa Inquisizione fu chiuso nel 1782 dal Viceré di Sicilia Domenico Caracciolo, marchese di Villamaina, il quale fece dare alle fiamme l'archivio segreto e gli strumenti di tortura. Per qualche anno fu sede del Rifugio dei Poveri di San Dionisio e in seguito della Regia Impresa del Lotto.

Dal 1800 al 1958 il palazzo ospitò nei piani superiori gli Uffici Giudiziari e, al pianoterra, gli uffici della Regia Dogana.

Epoca moderna

Restaurato negli anni cinquanta dall'architetto Carlo Scarpa e da altri architetti palermitani, vi è stata quindi trasferita dall'ex convento dei Teatini la sede del Rettorato dell'Università di Palermo.

Il restauro novecentesco fu assai contestato. Il primo responsabile dei lavori, l'architetto Giuseppe Spatrisano, lasciò l'incarico in polemica con altri professionisti palermitani, per la loro decisione di eliminare alcuni tra i segni fondamentali della storia del Palazzo, come la Scala dei Baroni, l'antico orologio, la piattaforma dei condannati, le gabbie interne, e tutto ciò che in qualche maniera potesse ricordare i suoi orribili trascorsi, legati all'Inquisizione.

Stile

Manifestazione esemplare di stile chiaramontano derivato dal singolare innesto di forme normanne e gotiche, amalgamate in un'arte e in un contesto esclusivamente siciliani di palazzo signorile, dimora regia, sede dei governanti, regia dogana, tribunale di giustizia, decorato da torri con merli e orologio a campana, con prospetti e sale interne arricchiti da numerose targhe e stemmi con le armi dei Chiaramonte, locali per la Dogana ubicati in basso e uffici del tribunale al piano nobile.

Di pianta quadrata e massiccia volumetria, il palazzo segna il passaggio fra il castello medievale e il palazzo patrizio, Tommaso Fazello lo documenta perfezionato nel 1320 e abbellito con pitture commissionate da Manfredi III Chiaramonte nel 1380. La rigorosa cortina muraria esterna è impreziosita da bifore e trifore decorate con tarsie in pietra lavica. Durante il restauro della facciata inoltre sono venuti alla luce i solchi lasciati dalle pesanti gabbie appese destinate all'esposizione delle teste dei baroni ribelli a re Carlo V d'Asburgo. Studiosi, durante gli attuali restauri, hanno individuato un passaggio segreto che dalle celle conduceva direttamente alla Stanza dell'Inquisitore.

Un'altra scoperta significativa riguarda l'esistenza di un edificio monumentale sotterraneo di sette metri di lunghezza con una imponente copertura con volte a crociera, marcate da poderosi costoloni. L'edificazione di questa struttura si pone nel primo quarto del XIV secolo e all'interno sono stati recuperati reperti e graffiti anteriori di tre secoli.

Ambienti di rilievo:

Sala Magna o Sala dei Baroni,

Sala dei Viceré,

Sala delle Capriate,

Sala delle Armi,

Sala delle Udienze,

Scala dei Baroni,

Stanza dell'Inquisitore,

Carcere dei Penitenziati.

Nel cortile interno il portico sottostante e loggiato superiore arricchito da bifore e trifore dalle caratteristiche decorazioni ad intarsio. Aggregata all'insieme la trecentesca Cappella di Sant'Antonio Abate alla Dogana.

Sala Magna

La Sala Magna o La Magna Sala dei Baroni, risplende dei dipinti del soffitto ligneo eseguito fra il 1377 e il 1380, realizzato da Cecco di Naro, Simone da Corleone e Pellegrino Darena da Palermo. Nelle rappresentazioni vanno rilevate le tracce di quel vastissimo repertorio figurativo che, per i temi moralistici e didascalici, rivela un'immagine fedele della società isolana del Trecento. Fra i tanti temi trattati, i tornei cavallereschi, l'esaltazione della donna e la rivisitazione del passato nel suo momento di massima esaltazione epica e romanzesca: un repertorio d'immagini e di motivi decorativi. Tra i più rilevanti motivi figurativi si riscontrano quelli legati al ciclo arturiano è quello carolingio.

Il polo museale

Nelle prigioni dello Steri, rimangono preziosi graffiti dei carcerati, testimonianza unica delle sofferenze patite sotto quella istituzione dell'Ancien Régime.

All'interno del complesso è nato un polo museale, una scelta legata anche ai recenti rinvenimenti. In tre delle celle al piano terra, che ospitavano le recluse, sono infatti venuti alla luce nuovi graffiti completamente sconosciuti: disegni di figure umane e invocazioni delle prigioniere accusate di stregoneria. Sulla natura e sugli scopi del polo museale è in atto un dibattito, tra chi vorrebbe dedicarlo all'Inquisizione, e chi, invece, vorrebbe fare dello Steri un Museo della Shoah siciliana, che in seguito all'editto di Ferdinando e Isabella di Castiglia (1492) provocò, tra gli ebrei isolani, migliaia di morti (uccisi dall'Inquisizione e in numerosi pogrom) e l'esodo di decine di migliaia di persone.

I graffiti sono venuti fuori, sotto l'intonaco, nel corso dei lavori di restauro dell'intero complesso. Oltre alla scritta in dialetto è affiorato parte di un dipinto raffigurante la prua di una nave e un inquisitore con il campanaccio in mano. Tra essi, alcune tra le pochissime testimonianze della presenza ebraica nell'isola.

Negli anni Settanta è stato oggetto di un restauro ad opera dell'architetto Roberto Calandra con la consulenza di Carlo Scarpa (fino al 1978, anno della sua scomparsa), oggi è sede del rettorato dell'Università di Palermo.

All'interno del palazzo è custodito il celebre dipinto Vucciria di Renato Guttuso.

Chiesa di Sant'Antonio Abate alla Dogana

Luogo di culto coperto con volte costolonate e portale quattrocentesco, edificato da Manfredi Chiaramonte come cappella privata di famiglia.

Piazza della Marina

Nella antistante piazza della Marina si celebravano gli autodafé (atti di fede). Gli autodafé erano grandiose e pompose cerimonie pubbliche in occorrenza delle quali erano approntati palchi per le autorità, per il clero, per l'aristocrazia e platee per il popolo. Manifestazioni similari si svolgevano presso il piano della Cattedrale, dei Bologni, di San Domenico, della Loggia, della Vucciria vecchia. Le sentenze della Santa Inquisizione si svolgevano al piano della Marina, di Sant'Erasmo o dell'Ucciardone, alcune esecuzioni sono documentate in piazza Vigliena, le pubbliche fustigazioni si eseguivano girando per le vie della città accompagnate dal rullo dei tamburi.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Marina
Orari
Tu-Sa 10:00-19:00
Telefono
+39 091 2389 3788
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.musei.unipa.it

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Orto botanico di Palermo

Orto botanico · Palermo

Orto botanico di Palermo

L'Orto botanico di Palermo è una istituzione museale e didattico-scientifica del Centro Servizi del Sistema Museale dell'Università di Palermo, che vi ha sede. Adiacente a Villa Giulia, vi si accede da via Lincoln, al confine del quartiere Kalsa di Palermo, e accoglie oltre 12.000 specie differenti di piante.

== Storia ==

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La sua origine risale al 1779, anno in cui l'Accademia dei Regi Studi, istituendo la cattedra di Botanica e Materia medica, le assegnò un modesto appezzamento di terreno per insediarvi un piccolo orto botanico da adibire alla coltivazione delle piante medicinali utili alla didattica e alla salute pubblica.

Questo primo orto ben presto si rivelò insufficiente alle necessità e nel 1786 si decise di trasferirlo in quella che è la sede attuale, presso il Piano di Sant'Erasmo, all'epoca tristemente famoso in quanto sede dei roghi dell'Inquisizione.

Nel 1787 Goethe in viaggio a Palermo visita l'orto botanico e ne fa una descrizione incantata, visti i suoi interessi naturalistici:

Nel 1789 fu iniziata la costruzione del corpo principale degli edifici dell'Orto, costituiti da un edificio centrale, il Gymnasium, e da due corpi laterali, il Tepidarium e il Calidarium, progettati in stile neoclassico dall'architetto francese Léon Dufourny.

Vicino al Gymnasium si trova la porzione più antica dell'Orto, detta Sistema linneo, anch'essa progettata dall'architetto Léon Dufourny con uno schema rettangolare suddiviso in quattro parallelogrammi. Su indicazione del padre francescano Bernardino da Ucria, insigne botanico, in questa porzione del giardino le specie furono disposte secondo la tassonomia linneana, sistema di classificazione sviluppato da Carl von Linné ed esposto negli aspetti riguardanti la botanica nel 1753 in Species Plantarum.

Il nuovo Orto fu inaugurato nel 1795 e nel 1798 si arricchì dell'Acquarium, una grande vasca in cui prosperano numerose specie di piante acquatiche.

Nel 1823 fu completata la Serra Maria Carolina. Il grande Ficus magnolioide, che costituisce il simbolo del moderno Orto, fu importato nel 1845 dalle Isole Norfolk.

In seguito a successivi ampliamenti, nel 1892 fu raggiunta l'attuale estensione di 10 ettari circa.

Nel 1913 gli fu affiancato un Giardino coloniale poi soppresso. Dal 1985 l'Orto è in affidamento al Dipartimento di Scienze Botaniche dell'Università di Palermo.

Nel 1993, nel contesto di un progetto per la salvaguardia del patrimonio genetico della flora dell'area mediterranea è stata istituita la banca del germoplasma.

Cronologia dei direttori dell'Orto
Mappa

Mappa dell'Orto botanico di Palermo.

Strutture e collezioni
Sistema linneano

È il settore più antico dell'Orto, in cui le piante erano originariamente disposte seguendo il sistema di classificazione esposta da Carl von Linné nel 1753 in Species Plantarum.

Realizzato a schema rettangolare nel 1789, il settore è suddiviso in quattro aree a parallelogramma, dette i Quartini (4 sulla mappa), a loro volta suddivisi in aiuole.

L'impianto originario dell'area si è modificato nel tempo per lo sviluppo assunto da alcuni grandi esemplari a danno di altre piante che, sopraffatte, sono gradualmente scomparse.

Al centro del Sistema di Linneo si trova la Crociera, il piccolo e suggestivo piazzale formato dall'incrocio del Viale centrale con il Viale delle palme.

Gymnasium, Calidarium e Tepidarium

Di fronte al cancello di ingresso sta l'edificio centrale in stile neoclassico del Gymnasium (1 sulla mappa), che in origine era la sede della Schola Regia Botanice, dell'Herbarium, della Biblioteca e della dimora del direttore.

Affiancano il Gymnasium due edifici minori disposti simmetricamente. Essi sono ancora chiamati Calidarium (3 sulla mappa) e Tepidarium (2 sulla mappa) perché in origine ospitavano piante dei climi caldi e temperati rispettivamente.

Aquarium e altre vasche

In fondo al viale centrale, si trova l'Aquarium, una grande vasca circolare suddivisa in 24 comparti, ottenuti ripartendo radialmente tre settori concentrici in 8 parti, che ospita numerose specie acquatiche.

A pochi metri dall'Aquarium si trova il laghetto, un'altra ampia vasca in cui le piante sono disposte in modo informale. Altre vasche minori si trovano nei quartini del sistema linneiano.

Serre

L'Orto si è nel tempo arricchito di un complesso di serre che attualmente ricoprono circa 1300 m2.

La più antica di esse è la Serra Maria Carolina (6 sulla mappa), dono della regina Maria Carolina d'Austria, nota anche come Giardino d'Inverno. In origine essa era in legno e riscaldata da stufe; successivamente, nella seconda metà dell'Ottocento, fu ricostruita in ghisa dall'architetto Carlo Giachery.

Altre serre:

La Serra delle succulente, con piante di ambienti caldo-aridi (7 sulla mappa)

La Serra sperimentale, che attualmente ospita banani e papaye (8 sulla mappa)

La Serra della Regione, che ospita piante di ambienti caldo-umidi (9 sulla mappa)

La Serra per il salvataggio delle succulente, annessa al Dipartimento di Scienze Botaniche (10)

La Serra delle felci (11 sulla mappa)

Ordinamenti bioecologici e geografici

In questo settore le piante sono disposte secondo criteri bioecologici e geografici. Vi trovano posto il Giardino a succulente (12 sulla mappa), costituito da numerose specie degli ambienti aridi africani, il Palmetum (13 sulla mappa), il Cycadetum (14 sulla mappa), e la collinetta mediterranea (15 sulla mappa) che ospita alcune specie significative della flora spontanea mediterranea, compresi diversi endemismi e alcune rarità.

Settore sperimentale e delle piante utili

Nel settore sperimentale (16 sulla mappa), situato alle spalle del Giardino d'Inverno, si coltivano piante tropicali e subtropicali sottoposte a studi, conclusi o in corso, quali quelli del cotone, degli agrumi, della canna da zucchero, del sorgo. Il settore delle essenze utili (17 sulla mappa), che si estende sul versante sudoccidentale dell'Orto, comprende zone riservate alle piante officinali, tessili, da resina e gomma, da olio, da essenza e da corteccia.

Settore di Engler

Noto anche come nuovo settore (18 sulla mappa), comprende la parte meridionale dell'Orto, nel quale le piante sono disposte secondo la classificazione di Engler. Le specie sono ripartite in tre settori, rispettivamente dedicati alle gimnosperme, alle angiosperme dicotiledoni e alle angiosperme monocotiledoni.

Herbarium

Il moderno Herbarium mediterraneum, ospitato in alcuni edifici adiacenti all'Orto (19 sulla mappa), si estende su una superficie di circa 6000 m2.

Il corpo principale delle collezioni è costituito dall'Erbario Siculo e dall'Erbario Generale del Dipartimento di Scienze Botaniche, stimate rispettivamente intorno a 50.000 e 200.000 specimina; di queste ultime circa un quarto è di provenienza mediterranea.

Il materiale extrasiciliano è costituito da collezioni provenienti da Portogallo, Spagna, Francia, Corsica, Sardegna, Grecia, Creta, Cipro, Algeria e Egitto.

Comprende anche circa 2000 alghe, 1600 licheni, 4700 briofite e un migliaio di miceti.

Banca del germoplasma

La banca del germoplasma, sorta nel 1993, si inserisce nel contesto di un progetto per la salvaguardia del patrimonio genetico della flora dell'area mediterranea.

Le funzioni specifiche della banca sono la conservazione ex situ a lungo e a breve termine dei semi delle specie endemiche, rare o minacciate. I semi delle piante, una volta raccolti e catalogati, sono opportunamente trattati e conservati in ampolle vitree, a disposizione delle istituzioni per scambi. I semi così conservati sono sottoposti a prove di germinazione e di vitalità periodiche.

Specie accolte

L'Orto botanico di Palermo ospita oltre 12.000 specie differenti.

Sviluppatosi in una epoca di grandi esplorazioni, l'Orto palermitano si trovò, tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento ad essere punto di riferimento dei grandi orti botanici del Nord Europa che, a causa del clima favorevole, trasferirono qui molte specie ancora sconosciute o non ben classificate della flora esotica tropicale. Estremamente importante fu sotto questo profilo il collegamento con l'Orto botanico di Berlino, sotto la direzione di Adolf Engler, e quello con le regioni d'origine di molte specie esotiche asiatiche, africane, australiane e sudamericane.

All'Orto botanico di Palermo si deve, per fare alcuni esempi, l'introduzione nell'area mediterranea del mandarino (Citrus deliciosa) e del nespolo del Giappone (Rhaphiolepis bibas).

Il primitivo impianto linneiano comprendeva 1580 specie differenti, 658 delle quali tuttora esistenti.

Tra esse merita un cenno particolare un grande esemplare di Ginkgo biloba.

Nell'Aquarium si trovano varie specie di ninfee, fra le quali Nymphaea alba, Nymphaea tuberosa, gli ibridi di Nymphaea × marliacea, dalle vistose fioriture multicolori, Nuphar lutea e il fior di loto Nelumbo nucifera. Inoltre, nella parte più interna non sommersa ma sempre umida si trovano Alocasia sp., Colocasia sp., Zantedeschia sp., mentre nel vicino specchio d'acqua, il cosiddetto "laghetto", prosperano il papiro egiziano (Cyperus papyrus) ed altre ciperacee quali lo Scirpus lacustris e il Cyperus alternifolius.

A poca distanza crescono poi varie specie di bambù e dietro, su una collinetta artificiale, spicca un notevole esemplare di Dracaena draco.

Non lontano si trovano poi la pianta più alta dell'Orto, una vetusta Araucaria columnaris, e quella più grande, un gigantesco esemplare di Ficus magnolioides (Ficus macrophylla subsp. columnaris) con grosse radici tabulari e fulcranti, importato dalle Isole Norfolk nel 1845.

Il giardino a succulente dell'area degli ordinamenti bioecologici ospita una ampia varietà di specie del genere Aloe e varie altre piante degli ambienti aridi quali Cereus, Crassula, Euphorbia e Opuntia. Accanto alla collezione delle succulente, un grande esemplare di Ficus rubiginosa dà vita ad un ambiente che richiama la giungla.

Nell'area del Cycadetum hanno trovato dimora alcune specie di cicadi che si possono definire storiche. Tra esse la Cycas revoluta, donata dalla regina Maria Carolina nel 1793, è stato il primo esemplare di questa specie posto a dimora in Europa. In epoca successiva furono acquisite le zamiacee Ceratozamia mexicana e Dioon edule, entrambe di origine messicana, e la Cycas circinalis, elegante specie della penisola indiana. Nel 1997 la collezione si è ulteriormente arricchita grazie all'acquisizione di diversi esemplari di particolare pregio, tra i quali Dioon spinulosum, Encephalartos altensteinii, Encephalartos longifolius, Encephalartos villosus, Macrozamia moorei e Zamia furfuracea.

Nell'area del Palmetum si trovano oltre alla Chamaerops humilis, unica palma indigena alla Sicilia, numerose palme esotiche, di cui l'Orto è particolarmente ricco, potendo annoverare, tra esemplari in piena terra o in vaso, ben 34 generi e circa 80 specie. Il genere Washingtonia è rappresentato da W. filifera, che per la prima volta fiorì proprio a Palermo, e da W. robusta. Nel genere Phoenix, oltre alla palma da datteri (Phoenix dactylifera) figurano P. rupicola, P. reclinata, P. canariensis, P. roebelinii e P. theophrasti. Sono presenti numerosi altri generi: Chamaedorea, Brahea, Sabal, Livistona, Howea e Trachycarpus.

Il Giardino d'Inverno ospita numerose specie provenienti dalle regioni calde di Africa, America centrale, Sud America, Asia e Australia. Tra esse meritano un cenno la pianta del caffè (Coffea arabica), la papaia (Carica papaya), numerose specie di Bougainvillea, la cannella (Cinnamomum zeylanicum), la parmentiera (Parmentiera cereifera) e la mimosa sensitiva (Mimosa spegazzinii). Nella serra della Regione, si coltivano in vaso la cosiddetta "palma del viaggiatore" (Ravenala madagascariensis) e varie specie di Anthurium, Codiaeum, Pandanus e altre piante proprie dei climi caldo-umidi tropicali ed equatoriali.

Accanto ad essa, due serre più piccole ospitano, rispettivamente, orchidee e piante carnivore.

Notevole anche la collezione di succulente della omonima serra, tra cui spiccano esemplari di Echinocactus grusonii di notevoli dimensioni.

A fianco del viale Antonino De Leo, meglio noto come viale delle Corisie per il duplice filare di alberi di Chorisia speciosa che ne delimita il tracciato, si trova il Settore Sperimentale e delle Piante Utili in cui figurano piante alimentari come la canna da zucchero (Saccharum officinarum) e il sorgo zuccherino (Sorghum saccharatum), entrambe utilizzate per l'estrazione dello zucchero; l'avocado, varie cultivar di banano (Musa × paradisiaca, Musa cavendishi), il noce pecan (Carya olivaeformis), oltre alla ricca collezione di agrumi con oltre cento cultivar di notevole valore storico e di grande importanza per la conservazione del germoplasma locale.

Meritano infine un cenno le piante medicinali tra cui figurano l'assenzio maggiore (Artemisia absinthium), lo stramonio comune (Datura stramonium), il ginseng indiano (Withania somnifera), la canfora (Cinnamomum camphora) ed il papavero da oppio (Papaver somniferum).

Altre specie
Specie animali aliene

L'Orto ospita da alcuni anni una colonia di una decina di esemplari di pappagalli della specie Psittacula krameri, sfuggiti dalle voliere della vicina Villa Giulia e perfettamente ambientatisi nel clima subtropicale dell'orto.

L'Orto nella cultura

Nell'aprile del 1787, durante il suo soggiorno a Palermo, Goethe visitò l'Orto botanico di Palermo e ne rimase affascinato, come racconta nel suo resoconto sul Viaggio in Italia. È qui che egli concepì l'idea della cosiddetta "Urpflanze", cioè di una pianta originaria archetipica, presunta base di ogni divenire biologico.

Intorno al 1870, Francesco Lojacono detto il Pittore del Sole, dipinse una veduta dell'Orto.

Il romanzo I delitti di via Medina-Sidonia (1996) di Santo Piazzese è ambientato nell'Orto botanico di Palermo.

Il film Ore diciotto in punto (2013) diretto da Giuseppe Gigliorosso e realizzato con la partecipazione della scrittrice Valentina Gebbia è ambientato in parte all'interno dell'Orto Botanico di Palermo.

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Telefono
+39 091 2389 1236
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Sito ufficiale
www.ortobotanico.unipa.it

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Palazzo Comitini

Palazzo · Palermo

Palazzo Comitini

Il Palazzo Comitini o Palazzo Gravina di Comitini è un palazzo storico di Palermo, sede della Città metropolitana di Palermo e del Consiglio comunale del Comune di Palermo.

L'edificio venne edificato tra il 1766 ed il 1781 dall'architetto Nicolò Palma per volere di Michele Gravina e Cruillas Principe di Comitini. Il Palazzo si affaccia su via Maqueda e venne realizzato su un lotto irregolare a più cortili d'impianto planimetrico quadrilatero intercomunicanti mediante passaggi porticati, che servirono a raccordare l'antico edificio cinquecentesco con l'ampliamento settecentesco segnato dalla via Maqueda. Nel 1931 venne aggiunto il terzo piano dall'ingegnere Mario Umiltà. L'edificio ritrova nella facciata la regola della simmetria nella rigorosa localizzazione dei due ingressi.

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All'interno sono presenti molti stucchi e soffitti affrescati, inoltre le sue sale ospitano molte opere d'arte, in particolare due quadri di Renato Guttuso, il "Paesaggio" e "Donne alla Fontana" all'interno della Sala rossa e della Sala verde ed una di grandi dimensioni di Arrigo Musti, nella sala Gialla, intitolata: "XX Un Secolo di Passione".

Molto interessanti, poi, i salottini alla cinese dove c'erano decine di piatti di porcellana incassati nelle pareti lignee, poi sostituiti da piatti della ceramica Florio. Altrettanto suggestiva la cosiddetta Sala Martorana, dal nome del pittore Gioacchino Martorana a cui si deve la Gloria del Principe sulla volta. Il pavimento è un fastoso maiolicato settecentesco napoletano. I camerini sono annessi a quella che era la grande alcova dei principi, oggi stanza del sindaco metropolitano.

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Castello a Mare

Museo di un ente pubblico · Palermo

Castello a Mare

Il castello a Mare si trova nel Parco archeologico del Castellammare, nei pressi della Cala, nel quartiere la Loggia, a nord del porto di Palermo., nell'area oggi denominata "molo trapezoidale"

È stato il più importante baluardo difensivo del porto di Palermo fino al XX secolo.

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Storia
Epoca normanna

Una prima fortificazione è edificata in epoca araba intorno al IX secolo, edificata rivolta verso il mare per il controllo e la difesa del porto, a ridosso della La Cala, nell'area adiacente alla Kalsa. L'attuale struttura è stata costruita in epoca normanna da Roberto il Guiscardo e dal Gran Conte Ruggero a conquista avvenuta..

Epoca aragonese

Nel 1333 la flotta di Roberto d'Angiò, nell'ambito delle Guerre del Vespro tentò d'assaltarlo. Fino al 1337 fu la residenza preferita del sovrano Federico III di Sicilia che riformò personalmente l'ordinamento delle prigioni in esso ospitate. Le carceri molto vulnerabili dal punto di vista della sicurezza, per via dei frequenti assalti, quando non subivano veri e propri sabotaggi o bombardamenti dall'esterno, motivarono i primi interventi di restauro a carico dei cittadini.

Fino agli eventi contraddistinti dal Giuramento di Castronovo, regnante Martino il Giovane, il maniero ospitò i tribunali della giustizia ordinaria, secondo il privilegio concesso da Federico III di Sicilia. Gli uffici dei tribunali approdano nel Palazzo Chiaramonte-Steri fino al 1598, per essere trasferiti nel restaurato Palazzo Reale. Sotto la reggenza di Bianca di Navarra nel 1417, per garantire la sicurezza della struttura è costruito un fossato, la porta e gli accessi sono dotati di barbacane, sono poste grate e sbarre alle finestre, è completato il tetto, sono aggiunti quegli accorgimenti atti a migliorare le funzioni e la qualità di vita delle persone e delle istituzioni in esso ospitate.

Nel 1445 furono aggiunte altre opere difensive volute da Alfonso V d'Aragona, è documentato il luogo di culto retto da un cappellano, i magazzini d'approvvigionamento di cereali e legname, i locali per la macinatura del grano.

Tra i vari documenti del XIV e del XV secolo, è pervenuto un inventario delle armi e dei beni, redatto nel 1478, in occasione della morte del castellano Giovanni Antonio Fuxa.

Nel 1496 sono documentati altri lavori d'ampliamento voluti da Ferdinando II d'Aragona e commemorati con una targa marmorea posta all'ingresso, fortificazioni motivate dai sempre più frequenti assalti di flotte corsare genovesi e saracene.

Epoca spagnola

Fu residenza temporanea dei viceré di Sicilia. Durante la rivolta popolare filofrancese capeggiata da Gianluca Squarcialupo nel 1517, anche lo stesso viceré di Sicilia Ettore Pignatelli, conte e duca di Monteleone, vi si trasferì per maggiore sicurezza, anche in seguito si spostò per breve periodo il Palazzo Chiaramonte-Steri e infine Palazzo Regio.

Nel 1523 il viceré Pignatelli affidò al padovano Pietro Antonio Tomasello, nominato ingegnere del Regno, l'incarico di riprogettare la struttura, facendone una fortezza imprendibile oltre che la sede vicereale. Il progetto non fu realizzato. Tuttavia durante il regno di Carlo V d'Asburgo che incentivò in tutti i modi il rafforzamento delle fortificazioni siciliane, il castello fu rafforzato con bastioni, verso terra, a difesa dei primitivi maschio e torrione.

Le cronache riportano che fu la dimora del viceré di Sicilia Ferrante I Gonzaga, infatti i figli Francesco Gonzaga e Gian Vincenzo Gonzaga, nati nel Castello a Mare, furono battezzati nella chiesa di San Giacomo la Marina, parrocchia competente per territorio, rispettivamente nel 1538 e nel 1540.

Il castello divenne sede siciliana del Tribunale dell'Inquisizione tra il 1553 e il 1601, istituzione introdotta in Sicilia fin dal 1487 da Ferdinando II d'Aragona, e presto trasferita allo Steri.

Il 29 agosto 1593, per lo scoppio di due polveriere, perirono numerose persone fra cui l'insigne poeta Antonio Veneziano, ivi rinchiuso per scontare una condanna per diffamazione.

Nel 1658 per la nascita del figlio di Filippo IV di Spagna, l'erede al trono Prospero Filippo, gran parte dei proventi regalati per le fasce dell'infante, furono destinati per migliorie alle strutture, evento commemorato da stele marmoree. Il principino, anch'egli morì in tenera età come tutti i fratelli maschi che lo precedettero, eccetto Carlo II di Spagna nato alcuni giorni dopo la sua dipartita, cresciuto a sua volta debole e malaticcio.

Nel quadriennio 1670 - 1674 è edificata la fortificazione voluta dal viceré di Sicilia Claudio Lamoral, I Principe di Ligne.

Epoca borbonica

In età borbonica divenne struttura puramente difensiva, nota per essere stata sede di iniziative anti-borboniche concluse poi negativamente coi moti del 1718 e 1734. Nel 1722, sulla piazza antistante è documentata l'installazione della statua di San Giovanni Nepomuceno, realizzata da Tommaso Maria Napoli, manufatto custodito dopo gli eventi del 1860 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli detta la «Gancia», oggi nella cappella eponima della chiesa di San Giacomo dei Militari.

Con Ferdinando III di Borbone furono aggiunte altre fortificazioni. Tra le più importanti si ricordano:

Bastione di San Pietro

Porta Aragonese

Baluardo di San Giorgio

Baluardo di San Pasquale

Baluardo del Principe di Lignè.

Durante l'insurrezione di Palermo fu uno dei punti da cui si bombardò la città e fu parzialmente smantellato dopo la partenza delle truppe regie. Tuttavia proprio durante il Regno delle due Sicilie alcune strutture furono sottoposte a restauri e ammodernamenti fino al regno di Francesco II nel 1860, quando l'intero complesso fu assaltato e in parte demolito dalla popolazione, secondo la richiesta formulata a Giuseppe Garibaldi.

Epoca contemporanea

Fu adibito a caserma militare fino al 1922 quando cominciò la sua demolizione perché considerato superfluo e nell'ambito del rinnovamento urbanistico portato avanti dal PRG dell'ing. Felice Giarrusso (1886). Tra le perdite per la storia dell'edificio, venne demolita anche un'elegante loggia cinquecentesca che caratterizzava il fronte verso la chiesa di S. Maria della Catena. Le rovine e l'aria di sedime subirono ulteriori danni durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Nel 2009, a seguito di scavi e lavori di restauro, iniziati nel 2006 per riportare alla luce i resti del complesso ed eliminare una serie di baracche ed abitazioni precarie che erano cresciute spontaneamente nel dopoguerra, è diventato il nucleo del Parco archeologico del Castellammare ed altri progetti, in sintonia con l'Autorità portuale sono previsti per riallagare alcune aree verso l'attuale arrivo degli aliscafi.

Architettura

Fino al 1923 la fortezza presentava una cinta muraria quadrangolare bagnata su due lati dal mare, che racchiudeva al suo interno un enorme complesso architettonico, risultato di continue ristrutturazioni e adattamenti alle varie esigenze occorse nel tempo.

Anticamente composto da un grande maschio di epoca araba, alcune parti normanne (come la cappella della Bagnara), bastioni e zona d'ingresso quattrocenteschi, un palazzetto rinascimentale, una chiesa cinquecentesca (la Madonna di Piedigrotta, edificata su un'antica moschea araba), due basse torri esagonali e molte altre strutture e fabbriche di epoca più recente.

Degli antichi edifici rimangono parte della torre maestra, la torre cilindrica e il corpo d'ingresso o "porta aragonese".

Chiesa di San Giovanni Battista a Castellammare

1088, In epoca normanna è documentata la chiesa di Chiesa di San Giovanni Battista a Castellammare.

1178, Guglielmo II di Sicilia concede il tempio ai monaci dell'Ordine cistercense del monastero di Santo Spirito. Sull'esempio delle abbazie cistercensi, anche qui è fondato un ospedale.

1516, La chiesetta e l'ospedale di Castellamare seguono le sorti del monastero e ospedale di Santo Spirito aggregati all'Ospedale Grande e Nuovo. La fusione è decretata dall'imperatore Carlo V e riconosciuta con bolla pontificia di Papa Leone X.

1519, La comunità dei napoletani di stanza a Palermo costituisce la Confraternita di San Giovanni dei Napoletani all'interno del tempio.

1526, Nuovi disegni tattico militari decretano la demolizione della chiesa troppo a ridosso di Castellammare nel porto della Cala. La chiesa della Nazione Napoletana si trovava troppo vicino alle fortificazioni, per ordine di Carlo V fu demolita. Ai napoletani è concesso il luogo e la licenza di costruire il nuovo luogo di culto su terreni adiacenti alla chiesa di Santa Maria della Catena.

1580, Divenuta parrocchia col titolo di «San Sivestro».

Nel 1527 i Rettori della Confraternita di San Giovanni Battista la Nazione Napoletana, ottennero dalla Regia Gran Corte l'assegnazione di due magazzini presso il vecchio porto della Cala per costruirvi la loro nuova chiesa, demolita per ordine di Carlo V. La costruzione della chiesa di San Giovanni dei Napoletani fu completata nel 1617.

Ospedale di San Giovanni Battista a Castellammare

Nel 1431 l'ospedale è accorpato all'Ospedale Grande e Nuovo.

Chiesa di San Pietro la Bagnara

La chiesa di San Pietro la Bagnara, luogo di culto in stile normanno demolito nel 1834.

Chiesa della Madonna di Piedigrotta

Cinquecentesco luogo di culto documentato nel recinto del castello.

1590 - 1591, Immacolata Concezione, dipinto di Giuseppe d'Alvino, commissione del viceré di Sicilia Diego Enriquez Guzman, conte di Alba de Lista, scampato al crollo del pontile ligneo del porto, opera documentata.

Porta di Piedigrotta

Varco d'accesso documentato. La porta fu aperta nel 1585 per consentire ai devoti la venerazione dell'immagine di Maria Vergine sotto il titolo di Piedigrotta. Costruzione alta 14 palmi e altrettanto larga, demolita nel 1895.

Dal lato opposto verso settentrione la Porta San Giorgio, demolita nel 1853.

Chiesa di San Silvestro e San Giovanni Battista

La chiesa parrocchiale del castello in epoca borbonica è dedicata a San Silvestro ed in seguito intitolata a San Giovanni Battista edificata sotto Alfonso V d'Aragona nel 1445, in seguito aggregata alla chiesa di San Giacomo la Marina dall'arcivescovo Cesare Marullo, fonti più antiche la documentano già dipendente alla giurisdizione parrocchiale. Il titolo parrocchiale di San Giacomo su tutti i luoghi di culto della Fortezza è mantenuto fino al 27 dicembre 1580. Approvazione reale di re Filippo II della chiesa di San Silvestro e San Giovanni Battista a parrocchia risale al 1582.

Il 29 agosto 1593 il tempio fu danneggiato dallo scoppio delle polveriere e immediatamente ricostruito, con una grande cappella nell'abside dedicata alla custodia e all'adorazione del Santissimo Sacramento, e coro fra tele raffiguranti San Michele Arcangelo e San Francesco.

Nel 1863 il titolo parrocchiale fu soppresso. La chiesa fu demolita insieme a gran parte del castello nel 1922.

Cappella prossima al cornu evangelii dedicata al Santissimo Crocifisso, è documentato il quadro della tradizione iberica raffigurante Nostra Signora di Atocha.

Cappella adiacente alla prima, con il quadro raffigurante San Gaetano, opera di Vito d'Anna.

Cappella prossima al cornu epistulae con il quadro raffigurante San Silvestro Papa, opera di Vito d'Anna.

Cappella della Madonna del Rosario: sull'altare il dipinto su tavola raffigurante i quindici Misteri del rosario, opera di Vito d'Anna, proveniente dalla primitiva chiesa di Castellammare.

Opere documentate:

?, San Giovanni Battista, statua marmorea proveniente dalla chiesa normanna.

XV secolo, Madonna con Gesù Bambino, tempera su tavola di anonimo pittore toscano, opera proveniente dalla primitiva chiesa di Castellammare, oggi custodita nel Museo Diocesano.

?, Battesimo di Cristo, dipinto su tela di Francesco La Farina, oggi nel transetto destro della chiesa del Santissimo Salvatore in corso dei Mille.

?, Altare maggiore, manufatto marmoreo, oggi nella chiesa di San Gaetano Maria Santissima del Divino Amore a Brancaccio.

XVI secoloc., Portale, manufatto in bugnato, opera rimontata nella facciata laterale del vicino Ritiro di Suor Vincenza. Dopo il bombardamento del 1943 i pezzi furono dispersi tra le macerie, secondo altre fonti sarebbero stati conservati all'interno del complesso dello Spasimo.

Ritiro di Suor Vincenza
Moschea di Castellammare

Primitivo luogo di culto d'epoca araba. Con le ristrutturazioni operate dagli Altavilla la moschea fu derivata nella chiesa di San Giovanni Battista a Castellammare.

Piazza di Castellammare

Area ospitante la statua di San Giovanni Nepomuceno.

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Palazzo Sclafani

Palazzo · Palermo

Palazzo Sclafani

Il Palazzo Sclafani è un edificio storico ubicato sul Piano di Palazzo a Palermo, in prossimità del Palazzo dei Normanni.

== Storia ==

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Epoca aragonese

Costruito in posizione privilegiata dal feudatario Matteo Sclafani, conte di Sclafani e Adernò, una porzione d'edificio si affaccia sulla piazzetta dirimpetto alla chiesa di San Giovanni Decollato. I lavori ebbero inizio nel 1330, come testimonia una targa marmorea, in seguito ad una sfida sorta col cognato Manfredi Chiaramonte, un frammisto tra scommessa e provocante competizione. Manfredi, esponente di spicco della fazione latina, fu promotore della costruzione del Palazzo Chiaramonte o Hostèrium Magnum in contrapposizione allo Sclafani che, nonostante vantasse discendenza normanna, parteggiava per la fazione catalana. Morto Matteo Sclafani nel 1354, la potente e ricca famiglia si estinse per mancanza di eredi maschi, nonostante i tre matrimoni contratti, i figli legittimi e i naturali. La lotta per la successione fra i vari generi durò 43 anni. Nel 1400 il grande palazzo fu confiscato e assegnato ad una nobile famiglia spagnola.

Il 4 gennaio 1430 con la finalità di accorpare gran parte dei numerosi piccoli ospedali cittadini, tutti di estrazione e pertinenza religiosa, fu istituita un'apposita commissione sotto l'egida del sovrano Alfonso V d'Aragona e dell'arcivescovo Ubertino de Marinis; il compito fu affidato a Giuliano Majali, esponente dell'Ordine benedettino dell'abbazia di San Martino alle Scale. Per l'associazione in un'unica grande struttura fu identificato l'abbandonato e centralissimo palazzo degli Sclafani, per incuria destinato a rovina irreversibile. L'edificio apparteneva a Sancio di Rodorico de Lyori, visconte di Gagliano, gentiluomo residente in Spagna, fisicamente impossibilitato a verificare e curare con continuità le condizioni statiche e d'agibilità dell'immobile. Il nobile, considerata la destinazione d'uso, si accontentò volentieri della cifra stimata dalla commissione come titolo di risarcimento.

Nel 1431 il Papa Eugenio IV approva la fondazione dell'ospedale. Per gli adeguamenti l'aspetto originario dello stabile fu stravolto nel 1435 quando nelle sue strutture s'insediò definitivamente l'Ospedale Grande e Nuovo, poi Ospedale Civico di Palermo.

Epoca contemporanea

Nel 1832 dopo i moti, le proteste e tutta una serie di insurrezioni cittadine, l'aggregato fu parzialmente trasformato in caserma. Dopo i disordini provocati dai moti di Palermo del 1848, palazzo Sclafani fu dichiarato bene demaniale, l'amministrazione dell'Ospedale ne mantenne il possesso fino al 1852, quando l'istituzione ospedaliera fu definitivamente trasferita nei locali della casa gesuitica di San Francesco Saverio fino all'8 settembre 1943, allorquando l'intero complesso della compagnia di Gesù fu raso al suolo durante un'incursione aerea nel contesto dei bombardamenti cittadini della seconda guerra mondiale. In realtà il complesso di san Francesco Saverio non fu mai bombardato ma demolito dalla Regione Siciliana per realizzare un pensionato universitario. La chiesa omonima dell'arch. Angelo Italia è perfettamente funzionante ed è caratterizzata dall'impianto centrale e da sistema delle cupole.

Palazzo Sclafani fu destinato a gendarmeria. L'amministrazione militare ne fece il proprio quartiere di truppa riconfigurandone e alterandone ulteriormente gli ambienti.

Recenti rilevamenti e scavi archeologici, eseguiti nel cortile del palazzo, hanno riportato alla luce interessanti vestigia delle antiche mura cittadine riferibili all'epoca araba, come pure una piccola parte romana consistente nell'angolo di un peristilio, di una Domus di età romana.

Fino agli anni 2000 è stata sede del Comando Regione Militare Sud dell'Esercito Italiano, oggi del Comando Regione militare Sicilia.

Stile

La facciata presenta alte arcate intrecciate che includono bifore di derivazione normanna che creano un elaborato disegno prodotto dall'alternarsi di tarsie bicrome: conci di tufo e tessere di lava. La decorazione del terzo ordine è arricchita da piccoli rosoni multiformi riproducenti spesso motivi a girali, essi sono presenti ai vertici delle ogive e agli incroci degli archi. Il portale d'ingresso in stile gotico è sormontato da un'edicola con arco trilobato e ancora più in alto, dall'aquila che ghermisce fra gli artigli una lepre, opera dello scultore Bonaiuto Pisano.

L'edicola reca su stemmi marmorei, elementi molto ricorrenti su tutti i portali, prospetti e ambienti del palazzo, le armi e le insegne di casa Sclafani raffiguranti due gru che si affrontano, gli stemmi della Città di Palermo, del Regno di Sicilia e del Regno d'Aragona. La facciata sud in marmo con armi della Casa d'Aragona reca nel cantonale meridionale la ruota degli esposti. Il cortile interno presenta colonne tramutate nel 1778 in pilastri con 16 archi, un secondo ordine parzialmente ricostruito con logge ad arco ad ogiva, al centro è documentata una fonte, resti arabi e d'epoca romana sono stati rinvenuti durante le campagne di scavi e di restauri.

Opere documentate

1446c., Trionfo della morte.

XVI secolo, Giudizio Universale, dipinto di Antonello di Crescenzio.

1562, Pentecoste o Discesa dello Spirito Santo, dipinto di Simone de Wobreck documentato nell'atrio oggi custodito nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis di Palermo.

1633 - 1634, Paradiso e Purgatorio, episodi di cicli d'affreschi raffiguranti rispettivamente la Santissima Trinità, la Vergine, Sant'Ignazio di Loyola, altri santi e le anime del Purgatorio che ascendono al Paradiso, - il secondo le Anime purganti, dipinti realizzati nel cortile e trasportati su tela, opere realizzate da Pietro Novelli, oggi custodite nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis di Palermo.

?, Madonna dell'Idria, dipinto su tela documentato nella cappella di palazzo.

Ospedale Civico

Altrimenti noto come Ospedale Grande e Nuovo. La commissione formata da Pietro Pollara, procuratore dell'arcivescovo Ubertino de Marinis, i rettori della Compagnia di Santa Maria di Candelora stanziata nell'Ospedale di San Bartolomeo, il rettore dell'Ospedale di San Giovanni dei Tartari fra Giuliano Majali e i nobili Francesco Ventimiglia, Arduino Geremia, Pietro Afflitto e Guglielmo Sciabica, accorpò più sedi in un'unica istituzione.

Ospedale Grande e Nuovo sotto il titolo dello «Spirito Santo» dei Religiosi Cappuccini. Con l'accorpamento del 1431 confluiscono 24 diverse istituzioni sanitarie, fra esse:

Ospedale di Sant'Antonio a Montesanto presso Porta Termini, struttura servita dalla Compagnia della Carità.

Ospedale di San Dionisio Aeropagita, struttura prossima a Casa Professa riservata alla nobiltà.

Ospedale di San Giacomo la Mazara o Ospedale di San Giacomo dei Militari o Ospedale di San Giacomo degli Spagnoli, struttura annessa alla Collegiata di San Giorgio in Alga (tempio documentato nel recinto prossimo a Palazzo Reale).

Ospedale di Santa Maria la Mazara o Ospedale di Santa Maria de' Massara o Ospedale della Macina, 1431 - 1433, struttura annessa alla Collegiata di San Giorgio in Alga.

Ospedale di San Giovanni a Castellammare, adiacente alla chiesa di San Giovanni a Castellammare in località Piedigrotta.

Ospedale di San Giovanni dei Lebbrosi o Ospedale di San Giovanni degl'Infetti. Struttura nata con funzioni di lebbrosario, successivamente utilizzata come lazzaretto e per il ricovero dei malati di mente, degli scabbiosi, dei tubercolotici.

Ospedale di San Giovanni dei Tartari, struttura annessa alla chiesa di San Giovanni dei Tartari.

Ospedale di Santa Maria la Nova o Ospedale dei Pellegrini fondato nel 1339, struttura annessa alla chiesa di Santa Maria la Nova alla Loggia.

Ospedale di Santa Maria la Raccomandata, struttura ubicata vicino a Casa Professa, riservata esclusivamente alle pie donne.

Ospedale di San Teodoro, uno nel sito presso la chiesa di San Teodoro oggi chiesa delle Vergini, riservato a tutti i pellegrini.

Ospedale di San Teodoro degli Uccisi (o scannati) nella contrada ove sorge la chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi.

Ospedale di San Bartolomeo l'Incurabili a Porta Felice, legato alla chiesa di San Nicolò alla Kalsa, servito dalla Compagnia di Santa Maria di Candelora, destinato alle cure di tisici e ulcerosi.

Ospedale Filippone adibito alle sole donne.

Ospedale della Vicaria e Ospedale dei carcerati dipendenze dell'Ospedale Grande e Nuovo.

Ospedale di Santo Spirito, il lazzaretto di contagio, l'ospizio e le altre strutture ospedaliere annesse all'abbazia di Santo Spirito del Vespro.

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Gli atti della convenzione del 4 gennaio 1430 furono registrati il 3 settembre 1431 riconosciuti con bolla pontificia di Papa Eugenio IV. L'ospedale e in particolare le gancie di San Giovanni dei Lebbrosi e di San Bartolomeo furono esenti da dazi e gabelle.

In seguito Ferdinando II d'Aragona e Papa Innocenzo VIII aggregano l'abbazia di San Filippo di Fragalà e l'abbazia di Santa Maria di Maniace con le rispettive dipendenze, pertinenze e rendite il 12 aprile 1491. La grancia di San Giovanni dei Lebbrosi è aggregata dopo la cacciata dei Cavalieri Teutonici avvenuta nel 1492.

Nel 1504 è aggregata l'abbazia di Santo Spirito da re Ferdinando II d'Aragona e garantite le rendite dei feudi di Altoplano (Altavilla Milicia ?), Baucina, Randino, Rassino, Catuso.

Un rappresentante sedeva in Parlamento in qualità Pari Ecclesiastico e Abate Commendatario.

Dopo tre secoli la ducea di Bronte dipendente dall'abbazia di Santa Maria di Maniace fu ceduta a Horatio Nelson da Ferdinando I delle Due Sicilie nel 1800 per la difesa della Sicilia dall'invasione francese. Nel medesimo anno furono aggregate le rendite delle chiese di San Michele Arcangelo e di San Sebastiano.

Il Trionfo della Morte

Nel XV secolo, fra le decorazioni del cortile interno del palazzo spiccava l'affresco raffigurante il Trionfo della Morte. Staccato nell'ultimo dopoguerra, il dipinto è attualmente esposto nella Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis nel contesto dell'allestimento effettuato da Carlo Scarpa nel 1954, sottoposto al restauro curato dall'Istituto Centrale per il Restauro.

Sconosciuto è l'autore, la cui cultura è un groviglio di componenti ispaniche, fiamminghe ed italiane. Al centro della composizione, sotto la figura della Morte che cavalca uno scheletrico destriero, giacciono otto cadaveri, ciascuno colpito da una freccia dell'implacabile sterminatrice. Gli zoccoli anteriori e posteriori del cavallo delimitano con precisione la zona occupata dai corpi degli otto sventurati, fra i quali si identificano, dai copricapi e dalle corone, due pontefici (o un papa ed un antipapa), un vescovo ed un re.

Il tema della Morte a cavallo discende dall'Apocalisse tradizionalmente attribuita a Giovanni Evangelista:

Subito prima aveva fatto irruzione un cavaliere con arco su un cavallo bianco:

Il pittore del Trionfo della Morte sembra aver fuso le due iconografie. L'intenzione dell'artista è evidentemente di sottolineare che la morte non risparmia i potenti: ineluttabile e imprescindibile, svincolata dal censo, condizione o ragione sociale. Si trattava di un motivo diffuso anche nella letteratura e in particolare risultano congeniali alcuni versi del Triumphus Mortis di Francesco Petrarca:

Sul lato sinistro le figure di alcuni storpi o mendicanti e forse di umili eremiti, in atto d'impetrare l'umano e divino soccorso. Sono anch'esse in numero di otto e la loro condizione sociale si contrappone, evidentemente, a quella degli otto potenti annientati dalla morte.

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Palazzo Valguarnera-Gangi

Palazzo italiano · Palermo

Palazzo Valguarnera-Gangi

Il Palazzo Valguarnera-Gangi è un palazzo settecentesco di Palermo.

Situato nei pressi della Galleria d'Arte Moderna "Sant'Anna", in un quartiere ricco di maestose residenze nobiliari, assume l'aspetto attuale a seguito dei lavori intrapresi nel XVIII secolo dalla famiglia Valguarnera, per volontà del principe Pietro Valguarnera.

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Storia

La vicenda del palazzo va letta congiuntamente all'edificazione della monumentale villa Valguarnera di Bagheria ad opera di Tommaso Maria Napoli, come celebrazione della casata all'apice della sua ascesa economica, politica e sociale: infatti con il matrimonio avvenuto a metà Settecento tra Pietro di Valguarnera con la nipote Marianna, erede dei titoli e del patrimonio paterno, si ebbe l'unione dei patrimoni familiari.

Il progetto fu quello di far confluire diverse dimore della città di Palermo in un unico palazzo di ben otto mila metri quadri.

Per la vastità dell’impianto, la qualità architettonica e la ricchezza degli apparati decorativi, il Palazzo Valguarnera rappresenta un unicum nel panorama siciliano e uno degli esempi più alti del rococò italiano, giunto alle soglie del XXI secolo pressoché integro. Di particolare rilievo sono i due interventi settecenteschi dell’architetto trapanese Andrea Gigante: lo scalone monumentale con le statue marmoree di Ignazio Marabitti e la galleria traforata d’ispirazione bibienesca, che inserisce l’opera in un contesto culturale di respiro internazionale pur mantenendo una forte identità siciliana.

La conservazione e l’integrità del complesso si devono non solo all’elevato livello artistico e architettonico degli interventi originari, ma anche alla continuità della proprietà familiare: il palazzo appartiene tuttora ai discendenti di Pietro e Marianna Valguarnera, che ne promossero la costruzione nel XVIII secolo e hanno curato un accurato restauro dell’intero edificio.

Nel 1820 la principessa Giovanna Valguarnera, ultima erede della famiglia, sposò Giuseppe Mantegna, principe di Gangi, portando in dote il palazzo di famiglia. In quegli anni l’edificio aveva subito danni dovuti a eventi ambientali e a difficoltà economiche, risolte grazie al matrimonio. Giuseppe Mantegna avviò una profonda ristrutturazione del palazzo, conferendogli lo stile neoclassico ispirato al gusto Luigi XVI che ancora oggi lo caratterizza.

La principessa Giulia Mantegna di Gangi, nata Alliata e Notarbartolo dei Principi di Montereale, fu una delle figure più eminenti della Palermo di fine Ottocento, insieme alla sorella Annina, prima moglie di Vincenzo Florio jr. Di lei restano numerosi ritratti e fotografie che ne testimoniano l’eleganza e la personalità aristocratica. Nata poco dopo l’unità d’Italia, visse fino al secondo dopoguerra, attraversando la fine dell’età aristocratica e l’inizio del cosiddetto “Sacco di Palermo”, periodo di profondo degrado urbanistico e sociale. Anche Palazzo Gangi conobbe un lento declino, recuperando solo negli anni 2000 il suo splendore grazie a un accurato restauro.Tra gli eventi più celebri ospitati in questo periodo si ricorda il pranzo in onore di re Edoardo VII d’Inghilterra e della regina Alessandra durante la loro visita a Palermo nel 1907.

Attualmente la proprietà del palazzo è dei principi Vanni Mantegna di San Vincenzo, subentrati nel 1995 per eredità.

La costruzione del palazzo e la struttura

I lavori grazie ai quali Palazzo Valguarnera è diventato ciò che è oggi si protrassero per oltre tre decadi (dal 1757 al 1792), e oltre al Gigante coinvolsero diversi architetti, decoratori e figure di spicco dell'arte di quel periodo. Gli apparati decorativi dei saloni si devono alle numerose collaborazioni con gli artisti più in voga dell'epoca, tra cui: l'Interguglielmi, il Serenario, il Fumagalli, il Velasco e il Marabitti, affiancati dai migliori pittori ornatisti, stuccatori, intagliatori, indoratori, e mobilieri. Ciò nonostante è al genio di Andrea Gigante che si devono le opere di maggior importanza, come ad esempio la maestosa sala da ballo, detto anche Salone Giallo, per la seta gialla di Lampasso che riveste le pareti ed il mobilio. Qui la caratteristica è una struttura architettonica unica e squisitamente barocca, detta 'volta traforata', pensata per creare effetti straordinari quando venivano accesi i grandi lampadari a candele in vetro di Murano (quello centrale ha ben 102 bracci). Il Salone Giallo, è stato decorato da Gaspare Serenario nel 1754 con l'opera “Trionfo delle virtù necessarie al principe”. Il gusto con cui è decorata specialmente questa sala ricorda molto lo stile di Versailles e della Reggia di Caserta. Tra i capolavori di rococò presenti nel palazzo vi è la Galleria degli Specchi, ovvero quattro grandi specchiere in oro zecchino che accentuano il doppio soffitto ligneo traforato. Sul fronte del palazzo che dà su piazza Sant’Anna, si trova un suggestivo giardino pensile e sulla parte inferiore di questo fronte vi era il piccolissimo teatro Sant’Anna. Tra le sale più apprezzate e di maggior valore artistico troviamo il Salone d’onore, il cui soffitto riporta un affresco di Elia Interguglielmi, ultimato nel 1792, che rappresenta la “Gloria del principe virtuoso”.

Il palazzo nella letteratura e nel cinema
Nel romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa

Il costruttore del palazzo sposò intorno al 1748 la nipote Marianna, figlia ed erede di Francesco Saverio principe di Valguarnera, protagonista del romanzo di Dacia Maraini La lunga vita di Marianna Ucrìa del 1990.

Il palazzo set del film Il Gattopardo

Dalla magnificenza di Palazzo Valguarnera-Gangi trasse ispirazione Luchino Visconti per l'ambientazione del ballo nel film, tratto dall'omonimo romanzo, Il Gattopardo del 1963.

Anche se il regista non operò qui le profonde trasformazioni della Villa Boscogrande, interamente ristrutturata e stravolta per le esigenze del film, molti furono i mutamenti ed i ritocchi atti a rendere storicamente accettabile l'augusta dimora. Per prima cosa vennero rimossi gli oggetti ritenuti anacronistici, per esempio il termosifone nei pressi della camera da bagno degli uomini; in un secondo momento vennero aggiunti molti oggetti per il gusto ossessivo di Visconti d'utilizzare il Palazzo non soltanto per lo spazio scenico, ma anche come “miniera” scenografica. In tal senso, tra la nobiltà e l'alta borghesia palermitane, s'aprì una caccia all'oggetto antico riferibile all'epoca d'ambientazione del film, e cioè l'età risorgimentale.

Altri ornamenti e statue vennero portati dal piano superiore a quello della sala e, addirittura, fu selezionata una statuetta appartenente ad un trittico collocato al secondo piano e separata dal gruppo originario.

Palazzo Valguarnera-Gangi è stato la location di una delle scene più celebri del film di Visconti: quella del ballo. Per creare la scena cult, considerata una pietra miliare della storia del cinema italiano, il regista decide di usare oltre 10 mila candele.

Il palazzo copre una superficie di 8000 m².

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Museo d'arte contemporanea della Sicilia

Museo di un ente pubblico · Palermo

Museo d'arte contemporanea della Sicilia

RISO - Museo regionale d'arte moderna e contemporanea di Palermo è un'istituzione museale ospitata nell'omonimo palazzo settecentesco, nello storico corso Vittorio Emanuele.

== Il palazzo ==

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Palazzo Belmonte Riso fu progettato da Giuseppe Venanzio Marvuglia nel 1784 in chiaro stile neoclassico.

Il primo proprietario fu il principe di Belmonte Giuseppe Emanuele Ventimiglia e solamente nel XIX secolo passò alla famiglia Riso.

Lo stemma in marmo della famiglia, che si può ammirare sopra l'entrata principale, fu realizzato da Ignazio Marabitti, così come le sculture in stile neoclassico del balcone centrale.

Durante la seconda guerra mondiale una bomba colpì il palazzo facendone crollare una parte e dopo anni di abbandono fu recuperato.

Il museo

Nel corso del 2008 sono stati avviati i lavori di allestimento museale e quelli per la realizzazione dei servizi aggiuntivi (caffetteria e libreria). A seguito della ristrutturazione, che in futuro prevede la realizzazione di ulteriori ampliamenti (consistenti nella ricostruzione dei corpi di fabbrica andati distrutti durante la seconda guerra mondiale), il museo di arte contemporanea della Sicilia è diventato così uno degli spazi espositivi più importanti della regione.

Alla sua apertura il museo si è dotato di una struttura per la promozione dell'arte contemporanea siciliana: il SACS (Sportello per l'Arte Contemporanea della Sicilia) è costituito da un archivio i cui materiali sono disponibili on-line e consultabili in forma cartacea presso la sede del museo.

Nel 2010 all'interno del museo è stata istituita la Galleria SACS.

Il museo dispone inoltre di un settore didattico,.

Patrimonio museale

La collezione permanente del museo comprende opere di artisti contemporanei tra cui:

Andrea Di Marco,

Alessandro Bazan,

Giovanni Anselmo,

Emilio Isgrò,

Domenico Mangano,

Antonio Sanfilippo,

Carla Accardi,

Christian Boltanski,

Croce Taravella,

Francesco De Grandi,

Francesco Maria Romano,

Francesco Simeti,

Fulvio Di Piazza,

Giulia Piscitelli,

Laboratorio Saccardi,

Luca Vitone,

Paola Pivi,

Pietro Consagra,

Richard Long,

Sebastiano Mortellaro,

Stefania Artusi,

Stefano Cumia,

Salvo,

Sergio Zavattieri.

Informazioni pratiche

Orari
Tu-Sa 09:00-18:30; Su 09:00-13:00
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Galleria d'arte moderna Sant'Anna

Museo di un ente pubblico · Palermo

Galleria d'arte moderna Sant'Anna

La Galleria d'arte moderna Empedocle Restivo (anche Galleria d’Arte Moderna, Galleria Civica d'Arte Moderna, GAM) è un museo civico d'arte moderna ubicato in via Sant'Anna, nel quartiere Kalsa del centro storico di Palermo, che nacque nel 1910 nei locali del Teatro Politeama dalla volontà di Empedocle Restivo, al quale venne dedicato.

Il complesso museale è attualmente formato da due edifici uniti in epoca storica: l'ex convento francescano della chiesa di Sant'Anna la Misericordia, di stile barocco, e l'attiguo gotico catalano Palazzo Bonet.

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La collezione esposta nella Galleria Civica d'Arte Moderna (GAM) raccoglie opere realizzate da artisti meridionali e palermitani tra la fine del Settecento e l'inizio del Novecento.

La galleria espone opere di importanti artisti come ad esempio Giovanni Boldini, Massimo Campigli, Renato Guttuso, Mario Bardi, Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Eustachio Catalano, Ettore De Maria Bergler, Emilio Greco, Nino Franchina, Lia Pasqualino Noto, Antonino Leto, Salvatore Lo Forte, Francesco Lojacono, Luigi Lojacono, Vincenzo Ragusa, Pippo Rizzo, Mario Rutelli, Aleardo Terzi, Onofrio Tomaselli, Mario Sironi, Franz von Stuck, Giuseppe Patania, Francesco Zerilli.

Storia

La Galleria civica di arte moderna nasce nel 1910 e viene ubicata nel Ridotto del teatro Politeama, che doveva essere una sede provvisoria anche a causa della mancanza di spazio. Venne creata per la forte volontà di Empedocle Restivo, al quale venne presto dedicata.

La sede presso il teatro Politeama apparve subito poco consona alla Galleria, ma per questioni economiche venne lasciata in quella posizione fino ai giorni nostri, quando restaurato il seicentesco complesso monumentale Sant'Anna e la Galleria vi fu trasferita nel dicembre 2006.

Il 21 dicembre 2007 la collezione si arricchisce grazie alla donazione di due sculture di Giorgio De Chirico ("Ettore e Andromaca" e "Oreste e Pilade") provenienti dalla collezione Bilotti.

Gli edifici

Il complesso museale è composto da due edifici attigui: Palazzo Bonet e l'ex convento francescano della chiesa di Sant'Anna. La galleria ha una terza estensione a Palazzo Ziino: il primo piano accoglie la gipsoteca, prima custodita insieme al resto delle collezioni nella vecchia sede al teatro Politeama, il secondo piano è adibito a spazio per mostre temporanee.

Palazzo Bonet

La costruzione dell'edificio è da riferire al mercante catalano Gaspare Bonet nel 1487-88, la costruzione non fu rapida e bisognerà aspettare quasi un quarantennio per vederlo finito. Grazie al suo particolare stile architettonico divenne modello di riferimento per alcune tra le più belle dimore nobiliari della città.

Lo stile dell'edificio si ispira alla tradizione gotica con molta influenza catalana, a causa dei natali del proprietario, vengono utilizzati per le pareti perimetrali blocchi quadrati, con la struttura appartiene alla tipica dell'architettura medievale siciliana. È presente una corte interna dalla quale si accede al resto dell'edificio.

Nel 1582 la struttura venne acquistata dai Gesuiti, che lo rivendettero in seguito alla famiglia dei Bologna.

Ex convento francescano

Nel 1606 inizia la costruzione della chiesa di Sant'Anna, l'architetto progettatore è Mariano Smiriglio. Momento fondamentale della vita del convento è il 1618, i Padri Francescani acquistano palazzo Bonet e lo utilizzano per ampliare il proprio convento. Vengono fatti dei lavori che modificano in parte la struttura del palazzo adeguandola alle nuove esigenze, così il giardino del palazzo viene trasformato e diviene l'attuale chiostro del convento e altri lavori vennero effettuati negli anni successivi. Nel 1648 la torre del palazzo veniva trasformata in campanile. I lavori del convento modificarono molto la struttura originaria dell'edificio al termine dei lavori il convento era abbastanza omologato alle strutture simili presenti in città.

Servizi

All'interno della Galleria sono una libreria, una caffetteria e un ristorante.

Collezioni

Il percorso espositivo si articola nelle seguenti sezioni:

Piano Terra

L'arte alle grandi Esposizioni: il genere storico nei formati monumentali

Il ritratto tra Neoclassicismo e Romanticismo

Il lungo tramonto della mitologia neoclassica

La celebrazione di Garibaldi tra storia e mito

Francesco Lojacono e una nuova immagine della Sicilia

Primo Piano

Il percorso espositivo al primo piano si articola nelle seguenti sezioni:

Il Realismo di Verga nella pittura di denuncia sociale

La poetica del "vero" nei temi letterari e nelle scene di genere

Estetismo ed Esotismo tra Otto e Novecento

Antonino Leto e la fortuna del paesaggio mediterraneo

Ettore De Maria Bergler e il Naturalismo lirico di fine secolo

La Palermo arabo-normanna e la riscoperta di Selinunte nelle vedute tra Otto e Novecento

Michele Catti e il paesaggio interiore

Michele Catti e la veduta urbana sull'onda delle rimembranze

Secondo Piano

Il percorso espositivo al secondo piano si articola nelle seguenti sezioni:

Il gusto delle Biennali di Venezia tra simbolismo e modernismo

I percorsi del Novecento italiano

Renato Guttuso e il "Gruppo dei Quattro"

Il Novecento in Sicilia

Opere principali

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Sant'Anna 21
Orari
Mo-Su,PH 08:30-18:30
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Palazzo Branciforte

Palazzo · Palermo

Palazzo Branciforte

Palazzo Branciforte è un palazzo cinquecentesco siciliano, ubicato nel centro storico di Palermo, in via Bara all'Olivella. Dal 2012 è sede della Fondazione Sicilia.

== Storia ==

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È stato edificato durante il XVI secolo ai margini del Castello a Mare, e fu prima residenza privata del Conte di Raccuja, poi venne acquistato agli inizi del XVII secolo da Giuseppe Branciforte, principe di Pietraperzia. Era una delle dimore patrizie più sontuose della città.

Il Palazzo ha subito diversi rimaneggiamenti negli ultimi due secoli. Interventi che non sempre ne hanno rispettato il nucleo e l'assetto originario. I primi lavori avvennero dal 1801 quando il palazzo era sede del Monte di Santa Rosalia (acquistato a fine XVIII secolo – i Branciforte si erano trasferiti in un altro palazzo, alla Marina). Vennero demoliti i balconi dei due fronti dell'edificio e le finestre chiuse da grate in ferro.

Cambiamenti più importanti avvennero nel 1848 dopo i danni arrecati da un incendio causato dal cannoneggiamento durante la rivoluzione siciliana antiborbonica del 17 gennaio. Molte delle volte crollarono e parecchi arredi e oggetti finirono in cenere. L'esecuzione dei lavori di sistemazione portò allo stravolgimento di alcuni elementi, la scomparsa di colonne in marmo perché chiuse dentro nuovi muri, il mancato ripristino delle solette fra primo e secondo piano con la conseguente creazione di ambienti inediti, a doppia altezza e altro ancora.

Il Monte Santa Rosolia fu poi acquisito dalla Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele per le province siciliane.

Altri danni vennero nel 1943 con il bombardamento americano che danneggiò il patrimonio artistico e architettonico di Palermo. L'edificio Branciforte ne uscì con il crollo del loggiato superiore meridionale nel cortile interno (mai ripristinato), ma ancora in piedi.

Gli ultimi stravolgimenti dell'assetto vennero nel dopoguerra, con la trasformazione a uffici della Sicilcassa che nel 1991 lo destinò a sede della sua fondazione, la Fondazione Lauro Chiazzese. Con l'acquisizione della Cassa divenne di proprietà del Banco di Sicilia dal 1997, per essere acquisito il 30 dicembre del 2005 dalla Fondazione Banco di Sicilia (oggi Fondazione Sicilia) che aveva incorporato nel 2004 la Fondazione Chiazzese.

Il Palazzo dopo i restauri

A seguito di un'opera di ristrutturazione, avviata nel 2008 da Gae Aulenti, l'edificio è stato riaperto al pubblico il 23 maggio 2012.

L'opera di restauro ha portato a ripristinare la strada interna che collegava i due ingressi, la scuderia e i giardini: ambienti che erano stati danneggiati da diversi bombardamenti.

Tra le parti di maggior pregio dell'edificio, spicca la struttura lignea che ospitava il banco dei pegni di Santa Rosalia, composta da scaffalature alte sino al soffitto.

L'intera opera di restauro è costata diciotto milioni di Euro.

L'inaugurazione è avvenuta in presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano che ha anche visitato la mostra fotografica, ospitata all'interno dell'edificio, su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in occasione dell'anniversario dei vent'anni dalla loro scomparsa.

Lo spazio museale

All'interno del Palazzo, nella cosiddetta "Cavallerizza", al pianterreno è ospitata la collezione archeologica della Fondazione Sicilia, fino ad allora al Museo Mormino di Villa Zito, con 4 751 pezzi unici, molti dei quali esposti per la prima volta. È diviso in tre nuclei: I reperti, i materiali, gli acquisti

Su disegno di Gae Aulenti è anche l'auditorium (Sala dei 99), con tecnologie all'avanguardia.

Al primo piano dell'edificio la grande biblioteca della Fondazione Sicilia, che contiene oltre 50.000 volumi e le sale che ospitano le collezioni numismatica (sei secoli delle zecche di Sicilia) e filatelica. Vi sono inoltre sculture di importanti artisti dell'800 e del '900 come per esempio Giacomo Manzù, Lucio Fontana, Emilio Greco e Igor Mitoraj. La sala è sovrastata da un grande affresco di Ignazio Moncada

Nel 2015 è stata acquisita anche la Collezione Giacomo Cuticchio e Pina Patti Cuticchio dell'Associazione Figli d'Arte Cuticchio (fondata dal figlio Mimmo Cuticchio), che ha trovato sistemazione nell'affascinante spazio del Monte di Pietà con le sue strutture e scaffalature lignee.

Accoglienza

Sempre al piano terra si trova la scuola di cucina del Gambero Rosso e il ristorante "Branciforte", specializzato in piatti della tradizione mediterranea.

Galleria d'immagini

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Palazzo d'Orleans

Palazzo · Palermo

Palazzo d'Orleans

Il Palazzo d'Orléans, a Palermo, è un palazzo settecentesco, residenza dell’omonima famiglia reale francese; oggi è sede della presidenza della Regione siciliana.

L'ingresso principale si trova in Piazza Indipendenza, di fronte alla parte normanna di Palazzo dei Normanni.

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Del palazzo fa parte un ampio giardino, il Parco d'Orléans, con Ficus magnolioides dalle radici volanti ed animali esotici, aperto al pubblico.

Storia

Il principe Monroy nel 1775 costruisce il primo nucleo del palazzo, assai più piccolo di quello attuale.

Il palazzo, messo all'asta, è acquistato dal mercante Antonino Oliveri, che dal 1784 al 1806 amplia l'edificio a destra e a sinistra e costruisce la sopraelevazione al terzo piano.

Vi si rifugiò, dal 1808 al 1814 il futuro re di Francia Luigi Filippo d'Orléans, che si stabilì nel palazzo e nel 1809 si sposò con Maria Amalia di Borbone, principessa delle Due Sicilie e figlia del re Ferdinando I delle Due Sicilie, e l'anno dopo lo acquistò. Qui nacquero i loro primi tre figli (Ferdinand-Philippe, Louise et Marie). Il Borbone-Orléans avvia un'ulteriore fase di ampliamento dell'edificio e acquisisce anche le adiacenti palazzine Gerardi e Bentivegna.

Maria Amalia dona nel 1856 il palazzo e la tenuta palermitana al figlio Enrico d’Orléans, tenuta che raggiunge l'ampiezza di 63 ettari. L'eredità passa quindi al nipote Luigi Filippo Roberto d'Orléans, che vi muore nel 1926 e passa alla sorella Maria Amalia, regina del Portogallo che due anni dopo lo cede al cugino Giovanni, duca di Guisa.

Il 10 febbraio 1929, il palazzo ospitò il matrimonio della principessa Françoise d'Orléans e del principe Cristoforo di Grecia e Danimarca. Sempre al Palais d'Orléans è stato celebrato il matrimonio del principe Henri d'Orléans, conte di Parigi e della principessa Isabella d'Orléans-Braganza. I festeggiamenti iniziarono il 7 aprile 1931, il giorno prima della benedizione nuziale con un gran ballo. Poi l'indomani, 8 aprile 1931, al termine della cerimonia religiosa, vi fu servito un pranzo per mille invitati, dopodiché gli sposi vennero a salutare sul balcone la folla dei loro sostenitori che avevano compiuto il viaggio dalla Francia.

Nel 1940 il palazzo viene requisito dal governo italiano. Nell'agosto 1943 è sede degli uffici degli alleati (Amgot), poi dell'Alto commissario per la Sicilia e nell'agosto 1947 passa alla Regione Siciliana per essere sede della presidenza.

Ma la Commissione di conciliazione italo-francese nel 1950 impone la restituzione dell'immobile ai vecchi proprietari (Enrico, conte di Parigi), che lo vendono definitivamente alla Regione, dopo che il presidente Giuseppe Alessi decreta il 14 maggio 1953 l'acquisto dell'immobile per 210 milioni di lire.

Torna sede della presidenza della Regione nel 1955, e da quella data torna sede della presidenza della Regione.

Nel 1956 l'adiacente palazzo Bentivegna fu demolito per costruirvi un edificio di sette piani destinato ad ospitare gli uffici della Segreteria generale della Presidenza.

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Palazzo Isnello

Palazzo italiano · Palermo

Palazzo Isnello

Il Palazzo Isnello, conosciuto anche come Palazzo Termine d'Isnello o Palazzo Sant'Antimo al Cassaro, è un edificio del XVIII secolo, situato tra il Cassaro e piazza Borsa, sul limite nord del mandamento Kalsa, a Palermo.

Il monumento è di notevole interesse architettonico, artistico e storico: la facciata post-barocca del 1750 precorre il neoclassicismo; al suo interno si trova l'Apoteosi di Palermo, capolavoro della pittura rococò siciliana e una delle otto rappresentazioni iconiche del Genio di Palermo.

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Nel XIX secolo vi abitava Michele Amari.

Storia

Nel XVI secolo Paolo Ferreri, barone di Pettineo, fece erigere il primo nucleo del palazzo.

Dal 1748 il palazzo risulta proprietà di Vincenzo Termine, conte di Isnello e principe di Baucina, che ne commissiona l'ampliamento ad un architetto ignoto.

La costruzione, incorporando sei edifici medievali preesistenti di cui rimangono tracce, fu completata nel 1750. Nel 1760 vennero realizzati gli affreschi del piano nobile, opere di Vito D'Anna e Francesco Sozzi.

L'architetto francese Léon Dufourny, che visse a Palermo tra il 1789 e il 1793, ha documentato nel suo diario che in quegli anni il palazzo versava in cattive condizioni.

Nel XIX secolo Palazzo Isnello divenne proprietà, per linea di successione, di Vincenzo Ruffo Filangieri, principe di Sant'Antimo.

Nello stesso secolo visse nel palazzo lo storico e arabista Michele Amari, fin quando, nel 1843, dopo aver espresso le sue idee autonomiste e rivoluzionarie nel saggio La Guerra del Vespro Siciliano, sgradito al governo borbonico del Regno delle Due Sicilie, fu costretto all'esilio in Francia.

Nel 1890 vennero edificati dei magazzini all'interno del cortile.

Nel 1929 la famiglia Napolitano divenne proprietaria del palazzo. Ne seguì una radicale ristrutturazione: venne smantellato lo scalone monumentale per far posto a un nuovo corpo di fabbrica e ad una scala di tipo condominiale che restrinsero la superficie del cortile delle carrozze.

Il portale d'ingresso sul Cassaro venne occluso e l'accesso principale venne trasferito su via Isnello, da dove si accedeva alle scuderie.

Nel 1943, durante l'invasione della Sicilia, la città di Palermo fu bombardata dall'aviazione statunitense e il palazzo venne danneggiato. I danni subiti vennero riparati nel dopoguerra.

Nel 1981, con la morte di Carla Cosentino Napolitano, la proprietà venne divisa tra gli eredi. Successivamente la famiglia De Nola divenne proprietaria del piano nobile.

Dopo il terremoto del 7 settembre 2002, a causa dei danni subiti, l'edificio è stato sottoposto a lavori di consolidamento strutturale.

Il 28 marzo 2007, per il bicentenario della nascita di Michele Amari (2006), la città di Palermo ha posto una targa commemorativa sulla facciata di via Isnello.

Per essere stato il luogo cui visse Michele Amari, nel 2009 Palazzo Isnello è stato inserito dalla Regione siciliana nella Carta regionale dei luoghi dell'identità e della memoria (8410/2009).

Per il valore artistico e storico, l'edificio è soggetto ai vincoli del patrimonio culturale siciliano.

Architettura

La facciata principale di Palazzo Isnello è sul Cassaro, antica via di Palermo e fronte nord del mandamento Kalsa. La facciata sud è su Piazza Borsa e Piazzetta Visita Poveri. L'isolato è affiancato da due piccole vie: via Isnello e via Visita Poveri, che collegano il Cassaro con il quartiere fieravecchia e il borgo medievale dei Lattarini.

Progettata in stile post-barocco siciliano da architetto ignoto, la facciata sul Cassaro (1750) presenta elementi che anticipano l'architettura neoclassica, ed è impostata su tre ordini. Il piano nobile è attraversato da una balconata unica, con sette aperture dai frontoni triangolari e curvilinei, sormontati dagli abbaini del secondo ammezzato.

Al centro del prospetto, tra due colonne tuscaniche monolitiche in marmo africano, si apriva il portale, occluso dalla famiglia Napolitano nel XX secolo per far posto ad un esercizio commerciale. L'accesso apriva sul cortile, in cui si trovava lo scalone d'onore, anch'esso soppresso nel Novecento.

Il portale è sormontato da un architrave fregiato da triglifi e metope, con foglie d'acanto e mascheroni leonini. Al centro dell'architrave campeggiano gli stemmi dei Licata e dei Ruffo di Calabria.

Delle altre due colonne monolitiche poste nel cortile ne rimane visibile una, l'altra è stata inglobata nel corpo di fabbrica aggiunto nel XX secolo.

Decorazioni

Le volte dei due saloni e dei vari salottini del piano nobile sono decorate con affreschi, stucchi dorati, e porcellane policrome rococò.

Gli affreschi, datati 1760, sono di Vito D'Anna e Francesco Sozzi. I quadri sovrapporta, del XVII e XVIII secolo, sono di autori ignoti.

Nel salotto che originariamente era d'ingresso al piano nobile, si trova un affresco della scuola di D'Anna, in cui è dipinta una figura femminile che regge lo stemma dei Termine.

Nel grande salone da ballo si trova l'Apoteosi di Palermo, considerato uno dei capolavori di Vito D'Anna e della pittura siciliana del XVIII secolo.

L'affresco è un'allegoria trionfale di Palermo, con al centro il Genio di Palermo, antico nume tutelare della città.

L'opera è una delle otto rappresentazioni monumentali del genius loci palermitano, e tra queste è l'unica in forma di dipinto.

Sul soffitto di un salotto attiguo al salone da ballo si trova un affresco con Santa Rosalia, patrona di Palermo. L'opera è stata ritoccata alla fine del XIX secolo alla maniera del puntinismo.

Sulla volta del Salone delle Quattro Stagioni è dipinto il ciclo di affreschi allegorici Le Quattro Stagioni di Francesco Sozzi, racchiusi in cornici a forma di ala di farfalla, soluzione decorativa adottata per la prima volta a Palazzo Isnello.

Altri salottini hanno i soffitti decorati con stucchi rocaille e porcellane policrome in motivi floreali e zoomorfi.

Note

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Palazzo Ajutamicristo

Palazzo museo · Palermo

Palazzo Ajutamicristo

Il Palazzo Ajutamicristo è un palazzo nobiliare del XV secolo con prospetto in via Garibaldi a Palermo.

Fu voluto dal barone di Misilmeri e Calatafimi, il banchiere Guglielmo Ajutamicristo, che voleva una residenza diversa dal castello di Misilmeri per gestire dalla capitale con più facilità il commercio cerealicolo.

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Storia, dallo splendore al declino

L'opera fu realizzata tra il 1490 e il 1495 in stile gotico siciliano da Matteo Carnilivari, noto architetto del tempo, negli ultimi lustri d'epoca aragonese. Il palazzo ha un portone monumentale in stile gotico coronato originariamente al piano nobile da una quadrifora gotica. Era strutturato in tre piani e coronato da una merlatura ghibellina a rondine, fortunatamente ancora visibile ai giorni nostri.

Il maestoso progetto fu condotto a termine solo in parte concentrandosi soprattutto sul lussuoso interno che ha convinto illustri ospiti tra cui: l'imperatore Carlo V reduce dalla trionfale campagna di Tunisi nel 1535, durante il passaggio per le città del Regno di Sicilia comprese tra Trapani e Messina lungo il percorso di rientro;

Don Giovanni d'Austria nel 1576 a soggiornarvi.

Nel 1588 il palazzo e il suo giardino vengono acquistati dai Moncada, Principi di Paternò che ne resteranno proprietari per circa 300 anni.

I primi rimaneggiamenti seicenteschi adeguano il palazzo alle esigenze di vita e di cultura del tempo mediante l’inserimento di grandi finestre classiciste e balconi sorretti da grandi mensole in pietra. È a partire dal 1764 ad opera di Giovanni Luigi Moncada, Grande di Spagna, IX Principe di Paternò, etc. che il palazzo viene riconfigurato con le aggiunte barocche avvalendosi degli architetti Giuseppe Venanzio Marvuglia e Andrea Giganti che si avvicendano alla guida dei lavori. All’interno del Palazzo, nel 1780 circa, viene realizzato un grande Salone da ballo di particolare interesse per ampiezza e decori che viene affrescato dai pittori Benedetto Cotardi e Giuseppe Crestadoro, allievo di Vito D’Anna, che con la loro fastosa decorazione allegorica “Gloria del Principe virtuoso” sottolineano i dettami rappresentativi di una famiglia nobile e potente come i Moncada, facente parte di una società feudale e cortigiana.

Sempre negli stessi anni viene ampliato il giardino dando vita alla ben nota in città “Flora di Caltanissetta” dal titolo comitale dei Principi di Paternò. Era un giardino con sedili in pietra, viali alberati e coperti, statue e fontane che veniva eccezionalmente aperto al pubblico in alcune ore della giornata.

A partire dalla morte del Principe Giovanni Luigi (1827) il palazzo si avviò verso una fase di declino dovuto al pagamento rateizzato del riscatto al Bey di Tunisi (Giovanni Luigi Moncada venne rapito nel 1797 dai pirati e fu costretto a pagare un riscatto esorbitante per riottenere la libertà).

Nel 1862, per la costruzione del Teatro Garibaldi, parte del viale e del giardino superstiti vennero soppressi e gli alberi secolari cedettero il posto a magazzini, officine ed edifici. I Moncada resteranno proprietari fino al 1877, l’atto di acquisto da parte dei Calefati di Canalotti e dei Tasca d’Almerita risulta essere del 1881.

Il palazzo si mostra nel ventunesimo secolo come uno e un loggiato a doppio ordine interno con un vasto giardino ove era ospitata la statua del Cavallo Marino, risistemato a piazza Santo Spirito e che si estendeva fino alla basilica La Magione.

L'ingresso originario consiste in un portale ad arco policentrico con ghiera a bastone su fasci di colonnine, la pietra è fine e ben levigata secondo lo stile gotico allora imperante tra Italia meridionale e Sicilia. Esso si incastra in un complesso sistema di cornici aggettanti che si congiungono dando forma al rombo nel quale, anche se con qualche difficoltà, è possibile ammirare lo stemma della famiglia degli Ajutamicristo. Il palazzo, a causa delle sopracitate modifiche barocche durante il seicento, si mostra con una forte incoerenza di stili; le antiche bifore e trifore gotiche sono appena visibili, dato che risultano murate, le finestre risultano sfalsate rispetto alle due linee cardini che dividevano i tre piani con cui era disposto il palazzo, e dotate di semplici ringhiere di ferro, scelta antiestetica e antistorica se si pensa che il palazzo era dotato di grandi trifore al piano nobile, sprovviste ovviamente di ringhiere. Al di là del portone principale, che dava originariamente alle logge interne del palazzo e dunque alla parte destinata originariamente i giardini, vi è possibile ammirare gli elementi più caratteristici dello stile tardo-aragonese regnicolo. A parte il portone ad arco gotico-ribassato, vi è possibile vedere piccole finestre catalane (forse si trattava di buchette), e in corrispondenza del piano nobile che dà sulla strada, un porticato a sesto acuto di tre archi coronati da due rombi. Probabilmente questa parte del palazzo finiva col piano nobile, ed era coronato da un tetto a falde, nel ventunesimo secolo al di sopra del piano nobile e delle tre arcate si nota l'aggiunta seicentesca di un secondo piano sprovvisto di tetto, con tre finestre rettangolari. Anche nella facciata che dà sul cortile è possibile notare le aggiunte arbitrarie dei secoli successivi che fanno perdere parte del fascino e dell'ammirazione che il palazzo meriterebbe. La facciata che originariamente dava ai giardini risulta fortemente alterata e austera, residui di calce e intonaco suggeriscono che con ogni probabilità quest'ala del palazzo fu stuccata nei secoli successivi alterando la levigata pietra viva tufacea.

Una porzione, dal 1881, proprietà dei Tasca, è posseduta dalla Regione Siciliana e la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Palermo vi presenta una ricca collezione lapidea e scultorea, tra cui opere di Domenico Gagini, Ignazio Marabitti e le due stele Mellerio, commissionate ad Antonio Canova nel 1812 da Giacomo Mellerio. In altre sale espositive sono custodite le carrozze della collezione Martorana Genuardi. Le due collezioni sono aperte al pubblico.

L'altra metà è di privati tra cui i baroni Calefati di Canalotti che acquistano il palazzo nel 1881 dai Moncada e che tutt’oggi abitano il piano nobile contraddistinto dalla loggia.

Opere

XVIII secolo, Gloria del principe virtuoso, affresco, opera presente nella sala da ballo realizzata da Giuseppe Crestadoro.

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parco della Favara

Parco cittadino · Palermo

parco della Favara

La Favara (dall'arabo al-fawwāra, "la sorgente") o di Maredolce è un parco reale di Palermo, dove sorge il castello di Maredolce.

== Storia ==

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Il parco venne edificato per volere del re Ruggero II prima del 1153 e forse identificabile con il Qaṣr Jaʿfar (il Palazzo di Ja'far II) visto da Ibn Giubayr nel 1184, e che Michele Amari collega al nome dell'emiro kalbita Giafar II che regnò sull'Emirato di Sicilia dal 998 al 1019. Romualdo Guarna, arcivescovo di Salerno, descrive nella sua cronica del mondo come re Ruggero fece asportare tantissima terra per formare il bacino artificiale sulle cui rive fece costruire un bellissimo palazzo.

Questa è una tipologia che ritornerà anche nel piccolo padiglione-isolotto del palazzo della Zisa o nel palazzo o cosiddetto Castello della Cuba. L'area è stata fortemente contaminata dall'abusivismo edilizio che ha colpito il quartiere in cui si trova, le sorgenti principali che alimentavano il bacino artificiale sono state captate dall'acquedotto comunale, appena a monte dell'Autostrada A19 che segna il confine meridionale del parco. Nel 2011 è stato reso fruibile per la prima volta in età moderna grazie all'intervento del FAI.

Ha ricevuto il prestigioso Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino XXVI edizione, 2015.

Descrizione

Il parco è delimitato a sud dall'Autostrada A19, a ovest dalla via Emiro Giafar, a nord dalla via conte Federico e da alcuni edifici che vi insistono e a est da capannoni industriali. In origine il parco nacque da contorno al castello di Maredolce ed era composto da un giardino e da un lago artificiale, l'intera area si estendeva per circa 40 ettari, l'attuale estensione è di circa 25 ettari, notevolmente ridotta dalla forte urbanizzazione e dall'abusivismo del quartiere. Al centro del bacino vi era un'isola con palme e agrumeti raggiungibile solo in barca, e tutto il complesso era circondato da lussureggianti giardini. Il parco della Favara si trova oggi ai margini di un quartiere di periferia, in parte intatto nella superficie originale. Il parco della Favara si trova quasi al confine est della città di Palermo, all'interno del quartiere Brancaccio; la speculazione edilizia si è fermata ai margini del bacino artificiale, che raccolgono ancora una piccola parte delle acque. Il parco includeva il baglio Chiazzese.

I Sollazzi Regi

Il parco della Favara faceva parte di un sistema di residenze reali di delizia, i Sollazzi Regi, che godettero del massimo splendore sotto re Guglielmo II: la Cuba Sottana oggi Castello della Cuba, la Cuba Soprana (oggi Villa Di Napoli) con annesso padiglione della Cubola, entrambi all'interno di un ampio bacino lacustre artificiale contornato da vegetazione; il Castello della Zisa, e infine il Castello dell'Uscibene. Questo sistema di residenze ad Est delle mura della città e che impressionava molto i visitatori, fu denominato جنة الأرض Jannat al-arḍ o جنة الورد Jannat al-ward ("Il giardino - o Paradiso - della terra o delle rose): il Genoardo.

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Villa Malfitano Whitaker

Palazzo museo · Palermo

Villa Malfitano Whitaker

Villa Malfitano si trova a Palermo, nell'odierna Via Dante, 167. È sede della Fondazione Giuseppe Whitaker, partecipata della Regione Siciliana.

== Storia ==

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Il progetto e la realizzazione risalgono al periodo che va tra il 1885 e il 1889 su progetto dell'architetto Ignazio Greco su commissione di Giuseppe Whitaker, imprenditore discendente della famiglia inglese Whitaker, stabilitosi a Palermo nella seconda metà del XIX secolo. Insieme alla moglie Tina Scalia, volle edificare la propria residenza nel piano detto di “Malfitano”, alla periferia nord-ovest della città, in un vasto fondo di ben 9 ettari, prendendo a modello la Villa Favard a Firenze.

Questi raccolse anche una corposa collezione di oltre 12.000 uccelli, riuniti nella dépendance della villa, che divenne il museo privato “Malfitano Museum of Natural History”. .

La figlia Delia Whitaker, scomparsa nel 1971, cedette la villa alla fondazione omonima, costituita poi come ente con un decreto del presidente della regione del 1975, ed è una delle sedi di rappresentanza della Regione Siciliana.

Descrizione

La villa, in stile neoclassico, si sviluppa su tre livelli fuori terra ed un piano seminterrato; il piano rialzato era usato come zona giorno e di rappresentanza, il primo piano ospitava le stanze private dei proprietari, il secondo ospitava gli alloggi del personale femminile e il seminterrato quelli del personale maschile e le cucine.

La zona di rappresentanza comprende una sala da biliardo, una sala da ballo (che funge oggi da sala conferenza), un salotto in stile Luigi XVI con un clavicembalo dipinto e "la sala d'estate" affrescata da Ettore De Maria Bergler.

La collezione Whitaker

Negli interni si trovano diverse sale splendidamente decorate dove è conservata una ricca collezione di oggetti d'arte raccolti dal proprietario durante i suoi numerosi viaggi come mobili, quadri, coralli, avori, porcellane e arazzi fiamminghi del XVI secolo che la fondazione Whitaker oggi custodisce zelantemente. Diversi anche i dipinti di Francesco Lojacono.

Un piccolo edificio, ben curato in stile (oggi in cattive condizioni), poco distante dalla residenza principale, fu destinato a Museo che custodì fino al 1976 la ricca collezione ornitologica, animali naturalizzati e trofei.

Il parco

Il giardino è stato progettato da Emilio Kunzmann e si estende per circa 7 ettari. L'entrata sulla Via Dante è caratterizzato da un'imponente cancellata in ferro battuto e la parte di giardino ad esso adiacente è stata coltivata all'inglese, con vialetti che permettono un percorso tra le asimmetrie degli spazi mentre la parte opposta è stata realizzata all'italiana, quindi caratterizzata da spazi disposti geometricamente e in maniera simmetrica intorno alla villa. L'esemplare di Jubaea chilensis è morto per un attacco di Rhynchophorus ferrugineus nel 2012 e ne rimane oggi solo il tronco.

All'interno si trovano piante rare provenienti da tutto il mondo come Tunisia, Sumatra, Australia, America meridionale e un vivaio che conservava circa 150 esemplari diversi di orchidee.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Dante Alighieri 167
Telefono
+39 091 6820522
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Sito ufficiale
www.fondazionewhitaker.it

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villa Giulia

Giardino pubblico · Palermo

villa Giulia

Villa Giulia è un giardino pubblico di Palermo, sito sul confine del quartiere Kalsa, tra via Lincoln e il Foro Italico, e adiacente all'Orto botanico cittadino.

== Storia ==

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Realizzato per iniziativa del Pretore e Governatore della città Antonio La Grua tra il 1777 ed il 1778, prese il nome da Giulia d'Avalos, moglie dell'allora viceré di Sicilia Marcantonio Colonna.

Il progetto della villa fu realizzato dall'architetto Nicolò Palma che disegnò un verde pubblico con un perimetro perfettamente quadrato, suddiviso a sua volta in quattro quadrati suddivisi dalle loro diagonali; lo spazio centrale, di forma circolare è abbellito da quattro esedre progettate nel 1866 da Giuseppe Damiani Almeyda in stile pompeiano.

Il giardino

L'ingresso monumentale prospiciente il Foro Italico è neoclassico, le colonne doriche testimoniano bene il gusto già romantico della fine del XVIII secolo, quest'ingresso non viene utilizzato per l'accesso al giardino e rimane costantemente chiuso. L'altro ingresso, situato sulla via Lincoln, è meno elaborato ed è quello usato regolarmente per accedere al giardino.

Al centro della villa si trova L'orologio del Dodecaedro ovvero un dodecaedro in marmo dove per ogni faccia si trova un orologio solare, progettato dal matematico Lorenzo Federici. La scultura si trova al centro di una fontana di forma circolare ed è sorretta dalla statua di un giovane accovacciato. Attorno alla fontana è presente una righiera decorata da sculture metalliche.

All'interno del giardino sono presenti numerose sculture marmoree, delle quali la più significativa è quella del Genio di Palermo di Ignazio Marabitti realizzata nel 1778.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Su 07:00-20:00
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giardino Inglese

Parco cittadino · Palermo

giardino Inglese

Il parco Piersanti Mattarella, ex Giardino Inglese, è un parco pubblico di Palermo progettato nel 1851 dall'architetto Giovan Battista Filippo Basile.

== Storia ==

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Il giardino venne progettato da Giovan Battista Filippo Basile nel 1851 seguendo uno schema molto in voga nell'Ottocento, ovvero non creare uno spazio misurato e geometrico (il cosiddetto giardino all'italiana) ma seguire le forme e le irregolarità naturali del terreno dandogli un'aria più naturale creando appunto un giardino all'inglese (da qui il nome "giardino inglese").Per rendere l'atmosfera ancora più suggestiva e più esotica, secondo il gusto del periodo, furono inserite piante provenienti da tutto il mondo, scelte in collaborazione con il botanico palermitano Vincenzo Tineo (1791 – 1856), all'epoca Direttore dell'Orto botanico di Palermo.

Struttura

Il giardino comprende due parti, separate dal viale della Libertà: il bosco e il parterre.

Il bosco, progettato da Basile rispettando le asperità del terreno, è un alternarsi di collinette e piccole valli, attraversato un tempo da sentieri curvilinei in terra battuta e oggi ricoperti dall'asfalto, tra i quali è possibile imbattersi in un tempietto progettato da Ernesto Basile ispirandosi all'architettura normanna e una serra in vetro e ferro battuto oggi restaurata. Troviamo inoltre numerose sculture sparse per il giardino tra le quali quella di Benedetto Civiletti raffigurante il Kanaris a Scio.

Nel parterre sorge quella che anticamente era denominata "Villa Garibaldi" (da non confondere con il Giardino Garibaldi in Piazza Marina), area verde oggi dedicata alla memoria dei giudici Falcone e Morvillo, dove troviamo il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi, inaugurato nel 1891 in occasione dell'Esposizione nazionale che si tenne in quell'anno a Palermo; scolpito da Vincenzo Ragusa, il monumento è arricchito da due rilievi (Lo sbarco a Marsala e La battaglia al ponte dell'Ammiraglio) e dal Leone di Caprera realizzati da Mario Rutelli.

Accanto al monumento ai caduti a Cefalonia è stato eretto un cippo in memoria di Pompeo Colajanni (1906 - 1987) in cui è inciso:

Nel giardino inglese si trovano opere di Ernesto Basile, Benedetto Civiletti, Vincenzo Ragusa e Mario Rutelli.

Specie presenti

Il giardino ospita numerose piante esotiche, in gran parte provenienti dall'Orto botanico di Palermo, tra cui diversi grandi esemplari di Ficus macrophylla, alcuni vetusti esemplari di Cycas revoluta, piccoli boschetti di albero del drago (Dracaena draco), fioriture odorose di Dermatophyllum secundiflorum e Jacaranda mimosifolia, boschetti di bambù (Bambusa vulgaris), l'albero della fiamma australiano (Brachychiton acerifolius) e il baniano sacro (Ficus benghalensis).

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via della Libertà 63
Orari
Mo-Su 07:00-20:00
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Palazzo Alliata di Villafranca

Palazzo · Palermo

Palazzo Alliata di Villafranca

Palazzo Alliata di Villafranca è un palazzo nobiliare di Palermo, situato nel centro storico, nel mandamento Palazzo Reale.

Il complesso monumentale occupa l'intero isolato compreso tra il Cassaro e la retrostante via dell'università, costituendo il quarto lato della scenografica piazza Bologni.

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Storia

Le origini del palazzo sono cinquecentesche: vi sorgevano infatti nel XVI secolo le case della potente famiglia Beccadelli di Bologna, una casata originaria per l'appunto da Bologna e giunta in Sicilia in età rinascimentale, a cui appartenne anche il Panormita, celebre poeta nel crepuscolo della corte aragonese. La famiglia dà il nome alla piazza antistante, conosciuta anticamente come "Piano d'Aragona".

Nella prima metà del XVII secolo fu acquisito dagli Alliata di Villafranca e per quattro secoli è stata la principale dimora della famiglia Alliata a Palermo.

Durante il secolo successivo il palazzo fu rimaneggiato, assumendo l'aspetto attuale, tardo-settecentesco, ad opera dell'architetto Giovanni Battista Vaccarini.

La monumentale facciata con i due portali simmetrici ricorda l'epoca in cui vi uscivano i corrieri del Regno.

I due grandi stemmi in stucco sono quelli degli Alliata, Principi di Villafranca, opera di Giacomo Serpotta.

Il palazzo ospitava una delle più importanti collezioni d'arte della città, fra cui ancora visibile è la celebre crocefissione di Van Dyck, di cui si conserverebbero nell'archivio di famiglia i documenti di committenza e le due magnifiche tele di Matthias Stom.

Al centro della facciata del Palazzo campeggia una lapide a ricordo della sosta nel 1860 nel luogo di Giuseppe Garibaldi:

Tempi recenti

Nel 1984 la principessa Rosalia Correale Santacroce, proprietaria dell'edificio, lo destinò all'arcidiocesi di Palermo per il seminario arcivescovile.

L'edificio è stato aperto al pubblico saltuariamente fin dal 2006, per brevi periodi, in occasione dei restauri della Sala Verde e della Sala dello Stemma (2006), per proseguire negli anni seguenti con mostre e convegni, tra i quali il restauro e la mostra sulle due pitture di Matthias Stomer (ottobre 2010 - maggio 2011) e l'esposizione del Van Dyck restaurato (dicembre 2012 - gennaio 2013). Recentemente restaurate una tela attribuita a Gaspare Traversi, I musici, ed un'altra tela di Pietro Novelli, detto "il Monrealese", l'Annunziata.

Dal 2013 il Palazzo è stato riaperto al pubblico, a cura del seminario arcivescovile.

Esterno

(Descrizione parziale)

Prospetto in pietra d'intaglio. La monumentale facciata con i due portali simmetrici ricorda l'epoca in cui vi uscivano i corrieri del Regno.

I due grandi stemmi in stucco raffigurano le armi degli Alliata, Principi di Villafranca, opera di Giacomo Serpotta.

Interno

(Descrizione parziale)

Piano terra

Cucine.

Scuderie.

Ambienti per il Servizio di Posta come Corrieri maggiori ereditari del Regno di Sicilia.

Piano nobile

Scalone d'onore.

Vestibolo. Ambiente con vetrata a mosaico di Pietro Bevilacqua del 1929 raffigurante San Dacio Alliata (Arcivescovo di Milano nel 530) e San Leone Alliata (Crociata 1274), personaggi appartenenti all'illustre casata.

Salotto Verde o Salottino Barocco. L'ambiente conserva l'unico affresco superstite di Gaspare Serenari raffigurante San Dacio presentato alla Vergine, dipinto contornato da stucchi di scuola serpottiana. Primitiva Cappella privata confermata dalla presenza della Crocifissione di Antoon Van Dyck del 1625.

Salottino Giallo o Sala del Tè.

Salone Rosa o Sala del baccarà.

Salone del Principe Fabrizio Alliata Colonna. Il soffitto è decorato in stucco con allegorie di scuola serpottiana, nell'ambiente è documentato l'affresco di Gaspare Serenari raffigurante la Principessa ammira il Tempio della Gloria del 1756. Nell'ambiente sono custodite le grandi tele raffiguranti la Lapidazione di Santo Stefano e il Tributo della moneta, opere di Mathias Stomer del 1639 provenienti dalla primitiva Quadreria o Sala dei Musici.

Fumoir o Stanza di Cuoio.

Sala dello Stemma. Nell'ambiente è documentato l'affresco di Gaspare Serenari raffigurante la Fama segna le Glorie del Principe del 1756, agli angoli le quattro stagioni, opera dell'officina Serpotta. L'apparato pittorico fu danneggiato da terremoti e definitivamente perduto durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Le pareti sono abbellite con i dipinti raffiguranti Orfeo che incanta gli animali e una Scena di naufragio o Pesca miracolosa, del 1613 - 1618, opere attribuite a Pietro D'Asaro detto il Monocolo di Racalmuto.

Sala dei Musici. Primitivo ambiente destinato a quadreria.

Opere

Specchi, lampadari in vetro di Murano, sovraporte, pavimenti in maiolica (tra cui lo stemma), la portantina, mobili d’epoca, argenti, bronzi, vasi, ceramiche, porcellane, collezioni e reperti archeologici greci e romani, merletti, ricami, ceroplastiche, lapidi, scudi e elmi in marmo.

La galleria contempla tele, ritratti, disegni, incisioni, dipinti su carta, dipinti su rame, medaglioni in stucco di scuola serpottiana. Tra essi:

Nascita del Principe Giuseppe Alliata Moncada, dei Principi Fabrizio Alliata Colonna e Giuseppina Moncada Branciforte tra Abbondanza e Fama omaggiati dal Genio di Palermo, opere di Desiderio De Angelis, datate 1791.

San Giuseppe con Gesù giovinetto, olio su tela, attribuito a Pietro Novelli.

Ancora opere di Francesco Lojacono, Mario Rutelli, Filippo de Pisis.

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Palazzo Asmundo

Palazzo · Palermo

Palazzo Asmundo

Palazzo Asmundo si trova nel centro storico di Palermo.

== Storia ==

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La costruzione di questo edificio risale al 1615.

Fu iniziato da un certo dottor Baliano, sull'antica "strada del Cassaro" (odierno Corso Vittorio Emanuele, l'asse più importante della città da cui si dipartivano in età fenicia e romana delle strette stradine allineate ortogonalmente) dopo l'allargamento e la rettifica, avvenuti nel 1567 per volontà del viceré Garçia de Toledo. Solo nel 1767 l'edificio fu ultimato: "Compita videsi la nobile casa del cassaro di Giuseppe Asmundo" così racconta il marchese di Villabianca ne "Il Palermo d'oggigiorno".

L'edificio, prima che ne venisse in possesso il Presidente di Giustizia Giuseppe Asmundo, marchese di Sessa, era appartenuto alla famiglia Joppolo dei principi di S. Elia. Il palazzo (ce lo ricorda la lapide ivi collocata) accolse Maria Cristina, figlia di Ferdinando III di Sicilia, profuga da Napoli assieme al marito Carlo, duca di Genova e di Sardegna.

Un'altra lapide, posta sulla facciata principale testimonia che in questo palazzo, nacquero, rispettivamente nel 1821 e nel 1822, Anna Turrisi Colonna e la sorella Giuseppina, pittrice e critica d'arte la prima, poetessa la seconda.

Il francese Gastone Vuiller, che ivi soggiornò per breve tempo, menziona questo palazzo nel suo libro "La Sicilia, impressioni del presente e del passato" pubblicata a Milano da Treves nel 1897, con queste parole: "sulle pareti tinte di un verde pallido, delle volute leggere s'intrecciano capricciosamente e vanno a svolgersi sul soffitto, in una cupola ornata di pitture aeree. Le porte hanno ornamenti d'oro opaco e d'oro lucido. La bellezza decorativa di questa sala che ha un'alcova con tende ermeticamente chiuse,mi sorprende. Questo evidentemente è un antico palazzo. La sua bellezza un po' appassita alla luce viva, conserva tutto il suo splendore nella semioscurità. Apro la finestra e mi avanzo sul balcone, che gira tutto il piano e rimango abbagliato...".

Molteplici sono le testimonianze artistiche che fanno di questo Palazzo uno dei più belli della Palermo Barocca. Basti ricordare gli affreschi con allegorie di Gioacchino Martorana, pittore siciliano del ‘700; gli arredi fissi e mobili, che formano delle vere e proprie collezioni d'arte come quadri, cassapanche maritali del XVI e XVII secolo, ceramiche siciliane, porcellane napoletane e francesi, ricami e merletti. Le raccolte sono frutto di anni di ricerca posti in essere da Vincenzo Martorana Genuardi di Molinazzo, che acquistò il piano nobile negli anni '70. Queste testimonianze oggi costituiscono una interessante esposizione che ripropone quella "Palermo Felicissima" esaltata dai "viaggiatori", che in questo Palazzo negli anni vi hanno soggiornato.

Oggi è un palazzo - museo aperto al pubblico, di proprietà della famiglia Martorana Genuardi di Molinazzo.

Gli affreschi e le decorazioni

L'aristocrazia palermitana nel XVIII secolo si concedeva una concorrenziale ostentazione di lusso che rasentava l'esibizione, rendendo l'intero percorso del Cassaro la sede più ambita delle grandi costruzioni ecclesiastiche e aristocratiche. Se da un lato la vita sociale si esprimeva attraverso feste, galanterie e sfarzi, il contesto architettonico e decorativo in cui questi si realizzavano non poteva non tradursi in forme estetiche ridondanti e di ampio respiro, concretizzandosi soprattutto in due forme di notevole duttilità materico-plastica da un lato e cromatico-spaziale dall'altro, come lo stucco e l'affresco. In questo contesto che nel 1764 il Presidente di Giustizia, I marchese di Sessa, Giuseppe Asmundo Paternò (che aveva ereditato il Palazzo da suo zio materno a condizione di anteporre il cognome Asmundo a quello di Paternò), fece affrescare i saloni del piano nobile dal noto artista siciliano Gioacchino Martorana. Il pittore sia pure adattando le proprie capacità e le proprie cognizioni tecniche-artistiche alla necessità dell'ambiente e della committenza, ripete talora schemi e personaggi, soluzioni cromatiche e attributi iconografici nei diversi palazzi in cui opera. Così essendo Giuseppe Asmundo uomo di giustizia, Gioacchino Martorana, per esaltarne le doti, si prodiga in tematiche allegoriche inerenti alla sua attività.

Affresca scene simboliche di vario soggetto, con magniloquenti divinità pagane e figure allegoriche, talora riconducibili al ruolo sociale del I marchese di Sessa, Giuseppe Asmundo Paternò e alla sua meritoria professione.

Un palazzo nobiliare, unico complesso artistico, viene in genere nella totalità delle parti ideato da un architetto che ne fornisce i disegni non soltanto per lo sviluppo strutturale e compositivo ma, talora coadiuvato da un pittore, talora da uno scultore, anche per la contestuale finitura degli apparati decorativi.

I pittori che realizzavano gli affreschi delle volte, seguendo le indicazioni dei committenti, insieme ai loro aiuti, non disdegnavano infatti solitamente di dipingere anche le sovraporte e talora persino le porte; queste venivano in genere inserite in pareti riccamente coperte di tappezzerie e a volte rivestite di legno, magistralmente dorato e finemente intagliato da abili artigiani o dipinto da valenti maestri specializzati.

Le sale principali
Il Salone Concerti

Nel salone d'ingresso, soprannominato Salone Concerti, vi è un affresco in cui si esaltano le virtù collegate alla giustizia. Si vedono raffigurate le figure della Fortezza, della Temperanza, della Prudenza, della Verità e della Mansuetudine, con i loro rispettivi attributi simbolici, caratterizzati dalla spada, dalla bilancia, dall'orologio, dallo specchio, dalla lucerna, dal leone e dall'agnello. Vi è un chiaro significato illuministico nella rappresentazione dello smascheramento dell'inganno alla luce delle fiaccole della ragione e dello svelamento della verità, in stretta correlazione con il concetto trascendentale della Giustizia. Il salone ospita spesso concerti da camera.

La Sala Allegoria

In questa sala vi è un interessante affresco in cui si osserva l'esaltazione della verità gloriosa e opulenta di una mitica età dell'oro che trionfa sulla negatività con le rappresentazioni delle forze del bene, in cui la palma, lo specchio e le api sottendono messaggi mariani e cristologici.

Il Salone Gioacchino Martorana

In questa sala vi è un affresco che evidenzia l'equilibrio cosmico con Mercurio, la Terra con la luna, Marte e Venere, tutti retti da un Cristo Sole. Questo affresco presenta la data 1764 e la firma del pittore Gioacchino Martorana.

Il Salone Cattedrale

L'affresco dominante rappresenta una figura divina centrale contornata da altre figure di santità, immortalità e abbondanza, come il triangolo alchemico ad apice, le farfalle e la cornucopia, che evidenziano elementi tipici del repertorio criptico - mercuriale massonico.

Il salone ha ospitato alcune scene del film Il viaggio (film 1974) con Sophia Loren e Richard Burton.

Le collezioni

Le collezioni di Palazzo Asmundo furono iniziate da Vincenzo Martorana Genuardi di Molinazzo, il quale amava profondamente la Sicilia ed era appassionato della storia delle nobili famiglie isolane. Durante la sua vita si interessò della raccolta delle mattonelle devozionali e di censo, dense di storia e di messaggi iconografici, legati ai più venerati Santi di Sicilia.

Raccolse inoltre una ricca collezione di porcellane, per la massima parte ottocentesche.

A Palazzo Asmundo è possibile trovare una vasta collezione di armi di diverse tipologie, tra cui armi in asta, armi da botta, cannoni, fucili di vario tipo, pistole e rivoltelle, fiasche da polvere, scudi e arnesi vari.

Interessante e di elevato livello artistico è la raccolta di cartoline nonché di mappe e carte geografiche storiche della Sicilia.

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Ultimo aggiornamento il 30 agosto 2026