Napoli

Napoli è un comune italiano di 902 705 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana e della Campania. È il centro di una delle più popolose aree metropolitane dell'Unione europea e il terzo comune d'Italia per popolazione.

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Aprile, Giugno

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 13° 103 mm
Febbraio 14° 104 mm
Marzo 16° 90 mm
Aprile 19° 64 mm
Maggio 22° 13° 82 mm
Giugno 27° 18° 38 mm
Luglio 31° 21° 17 mm
Agosto 31° 21° 27 mm
Settembre 27° 18° 101 mm
Ottobre 23° 14° 114 mm
Novembre 18° 11° 190 mm
Dicembre 14° 104 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Napoli è un comune italiano di 902 705 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana e della Campania. È il centro di una delle più popolose aree metropolitane dell'Unione europea e il terzo comune d'Italia per popolazione.

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Guida pratica di Napoli 12 sezioni

7.700 parole scritte da viaggiatori, da Wikivoyage.

Da sapere

Cenni geografici

Napoli sorge quasi al centro dell'omonimo golfo, dominato dal massiccio vulcanico del Vesuvio. La città storica è andata sviluppandosi preminentemente sulla costa e il suo territorio è composto prevalentemente da colline, ma anche da isole, insenature e penisole a strapiombo sul mar Tirreno.

Napoli gode di un clima mediterraneo, con inverni miti e piovosi ed estati calde e secche.

Quando andare

Godendo di un clima mite tutto l'anno, la città si può visitare in qualunque periodo. Essendo una città di mare, una vacanza balneare a Napoli e nei bellissimi dintorni è ideale dalla primavera all'autunno. Anche nel periodo natalizio, però, la città si veste di un fascino ineguagliabile, l'odore di incenso, i colori e le voci dei presepi sono una vera magia. A livello climatico, le temperature diurne si aggirano intorno ai 15 °C nei tre mesi invernali e ai 30 °C da giugno a settembre incluso. Aprile, maggio e ottobre godono di temperature diurne generalmente comprese tra i 20 e i 27 °C. A marzo e novembre la temperatura diurna sfiora generalmente i 20 °C. Queste caratteristiche rendono Napoli una meta ideale da visitare in tutte le stagioni.

In primavera, precisamente a partire dall'ultima domenica di aprile alla prima domenica di giugno per tutti i fine settimana di maggio, la città si colora di mille eventi grazie al "Maggio dei Monumenti": concerti dal vivo (jazz, musica classica, tarantella) in strada, in piazza o in palazzi storici aperti per l'occasione, visite guidate a tema spesso anche grazie alla collaborazione di vivaci scolaresche in veste di esperti "ciceroni", manifestazioni teatrali ed eno-gastronomiche, mostre e soprattutto la possibilità di visitare tutti quei luoghi di cultura che altrimenti restano di difficile accesso. Sempre in questo periodo la rassegna Vitigno Italia nella suggestiva cornice di Castel dell'Ovo da la possibilità di gustare i vini dell'eccellenza campana e delle altre regioni italiane. In estate, ma non solo, è possibile prendere il sole e fare il bagno lungo tutta la costa di Posillipo e Mergellina e fare immersioni in prossimità della magnifica e suggestiva Area Marina Protetta “Parco Sommerso di Gaiola".

Cenni storici

Nell'VIII secolo a.C. fu fondata la colonia di Partenope per opera dei Cumani. Essa fu preceduta da un emporio dorico dal IX secolo a.C. sull'isolotto di Megaride. La nuova zona urbana fu chiamata Neapolis, cioè Nuova città.

Dopo la fine dell'Impero romano, nel 536, Napoli fu conquistata dai Bizantini durante la guerra gotica e rimase saldamente in mano all'Impero anche durante la susseguente invasione longobarda, divenendo in seguito ducato autonomo.

Nel 1139 i normanni di Ruggero II conquistarono la città, ponendo fine al ducato. Dopo la dominazione sveva, la città divenne parte del regno angioino (Francia).

Nel 1442 anche Napoli cadde in mano aragonese, diventando una delle città più influenti del dominio aragonese. Sotto la dinastia dei Borbone, Napoli rafforzò il suo ruolo e il 7 settembre 1860 Garibaldi entrò nella città, capitale del Regno delle Due Sicilie. Durante la seconda guerra mondiale Napoli vide, dopo l'8 settembre, la rivolta popolare contro l'occupante tedesco comunemente detta delle Quattro giornate di Napoli. La Napoli contemporanea è tra le più grandi e popolose metropoli italiane e mediterranee, conservando ancora la sua storica vocazione di centro culturale, scientifico e universitario di livello internazionale, oltre che di grande città d'arte e primario polo turistico.

Cultura e tradizioni

La ricca e storica tradizione popolare di Napoli e la sua cultura millenaria hanno determinato nel corso del tempo un sentimento di napoletanità che sintetizza diverse abitudini e credenze del popolo locale. Questi elementi, alcuni dei quali anche pittoreschi, determinano così nel napoletano l'acquisizione di un'identità solida e una forte appartenenza alla città.

Pizza, sole, tarantella e mandolino, quattro simboli di Napoli, sono infatti riconosciuti come i più classici simboli.

Tante altre invece sono le parole o le immagini che sintetizzano e rappresentano l'identità stereotipata napoletana: come il Vesuvio; il corno o il munaciello, che testimoniano la superstizione popolare; la mozzarella, simbolo assieme alla pizza della cucina napoletana e italiana; la tombola tipico gioco natalizio che viene accompagnato alla smorfia, altra invenzione popolare napoletana quest'ultima usata anche per il gioco del lotto, molto diffuso in città; poi c'è Pulcinella, una delle maschere italiane più famose e spesso usata per rappresentare l'italiano; infine vi è l'iconografia classica del vicolo napoletano, dominato dai bassi e dai panni stesi lungo la strada. Tra i riti religiosi invece, dominano la storica arte dei presepi napoletana, per rappresentare la scena della Natività; il miracolo di San Gennaro, che testimonia tutta la devozione religiosa del popolo e l'amore verso questo santo. La festa più importante è la festa di Piedigrotta. La dominazione borbonica ha lasciato alla città molti significativi monumenti visitabili, partendo dalla collina di Poggioreale fino ad arrivare sul lungo mare: Cimitero delle 366 fosse, Albergo dei Poveri, Reggia di Capodimonte, Real Fabbrica delle ceramiche di Capodimonte, Foro Carolino (attuale Piazza Dante), Teatro San Carlo, Piazza del Plebiscito, rinnovamento e ampliamento Palazzo Reale, Tunnel Borbonico.

Lingue parlate

Nel capoluogo campano, la lingua parlata è l'italiano.

Tuttavia spesso nel parlare colloquiale si adopera la lingua napoletana, che affonda le sue radici in lingue antiche come il greco e il latino subendo successivamente le influenze da lingue moderne come il francese e lo spagnolo.

Come orientarsi

Centro storico

Sulla piazza Garibaldi si affaccia la stazione di Napoli centrale. Da qui ha inizio Corso Umberto I, meglio noto come Rettifilo che attraversa il centro diagonalmente per terminare dopo 1,3 km sulla piazza Giovanni Bovio dominata dal monumentale palazzo della Borsa.

Poco più a ovest si trova la piazza del Municipio di forma irregolare e dominata dal Maschio Angioino, uno dei sette castelli della città di Napoli. Dalla piazza ha inizio la via Medina. Il suo proseguimento, la via San Carlo, sfocia nella piazza del Plebiscito dominata dalla neoclassica Basilica di San Francesco di Paola tra due ampi colonnati a forma di emiciclo

Altra arteria importante del centro è la via dei Tribunali corrispondente all'antico Decumano Maggiore. La strada ha inizio dal Castel Capuano, non distante dalla stazione di Napoli centrale e termina in piazza Bellini, uno dei maggiori luoghi di ritrovo della città grazie alla vicinanza dell'Università. A metà percorso e in corrispondenza con l'incrocio di via San Gregorio Armeno, famosa per le botteghe presepiali, si apre la piazza San Gaetano sul luogo dell'antica agorà di epoca greca.

Via Toledo (detta anche via Roma) ha un andamento nord sud ed è lunga poco più di 1 km. Fu aperta nel 1536 e oggi è la strada dello shopping grazie anche alla monumentale galleria Umberto I del 1890. Via Toledo, che rasenta a ovest i Quartieri Spagnoli, collega piazza Dante a nord con piazza Trieste e Trento a sud fino ad arrivare alla piazza del Plebiscito.

Altri quartieri

Mergellina — La zona del lungomare costituito dalle vie Caracciolo e Partenope. Mergellina si estende alle falde della collina di Posillipo e di fronte al Castel dell'Ovo. Fa parte del quartiere Chiaia;

Posillipo — La collina di Posillipo si trova a nord-ovest della città ed è una zona residenziale con un panorama unico;

Vomero — La collina del Vomero è una zona residenziale e commerciale, in cima a essa si erge il Castel Sant'Elmo e sono inoltre presenti molti esempi di architetture di varie epoche storiche;

Fuorigrotta — È il quartiere dell'area occidentale della città, rappresenta il centro sportivo e scientifico della città. Qui si trova lo Stadio Diego Armando Maradona;

Poggioreale —Attualmente zona Industriale nota dall'antichità per la presenza dei cimiteri; vi si trovano infatti: il cimitero delle 366 fosse costruito da Ferdinando Fuga sotto la reggenza di Ferdinando IV per volere di Carlo III; il cimitero dei colerici; il viale degli uomini illustri; il nuovo e il nuovissimo. È anche il quartiere in cui si trova l'omonimo carcere. Entro i limiti del quartiere di Poggioreale si trova il Centro direzionale di Napoli, un complesso di moderni grattacieli progettato dall'architetto giapponese Kenzo Tange.

Il Miglio d'oro — La zona lungo la SS18 Tirrena inferiore che attraversa i quartieri di San Giovanni a Teduccio e Barra e prosegue poi fino a Torre del Greco. Il Miglio d'oro è caratterizzato da ville monumentali costruite a partire dal Settecento da esponenti della nobiltà borbonica.

Zone di Napoli

Napoli è ricca di posti di interesse storico-culturale e ambientale:

Centro storico

Toledo/Quartieri Spagnoli

Chiaia

Lungomare Caracciolo/Mergellina

Posillipo

Vomero

Reggia di Capodimonte

Cimiteri storici e monumentali di Poggioreale.

Rione Sanità

Come arrivare

In aereo

L'1 aeroporto di Napoli-Capodichino (IATA: NAP), situato a 4,5 km dal centro di Napoli, è limitato nel suo sviluppo in quanto collocato in una zona densamente abitata; è collegato al centro cittadino con un sistema di autobus e servizio taxi.

Collegamenti

L'aeroporto è collegato alla città tramite il servizio bus Alibus. Dall’aeroporto effettua le fermate di Piazza Garibaldi (Stazione Centrale) - Immacolatella/Porta di Massa (interno Porto) e Molo Angioino/Beverello (terminal Stazione Marittima), al costo di 5€ (lug 2020). Esiste anche un servizio taxi e di taxi condiviso, per ulteriori informazioni leggere qui.

In auto

Per chi arriva da Nord, la strada principale che porta a Napoli è l'Autostrada del Sole Milano-Napoli. Superato il casello di Caserta Sud c'è un raccordo di circa 8 km che si collega alla Tangenziale di Napoli che porta alle diverse uscite verso la città. Per chi deve raggiungere il centro è consigliabile seguire le indicazioni per Napoli Centro-Porto-Stazione Marittima-Stazione Centrale.

Chi arriva da Sud attraverso la Salerno-Reggio Calabria raggiunge lo stesso incrocio e deve seguire le indicazioni Napoli Centro-Porto-Stazione Marittima-Stazione Centrale o Tangenziale. Anche la Bari-Napoli raggiunge il raccordo da cui poi ci sono le uscite per la Tangenziale o Napoli Centro.

In nave

Il molo Angioino è lo scalo per le navi da crociera.

Il molo Beverello costituisce il porto principale della città dalla quale prendono partenza le navi per le isole del golfo, la Sardegna, la Sicilia (Catania e Palermo).

Il piccolo porto di Mergellina situato in via Caracciolo è scalo per gli aliscafi per l'isola d'Ischia con partenze più volte al giorno.

Il porto di Pozzuoli, collegato attraverso la linea della Cumana al capoluogo campano, connette con le isole dell'Arcipelago campano.

Stazioni su tratte regionali e nazionali

2 Stazione di Napoli Centrale – La principale stazione ferroviaria di Napoli è Napoli Centrale. È collegata con le più importanti città italiane. La stazione è situata nel centro cittadino.

3 Stazione di Napoli Afragola, a nord del centro cittadino – In questa moderna stazione si fermano i treni alta velocità.

4 Stazione di Napoli Campi Flegrei (servita anche da treni metropolitani L2).

Stazioni metropolitane precedentemente ferroviarie

5 Stazione di Piazza Garibaldi, Piazza Garibaldi.

6 Stazione di Mergellina.

In autobus

Ci sono due linee principali che portano verso il centro città: la linea 3S che porta a Piazza Garibaldi (Stazione Centrale) da cui è poi facilissimo prendere tutti gli autobus o la metro che conducono verso le diverse parti della città. Dall'aeroporto parte anche la linea dedicata Alibus che conduce a Piazza Garibaldi (Stazione Centrale, metro e autobus per tutta la città) e a Piazza Municipio (Centro città) di fronte al porto e agli imbarchi per le isole del golfo.

Troiolo Bus, Corso Garibaldi, 185 - Siderno, ☎ +39 0964 381325, fax: +39 0964 381325, info@troiolobus.com. La compagnia permette il collegamento diretto di Napoli con Africo, Ardore, Badolato, Bianco, Bovalino, Brancaleone, Catanzaro, Catanzaro Lido, Caulonia, Davoli, Guardavalle, Isca sullo Jonio, Lamezia Terme, Locri, Marina di Gioiosa Ionica, Monasterace, Montepaone, Polistena, Riace, Roccella Jonica, Rosarno, Sant'Andrea Apostolo dello Jonio, Santa Caterina, Siderno, Soverato, Squillace, Taurianova e Vibo Valentia; non tutti i collegamenti sono quotidiani.

Con il carpooling

Il Comune di Napoli, attraverso l'istituzione del provvedimento di limitazione della circolazione ai fini del miglioramento delle condizioni ambientali, incentiva il carpooling stabilendo una deroga per le auto euro 2 ed euro 3 con almeno tre persone a bordo

Per maggiori informazioni vedi: Comune di Napoli/Carpooling.

Come spostarsi

Con mezzi pubblici

Napoli dispone di una rete metropolitana costituita da tre linee:

la linea 1 (detta "collinare") gestita dall'ANM

la linea 6, gestita dall'ANM

la linea 11 (detta "linea arcobaleno"), gestita dall'EAV

Ad essa va aggiunta la linea 2 gestita da Trenitalia, che offre un servizio analogo a quello delle metropolitane.

Alle metropolitane si aggiungono le linee ferroviarie suburbane esercite dall'EAV:

la Cumana e la Circumflegrea

la rete della Circumvesuviana.

Napoli vanta anche di quattro funicolari: Centrale, Chiaia, Mergellina e Montesanto.

Restano poi gli autobus ed i tram gestiti dalla ANM e gli autobus dell'EAV che offrono un servizio più ampio collegando Napoli con le vicine Province.

Esiste inoltre un servizio marittimo chiamato Metrò del Mare che, utilizzando soprattutto aliscafi, collega i maggiori porti delle coste campane. Conta 6 linee che collegano il Capoluogo Campano con Salerno, varie località del Cilento ed altri importanti centri del Golfo di Napoli quali Castellammare di Stabia, Vico Equense, Torre Annunziata e Torre del Greco.

Urbana

Per spostarsi in città con i mezzi pubblici, occorre munirsi dei titoli di viaggio "Unico Napoli", che hanno sostituito gli storici biglietti "Giranapoli", prima espressione di integrazione tariffaria nella regione.

Ecco le principali tipologie di biglietti:

Corsa singola

ANM: 1,50€

Altre aziende: 1,30€

Biglietto giornaliero

Aziendale: 3,50€

Integrato: 4,50€

Biglietto settimanale (12,50€)

Abbonamento mensile (35,00€)

Abbonamento annuale (235,20€)

Tutti quanti valgono per l'intera rete di trasporto urbana: metropolitane, autobus, tram, funicolari, Cumana, Circumflegrea e Circumvesuviana (queste ultime solo per le tratte comprese nel territorio del comune di Napoli). Le tariffe e l'emissione dei titoli di viaggio sono gestite dal consorzio UnicoCampania, che provvede poi a ripartire i ricavi da traffico tra le aziende (ANM, EAV e Trenitalia) in maniera proporzionale ai passaggi offerti.

Sulle linee ferroviarie EAV (Napoli-Sorrento e metro Linea 11) ed ANM (metro Linee 1, 6 e Funicolari) è possibile accedere direttamente ai tornelli abilitati utilizzando le carte di pagamento contactless dei circuiti American Express, Mastercard, Maestro, Visa e V-Pay. Il biglietto si può acquistare anche con l'app UnicoCampania.

Extraurbana

Nato nei primi anni del nuovo secolo, ed esteso il 1° gennaio 2003 a tutti i 160 comuni della Regione Campania, il biglietto Unico consente di spostarsi liberamente all'interno della città (con tutti i possibili mezzi pubblici), e di viaggiare tra Napoli e i comuni della fascia prescelta con le linee di numerosissime aziende convenzionate, e con i convogli di Trenitalia.

Esistono 11 fasce territoriali e diversi tipi di biglietti, i cui prezzi dipendono dalla fascia in questione:

Corsa singola (solo aziendale)

Biglietto Orario (solo integrato)

Biglietto Giornaliero

Abbonamento Settimanale

Abbonamento Mensile

Abbonamento Annuale

Abbonamento Annuale Studenti

Di tutte le tipologie di biglietti esistono titoli aziendali e titoli integrati, fatta eccezione per quelli indicati.

Visitare il sito https://www.unicocampania.it per informazioni più dettagliate, per l'intero quadro tariffario di Unico Campania e per l'elenco dei comuni delle singole fasce.

In bicicletta

Mappa delle piste ciclabili a cura del Comune di Napoli.

Cosa vedere

Via Duomo la via dei Musei

Lungo via Duomo si possono ammirare sette meraviglie che adesso sono identificate dal percorso "La Via dei Musei". Salendo via Duomo fino all'incrocio di via Foria la "Via dei Musei" annovera: Complesso museale San Severo al Pendino, Museo Civico Gaetano Filangieri, Pio Monte della Misericordia – Chiesa e Quadreria, Museo del Tesoro di San Gennaro, Monumento Nazionale dei Girolamini, Complesso Monumentale Donnaregina – Museo Diocesano, Madre – Museo d'arte contemporanea Donnaregina.

1 Complesso museale San Severo al Pendino (Complesso museale San Severo al Pendino), Via Duomo 286, ☎ +39 081 20 20 53. Lun-Sab 9:00-18:30.

2 Murale della Madonna con Pistola di Banksy, Piazza Gerolomini, 106/115. Questo è l'unico murale di Banksy prodotto a Napoli, e rappresenta una Madonna con una pistola sulla testa. L'opera è oggi protetta da una teca.

3 Pio Monte della Misericordia – Chiesa e Quadreria, Via dei Tribunali, 253, segreteria@piomontedellamisericordia.it.

4 Museo del Tesoro di San Gennaro, Via Duomo 149, ☎ +39 338 3361771, prenotazioni@museosangennaro.it.

5 Napoli Sotterranea, Piazza San Gaetano, 68 (accanto alla Basilica di San Paolo Maggiore), ☎ +39 081 29 69 44, +39 081 01 90 933, +39 334 36 62 841, +39 340 46 06 045, +39 334 36 62 841, info@napolisotterranea.org. Lun-Dom 10:00, 11:00, 12:00, 13:00, 14:00, 15:00, 16:00, 17:00, 18:00 (giovedì ore 21:00 solo su prenotazione raggiungendo un minimo di 10 persone). Il tour mostra le ex cave di pietra utilizzate per gli edifici della città, trasformate in seguito in una rete di distribuzione idrica, pozzi di smaltimento dei rifiuti e infine un rifugio di guerra. Visiterete diverse aree sempre più grandi collegate da percorsi stretti: fate attenzione se siete claustrofobici! Inoltre, il tour mostra i resti del vicino teatro greco-romano.

6 Museo d'arte contemporanea Donnaregina, Via Settembrini Luigi, 79 (Stazione metro più vicina: Cavour).

7 Duomo di Santa Maria Assunta (Cattedrale di Napoli), Via Duomo 147. Gratis. L'acceso alla cappella del Tesono di San Gennaro ha un costo di 3 €. Duomo di Napoli e sede dell'arcidiocesi di Napoli. La costruzione è iniziata nel XIII secolo ed è stata completata in età medievale, per questo motivo presenta una sovrapposizione di più stili architettonici a partire dal gotico, fino al neogotico dell'ottocento. Tre volte all'anno si tiene il rito dello scioglimento del sangue di san Gennaro, custodito in delle ampolle presso il Duomo. Il Duomo ospita anche la reale cappella del Tesoro di san Gennaro, che conserva le reliquie del santo patrono della città.Il Duomo attuale sorge su un complesso religioso del IX secolo. Oggi rimangono di questo complesso originale due edifici di origine paleocristina: il battistero di san Giovanni in Fonte, il più antico d'Occidente, e la primitiva basilica di Santa Restituta.

8 Battistero di San Giovanni in Fonte (Battistero paleocristiano), Via Duomo 147. 2 EUR. Di origine paleocristiana, il battistero di san Giovanni in Fonte si trova alla destra dell'abside della basilica di Santa Restituta e fu costruito dall'imperatore Costantino insieme alla basilica. L'edficio è costituito da due parti: la sala battesimale, di pianta quadrata, al cui centro è sita la vasca battesimale, ed un portico rettangolare. La volta della sala è ricoperta da mosaici del V secolo, realizzati da artisti locali, oggi parzialmente conservati.

9 Chiesa dei Girolamini, ingresso dalla via Duomo.

10 Basilica di San Lorenzo Maggiore, Via Tribunali, 316 (Stazione metro di Piazza Cavour).

11 Basilica di Santa Restituta (Santa Restituta), Via Duomo 147. Basilica di origine paleocristiana, costruita per volontà dell'imperatore Costantino nel IV secolo su un luogo precedentemente occupato dal tempio di Apollo. È la più antica basilica napoletana e primitiva cattedrale della città. Oggi costituisce la terza cappella della navata sinistra del duomo di Napoli.

12 Museo della Cappella Sansevero, Via Francesco De Sanctis, 19/21. Intero 8€. Ragazzi dai 10 ai 25 anni: € 5. Bambini fino ai 9 anni: gratis. Audioguida 3,50€ (lug 2020). Mer–Dom 9:00-19:00. Una cappella costruita nel 1590, contiene sculture e altre opere d'arte del XVIII secolo, come lo straordinario Cristo velato di Giuseppe Sanmartino. Ha anche un grande interesse scientifico perché ospita le macchine anatomiche di Raimondo Di Sangro, eminente scienziato e alchimista del Rinascimento. Inoltre, nel seminterrato ci sono due modelli di vene umane, che sembrano scolpiti. A causa delle dimensioni ridotte del sito, la coda di attesa potrebbe essere più lunga rispetto ad altre attrazioni di Napoli.

13 Statua del dio Nilo, Largo Corpo di Napoli. È una scultura marmorea di epoca romana databile tra il II e III secolo d.C. La storia legata alla scultura risale ai tempi della Napoli greco-romana, quando nell'area in cui tuttora insiste il monumento si stabilirono numerosi egiziani provenienti da Alessandria d'Egitto. Durante il secondo dopoguerra, due dei tre putti che circondavano in basso la divinità nonché la testa della sfinge che caratterizzava il blocco di marmo furono staccati e rubati, probabilmente per rivenderli al mercato nero. La testa della sfinge verrà ritrovata nel 2013. La scultura raffigura il Dio Nilo come un vecchio barbuto e seminudo disteso sulle onde del fiume, con i piedi posti vicino alla testa (non più visibile) di un coccodrillo, simbolo dell'Egitto, e che si appoggia col braccio sinistro su una sfinge, mantenendo con la mano destra una cornucopia. Al petto cerca di arrampicarsi invece l'unico putto superstite dell'originaria composizione, probabilmente raffigurante un affluente del fiume.

14 Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Via Cardinale Seripando (Stazione metro più vicina Cavour). La chiesa viene introdotta dalla "splendida scala a tenaglia" opera del grande architetto del '700 Sanfelice a cui fu affidato il compito di ridisegnare l'accesso.La chiesa si trova nascosta alla sua sinistra e vi si accede da una entrata laterale. Realizzata tra il 1343 e il 1418 attraverso le opere d'arte in essa presenti racconta, tra l'altro,la storia degli ultimi Angioini del ramo di Durazzo "Ladislao I" e "Giovanna II" nonché dei Caracciolo, potente e nobile famiglia napoletana.Inconsueto e originale è il mausoleo che Giovanna II dedica al fratello Ladislao che si trova alle spalle dell'altare, frutto di ignote maestranze locali anche se tradizionalmente attribuito al solo Andrea da Firenze. Attraverso di esso si entra nella cappella Caracciolo del Sole, con affreschi e pavimento maiolicato del '400, dedicata a Sergianni Caracciolo gran siniscalco e amante di Giovanna II, la quale lo fece uccidere nel 1432.Altrettanto belle sono la cappella Caracciolo di Vico pregevole esempio di Rinascimento Napoletano e la cappella Somma su progetto di Giovanni Domenico D'Auria e del Caccavello con affreschi del Cinquecento.Nella chiesa si possono ammirare opere dei maestri Giovan Tommaso Malvito, Diego De Siloe, Bartolomé Ordóñez, Annibale Caccavello, Giovanni Domenico D'Auria, Giorgio Vasari (un Crocifisso del 1545), Lorenzo Vaccaro, Michelangelo Naccherino.

15 Museo Archeologico Nazionale, Piazza Museo, 19 (Fermata metro Museo).

16 Chiesa di Santa Maria della Sapienza, Via Santa Maria di Costantinopoli.

17 Chiesa e chiostro di S. Chiara, Via Santa Chiara, 49/c (Meno di 10 minuti a piedi dalle stazione metro Università e Piazza Dante).

18 Chiesa di Sant'Eligio Maggiore, Piazza del Mercato.

19 Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.

20 Complesso Monumentale Donnaregina – Museo Diocesano, Largo Donna Regina, ☎ +390815571365.

21 ilCartastorie (Museo dell'Archivio Storico del Banco di Napoli), Via dei Tribunali, 214 (A Palazzo Ricca), ☎ +39 081 449400, info@ilcartastorie.it. Intero: 5€, ridotto: 3€, gruppi: 4€, scuole: 2€, fino a 12 anni: gratuito. Guida +2€. Lun-Mar e Gio-Sab 10:00-18:00, Dom 10:00-14:00. Nel 2016 nasce la Fondazione ilCartastorie, ente strumentale della Fondazione Banco di Napoli, al fine di perseguire uno degli scopi statutari di quest'ultima: la cura, la conservazione, la gestione, la manutenzione e la promozione dell'archivio. Il patrimonio culturale custodito dall'Archivio viene valorizzato attraverso l'omonimo progetto museale, ilCartastorie, con sede nel centro storico partenopeo, sede anche della Fondazione Banco di Napoli e già sede del Banco dei Poveri.Il patrimonio di informazioni dell'archivio, contenuto nelle dettagliate causali di pagamento degli antichi banchi pubblici della città, è una ricchezza storica e culturale che, grazie alla qualità e alla quantità delle sue scritture, consente una divulgazione originale della storia economica, sociale, artistica di Napoli e del Mezzogiorno. È questa considerazione che ha generato il progetto ilCartastorie grazie a cui circa 80 chilometri di carte possono raccontare le storie contenute nei pagamenti bancari anche ad un pubblico di non specialisti.Il museo è un progetto museale che si compone di un'offerta permanente, cicli di attività ed eventi singoli. Il filo conduttore dell'offerta, permanente o non, è lo storytelling: le storie contenute nelle pagine dell'Archivio vengono adattate e veicolate attraverso tutti i canali di comunicazione, nonché forme artistiche ed espressive disponibili, rivolgendosi ai diversi segmenti di pubblico secondo modalità differenziate creando per essi un'esperienza di meraviglia e stupore. Così, le storie contenute dei faldoni d'Archivio, danno origine a rappresentazioni teatrali, residenze d'artista, laboratori di scrittura creativa, fumetti, visite guidate tradizionali e teatralizzate, produzioni multimediali, concerti, eventi a tema storico e tanto altro.Il percorso multimediale Kaleidos, inaugurato il 30 marzo 2016, è il cuore del museo e ne costituisce l'offerta permanente. Si sviluppa al primo piano e consiste in un'esperienza sensoriale fatta di immagini e suoni tra popup, schermi touch e altri strumenti interattivi che raccontano alcune storie contenute nei faldoni dell'Archivio. Sette gli spazi di intervento in cui si racconta, a partire dalle scritture, del Tesoro di San Gennaro, di Raimondo di Sangro Principe di Sansevero e del Cristo Velato, della peste del 1656, della schiavitù e di tante altre storie che coinvolgono nomi noti e non della storia di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia.Per la sua opera di valorizzazione il museo si è aggiudicato il Premio UE per il patrimonio culturale / Europa Nostra Awards 2017, il più importante del settore a livello europeo.

Quartieri Spagnoli

22 Palazzo Zevallos Stigliano, Via Toledo 185.

23 Chiesa della Santissima Trinità degli Spagnoli (Quartieri Spagnoli).

24 Chiesa di San Carlo alle Mortelle (Quartieri Spagnoli), vico San Carlo alle Mortelle 7. La chiesa di San Carlo alle Mortelle è una delle chiese monumentali di Napoli, deve il suo nome ad un boschetto di alberi di mirto presente in quel luogo fino a tutto il Cinquecento.La chiesa rappresenta uno dei principali punti di riferimento dell'arte barocca in città.

25 Palazzo Mastelloni, piazza Carità.

26 Basilica dello Spirito Santo, piazza Sette Settembre.

27 Chiesa di Santa Maria della Concezione a Montecalvario (Quartieri Spagnoli).

28 Chiesa di Sant'Anna di Palazzo, Piazzetta Rosario di Palazzo (Quartieri Spagnoli).

Zone di piazza Monteoliveto e Quartiere San Giuseppe

29 Chiesa Sant'Anna dei Lombardi (Santa Maria di Monteoliveto), Piazza Monteoliveto. La vivacità culturale ed economica del Regno di Napoli tra il '400 e il '500 è testimoniata dalla bellezza di questa Chiesa che rappresenta uno degli esempi più sorprendenti di arte Rinascimentale Toscana a Napoli. Iniziata intorno al 1411, grazie ai buoni rapporti che gli Aragonesi avevano con i Medici e gli Estensi la realizzazione della Chiesa poté contare dell'intervento di pregiati maestri. In essa si possono ammirare opere di assoluto valore artistico, tra le altre si citano "La Sacrestia del Vasari", antico refettorio affrescato da Giorgio Vasari nel 1545; il Compianto sul Cristo Morto della fine del XV secolo, opera in terracotta a grandezza naturale di Guido Mazzoni e la cappella Piccolomini esempio più significativo della cultura figurativa dell'ultimo Quattrocento toscano in terra partenopea.La Chiesa assunse il nome attuale (Sant'Anna dei Lombardi) nel corso dell'800 quando fu occupata dall'Arciconfraternita dei Lombardi che vi si trasferì a seguito dell'inagibilità del proprio luogo di culto (la Chiesa di Sant'Anna opera nel '500 del Domenico Fontana). L' Arciconfraternita dei Lombardi, fondata sul finire del '400, era punto di riferimento di tutti coloro che dai territori del Veneto e dalla Lombardia si trasferivano nella capitale del Regno di Napoli attratti dalla possibilità di avviare attività commerciali o di poter trovare lavoro.

Zone di piazza Municipio e piazza del Plebiscito

In piazza del Plebiscito è in voga un gioco tra turisti e nuovi arrivati. Si deve percorrere la piazza bendati partendo dal portone di Palazzo Reale e superare i due leoni. Questa operazione, che sembra semplice in realtà non riesce facilmente perché essendo la piazza in discesa si tende a prendere una direzione diversa sbagliando con facilità.

30 Maschio Angioino (Castel Nuovo), Piazza Municipio.

31 La Napoli sotterranea, Vico S. Anna di Palazzo 52, ☎ +39 081 400 256, +39 333 9729875, laes@lanapolisotterranea.it. Lun-Ven 10:00, 12:00, 16:30. Sab 10:00, 12:00, 16:30, 18:00. Dom e festivi 10:00, 11:00, 12:00, 16:30, 18:00. Con raduno a Piazza Trieste e Trento - (Bar Gambrinus). Le escursioni durano circa 60 minuti.

32 Galleria Borbonica, Vico del Grottone, 4, ☎ +39 081 764 5808, mail@galleriaborbonica.com. 10€ (lug 2020). Ven-Dom 09:30-13:00 e 14:30-17:00. Un tour di un vecchio tunnel che collega il palazzo alla caserma militare, utilizzato come rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale. Sono possibili diversi percorsi.

33 Palazzo Reale, piazza del Plebiscito 1, ☎ +39 081 5808255, ☎ +39 848082408, fax: +39 081 40356, pm-cam.palazzoreale-na@beniculturali.it. Intero 6€, ridotto 2€ (lug 2020). Gio-Mar 9:00-20:00, ultimo ingresso ore 19:00. Cortili e giardino romantico 9:00-19:00, ultimo ingresso ore 18:00. Una delle quattro residenze utilizzate dai re borbonici di Napoli durante il regno del Regno delle Due Sicilie (1730-1860). Il Palazzo Reale si trova sul sito di un precedente edificio destinato ad ospitare il re Filippo III di Spagna, che tuttavia vi non fece mai un viaggio. L'architetto scelto per quel palazzo fu Domenico Fontana. L'edificio fu costruito sul sito di una residenza viceré spagnola ancora più antica all'inizio del XVI secolo. Il palazzo del XVII secolo visibile oggi è il risultato di numerose aggiunte e modifiche, tra cui alcune di Luigi Vanvitelli a metà del XVIII secolo e poi di Gaetano Genovese.

34 Basilica di San Francesco di Paola, piazza del Plebiscito. Gratuito. Costruita su modello di San Pietro in Vaticano.

35 Murales della pudicizia, Via Emanuele de Deo, 46. Rappresenta una statua femminile coperta da tessuti bianchi. Tutto intorno vi sono altri murales sul Napoli calcio e su Maradona.

36 Castel Capuano. Nel 1231, per iniziativa di Federico II, si ebbe il primo intervento di trasformazione del castello, che pur conservando le sue indispensabili fortificazioni, fu reso più ospitale e meglio rispondente alla sua dignità di residenza reale.

Quartiere di Chiaia (Mergellina e Posillipo)

37 Castel dell'Ovo (Mergellina). Con il passaggio del regno agli Svevi attraverso Costanza d'Altavilla, castel dell'Ovo viene ulteriormente fortificato nel 1222 da Federico II, che fa costruire altre torri - torre di Colleville, torre Maestra e torre di Mezzo. In quegli anni, il castello divenne una residenza e anche prigione di stato.

38 Museo Pignatelli (All'interno della villa omonima).

39 Stazione zoologica Anton Dohrn.

40 Parco archeologico di Posillipo.

41 Villa Rosebery (Posillipo).

42 Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta (Piedigrotta).

43 Parco Vergiliano a Piedigrotta (parco della Tomba di Virgilio), salita della Grotta, 20 (dietro l'omonima chiesa). Mer-Lun: 16 ottobre-15 aprile 10:00-14:50; 16 aprile-15 ottobre 9:00-19:00. È un parco di Napoli famoso perché conserva il sepolcro che la tradizione popolare vuole di Virgilio, ed inoltre il monumento sepolcrale che contiene quelle che si presuppone siano le spoglie di Giacomo Leopardi. All’inferno è presente la Crypta Neapolitana, detta anche Grotta di Pozzuoli o Grotta di Posillipo, un’imponente galleria d'epoca romana che collega Mergellina con Fuorigrotta, ma anche il condotto dell'acquedotto augusteo del Serino.

Fuori dal centro

44 Certosa di San Martino, Largo San Martino (Collina del Vomero).

45 Castel Sant'Elmo (Collina del Vomero). 2.5€. Lun-Dom 9:00-18.00. Notizie relative al Castello risalgono alla seconda metà del 1200. Per volere del Re Roberto D'Angiò vi ha operato per un suo ampliamento il grande architetto sculture senese del'300 Tino di Camaino. Da Piazza d' Armi nel Castel Sant'Elmo si gode una vista mozzafiato sul golfo di Napoli e Pozzuoli. Ospita il Museo del'900 (1910-1980) con opere del primo (1914-1920) e secondo Futurismo a Napoli.

46 Villa e Museo Floridiana, Via Domenico Cimarosa, 77 (Collina del Vomero. Stazione metro più vicina Vanvitelli).

Chiesa di S. Gaetano.

Chiesa di San Paolo.

47 Cimitero delle 366 fosse (cimitero di Santa Maria del Popolo), Via Fontanelle Al Trivio (Si trova su un terrazzamento naturale collocato a mezza costa nei pressi della zona di Poggioreale, più precisamente sull'altura di Cupa Lautrec. Dalla stazione Centrale di Piazza Garibaldi: 27 minuti a piedi o in auto/taxi: 9 minuti). Testimonianza del periodo Borbonico, primo cimitero pubblico in Europa e forse nel mondo, fu progettato e costruito dall'architetto Ferdinando Fuga nella metà del 700,sotto la reggenza di Ferdinando IV per volere di Carlo III per accogliere le salme della classe meno abbiente della capitale del Regno delle Due Sicilie. Da allora è di proprietà dell'arciconfraternita di santa Maria degli incurabili."Macchina architettonica" di matrice razionalista concepita per ospitare la morte, complementare quindi al vicino e mastodontico Albergo dei Poveri, è un quadrilatero a cielo aperto con 19x19 fosse e il porticato di ingesso che ne contiene altre 5 così da ottenerne 366 per un totale di 80X80 metri per lato.Ha questa struttura perché veniva aperta una fossa diversa al giorno per ogni giorno dell' anno. Hanno tutte le stesse fattezze: un parallelepipedo di 4x4 metri e 7 di profondità, 3 ganci sopra che permettevano l'apertura e un cerchio che rappresentava il numero del giorno e al disotto una grande rete alveare con una grata. La fossa del giorno si apriva all'imbrunire dopo la benedizione del sacerdote. Una volta messi i cadaveri venivano ricoperti da calce e poi venivano richiusi.La zona dietro il cimitero,attualmente ricca di vegetazione, fu poi utilizzata temporaneamente durante l'epidemia di colera poiché le fosse non bastavano più. Tutta la zona di Santa Maria del Pianto potrebbe essere utilizzata come un museo a cielo aperto “parco della memoria del cimitero delle 366 fosse”.Appena si entra nel cimitero, sulla sinistra è presente un macchinario: un argano con 4 ruote, 4 piloni e un gancio al centro con il quale era mantenuta una bara di metallo, che al contatto con i resti delle salme si apriva e faceva cadere delicatamente il corpo. L'argano quindi consentiva di calare i defunti anziché gettarli. L'idea di utilizzare questo macchinario fu portata da una nobildonna che, quando morì la sua ancella e la portò al cimitero, vide il violento modo in cui venivano trattati i corpi dei defunti. Alcuni componenti dell'argano sono pezzi del lampione che un tempo era al centro del quadrilatero. Attualmente all'interno del quadrilatero e sotto il porticato di ingresso, sono presenti dei loculi di proprietà degli arciconfratelli degli Incurabili. Al di sotto del sottosuolo vi è tutta una zona ipogea.Alla destra del porticato di ingresso è presente una cappella consacrata, nella quale sono presenti loculi vari. In fondo a questa cappella è possibile, se si resta sulla destra, scendere nella zona ipogea nella quale si diramano due strade: a destra una zona moderna che si estende con lunghezza pari a quella di un lato del quadrilatero e circa 6 meri d'altezza, mentre a sinistra, un corridoio che ha conservato le fattezze antiche di dimensioni simili, ma senza loculi.

48 Piazza Carlo III (Situata tra i quartieri San Carlo all'Arena, San Lorenzo e Poggioreale). In origine era conosciuta come la Piazza del Reclusorio perché così veniva chiamato il “Real Albergo dei Poveri”. Nel 1891, per decreto del regio commissario Giuseppe Saredo fu intitolata al Re Borbone; la piazza propriamente intesa nasce nel XIX secolo con l'urbanizzazione della zona e in particolare con la costruzione di corso Garibaldi La piazza ha una forma a emiciclo nella quale confluiscono molte importanti arterie della zona: via Foria, corso Garibaldi, via Sant'Alfonso Maria de' Liguori, via Sant'Antonio Abate, via Giovanni Gussone, via Alessio Mazzocchi e via Don Bosco. Al centro vi è un'isola con aiuole ricoperte da palme e con un viale centrale, ottenuto tramite il riutilizzo della sede ferroviaria dismessa.

Vie ed Altro

I decumani: via S.Biagio dei Librai o Spaccanapoli (Decumano Inferiore); via dei Tribunali (Decumano Maggiore); via dell'Anticaglia (Decumano Superiore).

Bosco di Capodimonte

Teatro San Carlo

Borgo Marinari

Largo San Martino

Posillipo

Tomba di Leopardi e Virgilio

Piazza del Plebiscito

Gradinate di San Martino

Gradinate del Petraio

Marechiaro

San Gregorio Armeno (famosa via dei presepi)

Basilica di Santa Chiara e Chiostro interno maiolicato

Rione Vomero: via Scarlatti, Piazza Vanvitelli, Villa Floridiana, Museo Duca di Martina

Castel Sant'Elmo

49 Chiesa di Santa Maria Francesca (Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe), Vico Tre Re a Toledo, 13, ☎ +39 081 42 50 11, info@santuariosantamariafrancesca.it. Visitabile il giorno 6 di ogni mese, giorno di ricordo mensile della Santa dopo le messe delle 7:30, 9:15, 10:30 e 18:00 (se festivo 7:30, 10:30, 12:00, 18:00). È oggetto di una particolare devozione a Napoli dove è considerata la patrona dei Quartieri spagnoli e delle donne sterili e in gravidanza.

50 Murales "Dios Umano” e “Essere Umani", viale 2 Giugno. In questo quartiere difficile della città sono stati creati due famosi murales, uno con il volto di Diego Armando Maradona dall’altra parte la faccia dello “scugnizzo” Niccolò. L'opera è stata creata dall'artista Jorit che l'ha autofinanziata regalandola alla città e al quartiere. L'altro murales dello stesso artista è la pudicizia.

Eventi e feste

1 Vitigno Italia, Castel Dell'Ovo, ☎ +39 0814104533, segreteria@vitignoitalia.eu. Maggio. Salone dei Vini e dei Territori Vitivinicoli Italiani.

2 Maggio dei Monumenti. Durante tutto il periodo dell'evento (nei weekend da fine Aprile ad inizio Giugno) la città si colora di manifestazioni culturali moltissime gratuite (passeggiate guidate nei vicoli, concerti di musica classica nei cortili dei palazzi nobiliari o in strada, mostre, rappresentazioni teatrali, visite guidate etc). Molti monumenti o bellezze altrimenti inaccessibili durante l'anno vengono resi usufruibili grazie al contributo di guide particolari - scolaresche adottano un' attrattiva e guidano i turisti lungo tutto il percorso descrivendolo gratuitamente e in lingua.

Acquisti

Le vie dello shopping di Napoli sono: via Calabritto (che unisce piazza Vittoria a piazza dei Martiri) e la prestigiosa via Filangieri con il suo prosieguo via dei Mille, ove si possono trovare negozi di alta moda per budget elevati; via Chiaia (interamente pedonale, che da piazza dei Martiri porta a piazza Trieste e Trento) dove sono siti negozi per budget medi; e le vie dello shopping economico, ovvero, corso Umberto I, via Toledo e corso Secondigliano. Per l'acquisto di libri di ogni genere e tipologia, dai libri scolastici ai libri di narrativa, ai fumetti usati, vi è la famosa Port'Alba, una delle principali Porte della Napoli antica. A Napoli, inoltre, vi è una catena di cioccolaterie, Gay-Odin. Ivi, potrete gustare il famoso Cioccolato Foresta e tante altre gastronomie cioccolatiere.

San Gregorio Armeno è la via che unisce trasversalmente i decumani e dove sono concentrati i caratteristici negozi di artigiani che modellano le statuette del presepe, dalle più modeste a quelle molto pregiate a imitazione dei famosi presepi napoletani del Settecento.

Vi è poi la zona comunemente chiamata, in napoletano, "'a Ferrovia". Si riferisce alla zona di piazza Garibaldi ove è sita, anche, la stazione ferroviaria Napoli Centrale. Considerata, ormai, la Chinatown napoletana, vi si possono fare acquisti di ogni genere (dal vestiario all'elettronica) a prezzi molto vantaggiosi. Ma state attenti al "pacco"!

Per lo shopping economico e per "l'affare", oltre alla zona di piazza Garibaldi, vi è anche il Mercato di Poggioreale.

Dove mangiare

Napoli (e la Campania in generale) è famosa in tutto il mondo per le sue specialità gastronomiche. Nel capoluogo campano vi è un vastissimo assortimento di prodotti tipici gastronomici. Napoli è, sicuramente, famosa in tutto il mondo per la pizza. Da citare che "a Napoli la pizza è buona dappertutto".

Sicuramente un modo per conoscere la città è attraverso la sua cucina.

Molti registi o commediografi illustri per raccontare questo popolo ne hanno celebrato il "mito". Il grande Eduardo descrisse il rituale del ragù che deve "pippiare" (bollitura lenta) a lungo per riuscire e dedica un' intera scena alla degustazione del caffè con tutti i dettagli per la sua corretta preparazione nella sua famosa commedia teatrale "Questi fantasmi". Celebre è anche la scena degli spaghetti mangiati con le mani da Totò in "Miseria e nobiltà".

Fortemente identitaria trae le sue origini dalla tradizione contadina e allo stesso tempo dalla creatività dei cuochi di corte del Regno Borbonico.

Questa cucina mescola con equilibrio i "colori" e "sapori" dei frutti della "Campania Felix" e del mare,

e rielabora con originalità le diverse influenze straniere che per secoli si sono succedute.

Ottimi e di qualità sono i vini della zona.

Piatti raffinati ed elaborati assieme a piatti poveri, cibo da strada e dolci eccellenti si trovano facilmente in città.

Da assaggiare:

Primi Piatti

Minestra maritata (a base di carne e verdure, tipici nel periodo Natalizio o a Pasqua);

Zuppa forte o Zuppa di soffritto;

Pasta fagioli e cozze;

Pasta patate e scamorza;

Pasta e lenticchie;

Pasta e piselli;

Timballo di maccheroni

Sartù di riso;

Risotto alla pescatora;

Genovese;

Tagliatelle al Ragù;

Spaghetti con le vongole;

Secondi Piatti

Baccalà 'ndurat e fritt (fritto)

Baccalà pomodoro e olive

Alici in tortiera (alici marinate)

Tracchiulelle (costato di maiale con carne al sugo);

Braciole;

Polpette;

Sasicc e friariell (Salsiccia e friarielli);

Purpitielli affogat (Polipetti al sugo);

Mozzarella di bufala;

Melanzane alla scarpone (Melanzane a barchetta);

Melanzane alla parmigiana;

Zucchine alla scapece (zucchine dorate con Aceto di Vino Bianco, Olio extravergine d'oliva, aglio menta e sale);

Pasto unico

'mpepata di cozze;

zuppa di cozze;

Spuntino o tutto pasto

Tortano e casatiello;

pizza con la scarola (si mangia a Pasqua e/o alla vigilia di Natale o l'ultimo dell'anno a pranzo in attesa della cena natalizia o del cenone)

o' Cuoppo (frittura di mare con pesce azzurro, calamaretti oppure zeppoline di alghe),

Dolci e pasticceria

Sfogliatella riccia e frolla;

Babà;

Migliaccio;

Pastiera Napoletana;

Struffoli;

Mostaccioli;

Roccocò cotto al forno è a base di mandorle, farina, zucchero, canditi e spezie varie;

Susamielli dolce natalizio fatto con farina, zucchero, mandorle e miele, e sono aromatizzati con cannella, pepe, noce moscat;

Zeppole di san giuseppe si prepara il 19 Marza alla festa di San Giuseppe;

Cassatine: dolce a base di ricotta di pecora, frutta candita e liquore strega;

chiacchiere impasto fritto o cotto al forno ricoperta di zucchero a velo talvolta anche di miele o cioccolato;

Vini

per i vini: Coda di Volpe, Falanghina ferma e spumantizzata, Piedirosso, Falerno

Prezzi modici

Le pizzerie del Centro Storico sono tutte rinomate e si mangia davvero bene. I prezzi sono accessibili per ogni tasca, solitamente, per pizza, bibita e coperto non si va oltre i € 15,00 (2024).

1 Antica Pizzeria Port'Alba, Via Port’Alba. Aperta come pizzeria nel 1830, è considerata la più antica al mondo.

2 Casa Infante, Via Toledo, 258, ☎ +39 081 1931 2009. Gelateria.

3 Pizzeria De' Figliole, Via Giudecca Vecchia, 39, ☎ +39 081 286721.

4 Pizzeria Di Matteo, Via dei Tribunali, 94, ☎ +39 081 455262.

5 Pizzeria Dal Presidente, Via dei Tribunali, 120, ☎ +39 081 296710.

6 Pizzeria Sorbillo, Via dei Tribunali, 32, ☎ +39 081 446643.

Prezzi medi

7 Perfectoo, Corso Umberto I, 28, ☎ +39 081 410 9100. Bar e ristorante.

Prezzi elevati

Per la categoria Prezzi medio-alti, si possono citare i ristoranti del Borgo Marinaro, alle pendici di Castel dell'Ovo.

8 Gran Caffè Gambrinus, Via Chiaia, ☎ +39 081 417582. Il suo nome deriva dal mitologico re delle Fiandre Joannus Primus, considerato patrono della birra. Il Gran Caffè Gambrinus rientra fra i primi dieci Caffè d'Italia e fa parte dell'Associazione Locali Storici d'Italia. Arredato in stile Liberty, conserva al suo interno stucchi, statue e quadri della fine dell'Ottocento realizzate da artisti napoletani. Tra queste vi sono anche opere di Gabriele D'Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti. Dalla Belle Époque in poi fu frequentato da personaggi storici: Gabriele D'Annunzio, Benedetto Croce, Matilde Serao, Eduardo Scarpetta, Totò e i De Filippo, Ernest Hemingway, Oscar Wilde, Jean Paul Sartre, fra gli altri. Anche l'Imperatrice d'Austria Sissi, Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach nel suo viaggio a Napoli nel 1890 si fermò al Gambrinus.

Come divertirsi

Grandi

Teatro San Carlo. Lirica, balletto, concertistica.

Teatro Mercadante. Comprende una sala ridotta.

Teatro San Ferdinando.

Teatro Augusteo.

Teatro Bellini. Comprende una sala ridotta.

Teatro Diana.

Medi

Teatro Nuovo. Comprende una sala ridotta.

Galleria Toledo.

Teatro Elicantropo.

Nuovo Teatro Sanità.

Teatro Area Nord.

Teatro Il Primo.

Cinema Teatro Delle Palme.

Teatro San Carluccio.

Teatro Politeama.

Teatro Totò.

Teatro Trianon. Prevalentemente musicale.

Teatro Cilea.

Teatro Bracco.

Teatro Acacia.

Teatro Troisi.

Piccoli

Circolo ARCAS.

Teatre De Poche.

Teatro Interno 5.

Dove alloggiare

Prezzi modici

1 BnB Naples, via Medina, 17 (A 50 metri dalla fermata Municipio della Metro 1), ☎ +39 081 5519978, +39 361 56153 (mobile), bnbnaples@gmail.com. 35/120€. Check-in: 15:00/19:00, check-out: 12:30. Dallo stile classico e funzionale, unisce il carattere antico dello stabile in cui ha sede (l'antico Conservatorio della Pietà dei Turchini) con la modernità dei servizi offerti.

2 B&B Al Centro Storico, Via dei Tribunali 138 (A 200 metri dalla fermata della metro Linea 1), ☎ +39 081 18995305, info@bbalcentrostorico.com. € 35/80. Check-in: 12:00, check-out: 23:00. B&B moderno dotato di tutti i comfort nel pieno centro storico della città.

3 Napoli Suite, Corso Umberto I, 284 (vicino la stazione centrale), ☎ +390815543271, info@napolisuite.com. Camere confortevoli all’interno di un palazzo storico. Posto al primo piano, sussiste curiosamente un ascensore a monete attivo in alcune fasce orarie.

B&B Del Corso, Corso Giuseppe Garibaldi 340C, bnbdelcorso@gmail.com. Raffinato ed attento ai dettagli, dispone di camere con tutti i confort. Colazione inclusa tutte le mattine e pulizia quotidiana.

4 B&b Catoledo, vico Lungo gelso, 53A (metro Toledo e Municipio, all'inizio dei Quartieri Spagnoli), ☎ +39 081 2188409, bbcatoledo@gmail.com. Check-in: 12:30, check-out: 10:00. Il B&b ha tre camere grandi con bagno interno privato, aria condizionata e wifi. La colazione si consuma in camera.

Prezzi medi

Vascio Della Duchessa, vico s. margherita a fonseca 45, info@vascioduchessa.it. Tipico Vascio Napoletano, ideale per soggiorni di massimo 4 persone.

AuRoom, Via Alessandro Poerio 14, info@au-room.it. Auroom è una destinazione di lusso per viaggiatori esigenti. Questa struttura di alto livello offre alloggi di lusso che coniugano eleganza e comfort. Gli ospiti godono di camere sontuose, servizi di livello mondiale e strutture benessere esclusive. Auroom offre un'indimenticabile esperienza di relax e raffinatezza per momenti memorabili.

Prezzi elevati

5 Hotel NH Ambassador, Via Medina, 70 (Nel centro storico di Napoli), ☎ +39 081 4105111, nhambassador@nh-hotels.com. L'hotel NH Ambassador si trova vicino a numerose delle più famose attrazioni della città, come il Maschio Angioino, Palazzo Reale, Piazza del Plebiscito e il Teatro San Carlo. L'hotel si trova inoltre ad appena 700 metri dal molo Beverello, da cui i visitatori possono prendere un traghetto per le splendide isole di Ischia, Procida o Capri.

6 Hotel Excelsior, Via Partenope 48 (A pochi passi dal centro e pochi minuti dal Molo Beverello), ☎ +39 081 7640111, info@excelsior.it. dai €200 ai €600 a notte, fino ad arrivare a €2000. L'Hotel Excelsior ha un affaccio sullo splendido golfo di Napoli, Castel dell'Ovo e il Borgo Marinari.

7 Villa Gervasio, Via Bellavista 176 (A Bacoli), ☎ +39 081 8687892, info@villagervasio.it. Hotel moderno, confortevole, raffinato ed elegante della penisola Flegrea.

Sicurezza

Napoli è una grande città metropolitana e come tale, in essa si registra la presenza di borseggiatori e truffatori. Diffidate da chi vi propone un affare, magari a buon prezzo, potrebbe essere una truffa.

Prestare attenzione ai propri beni, non lasciare mai incustodite borse e valigie, non ostentare ricchezze, come collane ed orologi, anche se negli ultimi tempi il tasso criminale è diminuito notevolmente. Sono tutti ottimi accorgimenti per salvaguardarsi in ogni metropoli.

Ad ogni modo i napoletani sono estremamente socievoli e calorosi pronti ad aiutare in caso di necessità. Alcuni potrebbero anche mostrarvi posti nascosti molto suggestivi in cui altrimenti non sareste passati.

Numeri ed indirizzi utili

Comune, ☎ +39 081 7951111.

Polizia Municipale, ☎ +39 081 7513177.

Croce rossa, ☎ +39 081 7528282.

Assistenza medica:

Centro Direzionale, Palazzo Esedra, Is. F9, ☎ +39 081 2541111, +39 081 2544452 (info), +39 081 2544415 (info), +39 081 2544429 (info).

Distretto Sanitario 47, Via S. Gennaro ad Antignano (Arenella), ☎ +39 081 2549111, +39 081 2549788 (info).

Distretto Sanitario 51, Via De Gasperi, 55 (Avvocata), ☎ +39 081 2542111, +39 081 2542363 (info).

Distretto Sanitario 45, Via F. Degni, 25 (Fuorigrotta), ☎ +39 081 7686671, +39 081 7686418 (info).

Distretto Sanitario 53, Piazza Nazionale, 95 (Mercato), ☎ +39 081 2549111, +39 081 2549105 (info).

Distretto Sanitario 50, Via Valente Miano (Miano), ☎ +39 081 2546111, +39 081 2546977 (info).

Distretto Sanitario 49, Via Don Bosco, 4f (S. Carlo all'Arena), ☎ +39 081 2541111, +39 081 2545934 (info).

Distretto Sanitario 52, Via B. Quaranta, 2 bis (S. Giovanni), ☎ +39 081 2542111, +39 081 2543754 (info).

Distretto Sanitario 48, Viale Resistenza, 25 (Scampia), ☎ +39 0812546111, +39 081 7023634 (info), +39 081 2546565 (info).

Distretto Sanitario 46, Via G. Scherillo (Soccavo), ☎ +39 081 2548111, +39 081 2548384.

Distretto Sanitario 44, Via Croce Rossa, 9 (Vomero), ☎ +39 081 2547111, +39 081 2547475.

Nei dintorni

La storica fortuna di Napoli deriva dalla sue felice posizione geografica. I suoi dintorni sono ricchi di bellezze naturali e storiche, queste ultime sviluppatesi nell'arco di una storia trimillenaria.

Poco più a Nord del capoluogo partenopeo sorgono città come Pozzuoli, Baia e Bacoli, tutte ricche di importanti testimonianze archeologiche sopra e sotto il livello del mare. La prima, in particolare, risulta anche interessante dal punto di vista geologico-naturalistico per la presenza del complesso vulcanico dei Campi Flegrei.

Dal porto di Napoli (Molo Beverello) è inoltre possibile raggiungere le rinomate isole di Capri ed Ischia, entrambe ricchissime di bellezze naturali, o la Penisola Sorrentina, per le quali sconsigliamo, tuttavia, un turismo "mordi e fuggi" in quanto si perderebbe la vastissima offerta di attività che questi luoghi offrono. D'estate le isole ed i più noti centri turistici, come Amalfi, Positano, le isole e Sorrento, potrebbero essere inoltre particolarmente affollate: si consiglia di informarsi prima se si gradisce una maggiore intimità.

Da Napoli si può raggiungere in poco più di 10 minuti col servizio metropolitano la città di Portici dove è possibile ammirare la splendida dimora storica della "Reggia di Portici" con il bosco e il giardino all'inglese voluta da Carlo di Borbone. In fase di recupero è il galoppatoio al coperto (è in corso un restauro conservativo e rifunzionalizzazione), testimonianza dell'antica tradizione Napoletana nell'arte dell'equitazione. Idealmente legata al galoppatoio è la Reggia di Carditello in provincia di Caserta in terra di lavoro, altro sito Borbonico, realizzata con lo scopo di studiare e allevare razze pregiate di bovini e cavalli.

Da Portici è possibile seguire il percorso delle 122 Ville Vesuviane del Miglio d'oro, costruite dalla nobiltà napoletana del '700 sulle orme del re. Grandi architetti da Luigi Vanvitelli, a Ferdinando Fuga, Ferdinando Sanfelice, Domenico Antonio Vaccaro, Mario Gioffredo si alternarono nella realizzazione di queste splendide ville impreziosite da giardini rococò e neoclassici.

Sempre ad opera dei Borbone fu creata nel 1839 la prima ferrovia in territorio italiano, la Napoli-Portici, con la realizzazione delle "officine di Pietrarsa" adibite dapprima alla manutenzione e poi anche all'assemblaggio dei treni. A testimoniare questo primato è visitabile il Museo di Pietrarsa che si trova nelle fabbriche del "Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive",

fondato da Ferdinando II di Borbone nel 1840, che rappresenta oggi uno degli esempi più affascinanti di archeologia industriale italiana, e uno dei musei ferroviari più importanti in Europa.

A circa mezz'ora da Napoli con la linea Regionale delle Ferrovie dello Stato si può raggiungere la Reggia di Caserta che nel 1997 è stata dichiarata dall'UNESCO, insieme con l'acquedotto di Vanvitelli e il complesso di San Leucio, patrimonio dell'umanità. La Reggia è probabilmente uno degli ultimi esempi di Barocco Italiano, è la più grande dimora reale al mondo. Oltre alle innumerevoli opere d'arte presenti nelle stanze, magnifici sono i giardini in stile italiano e inglese. Straordinario dal punto di vista storico è il borgo di San Leucio esempio reale dell'applicazione delle idee dell'illuminismo Napoletano.

Da Wikivoyage · leggila alla fonte · CC BY-SA 4.0

Cosa vedere a Napoli

  1. Teatro di San Carlo
  2. Museo archeologico nazionale di Napoli
  3. Museo nazionale di Capodimonte
  4. Maschio Angioino
  5. cattedrale di Napoli
  6. Palazzo Reale
  7. Certosa di San Martino
  8. cappella Sansevero
  9. Basilica di Santa Chiara
  10. Reggia di Capodimonte
  11. Real Albergo dei Poveri
  12. Conservatorio di San Pietro a Majella
  13. Crypta Neapolitana
  14. Palazzo dello Spagnolo
  15. Palazzo arcivescovile
  16. Palazzo Cellammare
  17. Palazzo San Giacomo
  18. Villa comunale di Napoli
  19. Fontana del Gigante
  20. Palazzo Spinelli di Laurino
  21. Pio Monte della Misericordia
  22. palazzo di Sangro di Casacalenda
  23. Palazzo Doria d'Angri
  24. Palazzo del Panormita
  25. Palazzo Marigliano
  26. Palazzo Sanfelice
  27. complesso dell'eremo dei Camaldoli
  28. Palazzo Orsini di Gravina
  29. Palazzo Venezia
  30. Palazzo Zevallos
  31. Palazzo d'Aquino di Caramanico
  32. Palazzo Serra di Cassano
  33. Napoli sotterranea
  34. Fontana del Nettuno
  35. Palazzo Firrao
  36. Palazzo Carafa della Spina
  37. Monte di Pietà (Napoli)
  38. Fontana del Sebeto
  39. Orto botanico di Napoli
  40. parco Virgiliano
Mappa di Napoli con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

Teatro di San Carlo

Teatro all'italiana · Napoli

Teatro di San Carlo

Il Real Teatro di San Carlo, anche noto come Teatro San Carlo o semplicemente San Carlo, è il teatro lirico di Napoli.

Fondato nel 1737, è il più antico teatro d'opera del mondo e tuttora attivo. Primo teatro italiano ad istituire una scuola per la danza; anticipa di 41 anni il Teatro alla Scala di Milano e di 55 anni il Teatro La Fenice di Venezia. In origine, poteva ospitare 3285 spettatori, poi ridotti a 1386 in seguito alle normative sulla sicurezza. Conta una vasta platea (22×28×23 m), cinque ordini di palchi disposti a ferro di cavallo più un ampio palco reale, un loggione ed un palcoscenico (34×33 m).

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Date le sue dimensioni, struttura e antichità è stato modello per i successivi teatri d'Europa.

Affacciato sull'omonima via e, lateralmente, su piazza Trieste e Trento, il teatro, in linea con le altre grandi opere architettoniche del periodo, quali le grandi regge borboniche, fu il simbolo di una Napoli che rimarcava il suo status di grande capitale europea.

Il Teatro San Carlo è stato inserito dall'UNESCO tra i monumenti considerati Patrimonio dell'Umanità.

Storia
Settecento

Costruito da Giovanni Antonio Medrano e Angelo Carasale per una capienza da 3.000 posti, fu inaugurato il 4 novembre 1737, in occasione dell'onomastico del Re, dal quale prese il nome.

L'opera che per prima in assoluto andò in scena fu l'Achille in Sciro di Domenico Sarro e libretto di Pietro Metastasio con Vittoria Tesi, Angelo Amorevoli e il soprano Anna Peruzzi alla presenza del re.

A Domenico Sarro vennero pagati, con apposita polizza emessa nel dicembre del 1737, 220 ducati: «in soddisfazione della composizione del prologo ed opera in musica intitolata Achille in Sciro che si è rappresentata nel Teatro Reale di San Carlo il dì 4 novembre prossimo passato».

Inizialmente fu sede esclusivamente dell'opera seria; l'opera buffa si dava in altre sedi della città, come il Teatro Mercadante (al tempo denominato "Fondo dei Lucri") o il San Bartolomeo o il Teatro dei Fiorentini.

Nei primi anni di attività del teatro, i compositori che misero in scena le loro opere erano prettamente quelli di scuola napoletana, provenienti dai conservatori della città. I più noti: Leonardo Leo, Niccolò Porpora, Leonardo Vinci, Johann Adolf Hasse, Gaetano Latilla, Niccolò Jommelli, Baldassarre Galuppi, Niccolò Piccinni, Antonio Maria Gaspare Sacchini, Carlo Broschi, Tommaso Traetta, Giacomo Tritto, Giovanni Paisiello e Domenico Sarro.

Tra i cantanti si registrano i nomi della Tesi, Amorevoli, Anna De Amicis, Celeste Coltellini e Gaetano Majorano.

Nel frattempo, il prestigio del Teatro San Carlo crebbe al punto da attirare diverse illustri personalità di fama internazionale.

Andò infatti in scena nel 1752 la prima assoluta di Clemenza di Tito di Christoph Willibald Gluck con successo con Majorano, nel 1761 il Catone in Utica e nel 1762 l'Alessandro nell'Indie entrambe prime assolute di Johann Christian Bach, mentre negli anni successivi vi giunsero come ospiti Georg Friedrich Händel, Franz Joseph Haydn e anche il quattordicenne Mozart, il quale, insieme al padre Leopold, soggiornò a Napoli per più di un mese, dal 14 maggio al 25 giugno del 1770. Il 30 maggio assistette in teatro alla prima rappresentazione de L'Armida abbandonata di Niccolò Jommelli.

Nel 1774 avviene con successo la messa in scena di Alessandro nell'Indie di Niccolò Piccinni con Gaspare Pacchierotti (la prima si era tenuta a Roma il 21 gennaio 1758 al Teatro Argentina di Roma) e nel 1779 di Ifigenia in Aulide di Vicente Martín y Soler con Luigi Marchesi e Giovanni Ansani.

Intanto, sul finire del Settecento, il San Carlo accolse anche uno dei più illustri compositori europei e dei più importanti esponenti della scuola musicale napoletana: Domenico Cimarosa. Il Cimarosa, che era fino ad allora era andato in scena solo nei teatri dei Fiorentini e San Bartolomeo, debuttò al teatro Massimo di Napoli solo nel 1782 con L'eroe cinese (dramma su libretto di Pietro Metastasio), nel 1783 con Oreste per poi ritornare in scena solo in un'altra occasione, nel 1797, con l'Artemisia regina di Caria (dramma su libretto del Marchesini).

A Giovanni Paisiello, nel 1787, venne affidato il compito di "sovrintendere all'Orchestra del San Carlo".

Nel 1799, durante la Repubblica Napoletana, il San Carlo assunse la denominazione di Teatro Nazionale di San Carlo. Una volta caduta la Repubblica, ritornò alla precedente denominazione.

Ottocento
La gestione di Barbaja

Gioacchino Murat ascende al trono nel 1808 e dal 7 luglio del 1809 (fino al 1840) il teatro viene gestito dall'impresario Domenico Barbaja.

Furono quegli gli anni della ristrutturazione del San Carlo con gli importanti lavori di Antonio Niccolini che, durati due anni, diedero all'edificio l'aspetto mostrato nel ventunesimo secolo. Furono essenzialmente rivisti gli interni creando ambienti di ristoro e ricreazione e, soprattutto, fu rifatta la facciata in pieno stile neoclassico.

La nuova sala interna fu tuttavia ricostruita appena sei anni dopo (nel 1817) sempre dal Niccolini, a seguito di un incendio che la distrusse la notte fra il 12 e 13 febbraio 1816.

I lavori ripristinarono sostanzialmente lo stato precedente del teatro anche se, proprio in quest'occasione, fu riadattata la sala interna in modo che raggiungesse i 2500 posti a sedere.

Fu inoltre eseguita la grande tela sul soffitto di 500 metri quadrati, opera di Antonio, Giovanni e Giuseppe Cammarano che raffigura Apollo che presenta a Minerva i più grandi poeti del mondo e furono introdotti da Camillo Guerra e Gennaro Maldarelli particolari decorativi, come l'orologio nel sottarco del proscenio in cui il Tempo indica lo scorrere delle ore mentre la sirena delle arti, in basso a sinistra, tenta di trattenerle (come a dire che l'"arte non ha tempo"). La nuova riapertura fu inaugurata il 12 gennaio del 1817 con la cantata Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, già stato al San Carlo con altri lavori tra cui la Medea in Corinto (28 novembre 1813). Nel giorno di apertura, durante il suo Viaggio in Italia, si trovò a Napoli anche Stendhal, il quale assistendo all'inaugurazione del teatro, disse:

Le grandi stagioni di Rossini e Donizetti

Dal 1815 al 1822, il direttore musicale del teatro fu Gioachino Rossini, che in quel periodo visse una delle sue stagioni più importanti e prolifiche. Sia la presenza del Rossini sia di Mayr, nel giorno di riapertura, si doveva essenzialmente alla bravura di Domenico Barbaja, il più grande impresario d'Italia e forse d'Europa. Il legame che esisteva tra il Rossini e il Barbaja era molto forte al punto che il maestro marchigiano visse per tutto il suo periodo Napoletano nel palazzo di famiglia Barbaja. Il 4 ottobre 1815 avviene la prima assoluta di Elisabetta, regina d'Inghilterra con Isabella Colbran, Andrea Nozzari e Manuel García seguita dalle prime assolute di Armida nel 1817, Mosè in Egitto e Ricciardo e Zoraide nel 1818, Ermione nel 1819 e il successo di Zelmira nel 1822.

Dopo Rossini, l'incarico di direttore artistico fu affidato a Gaetano Donizetti, che mantenne l’incarico fino al 1838. Donizetti aveva stipulato un contratto con Barbaja che lo impegnava a comporre quattro opere l'anno. L'attività di Donizetti a Napoli è incessante e molte sono le prime assolute andate in scena al San Carlo o al Nuovo durante la sua attività artistica. Tra il 1823 e il 1844, infatti, al San Carlo furono presentate ben 19 opere in prima esecuzione (17 durante la sua direzione), fra cui il successo dell'Esule di Roma, di Elisabetta al castello di Kenilworth, di Fausta, Maria Stuarda, di Roberto Devereux e il capolavoro Lucia di Lammermoor (su libretto di Salvadore Cammarano) rappresentato con successo nella prima assoluta del 26 settembre 1835. Intanto, al San Carlo vi calcarono le scene anche personalità quali Niccolò Paganini nel 1819, Vincenzo Bellini che nel 30 maggio 1826 debutta con la prima assoluta di Bianca e Fernando e Saverio Mercadante che metterà in scena ben 14 prime assolute.

Nel 1825 avvenne il grande successo de L'ultimo giorno di Pompei di Giovanni Pacini con Adelaide Tosi, Giovanni David, Luigi Lablache e Michele Benedetti (basso), nel 1835 di Ines de Castro di Giuseppe Persiani con Maria Malibran e Gilbert Duprez, nel 1840 di La Vestale (Mercadante) con Domenico Reina, Paul Barroilhet e Benedetti, di L'osteria di Andujar di Giuseppe Lillo e di Saffo (Pacini) con Gaetano Fraschini, Giovanni Orazio Cartagenova e Benedetti, nel 1841 di Rolla di Teodulo Mabellini con Gaetano Fraschini e Filippo Colini e nel 1846 di La sirena di Normandia di Pietro Torregiani con la Tadolini e Fraschini.

Nel teatro napoletano all'epoca cantavano interpreti come Maria Malibran, Giuditta Pasta, Luigi Lablache, Giovanni Battista Rubini, Adolphe Nourrit e Gilbert Duprez.

L'epoca di Verdi

Durante la seconda parte del regno di Ferdinando II la morsa della censura si faceva più stretta nella vita artistica del teatro. Dopo il cambio titolo dell'opera del Bellini Bianca e Fernando in "Bianca e Gernando", vi furono altre censure che questa volta tormentarono il rapporto con Giuseppe Verdi. Fu, infatti, inizialmente proibita la messa in scena di due importanti opere verdiane, quali Il trovatore nel 1853 e Un ballo in maschera (con il nome di "Una vendetta in domino") nel 1859; quest'ultima, commissionata proprio dall'impresario del San Carlo, a causa del rifiuto del compositore di accogliere le modifiche imposte dai censori, andò in scena a Napoli solo nel 1862, dopo la prima romana del 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo, con il nuovo titolo e altre modifiche. Nonostante tutto, il rapporto con Verdi fu abbastanza importante; furono infatti ospitate diverse opere del compositore emiliano: Oberto, Conte di San Bonifacio nel 1841, Ernani (con il nome "Il corsaro di Venezia") nel 1846, il Nabucco nel 1848, l'Attila, I Lombardi alla prima crociata nel 1848, l'Aida con Teresa Stolz nel 1872 e le prime assolute dell'Alzira nel 1845 e della Luisa Miller nel 1849.

Nel 1846 avviene la prima assoluta di Orazi e Curiazi di Mercadante.

Nel 1851 avviene il successo della prima assoluta di Folco d'Arles di Nicola De Giosa con Eugenia Tadolini e Achille De Bassini e nel 1854 di Marco Visconti di Errico Petrella con Rosina Penco, Adelaide Borghi-Mamo e Gaetano Fraschini.

Sempre intorno alla metà dell'Ottocento risale il sipario con l'Omero e le Muse tra i poeti (1854) di Giuseppe Mancinelli e Salvatore Fergola. Nel 1859, fu eseguita la cantata Danza Augurale, composta da Nicola Sole con musiche di Mercadante, per celebrare l'ascesa al trono di Francesco II di Borbone e il matrimonio con Maria Sofia di Baviera.

Nel 1862 avviene il successo della prima assoluta di Caterina Blum di Enrico Bevignani con Maria Spezia Aldighieri e nel 1867 di Berta di Varnol di Pacini diretta da De Giosa con Luigia Bendazzi.

Tuttavia a cavallo tra XIX e XX secolo, si registrano diverse importanti direzioni d'orchestra come quelle del "wagneriano" Giuseppe Martucci come il Lohengrin del 1881, Tannhäuser del 1889, Die Walküre del 1895, Tristano e Isotta (opera) del 1907 con Amelia Pinto e Giuseppe Borgatti e Il crepuscolo degli dei del 1908, nonché opere di compositori del calibro di Puccini, Mascagni, Leoncavallo, Giordano, Cilea e Alfano.

Nel 1900 va in scena Tosca.

Nel 1909 avviene il successo della prima assoluta di La Perugina di Edoardo Mascheroni con Carlo Galeffi.

Dal 1911 al 1915 vi diresse Vittorio Gui.

Il Novecento e il nuovo millennio

L'attività del teatro nella prima metà del XX secolo, seppur fortemente segnata dai due conflitti bellici che causarono tra le altre cose anche diversi danni alla struttura, risulta risentire della tendenza che impazza nella scena musicale internazionale. Infatti, i grandi tenori, musicisti e i direttori d'orchestra, hanno nel tempo preso il posto alle composizioni.

Nella prima metà del secolo, su disegno di Michele Platania, fu creato un foyer sul lato che dà ai giardini del palazzo reale. Rifatto dopo la seconda guerra mondiale (in quanto distrutto durante i bombardamenti nel 1943), l'ambiente oltre ad accogliere gli spettatori durante gli intervalli delle opere, viene utilizzato anche come sala in cui si tengono piccoli concerti musicali o vocali, riunioni, eventi o cene di gala.

Dopo la seconda guerra mondiale, il Teatro fu il primo in Italia a riaprire.

Il 26 dicembre 1949 Karl Böhm dirige la prima di Wozzeck di Alban Berg con Tito Gobbi, Petre Munteanu e Mario Petri.

Nel 1960 avviene la prima italiana di Der Mond ("La luna") di Carl Orff.

Dalla seconda metà del Novecento si registrano importanti lavori di ristrutturazione e ammodernamento dell'impianto avviati con il ripristino dei palchi e la posa in cotto levigato nel 1987, seguiti dai lavori dell'89 che portarono il numero degli spettatori, fino ad allora 3285, a ridursi per rispettare le moderne norme sulla sicurezza. Il cantiere durò poco più di sei mesi e l'apertura del 19 aprile 1990 vide la rappresentazione della Carmina Burana di Carl Orff. I lavori del 2009 sono invece durati circa 5 mesi ed hanno avuto un costo complessivo di 50 milioni di euro Hanno visto il rifacimento di foyer, bagni, scale e vani ascensori e il supporto tecnologico della multinazionale Mapei. L'opera andata in scena nel giorno di riapertura del teatro fu questa volta il Peter Grimes di Benjamin Britten, diretto da Paul Curran.

Tra i cantanti che sono andati in scena al San Carlo nell'ultimo secolo si ricordano i tenori Fernando De Lucia, Beniamino Gigli, Ferruccio Tagliavini, Luciano Pavarotti, Plácido Domingo, José Carreras, Giacomo Lauri-Volpi, Tito Schipa, Enrico Caruso (che proprio al San Carlo tenne la sua ultima discussa esibizione napoletana), Giuseppe Di Stefano, Alfredo Kraus, Mario Del Monaco, Franco Corelli e Alfredo Vernetti, Luca Lupoli; i soprani Renata Tebaldi, Maria Callas, Magda Olivero, Maria Caniglia e Toti Dal Monte, Raina Kabaivanska, Leyla Gencer, Anna Moffo, Mirella Freni, Montserrat Caballé; i mezzosoprani Giulietta Simionato, Grace Bumbry, Shirley Verrett, Fiorenza Cossotto e Ebe Stignani; i baritoni Piero Cappuccilli, Renato Bruson, Leo Nucci.

Negli ultimi anni vengono spesso scritturati alcuni tra i migliori cantanti del nuovo panorama musicale, come Anna Netrebko, Maria Agresta, Sondra Radvanovsky, Jonas Kaufman, Vittorio Grigolo, Elina Garanca e Cecilia Bartoli.

Tra gli strumentisti che si sono esibiti al San Carlo vi sono: Jascha Heifetz, Fritz Kreisler, Arturo Benedetti Michelangeli, Maurizio Pollini, Salvatore Accardo, Gidon Kremer, Aldo Ciccolini, Mischa Maisky, Arthur Rubinstein, Jacqueline du Pré, Pau Casals, Claudio Arrau, eccetera.

Tra i direttori d'orchestra invece figurano: Arturo Toscanini, Igor' Fëdorovič Stravinskij, Leonard Bernstein, Wolfgang Sawallisch, Ferenc Fricsay, Hermann Scherchen, André Cluytens, Dimitri Mitropoulos, Riccardo Muti, Claudio Abbado, Ferruccio Busoni, Giuseppe Sinopoli, Carlo Maria Giulini, Sergiu Celibidache, Herbert von Karajan, Wilhelm Furtwängler, Karl Böhm, Zubin Mehta, Fabio Luisi, Daniel Oren, Vincenzo Bellezza e diversi altri.

Architettura

Il Teatro, costruito su progetto di Giovanni Antonio Medrano, Colonnello Brigadiere architetto e ingegnere italiano di stanza a Napoli e primo architetto della corte borbonica; nella direzione dei lavori fu affiancato da Angelo Carasale, già direttore del teatro San Bartolomeo. Il teatro, sorge addossato al lato nord del palazzo reale col quale è comunicante mediante una porta che si apre proprio alle spalle del palco reale, in modo che il re potesse recarsi agli spettacoli senza dover scendere in strada. I lavori, ultimati in circa otto mesi a un costo complessivo di 75.000 ducati, videro la realizzazione di una sala lunga 28,6 metri e larga 22,5 metri con 184 palchi disposti in sei ordini, più un palco reale capace di ospitare dieci persone, per una capienza complessiva all'epoca di 1379 posti. Il progetto introduce la pianta a ferro di cavallo, la più antica del mondo, modello per il teatro all'italiana. Su questo modello furono costruiti i successivi teatri d'Italia e d'Europa, tra gli altri, il teatro di corte della reggia di Caserta che diventerà il modello di altri teatri italiani come il Teatro alla Scala di Milano.Nel 1767 Ferdinando Fuga eseguì gli interventi di rinnovamento in occasione del matrimonio di Ferdinando IV con Maria Carolina e nel 1778 ridisegnò il boccascena.

Nel 1797 fu realizzato un restauro delle decorazioni della sala per opera di Domenico Chelli.

Nel 1809 Gioacchino Murat incaricò l'architetto toscano Antonio Niccolini per il progetto della nuova facciata principale che fu eseguita in stile neoclassico traendo ispirazione dal disegno di Pasquale Poccianti per la villa di Poggio Imperiale di Firenze.

Il teatro fu ricostruito in soli nove mesi su progetto dello stesso Niccolini, dopo un incendio che lo distrusse nella notte del 13 febbraio 1816. La ricostruzione lo restituì alla città nelle sembianze attuali, eccetto i colori che continuarono a essere quelli originari del 1737. Questi, capaci di donargli un aspetto ancora più atipico di quello contemporaneo, vedevano le decorazioni in argento brunito con riporti in oro (nel ventunesimo secolo tutte in oro) mentre i palchi così come il velario e il sipario, in azzurro (in seguito rossi); questi tutti colori ufficiali della Casa Borbonica. Solo il palco reale era rosso “pallido” (così lo definì Stendhal), prima che diventasse rosso fuoco tutta la tappezzeria del teatro. I cambiamenti avuti nel 1816 riguardarono: il palcoscenico, che fu ampliato fino a superare per grandezza la platea; il soffitto, che fu sollevato rispetto al velario del Cammarano eseguito nella stessa occasione; infine fu aggiunto il proscenio.

Nel 1834 fu avviato un nuovo restauro per opera del medesimo Niccolini. Per scelta di Ferdinando II, nel 1844-45, i colori autentici in azzurro e argento-oro furono sostituiti con l'abbinamento rosso e oro, tipico dei teatri d'opera europei. Francesco Gavaudan e Pietro Gesuè, con la demolizione della Guardia Vecchia, realizzarono il prospetto occidentale, verso il palazzo veale.

Nel 1872, su suggerimento di Giuseppe Verdi, fu costruito il "golfo mistico" per l'orchestra; al 1937 invece risale il foyer collegato, tramite uno scalone monumentale a doppia rampa, ai giardini reali dell'adiacente palazzo. Distrutto durante i bombardamenti di Napoli del 1943, nell'immediato dopoguerra fu rifatto così com'era.

Il 27 marzo 1969 il gruppo scultoreo niccoliniano della Partenope, presente sull'acroterio centrale del frontone della facciata principale, si sgretolò a causa di un fulmine e delle infiltrazioni piovane: tale avvenimento rese necessario rimuoverne una parte. Nei primi anni settanta, dopo un incendio della copertura, fu rimosso anche quanto sopravvissuto dell'originale gruppo scultoreo in muratura e stucco.

Nel 1980, fu ripristinato lo stemma del Regno delle Due Sicilie sotto l'arco del proscenio, sostituendo così quello sabaudo voluto dai re del neonato regno d'Italia in seguito all'unità. In effetti, durante alcune operazioni di pulitura, si scoprì che lo stemma sabaudo era semplicemente sovrapposto allo stemma originale e distaccato da questo con apposito spessore.

L'11 gennaio 2007, dopo otto lustri, la Triade della Partenope fu ristrutturata e pronta a ergersi nuovamente sulla sommità dell'edificio, grazie all'iniziativa dell'associazione culturale Mario Brancaccio, su progetto di ripristino dell'architetto Luciano Raffin.

Il 23 gennaio 2009 il teatro di San Carlo è stato restituito alla città. I lavori di ristrutturazione e restauro, coordinati dall'architetto Elisabetta Fabbri, sono durati cinque mesi: da luglio 2008 a dicembre dello stesso anno. È stato costruito un nuovo foyer al di sotto della sala teatrale; la sala stessa è stata restaurata, con la completa pulizia di tutti i rilievi decorativi, gli ori, la cartapesta e le patine meccate. È stato inoltre aggiunto un impianto di climatizzazione per il quale il flusso dell'aria è immesso nella platea attraverso una bocca posizionata al di sotto di ognuna delle 580 poltrone e in ogni singolo palco della sala. Il restauro della tela di 500 metri quadrati, posta a decoro del soffitto della sala, ha richiesto l'impiego di circa 1500 chiodi e 5000 siringate per il fissaggio della pellicola pittorica. Inoltre sono state interamente sostituite le poltrone della platea, la quale ha subito anche un intervento per il miglioramento della visuale degli spettatori e dell'acustica, già giudicata straordinaria prima dell'intervento.

Acustica

L'acustica del San Carlo è stata considerata pressoché perfetta sin dalla sua edificazione. L'evento che ha determinato più considerevolmente il raggiungimento di questo risultato tuttavia si ha nel 1816, quando il soffitto del teatro viene sollevato rispetto al passato

I lavori di Niccolini e di Cammarano quindi videro la creazione del velario (la tela di Cammarano) in una posizione sottoelevata rispetto al tetto. Questo meccanismo fa sì che si crei una sorta di camera acustica, come se ci fosse un enorme tamburo sopra la platea.

Inoltre, la perfezione dell'acustica è dovuta al fatto che essa non si altera in base alla posizione degli spettatori (platea, palchi, loggione).

Fattori determinanti nel risultato sono anche le balaustre, non lisce, e gli elementi decorativi interni, la serie di piccole increspature. I materiali e le tecniche di esecuzione di questi particolari donarono al teatro la capacità di assorbire il suono, senza che questo venisse riflesso con la conseguenza di avere un brutto riverbero.

L'Orchestra sancarliana

L'Orchestra del San Carlo nasce insieme alla Fondazione nel 1737 per eseguire l'Achille in Sciro, opera inaugurale del teatro; negli anni ha sempre avuto un'impostazione teatrale, destinata a prime rappresentazioni di opere scritte, tra gli altri, da Gioachino Rossini, Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti e Giuseppe Verdi. In particolare il solo ed unico Quartetto d'archi di Verdi fu composto per l'Orchestra del Massimo napoletano, il cui manoscritto è ancora conservato presso il conservatorio di San Pietro a Majella. Se fino alla fine dell'Ottocento al San Carlo si sono susseguiti ospiti solisti e complessi ospiti (spesso stranieri), è nel 1884 che comincia la tradizione sinfonica, con la direzione di un giovane Giuseppe Martucci che eseguì un programma composto da musiche di Weber, Saint-Saëns e Richard Wagner. Da Martucci si susseguono grandi direttori come Arturo Toscanini (1909), Victor de Sabata (1928), e compositori come Ildebrando Pizzetti e Pietro Mascagni. L'8 gennaio 1934 è Richard Strauss a dirigere l'ensemble del Teatro, con l'esecuzione di brani esclusivamente di propria composizione.

Dopo la seconda guerra mondiale, a dirigere l'Orchestra si susseguono assiduamente nomi quali Vittorio Gui, Tullio Serafin, Gabriele Santini, Gianandrea Gavazzeni fra gli italiani e Karl Böhm, Ferenc Fricsay, Hermann Scherchen, André Cluytens, Hans Knappertsbusch, Dimitri Mitropoulos fra gli stranieri, con Igor' Fëdorovič Stravinskij nell'ottobre del 1958. Il decennio successivo vede invece la direzione di due giovani emergenti: Claudio Abbado al suo esordio nel 1963 e Riccardo Muti nel 1967.

Il San Carlo è il primo Teatro italiano a recarsi all'estero, dopo la seconda guerra mondiale (la quale comunque lo lascia strutturalmente quasi intatto). Nel 1946 l'ensemble è al Covent Garden di Londra, nel 1951 al Festival di Strasburgo e all'Opéra di Parigi per le celebrazioni dei 50 anni dalla morte di Verdi. Oltre a ciò, dopo il Festival delle Nazioni a Parigi nel 1956, e quello di Edimburgo nel 1963, il San Carlo incomincia un tour brasiliano nel 1969; inoltre è a Budapest nel 1973, a Dortmund nel 1981, a Wiesbaden nel 1983, 1985 e 1987, oltre che con Il Flaminio di Giovanni Battista Pergolesi a Charleston (Carolina del Sud) e a New York.

Dopo la lunga, prestigiosa sovrintendenza del Comm.Pasquale di Costanzo, conclusasi nel 1973, il Teatro visse un periodo di declino, terminato alla fine del 1978, con la chiusura temporanea di due settimane e commissariamento.

Reparti come scenografia, sartoria, ballo, non funzionavano più; l’orchestra era sotto organico e neanche funzionava bene; il coro, dignitosamente. Il commissario Carlo Lessona, nominò Direttore Artistico e Direttore Musicale della orchestra il Maestro Elio Boncompagni, allora direttore alla Opera Reale di Stoccolma. L’orchestra fu riportata al suo organico di base, aumentandolo a 107 unità. Tutti i reparti del Teatro furono riattivati: un impegno fondamentale fu la realizzazione di una nuova Tetralogia di Richard Wagner col più famoso scenografo di allora, Günter Schneider-Siemssen. Nonostante il terremoto dell’ottobre 1980, il Teatro rimase in funzione con due spettacoli per Napoli del Ballet du XXème Siècle di Maurice Béjart dal 29 novembre al 5 dicembre 1980. In questo periodo che va fino alla metà del 1982, furono prodotte delle “prime” per il Teatro San Carlo, (Jenufa di Janàcec, La clemenza di Tito di Mozart, The Rake’s progress di Strawinskj), la “prima mondiale” del Te Deum per Papa Voityla di Penderecki, tre concerti col mitico Mitislav Rostropovič. Celebrità come Riccardo Muti, Claudio Abbado, Plácido Domingo, Giuseppe Patanè, tornarono al San Carlo. Nel 1981 Il Teatro San Carlo fu per la prima volta in Germania, a Dortmund, con Il trovatore nuova produzione, con la direzione musicale di Elio Boncompagni. Questo evento aprì poi la strada per il Festival di Wiesbaden.

L'Orchestra ha poi Daniel Oren come direttore stabile, specie per quanto riguarda il comparto operistico; dal 1982 al 1987 ne è sovrintendente Francesco Canessa. Nel decennio successivo si assiste a una ripresa dell'attività sinfonica, in collaborazione con Salvatore Accardo, testimoniata da presenze, tra gli altri, come Giuseppe Sinopoli nel 1998, e Lorin Maazel nel 1999 per una Nona di Beethoven particolarmente apprezzata e applaudita.

Negli ultimi dieci anni inoltre si susseguono sul podio direzioni quali quelle di Georges Prêtre, Rafael Frühbeck de Burgos, Mstislav Rostropovic, Gary Bertini, Djansug Khakidze e Jeffrey Tate (che ha assunto la carica di direttore musicale del teatro dal maggio 2005). Oltre a Tate, il San Carlo ha visto la direzione musicale di Bertini nella stagione 2004-2005, e di Gabriele Ferro dal 1999 al 2004. Con lo stesso Ferro il San Carlo porta il dittico stravinskiano Perséphone-Œdipus Rex nell'antico teatro di Epidauro in Grecia, esibendosi con un casti composto tra gli altri da Gérard Depardieu e Isabella Rossellini. Nel giugno 2005 è in Giappone, a Tokyo e Ōtsu, con Luisa Miller e Il trovatore di Verdi, e nell'ottobre dello stesso anno a Pisa con le Cantate per San Gennaro (con la revisione musicale di Roberto De Simone e la direzione musicale di Michael Güttler), ospite del Festival Internazionale della Musica Sacra "Anima Mundi".

L'Orchestra ha inoltre contribuito alla doppia vittoria, nel 2002 e nel 2004, del Premio Abbiati assegnato dalla critica musicale italiana.

Il corpo di ballo

Già da prima della costruzione del nuovo Teatro, tra le disposizioni del re Carlo I di Borbone ci fu quella di limitare gli "intermezzi buffi" negli intermezzi di opera seria, a favore di una coreografia che riprendesse i temi principali dell'opera rappresentata. All'apertura del San Carlo tale disposizione venne mantenuta, allargandosi successivamente a interi spettacoli di danza, che portarono alla costituzione di una vera e propria "scuola napoletana" che andava via via affermandosi con la fama che il Teatro riscosse via via in Europa.

Gaetano Grossatesta fu il primo coreografo del nuovo Teatro, e fu l'autore dei tre balli che accompagnarono l'opera inaugurale del San Carlo, l'Achille in Sciro di Domenico Sarro: uno venne eseguito prima dell'inizio dell'opera, un altro nell'intervallo e l'ultimo dopo la conclusione; i titoli erano: Marinai e Zingari, Quattro Stagioni, I Credenzieri). Il Grossatesta rimase attivo al San Carlo per oltre trent'anni, componendo regolarmente tutte le musiche dei propri balletti. La tradizione di far coincidere le figure di coreografo e compositore fu interrotta da Salvatore Viganò, napoletano molto attivo al San Carlo e nei Teatri delle maggiori capitali europee (Parigi, Londra, Vienna), che impose un'evoluzione drammaturgica dello spettacolo di danza, approdando poi al "balletto d'azione" e al "coreodramma". Da ricordare altri celebri coreografi formatisi al San Carlo: Carlo Le Picq, Gaetano Gioia, Antonio Guerra e Carlo Blasis, che con la moglie Annunziata Ramazzini insegnò successivamente alla nascente Scuola del Bol'šoj a Mosca.

Nel 1812 nasce al San Carlo la Scuola di Danza più antica d'Italia.

Tra le danzatrici si ricordano Amelia Brugnoli, Fanny Cerrito e Fanny Elssler che con Maria Taglioni formò la leggendaria terna del balletto romantico francese. Tra i coreografi inoltre si ricorda Salvatore Taglioni (zio di Maria), direttore dei balli al San Carlo dal 1817 al 1860, e tra le ballerine Carlotta Grisi ed Elisa Vaquemoulin.

La danza al San Carlo subisce il mutamento dei gusti della società, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Viene superata la crisi estetica del romanticismo, pur tuttavia senza trovare una propria identità, ma affidandosi alla moda nazionale dei festosi polpettoni alla Manzotti, tra Ballo Excelsior e Pietro Micca. La grande "star" internazionale Ettorina Mazzucchelli vi muove i suoi passi.

Al termine della guerra, la Compagnia del Teatro di San Carlo riacquista prestigio, ospitando tra gli altri: Margot Fonteyn, Carla Fracci, Ekaterina Maksimova, Rudol'f Nureev, Vladimir Vasil'ev, e a quest'ultimo sono affidate molte coreografie degli spettacoli rappresentati in Teatro. Tra i danzatori ricordiamo Antonio Vitale. Successivamente hanno danzato come ospiti Roberto Bolle, Ambra Vallo, Eleonora Abbagnato. Negli ultimi anni è da sottolineare poi il contributo di Roland Petit: Il pipistrello e Duke Ellington Ballet. Susseguirono le direzioni di Luciano Cannito, Elisabetta Terabust, Anna Razzi, Giuseppe Carbone, Alessandra Penzavolta, Chang Lienz, Giuseppe Picone, Clotilde Vayer e Renato Zanella, quest'ultimo l'attuale direttore.

Direttori musicali

Giovanni Paisiello (1787-)

Gioachino Rossini (1815-1822)

Gaetano Donizetti (1822-1838)

Elio Boncompagni (1979-1982)

Salvatore Accardo (1993-1995)

Gabriele Ferro (1999-2004)

Gary Bertini (2004-2005)

Jeffrey Tate (2005-2010)

Maurizio Benini (2010-2011; come direttore principale ospite)

Nicola Luisotti (2012-2014)

Juraj Valčuha (2016-2022) Zubin Mehta (2016-; come direttore onorario)

Dan Ettinger (2023-)

Prime del San Carlo
Museo

Dal 1º ottobre 2011 adiacente al Real Teatro vi è il MEMUS (acronimo di "memoria" e "museo"), museo storico che ripercorre la storia del San Carlo stesso e dell'opera italiana in generale attraverso l'esposizione di quadri, fotografie, strumenti musicali, costumi e documenti d'epoca, con l'ausilio anche di un archivio musicale audio e anche uno delle immagini video. L'accesso al museo avviene dai giardini dell'adiacente residenza reale e il percorso interno, voluto da Carlo di Borbone per accedere al teatro senza scendere in strada, permette anche di visitare storici ambienti del palazzo.

Collegamenti

È raggiungibile tramite la stazione Municipio della metropolitana.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via San Carlo 98
Telefono
+39 081 7972331
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.teatrosancarlo.it

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Museo archeologico nazionale di Napoli

Museo del Ministero della Cultura italiano · Napoli

Museo archeologico nazionale di Napoli

Il Museo archeologico nazionale di Napoli, conosciuto anche con l'acronimo di MANN, già Real Museo Borbonico e Museo nazionale, è un museo di tipo archeologico ubicato a Napoli.

Considerato uno dei più importanti al mondo nel suo genere, fu fondato nel 1777 e aperto nel 1816: fonda principalmente le sue esposizioni sulla statuaria della collezione Farnese, sui ritrovamenti provenienti dall'area vesuviana, in particolar modo Pompei, Ercolano e Stabia, e sulla collezione egizia, la prima in ordine cronologico in Italia. Tra le opere custodite al suo interno il Toro Farnese, il più grande pezzo di marmo scolpito proveniente dall'antichità, Battaglia di Isso e Flora, rispettivamente uno dei mosaici e uno degli affreschi più conosciuti dell'arte romana, pitture come la Venditrice di amorini e le Danzatrici, che influenzarono l'arte neoclassica, nonché mosaici come Musici ambulanti che ebbe influenza nel Positivismo.

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Nel 2023 il museo ha fatto registrare 553 141 visitatori.

Storia
Real Museo Borbonico

Nel 1738 Carlo di Borbone pose la prima pietra di una reggia a Capodimonte per farne un museo nel quale vennero ospitate le pitture della collezione Farnese, ereditate dalla madre Elisabetta. Poco tempo dopo le sale espositive del Museo Ercolanese, nella reggia di Portici, risultarono sia insufficienti ad accogliere il grande numero di pitture, mosaici, sculture e suppellettili provenienti dagli scavi archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, sia pericolose per l'incolumità delle opere minacciate dalle eruzioni del Vesuvio, come accadde nel 1767.

Nel 1777 Ferdinando IV decise quindi di riunire non solo le principali istituzioni culturali di Napoli ma anche tutte le collezioni d'arte appartenente ai Borbone in un unico museo. La scelta cadde sul palazzo degli Studi, liberato dall'Università che era stata spostata presso la Casa del Salvatore: i lavori di adeguamento e ampliamento del palazzo, che ospitava già alcune statue dal 1613 ritrovate nei Campi Flegrei, furono affidati a Ferdinando Fuga, il quale li curò fino alla sua morte, avvenuta nel 1782; successivamente vennero affidati a Pompeo Schiantarelli. Nel 1787 le collezioni borboniche si arricchirono delle statue fatte trasferire a Napoli da palazzo Farnese a Roma e dalle altre residenze della famiglia da Ferdinando nonostante fosse vietato sia delle leggi dello Stato Pontificio che dal testamento di Alessandro Farnese. Nello stesso anno Johann Wolfgang von Goethe nella sua opera Viaggio in Italia scriveva:

Durante il decennio francese iniziò il trasferimento delle opere: nel 1805 toccò a quelle di Portici e la statuaria della collezione Farnese, mentre l'anno successivo fu la volta dei dipinti da Capodimonte; nel 1807 Giuseppe Bonaparte nominò Michele Arditi come primo direttore del museo. Nel 1808 proseguirono i trasferimenti da Portici, in particolar modo gli oggetti in marmo e bronzo; dalla stessa data e fino al 1813 vennero inoltre posati come pavimenti, nelle sale occidentali del primo piano, i mosaici rinvenuti negli scavi archeologici vesuviani.

Con la restaurazione dei Borbone il Real Museo Borbonico fu ufficialmente inaugurato il 22 febbraio 1816: per l'occasione Antonio Canova realizzò una statua dedicata al re, posta sullo scalone monumentale. Continuò inoltre l'opera di ampliamento delle collezioni con l'acquisizione di quella della regina Carolina Bonaparte nel 1816 e quella Borgia nel 1817, comprendente le antichità egizie; nello stesso anno ritornarono da Palermo le opere che i Borbone avevano trasferito in Sicilia durante il decennio francese. Nel 1819 l'Arditi allestì il Gabinetto Segreto, ossia quelle pitture e sculture di carattere erotico, visibili solo su autorizzazione; tra il 1820 e il 1821 fu effettuato un riallestimento delle sale. Nel 1826 si completarono i trasferimenti da Portici mentre tra il 1827 e il 1828 furono completati i lavori di ampliamento dell'edificio e il riordino delle collezioni, a cui parteciparono sia l'architetto Pietro Bianchi che Vincenzo Camuccini, quest'ultimo impiegato principalmente nella riorganizzazione delle pitture. Camuccini realizzò il desiderio di re Carlo di vedere affiancati gli affreschi pompeiani con i quadri della collezione Farnese; in una lettera al ministro Fabrizio Ruffo infatti scriveva:

Tuttavia l'elevato numero di opere d'arte provocò fin da subito una saturazione degli spazi: fu così che l'Accademia di belle arti venne spostata in un'altra ala dell'edificio consentendo alle pitture antiche di essere esposte al piano terra, in alcuni ambienti del lato meridionale; in un'incisione dell'epoca di Raffaello Morghen è possibile notare come le pareti siano completamente rivestite di quadri da pochi centimetri sopra il pavimento fino a un'altezza di due metri.

Museo nazionale

A seguito dell'unità d'Italia il museo mutò la propria denominazione in Museo nazionale; la statua di Ferdinando I che era posta nello scalone fu rimossa: verrà riposizionata nella sua collocazione originale nel 1997. Inoltre, Alessandro Dumas, nominato direttore direttamente da Giuseppe Garibaldi, aprì al pubblico il Gabinetto segreto, provocando sdegno e malcontento tra i visitatori del periodo.

Tra il 1863 e il 1873 con alla direzione Giuseppe Fiorelli si assistette a una riorganizzazione delle collezioni; fu in questo periodo inoltre che l'Accademia delle belle arti venne spostata nella sua sede definitiva e quella di scienza e lettere presso l'università. Altri riallestimenti si ebbero tra il 1901 e il 1904 con Ettore Pais, caratterizzati da non poche polemiche. Nel 1924 fu nominato direttore Amedeo Maiuri: nel 1925 la Biblioteca nazionale venne trasferita al palazzo Reale, liberando spazi dove poter esporre le collezioni pompeiane.

La seconda guerra mondiale non causò particolari danni al museo; poco dopo l'entrata in guerra dell'Italia, il direttore delle Antichità e Belle Arti scriveva a riguardo delle protezioni per le opere d'arte italiane:

E infatti, durante la guerra, furono verniciati in azzurro vetrate e lucernari, vennero rinforzate le volte e il tetto, reso ignifugo, fu reso visibile tramite un segno distintivo in modo tale da evitare di essere bombardato; inoltre il museo fu inserito nella lista prioritaria dei pompieri in caso d'incendio. Le opere più delicate vennero spostate nei sotterranei, quelle che presentavo maggiori difficoltà nell'essere spostate furono protette da sacchi di sabbia e involucri in legno, altre ancora vennero trasferite come ad esempio all'abbazia di Montecassino.

Museo archeologico nazionale

Con il termine della seconda guerra mondiale iniziò un processo di modernizzazione: grazie ai fondi della Cassa del Mezzogiorno venne completato il Museo nazionale di Capodimonte nel quale ritornarono i dipinti della collezione Farnese a partire dal 1957, anno in cui il museo cambiò nuovamente denominazione in Museo archeologico nazionale.

Sotto la direzione di Alfonso De Franciscis dal 1961 al 1976, il quale si fece promotore di un riallestimento nel 1973, si ampliò la sezione dedicata alla Magna Grecia e negli spazi lasciati liberi dalla quadreria, nell'ala occidentale del palazzo, al primo piano, si allestì la sezione dedicata alla villa dei Papiri; in questo periodo inoltre i sottotetti vennero adibiti a depositi, nei quali, a partire dal 1978, cominciarono a essere raccolte le opere.

Nel 2005, al di sotto del museo, fu aperta la sezione Stazione Neapolis, posizionata all'uscita della stazione Museo della Linea 1 dove si raccolsero i reperti ritrovati durante i lavori della costruzione della metropolitana. L'autonomia dei musei nel 2014 permise la riapertura e la revisioni di numerose sezioni chiuse tra cui quella egizia, epigrafica, Magna Grecia e Cuma, mentre nel 2026 riaprì la sezione numismatica.

Descrizione
Seminterrato

Al piano seminterrato sono ubicate le sezioni egizia e quella epigrafica.

Sezione egizia

La sezione egizia si costituì nel museo a partire dal 1817 per essere inaugurata da Michele Arditi nel 1821: al momento della sua apertura era formata principalmente da 700 reperti della collezione Borgia. Tale collezione venne acquistata da Ferdinando tra il 1814 e il 1815, alla fine del decennio francese, e raccoglieva appunto reperti egizi appartenenti al cardinale Stefano Borgia, il quale, grazie all'aiuto di antiquari danesi, era riuscito a entrare in contatto con i mercati d'Oriente: tuttavia Georg Zoëga troverà alcuni falsi. Accanto a questa collezione si affiancarono i ritrovamenti a carattere egizio avvenuti tra il 1764 e il 1768 nel tempio di Iside a Pompei e in altre parti della piana campana e l'unica statua della collezione Farnese, il Naoforo, giunto a Napoli nel 1803. Negli anni successivi quindi la sezione andò ampliandosi grazie all'acquisto e alle donazioni di privati; tra il 1827 e il 1828 il museo iniziò ad acquistare la collezione di Giuseppe Picchianti, un viaggiatore, esploratore e mercante d'arte veneziano che assieme alla moglie, la contessa Angelica Drosso, tra il 1819 e il 1825 aveva risalito la valle del Nilo recuperando mummie, sarcofagi, canopi, ma anche oggetti facenti parte del corredo funebre come specchi, vasi per cosmetici e sandali. Insoddisfatto del ricavato dalla vendita dei reperti, Picchianti donò il resto della collezione venendo assunto dal museo in qualità di custode aggiunto, fino ad essere allontanato definitivamente nel 1833. Nel 1842 fu donata la collezione di Carl Wilhelm Schnars. L'interesse per la sezione egizia si andò affievolendo con l'unità d'Italia: venne spostata nei sotterranei del palazzo, sua collocazione definitiva, dove gli ambienti bassi e voltati richiamavano l'architettura delle antiche tombe egizie. Venne riallestita nel corso degli anni 1980 per poi essere riaperta al pubblico nel 1989; fu nuovamente chiusa nel 2007 a seguito di problemi strutturali e nuovamente aperta nel 2016.

Considerata la più antica e tra le più prestigiose d'Europa, la sezione egizia spazia tra la statuaria, ordinata per regni e dinastie, le tombe e i corredi funebri, mummie, di cui si conserva un unico sarcofago integro, quello di Ankhhapy, e reperti legati alla religione, come la mummia di un coccodrillo, e alla magia, con l'esempio di una statua magica.

Sezione epigrafica

La sezione epigrafica, considerata una delle più importanti al mondo nell'ambito greco e romano, espone circa 200 delle oltre 2 300 iscrizioni raccolte nel museo: circa 2 000 sono in lingua latina, 200 in greco e 100 in lingue italiche; copre un periodo compreso tra il VI secolo a.C. fino al II secolo. La raccolta si fonda sull'unione di diverse collezione come quella Farnese, realizzata anche con l'aiuto di Fulvio Orsini, con circa 200 pezzi provenienti da Roma e dal Lazio, ospitati nei palazzi della famiglia, quella Borgia, acquistata nel 1817 e comprendente 270 pezzi provenienti da Umbria e Lazio, quella di Francesco Daniele acquistata nel 1812, quella di Andrea de Jorio acquistata nel 1827, quella di Carlo Maria Rossini, acquistata nel 1856 con epigrafi provenienti dall'area flegrea e custodita in origine presso il seminario di San Francesco a Pozzuoli, e quella di Emilio Stevens, acquistata dal 1882 al 1888 con opere provenienti da Cuma; a queste collezioni si aggiungono i ritrovamenti borbonici del XVIII e XIX secolo. Originariamente la sezione era posta nella sala del Toro Farnese: successivamente fu spostata prima nell'atrio e nei giardini e poi, nel 1929, nel porticato e negli ambienti attigui del corpo nuovo. Dopo un lungo periodo di chiusura, fu aperta nel 1995 nei locali del seminterrato ma poi nuovamente chiusa e riaperta, negli stessi ambienti, nel 2017, organizzata per lingua a seconda dei vari centri di provenienza.

Il nucleo più consistente, in lingua greca, è quello proveniente da Neapolis: le epigrafi testimoniano la vita pubblica e religiosa della città, come un frammento rinvenuto in piazza Nicola Amore dove sono riportati gli organizzatori e i vincitori delle Italiche Romane Auguste Isolimpiche, una sorta di Olimpiadi; le epigrafi in greco provengono anche da altre zone della Magna Grecia come le Tavole di Eraclea, risalenti al 300 a.C. e che avevano come argomento la discussione di un'assemblea cittadina. Altre epigrafi riguardano popolazioni indigene dell'Italia centrale e meridionale, ognuna con le proprie lingue italiche, con tema riguardante l'amministrazione delle città e iscrizioni funerarie: provengono in parte da Pompei, Nola, Aeclanum e alcuni centri dell'Umbria e delle Marche. Le epigrafi in lingua latina trattano leggi, come la Tabula Bantina, la regolamentazione delle terre, cippi miliari per la segnaletica delle strade e la misurazione del tempo, come una meridiana; provengono per lo più da Pozzuoli e da Pompei: da quest'ultima sono raccolti sia graffiti che iscrizioni elettorali dipinti a caratteri rossi e neri direttamente sulle pareti in muratura.

Piano terra

Al piano terra sono le sezioni della statuaria della collezione Farnese, delle gemme Farnese e delle sculture e contesti pubblici.

Sezione Farnese

La sezione della statuaria della collezione Farnese, ospitata nell'area orientale del piano terra, costituisce una delle principali raccolte di statue dell'antichità al mondo. L'origine della collezione è da datarsi al XVI secolo, quando papa Paolo III, membro della famiglia Farnese, promosse una serie di indagini archeologiche sia per recuperare materiali da costruzione sia per ritrovare opere antiche in modo tale da impreziosire le dimore della famiglia, principalmente il palazzo Farnese a Roma; i maggiori contributi alla collezione arrivarono dagli scavi presso le terme di Caracalla, a cui si aggiungeranno varie acquisizioni. Alla morte di Paolo III i cardinali Ranuccio e Alessandro, con l'aiuto di Fulvio Orsini, organizzarono la collezione e l'ampliarono con l'acquisto di altre raccolte come ad esempio quella di Paolo Del Bufalo, acquistata nel 1562 e comprendente Atlante Farnese. Nel 1731 fu ereditata da Carlo di Borbone tramite la madre Elisabetta Farnese e il suo successore, Ferdinando, tra il 1786 e il 1800, la trasferì, nonostante il veto posto da Alessandro Farnese nel testamento, a Napoli.

Nel museo le opere sono principalmente ordinate rispettando la provenienza dai luoghi farnesiani; tra le statue che erano custodite a palazzo Farnese un plinto con Personificazione di Provincia, un rilievo proveniente dal tempio di Adriano a Campo Marzio, Pothos, l'Artemide Efesia, il Gruppo dei Tirannicidi, l'Era Farnese, la Venere Callipigia, un Apollo citaredo e un Apollo Citaredo seduto su roccia, questi due acquistati dalla famiglia Sassi da Ottavio Farnese nel 1546; in particolare l'Apollo Citaredo, insieme ad altre opere come l'Antinoo Farnese e Pan e Dafni, erano ospitate nella cosiddetta galleria dei Carracci. Dalla biblioteca e dallo studiolo di palazzo Farnese, adibite a wunderkammern, ossia dove venivano raccolti i pezzi di rilievo, arrivano Rilievo con scena di theoxeinia e Pantera in marmo pavonazzetto. Dagli Orti Farnesiani sul Palatino provengono una Coppia di barbari inginocchiati e una statua di Iside-Fortuna, da villa Madama la base della statua colossale di Giove Ciampolini e da villa Farnesina Afrodite Callipige, Amazzone morta e Galata morente. Sono poi le sculture ritrovate negli scavi archeologici delle terme di Caracalla, in particolare Eroe greco con fanciullo, il Genius populi romani e le statue colossali dell'Ercole Farnese, di Commodo Gladiatore, della Flora Farnese e del Toro Farnese, il più grande pezzo di marmo scolpito proveniente dall'antichità. La sezione comprende anche la galleria dei ritratti greci come la Doppia erma di Erodoto e Tucidide e quella dei ritratti romani, come il busto in bronzo di Servilius Ahala, oltre alla sezione dei sarcofagi, tra cui il sarcofago dei Fratelli, riutilizzato come vasca in un piccolo giardino di palazzo Farnese. La galleria degli imperatori raccoglie il Busto di Caracalla, il busto colossale di Vespasiano e Agrippina, quest'ultimo in realtà una statua funeraria di una matrona romana.

Sezione gemme Farnese

La sezione gemme Farnese raccoglie l'omonima collezione costituita da gemme, cammei e pietre preziose intagliate. Le prime opere collezionate appartenevano a papa Paolo II: alla sua morte queste passarono al suo successore Sisto IV, il quale, per ringraziare i Medici per il sostegno ricevuto, donò a un giovane Lorenzo il Magnifico parte della raccolta. D'altro canto nel corso del XVI secolo i cardinali Ranuccio e Alessandro Farnese coadiuvati da Fulvio Orsini, cominciarono a collezionare altre opere: uno dei primi pezzi ad essere acquistato fu il Supplizio di Circe. Nel 1586 con la morte di Margherita d'Austria, la collezione Farnese e quella dei Medici furono unite; a questa, nel 1600, si aggiunse anche la collezione personale di Fulvio Orsini. Nella metà del XVII secolo la raccolta fu spostata da Roma a Parma per poi arrivare a Napoli nel 1736 quando venne ereditata dai Borbone; nel 1806 seguì Ferdinando a Palermo durante l'occupazione francese per poi ritornare nella capitale dove i 1 147 pezzi furono sistemati nel museo nel 1816.

L'opera principale è la Tazza Farnese, datata tra il II e I secolo a.C.; tra le altre il cosiddetto Sigillo di Nerone, una Menade danzante attribuita a Sostrato di Chio e l'intaglio in corniola Solone, attribuita allo statista ateniese per via del nome inciso sulla pietra, ma che in realtà doveva trattarsi di un omonimo incisore.

Sezione sculture e contesti pubblici

La sezione sculture e contesti pubblici si sviluppa intorno al giardino delle Camelie e negli ambienti circostanti, decorati da Giuseppe Abbati e Fausto Niccolini, su un'area di circa 2 000 metri quadrati e si basa principalmente sui ritrovamenti statuari provenienti per lo più dai siti vesuviani di Pompei ed Ercolano, dai Campi Flegrei e dal basso Lazio; oltre a sculture in marmo e in bronzo sono raccolti anche epigrafi, rivestimenti parietali e elementi architettonici.

Da Pozzuoli provengono sarcofagi di produzione locale o proventi da Roma custoditi originariamente all'interno delle tombe lungo la via Domiziana e statue, come quella di Oreste ed Eletta, che ornavano il Macellum. Da Cuma, statue ospitate sia sull'acropoli che nel foro: la statua di Diomede è considerata come una delle migliori copie dell'originale attribuita a Cresila. Da Baia provengono statue attiche, copie in gesso di modelli greci, realizzati tra il V e il IV secolo a.C.; furono ritrovate sia nelle ville sul mare che nelle terme: da quest'ultime provengono una Testa di Apollo e un'Afrodite Sosandra.

Le opere scultoree di Pompei provengono principalmente dalle necropoli, come il Rilievo con giochi gladiatori dalla tomba di Gneo Alleo Nigibio Maio, ritrovata nei pressi della necropoli di Porta Stabia, dall'area del foro Triangolare e della zona dei teatri, come la copia del Doriforo di Policleto della palestra Sannitica e la statua loricata di Marco Olconio Rufo, dall'area intorno al foro, come la statua di Eumachia proveniente dall'omonimo edificio, e dal tempio di Apollo, in cui furono ritrovate le statue in bronzo di Apollo e Artemide, confiscate dal generale romano Lucio Mummio nel 146 a.C. durante la guerra acaia.

Tra le statue provenienti da Ercolano sono quella equestre di Marco Nonio Balbo e il cosiddetto Cavallo Mazzocchi, uno dei cavalli che facevano parte della quadriga trionfale, ritrovate nei pressi del foro, le nudità eroiche di Marco Nonio Balbo, Marco Calatorio Quarto e Lucio Mammio Massimo, rinvenute nel teatro, e una statua di Tiberio recuperata dal collegio degli Augustali.

Dalle città poste lungo la via Appia provengono il corredo di statue dell'anfiteatro di Capua, tra cui l'Afrodite, dal teatro di Casinum è l'Eroe e dalla porta Principalis di Fondi il Busto di Augusto. Altre opere sono state ritrovate a Minturno e Formia: dalle ville d'otium di quest'ultima è un cratere neoattico con figure dionisiache e una coppia di nereide su pistrice. Diversi sono i sarcofagi: hanno principalmente come tema scolpito quello dei miti greci come il sarcofago attico con il mito di Achille a Sciro, proveniente da Atella, e il sarcofago con il mito di Selene ed Endimione, da Sant'Antimo.

Primo piano

Al primo piano sono ospitate la collezione numismatica, la sezione mosaici e casa del Fauno e il Gabinetto segreto.

Sezione numismatica

La sezione numismatica raccoglie oltre 150 000 monete, facendone una delle collezioni più ingenti al mondo: le monete, provenienti per lo più dal sud Italia, sono datate dalla fondazione delle colonie greche italiche fino all'Unità d'Italia. È costituita principalmente da tre collezioni: quella Farnese, iniziata nel XVI secolo insieme alle altre collezioni della famiglia, venne particolarmente curata da Fulvio Orsini; fu inoltre una delle prime collezioni a essere trasferita da Parma a Napoli, nel 1736. Tra le monete il cosiddetto Medaglione di Pescennio Nigro, uno dei pezzi più apprezzati ma poi rivelatosi essere un falso.

La collezione borbonica si fonda sia sui ritrovamenti provenienti dai siti vesuviani che da acquisizione dai mercati antiquari come una parte della collezione Borgia, in particolare dei nummi unciales, tra cui il Quadrilatero di Roma.

La terza collezione è quella del medagliere Santangelo: conta oltre 42 000 monete raccolte da Nicola e Michele Santangelo, ospitate in origine a palazzo Diomede Carafa e acquistate nel 1865 dallo Stato Italiano. Nel 1867, anno della sua chiusura, si aggiunse il medagliere storico della zecca di Napoli.

Le monete, nel museo, sono raccolte per periodo storico: quelle della Magna Grecia provengono dalle colonie di Sibari, Metaponto, Crotone e Taranto e da centri della Campania, in particolar modo Cuma; tra le monete di questo periodo quelle chiamate dei maestri firmati ossia riportanti il nome dell'incisore come Kimon, Euainetos e Eukleidas. Seguono quelle provenienti dall'antica Roma, sia di età repubblicana che imperiale; accanto a quelle provenienti da Pompei, principalmente in bronzo e, in numero più esiguo, in argento e oro, come la Medaglia di Augusto, dal valore di 400 sesterzi, sono raccolti reperti legati alla vita commerciale della città tra cui l'incasso di un termopolio e un pilastro affrescato con scene di fullonica. Altre monete sono di epoca bizantina, longobarda, come il Solido di Siconolfo coniato a Salerno, normanna, sveva, angioina, aragonese, provenienti dalle zecche dei vicereami di Napoli e Messina, e borbonica.

Sezione mosaici e casa del Fauno

La sezione mosaici e casa del Fauno raccoglie sia mosaici provenienti da Pompei, Ercolano e altri siti archeologici della Campania antica, che reperti ritrovati durante le indagini archeologiche in una delle più grandi e sontuose domus di Pompei ossia la casa del Fauno.

I mosaici, staccati sia della pareti che dai pavimenti, vennero convertiti in quadretti e in un primo momento esposti accanto agli affreschi: sono realizzati con semplici tessere in bianco e nero, come il Cane alla catena proveniente dalla casa di Orfeo, in opus sectile, come la raffigurazione di una Scena dionisiaca, in pasta vitrea, utilizzata per la decorazione di un ninfeo, oppure in opus vermiculatum, come Musici ambulanti dalla villa di Cicerone, che ebbe successo nella corrente del Positivismo, Bacino con colombe che si abbeverano, ispirato a una composizione di Sosos da Pergamo, Memento mori, Fauna marina e un Ritratto femminile.

Tra i reperti della casa del Fauno la statua in bronzo del Satiro danzante che dà il nome alla domus, posizionata in uno dei due impluvium, e mosaici in opus vermiculatum, come Dioniso fanciullo e, uno dei più famosi mosaici dell'antichità, Battaglia di Isso, che ricopriva il pavimento dell'esedra.

Sezione Gabinetto Segreto

Il Gabinetto Segreto, nel 1821 chiamato Gabinetto degli oggetti osceni, è la raccolta di reperti provenienti prevalentemente da Pompei ed Ercolano, a carattere erotico: proprio per il tema trattato la sezione in origine era chiusa al pubblico e l'accesso era consentito solo tramite permesso e a persone di sesso maschile. Giuseppe Garibaldi cercò con scarso successo di aprirla al pubblico; per la riapertura bisognerà aspettare il 1976, anche se successivamente venne riorganizzata e definitivamente aperta nel 2000.

I circa 250 reperti esposti sono ordinati cronologicamente: oltre a vasi e piatti di epoca greca con raffigurazione erotiche, la maggior parte della raccolta è di epoca romana. Si tratta di affreschi, in terzo e quarto stile, staccati da case, botteghe e lupanari: questi talvolta decoravano anche giardini insieme a statue come quella di Pan e capra. Sono raccolti oggetti, sempre a carattere erotico, che servivano ad allietare i banchetti come un Tripode con satiri itifallici, oppure dal valore propiziatorio, con la classica raffigurazione del fallo, come un Tintinnabulum con gladiatore e un affresco con Mercurio itifallico. In una vetrina sono esposti reperti della collezione Borgia, sullo stesso tema della sezione, ma dalla dubbia autenticità.

Secondo piano

Al secondo piano sono ospitate la sezioni affreschi, tempio di Iside, oggetti della vita quotidiana, villa dei Papiri, preistoria e protostoria, che continua anche nell'ammezzato, topografia della Campania antica e Magna Grecia.

Sezione affreschi

La sezione affreschi del museo rappresenta la più grande collezione al mondo di affreschi di epoca romana; questi provengono dai siti archeologici vesuviani e furono in un primo momento ospitati nel Museo Ercolanense nella reggia di Portici: vennero infatti staccati dalla loro collocazione originaria sia per preservarli che per aumentare il prestigio della dinastica borbonica. Gli affreschi si datano in un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo e sono organizzati per provenienza, temi e stili.

Sono esposte pitture in secondo stile come quelle provenienti dalla villa di Publio Fannio Sinistore, come Architettura con porta e maschere e la megalographia di Corte ellenistica, oppure in terzo stile come la Parete con paesaggio idillico-sacrale della villa di Agrippa Postumo; quelle in quarto stile, che si svilupparono dopo il terremoto del 62, quando le città furono ricostruite e restaurate, riguardano quelli provenienti dalla casa dei Dioscuri e gli stucchi della casa di Meleagro. I temi ricorrenti negli affreschi sono quelli dei miti greci come i quadretti restituiti dalla casa di Giasone, tra cui Europa sul toro, Sacrificio di Ifigenia dalla casa del Poeta Tragico e Teseo liberatore della casa di Gavio Rufo.

Il tema delle nature morte è rappresentato da una parete proveniente dalla praedia di Giulia Felice o quadretti dalla Casa dei Cervi, con raffigurazioni di pani, pesci, stoviglie e monete, quello dei paesaggi da un Paesaggio costiero da villa San Marco, Fregio con villa marittima da Pompei e Paesaggio nilotico da Ercolano mentre quello dei ritratti raccoglie gli affreschi ritrovati sui muri vesuviani che ritraggono volti come Saffo o Terentius Neo e la moglie.

In una apposita sezione sono gli affreschi dipinti sui larari, gli altari dove venivano venerati gli dei tutelari della casa, tra cui Bacco e Vesuvio dalla casa del Centenario, mentre in un'altra sono le pitture caratterizzate da scene di vita quotidiana che hanno permesso di ricostruire avvenimenti storici delle città vesuviane: ne è esempio Rissa nell'anfiteatro, ritrovato nel peristilio della casa di Aniceto, che raffigura appunto la rissa tra pompeiani e nocerini nell'anfiteatro.

Una sezione è interamente dedicata alle pitture provenienti da villa Arianna a Stabia: si tratta di affreschi in terzo e quattro stile, tra cui i quattro quadretti di Medea, Diana, Leda e Flora, quest'ultima una delle più famose pitture di epoca romana. Sempre da villa Arianna è la Venditrice di amorini, che insieme ad altri affreschi, come le Danzatrici della villa di Cicerone, hanno influenzato le pitture e le decorazioni del periodo neoclassico.

Sezione tempio di Iside

La sezione tempio di Iside raccoglie i ritrovamenti di pitture e suppellettili dell'omonimo tempio a Pompei: questo venne scavato tra il 1764 e il 1766, diventando una delle mete del Grand Tour, per il suo stile egittizzante.

Nelle sale che riguardano il tempio sono esposte la targa in marmo che ne testimonia il restauro a seguito del terremoto del 62 e le pitture, come gli affreschi in quarto stile provenienti dalle pareti del portico tra cui Sacello di Arpocrate, oppure quelli provenienti dall'ekklesiasterion, il portico alle spalle del tempio, dove erano posti gli affreschi di maggiore fattura, con temi riguardanti la mitologia greca, come quelli della storia di Io, a cui si alternano scene di paesaggi. Dal sacrario, che aveva una funzione di sacrestia piuttosto che di luogo dedicato alle iniziazioni, come inizialmente supposto, affreschi di più semplice fattura come il Navigium Isidis. Nella sezione sono inoltre raccolti i reperti ritrovati all'interno del tempio, probabilmente offerte votive, tra cui una statua di Iside, e altri provenienti sia da differenti luoghi di Pompei che dalle città vicine come le coppe di ossidiana da villa San Marco a Stabia.

Adiacente alla sezione del tempio di Iside è una sala in cui è custodito il plastico di Pompei, fatto realizzare alla fine del XIX secolo da Giuseppe Fiorelli a Felice Padiglione: in scala 1:100, riproduce non solo gli edifici ma anche le decorazioni al loro interno.

Sezione oggetti della vita quotidiana

La sezione degli oggetti della vita quotidiana offre una raccolta di oggetti di uso comune provenienti dagli scavi vesuviani: la sezione, rimasta quasi immutata rispetto alla musealizzazione avvenuta nel Museo Ercolanense, preservandone i criteri di divisione per materiali, è ordinata in vetrine del XIX secolo, nello stesso stile del mobilio pompeiano.

Gli oggetti in esposizione riguardano la sfera religiosa, lucerne, candelabri, applique decorative, chiavi e strumenti musicali e chirurgici, oltre che servizi per la toelettatura e per i banchetti. I materiali in cui sono realizzati sono in ceramica dipinta, più a buon mercato, in bronzo, appartenenti alle classi medio alte, come una Coppa di Lari ritrovata nella casa degli Amorini Dorati, oppure, più rari, visto il loro costo di realizzazione, in avorio, materiale talvolta imitato con l'osso. Tra gli oggetti in argenti è esposto un servizio da tavola composto da 118 oggetti in argento per un peso di 84 chilogrammi, ritrovati in casse in legno e avvolti in panni di stoffa nella casa del Menandro; è anche esposto un esempio di Larva convivialis, uno scheletro bronzeo utilizzato a completamento dei servizi da tavola, a ricordare la fugacità della vita sebbene il momento di convivialità. Nonostante la loro fragilità, sono anche raccolti oggetti in vetro: sono collezionati colorati vetri millefiori, medaglioni con vetro dipinto e vetro soffiato; è esposta un'urna cineraria chiamata Vaso blu, in vetro cammeo, proveniente dalla necropoli di porta Ercolano.

Sezione villa dei Papiri

La sezione villa dei Papiri raccoglie i reperti rinvenuti nell'omonima villa nell'area suburbana di Ercolano: si tratta per lo più di statue, circa un centinaio, di cui i due terzi in bronzo e allestite nelle sale del museo secondo il luogo di provenienza originario.

Dalla zona dell'atrio provengono una Coppa di satiri con otre e rython utilizzati come decorazione della fontana nell'impluvium, dal peristilio quadrato dei busti ritraenti filosofi e sovrani greci e delle statue ispirate a opere greche del V secolo a. C. come due erme del Doriforo di Policleto, mentre cinque statue femminile, le cosiddette Danzatrici, erano posto ai bordi di un canale dello stesso ambiente. Sono inoltre esposti una statua di Atena, posta all'ingresso del tablino, busti di filosofi e oratori, provenienti dalla biblioteca, mentre dal peristilio provengono la Coppia di corridori, il Satiro ebbro, il Satiro dormiente, l'Hermes in riposo, lo Pseudo-Seneca, statue di animali come quella di un maialino o di una coppia di daini, a cui continuano ad affiancarsi busti in marmo e bronzo di personalità greche. Sono inoltre esposte pitture originarie della villa e due modelli della macchina utilizzata per srotolare i papiri ritrovati all'interno della biblioteca.

Sezione preistoria e protostoria

La sezione preistoria e protostoria raccoglie le testimonianze delle prime forme di vita in Campania e nell'Italia meridionale: la collezione si andò formando tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo sia tramite campagne di scavo che grazie a scoperte casuali e sequestri di scavi clandestini. Fu inaugurata nel 1908 nei locali del seminterrato per essere poi ampliata nel 1934: fu riallestita nella sua collocazione definitiva al secondo piano nel 1995 e adeguata nel 2020.

I reperti spaziano da un periodo che va dal Paleolitico all'Età del rame e riguardano principalmente la sfera funebre come un ciottolo dipinto ritrovato nella grotta delle Felci sull'isola di Capri oppure la ricostruzione di una tomba di Pontecagnano Faiano al cui interno erano sepolti quattro uomini con il loro corredo funerario costituito da armi in bronzo e selce; altri oggetti provengono da Piano di Sorrento, Licola e dalla necropoli di Paestum. Sono poi raccolti reperti dell'Età del bronzo e del Ferro: sono sempre di oggetti perlopiù provenienti da corredi funerari dove ai pezzi in ceramica si affiancano quelli in bronzo, ferro, ambra, oro e argento ritrovati dalle zone della piana campana, Cuma, Capua e nell'avellinese.

Sezione topografica della Campania antica

Nella sezione topografica della Campania antica sono raccolte le prime testimonianze archeologiche di alcune zone della Campania: si tratta di Ischia e dei ritrovamenti sull'isola come quelli della necropoli di San Montano, un gruppo di rilievi in marmo di un tempio presso la sorgente di Nitrodi e la ricostruzione in scala 1:1 di una capanna del villaggio di punta Chiarito, sepolto da una colata di fango, con all'interno anfore, stoviglie e attrezzi per la pesca.

Dai centri della piana campana provengono reperti sia da tombe che da edifici sacri come dal santuario di Monte Grande a Cales e il santuario della dea Marica alla foce del Garigliano. Sono poi i ritrovamenti della colonia greca di Cuma e delle sue tombe: in una di queste vennero ritrovati due corpi con il cranio sostituito da una maschera in cera e gli occhi in pasta vitrea; sono custodite anche alcune anfore a figure nere.

Sezione Magna Grecia

La sezione Magra Grecia nasce dell'unione di collezioni private acquistate dal museo nel corso degli anni a cui si aggiungono ritrovamenti avvenuti dalla fine del XVIII secolo in varie colonie dell'antica Grecia nell'Italia meridionale.

I reperti sono per lo più di carattere religioso come la Dama di Sibari, un Pinax con Ade e Persefone ritrovato a Locri frammenti di terracotta da Metaponto, mentre altri riguardano corredi funerari come crateri, anfore e coppe per il simposio, armi, oppure collane, orecchini, bracciali e anelli in oro, questi ultimi da una tomba di Ruvo di Puglia: dalla stessa città proviene il ciclo di affreschi che ornava la tomba delle Danzatrici e alcuni vasi, come quell'Amazzonomachia, dall'omonima tomba. Da Poseidonia, che con l'arrivo dei Lucani mutò il proprio nome in Paistom, è la produzione locale di ceramiche, come quelle firmate dal ceramista Assteas. Da Canosa di Puglia sono esposti i ritrovamenti dell'ipogeo Monterisi Rossignoli, dell'ipogeo del Vaso di Dario, da cui proviene l'omonimo vaso e quello di Patroclo, dagli ipogei Lagrasta, oltre a vasi a pitture rosse, sono custoditi piatti in vetro, di cui lavorato con la tecnica millefiori, e dall'ipogeo Barbarossa busti in terracotta e statue piangenti. Alcuni reperti risentono già dell'influsso romano come la statua di un Giovane togato, ritrovata a Cales. È inoltre esposta la collezione Vivenzio, originariamente nel palazzo di famiglia a Nola e acquistata dal museo nel 1818 per circa 30 000 ducati, che raccoglie i ritrovamenti dell'area di Nola e Cimitile: oltre alle pitture che decoravano le tombe, sono anche vasi, tra cui l'Hydria Vivenzio.

Pavimenti a mosaico

Le sale che ospitano la sezione Magna Grecia e parzialmente quella della sezione Preistoria e protostoria sono pavimentate con mosaici in opus sectile e opus tessellatum, datati tra il I secolo a.C. e il I secolo, provenienti dai siti archeologici vesuviani oltre che da villa Jovis a Capri: in origine tali mosaici pavimentavano le sale del Museo Ercolanese per poi essere successivamente trasferiti nella loro collocazione definitiva con l'istituzione del Real Museo Borbonico.

Stazione Neapolis

Nella sezione denominata Stazione Neapolis, ubicata nei pressi di una delle uscita della stazione Museo della Linea 1, sono raccolti i reperti ritrovati duranti i lavori di costruzione della metropolitana di Napoli: questi spaziano dall'epoca preistorica fino ad arrivare al periodo spagnolo, passando per quello greco e bizantino.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Museo Nazionale 19
Orari
We-Mo 09:00-19:30; Tu off
Biglietto
22 EUR
Telefono
+39 081 4422149
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museoarcheologiconapoli.it

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Museo nazionale di Capodimonte

Museo del Ministero della Cultura italiano · Napoli

Museo nazionale di Capodimonte

Il Museo nazionale di Capodimonte è un museo di Napoli, ubicato all'interno della reggia omonima, nella località di Capodimonte: ospita gallerie di arte antica, una di arte contemporanea e un appartamento storico.

È stato ufficialmente inaugurato nel 1957, anche se le sale della reggia hanno ospitato opere d'arte già a partire dal 1758. Conserva prevalentemente pitture, distribuite largamente nelle due collezioni principali, ossia quella Farnese, di cui fanno parte alcuni grandi nomi della pittura italiana e internazionale, e quella della Galleria Napoletana, che raccoglie opere provenienti da chiese della città e dei suoi dintorni, trasportate a Capodimonte a scopo cautelativo dalle soppressioni in poi. Importante anche la collezione di arte contemporanea, unica nel suo genere in Italia, in cui spicca Vesuvius di Andy Warhol.

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Nel 2017 il museo ha fatto registrare 262 440 visitatori, collocandosi al 28º posto fra i 30 musei statali più visitati.

Storia
XVIII secolo

Carlo di Borbone, salito al trono di Napoli nel 1734, si pose il problema di fornire una degna sistemazione alle opere d'arte ereditate dalla madre, Elisabetta Farnese, facenti parte della sua collezione familiare, iniziata da papa Paolo III nel XVI secolo e portata avanti dai suoi eredi. Sparse ancora tra Roma e Parma, alcune opere, in particolare quelle il cui valore superava le spese di trasporto, vennero trasferite nel palazzo Reale di Napoli (tra i maggiori, Raffaello, Annibale Carracci, Correggio, Tiziano e Parmigianino), dove però mancava una galleria vera e propria: col tempo anche il resto della collezione venne spostata e conservata all'interno dei depositi del palazzo, minacciati nella loro integrità anche da elementi naturali come la vicinanza del mare. Nel 1738 il re avviò i lavori di costruzione di un palazzo, sulla collina di Capodimonte, da adibire a museo; al contempo una squadra di esperti definì gli ambienti interni per sistemare la collezione: il progetto prevedeva che le opere fossero ospitate nelle stanze che affacciano verso sud, sul mare. Con una costruzione ancora incompleta, le prime tele furono sistemate nel 1758, in dodici cameroni, divise per artisti e scuole pittoriche: tuttavia non si conosce con esattezza quali opere fossero esposte nel museo, poiché gli annuari dell'epoca sono andati distrutti durante la seconda guerra mondiale. Accanto all'allestimento museale, già dal 1755, venne istituita la Reale Accademia del Nudo, affidata alla direzione del pittore stabiese Giuseppe Bonito.

Nel 1759 venne trasferito il resto della collezione: si trattava dei cartoni preparatori per gli affreschi della cappella Paolina di Michelangelo e quelli per la stanza di Eliodoro in Vaticano di Raffaello, dipinti di Giorgio Vasari, Andrea Mantegna e Masolino da Panicale. Tra i visitatori dell'epoca figuravano Jean-Honoré Fragonard, il marchese de Sade, Joseph Wright of Derby, Antonio Canova, Johann Wolfgang von Goethe e Johann Joachim Winckelmann. Intorno alla fine degli anni '70, con il trasferimento di altri pezzi della collezione Farnese, il museo arrivava a possedere ventiquattro sale: furono inoltre acquistate nuove pitture, le prime dei pittori meridionalisti, come Polidoro da Caravaggio, Cesare da Sesto, Jusepe de Ribera, Luca Giordano, oltre ai pannelli di Anton Raphael Mengs, Angelika Kauffmann, Élisabeth Vigée-Le Brun e Francesco Liani, mentre nel 1783 è acquistata la collezione del conte Carlo Giuseppe di Firmian, contenente circa ventimila tra incisioni e disegni di artisti come Fra Bartolomeo, Perin del Vaga, Albrecht Dürer e Rembrandt. Nello stesso periodo venne inaugurato un laboratorio di restauro affidato prima a Clemente Ruta, poi a Federico Andres, su suggerimento del pittore di corte Jakob Philipp Hackert. Con Ferdinando I delle Due Sicilie, nel 1785, venne istituito il Regolamento del Museo di Capodimonte: furono quindi definiti gli orari di apertura, i compiti dei custodi, la responsabilità del consegnatario, l'accesso ai copisti, mentre non venne liberalizzato l'accesso alla popolazione, cosa che invece già avveniva in altre realtà museali borboniche, se non con un permesso rilasciato dalla Segreteria di Stato. Alla fine del XVIII secolo, quando il museo ospitava circa milleottocento dipinti, venne presa la decisione di creare un unico polo museale napoletano: la scelta ricadde sul Palazzo degli Studi, il futuro Museo archeologico nazionale, dove i lavori per la nuova fruizione pubblica erano già iniziati dal 1777 a cura di Ferdinando Fuga, con l'intento di trasportarvi tutta la collezione Farnese e quella Ercolanense, quest'ultima formatasi a seguito dei ritrovamenti archeologici dagli scavi di Pompei, Ercolano e Stabia, oltre a farne sede della biblioteca e dell'accademia.

XIX secolo

Un duro colpo al museo venne inferto nel 1799 con l'arrivo a Napoli dei francesi e la breve istituzione della Repubblica Napoletana: temendo il peggio, l'anno precedente Ferdinando aveva già trasferito a Palermo quattordici capolavori. I soldati francesi depredarono infatti numerose opere: dei millesettecentottantatré dipinti che facevano parte della collezione, di cui trecentoventinove della collezione Farnese e il restante composto da acquisizioni borboniche, trenta furono destinati alla Repubblica, mentre altri trecento vennero venduti, in particolar modo a Roma. Ritornato a Napoli, Ferdinando ordinò a Domenico Venuti di ritrovare le opere depredate: le poche recuperate non tornarono però a Capodimonte, bensì al Palazzo Francavilla, la nuova sede scelta per il museo cittadino.

L'inizio del decennio francese nel 1806 corrispose all'abbandono definitivo del ruolo museale della reggia di Capodimonte a favore di quello abitativo: tutto venne spostato all'interno del palazzo degli Studi, anche se, per arredare le nuove sale del palazzo, vennero utilizzate pitture provenienti da monasteri soppressi come quello di Santa Caterina a Formiello, Monteoliveto e San Lorenzo, tant'è che Gioacchino Murat ipotizzò la creazione a Capodimonte di una galleria napoletana, con l'intento, come egli stesso dice, di:

Anche con la restaurazione dei Borbone nel 1815, la reggia di Capodimonte continuò a svolgere la sua funzione abitativa: le pareti delle sale vennero adornate con dipinti inviati da giovani artisti napoletani mandati a Roma per studiare a spese della Corona, e che potevano così mostrare i loro progressi. Nel 1817 arrivò a palazzo la collezione del cardinale Borgia, fortemente voluta da Murat ma con l'acquisto completato da Ferdinando. In questi anni tuttavia non mancarono esempi di dispersione di opere facenti parte del vecchio museo, come quelle donate all'Università degli Studi di Palermo nel 1838 o la vendita della collezione di Leopoldo di Borbone-Due Sicilie, fratello di Francesco I delle Due Sicilie, al genero Enrico d'Orléans, per saldare i debiti di gioco e poi trasferita al castello di Chantilly.

Con l'unità d'Italia e la nomina a direttore della Real Casa di Annibale Sacco, la reggia di Capodimonte, oltre a continuare ad assolvere il suo ruolo di abitazione, tornò nuovamente ad avere, seppure non ufficialmente, una funzione museale. Dopo la cessione di circa novecento pitture, con Sacco e i suoi collaboratori Domenico Morelli e Federico Maldarelli furono trasferite nelle sale del palazzo numerose porcellane e biscuits, sistemate nell'ala nordoccidentale, pitture di fattura napoletana, che in poco più di vent'anni superarono le seicento unità, e oltre cento sculture: tutte le opere sono disposte cronologicamente, secondo i moderni standard museali, nelle sale intorno al cortile settentrionale, creando una sorta di pinacoteca al piano nobile. Nel 1864 venne trasferita la collezione di armi farnesiane e dell'Armeria borbonica; nel 1866 fu il turno del salottino in porcellana dal gusto cineseggiante di Maria Amalia di Sassonia, inizialmente ospitato in un ambiente della reggia di Portici, e nel 1880 sono trasferiti arazzi tessuti dalla Manifattura Reale e animali da presepe di artigianato napoletano. La reggia di Capodimonte tornò a diventare un centro culturale napoletano tant'è che nel 1877 al suo interno si svolse una festa in occasione dell'Esposizione Nazionale di Belle Arti.

XX e XXI secolo

L'inizio del XX secolo segnò un periodo di stasi nella fase di musealizzazione: il palazzo divenne abitazione fissa della famiglia del duca di Aosta, mentre le collezioni che formeranno il nucleo del futuro museo erano ancora raccolte nel palazzo degli Studi, che con l'Unità d'Italia aveva preso il nome di Museo nazionale. Nonostante l'acquisto di opere di pittori come Masaccio, nel 1901, e Jacopo de' Barbari, tra gli anni venti e trenta, si raggiunge l'apice delle cessioni: queste vennero compiute in parte per soddisfare le richieste avanzate da Parma e Piacenza, come sorta di risarcimento di ciò che aveva preso Carlo di Borbone, sia per arredare sale delle sedi istituzionali dello Stato italiano, come il palazzo del Quirinale, palazzo Montecitorio, palazzo Madama, ambasciate all'estero e università. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, le collezioni dei musei napoletani furono trasferite, nell'estate del 1940, all'abbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni e, a seguito dell'avanzata dei tedeschi nel 1943, nell'abbazia di Montecassino. Tuttavia le truppe della divisione Goering riuscirono a trafugare pitture di Tiziano, Parmigianino, Sebastiano del Piombo e Filippino Lippi: queste saranno ritrovate alla fine del conflitto in una cava nei pressi di Salisburgo e restituite a Napoli nel 1947.

Nel dopoguerra, cavalcando l'onda di entusiasmo per l'opera di ricostruzione del paese, venne attuato un progetto di sistemazione dei musei napoletani. Bruno Molajoli quindi trasferì definitivamente tutte le pitture presso la reggia di Capodimonte, liberata anche della sua funzione abitativa dopo la partenza dei duchi di Aosta nel 1946. Si esaudiva così la richiesta già espressa diversi anni prima da personalità illustri della cultura italiana, tra cui Benedetto Croce, di dedicare il Museo archeologico nazionale esclusivamente alla collezione di antichità, anche perché quest'ultima aveva acquistato nel corso degli anni sempre più spazio sia dalla galleria che dalla biblioteca, già trasferita al palazzo Reale nel 1925. Con un decreto firmato nel 1949 nacque ufficialmente il Museo nazionale di Capodimonte. I lavori di ristrutturazione degli ambienti della reggia iniziarono nel 1952, grazie al finanziamento della Cassa del Mezzogiorno, e vennero seguiti dallo stesso Molajoli, da Ferdinando Bologna, Raffaello Causa ed Ezio De Felice, che si occupò principalmente del profilo architettonico e dell'allestimento museografico, ammirato per modernità e funzionalità e a lungo preso come modello. Al primo piano furono quindi sistemati i dipinti dell'Ottocento e ricostruiti gli ambienti dell'appartamento reale, oltre ai laboratori per la conservazione e il restauro, mentre al secondo piano venne creata una pinacoteca per i dipinti classici.

Il museo fu ufficialmente inaugurato nel 1957: con un approccio molto moderno, i dipinti erano divisi innanzitutto per collezioni storiche, evidenziandone la diversa storia; seguivano poi un ordine cronologico e per scuole di pittura, con l'aggiunta di disegni e testi esplicativi, oltre a una illuminazione zenitale e con un sistema di filtraggio della luce. Successivamente si arricchì di nuove collezioni: venne donata, nel 1958, la collezione De Ciccio, con le sue numerose arti applicate, e la collezione di Disegni e Stampe, oltre a numerose opere provenienti dalle chiese cittadine, spostate nella reggia di Capodimonte a scopo conservativo.

Durante gli anni settanta furono ospitate una serie di mostre temporanee finalizzate alla conoscenza della produzione artistica napoletana: accanto a queste, nel 1978, Alberto Murri propose una mostra di arte contemporanea, il cui successo invogliò a crearne una permanente. A seguito del terremoto dell'Irpinia del 1980, grazie ai numerosi finanziamenti, il museo chiuse parzialmente per un totale restauro: nel 1995 riaprì il primo piano, mentre nel 1999 riaprì completamente; Nicola Spinosa, coadiuvato da Ermanno Guida, si occupò della nuova collocazione delle opere, seguendo un ordine storico e geografico, privilegiando anche la provenienza degli oggetti, integrando la storia di questi con quella della loro musealizzazione.

Descrizione

Il Museo nazionale di Capodimonte si estende sui tre livelli della reggia di Capodimonte e la disposizione delle opere risale agli ultimi lavori di restauro che si sono tenuti dall'inizio degli anni ottanta fino al 1999: al piano terra, ma sfruttando anche zone del seminterrato, sono posti i servizi per i visitatori e alcune sale didattiche, al piano ammezzato è il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, e le esposizioni dell'Ottocento Privato e dei manifesti Mele, al primo piano si trova la Galleria Farnese, la collezione Borgia, l'Appartamento Reale, la collezione delle porcellane, la collezione De Ciccio e l'Armeria farnesiana e borbonica, al secondo piano è la Galleria Napoletana, la collezione d'Avalos, la sala degli arazzi d'Avalos e la sezione di arte contemporanea: quest'ultima continua anche al terzo piano dove è inoltre posta la Galleria dell'Ottocento e la galleria fotografica.

Piano terra, seminterrato e piano ammezzato

Al piano terra sono posti i servizi per i visitatori quali biglietteria, bookshop, caffetteria e guardaroba: è inoltre presente un auditorium in grado di ospitare conferenze, proiezioni, traduzioni simultanee e concerti dal vivo, abbellito alle pareti con due arazzi della collezione d'Avalos. Nell'atrio, prima dello scalone d'onore Giove che fulmina i Titani, scultura in Biscuit di Filippo Tagliolini, e un'installazione di Luciano Fabro del 1989 dal titolo Nord, Sud, Ovest e Est giocano a Shanghai, in alluminio e ferro, mentre nel giardino, poco prima dell'ingresso, un'opera di arte contemporanea, Segno Australe Croce del Sud, di Eliseo Mattiacci.

Nel seminterrato si trovano due sale didattiche: la prima, chiamata sala Sol LeWitt, dal nome del suo ideatore, è utilizzata per incontri, conferenze, esposizioni, seminari e concerti riservati a un pubblico giovane con un'installazione dello stesso LeWitt chiamata White bands in a black room, mentre la seconda, la sala Causa, si estende per oltre 700 m² e è utilizzata principalmente per mostre temporanee.

Nel piano ammezzato si trova la collezione Mele: si tratta di manifesti pubblicitari dei Grandi Magazzini Mele, aperti a Napoli nel 1889 dai fratelli Emiddio e Alfonso Mele e donati al museo di Capodimonte nel 1988. Questi rappresentano un'importante testimonianza del linguaggio figurativo napoletano in un periodo compreso tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo: i manifesti erano commissionati all'Officina Grafica Ricordi e i disegni realizzati da artisti come Franz Laskoff, Leopoldo Metlicovitz, Leonetto Cappiello, Aleardo Villa, Gian Emilio Malerba, Achille Beltrame e Marcello Dudovich. Sempre al piano ammezzato, nell'ala meridionale del palazzo, si trova il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, la cui esposizione è iniziata nel 1994: sono raccolti circa duemilacinquecento fogli e venticinquemila stampe che spaziano dai cartoni preparatori ai disegni di autori quali Annibale Carracci, Guido Reni e Giovanni Lanfranco, di cui sono raccolti circa quattrocento fogli preparatori per affreschi eseguiti in chiese napoletane, ma anche Pontormo, Tintoretto, Andrea del Sarto, Jusepe de Ribera e Aniello Falcone. Nelle stesse sale sono anche esposte le collezioni del conte Carlo Firmian, acquistate nel 1782 e che raccolgono oltre ventimila stampe di Albrecht Dürer, Stefano della Bella, Giovanni Benedetto Castiglione e Rembrandt, e la collezione Borgia, acquistata nel 1817, comprendente ottantasei tra acquerelli e disegni indiani. Sono inoltre presenti anche altre collezioni, donate dopo l'apertura del museo, come quella di Mario e Angelo Astarita, offerta nel 1970, composta da quattrocentodiciannove disegni, acquerelli e olii di artisti della scuola di Posillipo, tra cui spicca Giacinto Gigante, o acquisti statali come la raccolta di sessantaquattro studi e rilievi dell'architetto Federico Travaglini. Conclude il piano ammezzato la collezione dell'Ottocento Privato: allestita del 2012 nell'ala meridionale del palazzo, raccoglie in sette sale dipinti del XIX e XX secolo; originariamente queste sale, dal 1816, ospitavano l'appartamento privato di Ferdinando I, per poi essere utilizzate dalla principessa Carolina durante la metà del XIX secolo e quindi destinate al ramo cadetto della famiglia dei duchi di Aosta nella prima metà del XX secolo: con l'istituzione del museo nel 1957, le sale accolsero gli uffici della Soprintendenza, mentre, durante i lavori di restauro negli anni novanta, vennero riportate al loro aspetto architettonico originario, destinate a un uso museale con l'aggiunta di arredi, tessuti e tendaggi di fattura napoletana.

La sala 1 è dedicata alla corrente neoclassica con opere di Vincenzo Camuccini, le sale 2 e 3 raccolgono paesaggi napoletani di autori della scuola di Posillipo come Anton Sminck van Pitloo, Gigante e i fratelli Palizzi, nella sala 4 pitture del realismo della seconda metà del XIX secolo con artisti come Vincenzo Gemito, Domenico Morelli, Michele Cammarano e Giuseppe De Nittis, nella sala 5 opere che si ispirano all'arte orientale e nelle sale 6 e 7 diverse donazioni di privati o di artisti come Gioacchino Toma, Achille D'Orsi, Giovanni Boldini e Giacomo Balla.

Primo piano

Il primo piano si divide nelle aree della Galleria Farnese e dell'Appartamento Reale: in particolare, alla Galleria Farnese appartengono gli ambienti che vanno dalla sala 2 alla sala 30 dove è ospitata la collezione Farnese, escluse la sala 7, dedicata alla collezione Borgia, e la 23, mentre gli ambienti dalla sala 31 alla sala 60, a cui si aggiunge la sala 23, ospitano la sezione dell'Appartamento Reale, caratterizzato dalle sale 35 e 36 dedicate alla Galleria delle Porcellane, dalle sale 38 alla 41 dedicate alla collezione De Ciccio e dalle sale che vanno dalla 46 alla 50 riservate all'Armeria farnesiana e borbonica.

Galleria Farnese

La collezione Farnese dà il nome all'omonima galleria e tutte le opere sono ordinate per zona di provenienza in sequenza temporale: la collezione fu iniziata nella metà del XVI secolo da papa Paolo III, il quale raccolse nel suo palazzo a Campo de' Fiori sia opere antiche, soprattutto statuaria proveniente dai ritrovamenti archeologici nell'area di Roma come dalle Terme di Caracalla, sia moderne, per lo più opere pittoriche di artisti come Raffaello, Sebastiano del Piombo, El Greco e Tiziano. Con Ottavio Farnese e suo figlio Alessandro, durante il corso del XVII secolo la collezione si arricchì di numerosi pezzi, grazie anche alla donazione, nel 1600, di Fulvio Orsini al cardinale Odoardo e alla confisca, nel 1612, dei beni appartenenti ad alcuni membri dell'aristocrazia parmense e piacentina, ritenuti responsabili di una congiura ordita l'anno prima ai danni di Ranuccio I Farnese. Entrano quindi a far parte della collezione opere di artisti come Correggio e Parmigianino, a cui si affiancarono acquisti dai palazzi romani. Inoltre, quando Alessandro divenne sovrano dei Paesi Bassi, accanto alla scuola pittorica italiana si aggiunse anche quella fiamminga: tuttavia, secondo alcune fonti dell'epoca, il monarca non sarebbe stato un attento collezionista contrariamente al padre e alla madre Margherita d'Austria. Nel 1693 si aggiunse la collezione di Margherita Farnese, sorella di Ranuccio. In seguito la collezione passò nelle mani di Elisabetta, e quindi a suo figlio Carlo di Borbone, il quale quando diventò re di Napoli trasferì tutte le opere nella capitale del suo regno: ampliata ancora con nuove acquisizioni anche con oggetti in ambra, bronzo, cristallo di rocca, maioliche e argenti, la raccolta venne ospitata nella reggia di Capodimonte, appositamente costruita. Nel corso degli anni però la collezione venne spostata in vari palazzi della città fino al termine della seconda guerra mondiale quando si decise un riassetto dei musei napoletani: la statuaria rimase al Museo archeologico nazionale, mentre le pitture furono nuovamente spostate alla reggia di Capodimonte nel neonato museo, ripristinando l'antica Galleria farnesiana.

La sala 2 segna l'ingresso alla Galleria Farnese e permette una visione, con i suoi dipinti, delle personalità di spicco della famiglia Farnese: molte delle opere presenti, come il Ritratto di Paolo III e il Ritratto di Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, sono opera di Tiziano, la cui raccolta di Capodimonte rappresenta per l'artista la più importante e numerosa sia in Italia che nel mondo; sono inoltre esposti dipinti di Raffaello, come il Ritratto del cardinale Alessandro Farnese, di Giorgio Vasari e Andrea del Sarto, oltre a sculture di Guglielmo Della Porta e a un arazzo raffigurante il Sacrificio di Alessandro.

La piccola sala 3 è interamente dedicata alla Crocifissione di Masaccio; questa non fa parte della collezione Farnese, ma è stata acquistata nel 1901 da un privato come opera di un ignoto fiorentino del Quattrocento e solo in seguito ritenuta essere lo scomparto centrale del Polittico di Pisa che Masaccio aveva realizzato per la chiesa del Carmine del capoluogo pisano, poi frazionato in vari pezzi conservati in altri musei europei e statunitensi.

Nella sala 4 sono raccolti quattro disegni a carboncino: due di Michelangelo, uno di Raffaello e uno di Giovan Francesco Penni appartenuto a Fulvio Orsini, ed ereditati, secondo testamento del membro della famiglia Farnese, da Ranuccio; le opere giunsero nella reggia di Capodimonte nel 1759, poi trasferite al Regio Palazzo degli Studi, costituendo il nucleo principale del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe e infine riportate nuovamente nel palazzo di Capodimonte. Nella stessa sala una pittura attribuita a Hendrick van den Broeck, Venere e Amore, copia dell'omonimo carboncino di Michelangelo, esposto al suo fianco e oggetto di numerose repliche anche da parte di altri artisti.

Dalla sala 5 le opere sono disposte secondo un ordine cronologico e divise per ambiti culturali: tra quelle principali spiccano due tavole di Masolino da Panicale, la Fondazione di Santa Maria Maggiore e l'Assunzione della Vergine, elementi centrali di un trittico originariamente posto sull'altare maggiore della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

La sala 6 raccoglie dipinti sia della collezione farnesiana che borbonica di artisti rinascimentali umbro-toscani, i quali mostrano le novità pittoriche dell'epoca, come l'uso della prospettiva: ne fanno parte artisti quali Filippino Lippi, Lorenzo di Credi, Sandro Botticelli, Raffaellino del Garbo e Raffaello, con una sua opera giovanile Eterno tra cherubini e testa di Madonna, opera principale della sala; si scosta dal tema predominante invece la tela di Francesco Zaganelli, con il Cristo portacroce, più vicino alla pittura di Dürer.

Dalla sala 8 ha inizio quella serie di stanze, affacciate lungo il lato occidentale del palazzo, che già nel XVIII secolo ospitarono i primi dipinti della collezione farnesiana: il soffitto della sala, insieme a quello delle sale 9 e 10, presenta ancora gli affreschi decorativi del XIX secolo, restaurati poi durante gli anni cinquanta del XX secolo; nell'ambiente si trovano esposte opere pittoriche dell'arte veneta datate tra il XV e l'inizio del XVI secolo con artisti come Bartolomeo Vivarini, Andrea Mantegna e Lorenzo Lotto, tutte appartenenti alla collezione Farnese, mentre lavori di altri autori come Giovanni Bellini e Jacopo de' Barbari sono legati ad acquisti borbonici. Le tele mostrano tutte le innovazioni del periodo storico nel quale sono state dipinte, come la raffinatezza cromatica, l'uso della prospettiva aerea e il ruolo chiave della luce.

Nella sala 9 sono esposti lavori di Sebastiano del Piombo, Giulio Romano e Daniele da Volterra, a testimonianza della fervida stagione artistica romana del XVI secolo; nella stanza inoltre sono esposti tre dipinti, Madonna del Velo e Ritratto di Clemente VII con la barba di Sebastiano del Piombo e Ritratto di giovane di Daniele da Volterra, realizzati su ardesia, una tecnica sperimentale utilizzata come alternativa alla tela e alle tavole. Interessante inoltre la copia da Michelangelo del Giudizio universale dipinta da Marcello Venusti, testimonianza di come si presentava l'opera della cappella Sistina prima degli interventi di Daniele da Volterra atti a coprire quelle parti considerate indecenti.

La sala 10 raccoglie le pitture di artisti toscani realizzate nel primo quarto del XVI secolo: si tratta di Pontormo, Rosso, Fra Bartolomeo, Franciabigio, Andrea del Sarto, Domenico Puligo e Pieter de Witte, artisti che apriranno le porte al manierismo.

La sala 11 raccoglie opere venete: in particolare le attività di un ormai maturo Tiziano come Danae, Ritratto di una giovinetta e Maddalena, di un giovane Dominikos Theotokópoulos, meglio conosciuto come El Greco, allievo di Tiziano e pittore di corte dei Farnese, e di Jacopo Palma il Vecchio. Del primo, degno di nota è Ragazzo che soffia su un tizzone acceso, opera in forte chiave chiaroscurale, con evidenti accenti caravaggeschi.

La sala 12 raccoglie una delle più importanti collezioni di pittura emiliana del XVI secolo al mondo, frutto del collezionismo dei Farnese e delle confische ai danni di alcune famiglie piacentine e parmensi che avevano ordito una congiura contro Ranuccio Farnese; tra gli artisti: Correggio, con i suoi temi sacri e mitologici e figure umane dalle forme morbide e dai colori tenui, Parmigianino, uno dei protagonisti del manierismo italiano e di una pittura fatta di sperimentazioni, Girolamo Mazzola Bedoli, Benvenuto Tisi da Garofalo, Dosso Dossi, Lelio Orsi e Ippolito Scarsella, questi ultimi due dalla caratteristica vena favolistica e narrativa. Completano l'ambiente alcuni busti in marmo di epoca romana.

La sala 13 raccoglie quelle opere di artisti che lavorarono alla corte Farnese a Parma, un luogo in pieno fervore intellettuale durante quel periodo: in particolare si tratta di Jacopo Zanguidi, meglio conosciuto come il Bertoja, con una Madonna col Bambino, e Girolamo Mirola, a cui si affiancano anche artisti stranieri come Jan Soens.

La sala 14 è la Galleria delle Cose Rare, comunemente chiamata Wunderkammer, ossia una sorta di stanza delle meraviglie che aveva il compito di affascinare e stupire i visitatori: accanto alle normali pitture essa raccoglie infatti quelle opere preziose e rare di quel che resta delle arti decorative della collezione Farnese, una volta ospitata nella Galleria Ducale di Parma. Tra le opere presenti nella sala: il Cofanetto Farnese, realizzato da Manno Sbarri con cristalli incisi da Giovanni Bernardi, bronzetti provenienti dalle varie scuole italiane ed europee come quelli del Giambologna, altri dalla tipica fattura rinascimentale, come il David di Francesco di Giorgio Martini e il Cupido di Guglielmo Della Porta, e manieristici, monete, oggetti in avorio come un vassoio e una brocca di Johann Michael Maucher, medaglie rinascimentali opera del Pisanello, Matteo de' Pasti e Francesco da Sangallo, smalti, tra cui uno che raffigura Diana cacciatrice di Jacob Miller il Vecchio, maioliche di Urbino, tra cui un servizio in maiolica blu appartenuto ad Alessandro Farnese, cristalli di rocca, microintagli lignei e manufatti e reperti esotici come una Ranocchia in pietra dura proveniente dal Messico e la statuetta di Huitzilopochtli, dio della guerra azteco.

La sala 15 raccoglie esclusivamente i dipinti del pittore fiammingo Jacob de Backer; si tratta di sette opere ritraenti i sette peccati capitali, filone molto in voga nella cultura fiamminga del XVI secolo: al centro del dipinto è raffigurato il vizio e alle spalle scene del Nuovo e del Vecchio Testamento. Le opere sono acquistate da Cosimo Masi nelle Fiandre e confiscate nel 1611 da Ranuccio Farnese: arrivate a Napoli non godettero di molta fortuna, tant'è che vennero conservate nei depositi del palazzo degli Studi prima di essere cedute alla Camera dei deputati a Roma, per abbellire le pareti; tornarono a Napoli nel 1952, beneficiando di una nuova rivalutazione.

La sala 16 è dedicata alla pittura lombarda del Quattrocento e del Cinquecento, con una collezione non molto rilevante, che vide in centri come Cremona, Brescia, Bergamo e soprattutto Milano il suo apice: tra gli artisti esposti Bernardino Luini e Cesare da Sesto, ispirati da Leonardo da Vinci, e Giulio Cesare Procaccini, che con la sua Madonna col Bambino e angelo mostra i segni della rigida morale della Controriforma nella pittura sacra, dove tuttavia si riscontrano i primi segni del barocco; completano l'ambiente alcuni busti di imperatori romani, esposti in origine a palazzo Farnese a Roma.

Nella sala 17 si trovano dipinti della zona fiamminga e tedesca; in particolare sono esposti i due capolavori di Pieter Bruegel il Vecchio, la Parabola dei ciechi e il Misantropo, rappresentanti due momenti della fase matura dell'artista: acquistati da Cosimo Masi, segretario del principe Alessandro, e confiscati dai Farnese a un suo erede, Giovanni Battista Masi, nel 1611. Sono inoltre presenti dei trittici, come la Crocifissione e l'Adorazione dei Magi di Joos van Cleve, con ante mobili e ricchi di elementi decorativi, tant'è che sembrano riproporre elementi tipici dell'arte italiana, e un gruppo di quadretti del Civetta che raffigurano paesaggi, già citati negli inventari del marchese Girolamo Sanvitale: altri artisti esposti sono Jacob Cornelisz van Oostsanen e Bernard van Orley, quest'ultimo con il Ritratto di Carlo V; la maggior parte di queste tele è parte della collezione Farnese grazie alle acquisizioni del cardinale Odoardo a partire dal 1641.

La sala 18 è quasi interamente dedicata a Joachim Beuckelaer: non si conosce né quando né chi acquistò le opere, ma queste appartenevano sicuramente alla collezione Farnese di Parma già a partire dal 1587, come citato in alcuni inventari di famiglia, insieme a una quarantina di dipinti che appartenevano al duca Ottavio e a Ranuccio, in quel periodo in cui le nature morte e le scene popolari come quelle di mercati e di campagne, che le tele propongono, ottennero un grande successo in Italia. Unica opera che non appartiene a Beuckelaer è Gesù tra i fanciulli, di Maarten de Vos.

Nella sala 19 sono in mostra le opere degli esponenti della famiglia Carracci, ossia i fratelli Agostino e Annibale, i maggiori esecutori per la famiglia Farnese, e il cugino Ludovico: le loro tele sono condizionate dalle privazioni imposte dal Concilio di Trento, anche se riescono a trovare una nuova soluzione artistica secondo cui l'artista deve avere una visione della realtà per far uscire la pittura italiana da quello stato di crisi.

La sala 20 continua a raccogliere opere della scuola emiliana con Annibale Carracci, questa volta presente con una pittura matura e ispirata ai miti greci come Rinaldo e Amida e l'Allegoria fluviale, Giovanni Lanfranco e Sisto Badalocchio.

La sala 21 è interamente dedicata alle pitture di Bartolomeo Schedoni, artista che ha legato la sua esistenza professionale ai Farnese, lavorando per la famiglia tra Modena e Parma e assicurando loro la maggior parte delle sue opere, anche quelle che, dopo la sua morte, si trovavano depositate in bottega: studioso di Correggio, Federico Barocci e dei Carracci, fa della luce la novità predominante delle sue pitture, a cui accosta figure eccentriche.

La sala 22 è ancora dedicata alla pittura emiliana: l'opera principale è quella di Atalanta e Ippomene di Guido Reni, a cui si accostano Giovanni Lanfranco e Michele Desubleo; tutti i dipinti presentano quelle tematiche e lo stile della nascente corrente barocca.

Nella sala 24 sono raccolte pitture fiamminghe del '600 con artisti come Antoon van Dyck e il suo Cristo Crocifisso, acquistata da Diego Sartorio per millecinqucento ducati, Peter Paul Rubens e Daniel Seghers: si tratta di opere appartenenti alla collezione Farnese oppure acquisti successivi e che offrono un confronto tra le pittura italiana e quella olandese del periodo.

Anche nella sala 25 prosegue l'esposizione di pittori fiamminghi, in particolare di opere che trattano di vedute, genere che, dalla fine del XVI secolo, ebbe un enorme successo grazie anche alla richiesta di ricchi borghesi che amano adornare le pareti dei loro palazzi con tele ritraenti scene di vita quotidiana: tra gli artisti esposti nell'ambiente Sebastian Vrancx, Gillis Mostaert e Pieter Brueghel il Giovane con Paesaggio invernale.

Nella sala 26 si ritrovano ancora artisti fiamminghi: questa volta però il tema si sposta sulle nature morte, che avrà un'enorme diffusione in tutto il Seicento; si tratta di raffigurazioni intime di scene familiari con ritratti di frutta, selvaggina, fiori, stoviglie e cristalli come dimostra la tela di David de Coninck Selvaggina e animali o di David Teniers il Giovane con Interno da cucina.

Nella sala 27 si prosegue con gli artisti emiliani, in particolare quelli influenzati dall'esperienza dell'Accademia degli Incamminati: sono esposte opere di Ludovico Carracci, come la Caduta di Simon Mago, che apre la visione a una nuova concezione dello spazio e con i segni di un primo barocco, Domenichino con l'Angelo custode, che invece resta ancorato al classicismo, e Alessandro Tiarini che continua a seguire lo stile della scuola caravaggesca.

Lo stile tardo manieristico della fine del Cinquecento è espresso nelle opere custodite nella sala 28 con artisti toscani e liguri; importante in queste tele è l'uso del colore, quasi a dare una tonalità sovrannaturale ma donando comunque una luminosità dolce e soffusa: ne sono testimonianza la Pietà di Cigoli, Venere e Adone di Luca Cambiaso e San Sebastiano condotto al sepolcro di Domenico Cresti.

Nella sala 29 sono ospitate opere di diversa provenienza e appartenute a differenti classi culturali, a dimostrazione che la famiglia Farnese, a causa di dissapori interni, non era più in grado di commissionare ad artisti quadri per la propria collezione; le più rappresentative della stanza sono di artisti di Genova, città che visse tra il Cinquecento e il Seicento una buona stagione artistica: caratteristici gli olii su rame di Carlo Saraceni a tema mitologico e opere di Orazio de Ferrari e Giovan Battista Gaulli, mentre Paesaggio con la ninfa Egeria di Claude Lorrain proviene dalla collezione borbonica.

La sala 30 conclude la collezione Farnese: in essa sono ospitate le opere di Sebastiano Ricci, veneziano del Seicento, uno dei pittori di casa Farnese a Parma che ha goduto della protezione di Ranuccio; nella sala anche Sacra Famiglia e santi di Giuseppe Maria Crespi.

Collezione Borgia

La sala 7 ospita la collezione Borgia: si tratta di una collezione acquistata nel 1817 da Ferdinando I, di proprietà del cardinale Borgia il quale, durante il corso del XVIII secolo, raccolse, grazie alle varie missioni cattoliche in giro per il mondo, numerose testimonianze artistiche dai popoli più disparati, come quelli orientali ed esotici. Le opere erano conservate dal cardinale sia in un palazzo romano che nella sua dimora a Velletri, dove diede origine a un vero e proprio museo, aperto agli studiosi e suddiviso in dieci sezioni: antichità egizie, etrusche e volsce, greco-romane, romane, arte dell'Estremo Oriente, antichità arabe, manufatti etno-antropologici dell'Europa Settentrionale, dell'America Centrale e il Museo Sacro, composto da opere legate all'iconografia e alla liturgia sacra. Alla morte del cardinale le opere vennero ereditate da suo nipote Camillo Borgia e in seguito acquistate dal sovrano borbonico: la collezione fu quindi dapprima esposta al Real Museo Borbonico e in seguito, nel 1957, trasferita alla reggia di Capodimonte dove, dopo lunghi lavori di inventariato, ne sono esposte tre sezioni, ossia il Museo Sacro, l'Arabo Ciufico e l'Indico.

Della collezione fanno parte opere pittoriche come la Sant'Eufemia di Andrea Mantegna, la Madonna col Bambino e i santi Pietro, Paolo e Antonio Abate di Taddeo Gaddi, la Madonna col Bambino di Bartolomeo Caporali, la Madonna di Jacopo del Casentino, il San Sebastiano di Taddeo di Bartolo, le Virtù e scene della vita di Giasone di Giovanni Bernardi; e ancora sono presenti oggetti di manifattura siriana, spagnola, birmana e francese composti da vari materiali come il Polittico della Passione, in alabastro, di scuola inglese, vetri, oreficerie, smalti come Pace di Nicolò Lionello, e avori, come la Crocifissione bizantina del X secolo.

Appartamento Reale

La sala 31 fino alla sala 60, a cui si aggiunge la sala 23 ma si escludono la sala 35 e 36, quelle dalla 38 alla 41 e quelle dalla 46 alla 50, ospitano l'Appartamento Reale.

Modificate in parte nel loro aspetto originario sia nell'architettura che nell'arredamento, costituiscono l'appartamento che ha ospitato re borbonici, francesi e la famiglia dei duchi di Aosta: la stanza principale è la sala 23 che ospitava la sala da letto di Francesco I e Maria Isabella di Borbone-Spagna, realizzata tra il 1829 e il 1830 su progetto di Antonio Niccolini con particolari decorazioni parietali che ricordano gli affreschi rinvenuti agli scavi di Pompei e Ercolano e tappezzeria della manifattura di San Leucio. La sala 31 è denominata Salone della Culla in quanto ospitava una culla donata dai sudditi napoletani ai reali per la nascita di Vittorio Emanuele III di Savoia: particolarità dell'ambiente è il pavimento in marmo proveniente da una villa romana di Capri, Villa Jovis. La sala 42 è il Salone delle Feste, in origine pensato per ospitare le opere dalla collezione farnesiana e poi trasformato per assolvere alle funzioni di rappresentanza della famiglia reale: è uno dei pochi ambienti a conservare l'aspetto originario, con decorazioni di Salvatore Giusti, in stile neoclassico, pavimentazione in marmo e lampadari in cristallo. La sala 52 ospita il Salottino di Porcellana: si tratta di un salotto composto da oltre tremila pezzi di porcellana realizzato per la regina Maria Amalia tra il 1757 e il 1759 da Giovanni Battisti Natali, originariamente posto nella reggia di Portici e solo nel 1866 trasferito a Capodimonte in una stanza opportunamente adattata. La sala 56, realizzata per volere di Annibale Sacco e dal chiaro gusto neoclassico, prende il nome di Salone Camuccini ed è così chiamata per la presenza di opere pittoriche realizzate appunto da Vincenzo Camuccini, a cui si affiancano altri artisti come Pietro Benvenuti e Francesco Hayez: custodisce inoltre un buon numero di statue. Tutti gli ambienti conservano un gran numero di tele degli autori più disparati come Alexandre-Hyacinthe Dunouy, Claude Joseph Vernet, Antonio Joli, Francisco Goya, Angelika Kauffmann e Giacinto Gigante, oltre a numerosi oggetti di arredamento come porcellane, vasi, presepi, strumenti musicali, divani, lampadari e camini, questi ultimi previsti solo negli ambienti di rappresentanza.

Galleria delle Porcellane

Nelle sale 35 e 36 costituiscono la cosiddetta Galleria delle Porcellane: composta da oltre tremila pezzi, di cui, per motivi di spazio, è esposta solo una piccola parte più rappresentativa dei servizi di porcellane di manifattura italiana ed europea, in particolare porcellane di Capodimonte, di Meissein, di Sèvres, con alcuni pezzi decorati a Napoli, di Vienna e di Berlino. Tutte le opere, eccetto l'Immacolata acquistata nel 1972, provengono dalla collezione borbonica; fino al 1860 questi pezzi sono stati normalmente utilizzati, mentre in seguito, a partite dal 1873, per volere di Vittorio Emanuele III, è iniziata un'opera di musealizzazione delle porcellane, a cura di Annibale Sacco.

Nella sala 35 sono esposte le creazioni della Real Fabbrica di Napoli, mentre nella sala 36 le più importanti manifatture europee: tra le opere principali il Servizio dell'Oca sulle cui stoviglie sono dipinte vedute di Napoli e dei suoi dintorni, mentre quelle prive di decorazioni sono in deposito, un Corredo d'altare comprendente sei candelabri e un crocifisso, opera di Giuseppe Gricci per la cappella Reale di Portici, un Servizio da scrittoio, un Servizio da cioccolata con ghirlanda di fiori e poi numerosi vasi, statue, alzate e piatti.

Collezione De Ciccio

Nelle sale 38, 39, 40 e 41 è ospitata la collezione De Ciccio: si tratta di una collezione, ordinata secondo l'allestimento originario, di circa milletrecento pezzi, per lo più arti applicate, comprendente dipinti e sculture ma anche bronzetti, avori, maioliche, porcellane e talvolta reperti archeologici, donati al Museo nazionale di Capodimonte nel 1958 dal collezionista Mario De Ciccio, che li aveva raccolti nel corso di circa cinquant'anni di acquisizioni tra Napoli, Palermo e diversi mercati internazionali.

Tra le varie opere, le ceramiche sono in stile ispanico-moresco, le maioliche rinascimentali, tra cui una mattonella a stella della manifattura persiana di Rey, le porcellane di Meissen, Vienna e Ginori; tra le statue quelle di una Madonna col Bambino della scuola di Lorenzo Ghiberti, San Matteo, in bronzo, attribuito ad Alessandro Vittoria, mentre tra i dipinti una tavola di Marco del Buono e Apollonio di Giovanni, già decoro di un cassone. E ancora vasi, piatti, coppe, fra le quali alcune cinesi di epoca K'ang Hsi e Chien Lung, bronzetti del rinascimento di Andrea Briosco, Alessandro Vittoria e Tiziano Aspetti, vetri di Murano e reperti archeologici come vasi attici del VI e V secolo a.C., rhyta del IV secolo a.C. e sculture italiche ed etrusche.

Armeria farnesiana e borbonica

Nelle sale 46, 47, 48, 49 e 50 sono esposte le collezioni dell'Armeria farnesiana e borbonica: si tratta di circa quattromila pezzi il cui primo allestimento risale al 1958 e di cui conservano ancora l'aspetto originario. Della collezione farnesiana fanno parte armi per lo più di fattura milanese e bresciana, ma anche esempi spagnoli e tedeschi di armi da fuoco, taglio e difesa, armature da torneo e da guerra, pistole, spade, pugnali e archibugi, tra cui spicca l'Armatura di Alessandro Farnese detta del Giglio, di Pompeo della Cesa, e un fucile a ruota italiano appartenuto a Ranuccio Farnese. Della serie borbonica fanno parte armi da fuoco, alcune giunte da Madrid con Carlo di Borbone, altre di manifattura napoletana provenienti dalla Real Fabbrica d'Armi di Torre Annunziata per assolvere alle necessità dell'esercito borbonico, e armi da caccia realizzate per puro scopo ludico come un fucile a pietra focaia appartenuto a Maria Amalia. A queste si aggiungono armi donate a Carlo e Ferdinando come carabine e fucili di fattura sassone, viennese e spagnola, armi bianche prodotte sia dalla Real Fabbrica che dalla Fabbrica degli Acciai, quest'ultima posta nel parco di Capodimonte dal 1782: tra i realizzatori della opere Carlo la Bruna, Biagio Ignesti, Michele Battista, Natale del Moro ed Emanuel Estevan. Sono inoltre custodite armi di manifattura orientale e modellini da guerra utilizzati per la scuola di artiglieria, armature italiane da giostra e guerre del Seicento, spade del XVI e XVIII secolo di cui una probabilmente appartenuta a Ettore Fieramosca, armi da fuoco italiane ed europee del XVIII e XIX secolo. Particolare un modello in gesso raffigurante Carlo V di Vincenzo Gemito.

Secondo piano

Il secondo piano si divide nelle aree della Galleria Napoletana e della collezione di arte contemporanea: in particolare dalle sale 61 alla 97, esclusa la 62, è ospitata la galleria delle arti a Napoli dal Duecento al Settecento, la sala 62 è dedicata agli arazzi d'Avalos e le sale dalle 98 alla 101 alla collezione d'Avalos, mentre la zona dell'arte contemporanea occupa due sale più altre che sono al terzo piano.

Galleria Napoletana

La Galleria Napoletana è composta da quarantaquattro sale e accoglie dipinti, ma anche sculture e arazzi, realizzati da artisti napoletani o comunque personalità non del posto ma che lavorato o spedito opere in città e hanno influenzato la scuola locale in un periodo compreso tra il XIII e il XVIII secolo. La raccolta è iniziata all'inizio del XIX secolo, sia a seguito delle soppressioni dei monasteri durante il periodo della dominazione napoleonica sia dagli emissari borbonici alla ricerca di opere da far entrare nella collezione reale, per proseguire ancora nel 2008 grazie a numerose acquisizioni statali, donazioni, o, come avvenuto tra il 1970 e il 1999, a scopo cautelativo, soprattutto per quei lavori custoditi in chiese chiuse o comunque poco sorvegliate. I temi trattati sono quindi soggetti religiosi, che abbellivano le chiese, ma anche battaglie, scene mitologiche e nature morte, temi più profani, spesso commissionati da privati per le loro case borghesi. L'allestimento museale degli ambienti tende a riprodurre di conseguenza quello stretto rapporto che intercorre tra la storia e la storia dell'arte nell'area napoletana e del sud Italia in generale, con opere commissionate sia dalla casa regnante sia dagli aristocratici che hanno reso il capoluogo partenopeo un centro culturale internazionale.

Con la sala 61 ha inizio la Galleria Napoletana: sono quindi ospitate opere di diversa tipologia, a dimostrazione della varietà e complessità delle realizzazioni artistiche di Napoli, ma anche quei lavori sottoposti a restauro; dell'esposizione fanno parte il Polittico con storie della Passione, in alabastro e legno di manifattura di Nottingham, un arazzo raffigurante la Deposizione dalla Croce e statue lignee di Giovanni da Nola.

La sala 63 e le due successive ospitano lavori della cultura campana che spaziano dalla fine del XII secolo all'inizio del XV: degni di nota sono un San Domenico, polittico da una chiesa napoletana, un oggetto in marmo facente parte di un candelabro, e una tempera su tavola con soggetto Santa Maria de Flumine, proveniente da una chiesa nei pressi di Amalfi, che mostra le influenze bizantine e arabe presenti nella penisola sorrentina.

La sala 64 esibisce gli influssi che ha sull'arte napoletana l'arrivo della dinastia angioina e quella del loro mondo cortese; i nuovi sovrani infatti apportano in città importanti lavori di riqualificazioni, con la costruzione di palazzi e chiese che devono quindi essere successivamente decorati. E gli artisti chiamati a questo lavoro si ispirano a Giotto, presente personalmente in città, e alla sua bottega: è il caso degli esposti in questa sala come Roberto d'Oderisio, con la sua Crocifissione e la Madonna dell'Umiltà e il senese Andrea Vanni con San Giacomo Apostolo.

Nella sala 65 si notano gli influssi del ramo ungherese della dinastia degli Angiò, in particolare di Carlo III di Napoli e di Ladislao I di Napoli, quest'ultimo che commissiona opere a un pittore anonimo conosciuto come il Maestro delle Storie di San Ladislao: i due sovrani, impegnati costantemente in campagne militari, favoriscono la presenza a Napoli di numerosi artisti, in larga parte provenienti dalla Toscana, come Niccolò di Tommaso.

La sala 66 è esclusivamente dedicata al capolavoro di Simone Martini, San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d'Angiò: la tavola, che ricade ancora nel periodo angioino di Napoli, è stata voluta da Roberto d'Angiò, per ricordare e celebrare il fratello Ludovico che ha rinunciato al trono del regno dopo aver aderito alla corrente francescana.

La sala 67 accoglie lavori che segnano la fine del regno angioino a Napoli e l'inizio di quello aragonese, con le sue novità pittoriche: nell'ambiente sono esposti artisti fiamminghi, pittori e scultori molto cari ad Alfonso V d'Aragona, ma anche italiani come Colantonio con la Consegna della regola francescana, San Girolamo nello studio e il Polittico di san Vincenzo Ferrer, primi esempi di pittura rinascimentale napoletana, a metà strada tra stile italiano e stile internazionale, con influssi fiammingo-catalani.

Nella sala 68 sono esposti quegli artisti che operano a Napoli durante il regno di Ferdinando I di Napoli e di Alfonso II di Napoli, favoriti da quest'ultimo per la costruzione dell'arco trionfale del Maschio Angioino: si tratta di lombardi come Cristoforo Scacco di Verona e Protasio Crivelli, veneti, siciliani, dalmati e spagnoli come Juan de Borgoña, ma anche Francesco Pagano e Pietro Befulco.

La sala 69, con le sue opere, mostra la stretta relazione che si instaura alla fine del XV secolo tra Alfonso II e la Toscana, ma anche come gli artisti umbri siano molto apprezzati in città: sono esposti lavori di Pinturicchio e Matteo di Giovanni, artisti fondamentali anche per la formazione dei pittori locali come Francesco Cicino, assiduo realizzatore di polittici tra cui spicca la Madonna col Bambino in trono e santi.

La sala 70 segna l'inizio del dominio spagnolo a Napoli all'inizio del XVI secolo: le opere ospitate dimostrano un'importante maturazione dell'arte locale, qui rappresentata con artisti come Giovanni Filippo Criscuolo e Andrea Sabatini, che si rifanno ancora alla pittura umbro-toscana mista al classicismo tipico di Raffaello, o comunque artisti che formatisi in altre zone d'Italia, come Cesare da Sesto, presente nella stanza con Adorazione dei Magi, farà da tramite per le innovazioni nella pittura partenopea; l'influsso spagnolo inoltre si risente con la pittura di Pedro Fernández.

La sala 71 raccoglie un'importante collezione di sculture in marmo del Cinquecento, produzione artistica in cui Napoli si distingue particolarmente con artisti come Girolamo Santacroce e Giovanni da Nola: si tratta di elementi decorativi di opere precedentemente ospitate nella chiesa di Santa Maria Assunta dei Pignatelli e quattro altorilievi dalle chiese di Sant'Agnello Maggiore e di Santa Maria delle Grazie Maggiore a Caponapoli.

Nella sala 72 sono esposte le pitture di Polidoro da Caravaggio, allievo e aiutante di Raffaello, che si forma a Roma nella prima metà del Cinquecento e che lavorerà brevemente poi anche a Napoli: tra le tavole esposte l'Andata al Calvario, la Deposizione, San Pietro e Sant'Andrea, che mettono in risalto il carattere originale e inquietante dell'artista.

Artisti come Marco Cardisco e Pedro Machuca si trovano nella sala 73: il primo risente dell'influsso manieristico di Polidoro e classicheggiate di Andrea da Salerno, ben visibile nella Disputa di sant'Agostino, mentre il secondo, autore della Morte e assunzione della Vergine, è caratterizzato da una pittura con figure morbide su composizioni alquante articolate che ricorda per certi versi quella di Rosso Fiorentino.

Il rapporto tra Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga e la Toscana crea un intenso scambio culturale tra Napoli e Firenze o Siena, ben visibile nella sala 74 dove sono esposti artisti come Marco dal Pino, allievo del Beccafumi, a lungo attivo in città, il Sodoma, e, principalmente, Giorgio Vasari, con la Cena in casa del fariseo e la Presentazione al Tempio.

L'opera principale della sala 75 è l'Annunciazione di Tiziano, raro esempio di pittura veneta a Napoli e originariamente collocata nella cappella Pinelli alla chiesa di san Domenico Maggiore. Caratteristica inoltre è la piccola sala denominata 75 bis con due dipinti a carattere devozionale, ossia Andata al Calvario di Giovanni Bernardo Lama e Pietà e santi di Silvestro Buono, quest'ultima chiaramente ispirata ai pittori fiamminghi in voga a Napoli alla fine del XVI secolo.

Nella sala 76 sono presentate tavole di grosse dimensioni destinate a essere pale d'altare maggiore in una Napoli che viveva con Filippo II di Spagna un fervido periodo sia di costruzioni religiose sia di decorazioni di chiese già esistenti ma che dovevano seguire i dettami della controriforma; tra gli artisti che lavorano alla realizzazione di tali opere si ricordano Aert Mytens e Dirk Hendricksz, autori fiamminghi, Francesco Curia con Annunciazione, considerato uno dei capolavori della pittura meridionale del Cinquecento, e Girolamo Imparato.

La sala 77, con le sue opere, segna l'apice dell'arte napoletana del Cinquecento, con artisti che propongono rappresentazioni sacre che parlassero con chiarezza ai fedeli; sono esposti: Scipione Pulzone, con la sua pittura fredda e purista, Ippolito Borghese e la sua pennellata sfumata nella Pietà, Fabrizio Santafede, più vicino alla cultura popolare, e Luigi Rodriguez; caratteristici i quadretti del Cavalier d'Arpino, uno degli ultimi miniaturisti attivi a Napoli, in particolar modo nella certosa di San Martino.

La sala 78 è ad appannaggio esclusivo della Flagellazione di Cristo di Caravaggio, opera che inaugura la grande stagione del Seicento napoletano: l'artista è stato attivo a Napoli tra il 1606 e il 1607 e tra il 1609 e 1610 contribuendo a trasformare radicalmente la pittura sacra del capoluogo che fino a quel momento è fatta di santi, angeli, corone, in una invece più semplice, essenziale e cupa, che si rispecchia anche nei vicoli della città, una realtà fino ad allora ignorata, gettando, soprattutto a partire dal secondo decennio del XVII secolo, le basi per il naturalismo napoletano.

Nella sala 79 sono ospitate le opere dei cosiddetti caravaggisti, ossia quegli artisti che nelle loro opere si rifanno a Caravaggio, come Filippo Vitale, Carlo Sellitto, che nasce come pittore elegante e stilizzato per poi abbracciare in pieno il nuovo stile, e Battistello Caracciolo, il più grande caravaggista napoletano, che riescono comunque a trovare una propria identità con una pittura astratta e vivace sui fondi, ben dimostrata nelle tele esposte come l'Ecce homo, il Cristo alla Colonna, il Compianto sul corpo di Abele e Venere e Adone.

Le sale 81, 83 e 84 sono destinate all'esposizione ciclica di stampe e disegni custoditi nel museo di Capodimonte: la scelta delle opere da esporre avviene sia in base a criteri conservativi, sia per far luce sull'attività disegnativa degli artisti che orbitavano a Napoli; sono inoltre presentate incisioni realizzate tra il XVII e il XIX secolo. Caratterizzano l'ambiente uno stipo di manifattura inglese e due oli su rame di Francesco Guarini.

Nella sala 87 sono esposte opere di artisti che operarono a Napoli all'inizio del Seicento, periodo in cui le chiese cittadine sono state interessate da importanti lavori di abbellimento che richiamano artisti non solo della zona ma anche dall'estero, facendo vivere alla pittura partenopea il suo periodo d'oro: opera principale della stanza è Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi.

Le sale 88, 89 e 90 hanno una disposizione dei dipinti tale da farle sembrare le cappelle di una chiesa adornate da grandi tale: gli artisti presenti sono quelli del primo naturalismo napoletano, che seguono la strada aperta da Caravaggio e i suoi giochi di luce sul fondo buio, anche se non mancano influenze dalla pittura emiliana e veneta che divenne famosa a Napoli a partire dagli anni '40 del Seicento; tra gli artisti custoditi Artemisia Gentileschi, Battistello Caracciolo, Simon Vouet, Massimo Stanzione con il Sacrificio di Mosè e il Martirio di sant'Agata, Pietro Novelli, Cesare Fracanzano e Jusepe de Ribera con la Maddalena in meditazione, Eterno Padre, Trinitas terrestris e San Girolamo e l'angelo del Giudizio.

La sala 91 espone uno dei capolavori del Ribera, ossia il Sileno ebbro, tuttavia non mancano pitture di Pietro Novelli e Francesco Fracanzano che aprono l'arte napoletana a una cultura europea: caratteristici inoltre i lavori del cosiddetto Maestro dell'Annuncio ai pastori che tratta temi sacri raffigurati in un tipico mondo pastorale, apprezzati anche nel resto d'Europa grazie all'opera di esportazione di mercanti d'arte quali Gaspar Roomer e Jan e Ferdinand van den Eynde.

Nella sala 92, oltre all'Interno di cucina di Francesco Fracanzano, sono caratteristici i lavori di Matthias Stomer, pittore olandese in attività tra Roma, Napoli e la Sicilia, che nonostante segua la scuola di Caravaggio si apre a delle sperimentazioni: nelle sue opere infatti, come l'Adorazione dei Pastori, la Cena in Emaus e la Morte di Seneca, gioca un ruolo fondamentale la luce, naturale o artificiale come quella di una candela, che illumina gli ambienti bui in cui è incentrata la scena.

La sala 93 ospita la seconda generazione di artisti napoletani formatisi nel primo decennio del XVII secolo, protagonisti di una pittura frutto delle sperimentazioni caravaggesche, con gli influssi di quella emiliana ed europea: sono esposti Giovan Battista Spinelli, vicino all'arte francese con il suo David con la testa di Golia, Francesco Guarini, con l'uso di ombre naturali ben visibili in Sant'Agata e Santa Cecilia al cembalo e angeli, e Andrea Vaccaro, uno dei massimi esponenti di questo periodo, con i suoi dipinti che mescolano sacro e profano, ben evidenziabile nel Trionfo di David e nell'Adorazione del vitello d'oro.

Nella sala 94 trovano spazio numerose opere di Bernardo Cavallino, un artista che riuscì a cogliere a pieno il gusto dell'epoca rivolgendosi a collezionisti che preferivano una pittura elegante e narrativa, fatta di tele di piccole dimensioni create per ornare i palazzi napoletani, con temi che si rifanno ai componimenti poetici di Torquato Tasso e di Giovan Battista Marino, e che descrivono la vita semplice e quotidiana; nella stessa sala inoltre è esposto Johann Heinrich Schönfeld, attento studioso di Cavallino.

La sala 95 è incentrata su quegli artisti che operano maggiormente tra gli anni trenta e quaranta del Seicento, ossia i vari Micco Spadaro, Salvator Rosa, Aniello Falcone e Andrea De Lione, i quali aprono a un nuovo tipo di pittura fatta di battaglie storiche e mitologiche, adatta quindi anche a rappresentare martiri di santi, in un'ambientazione poco sacra.

Nella piccola sala 96 sono esposte nature morte non napoletane: si tratta di rappresentazioni di Bartolomeo Bimbi, Carlo Maratta e Christian Berentz, dai toni un po' spenti ma che hanno goduto di particolare fama tra il Seicento e il Settecento.

Nella sala 97 si continua con le nature morte, questa volte però di artisti napoletani: si tratta di un genere molto in voga nella Napoli dell'epoca grazie alle influenze sempre più diffuse del barocco che partono dalla metà del XVII secolo; vengono quindi raffigurati pesci, fiori in vasi di cristallo e argento, frutta e agrumi ed i principali artisti artefici di nature morte esposte nella sala sono Luca Forte, Giovan Battista Ruoppolo, Giuseppe Recco, che si ispirano alla pittura naturalistica, con colori mediterranei, Andrea Belvedere e Paolo Porpora, influenzati invece dalla nascente vena artistica rococò, fatta di una pittura più delicata.

La sala 102 è interamente dedicata a Mattia Preti, artista che insieme a Luca Giordano rappresenta per circa un decennio uno dei più titolati in attività a Napoli: nella sala sono presenti due bozzetti preparatori per gli affreschi da realizzare sulle porte della città come ex voto per la fine della peste del 1656, e ancora tele come Ritorno del Figliuol prodigo, Convito di Assalonne e San Sebastiano, che mostrano il particolare punto di vista ribassato dell'autore.

La sala 103 è ad appannaggio di Luca Giordano nei cui lavori mostra tutte le novità della nascente corrente barocca e che si pone come anticipatore della cultura rococò: e quindi grandi spazi, figure dalla linea morbida con pelli rosate e capelli biondi sono ben visibile nelle tele come l'Estasi di san Nicola da Tolentino, l'Elemosina di san Tommaso da Villanova, la Madonna del Baldacchino, la Madonna del Rosario e la Sacra Famiglia ha la visione dei simboli della Passione.

Nella sala 104 sono esposte opere del Settecento napoletano con pittori come Francesco Solimena, erede di Luca Giordano, con i suoi caratteristici personaggi ritratti quasi in posa teatrale come si può notare nell'Enea e Didone, e ancora Paolo De Matteis, anch'egli della scuola di Giordano, Domenico Antonio Vaccaro e Francesco De Mura, autore di una pittura più elegante rispetto al suo maestro Solimena.

La sala 105 è dedicata ai bozzetti dei maggiori realizzatori di affreschi del Settecento: si tratta di testimonianze di opere a volte non concluse, come il bozzetto di San Domenico resuscita il nipote del cardinale Orsini, che Domenico Antonio Vaccaro realizza per la chiesa di San Domenico Maggiore, o andati perduti con il tempo, come Massacro dei Giustiniani a Scio, di Francesco Solimena; nella stanza inoltre sono in mostra Giacomo del Pò e Francesco De Mura.

La sala 106 conclude il percorso della pittura napoletana dal Duecento al Settecento, raccogliendo opere dell'ultima metà del XVIII secolo che segna l'avvento dei Borbone sul trono del regno di Napoli; i nuovi sovrani, come è possibile notare negli artisti esposti nell'ambiente, abbandonando quelli napoletani, se si fa eccezione per Giuseppe Bonito, e si aprono verso artisti con un respiro più europeo: è il caso di Gaspare Traversi, autore di una pittura ironica, Corrado Giaquinto e Pietro Bardellino, con pitture rococò e soggetti di stampo mitologico.

Sala degli Arazzi

La sala 62, conosciuta anche come Sala degli Arazzi, custodisce gli Arazzi della battaglia di Pavia, eseguiti tra il 1528 e il 1531, prendendo spunto da cartoni di Bernard van Orley e tessuti a Bruxelles come dimostra la sigla dell'arazziere William Dermoyen: nel 1531 sono stati donati dagli Stati Generali di Bruxelles all'imperatore Carlo V d'Asburgo e nel 1571 entrano a far parte delle collezioni di Francesco Ferdinando d'Avalos, fino al 1862, quando sono dati in dono allo Stato italiano da Alfonso d'Avalos e da qui trasferiti al museo di Capodimonte. Le sette opere prendono il titolo di:

Avanzata dell'esercito imperiale e attacco della Gendarmeria francese guidata da Francesco I;

Sconfitta della cavalleria francese; le fanterie imperiali si impadroniscono delle artiglierie nemiche;

Cattura del re di Francia Francesco I;

Invasione del campo francese e fuga delle dame e dei civili al seguito di Francesco I;

Invasione del campo francese: gli Svizzeri si rifiutano di avanzare nonostante gli interventi dei loro capi;

Fuga dell'esercito francese e ritirata del duca d'Alençon oltre il Ticino;

Sortita degli assediati e rotta degli Svizzeri che annegano in gran numero nel Ticino.

Collezione d'Avalos

Le sale 98, 99, 100 e 101 ospitano la collezione d'Avalos, ossia una raccolta privata iniziata nel Seicento dal principe di Montesarchio Andrea d'Avalos che collezionò e commissionò uno dei più importanti numeri di opere di artisti napoletani del XVII secolo, e donata prima allo Stato italiano e in seguito al museo di Capodimonte nel 1862: parte della collezione è quindi distribuita nelle quattro sale del museo, secondo la disposizione originale. La maggior parte delle opere tratta nature morte, ma anche temi storici, mitologici e letterari: ne sono quindi autori artisti come Pacecco De Rosa, Luca Giordano, con un vasto gruppo di tele, Andrea Vaccaro, Giuseppe Recco e Jusepe de Ribera con uno dei suoi capolavori, simbolo della maturità artistica, ossia Apollo e Marsia, su cui lo stesso Giordano basa la sua formazione.

Arte contemporanea

La collezione di arte contemporanea è stata inaugurata nel 1996, tuttavia già precedentemente nel museo erano state ospitate mostre su questo genere: nel 1978 infatti era stata presentata l'esposizione di Alberto Burri, mentre nel 1985 fu la volta di Andy Warhol, allestita in quello che all'epoca era chiamato Salone Camuccini, in seguito divenuto sala 2, e scelto per ospitare eventi di arte contemporanea, ruolo che ha assolto dal 1986 al 1991 con le mostre di Gino De Dominicis nel 1986, Mario Merz nel 1987, Carlo Alfano e Sol LeWitt nel 1988, Michelangelo Pistoletto, Luciano Fabro e Jannis Kounellis nel 1989, Eliseo Mattiacci nel 1991, anno in cui si concluse il ciclo di mostre con quella di Sigmar Polke, per consentire i lavori di restauro del museo; alla sua riapertura si decise per un'esposizione permanente di opere contemporanee.

La galleria ha inizio con tre opere realizzate in situ, ospitate in tre stanze: la prima, chiamata Senza titolo, di Jannis Kounellis, è creata con orci, ferri, sacchi e carbone, la seconda prende il titolo di Indizi di Daniel Buren, ossia delle installazioni di carta adesiva colorata su cartongesso e pavimento in marmo, e la terza è intitolata Grande Cretto Nero, un pannello di Alberto Burri in maiolica e smalto. Altre opere contemporanee sono esposte nella sala 82, e realizzate con i più disparati materiali, come olio su tela, bronzo, ferro, vetro, legno dipinto e tempere, da artisti come Guido Tatafiore, Renato Barisani, Domenico Spinosa, Augusto Perez, Gianni Pisani, Raffaele Lippi, Lucio Del Pezzo, Carmine Di Ruggiero e Mario Persico.

Terzo piano

Il terzo piano ospita il prosieguo della collezione di arte contemporanea, la Galleria dell'Ottocento e la sezione fotografica.

La sezione di arte contemporanea continua dal secondo piano: nell'ambiente ricavato nel sottotetto della reggia di Capodimonte trova sede l'installazione di Mario Merz, Onda d'urto, realizzata con ferro, neon, giornali, pietre e vetro, quella di Joseph Kosuth, Un'osservazione grammaticale, una scritta su parete illuminata da neon e specchi e quella di Carlo Alfano, Camera, con bussole in alluminio, grafite e neon. Tra le altre opere, quella di maggior prestigio è Vesuvius di Andy Warhol, a cui si aggiungono le opere di Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Hermann Nitsch, Sigmar Polke, Gino De Dominicis, Joseph Kosuth, Michelangelo Pistoletto, Luigi Mainolfi e Ettore Spalletti.

La Galleria dell'Ottocento espone opere di artisti acquistate o donate al museo nel periodo immediatamente successivo all'Unità d'Italia: si tratta sia di autori napoletani sia di altri provenienti da diverse zone d'Italia, in modo tale da formare un unico linguaggio figurativo nazionale che sia in grado di cogliere gli aspetti storici, sociali, naturalistici e culturali del periodo. La collezione si apre con le due personalità più di spicco del momento, ossia Domenico Morelli e Filippo Palizzi, più votato alle raffigurazioni naturalistiche. Degno di nota è il filone degli artisti appartenenti alla Scuola di Resìna, come Marco De Gregorio, Federico Rossano, Michele Cammarano e Giuseppe De Nittis. Caratteristici inoltre Gioacchino Toma concentrato verso la comprensione degli stati d'animo, raffigurati con pacatezza e tranquillità, Vincenzo Migliaro, Francesco Paolo Michetti, rivolto a scene di vita popolare, Antonio Mancini, le cui opere hanno per protagonisti i bambini del popolo, e ancora Giovanni Boldini, Francesco Saverio Altamura, Giacomo Balla e Giuseppe Pellizza da Volpedo.

La sezione fotografica è stata inaugurata nel 1996 ed è composta da cinquantadue fotografie opera di Mimmo Jodice che ritraggono i protagonisti della fase della cultura napoletana che va dal 1968 al 1988, con soggetti come Emilio Notte, Nino Longobardi, Andy Warhol e Joseph Beuys.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Milano 2
Orari
Th-Tu 08:30-19:30
Telefono
+39 081 749 9111
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museocapodimonte.beniculturali.it

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Maschio Angioino

Castello · Napoli

Maschio Angioino

Castel Nuovo, comunemente noto come Maschio Angioino, è uno storico castello medievale e rinascimentale, nonché uno dei simboli della città di Napoli.

Il castello domina la scenografica piazza Municipio ed è sede della Società Napoletana di Storia Patria e del comitato di Napoli dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, ospitato nei locali della SNSP. Nel complesso è situato anche il Museo civico, cui appartengono la cappella Palatina e i percorsi museali del primo e secondo piano. La Fondazione Valenzi vi ha la sua sede di rappresentanza, inaugurata il 15 novembre 2009 dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed altre autorità, nell'ambito della celebrazione dei cento anni dalla nascita di Maurizio Valenzi.

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Storia
Le origini e il periodo angioino

La costruzione del suo nucleo antico - oggi in parte riemerso in seguito ad interventi di restauro ed esplorazione archeologica - si deve all'iniziativa di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea.

La presenza di una monarchia esterna aveva impostato l'urbanistica di Napoli intorno al centro del potere regale, costituendo un polo urbanistico alternativo, formato dal porto e dai due principali castelli ad esso adiacenti, Castel Capuano e Castel dell'Ovo. Tale rapporto tra corte regale e urbanistica cittadina si era manifestato già con Federico II, che nel XIII secolo, nello statuto svevo aveva concentrato le maggiori attenzioni sui castelli trascurando affatto le mura cittadine. Ai due castelli esistenti gli Angioini aggiunsero il principale, Castel Nuovo (Chastiau neuf), che fu non solo fortificazione ma soprattutto la loro grandiosa reggia.

La residenza reale di Napoli era stata fino ad allora Castel Capuano, ma l'antica fortezza normanna venne giudicata inadeguata alla funzione e il re volle edificare un nuovo castello in prossimità del mare.

Assegnato il progetto all'architetto francese Pierre de Chaule, i lavori per la costruzione del Castrum Novum presero il via nel 1279 per terminare appena tre anni dopo, un tempo brevissimo viste le tecniche di costruzione dell'epoca e la mole complessiva dell'opera. Il re tuttavia non vi dimorò mai: in seguito alla rivolta dei Vespri siciliani, che costò all'Angioino la corona di Sicilia, conquistata da Pietro III d'Aragona e ad altre vicende, la nuova reggia rimase inutilizzata fino al 1285, anno della morte di Carlo I.

Il nuovo re Carlo II lo Zoppo si trasferì con la famiglia e la corte presso la nuova residenza, che fu da lui ampliata e abbellita. Durante il suo regno la Santa Sede fu particolarmente legata alla casa d'Angiò, in un rapporto turbolento, che anche negli anni successivi sarà scandito da pressioni, alleanze e rotture continue. Il 13 dicembre del 1294 la sala maggiore di Castel Nuovo fu teatro della celebre abdicazione di papa Celestino V, l'eremita Pietro da Morrone, dal trono pontificio, colui che fece, secondo Dante il gran rifiuto e il 24 dicembre successivo, nella stessa sala il collegio dei cardinali elesse pontefice Benedetto Caetani, che assunse il nome di Bonifacio VIII e trasferì immediatamente la sua sede a Roma per sottrarsi alle ingerenze della casata angioina.

Con l'ascesa al trono di Roberto il Saggio, nel 1309, il castello, da lui ristrutturato e ampliato, divenne un notevole centro di cultura, grazie al suo mecenatismo e alla sua passione per le arti e le lettere: Castel Nuovo ospitò importanti personalità della cultura del tempo, come i letterati Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio nelle loro permanenze napoletane, mentre i più famosi pittori dell'epoca vennero chiamati ad affrescarne le pareti: Pietro Cavallini, Montano d'Arezzo, e soprattutto Giotto, che nel 1332, venne qui chiamato per la cappella Palatina.

Dal 1343 fu dimora di Giovanna I, che nel 1347, in fuga verso la Francia, lo abbandonò agli assalti dell'esercito del re d'Ungheria Luigi I il Grande. Questi era giunto a vendicare la morte del fratello Andrea, il marito di Giovanna, ucciso da una congiura di palazzo che la stessa regina fu sospettata aver istigato. Il castello venne saccheggiato e al suo ritorno la regina fu costretta ad una radicale ristrutturazione. Durante la seconda spedizione di Luigi contro Napoli il castello, dove la regina aveva trovato rifugio, resistette agli assalti. Negli anni successivi la fortezza subì altri attacchi: in occasione della presa di Napoli da parte di Carlo III di Durazzo e successivamente di quella di Luigi II d'Angiò, che la sottrasse al figlio di Carlo III, Ladislao I. Quest'ultimo, riconquistato il trono nel 1399, vi abitò fino alla morte, nel 1414.

Giovanna II successe al fratello Ladislao e ascese al trono come ultima sovrana angioina. La regina, dipinta come una donna dissoluta, lussuriosa, sanguinaria, avrebbe ospitato nella sua alcova amanti di ogni genere ed estrazione sociale, addirittura rastrellati dai suoi emissari fra i giovani popolani di bell'aspetto. Per tutelare il suo buon nome, Giovanna non avrebbe esitato a disfarsi di loro appena soddisfatte le sue voglie. Proprio a questo proposito si è narrato per secoli che la regina disponesse, all'interno del castello, di una botola segreta: i suoi amanti, esaurito il loro compito, venivano gettati in questo pozzo e divorati da mostri marini. Secondo una leggenda sarebbe stato addirittura un coccodrillo, giunto dall'Africa fino ai sotterranei del castello dopo aver attraversato il Mediterraneo, l'artefice dell'orrenda morte degli amanti di Giovanna.

Gli Aragonesi

Alfonso d'Aragona, che aveva conquistato il trono di Napoli nel 1443, volle stabilire nel castello la funzione di centro del potere regale e una corte di magnificenza tale da competere con quella fiorentina di Lorenzo il Magnifico. La fortezza venne completamente ricostruita nelle forme attuali. Re Alfonso affidò la ristrutturazione della vecchia reggia-fortezza angioina ad un architetto aragonese, Guillem Sagrera, catalano originario di Maiorca, che la concepì in termini gotico-catalani.

Le cinque torri rotonde, quattro delle quali inglobavano le precedenti torri angioine a pianta quadrata, più adatte a sostenere i colpi delle bocche da fuoco dell'epoca, ribadivano il ruolo difensivo del castello. L'importanza dell'edificio come centro del potere regale venne invece sottolineata dall'inserimento in corrispondenza del suo ingresso dell'arco trionfale, capolavoro del Rinascimento napoletano ed opera di Francesco Laurana oltre a molti artisti di varia provenienza. I lavori si svolsero a partire dal 1453 e si conclusero solo nel 1479, dopo la morte del re.

Nella "sala dei Baroni" si svolse nel 1487 l'epilogo della famosa congiura dei baroni ordita contro re Ferdinando I, figlio di Alfonso, da numerosi nobili, capeggiati da Antonello II di Sanseverino, principe di Salerno, e da Francesco Coppola, conte di Sarno. Il re invitò tutti i congiurati in questa sala col pretesto di una festa di nozze che segnasse il superamento delle ostilità e la definitiva riconciliazione. I baroni accorsero, ma il re, dopo aver ordinato ai suoi soldati di sbarrare le porte, li fece arrestare tutti, punendo molti di loro, fra cui il Coppola e i suoi figli, con la condanna a morte. Nella metà del secolo il castello fu immortalato nella celebre Tavola Strozzi, e più tardi anche nella Cronaca figurata del '400 che descrive l'inizio delle disastrose guerre d'Italia.

Sul finire del XV secolo al castello fu aggiunta alla torre del Beverello un'altra finestra crociata che sostituì la precedente bifora posta al terzo piano della torre.

Il vicereame e l'inizio della decadenza di Castel Nuovo

Il castello venne nuovamente saccheggiato ad opera di Carlo VIII di Francia, nel corso della sua spedizione del 1494. Con la caduta di Ferdinando II prima (1496) e di Federico I in seguito (1503), il regno di Napoli venne annesso alla corona di Spagna da Ferdinando il Cattolico, che lo costituì in vicereame. Castel Nuovo perse la funzione di residenza reale, diventando un semplice presidio militare a motivo della sua posizione strategicamente importante; durante il lungo periodo del vicereame il castello subì vari danni perdendo gran parte degli ornamenti esterni in gotico fiammeggiante e in stile rinascimentale.

Tra i maggiori danni della metà del XVI secolo e di tutto il XVIII secolo quello più evidente è stata la sostituzione delle finestre francesi angioine realizzate in pietra e a croce (finestre guelfe), con scarne finestre di muratura e contornate secondo il gusto seicentesco da un riquadro grigio. La cancellazione del passato angioino e poi aragonese non era dettato dai soli motivi di funzionalità (nel Seicento era una prigione), ma anche da motivi politici: i nuovi dominatori spagnoli dovevano cancellare sia il ricordo di Napoli angioina che quella aragonese e per farlo era necessario anche abbatterne o modificarne gli ornamenti. Questo fu durante la dominazione spagnola in Italia (non solo a Napoli) una prassi. Per fare un altro esempio anche il monastero gotico di Santa Chiara subì la medesima sorte. Il castello nel XVI secolo ospitava ancora raramente i re di Spagna che giungevano in visita a Napoli, come lo stesso imperatore Carlo V, che vi abitò per un breve periodo nel 1535.

Tra i più deleteri interventi che furono realizzati durante il vicereame spagnolo fu la cancellazione di ben quattro affreschi di Giotto (realizzati nel '300) che decoravano la cappella Palatina. Oltre alla mano dell'uomo anche l'incuria impoverì il castello di molti stucchi e decorazioni. Nel XX secolo per un incendio scoppiato nella sala dei Baroni andarono perduti altri dipinti eseguiti da Giotto.

Nel corso del periodo vicereale, dopo la realizzazione dei bastioni poligonali che circondarono il castello, l'area tra il castello e i bastioni vicereali divenne vittima di abusivismi edili, alloggi improvvisati ecc. Tutto ciò segnò l'inizio del declino del castello, costretto a non respirare più per secoli e in seguito completamente coperto da edifici e capannoni di varia natura.

I Borbone di Napoli

Il castello venne nuovamente sistemato da Carlo di Borbone, futuro Carlo III di Spagna, salito al trono di Napoli nel 1734, il quale sostituì la caotica facciata del lato est (ormai le superfetazioni di età vicereale avevano totalmente stravolto l'aspetto del castello) con un casermone di cinque piani, coperto da un tetto a spiovente, forse mansardati, come nello stile degli edifici borbonici allora in voga. Il castello perdette tuttavia il suo ruolo di residenza reale, in favore delle nuove regge che si andarono edificando nella stessa Napoli e nei suoi dintorni (il Palazzo reale di piazza del Plebiscito, la Reggia di Capodimonte, la Villa reale di Portici e la Reggia di Caserta) e divenne essenzialmente un simbolo della storia e della grandezza di Napoli. Un altro intervento vi fu nel 1823 ad opera di Ferdinando I delle Due Sicilie, che però riguardò solo la facciata nord che affacciava a mare del castello, vennero recuperate le finestre crociate in forte stato di degrado e si tentò di recuperare la facciata al mare della cappella Palatina. Questi interventi furono immortalati in una stampa francese del 1855.

L'ultimo evento importante risale al 1799, quando vi fu proclamata la nascita della Repubblica Partenopea. In seguito ospitò l'"arsenale di artiglieria" e un "officio pirotecnico" che nel 1837 si stimò più prudente trasferire nella Real Fabbrica d'Armi di Torre Annunziata.

Seppur furono ben due gli interventi per recuperare il castello in età borbonica, si deve aggiungere che furono interventi con dei loro limiti (non esisteva ancora una teoria completa del restauro) e che non riuscirono a salvare il castello dalla continua crescita abusivista che coinvolse Napoli tra il periodo vicereale fino al primo dopoguerra.

Dal primo dopoguerra ad oggi

Il nuovo secolo ereditò un castello in forte stato di degrado, le facciate esterne erano state completamente inglobate tra i residui delle casematte vicereali, fabbricati ed altri edifici sorti tra la fine del XVII secolo e la fine del XVIII secolo. Le merlature erano pressoché sparite e le finestre del XIV e XV secolo erano state rimaneggiate fino a perdere qualsiasi caratteristica medievale e rinascimentale. Ciò che caratterizzava il castello erano dunque degrado e abbandono. Agli inizi del Novecento si decise quindi di recuperare il castello, liberarlo dagli abusivismi e dai capannoni e farlo tornare, almeno per quanto riguarda le facciate esterne al XV secolo; la documentazione iconografica di riferimento furono la Tavola Strozzi, le miniature del Ferraiolo (fine XV secolo) e le raffigurazioni del golfo di Napoli agli inizi del XVI secolo. Agli inizi del Novecento vennero abbattuti tutti gli edifici sorti ammassati sul castello, recuperando un ampio spazio e facendo tornare a vista le antiche mura medievali. Fu abbattuto l'ala-caserma voluta sotto i Borbone e riemersero anche qui le mura quattrocentesche. Ottenuto finalmente dallo Stato l'intero castello a scopi civili, i lavori cominciarono nel 1923 e interessarono anche le fabbriche e i capannoni costruiti a ridosso della piazza in luogo dei demoliti bastioni: già l'anno successivo tutti i vari edifici furono eliminati e fu creata la spianata dove furono realizzati dei giardini sul lato dell'odierna via Vittorio Emanuele III.

Negli anni Venti fu realizzata l'ampia fascia di aiuole che costeggiò il Maschio Angioino fino alla fine del XX secolo: nei primi mesi del 1921 il conte Pietro Municchi, ingegnere allora assessore al decoro urbano, presentò al Consiglio Comunale la proposta dell'isolamento del Castel Nuovo. Fu risparmiata soltanto la porta della Cittadella, l'originario accesso aragonese al complesso, rifatto nel 1496 da Federico d'Aragona (come testimonia il suo stemma presente sull'arco): isolata e snaturata della sua funzione, è visibile tra le aiuole squadrate lungo via Vittorio Emanuele III. I lavori relativi al restauro del castello, che eliminarono le molte superfetazioni aggiunte nel tempo, durarono fino al 1939. Durante questi lavori furono necessari anche dei lavori di ripulitura e restauro che eliminarono gli edifici sorti fra XVII e XIX secolo a ridosso del castello e riuscirono a restituire al castello parte del suo stile ormai perduto; tuttavia, dato la disastrata condizione dei tetti e delle tegole (sull'ala Don Pedro de Toledo e sulla cappella Palatina e la sala dei Baroni), fu necessario rimuovere le coperture. Ciò nonostante non furono mai ricostruiti i tetti a falde e negli anni '70 si preferì poi ricoprire il "terrazzo" con la guaina, creando un effetto fortemente antiestetico e antistorico oltre che antifunzionale. Negli anni '40 il castello appariva all'esterno in stile totalmente medievale, furono riaperte le finestre crociate murate, le merlature erano state recuperate. Sebbene lodevoli questa campagna di restauri non riuscì a recuperare lo stile angioino e aragonese anche nel cortile interno. Difatti ben due facciate (ala sud e ala ovest) risalgono al XVII secolo, la facciata est al 1535, mentre l'unica ala quattrocentesca rimasta sarebbe quella nord, con l'ingresso della cappella Palatina e la scalinata che da alla Sala dei Baroni. Oggi il castello presenta problemi di natura statica all'ingresso, non è possibile camminare lungo le merlature bastionate che circondano le torri, e molte sale e persino le torri restano chiuse al pubblico; il problema maggiore va ricercato nella mancata manutenzione che separa il dopoguerra (segnato da una straordinaria, quanto però incompleta, visto anche il progetto faraonico, opera di restauro) dai giorni odierni, dove la mancata manutenzione dei 70 anni appena trascorsi, sommato a delle revisioni che andrebbero fatte, rendono il restauro del castello simbolo della città e della sua storia urgente.

Descrizione
Struttura architettonica

Della fortezza angioina rimane la cappella Palatina, alcune torri e le mura e le finestre a croce francesi accanto alla cappella.

Il castello in parte ricostruito da Alfonso d'Aragona si presenta di pianta irregolarmente trapezoidale ed era difeso da cinque grandi torri cilindriche, quattro rivestite di piperno e una in tufo, e coronate da merli su beccatelli. Le tre torri sul lato rivolto verso terra, dove si trova l'ingresso, sono le torri "di San Giorgio", "di Mezzo" (che crollò alle ore 11:30 del 4 agosto 1876) e "di Guardia" (da sinistra a destra), mentre le due sul lato rivolto verso il mare prendono il nome di torre "dell'Oro" e di torre "di Beverello" (ancora da sinistra a destra). Il castello è circondato da un fossato e le torri si elevano su grandi basamenti a scarpata, nei quali la tessitura dei blocchi in pietra assume disegni complessi, richiamando esempi catalani.'

La scala interna ad ognuna delle torri, è chiamata volgarmente scala catalana. La stessa porta sul tetto del castello, dove in passato venivano poste le vedette di guardia per controllare dall'alto un eventuale arrivo dei nemici.

Sul lato settentrionale si apre, presso la torre "di Beverello", una delle finestre crociate della Sala dei Baroni; mentre altre due finestre si affacciano sul lato orientale, una verso il mare e l'altra, lungo la parete di fondo della Cappella Palatina, con monofora tra due strette torri poligonali. Protetto dall'altra torre angolare detta "dell'Oro", segue poi un corpo di fabbrica avanzato che, in origine, sosteneva una loggia e un tratto rientrante con due logge sovrapposte.

Sul lato meridionale, di fronte al Molo Beverello, si sovrappone infine un lungo loggiato.

Cronologia dell'edificazione
XIII secolo

1279: Inizia l'edificazione del Maschio Angioino (Castelnuovo, Chastiau neuf, Chateau neuf, Chastel neuf).

1285 Roberto il Saggio fa edificare la Cappella Palatina in forme gotico-francesi

XIV secolo

1309 Roberto il Saggio inizia una nuova fase di lavori e fortificazione complessiva del castello, che vede il completamento delle torri angolari a base quadrata

1309-1334 Inizia la prima fase di splendore del castello. Roberto il saggio, brillante mecenate ospita a corte personalità del calibro di Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Pietro Cavallini, Montano d'Arezzo e Giotto

1330 Giotto termina il ciclo di dipinti nella Cappella Palatina che riprendeva le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento.

1333 Giotto termina il ciclo di dipinti presente nella Sala dei Baroni (all'epoca chiamata Sala del trono). Gli affreschi raffiguravano gli uomini e le donne illustri dell'antichità: Sansone, Ercole, Salomone, Paride, Ettore, Achille, Enea, Alessandro e Cesare, con le loro "compagne".

1343-1347: Campagna di lavori voluti da Giovanna I, vengono aperte nell'odierna la Carlo V nuove finestre bifore, fanno la loro comparsa le prime finestre a croce guelfa

XV secolo

1442: Alfonso I d'Aragona conquista il Regno di Napoli; comincia la dinastia Aragonese

1452-1479: Vengono fatti numerosi lavori al castello: Le precedenti torri quadrate di età angioina vengono sostituite da cinque torri a base rotonda, interamente in piperno

Vengono aperte nella Sala dei Baroni le due famose finestre a croce che affacciano al mare, tra di esse si erge un camino con due spalti per i musici.

1452-1471: Viene costruito l'Arco trionfale

1460, Guilleim Sagrera viene chiamato per modernizzare la Sala dei Baroni che prende la forma attuale, viene rinnovata la volta della sala secondo il nuovo gusto del gotico-catalano.

1460-70: Viene ultimato il Balconcino del re Ferrante in chiave gotico flamboyant, Il balcone che viene aperto nella Sala dei Baroni, affaccia nel cortile interno del castello, le ringhiere, in pietra traforata riprendono il motivo di fiamma presente sotto al balcone, Lo stesso traforo viene utilizzato per completare con delle ringhiere in pietra gli spalti dei musici nella Sala dei Baroni. Queste eleganti decorazioni gotico flamboyant andranno distrutte durante l'incendio del 1919.

1450-1470: Vengono aperte nuove finestre a croce nella sala dell'armeria, negli stessi anni è ultimato il rinnovamento in chiave tardo-gotica della torre campanaria della cappella palatina. Sotto la volta gotica antistante l'arco trionfale vengono inseriti i simboli esoterici di Alfonso I

1470: Viene trasformata la monofora posta al secondo piano della torre del Beverello del castello, che si trasforma in una finestra tardogotica ad arco inflesso

1472-1477: In questi anni Matteo Forcimanya sostituisce il precedente rosone gotico-angioino con uno tardogotico-catalano, negli stessi anni viene ultimato nelle forme del gotico-flamboyant il balconcino del re Ferrante I

Anni '80-'90 del '400: Vengono ultimate le nuove mura difensive di Napoli

1494 Il portone bronzeo del castello è colpito da una palla di cannone lanciata dall'esercito del re di Francia Carlo VIII, cominciano le guerre d'Italia (1494-1559).

Prima dispersione di alcuni arredi ed arazzi fiamminghi

XVI secolo

1500-1504: Le torri del Beverello e dell'Oro sono coperte da un tetto conico. Nello stesso periodo La finestra monofora al terzo piano della torre del Beverello è sostituita da una crociata.

Anni '20 del '500: La finestra del primo piano della Torre del Beverello è sostituita da una finestra timpanata

Anni '20-'30: L'odierna sala Don Pedro de Toledo viene modificata dal viceré spagnolo, in attesa di una visita dell'Imperatore Carlo V. Le finestre trecentesche ancora di epoca angioina vengono parzialmente murate e fanno spazio a finestre quadrotte

Anni '40: Carlo V, trasforma l'ex residenza reale e dimora signorile in prigione, comincia la decadenza del castello, la sala del trono viene smantellata e altri arredi cominciano ad essere dispersi, alcuni preziosi codici custoditi nella biblioteca del castello vengono in parte trafugati.

Viene costruita la Cappella delle Anime del Purgatorio

Seconda metà del cinquecento: Servendo come prigione il castello e armeria subisce continue modifiche, a causa della lottizzazione delle ale.

Fine del secolo: Le coperture coniche alle torri che danno al mare vengono rimosse. Le merlature medievali vengono distrutte e sostituite da merlature seicentesche

XVII secolo

Continua la decadenza economica, politica e sociale del Viceregno Spagnolo.

Per tenere a bada la popolazione sempre più insofferente verso i dominatori, gli spagnoli abbattono le mura aragonesi e le sostituiscono a quelle vicereali. Il castello viene quindi recintato all'interno di bastioni poligonali che lo rendono meno visibile alla popolazione.

anni '30/'40 del seicento: Vengono imbiancate le mura della Cappella Palatina affrescate tre secoli prima da Giotto.

Seconda metà del seicento: Viene portato a compimento la dispersione totale dell'arredo angioino-aragonese.

In seguito ad un terremoto (1630) la torre campanaria tardo-gotica a base ottagonale viene sostituita da una barocca a base quadrata

La Cappella Palatina è rifatta in forme barocche dagli spagnoli, che, coprono la precedente struttura gotica ed eliminano gran parte degli ornamenti medievali

1667: Incendio nell'armeria (Sala Carlo V), l'ala è rifatta in forme barocche seguendo lo schema dei casermoni, le mura superstiti e con esse le finestre quattrocentesche vengono murate.

Le casematte e gli alloggi delle guardie crescono in maniera caotica all'interno delle mura vicereali, arrivando anche ad essere addossate alle torri

XVIII secolo

Agli inizi del XVIII secolo il castello perde la sua connotazione carceraria e diventa un deposito, fin quanto non finisce per essere abbandonato. Durante questa fase nascono capannoni e concerie a ridosso del castello, il fossato vicereale viene colmato.

1734: Parte del castello viene trasformato in una caserma, Carlo III di Borbone ingloba la facciata est in un casermone settecentesco di cinque piani

Seconda metà del '700: Inizia una nuova fase di degrado del castello che alla fine del secolo viene nuovamente abbandonato

Il castello viene danneggiato dal tempo

1799: Il castello diventa a seguito della Rivoluzione Partenopea un deposito armi

XIX secolo

1823: Ferdinando I delle due Sicilie restaura la facciata che dà al mare, liberandola parzialmente dalle superfetazioni seicentesche

Con la crisi del regno borbonico si apre una nuova fase di abusivismo edilizio, in seguito alla rivoluzione industriale si moltiplicano i capannoni industriali che coprono totalmente il castello.

1861: Unità d'Italia

1871 Crolla la torre di guardia

1885: In seguito alla grave epidemia di colera viene varato il Risanamento di Napoli, parte della città viene sventrata e con essa il castello inizia ad essere oggetto di nuovo interesse dal punto di vista storico ed artistico

XX secolo

Anni '90 del novecento: Comincia la demolizione dei primi capannoni.

1919, un incendio danneggia la Sala dei Baroni, parte delle decorazioni vanno perdute.

Negli anni Venti vengono abbattute le fabbriche a ridosso del castello viene realizzata l'ampia fascia di aiuole che costeggiò il Maschio Angioino fino alla fine del XX secolo: nei primi mesi del 1921 il conte Pietro Municchi, ingegnere allora assessore al decoro urbano, presenta al Consiglio Comunale la proposta dell'isolamento del Castel Nuovo.

1921: Inizia il restauro Filangieri

1921- II dopoguerra: Il castello è oggetto di una grandissima opera (anche se in parte rimasta incompiuta) di restauro, che restituisce il castello alla sua fase quattrocentesca. Abbattuto il casermone settecentesco (lato est) torna alla luce il muro di cinta quattrocentesco

Vengono riaperte le finestre quattrocentesche superstiti, eliminata parti delle superfetazioni dei XVII-XIX secolo, ricostruita la merlatura medievale, riaperto il fossato aragonese

In seguito alla seconda guerra mondiale, la Cappella Palatina, rimasta danneggiata viene riscoperta nelle sue originarie forme gotiche

Seconda metà del XX secolo: Il comune stabilisce i suoi seggi nella Sala Major(dei Baroni)

XXI secolo

2003-in corso: Iniziano i lavori a Piazza Municipio

2021: Inizia un secondo ciclo di restauri per quanto riguarda l'arco di trionfo del magnanimo

2022: A causa delle condizioni nuovamente degradate del castello e alla caduta di alcuni calcinacci viene recintato

2022-2023: Vengono stanziati 13 milioni per il restauro, la messa in sicurezza e il recupero del castello

Arte e architettura
Arco trionfale

Tra le due torri che difendono l'ingresso (torri "di Mezzo" e "di Guardia") venne eretto un arco di trionfo in marmo, destinato a celebrare il ricordo dell'ingresso di re Alfonso nella capitale, quest'ultimo scolpito sul punto più alto dell'arco. L'opera trae ispirazione dagli archi di trionfo romani. Un arco inferiore, inquadrato da colonne corinzie binate, presenta sui fianchi del passaggio rilievi che raffigurano Alfonso tra i congiunti, i capitani e i grandi ufficiali del regno; sull'attico il rilievo raffigurante il Trionfo di Alfonso. Un secondo arco si sovrappone al primo, con colonne ioniche binate, e doveva ospitare la statua del re. Sull'attico le statue delle quattro virtù (Temperanza, Giustizia, Fortezza e Magnanimità), collocate entro nicchie, sormontate da un coronamento a forma di timpano semicircolare, con Figure di fiumi e in cima la statua di San Michele. Le sculture sono attribuite ad importanti artisti del tempo: Guillem Sagrera, Domenico Gagini, Isaia da Pisa e Francesco Laurana.

Cappella Palatina

Sul lato del castello rivolto al mare si affaccia la parete di fondo della "cappella Palatina", o chiesa di "San Sebastiano" o di "Santa Barbara", unico elemento superstite del castello angioino trecentesco. Sebbene danneggiata nel terremoto del 1456, la cappella è stata in seguito restaurata. La facciata sul cortile interno presenta un portale rinascimentale con rilievi di Andrea dell'Aquila e di Francesco Laurana e un rosone, rifatto in epoca aragonese dal catalano Matteo Forcimanya per sostituire quello del trecento distrutto da un terremoto.

In fondo alla cappella, vi è una scala a chiocciola accessibile da una porta a sinistra che consentiva di salire alla "sala dei Baroni". All'interno, illuminato da alte e strette finestre gotiche, si conservano solo scarsi resti dell'originaria decorazione affrescata, opera di Maso di Banco e un ciborio di Jacopo della Pila, datato alla fine del Quattrocento. Vi risultano presenti, però, anche altri cicli di affreschi del XIV secolo provenienti dal castello del Balzo di Casaluce.

Gli affreschi che occupano la parete destra della cappella, invece, sono effettuati da Maso di Bianco e presentano richiami alla cultura gotico-avignonese. Quelli sulla parete sinistra, invece, sono di altri artisti fiorentini.

L'interno fu affrescato inoltre anche da Giotto verso il 1330, che riprendeva le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento. Il contenuto di questo ciclo d'affreschi è quasi interamente perduto anche se ve ne rimane una parte decorativa negli sguanci delle finestre che ricordano quelli della cappella Bardi in Santa Croce a Firenze. Inoltre, è descritto, nei versi di un autore anonimo in una raccolta di sonetti del 1350 circa, l'intero lavoro di Giotto riguardante la cappella.

La cappella raccoglie, infine, pregevoli sculture effettuate da artisti che lavorarono anche all'arco trionfale di Alfonso d'Aragona (XV secolo). Le stesse sculture, risultano essere eccellenti esempi del Rinascimento napoletano.

Una di queste è il Tabernacolo con la Madonna e il Bambino, capolavoro giovanile di Domenico Gagini, allievo di Donatello e Brunelleschi.

Inoltre, vi sono presenti altre due sculture di particolare rilievo, entrambe chiamate Madonna in trono col Bambino, ed entrambe di Francesco Laurana, scolpite durante due suoi diversi soggiorni a Napoli. Una delle due, è stata portata al castello pur non facendovene parte, in quanto, fu scolpita per la chiesa di Sant'Agostino alla Zecca.

Sala dei Baroni

La Sala dei Baroni, nata come "Sala del Trono", è la sala principale del Maschio Angioino. Chiamata sala Maior, questa fu voluta da Roberto D'Angiò e venne chiamato per l'occasione Giotto, che eseguì il ciclo di affreschi intorno al 1330. Tale ciclo, però, oggi è testimoniato solo da una raccolta di sonetti di un anonimo autore databili intorno al 1350 in quanto interamente perduto. Gli affreschi raffiguravano gli uomini e le donne illustri dell'antichità: Sansone, Ercole, Salomone, Paride, Ettore, Achille, Enea, Alessandro e Cesare, con le loro "compagne".

Sotto il dominio aragonese, più precisamente di Alfonso d'Aragona (1442-1458), la sala fu rifatta da Guillem Sagrera che ne ampliò gli spazi e le dimensioni.

La sala prenderà il nome di "Sala dei Baroni" dal fatto che intorno al 1487 alcuni dei baroni che congiurarono contro Ferrante I d'Aragona, furono da lui invitati in questo luogo, con la scusa di dover celebrare le nozze della nipote. In realtà questa era nient'altro che una trappola; i baroni presenti furono invece arrestati e messi subito a morte.

Collocata all'angolo della torre "di Beverello", tra il lato settentrionale e il lato orientale, rivolto al mare, l'ampia sala è coperta da una volta a ombrello (oppure "a creste e vele") con lunette a sesto acuto ribassato, rafforzata da costoloni (o nervature) che convergono al centro con un luminoso oculo. Nei quattro angoli della sala, che idealmente dovrebbe essere quadrata (in realtà è rettangolare 26 m × 28 m) col fine di rappresentare simbolicamente la terra che sta sotto al cielo, si trovano una sorta di pennacchi a cuffia o archi e volte digradanti verso i vertici con lo scopo di raccordare la muratura che costituisce l'ottagono (forma poligonale associata al cerchio e quindi simbolicamente al cielo) con quella sottostante che forma il quadrato. Nelle lunette a sesto acuto ribassato, quelle intorno alla volta, vi sono delle piccole finestre, che servivano ai soldati per vigilare sulla persona del re quando questi riceveva visite o ambasciatori. L'accesso a tale posizione della sala, era possibile tramite la scala elicoidale (scala catalana) in piperno ed in pietra di tufo, posta nell'adiacente torre del Beverello e realizzata anch'essa da Guillem Sagrera, in occasione dei lavori che interessarono tutto l'ambiente reale. Il pavimento della sala era decorato con maiolica invetriata bianca e azzurra, provenienti da Valencia.

Sul lato rivolto verso il mare, tra due finestre crociate aperte verso l'esterno, si trova un grande camino, sormontato da due palchi per musicisti.

Tra le opere d'arte ancora presenti nella sala c'è il marmoreo portale bifronte di Domenico Gagini, due bassorilievi sui quali sono raffigurati il corteo trionfale di Alfonso V d'Aragona e l'ingresso del re nel castello, un portale catalano attraverso il quale si accede alla Camera degli Angeli.

La sala, sebbene danneggiata da un incendio nel 1919, conserva ancora il suo antico aspetto, ma parte della decorazione scultorica di Pere Johan di Barcellona è dispersa. Attualmente ospita le riunioni del Consiglio Comunale di Napoli.

Sala dell'Armeria

Sala che svolgeva la funzione da cui ha preso il nome, situata alla sinistra della cappella Palatina, al livello inferiore rispetto alla sala dei Baroni.

Durante alcuni lavori di restauro del cortile del castello, sono stati rinvenuti importanti reperti archeologici di epoca romana del I secolo a.C. e del V secolo, oggi visibili grazie a un pavimento in vetro trasparente sotto al quale sono conservati i resti.

Cappella delle Anime del Purgatorio

Fu costruita nella seconda metà del XVI secolo, per volontà dei viceré spagnoli che intendevano modificare l'aspetto del castello. È identificabile con la trecentesca cappella di San Martino di Tours, una volta affrescata con le storie della vita del santo.

L'interno presenta una decorazione barocca con affreschi e dipinti su tavola racchiusi in cornici di stucco e legno dorato.

Sull'altare maggiore, funge da pala d'altare una tela dipinta da un seguace di Girolamo Imparato e Giovanni Angelo D'Amato, raffigurante la Madonna del Carmine con le anime purganti e i santi Sebastiano e papa Gregorio I.

La cappella veniva utilizzata principalmente per offrire ai condannati a morte i sacramenti prima di essere giustiziati ed ivi risulta essere sepolto Giovanni, il fratello di Masaniello.

Cappella di San Francesco di Paola

Si tratta di una piccola cappella risalente al XV secolo alla quale si accede tramite la sala Carlo V, al primo piano del castello. La denominazione è data dal fatto che questa ospitò san Francesco di Paola durante un viaggio per Parigi.

La volta quattrocentesca, simile a quella della sala dei Baroni, fu disegnata da Guillem Sagrera, ma venne distrutta durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

La cappella fu consacrata nel 1688, dopo un restauro in stile barocco, come testimonia una lapide in marmo posta sulla porta d'ingresso.

Le uniche testimonianze dell'epoca rimaste nella sala, sono rappresentate da alcune decorazioni in stucco dorato, da due affreschi sulla parete sinistra (molto probabilmente appartenenti a un'unica scena) provenienti dal chiostrino trecentesco della chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia e dalla presenza di tre dipinti di Nicola Russo; la Visitazione, l'Annunciazione e il Viaggio di Maria a Betlemme.

Prigioni

I sotterranei sono costituiti da due zone situate sotto la cappella Palatina: la fossa del coccodrillo e la prigione dei Baroni.

La fossa del coccodrillo, detta anche del miglio, fungeva da deposito del grano della corte aragonese, ma venne usata anche per segregare i prigionieri condannati alle pene più severe. Un'antica leggenda narra di frequenti e misteriose sparizioni dei prigionieri, a causa delle quali fu incrementata la vigilanza. Non si tardò a scoprire che queste scomparse avvenivano a causa di un coccodrillo che penetrava da un'apertura nel sotterraneo e trascinava in mare i detenuti per una gamba dopo averli azzannati. Una volta scoperto questo, furono sottoposti alle fauci del rettile tutti i condannati che si volevano mandare a morte senza troppo scalpore.

In seguito, per ammazzare il coccodrillo, si utilizzò come esca una grande coscia di cavallo avvelenata e, una volta morto, il rettile venne impagliato e agganciato sulla porta d'ingresso del castello.

Nella fossa dei Baroni invece si presentano al cospetto dei visitatori quattro bare senza alcuna iscrizione, probabilmente appartenenti ai nobili che presero parte alla congiura dei baroni nel 1485.

Museo civico

All'interno del Maschio Angioino è presente un percorso museale inaugurato nel 1990 che inizia dalla trecentesca cappella Palatina passando poi per la sala dell'Armeria fino ad arrivare al primo e secondo livello del castello, questi ultimi destinati alla pittura e alla scultura.

Al primo piano ci sono affreschi e dipinti essenzialmente di committenza religiosa, risalenti al periodo che va dal XV al XVIII secolo. Sono presenti dipinti di importanti artisti caravaggisti come Battistello Caracciolo e Fabrizio Santafede, oltre a importanti esponenti del barocco napoletano, come Luca Giordano, Francesco Solimena e Mattia Preti. Al secondo piano si trovano esposte opere che vanno dal XVIII al XX secolo. L'esposizione segue un ordine tematico: storia, paesaggi, ritratti, vedute di Napoli.

Altre sale del castello, come la Sala Carlo V e la sala della Loggia, sono infine destinate a mostre e iniziative culturali temporanee.

Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria

Al secondo piano e terzo piano è presente la biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria. La biblioteca possiede fondi librari, iconografici, documentari e pergamenacei. Si tratta di una biblioteca privata, pertanto l'accesso è regolato da norme fissate dallo statuto e prescritte nel regolamento.

La biblioteca conserva uno dei primi libri stampati in Italia (preciamente il quarto), il De civitate Dei di sant'Agostino, realizzato nel giugno del 1467 a Subiaco da due chierici tedeschi: Sweynheym e Pannartz.

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Su 09:00-19:00
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.comune.napoli.it

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cattedrale di Napoli

Chiesa · Napoli

cattedrale di Napoli

La Cattedrale Metropolitana di Santa Maria Assunta è il duomo di Napoli, in Campania, sede vescovile dell'arcidiocesi della città di Napoli. È monumento nazionale italiano. L'altezza di circa 48 metri, fino alla croce.

Sorge lungo il lato est della via omonima, in una piazzetta contornata da portici, e ingloba a mo' di cappelle laterali altri due edifici di culto sorti autonomamente rispetto alla cattedrale: la basilica di Santa Restituta, che custodisce il battistero più antico d'Occidente, quello di San Giovanni in Fonte, e la reale cappella del Tesoro di san Gennaro, che conserva le reliquie del santo patrono della città.

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Si tratta di una delle più importanti e grandi chiese della città, sia da un punto di vista artistico, essendo di fatto la sovrapposizione di più stili che vanno dal gotico puro del Trecento fino al neogotico ottocentesco, che sotto un profilo culturale, ospitando infatti tre volte l'anno il rito dello scioglimento del sangue di san Gennaro.

Storia

Le più antiche fonti agiografiche, non anteriori al IX secolo, attribuiscono la fondazione della Chiesa di Napoli a San Pietro. La presenza di una comunità cristiana nel II secolo, è attestata con certezza dalle testimonianze archeologiche del complesso catacombale di Capodimonte.

Secondo la Cronaca di Partenope, risalente al XIV secolo, nell'area in cui insiste il complesso religioso sorse l'oratorio di Santa Maria del Principio dove Aspreno, il primo vescovo della città databile al I secolo, decise di insediare l'episcopato di Napoli. A partire dal IV secolo nacquero diversi edifici di culto nell'insula episcopale e tra queste si ricordano la basilica di Santa Restituta, edificata nel 334 dal vescovo Zosimo sulle rovine del preesistente tempio di Apollo, il battistero di San Giovanni in Fonte e diverse cappelle annesse come quelle di San Lorenzo, Sant'Andrea e Santo Stefano.

Nel XIII secolo (più precisamente sotto Carlo II a partire dal 1290) fu iniziata la costruzione dell'edificio sacro inglobando le precedenti strutture paleocristiane del battistero e della primitiva basilica; la costruzione della cattedrale comportò anche la demolizione di altre strutture, come la basilica Stefania, voluta dall'arcivescovo Stefano I (fine del V secolo - inizi del VI) e rimaneggiata dopo un incendio dall'arcivescovo Stefano II (seconda metà dell'VIII secolo), il cui quadriportico è visibile nel palazzo arcivescovile. La struttura era stata decorata con mosaici e panni dipinti, collocati negli intercolumini delle navate dall'arcivescovo Attanasio I (849-872).

Per la progettazione e la costruzione della nuova chiesa, per volontà del re Carlo II di Napoli e d'intesa con l'arcivescovo Giacomo da Viterbo, che aveva sollecitato al sovrano tale opera, vennero chiamati architetti di estrazione francese. La seconda parte del cantiere fu eseguita da maestranze locali o italiane: le fonti indicano Masuccio I, Giovanni e Nicola Pisano. La cattedrale fu completata sotto il regno di Roberto d'Angiò nel 1313 e nel 1314 fu solennemente dedicata all'Assunta, ad opera dell'allora arcivescovo Umberto d'Ormonte. Nel 1322 il cardinale Filomarino disfece la grande statua equestre in bronzo posta da secoli nello slargo antistante la Stefania. Egli mal sopportava le credenze e le superstizioni esistenti attorno a quella scultura, della quale si diceva fosse stata scolpita da Virgilio con una stregoneria e che avesse il potere di guarire i cavalli malati. Venne quindi fusa per farne campane per la cattedrale.

Durante il terremoto del 1349 crollarono il campanile e la facciata, che venne ricostruita agli inizi del XV secolo in stile gotico. Nel 1456, un altro terremoto danneggiò gravemente la cattedrale, facendo crollare alcune parti della navata, che in seguito fu però ricostruita.

Tra il 1497 e il 1508 fu realizzata come cripta la cappella del Succorpo, con decorazioni di Tommaso Malvito. In seguito al voto fatto dai partenopei al santo Gennaro durante la pestilenza del 1526, Francesco Grimaldi innalzò in segno di sua devozione, di fronte alla basilica di Santa Restituta, la reale cappella del Tesoro. Nel 1621 il tetto a capriate venne coperto da un cassettonato in legno. Il 28 aprile 1644 la dedica all'Assunta fu confermata nella consacrazione della chiesa, avvenuta ad opera del cardinale Ascanio Filomarino, arcivescovo dell'epoca.

Nel 1688 e nel 1732 furono ricostruite le parti più danneggiate dai terremoti e nella seconda metà del Seicento, si ebbero gli interventi barocchi nelle cappelle, arricchite da decorazioni marmoree e in stucco. Nel 1732 vennero ricostruiti l'abside e i transetti.

Nel 1788 un ulteriore restauro apportò modifiche alla navata, trasformata secondo un revival gotico con influssi settecenteschi. Con l'allargamento di via Duomo nel 1868 su progetto di Francesconi e Cangiano si costruisce un porticato simmetrico ad angolo sui due lati del largo prospiciente la facciata. Nel 1876 venne bandito un concorso per la facciata del duomo, vinto da Errico Alvino: i lavori del nuovo prospetto neogotico, iniziati nel 1877, si conclusero nel 1905.

Durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti alleati danneggiarono le strutture e pertanto, tra il 1969 e il 1972, vennero effettuati restauri e consolidamenti strutturali all'intero edificio. Durante i lavori vennero portati alla luce resti archeologici romani, greci e alto-medievali oggi opportunamente fruibili e con reperti raccolti e organizzati. Uno dei più recenti restauri è stato apportato alla cappella del Succorpo e ha permesso il recupero del cassettonato marmoreo del Cinquecento.

Descrizione
Planimetria
Esterno

La facciata della cattedrale fu ricostruita più volte nel corso dei secoli: quella attuale fu rifatta in stile neogotico da Errico Alvino alla fine dell'Ottocento ed inaugurata solo nel 1905. Il progetto dell'Alvino è peraltro incompleto in quanto mancano le due torri campanarie ai lati del corpo centrale della struttura, i cui lavori furono interrotti all'altezza del basamento.

Il decoro della facciata aveva il compito di assemblare alle preesistenti strutture gotiche dei portali, risalenti ad una prima fase ricostruttiva avvenuta nel 1407, altre opere in marmo per le quali furono chiamati importanti scultori del panorama artistico di fine XIX secolo: Salvatore Cepparulo, Domenico Jollo, Alberto Ferrer, Giuseppe Lettieri, Raffaele Belliazzi, Salvatore Irdi, Michele Busciolano, Stanislao Lista e Tommaso Solari. Ai lati del finestrone centrale ci sono sculture di Francesco Jerace e Domenico Pellegrino.

La facciata presenta una struttura a salienti, con tre portali gotici e tre cuspidi, ornate da sculture in marmo, in corrispondenza di ognuna delle tre navate; in quella centrale, entro un rosone cieco, si trova la statua del Cristo Benedicente. Nel progetto di Alvino fu previsto dunque l'inserimento di opere risalenti ai lavori di rifacimento di inizio Quattrocento, infatti il portale centrale, sostenuto da leoni stilofori consumati dal tempo di Tino di Camaino, così come i due portali laterali, in stile gotico internazionale, sono pressoché originali ed eseguiti su committenza del cardinale Enrico Minutolo, appartengono allo scultore Antonio Baboccio da Piperno, che eseguì nella lunetta centrale anche le sculture dei Santi Pietro e Gennaro ed il Cardinale Minutolo adorante, ai lati della Madonna col Bambino ancora del Camaino. Nella facciata si aprono inoltre cinque finestre, anch'esse in stile gotico: due bifore nei due basamenti dei campanili, due trifore, una per ognuna delle due navate laterali, e la quadrifora nella navata centrale.

La facciata fu danneggiata durante la seconda guerra mondiale e restaurata nel 1951 (e subì anche un parziale scollamento dal corpo della chiesa in occasione del terremoto del 23 novembre 1980), ma un restauro integrale fu eseguito nel 1999; nell'occasione l'architetto Atanasio Pizzi ha realizzato il rilievo della facciata principale, del cassettonato ligneo della navata centrale e del transetto in scala 1/1.

Dei tre portali, per tradizione, quello di destra viene aperto solo in occasioni particolari, come durante le festività per san Gennaro oppure un matrimonio di un membro della famiglia Capece Minutolo.

Interno

L'interno, con pianta a croce latina, è costituito da un'aula suddivisa in tre navate con cappelle laterali; le tre navate sono separate da una sequenza di otto pilastri per lato, in cui sono incorporati fusti di antiche colonne romane, sulle quali poggiano gli archi ogivali, decorati a stucco e marmo.

La navata centrale, lunga circa 100 m ed alta circa 35 m, è coperta dal ricco soffitto a cassettoni secentesco intagliato e dorato che ospita cinque tele raffiguranti l'Adorazione dei pastori di Giovanni Balducci, l'Adorazione dei Magi di Giovanni Vincenzo da Forlì, la Circoncisione di Flaminio Allegrini e l'Annunciazione e Presentazione al Tempio di Girolamo Imparato. Sulle pareti della navata ci sono dipinti di Luca Giordano raffiguranti Apostoli e Dottori della Chiesa, sulla fascia superiore, ed i Santi patroni di Napoli nei clipei della fascia inferiore. Sui sedici pilastri, invece, sono sistemate le edicole con i busti dei primi sedici vescovi della città, scolpiti tra il Seicento e il Settecento.

Sulla controfacciata sono collocati i sepolcri di Carlo I d'Angiò, re di Napoli, di Carlo Martello d'Angiò, re titolare d'Ungheria, e di sua moglie Clemenza d'Asburgo, commissionati dal viceré Enrique de Guzmán a Domenico Fontana nel 1599 in sostituzione degli originali trecenteschi andati distrutti a metà del Cinquecento.

Sotto l'arcata di ogni lato più prossima al transetto si trovano le due cantorie lignee barocche ospitanti gli organi con, sotto la cantoria di destra, un pulpito barocco con Predicazione di Gesù attribuito ad Annibale Caccavello, sotto quella di sinistra, il baldacchino gotico della cattedra episcopale dell'ultimo quarto del Trecento, in parte danneggiato nel XVII secolo con la costruzione della soprastante cantoria. Gli organi del duomo sono due. Quello maggiore, che si articola in tre corpi, uno nel transetto di destra e due contrapposti al termine della navata centrale, è stato costruito da Giuseppe Ruffatti nel 1974 (l'attuale conformazione risale al radicale intervento di restauro del 2009 condotto da Ponziano Bevilacqua). A trasmissione elettrica, dispone di 85 registri per un totale di oltre 5000 canne; la consolle, mobile indipendente, ha tre tastiere e pedaliera. L'organo corale è invece costituito dal corpo dell'organo maggiore che è situato nel transetto; dispone di una propria consolle a trasmissione meccanica, con due tastiere e pedaliera, ed è composto da 19 registri per un totale di circa 1000 canne.

Nell'intercolunnio fra la navata centrale e la prima campata della navata di sinistra, invece, è il fonte battesimale in parte di provenienza ellenistica (la vasca nella parte inferiore) e in parte barocco (datato 1618, nella parte superiore) in bronzo e in marmi policromi. La stessa campata, inoltre, è l'unica che mantiene tuttora il suo aspetto gotico originario.

Navate laterali

Il duomo ospita nelle navate laterali dieci cappelle (cinque per lato) ed altari che testimoniano l'evoluzione scultorea e pittorica della città, dal XIII secolo al XIX.

Navata sinistra

La navata di sinistra vede, oltre alle cappelle laterali, succedersi monumenti funebri, sculture ed altari posti lungo la parete. Tra le cappelle più importanti si ricordano la seconda, cappella sepolcrale della famiglia Teodoro, ricordata nell'epigrafe sull'arcone classicheggiante che la incornicia, con sculture attribuite a Bartolomé Ordóñez, fra cui il paliotto con la Deposizione, e la pala d'altare manierista del senese Marco Pino con l'Incredulità di san Tommaso (1543).

La terza cappella di sinistra vede addossati alle pareti ai lati del portale d'ingresso il sepolcro del cardinale Alfonso Gesualdo di Michelangelo Naccherino e Tommaso Montani e il sepolcro del cardinale Alfonso Carafa, nipote di Papa Paolo IV, di ignoto autore e, più prossimi allo stesso portale della cappella, i cenotafi di tre esponenti Filomarino eseguiti da Giulio Mencaglia e Giuliano Finelli e dal Sepolcro di Andrea d'Ungheria di ignoto autore napoletano.

Segue l'ingresso alla più antica basilica di Napoli essendo stata eretta nel IV secolo. La basilica di Santa Restituta è un esempio di architettura paleocristiana; si presenta con un'aula a tre navate divise da colonne di spoglio. L'edificio è stato modificato nel Seicento a causa di un terremoto e vi sono stati aggiunti stucchi e affreschi diretti da Arcangelo Guglielmelli. Qui sono conservate opere di Luca Giordano e varie sculture trecentesche; dalla basilica si accede inoltre al battistero di San Giovanni in Fonte.

La quarta, Cappella Brancaccio, vede i lavori di progettazione eseguiti da Giovanni Antonio Dosio alla fine del Cinquecento a cui hanno lavorato gli scultori Pietro Bernini e Girolamo D'Auria eseguendo il primo le sculture di San Pietro e San Paolo poste ai lati dell'ingresso marmoreo, mentre il secondo una Annunciazione in mezzorilievo e il Padre eterno collocati sul timpano; la pala d'altare sul Battesimo di Gesù è invece del manierista Francesco Curia.

La quinta cappella vede invece una scultura su San Gennaro datata 1735 di Domenico Antonio Vaccaro, già nella cappella del Succorpo, mentre successiva ad essa, in fondo alla navata e prima del transetto, si apre l'accesso agli scavi archeologici del duomo.

Navata destra

La navata di destra si caratterizza anch'essa dalla presenza di cinque cappelle e di diversi altari e monumenti funebri lungo le pareti. La prima cappella è dedicata a San Nicola e presenta un'opera pittorica sul santo di fine Seicento compiuta da Paolo De Matteis. La cappella presenta monumenti funebri dell'arcivescovo Matteo de Gennaro e di Marcantonio de Gennaro. La seconda cappella, del Crocefisso, ospita monumenti del Fanzago, due dipinti del Settecento di Michele Foschini (già in Santa Maria la Nova) e due monumenti sepolcrali alla famiglia Caracciolo di Tino di Camaino; sulla parete principale infine insiste un crocifisso ligneo databile al XII secolo. Anche per la navata destra, così come per la sinistra, la terza cappella costituisce un grande luogo a sé stante, nato da un ente (Deputazione) rappresentante il popolo napoletano, e non appartenendo di fatto alla giurisdizione della Curia vescovile. La reale cappella del Tesoro di san Gennaro è un esempio di architettura barocca napoletana nonché fulcro della pittura emiliana a Napoli. Fu progettata dal frate Francesco Grimaldi che terminò la costruzione nel 1646 e sostituì tre precedenti cappelle delle famiglie Filomarino, Capece e Cavaselice. Ai lati dell'ingresso ci sono sculture di Giuliano Finelli dei santi Pietro e Paolo, mentre il cancello in ottone venne ideato da Cosimo Fanzago, che realizzò, inoltre, il busto bifronte di San Gennaro che ne decora la parte superiore ed il pavimento in marmi della cappella. Nell'interno, a croce greca, sono presenti opere in pittura di Giovanni Lanfranco, Domenichino e Jusepe de Ribera; l'antico busto reliquiario di san Gennaro del 1305 è di scuola francese mentre Dionisio Lazzari vi eseguì un lavamano marmoreo e Giovan Domenico Vinaccia un paliotto d'argento. Alle spalle dell'altare di destra della cappella si apre infine un passaggio che conduce alla sacrestia e alla cappella della Conciliazione, fruibili attraverso il percorso del Museo del Tesoro di san Gennaro. La quarta cappella è chiamata delle Reliquie perché ospita tutte le reliquie della città appartenenti ad enti religiosi soppressi (in essa si conserva anche una reliquia del dente di san Cesario di Terracina, il santo tutelare degli imperatori, scelto per sostituire e cristianizzare il culto del primo imperatore Cesare Ottaviano Augusto e dei divi Cesari a Napoli); la pala d'altare è invece di Andrea Malinconico. La quinta cappella è infine dedicata ai Santi Tiburzio e Susanna e vede dominare al suo interno il grande monumento funebre al cardinale Francesco Carbone, eseguito nel 1405 da Baboccio da Piperno.

Transetto

Il transetto, più alto rispetto alla navata centrale, è stato fortemente modificato durante i restauri del XIX secolo, che gli hanno donato l'attuale veste neogotico-barocca. Anch'esso è coperto dal soffitto a cassettoni ligneo e dorato seicentesco con dipinti del Forlì con Apparizione di Gesù a Maria, del Balducci con Risurrezione e Pentecoste, Apparizione di Gesù agli apostoli e Incoronazione di Maria attribuiti ad artisti locali di scuola tardo manierista. Lungo le pareti, inoltre, continuano le figure dei Santi patroni di Napoli di Luca Giordano iniziate nella navata centrale, completate in due scene da Francesco Solimena.

Nel transetto si aprono otto cappelle laterali, quattro lungo la parete presbiteriale (due per lato) e quattro sulle pareti frontali (una a sinistra e tre a destra).

Transetto sinistro

A sinistra ci sono la cappella Galeota (o del Santissimo Sacramento), di fianco all'abside, decorata da monumenti funebri alla famiglia Galeota di Cosimo Fanzago e Lorenzo Vaccaro, da un dipinto di Andrea De Lione, mentre la cinquecentesca pala d'altare con la Madonna col Bambino e Rubino Galeota è di Pietro Befulco.

La seconda cappella sul lato presbiteriale, separata dalla precedente dall'Altare Loffredo di Bartolomeo e Pietro Ghetti del 1689, è di San Lorenzo (o degli illustrissimi, già di san Pietro), commissionata dall'arcivescovo Umberto d'Ormonte intorno al secondo decennio del Trecento ed alle cui pareti ci sono resti di affresschi attribuiti a Lello da Orvieto, con in particolare un pressoché intatto Albero della vita (o di Jesse) posto sulla controfacciata.

Nella parete di fondo del transetto, a destra c'è il sepolcro di Papa Innocenzo IV, di Tommaso Malvito, che scolpì anche il bassorilievo soprastante con la Madonna col Bambino, nella parete di sinistra invece il Cenotafio di Innocenzo XII di Domenico Guidi del 1686 e più in alto invece sono collocate le portelle dipinte dei due organi barocchi, opera di Giorgio Vasari, che raffigurano rispettivamente la Natività a sinistra ed i Sette patroni di Napoli a destra; queste portelle chiudevano originariamente i due organi del 1549 e del 1652, in seguito spostati nella chiesa di Santa Maria la Nova senza le ante di chiusura.

L'unica cappella che si apre sulla parete frontale del transetto è la sacrestia, in origine nata come cappella di San Ludovico, accessibile con ingresso indipendente che dava sul cortile interno del palazzo arcivescovile. Adibita a sacrestia a partire dal 1581, fu restaurata nel XVIII secolo in stile barocco da Filippo Buonocore. Attualmente si presenta a navata unica coperta con volta a padiglione, al centro della quale si trova il dipinto San Gennaro prega la Trinità di Santolo Cirillo. Le pareti, invece, sono decorate da stucchi e dai clipei affrescati che raffigurano gli arcivescovi di Napoli, opera di Alessandro Viola. In una teca, è custodito un Crocifisso in avorio del Seicento; infine, sono presenti tele di Aniello Falcone e Giovanni Balducci.

Transetto destro

Il transetto destro è costituito, partendo dall'abside in senso orario, dalle cappelle di Sant'Aspreno e da quella Capece Minutolo (già di San Paolo) poste sulla parete presbiteriale, e dalle cappelle dell'Assunta, dell'Annunziata e della Maddalena in quella frontale. Quest'ultima vede al suo interno una Maddalena in pittura di Nicola Vaccaro, mentre accanto ad essa è il Sepolcro dell'arcivescovo Antonino Sersale di Giuseppe Sanmartino; quella dell'Annunziata offre tracce di affreschi quattrocenteschi ed una Annunziata di Nicola Maria Rossi; la terza delle tre frontali, adiacente a quella Minutolo, espone invece la pala dell'Assunzione del Perugino, ordinata dal cardinale Oliviero Carafa, che vi è ritratto in posizione di orante, originariamente collocata sull'altare maggiore ed ora in una nicchia della cappella.

Sul lato presbiteriale è la cappella Capece Minutolo, all'angolo del transetto, che risulta essere quella che nel duomo meglio ha conservato l'impianto gotico originale trecentesco, vede cicli di affreschi di Montano d'Arezzo e sepolcri gotici di esponenti clericali dei Minutolo della scuola romana.

La cappella di Sant'Aspreno (o Tocco di Montemiletto), la prima a destra dell'abside, presenta infine un monumento funebre di un componente della famiglia Tocco del Malvito di inizio Cinquecento, affreschi di Agostino Tesauro dello stesso secolo su Storie di sant'Aspreno e sullo zoccolo affreschi di Pietro Cavallini.

Presbiterio e abside

L'abside della cattedrale, come si presenta attualmente, è frutto dei rimaneggiamenti cinquecenteschi e settecenteschi apportati all'originaria struttura poligonale gotica. Nei restauri condotti dall'architetto senese (ma di scuola romana) Paolo Posi a partire dal 1714, la volta fu abbassata e il presbiterio allungato sino ad occupare parte del transetto; l'altare maggiore, nel quale sono custodite le reliquie dei santi Agrippino, Acuzio ed Eutiche, è sovrastato dalla scultura raffigurante l'Assunta, di Pietro Bracci (scultore noto per il gruppo statuario al centro della fontana di Trevi), realizzata nel 1739 e chiaramente ispirata alla berniniana cattedra di San Pietro, e dall'antico Crocifisso duecentesco.

Lungo tutto il perimetro interno dell'abside sono disposti gli stalli lignei del coro, di Marc'Antonio Ferraro. Il presbiterio è situato su due livelli e delimitato da balaustre barocche in marmi policromi. Agli estremi della parte inferiore, in cui trova luogo l'ambone, sono due colonne in diaspro rosso; al centro di quella superiore, invece, il moderno altare maggiore, consacrato il 27 aprile 2012 e costituito da un blocco di marmo bianco decorato da due bassorilievi, quello sul lato anteriore raffigurante Cristo risorto, di un anonimo scultore del XVIII secolo, quello sul lato posteriore con la Deposizione di san Gennaro, di Giandomenico Vaccarosco.

La volta e la parete absidale destra vedono affreschi di Stefano Pozzi, mentre la parete sinistra è decorata da cicli sulla Traslazione delle reliquie dei santi Acuzio ed Eutiche da Pozzuoli a Napoli di Corrado Giaquinto.

In prossimità della balaustra, pressoché al centro del transetto, tramite una doppia rampa di scale a scendere si accede alla cappella del Succorpo, posta questa in linea d'aria al dì sotto della zona absidale. La cappella risulta essere un esempio di architettura rinascimentale databile tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. Alcuni studiosi attribuiscono il progetto a Bramante, che si sarebbe recato in città su invito di Oliviero Carafa, in ottimi rapporti con il cardinale, mentre da dati più certi risulta che venne realizzata dallo scultore lombardo Tommaso Malvito. La cappella è suddivisa in tre navate da colonne marmoree: al centro c'è la scultura marmorea di Oliviero Carafa orante mentre il soffitto cassettonato, anch'esso in marmo, è impreziosito da sedici bassorilievi che figurano i busti di santi napoletani, dei dottori della chiesa, dei quattro evangelisti e della Madonna col Bambino.

Palazzo arcivescovile

Un primo palazzo fu eretto per volere di Enrico Minutolo intorno ai primi anni del Quattrocento. Questo si sviluppava dietro al duomo e sul suo lato destro, fino a via Sedil Capuano, su cui era l'ingresso principale in stile gotico.

Dopo alcuni lavori di ristrutturazione avviati nei primi anni del Seicento dal cardinale Decio Carafa, si arriva intorno alla metà dello stesso secolo quando, per volontà del cardinale Ascanio Filomarino e su disegno dell'architetto bolognese Bonaventura Presti, si avvia un allungamento longitudinale dell'edificio che lo porterà a svilupparsi sul lato sinistro del duomo, fino al largo Donnaregina, su cui insisterà quella che è ancora l'odierna facciata principale. Qui si aprono tre portali, di fronte alla chiesa di Santa Maria Donnaregina Nuova; quello di sinistra, che conduce agli uffici della Curia ed all'entrata settentrionale del duomo, è caratterizzato nella parte superiore da una scultura su San Gennaro di Giulio Mencaglia.

L'interno vede alcuni resti archeologici, come le diverse colonne ed archi probabilmente risalenti all'antica chiesa di San Lorenzo ad Fontes, databili intorno al V secolo, le lastre marmoree del calendario napoletano del IX secolo e rilievi del XII secolo. Infine, affreschi e fregi di Giovanni Lanfranco decorano alcune sale.

Scavi archeologici

Scesi nei sotterranei della basilica di Santa Restituta, ci si trova di fronte a un muro greco, appartenente al tempio di Apollo, in opus reticolatum, che si sovrappone a dei massi in tufo giallo appartenenti al IV e V secolo, probabilmente appartenenti a un tempio pagano.

Sotto l'abside di santa Restituita, durante i lavori di sottofondazione, fu trovato il peristilio di una domus tardo imperiale il cui canale di scolo del peristilio è ancora evidente, anche se negli anni successivi questa struttura ha subito modificazioni così come tutta la domus.

A ridosso di quest'area si sviluppa un tratto di acquedotto di età romana, nato successivamente alla fondazione della città; emerge in questo sito un tratto di strada greca con un piano inclinato che raggiunge una strada a quota differente e proprio al lato di questo piano è collocato un foro per lo scolo dell'acqua piovana. Proseguendo il percorso ci si trova di fronte a resti di pavimenti antichi appartenenti alla Stefania di età paleocristiana, con tessiture più grandi rispetto a quelle del mosaico del battistero di San Giovanni in Fonte. Durante tutto il percorso scorgono pezzi di sopraelevazioni di opere di età differente, che spesso distruggono o assorbono l'impianto preesistente.

Sotto al duomo di Napoli si trova anche una zona che doveva appartenere al cortile dell'archivio diocesano, nel quale sono collocati i resti di un'antica abside con un paramento musivo raffigurante un cantharos databile intorno al VI secolo, eretto dal vescovo Vincenzo (il cui nome è stato ritrovato su una targa).

Si trova anche una successione di ambienti uguali adibiti a cisterne, realizzate con un intonaco a cocciopesto che rendeva le pareti pressoché impermeabili. Le stesse cisterne sono inoltre coperte da volte concrezionali rivestite in malta e presentano diverse scale che servivano ad accedervi nel momento in cui veniva effettuata la pulizia periodica. In una cisterna, infine, è ancora visibile l'arco di scarico e una volta concrezionale con i fori delle travi traverse che reggevano l'impalcatura.

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Palazzo Reale

Museo del Ministero della Cultura italiano · Napoli

Palazzo Reale

Il Palazzo Reale di Napoli è un edificio storico ubicato in piazza del Plebiscito, nel centro storico di Napoli, dov'è posto l'ingresso principale: l'intero complesso, compresi i giardini e il teatro San Carlo, si affaccia anche su piazza Trieste e Trento, piazza del Municipio e via Acton.

Il Palazzo Reale è stato costruito a partire dal 1600, per raggiungere il suo aspetto definitivo nel 1858: alla sua edificazione e ai relativi lavori di restauro hanno partecipato numerosi architetti come Domenico Fontana, Gaetano Genovese, Luigi Vanvitelli, Ferdinando Sanfelice e Francesco Antonio Picchiatti.

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Fu la residenza dei viceré spagnoli e poi austriaci dalla metà del XVII secolo al 1734, della dinastia borbonica dal 1734 al 1860, con la parentesi del Decennio francese dal 1806 al 1815, e infine, a seguito dell'Unità d'Italia nel 1861, dei Savoia. Ceduto nel 1919 da Vittorio Emanuele III di Savoia al demanio statale, è adibito principalmente a polo museale, in particolare gli Appartamenti Reali, ed è sede della Biblioteca nazionale.

Storia
Antefatti

Al termine della dominazione aragonese, il Regno di Napoli entrò nelle mire espansionistiche sia dei francesi sia degli spagnoli, che si spartirono il territorio col trattato di Granada firmato nel 1500; tuttavia questo trattato non fu rispettato e sotto il Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba gli spagnoli conquistarono, nel 1503, il regno: ebbe inizio il viceregno spagnolo. Tale periodo, che interessò Napoli per oltre duecento anni, è storicamente visto come un periodo buio e di regresso: viceversa la città godeva di un notevole fermento culturale e di una borghesia dinamica, oltre che di una flotta mercantile all'avanguardia in grado di competere con Siviglia e le Fiandre. Sotto Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga si decise la costruzione di un palazzo Vicereale: progettato dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa, i lavori iniziarono nel 1543 per terminare poco dopo. La costruzione del palazzo Vicereale si collocò in un periodo in cui i viceré si impegnarono in un riassetto urbanistico delle città italiane: a Napoli furono riorganizzati le mura e i forti, ed edificati i cosiddetti Quartieri Spagnoli.

XVII secolo

Il viceré Fernando Ruiz de Castro, conte di Lemos, e la moglie, la viceregina Catalina de Zúñiga, decisero di costruire un nuovo palazzo in onore del re Filippo III d'Asburgo, per ospitarlo in vista di una sua imminente visita: il re di Spagna però non si sarebbe mai recato a Napoli. L'area scelta per la nuova costruzione era sita all'estremità occidentale della città, a ridosso della collina di Pizzofalcone, in posizione dominante il porto (che si sarebbe rivelata un'ottima via di fuga per il re in caso di attacco nemico), accanto al palazzo Vicereale, utilizzando una parte dei giardini di quest'ultimo: la scelta risultò quasi obbligata in quanto la città era in espansione verso occidente e ciò avrebbe comportato, con un edificio di simile importanza nelle vicinanze, un aumento dei costi dei terreni nelle zone di Pizzofalcone e di Chiaia. Il progetto fu affidato a Domenico Fontana, considerato in quel periodo il più prestigioso architetto del mondo occidentale, che ricopriva il ruolo di ingegnere maggiore del Regno: precedentemente il Fontana era caduto in disgrazia, in particolare dopo la morte di Sisto V, papa che gli aveva affidato numerosi lavori a Roma. La prima pietra fu posta nel 1600, in quella che all'epoca era chiamata piazza San Luigi; il disegno definitivo del progetto del palazzo fu pubblicato da Fontana solamente nel 1604 con il titolo di Dichiarazione del Nuovo Regio Palagio, mentre andarono perdute le bozze, utilizzate dall'architetto per iniziare l'opera, tant'è che egli stesso se ne rammarica:

Esiste tuttavia a Roma una pianta di Giovanni Giacomo De Rossi, risalente sicuramente a un periodo precedente al 1651, che mostra come avrebbe dovuto essere il palazzo secondo l'intenzione originale dell'architetto: questo non si discostava particolarmente dal suo aspetto definitivo, ma furono apportate indubbiamente delle modifiche in corso d'opera. In questa mappa erano uguali sia la facciata sia gli ambienti dell'estremità meridionale, mentre lungo il lato che si affacciava sul mare doveva esserci un corpo di fabbrica a forma di 'C': tale soluzione piacque talmente tanto che nelle stampe dell'epoca, nonostante il palazzo fosse ancora in costruzione, lo si rappresentava com'era nel progetto invece che nella realtà; di tale costruzione fu realizzato solo il lato occidentale, mentre il braccio orientale non fu costruito e la zona centrale completata solamente nel 1843. Domenico Fontana fu talmente entusiasta del progetto affidatogli che su due colonne della facciata fece incidere la scritta:

L'impronta che l'architetto diede all'opera fu di stampo tardo-rinascimentale, con cortile centrale e loggia interna al primo piano, adeguato quindi alle esigenze dell'epoca, ossia quello di avere un edificio di rappresentanza piuttosto che una residenza fortificata. Godeva inoltre di un ampio piazzale antistante adatto per le parate militari e le adunate popolari. I lavori procedettero speditamente sia sotto il conte di Lemos sia sotto il suo successore Francisco Ruiz de Castro. Fu sotto il viceré Juan Alonso Pimentel de Herrera che questi rallentarono, probabilmente a causa della scarsa disponibilità economica a seguito delle guerre e delle crisi che interessarono la Spagna o per una questione di onore, visto lo scarso interesse dei Pimentel de Herrera a completare un'opera inizia dai Lemos.

Nel 1607, alla morte del padre, Giulio Cesare Fontana assunse la direzione del cantiere. L'edificazione dell'opera proseguì alacremente quando fu nominato viceré Pedro Fernández de Castro, nel 1610. Nel 1616, per accrescere l'importanza del palazzo, fu posta all'estremità di via Toledo, quella opposta ai cantieri di costruzione, la nuova sede dell'Università, ossia il palazzo degli Studi futura sede del Museo archeologico nazionale di Napoli. Nello stesso anno, un'incisione di Alessandro Beratta e gli scritti di un diario del viaggiatore Confalonieri testimoniano lo stato dei lavori, in quanto quest'ultimo scriveva:

Da questo scritto si comprende che l'opera era già quasi del tutto terminata e poco dopo, anche se non se ne conosce la data precisa, iniziarono i lavori di decorazione interna con l'esecuzione delle opere pittoriche di Battistello Caracciolo, Belisario Corenzio e Giovanni Balducci. Nel 1644 Francesco Antonio Picchiatti preparò i bandi per la decorazione della cappella Reale, mentre nel 1651, per volere del viceré Iñigo Vélez de Guevara, iniziarono i lavori di costruzione dello scalone d'onore e dei giardini pensili con il belvedere sul mare.

XVIII e XIX secolo

Nel 1734 Napoli fu conquistata da Carlo di Borbone e divenne nuovamente capitale di un regno autonomo: il nuovo re decise di utilizzare il palazzo come residenza reale e avviò al contempo dei lavori di restauro, riorganizzando sia gli spazi per gli ambienti ufficiali, dove esercitare le funzioni di comando, sia gli appartamenti privati. Fu così che venne ampliato verso il mare con un corpo di fabbrica chiamato Appartamento del Maggiordomo, e verso il lato che guarda al Vesuvio con il cosiddetto Appartamento per i Reali Principi: furono inoltre edificati due cortili interni, sistemati i giardini pensili, completata la facciata lungo via Acton e rifatte le decorazioni marmoree e pittoriche, in stile barocco, opera degli artisti Francesco De Mura e Domenico Antonio Vaccaro. Durante il regno di Ferdinando I delle Due Sicilie fu progettata e realizzata la Gran Sala, in occasione delle nozze del re, e il teatrino di corte, opera di Ferdinando Fuga.

Nel 1837, a seguito di un incendio sviluppatosi all'interno delle stanze della Regina Madre, si rese necessario un nuovo restauro dell'intero complesso: il re Ferdinando II delle Due Sicilie si avvalse della collaborazione di Gaetano Genovese, il quale seguì la corrente artistica del periodo, ossia quella neoclassica. Fu abbattuto il palazzo Vicereale, creando la piazza che prenderà in seguito il nome di Trieste e Trento, e sistemata la facciata che insisteva sul nuovo piazzale; utilizzando una parte dei giardini, fu creato un nuovo corpo di fabbrica verso oriente, il quale ospiterà successivamente la Biblioteca nazionale, e verso il mare, quest'ultimo rimasto incompleto dopo la costruzione di sei campate di balconi. Nel corso di questi lavori gli appartamenti privati furono spostati al secondo piano, mentre le sale al piano nobile furono riconvertite a scopo di rappresentanza. I lavori si conclusero nel 1858 dando al palazzo il suo aspetto definitivo: oltre ai principali architetti, nel corso dei secoli, se ne sono avvicendati altri, seppur operando in tono minore, come Bartolomeo Picchiatti, Onofrio Antonio Gisolfi, Ferdinando Sanfelice, Francesco Antonio Picchiatti, Luigi Vanvitelli e Antonio Niccolini; nonostante quindi la moltitudine di figure che si sono succedute nella sua costruzione, il complesso ha mantenuto un aspetto simile a quello dato dal disegno iniziale di Domenico Fontana.

A seguito dell'Unità d'Italia il palazzo divenne residenza dei Savoia, tuttavia i reali lo abitarono solo saltuariamente. Al suo interno, nel 1869, nacque Vittorio Emanuele III di Savoia.

XX e XXI secolo

Nel 1919 Vittorio Emanuele III cedette il palazzo al Demanio di Stato: fu in questo periodo che la Biblioteca nazionale fu spostata al suo interno, mentre gli appartamenti reali, quelli che si affacciano sul cortile d'onore, furono preservati a scopo museale e aperti al pubblico. Pesanti danni furono inferti durante la seconda guerra mondiale: le truppe angloamericane lo utilizzarono come welfare club, mentre una bomba colpì la zona del teatrino, distruggendone il soffitto; a questo si aggiunsero razzie di opere e la distruzione di numerosi tendaggi e parati in stoffa, mentre il mobilio fu ricoverato in luoghi sicuri all'inizio del conflitto e quindi preservato. I lavori di restauro vennero eseguiti dal 1950 al 1954: furono recuperate e, in alcuni casi rifatte, le opere pittoriche, venne nuovamente risistemato il mobilio e furono ripristinati i parati in seta, realizzati originariamente a San Leucio, utilizzando gli stessi antichi telai. Nel 1994 la sede della Regione Campania, qui dagli inizi del Novecento, fu definitivamente spostata in altro luogo.

Durante la metà degli anni 2010 è stata restaurata la facciata e sono state riallestite alcune stanze dell'Appartamento Reale, tra cui il teatrino di corte.

Descrizione
Facciata

La facciata principale del Palazzo Reale si apre su piazza del Plebiscito ed era già completata nel 1616: ha una lunghezza di centosessantanove metri e fino al 1843 era congiunta a quella del palazzo Vicereale, poi abbattuto per far posto all'odierna piazza Trieste e Trento. La facciata è realizzata in mattoni di cotto rosato, piperno e pietra vulcanica dei Campi Flegrei e ha uno stile sia tardo-rinascimentale sia manieristico: l'impronta rinascimentale è riscontrabile nella sovrapposizione di vari ordini, tipico degli edifici teatrali dell'antica Roma, come il Colosseo o il teatro di Marcello, mentre quella manieristica si nota nel disegno modulare della facciata, una sorta di composizione che potrebbe essere ripetuta all'infinito non avendo alcun elemento che crea né l'inizio né la fine, così come, nella parte alta, è negata la conclusione vista la mancanza di cornice. È divisa verticalmente da lesene, prendendo spunto dalle indicazioni vitruviane, mentre orizzontalmente è separata da marcapiani che ne distinguono i tre ordini: al piano terra è in ordine tuscanico, segue quello ionico e infine quello corinzio.

La parte inferiore presentava originariamente portici per tutta la sua lunghezza: si trattava di una scelta architettonica innovativa per l'epoca, voluta da Fontana affinché il popolo potesse passeggiare anche in caso di tempo avverso; tuttavia dopo le vicende di Masaniello e per problemi strutturali, in quanto le colonne stavano subendo uno schiacciamento, nel 1753 le arcate furono murate per volere di Luigi Vanvitelli. All'interno della nuova muratura furono aperte delle nicchie, nelle quali, dal 1888, si posero le statue dei principali regnanti di Napoli, con l'intento di rappresentare una continuità della dinastia sabauda con la storia napoletana; da sinistra verso destra si riconoscono: Ruggero II di Sicilia opera di Emilio Franceschi, Federico II di Svevia di Emanuele Caggiano, Carlo d'Angiò di Tommaso Solari, Alfonso V d'Aragona di Achille D'Orsi, Carlo V d'Asburgo di Vincenzo Gemito, Carlo III di Spagna di Raffaele Belliazzi, Gioacchino Murat di Giovanni Battista Amendola e Vittorio Emanuele II di Savoia di Francesco Jerace.

Al centro si apre il portale d'ingresso, contrassegnato ai lati da due doppie colonne in granito e sormontato dallo stemma di Filippo III d'Asburgo, già predisposto nel progetto di Fontana a sottolineare l'utilità pubblica del palazzo; accanto a questo, su ogni lato, altri due stemmi, disposti simmetricamente e di dimensioni minori, ossia quelli di Juan Alonso Pimentel de Herrera e di Pedro Fernández de Castro, a testimonianza della costruzione del palazzo durante il periodo vicereale. Due lapidi inoltre ricordano una l'inizio dei lavori voluti da Fernando Ruiz de Castro e dalla moglie Catalina de Zúñiga, l'altra invece loda la bellezza dell'edificio: al di sotto delle lapidi erano poste, fino all'inizio del XVIII secolo, due statue in stucco raffiguranti la Religione e la Giustizia. Tra il portale principale e la balconata è posto lo stemma dei Savoia. Le due garitte ai lati dell'ingresso furono realizzate nei primi anni del XVIII secolo. Alle estremità della facciata sono posti due ingressi minori, segnati da due semplici colonne in marmo, che aumentano ancora di più il senso di indefinito e sembrano essere quasi nascosti. Lungo la facciata e nel cortile d'onore è presente, tra il piano terra e il primo piano, un marcapiano in piperno con metope e triglifi raffiguranti gli stemmi della casa di Spagna e i loro possedimenti in Europa, in maggior parte ottenuti a seguito della pace di Cateau-Cambrésis nel 1559: si nota quindi il castello a tre torri della Castiglia, il leone rampante del León, il biscione che inghiotte un fanciullo simbolo del ducato di Milano, lo scudo con i quattro pali verticali dell'Aragona, la croce con le quattro teste dei mori simbolo del regno di Sardegna e gli stemmi di Navarra, Austria, Portogallo, Granada e Gerusalemme. Le finestre sono inserite in robuste cornici, elemento architettonico che riscuoterà molto successo a Napoli. Sulla sommità della facciata erano presenti cuspidi e sfere, rimosse all'inizio dell'Ottocento, e tre edicole, posizionate ognuna in direzione di un ingresso: di queste ne rimane una, quella con orologio, in posizione centrale.

La facciata lungo via Acton, caratterizzata dai giardini pensili, è stato a lungo oggetto di rifacimento, soprattutto nel XVIII secolo, e terminata nel 1843. Anche la facciata che dà su piazza Trieste e Trento è stata completata nello stesso anno, opera di Gaetano Genovese, a seguito della demolizione del palazzo Vicereale: questa fu successivamente raccordata al teatro di San Carlo da Francesco Gavaudan e Pietro Gesuè, demolendo i resti di una vecchia torre. Entrambe le facciate si rifanno architettonicamente a quella principale: in particolare la seconda ha una forma a 'C' e accoglie un giardino chiamato Giardino Italia, in quanto al centro è posta una statua raffigurante la Libertà, realizzata da Francesco Liberti nel 1861. Inoltre questa facciata è in parte porticata, sorreggendo un terrazzo, mentre un ingresso a vetrata dà direttamente sullo scalone d'onore, decorato con due coppie di statue in gesso, qui collocate durante il restauro del Genovese e provenienti dal Palazzo degli Studi: si tratta delle copie dell'Ercole Farnese e della Flora Farnese da un lato e della Minerva e di Pirro e Astianatte dall'altro.

Cortili

Nel progetto originario di Domenico Fontana, in corrispondenza dei tre ingressi, dovevano aprirsi tre cortili, collegati tra di loro tramite degli androni voltati: tuttavia a essere costruito fu solo quello in corrispondenza dell'ingresso centrale, il cosiddetto Cortile d'Onore. Si presenta a forma quadrata, con cinque arcate su ogni lato, di cui quella centrale di maggiori dimensioni e a sesto ribassato: intorno, al primo piano, una loggia, in primo momento aperta, poi chiusa con ampi finestroni. In una nicchia nella parte orientale del cortile era posta originariamente una vasca, ma in seguito, durante gli anni quaranta del XIX secolo, fu sostituita da una fontana: ornata con una statua della Fortuna, la fontana fu voluta da Carlo di Borbone nel 1742, realizzata da Giuseppe Canart e in principio situata nei pressi del molo. A seguito di alcune indagini, è stata rinvenuta in alcuni punti una pavimentazione a spina di pesce in laterizi.

Con la costruzione del nuovo braccio meridionale del palazzo tra il 1758 e il 1760, si crearono anche due nuovi cortili: uno in asse con il cortile d'onore, alle sue spalle, che prende il nome di Cortile delle Carrozze, mentre l'altro è il Cortile del Belvedere.

Nonostante le due diverse epoche di costruzione, il Cortile delle Carrozze, così chiamato per la vicinanza a una rimessa di carrozze, si avvicina architettonicamente allo stile dato al palazzo da Domenico Fontana, anche se comunque non mancano elementi di distacco come l'uso dello stucco al posto del piperno e quello della lesena angolare. La corte ha una forma rettangolare, con al centro una vasca di forma ellittica in marmo, ed è unito al cortile d'onore e alla spianata dei bastioni da due corridoi di servizio ad arco ribassato. La rimessa delle carrozze, realizzata nel 1832 da Giacinto Passaro, sostituisce quella di circa un secolo prima di Ferdinando Sanfelice, soprattutto per questioni di estetica in quanto la nuova si allineava alla facciata del palazzo rispetto alla precedente che invece seguiva una linea obliqua; è un ambiente voltato con spina centrale che verte su nove colonne in ordine dorico e su cui si notano ancora gli scudi rossi con la corona e il monogramma di Umberto I di Savoia: il ritmo delle finestre venne modificato dal Genovese nel 1837 per adattarlo alle esigenze del Cortile del Belvedere.

Il cortile del Belvedere nasce come corte a mare del primo nucleo del palazzo e aveva originariamente una forma a 'C', chiuso da un loggiato, poi successivamente modificato a seguito della costruzione dei nuovi nuclei del palazzo nel Settecento, con l'inserimento di archi a sesto ribassato e a sesto pieno nella parte orientale; altre modifiche si ebbero tra il 1837 e il 1840 quando, per l'accesso al cortile, fu creato un arco trionfale con semicolonne ioniche e corinzie in finto piperno. Il cortile è decorato tra il piano terra e il primo piano da una fascia dorica a metope in finto piperno e triglifi. Dal cortile del Belvedere, contraddistinto da un corridoio prospettico che unisce il panorama sul golfo di Napoli a quello dei giardini, si consente l'accesso a diverse zone del palazzo: sulla sinistra è la cosiddetta scala dei Forestieri, che porta al vestibolo dell'appartamento storico, con delle nicchie nelle quali sono collocate copie in gesso di statue appartenenti alla collezione Farnese, esposte al Museo archeologico nazionale di Napoli, mentre un ponticello, crollato a seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e ricostruito sugli stessi appoggi in ghisa, lo collega direttamente al giardino pensile. Dal cortile si accede sia a un appartamento privato riservato agli incontri ufficiali di Ferdinando II delle Due Sicilie, con decorazioni alla pompeiana, divenuto poi sede della Soprintendenza, sia a un ponte che, superando il fossato difensivo, si collega ai bastioni del Maschio Angioino e a una discesa che porta alle scuderie.

Appartamento Reale

L'Appartamento Reale è posto al piano nobile del palazzo: dal 1660 al 1734 è stato utilizzato come luogo di rappresentanza dei viceré spagnoli e austriaci, dal 1734 al 1860 appartamento privato e pubblico dei Borbone e, con l'unità d'Italia, appartamento d'etichetta dei Savoia. L'appartamento è stato aperto al pubblico nel 1919 dopo essere entrato a far parte degli Istituti di Antichità e Arte dello Stato, mentre il suo aspetto musealizzato si deve ai lavori di restauro eseguiti al termine della seconda guerra mondiale. L'allestimento delle sale è rimasto pressoché intatto dopo l'ultima sistemazione effettuata in epoca borbonica e descritta negli inventari sabaudi del 1874. Le decorazioni interne delle camere ripercorrono solitamente le vicende delle varie personalità di spicco delle dinastie che le hanno abitate, adeguandosi al gusto e alle mode del periodo in cui erano realizzati. I dipinti delle sale, per lo più di scuola settentrionale ed europea, a cui si aggiunge qualche artista napoletano, provengono dalla collezione Farnese, dalle raccolte borboniche, come ad esempio le tele di scuola caravaggesca del Seicento, acquistate ai primi dell'Ottocento, o ritratti olandesi fatti acquistare da Domenico Venuti a Ferdinando I delle Due Sicilie, e dalle chiese napoletane che venivano chiuse: tuttavia in palazzo non vanta una vera e propria collezione, ma solo pezzi a sé stanti in quanto, nel corso degli anni, numerose opere, per volere sia dei Borbone sia dei Savoia, sono state trasferite in altri musei, come quello di Capodimonte, insieme all'Armeria reale e alle porcellane, oppure al Museo archeologico nazionale, o in palazzi sedi di enti pubblici. Il mobilio, in stile rococò e barocco, è stato realizzato da ebanisti napoletani tra il XVIII e il XIX secolo o portati dalla Francia durante la permanenza a Napoli di Gioacchino Murat, insieme a tappeti a arazzi, alcuni dei quali tessuti anche dalla Reale Arazzeria di Napoli. Resiste un buon numero di pezzi di artigianato: si tratta di porcellane, soprattutto di Sèvres, orologi, sculture in bronzo e marmo e lavori in pietre dure. Per accedere alle stanze del re venivano utilizzate delle chiavi d'argento e d'oro, custodite dai gentiluomini di camera: diverse di queste si trovano al museo civico Gaetano Filangieri di Napoli.

Pianta
Scalone d'onore

In origine esisteva una scala modesta a due rampe, opera di Domenico Fontana. Per volere di Iñigo Vélez de Guevara, fu costruito tra il 1651 e il 1666 un nuovo scalone, in piperno, realizzato da Francesco Antonio Picchiatti: questo fu definito nel 1729 da Montesquieu come il più bello d'Europa, ed è ritratto nel dipinto di Antonio Dominici del 1790 dal titolo Scalone reale con il corteo nuziale delle principesse di Borbone. A seguito dell'incendio del palazzo nel 1837 si decise la costruzione di un nuovo scalone: questo fu realizzato nel 1858 su disegno di Gaetano Genovese e realizzato da Francesco Gavaudan; per la sua costruzione, la nuova scala occupò non solo lo spazio della precedente, ma ne prese altro anche dalla corte. Lo scalone si trova nella parte settentrionale del palazzo, posizionato ortogonalmente rispetto alla facciata: la sala dove è posto è rivestita da diversi tipi di marmo provenienti dalle cave del regno delle Due Sicilie come quello rosato, il Porto Venere, il rosso di Vitulano, la breccia rosata di Sicilia, il Mondragone e il lumachino di Trapani. Questo ambiente è in stile neoclassico: originariamente soffriva di scarsa luminosità e il problema fu risolto nel 1843 con l'abbattimento del vicino palazzo Vicereale e l'apertura di finestroni a vetrate con montatura in ferro e in ghisa, che andarono a sostituire una serie di archi ribassati chiusi da tompagnature. Caratteristico è l'uso dei pilastri invece delle lesene: la volta è a padiglione e ornata con stucchi bianchi su fondo grigio, raffiguranti festoni e stemmi del regno di Napoli, di Sicilia, della Basilicata, della Calabria e, aggiunti successivamente, di Casa Savoia. Sulle pareti laterali si aprono quattro nicchie, due per lato, abbellite da sculture in gesso: due sono Fortezza di Antonio Calì e Giustizia di Gennaro Calì, e altre due Clemenza di Tito Angelini e Prudenza di Tommaso Scolari. Completano le decorazioni due bassorilievi in marmo di Carrara raffiguranti la Vittoria tra il Genio della fama e il Valore, di Salvatore Irdi, e Gloria tra i simboli della Giustizia, della Guerra, della Scienza, dell'Arte e dell'Industria, di Francesco Liberti, rispettivamente sulla destra e sulla sinistra.

Ambulacro

L'ambulacro al primo piano è costituito da quattro corridoi che girano intorno al cortile d'onore: in principio si trattava di una loggia aperta che, durante il restauro del XIX secolo, fu chiusa utilizzando ampie finestre; fu in questa fase che le volte furono decorate da stucchi di Gaetano Genovese. Nell'ambulacro si aprono le stanze dell'appartamento reale: lungo il primo braccio, quello che corre parallelo alla facciata su piazza del Plebiscito, si trova il teatrino di corte e le sale da udienza, lungo il secondo si trovano le retrostanze dell'antico appartamento privato, le quali affacciano sul giardino pensile, lungo il terzo, quello esposto a oriente, si trova il salone d'Ercole e la Cappella Reale, e infine il quarto braccio che affaccia sullo scalone d'onore e da cui, tramite la vetrata, si scorge piazza Trieste e Trento, con veduta, in lontananza, della certosa di San Martino. Questa distribuzione del piano è rimasta immutata nel tempo, come dal progetto originario di Domenico Fontana. Le porte che si presentano sull'ambulacro sono laccate in bianco, in stile neoclassico, e sono state realizzate negli anni trenta dell'Ottocento.

Appartamento del re

Sala I. Il teatrino di corte è stato realizzato nel 1768 in occasione delle nozze tra Ferdinando I e Maria Carolina d'Asburgo-Lorena: allestito da Ferdinando Fuga nell'antica Sala Regia, fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale. Originale è il palco, del XVIII secolo, mentre sono stati rifatti durante gli anni cinquanta del XX secolo il palcoscenico e il soffitto con gli affreschi dipinti da Francesco Galante, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo e Antonio Bresciani: questi hanno ripreso nel tema gli affreschi originali di Antonio Dominici e Crescenzio La Gamba. Lungo le pareti, esclusa quella occupata dal palco, sono poste, nelle nicchie, delle statue opera di Angelo Viva, ritraenti Minerva, Mercurio, Apollo e le nove Musa.

Sala II. La Prima Anticamera o Sala Diplomatica è così chiamata in quanto al suo interno sostavano le delegazioni diplomatiche in visita al re. Tutto l'ambiente si presenta in stile barocco: il soffitto, realizzato tra il 1737 e il 1738, periodo in cui Carlo di Borbone sposò Maria Amalia di Sassonia, è a volta a padiglione e gli affreschi che lo decorano sono opera di Francesco De Mura, su disegno di Vincenzo Re, raffiguranti il Genio Reale e le virtù del Re e delle Regina (queste sono Fortezza, Giustizia, Clemenza e Magnanimità per il sovrano e Fedeltà, Prudenza, Valore e Bellezza per la regina), Imeneo, dio delle nozze, che scaccia la Malignità, e, ai quattro lati, Allegoria delle quarti parti del mondo, in monocromo, su fondo dorato. Alle pareti due arazzi di fattura Gobelins, dono del Nunzio Apostolico alla corte di Napoli nel 1719 e inneggianti al Re Sole, rappresentato attraverso l'Allegoria degli Elementi. Il mobilio è della seconda metà del XIX secolo, precisamente del 1862, di Pietro Cheloni, mentre gli sgabelli risalgono al 1815; su un cavalletto è esposto un frammento della vecchia decorazione della volta, in stile manieristico e risalente al 1620 circa. Le porte sono attribuite alla bottega di Antonio Dominici, realizzate tra il 1774 e il 1776, dipinte a tempera su fondo oro.

Sala III. La Saletta Neoclassica viene così chiamata per lo stile, in chiaro gusto neoclassico, con cui è decorata: venne disegnata da Gaetano Genovese. Alle pareti diverse pitture tra cui Scalone di Palazzo Reale con la partenza delle principesse borboniche dopo le nozze, di Antonio Dominici, e Cappella Reale di Napoli con le nozze di Maria Teresa e Maria Luisa di Borbone con Francesco II d'Asburgo e Ferdinando III di Lorena, evento celebrato il 12 agosto 1790, oltre a diverse pitture a tempera su carta, appartenute a Maria Isabella di Borbone-Spagna, opera di Anton Hartinger e Franz Xaver Petter. In una nicchia dell'esedra è posta una statua in marmo risalente al 1841 di Giovanni De Crescenzo, raffigurante una Ninfa alata.

Sala IV. La Seconda Anticamera conserva al soffitto la decorazione in affresco originale del periodo vicereale: in stile manieristico, l'opera raffigura i successi degli spagnoli, in particolare i fasti di Alfonso V d'Aragona, stesso tema che si ritrova in alcuni palazzi romani costruiti dallo stesso Fontana per papa Sisto V. Dipinti da Belisario Corenzio, intorno al 1622, con gli aiuti della sua bottega, gli affreschi, i cui titoli sono trascritti sulle varie cornici, raffigurano in successione: Alfonso entra in Napoli, Cure per le arti e le lettere, La città di Genova offre le chiavi ad Alfonso il Magnanimo, Consegna ad Alfonso dell'ordine del Toson d'oro e Investitura reale di Alfonso. Alle pareti sono esposti dipinti del Seicento come Vestizione di sant'Aspreno, opera di Massimo Stanzione. L'arredamento è organizzato con una console di manifattura napoletana del 1780, poltrone e specchiere del XIX secolo, e altri arredi in stile Impero portati dalla famiglia Murat, oltre a vasi a orologio e candelabri del bronzista Pierre-Philippe Thomire e vasi di porcellana cinese del XIX secolo, dono di Nicola I di Russia a Ferdinando II, in occasione di un suo viaggio a Napoli nel 1845.

Sala V. La Terza Anticamera ha un soffitto decorato con un affresco di Giuseppe Cammarano, Pallade che incorona la Fedeltà, realizzato nel 1818, poco dopo il ritorno sul trono del regno delle Due Sicilie di Ferdinando I, evento a cui l'opera si ispira. Le pareti sono decorate con una serie di arazzi di manifattura napoletana tra cui Ratto di Proserpina di Pietro Duranti, risalente al 1762 su cartone preparatorio di Girolamo Starace Franchis, consigliato da Luigi Vanvitelli, e altri quattro, due di Sebastiano Pieroni, Testa di vecchio e Testa di Vecchia, uno di Antonio Rispoli, Ritratto di giovani donne col manto blu, e uno di Gaetano Leurie, Figura di donna con orecchini pendenti. Completano le pitture Ritratto di dama di Nicholas Lanier e Lot e le figlie di Massimo Stanzione. L'arredamento è in stile barocco e neorococò composto da consolle e specchiere della seconda metà del XIX secolo; tra le suppellettili: vasi di porcellana francese del XIX secolo decorati con figure bibliche e di danzatrici pompeiane, opera di Raffaele Giovine, lo stesso che ha dipinto altri due vasi, del 1842, di manifattura di Sèvres, posti su colonnine e decorati con scenette e motivi floreali.

Sala VI. La Sala del Trono è stata più volte modificata nel corso degli anni a seconda delle varie dominazioni che si sono succedute alla guida del regno napoletano. Il soffitto è impreziosito con una serie di figure femminili con corone murate ritraenti le Quattordici provincie e le Onorificenze del regno delle Due Sicilie, realizzato nel 1818; completano la decorazione degli stucchi disegnati da Antonio De Simone ed eseguiti da Valerio Villareale e Domenico Masucci. Originariamente le pareti erano rivestite da un paramento in velluto rosso ricamato con gigli araldici, andato distrutto; successivamente sono state adornate con dipinti aventi per soggetti personalità della casa reale: Ferdinando I che dedica la basilica votiva di San Francesco di Paola, di Vincenzo Camuccini, Ferdinando IV e Maria Carolina d'Austria di Francesco Saverio Candido, realizzati intorno al 1790 e donati alla collezione del palazzo nell'aprile 2008 dalla fondazione Compagnia di San Paolo di Torino, e una serie di ritratti eseguiti da Giuseppe Bonito raffiguranti gli Ambasciatori turchi e tripolini, giunti a Napoli tra il 1740 e il 1741 per stipulare dei trattati politici e commerciali per una ripresa degli scambi nel mar Mediterraneo, e ancora Maria Antonia di Baviera e principessine, disegnato a pastello, e Elettori di Sassoni, replica settecentesca di Anton Raphael Mengs. Caratteristica della sala è ovviamente il trono: si tratta di una sedie in stile impero del 1850, in legno intagliato e dorato, decorato con alcuni elementi che rimandando alla restaurazione borbonica come sottobraccioli a forma di leone a mo' di effetto scultoreo o delle rosette che compaiono anche nel trono di Napoleone Bonaparte disegnato da Charles Percier e Pierre-François-Léonard Fontaine o quello della reggia di Versailles, conservato al Victoria and Albert Museum di Londra. Il trono è contornato da un baldacchino del XVIII secolo in velluto cremisi e galloni dorati, ornato con nastri intrecciati che proviene dal Palazzo dei Normanni di Palermo; si completa con un coronamento con aquila e stemma sabaudo del periodo dopo l'unificazione d'Italia. Il mobilio, in stile aulico, è di fattura napoletana e realizzato intorno al 1840, tra cui tre sedie del XVIII secolo in legno dorato e rivestite in velluto amaranto; risalgono al periodo del decennio francese quattro torciere in stile impero di manifattura di Sarreguemines, poste agli angoli della sala.

Sala VII. Il Passetto del Generale, a cui si accede tramite un corridoio decorato con stucchi in bianco e oro dalla Sala del Trono, venne sistemato tra il 1841 e il 1845 in stile neoclassico. Tra le tele esposte: Storie di Giuditta di Tommaso De Vivo, dipinti a soggetto sacro di artisti napoletani e uno di François Marius Granet; nella sala è ospitata una statua in legno di mogano e bronzo, appartenuta a Carolina Bonaparte, raffigurante Psiche, di Thomire. L'arredamento è composto da sgabello di fattura inglese del XVIII secolo, con zampe leonine e frontalmente adornate da riproduzioni di conchiglie.

Sala VIII. In origine la sala era un corridoio di collegamento tra gli ambienti di rappresentanza e le stanze private, chiamata Gran Galleria, dov'erano custoditi numerosi dipinti: a seguito della decisione di Ferdinando II di trasferire, nel 1832, le opere al museo borbonico, l'ambiente venne destinato a stanza di rappresentanza, prendendo il nome di Salone degli Ambasciatori. Il soffitto è diviso in quattordici scomparti, separati da cornici in stucco dorato e intervallati da stemmi, in cui sono affrescate i fasti della casa reale spagnola e episodi della vita di Ferrante d'Aragona: Partenza di Marianna d'Austria da Finale Ligure, Ingresso di Marianna d'Austria in Madrid, Matrimonio di Marianna d'Austria con Filippo III di Spagna, Guerra contro Luigi XII di Francia, Spagnoli soccorrono Genova assediata dai francesi, Guerra contro Alfonso del Portogallo, Battaglia contro i Mori sulle montagne di Alpuxarras, Battaglia contro i Mori di Granata, Conquista delle Canarie, Entrata trionfante di Ferrante d'Aragona in Barcellona, Cacciata degli Ebrei dalla Spagna, Giuramento di fedeltà dei Siciliani a Ferrante, Scoperta del Nuovo Mondo e Incontro di san Francesco di Paola con Ferrante d'Aragona. Queste pitture, realizzate nel terzo decennio del Seicento, sono attribuite a Belisario Corenzio e alla sua bottega con gli aiuti di Onofrio e Andrea De Lione, eccetto quelle dedicate a Marianna d'Austria, attribuita a Massimo Stanzione, posteriori al 1640. Ai quattro angoli del soffitto sono posti gli stemmi borbonici, anche se durante i lavori di restauro sono ricomparsi, al di sotto di questi, gli emblemi di Fernando Ruiz de Castro, committente dell'opera. Le pareti ospitano una serie di arazzi: due di Louis Ovis de la Tour, Allegoria del Mare e Allegoria della Terra, mentre altri due sono di manifattura Gobelins, con tema Storia di Enrico IV, risalenti al 1790 e acquistati come prototipi per una serie di arazzi da tessere a Napoli e destinare alla Reale tenuta di Carditello. Tra il mobilio, una console in stile impero del 1840 sulla quale sono posti due orologi di epoca napoleonica, decorati rispettivamente con l'Allegoria del tempo e il Genio delle Arti.

Dal Salone degli Ambasciatori si passa a una serie di ambienti con vista mare: da qui originariamente era possibile accedere a un corpo di fabbrica chiamato Belvedere, demolito durante i lavori di ristrutturazione del Genovese, e al giardino pensile. Le stanze vista mare erano private, anche se con l'ascesa al torno di Ferdinando II furono trasformate in stanze di rappresentanza e gli appartamenti privati spostati al piano superiore.

Sala IX. La Sala di Maria Cristina, prima moglie di Ferdinando II, è anche ricordata con il nome di "stanza dove il re di veste", in quanto era, come primo utilizzo, ambiente privato prima di Carlo, poi di Ferdinando, o anche come sala dei Ministri: tuttavia già durante il XIX secolo aveva perso la sua funzione privata, diventando stanza di rappresentanza con il nome di Sala dei Ministri. Affacciata sul giardino pensile e di conseguenza sul mare, la sala subì notevoli danni durante la seconda guerra mondiale, quando, a seguito dell'occupazione americana, perse la decorazione pittorica del soffitto dov'era affrescata Aurora di Francesco De Mura, risalente al 1765. I dipinti che decorano la sala sono di soggetto sacro e risalgono al XVI e al XVII secolo come Madonna con Bambino e Madonna con Bambino e san Giovannino, attribuite a Pedro de Rubiales, ispirato a Filippino Lippi, Circoncisione di Gesù, della scuola di Ippolito Scarsella, e Strage degli Innocenti, di Andrea Vaccaro. Il mobilio è degli anni quaranta del XIX secolo e tra le suppellettili si ritrovano due vasi in porcellana della manifattura di Sèvres, decorati da Jean-Baptiste-Gabriel Langlacé con Stagioni, dono di Carolina di Borbone-Due Sicilie a Francesco I nel 1830, e due orologi, uno con immagine di Donna africana, risalente al 1795, l'altro ritraente Giovanni II di Valois e Filippo l'Ardito.

Sala X. L'Oratorio è un piccolo vano che si apre accanto alla Sala di Maria Cristina: alle pareti sono esposte cinque tele del 1760, precedentemente custodite all'interno della cappella reale di Capodimonte, tutte aventi come tema la Natività, opera di Francesco Liani, pittore di corte durante il regno di Carlo di Borbone. Al centro della stanza è un altare in legno del XIX secolo e sul suo retro un sarcofago in rame argentato che ha custodito le spoglie di Maria Cristina di Savoia, morta di parto nel 1836 per dare alla luce Francesco II delle Due Sicilie e sepolta all'interno della basilica di Santa Chiara: la regina è stata poi beatificata.

Sala XI. La Sala del Gran Capitano è così chiamata per il ciclo di affreschi, Storie di Consalvo di Córdoba, di Battistello Caracciolo che si trova nella volta a padiglione che ha come tema episodi della conquista spagnola del regno di Napoli da parte di Gonzalo Fernández de Córdoba, chiamato appunto Gran Capitano. I dipinti esposti alle pareti provengono dalla collezione Farnese e in particolare: Pier Luigi Farnese, attribuito a Tiziano, una serie di epigrammi figurati opera di Otto van Veen, e ancora un arazzo proveniente dal demolito lato del Belvedere, precisamente dalla camera da letto del re, con l'Allegoria della Castità, tessuto nel 1766 in lana e seta con l'inserto di fili d'argento e argento dorato: l'arazzo deriva da un'idea di Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga, il cartone preparatorio è di Francesco De Mura, mentre la realizzazione è di Pietro Duranti. Il mobilio risale al XVIII secolo, periodo in cui la sala venne trasformata in un boudoir, con consolle e divani in stile Luigi XVI, intagliati da artigiani napoletani.

Sala XII. La Sala dei Fiamminghi, in stile neogotico, ha un soffitto decorato con affreschi realizzati nel corso dei lavori di ampliamento del palazzo tra il 1838 e il 1858: l'opera, Tancredi rimanda Costanza all'imperatore Arrigo VI, è di Gennaro Maldarelli; dipinta nel 1840, è contornata dagli stemmi delle quattro province napoletane. L'ambiente è così chiamato per via delle numerose pitture fiamminghe che lo adornano: risalenti al XVII secolo, vennero acquistate da Domenico Venuti per Ferdinando I delle Due Sicilie nel 1802 a Roma. Tra quelle esposte: Ritratto di flautista di Alexis Grimou, Ritratto di gentiluomo di Bartholomeus van der Helst, Ritratto di Giovinetta di Ludolf de Jongh, Avari, che proviene dalla collezione Farnese, di Marinus van Reymerswaele, Canonichessa di Nicolaes Maes, Ritratto di Oliviero Cromwell di ignoto fiammingo del XVIII secolo, Ritratto di gentiluomo, Ritratto di gentildonna e Ritratto di magistrato, tutti di Abraham van den Tempel, e Ritratto di cardinale attribuito a Giovan Battista Gaulli. Tra le suppellettili si trova un orologio del 1730 di Charles Clay, con all'interno un rullo metallico che azionava un piccolo organo, il quale, chiudendo e aprendo delle canne, era in grado di produrre dieci musiche diverse, e una fioriera con gabbietta per uccelli, di manifattura Popov di Gorbunovo a Mosca, con vedute delle residenze russe, donata a Ferdinando II durante il viaggio a Napoli nel 1846 dello zar Nicola I.

Sala XIII. Lo Studio del Re ha un soffitto a ramages dipinto con tempera su intonaco, con la raffigurazione dello Sbarco di Ruggero il Normanno a Otranto, di Gennaro Maldarelli. Il mobilio, realizzato durante l'età murattiana, è composto da una scrivania, commode e bonheur du jòur, commissionati a Adam Weisweiler di Parigi e originariamente destinati alla residenza napoleonica del Quirinale a Roma, prima di essere ceduti a Carolina Bonaparte per il regno di Napoli; i mobili sono decorati con applicazioni in bronzo di Pierre-Philippe Thomire. Tra le suppellettili: due vasi in porcellana di Sèvres, del 1817, decorati con ritratti di Luigi XVIII di Francia e Carlo conte di Artois, impreziositi da gigli araldici e altri simboli della restaurazione, dono della Francia ai Borbone, un orologio e un barometro entrambi francesi e del 1812, e una libreria, superstite della Biblioteca Reale, la quale è stata annessa alla Biblioteca nazionale nell'ala orientale del palazzo tra il 1920 e il 1925.

Sala XXIX. La sala delle Guardie del Corpo è decorata con un arazzo ritraente l'Innocenza, uno dei primi a essere tessuti dalla Reale Arazzeria di Napoli, e con il ciclo di arazzi Allegoria degli Elementi, tessuto tra il 1740 e il 1746, che si ispirava a quelli dell'Arazzeria Granducale di Firenze. Il mobilio è di epoca murattiana; tra le suppellettili: sgabelli con gambe a spade incrociate, un orologio di Bailly con scultura di Thomire, raffigurante la Meditazione, del 1812, e, su una consolle, un busto in cera della regina Maria Carolina d'Austria.

Appartamento della regina

Sala XIV. La sala è il Quarto Salotto della Regina. Le decorazioni del soffitto, opera di Giovanni Battista Natali, in classico stile rococò, risalgono al tempo del regno di Carlo di Borbone: si tratta di stucchi in bianco e oro con l'aggiunta di figure quali colombe, simbolo della fedeltà coniugale, amorini che scoccano frecce d'amore, ippogrifi e vasi con fiori. Alle pareti quadri di scuola napoletana del XVII e XVIII secolo, tra cui Orfeo e le Baccanti e Incontro di Rachele e Giacobbe, di Andrea Vaccaro e due tele di Luca Giordano provenienti dalla chiesa di Santa Maria del Pianto. I mobili vennero commissionati da Gaetano Genovese ad artigiani locali tra il 1840 e il 1841, durante la trasformazione dell'ambiente in appartamento della regina; sul camino è posto un orologio inglese con carillon, risalente al XVIII secolo, mentre il piano del tavolo è in pietre dure, creato dall'Opificio delle pietre dure di Firenze e dono di Leopoldo II di Toscana a Francesco I.

Sala XV. Il Terzo Salotto della Regina fu allestito nel 1840, in quanto, in precedenza, era una camera privata di Carlo di Borbone: proprio al suo regno, nel periodo precedente la sua partenza per la Spagna, avvenuta nel 1759, si devono le decorazioni del soffitto, in stucchi in bianco e oro, con raffigurazioni di trofei d'armi, elmi, stendardi e alabarde. La sala è denominata anche dei Paesaggi in quanti sono esposti dipinti che vanno dal XVI al XIX secolo e che hanno appunto come tema quello dei paesaggi; tra gli artisti si riconoscono: Pieter Mulier, Antonio Joli e le sue raffigurazioni di palazzi reali spagnoli, Jakob Philipp Hackert e la sua pittura di cronaca, Orazio Grevenbroeck con Porti di mare, Aniello de Aloysio con Posa della prima pietra della chiesa di San Francesco di Paola e Paolo Albertis con Entrata in Napoli di Ferdinando I. Il mobilio risale al 1840 ed è in stile neoclassico, così come il caminetto il quale riprende l'iconografia del mosaico della casa del Fauno a Pompei, raffigurante la battaglia tra Dario e Alessandro; al centro della sala è un tavolino in marmo e pietre tenere di Giovanni Battista Calì, con rappresentazione di Napoli dal mare e Ferdinando II in abiti militari.

Sala XVI. Il Secondo Salotto della Regina conserva intatta la decorazione del soffitto, risalente al XVIII secolo, in stucco bianco e oro, in stile rococò. Alle pareti sono posti dipinti come Venere, Amore e un satiro e Battaglia di Orazio Coclite di Luca Giordano, collocati alla fase barocca del pittore, Perseo e Andromeda e Ratto di Europa di Ilario Spolverini, due raffigurazioni di battaglie di Pietro Graziani, Naufragio fantastico di Leonardo Coccorante, e due tele con lo stesso tema, Notturno con incendio di Troia, attribuite a Diego Pereira. Il mobilio, in legno intagliato, risale alla sistemazione voluta dalla dinastia dei Savoia alla fine del XIX secolo, mentre il caminetto in marmo risale all'epoca del Genovese.

Sala XVII. Nel Primo Salotto della Regina il soffitto è stato realizzato durante i lavori di restauro del palazzo curati da Gaetano Genovese. Alle pareti dipinti del Seicento di scuola italiana, che si rifanno al caravaggismo, ed europea, appartenenti all'antica collezione del palazzo: Ritorno del figliuol prodigo di Mattia Preti, Orfeo di Gerard van Honthorst, San Gerolamo di Guercino, datato 1640, Disputa di Gesù tra i dottori di Giovanni Antonio Galli. Il mobilio, di manifattura napoletana, è composto da un divano definito stragrande e una console in bianco e oro voluti durante il riallestimento dei Savoia: si nota un orologio francese adorno con una statua in porcellana di Maria Stuarda, del 1840 circa.

Sala XVIII. Si tratta della Seconda Anticamera della Regina: le decorazioni in stucco bianco e oro del soffitto risalgono al periodo di Ferdinando II, mentre gli arredi sono di epoca murattiana, di fattura napoletana; caratteristico un vaso cinese del Settecento. Le pitture esposte nella sala appartengono alla collezione Farnese e sono perlopiù di artisti emiliani del Seicento: San Gioacchino e sant'Anna alla porta aurea di Gerusalemme e Bottega di San Giuseppe, entrambi di Bartolomeo Schedoni e probabilmente provenienti dalla chiesa di San Francesco a Piacenza, Sogno di san Giuseppe di Guercino, Madonna con Bambino e santi Agostino e Domenico di Giovanni Lanfranco, San Matteo e l'angelo di Camillo Gavasetti e Visione di san Romualdo di Pier Francesco Mola.

Sala XIX. In origine era la Prima Anticamera dell'appartamento di etichetta della regina, per poi prendere il nome di Sala delle Nature Morte per il tema trattato nelle pitture esposte al suo interno: si tratta di opere risalenti al XVIII e al XIX secolo, di un genere, quelle delle nature morte, assai diffuso a Napoli e provenienti dalla casa di campagna e dalle residenze di caccia dei reali borbonici. Tra le opere, sulla sinistra: Natura morta con pappagallo e coniglio di Giovanni Paolo Castelli, due Natura morta di fiori e frutti di Gaetano Cusati, Natura morta con il gallo di Baldassarre De Caro, Vaso di fiori di Mansù Dubuisson, Natura morta con alzata di dolci e fiori e Frutti con vaso di peltro di anonimo. Sulla destra: Natura morta con allegoria della flora e putti di Gaetano Cusati, Pesci, crostacei e conchiglie in un paesaggio, Desco imbandito con torta rustica, piatto di maccheroni con la grattugia e pezzo di formaggio di Giacomo Nani, Natura morta con cacciagione, bistecche e piatto di torli d'uovo di Scartellato. L'arredamento è composto da consolle napoletane in stile impero del XIX secolo, vasi di porcellana di Sèvres in stile rococò e tavolino abbinato.

Sala XX. È il Vestibolo: si tratta di una sala a forma di esedra, in stile neoclassico, decorata con colonne e lesene, ed è direttamente collegata con la scala dei forestieri, oltre a condurre all'Appartamento di etichetta della regina. L'allestimento della sala risale al periodo intorno al 1860 a opera di Gaetano Genovese: la volta è stuccata in bianco e lungo le pareti sono presenti quattro nicchie nelle quali sono ospitate statue in gesso, copie di sculture romane. Sono inoltre esposte: una serie di incisioni che rielaborano vignette dei vasi greci appartenuti all'ambasciatore inglese a Napoli William Hamilton, realizzate da Johann Heinrich Wilhelm Tischbein tra il 1791 e il 1795, e tre tempere che riproducono pitture ritrovate negli scavi archeologici vesuviani, usate come immagini preparatorie per il volume Antichità di Ercolano esposte, del 1757 e 1792. Tra i pezzi di arredamento, in gusto Biedermeyer, un tavolino in bronzo e marmo, ornato con satiri che reggono conchiglie, le quali sono andate a sostituire i medaglioni con all'interno il ritratto della famiglia reale, ispirandosi a quelli ritrovati negli scavi di Pompei e dono della regina Isabella a Francesco I per il suo compleanno del 4 ottobre 1827. E ancora un orologio astronomico a forma di tempietto, un orologio francese di epoca napoleonica con smalti di Coteau, su una consolle Antinoo come Dioniso, busto in bronzo di Guglielmo Della Porta, Roma Aeterna, scultura in marmo di Pietro Tenerani, e Achille con il cimiero, scultura in marmo.

Sala XXIII. Si tratta di una retrostanza: presenta il soffitto in stile neoclassico su disegni del Genovese. Alle pareti sono esposte sei tele di Francesco Celebrano, provenienti dalla reggia di Carditello, aventi come tema le Stagioni e il lavoro nei campi. I mobili sono in stile barocco, tutti di fattura napoletana; al centro della sala un leggio rotante, realizzato da Giovanni Uldrich nel 1792, tipico dei monasteri: in un primo momento in biblioteca e utilizzato da Maria Carolina, questo leggio permetteva di consultare più libri contemporaneamente, posti su otto piani pensili, i quali potevano essere accostanti allo scrittoio girando una manovella.

Sala XXIV. La sala è dedicata a Don Chisciotte: al suo interno sono infatti custodite diciannove tele preparatorie, su trentotto realizzate, con tema Storie di Don Chisciotte, dipinte da artisti di corte come Giuseppe Bonito, Benedetto Torre, Giovanni Battista Rossi, Antonio Dominici e Antonio Guastaferro, mentre i disegni sovrapporte e le quinte furono realizzati da Gaetano Magri, Orlando Filippini e Giuseppe Bracci. Queste opere servirono come modelli per una serie di arazzi, voluti da Carlo III, tessuti tra il 1758 e il 1779 dalla Reale Fabbrica di Napoli, precisamente da Pietro Duranti, per la camera da letto del re alla reggia di Caserta e successivamente trasferiti al palazzo del Quirinale di Roma. L'opera fu voluta per completare un'altra serie di arazzi di manifattura Gobelins, con lo stesso tema, acquistata dal re e risalente agli anni trenta del XVIII secolo. I mobili risalgono al primo quindicennio del XIX secolo; le suppellettili comprendono due vasi in porcellana di Sèvres decorati da Etienne Le Guay con Allegoria della Musica e della Danza del 1822 e un centrotavola ad alzata in porcellana e ottone dorato, decorato alla base da una placchetta dipinta da Raffaele Giovine, con le regge di Napoli, Capodimonte e Caserta, donato a Ferdinando I dal Municipio di Napoli in occasione del dono della concessione della Costituzione nel 1848.

Sala XXV. Si tratta di una retrostanza anche se originariamente era parte dell'Appartamento privato della regina Maria Amalia: il soffitto presenta una decorazione in stucco bianco dorato a rete, risalente alla seconda metà del XVIII secolo. Alle pareti sono apposte tele di pittori attivi a Napoli nel XIX secolo che hanno come tema paesaggi e scene come Marina di Salvatore Fregola, presente in tre esemplari, Piazza San Marco di Frans Vervloet del 1837, Tasso al convento di Sant'Onofrio e Morte di Tasso entrambe di Franz Ludwig Catel del 1834, Paesaggio con castello di Achille Carrillo, Pescatorelli di Orest Kiprenskij del 1829 e una serie di tele di Pasquale Mattej che documentano aspetti del folklore e della storia delle regioni del regno di Napoli. Oltre ai dipinti anche una serie di arazzi come quello raffigurante l'Innocenza, di Pietro Duranti su cartone preparatorio di Giuseppe Bonito, e panni più antichi, realizzati dalla Reale Arazzeria tra il 1746 e il 1750, come Allegoria dell'Aria, dell'Acqua e della Terra di Domenico Del Ross, che si rifacevano sia per tecnica sia per soggetti all'Arazzeria granducale di Firenze. Il mobilio è composto da oggetti d'arredo provenienti dallo studio di Palazzo Pignatelli di Monteleone, donati al palazzo reale nel 1993 per volontà di Nicola Jannuzzi e Olga Guerrero de Balde: questo è composto da una scrivania e una libreria di fattura francese degli anni trenta del XIX secolo appartenute a René Ilarie Degas, e con Ritratto di Therèse Aurore Degas di Joseph-Boniface Franque. Si aggiungono consolle inglesi del XVIII secolo, dipinte in bianco e oro, e sgabelli con piedi di capra risalenti al periodo murattiano; tra le suppellettili un busto in cera di Maria Carolina d'Asburgo, attribuito a Joseph von Deym.

Sala XXVI. Primo passetto, ossia una sorta di ambiente di passaggio con ai lati le stanze della regina, nel XIX secolo divenne una retrostanza, utilizzata come cappella: nel 1990, durante un restauro che ne ripristinò le antiche forme, è stata tolta la controsoffittatura, rimettendo alla luce un affresco raffigurante l'Allegoria dell'Unione Matrimoniale, dipinto in occasione delle nozze tra Carlo III di Borbone e Maria Amalia di Sassonia nel 1738, opera di Domenico Antonio Vaccaro, come testimoniato dalla firma e della data sull'affresco e dalle richieste di pagamento dell'artista nel 1739. In stile manieristico e rococò, l'opera venne coperta intorno al 1837 quando le stanze private furono trasferite al secondo piano. I dipinti sono a soggetto letterario e romantico, come Inferno dantesco di Tommaso De Vivo e Tasso a Sorrento di Beniamino De Francesco. Tra il mobilio un tavolino in tarsia sorrentina.

Sala XXVII. L'Alcova di Maria Amalia di Sassonia comunica direttamente con i passetti e la camera da letto: il soffitto è stato decorato nel corso del XIX secolo con stucchi, ricoprendo i precedenti affreschi realizzati nel 1739 da Nicola Maria Rossi ed evidenziati tramite saggi. I vari quadri esposti nella sala trattano in generale di un tipo di pittura narrativa del costume napoletano: Due pescatorelli di Orest Adamovič Kiprenskij e presentato nell'Esposizione Napoletana del 1829, Brigantessa ferita di Luigi Rocco del 1837, Benedizione pasquale di Raffaele D'Auria, e Pescatore addormentato, di Salvatore Castellano.

Sala XXVIII. La sala è un passetto.

Sala XXXIV. Si tratta del Boudoir della Regina: con l'abbattimento della controsoffittatura è stato rimesso in luce un affresco raffigurante l'Allegria della Maestà Regia con la Pace, la Fortuna e il Dominio di Domenico Antonio Vaccaro. Sulle pareti sono posti una serie di quadretti cinesi ad acquerello, disegnati a Canton nella metà del XVIII secolo, in origine esposti alla reale villa Favorita di Resina e giunti a Napoli forse sotto forma di album: i disegni riproducono i temi trattati in un testo cinese, il Gengzhitu, come la coltura del riso, la produzione di porcellana, la manifattura della seta. Inoltre sono presenti le raffigurazioni di un Mandarino e Dama cinese a grandezza naturale, opera di Lorenzo Giusto del 1797, sempre proveniente da villa Favorita. Tra le suppellettili: vasi da notte e toletta, servizi da scrittoio, metrici della Reale Stamperia, frammenti di pavimentazione, una scrivania in granito e marmo dalla forma ellittica e un tavolo in porfido.

Galleria e Salone d'Ercole

Sala XXI. La sala è denominata Galleria e si affacciata direttamente sul cortile delle carrozze: gli specchi alle pareti sono incastonati in lesene di gusto neoclassico, mentre il mobilio è composto da consolle di fine Settecento in bianco e oro, oltre a poltroncine risalenti al periodo del decennio francese, un centrotavola in bronzo dorato e porcellane francesi del XIX secolo.

Sala XXII. In origine era denominata Sala dei Viceré in quanto ospitava i ritratti dei vari viceré, dipinti da Massimo Stanzione e Paolo De Matteis: trasformata in seguito in salone da ballo nel XIX secolo, durante il periodo murattiano assunse la definitiva denominazione di Salone d'Ercole poiché, a seguito del suo riallestimento, fu ornata con copie in gesso delle sculture della collezione Farnese, tra cui quella dell'Ercole Farnese. L'ambiente è stato poi riallestito durante il regno dei Savoia e ristrutturato nel 1956 a seguito dei danni subiti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, con la ricostruzione del soffitto. La decorazione alle pareti è garantita da una serie di arazzi, sistemata in loco alla fine del XIX secolo, prodotta dalla Reale Fabbrica di Napoli in stile rococò e neoclassico tra il 1783 e il 1789, con tema Storie di Amore e Psiche, prendendo spunto dalla favola di Apuleio, e realizzati da Pietro Duranti su cartoni preparatori di Fedele e Alessandro Fischetti. Il pavimento è in larga parte ricoperto da un tappeto di manifattura francese della seconda metà del XVII secolo e già descritto nell'inventario del mobilio di Luigi XIV di Francia: si trovava infatti all'interno della Savonnerie del Louvre e fu successivamente portato a Napoli da Murat; presenta decorazioni di elementi vegetali e animali a cui si aggiungono le quattro parti del mondo e le insegne di Francia e Navarra. Le consolle in stile neoclassico provengono dalle Anticamere, mentre le suppellettili sono un orologio decorato con Atlante che regge il globo terrestre, opera di Isaac Thuret e cassa di André-Charles Boulle, un vaso in porcellana verde di Sèvres con vignetta raffigurante Omero tra i vasai di Samo, di Antoine Béranger e donato a Francesco I nel 1830, e due vasi della manifattura di Limoges, dipinti a Napoli da Raffaele Giovine, con vignette che illustrano il momento dell'abdicazione di Carlo di Borbone in favore di Ferdinando IV, datato 1847.

Cappella Palatina

Sala XXX. La cappella Palatina, chiamata anche cappella reale dell'Assunta, venne edificata nel 1643 da Francesco Antonio Picchiatti e terminata nel 1644, quando fu consacrata alla Madonna Assunta: utilizzata sia per celebrazioni religiose dei reali, sia come sede della scuola musicale napoletana, venne più volte restaurata sia alla fine del Seicento sia durante l'Ottocento; fortemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale, fu sconsacrata e adibita a luogo d'esposizione dei paramenti sacri precedentemente raccolti nella sacrestia. La cappella è a navata unica con tre cappelle su ogni lato: le decorazioni in stucco e pittoriche sono opera di artisti dell'Accademia di Napoli tra i quali Domenico Morelli, mentre l'altare maggiore proviene dalla chiesa di Santa Teresa degli Scalzi ed è realizzato in pietre dure. Nella cappella è ospitato il presepe del Banco di Napoli, composto da oltre trecento pezzi risalenti dal XVIII al XIX secolo, mentre l'ingresso è consentito attraversando un portone ligneo del XVI secolo proveniente dal vecchio palazzo Vicereale.

Giardini

Il giardino del Palazzo Reale è ciò che rimane degli antichi giardini del palazzo Vicereale: questo giardino di passeggio venne realizzato nel 1842 dal botanico tedesco Friedrich Dehnhardt sfruttando lo spazio che si era venuto a creare a seguito della demolizione di alcuni edifici adibiti a maneggio tra il Palazzo Reale e il Maschio Angioino. Questo si trova protetto da un'ala nuova del palazzo, chiamata della Porcellana, in quanto originariamente ospitava una fabbrica di porcellana, poi trasferita a Capodimonte, e adibita ad alloggi per gli infanti dei Borbone e successivamente alla Biblioteca nazionale. Il giardino presenta delle aiuole disegnate con un andamento casuale e sinuoso, mentre le piante ospitate variano tra specie locali e altre esotiche, come Ficus macrophylla, Strelitzia nicolai, Persea indica, Pinus canariensis, Magnolia grandiflora, Jacaranda mimosifolia e Cycas revoluta: le piante sono contraddistinte da cartellini che ne riportano la data della messa a dimora. Tutto il giardino è cinto da una cancellata con lance dalle punte dorate; presso il cancello d'ingresso, nel 1924, Camillo Guerra realizzò uno scalone per fornire la Biblioteca nazionale di un ingresso autonomo, dalla forma di esedra: ai lati è decorato da due Palafrenieri in bronzo, opera di Peter Jakob Clodt von Jürgensburg, copia di quelli realizzati a San Pietroburgo e dono dello zar Nicola I in ricordo del suo soggiorno a Napoli nel 1845, come ricordato in una lapide sottostante.

Dal primo piano dell'Appartamento Reale si accede al giardino pensile: le prime testimonianze che si hanno del giardino risalgono ad alcuni ritratti di Francesco Cassiano de Silva risalenti alla fine del XVII secolo: questi furono sistemati nel 1745 da De Lellis e successivamente con Bianchi, mentre assunsero l'aspetto definitivo con il restauro del Genovese durante la metà del XIX secolo. Le principali piante sono Bougainvillea e rampicanti: al centro, precisamente tra il vestibolo e il ponte in ghisa, sono posti una fontana e un tavolo con zampilli; completano l'opera panchine in marmo in stile neoclassico e aiuole.

Le scuderie sono un ambiente di circa milleduecento metri quadrati caratterizzato da un soffitto con diciotto campi voltati che scaricano su una fila centrale di pilastri quadrati; un lato è attrezzato con le mangiatoie in pietra calcarea, mentre sulla pavimentazione sono ancora visibili i segni lasciati dai cavalli. Più in basso un edificio costruito nel anni ottanta del XIX secolo adibito a maneggio. Nella zona sono inoltre presenti i ruderi del vecchio maneggio e delle scuderie, abbattuti da Genovese, e, su una zona leggermente rialzata, quello che un tempo era il campo da tennis di Umberto I di Savoia.

Durante i lavori di restauro del 1994, nei pressi della biglietteria, all'ingresso, nel tratto compreso tra l'ingresso di piazza Plebiscito e quello di piazza Trieste e Trento, in quello che era il percorso originario di ingresso al palazzo, dove sostava il corpo di guardia, è stato ritrovato, a circa un metro sotto il piano di calpestio, un viale facente parte dei vecchi giardini del palazzo Vicereale: il vialetto era stato realizzato in mattoni disposti a spina di pesce, bordato con blocchetti di pietra lavica da un lato e poggiato a un muro dall'altro. Il muro aveva la funzione di contenimento della spianata sulla quale sorgeva il giardino: questo, risalente al XVI secolo, è realizzato nella parte inferiore da blocchetti di tufo, mentre in quella superiore, da basoli di trachite aggiunti successivamente. Poco più avanti è stato rinvenuto un pozzo rettangolare, affiancato da due vasche di forma circolare: da studi stratigrafici è emerso che il pozzo è rivestito in muratura per circa tredici metri di profondità, a cui seguono altri due metri e cinquanta scavati direttamente nel tufo per poi giungere a una camera quadrata dove era raccolta l'acqua della falda; il fondo era ricoperto da uno strato di limo spesso circa quaranta centimetri. Con l'inizio della costruzione del palazzo Reale il pozzo venne dismesso e utilizzato come immondezzaio: sul suo fondo, per un'altezza di circa quattro metri, grazie alla presenza d'acqua che ne ha permesso la conservazione, sono stati ritrovati materiali organici come ossa di animali, resti di pesci e molluschi, rami e noccioli di frutta, ma anche materiale da costruzione come maioliche e legno lavorato, che hanno permesso di ricostruire lo stile di vita di quel periodo; successivamente è stato riempito con materiale di risulta fino al bordo.

Biblioteca nazionale

La Biblioteca nazionale, dedicata a Vittorio Emanuele III di Savoia, è ospitata in un'ala nel Palazzo Reale dal 1923: con oltre due milioni di testi è la biblioteca più importante del sud Italia, nonché una delle prime a livello mondiale. Contiene carte geografiche, progetti, disegni rari, preziosi manoscritti, lettere, fondi di letteratura, arte e architettura, provenienti dalla raccolta Farnese e da altre raccolte acquisite nel corso degli anni, e i papiri provenienti dall'omonima villa ritrovata durante gli Scavi archeologici di Ercolano: alcuni testi portano firme di artisti del panorama italiano come quelle di san Tommaso d'Aquino, Torquato Tasso, Giacomo Leopardi, Salvator Rosa, Luigi Vanvitelli e Giambattista Vico.

Le sale che ospitano la biblioteca erano in origine adibite per ospitare le feste di corte, realizzate durante i lavori di restauro effettuati da Gaetano Genovese durante la metà del XIX secolo: alcune di queste presentano decorazioni in stile neoclassico, come ad esempio nel Salone da Lettura, antica sala da ballo, o la sala che ospita la sezione dei manoscritti e rari, con pitture che ricordano soprattutto gli affreschi pompeiani, realizzati da diversi artisti dell'Accademia Napoletana come Camillo Guerra, Giuseppe Maldarelli e Filippo Marsigli, o la Sala Palatina, in origine Gabinetto Fisico, ossia un laboratorio astronomico creato per il diletto de re.

Teatro di San Carlo

Al complesso del Palazzo Reale appartiene anche il vicino teatro di San Carlo: costruito da Giovanni Antonio Medrano, venne inaugurato il 4 novembre 1737, in occasione dell'onomastico del re. Nel corso degli anni ha subito numerosi interventi di rifacimento, sia alla facciata sia all'interno: la facciata, che in un primo momento si presentava dalle semplici linee architettoniche fu modificata da Antonio Galli da Bibbiena nel 1762, da Ferdinando Fuga nel 1768, da Domenico Chelli nel 1791, fino ad assumere il suo aspetto definitivo, in stile neoclassico con pronao bugnato, galleria in ordine dorico e decorazioni con bassorilievi, tra il 1810 e 1812 con i lavori effettuati da Antonio Niccolini. Lo stesso Niccolini restaurò anche gli interni nel 1841 e poi, a seguito di un incendio, nel 1861 con l'aiuto del figlio Fausto e di Francesco Maria Del Giudice. Ampliato nel corso degli anni trenta del Novecento, l'interno del teatro si presenta a forma di ferro di cavallo, adornato con raffigurazioni di putti, cornucopie e soggetti classici: la volta è caratterizzata dalla grande tela con Apollo che presenta a Mercurio i maggiori poeti greci, latini e italiani, opera di Giuseppe Cammarano; può ospitare poco più di 1 300 spettatori. Il sipario è del 1854, realizzato da Giuseppe Mancinelli e raffigurante Muse e Omero tra poeti e musicisti. Il teatro è collegato direttamente al palazzo reale con due ridotti, uno al pian terreno, l'altro, privato, al piano nobile, con decorazione neoclassica, e attraverso il giardino.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza del Plebiscito
Orari
Th-Tu 09:00-20:00; We off
Telefono
+39 081 5808255
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
palazzorealedinapoli.org

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Certosa di San Martino

Certosa · Napoli

Certosa di San Martino

La certosa di San Martino è un'area palaziale di Napoli situata sulla collina del Vomero, accanto al castel Sant'Elmo.

Cronologicamente è la seconda certosa della Campania essendo stata fondata diciannove anni dopo quella di San Lorenzo a Padula e quarantasei prima di quella di San Giacomo a Capri. Dopo l'Unità d'Italia ha assunto il titolo di monumento nazionale e dal 1866 ospita il Museo nazionale di San Martino, nato con lo scopo di raccontare la storia artistica e culturale della città. Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali gestisce certosa e museo tramite il Polo museale della Campania, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.

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Costituisce uno dei maggiori e più estesi complessi monumentali religiosi della città e, assieme alla reale cappella del Tesoro di san Gennaro, uno dei più importanti e riusciti esempi di architettura e arte barocca poiché fulcro della pittura napoletana del Seicento. La sua complessa articolazione spaziale comprende circa cento sale, due chiese, un cortile, quattro cappelle, tre chiostri, giardini pensili e vari altri spazi ancora.

Storia

Nel 1325 Carlo d'Angiò, duca di Calabria e primogenito di Roberto d'Angiò, fece erigere sulla sommità del colle di Sant'Erasmo il monastero dell'ordine dei certosini, il favorito della casa reale francese.

Gli architetti che iniziarono la costruzione della certosa furono Tino di Camaino, maestro di corte angioina, e Francesco di Vito, i medesimi che lavoravano negli stessi anni al castello adiacente di Belforte (più noto come Castel Sant'Elmo); nel 1336, dopo la morte del Camaino, il suo allievo Attanasio Primario assunse la direzione dei lavori coadiuvato da Giovanni de Bozza. La certosa fu inaugurata e consacrata nel 1368, sotto il regno della regina Giovanna d'Angiò, seppur i certosini avevano preso possesso del monastero già dal 1337. Della prima soluzione architettonica della fabbrica rimangono solo pochi elementi all'interno del complesso religioso: in particolare, sono riconoscibili alcune aperture con archetti in stile catalano che si trovano nell'ex refettorio, usate probabilmente come passavivande, venute alla luce in un recente restauro. Più importanti e ampi sono invece gli spazi sotterranei della certosa, aperti al pubblico solo nel 2015: mettendo in luce l'originaria impostazione gotica dell'edificio, i sotterranei suggeriscono che Camaino abbia inglobato strutture preesistenti legate al castello di Belforte, scavato all'interno della collina, che fungono tra l'altro anche da basamento della certosa sovrastante.

Il complesso fu dedicato a Martino di Tours certamente prima del 1467, probabilmente per la presenza nel luogo di un'antica cappella preesistente a lui dedicata.

Sotto la spinta della Controriforma la certosa fu poi modificata secondo criteri più moderni e grandiosi, ricevendo alla fine del XVI secolo rimaneggiamenti e ampliamenti in stile tardomanierista e barocco. I lavori vennero affidati dal 1589 al 1609 a Giovanni Antonio Dosio che fu di fatto il primo artefice di gran parte delle trasformazioni ricevute dal complesso, occupandosi del nuovo disegno architettonico del monastero. Dosio ristrutturò il trecentesco chiostro grande, nel quale aggiunse altre celle per i monaci il cui numero era in aumento, costruì il chiostro dei Procuratori, e ampliò la chiesa con le edificazioni delle cappelle laterali e degli ambienti laterali alla zona absidale, il coro e il parlatorio da un lato e il refettorio e la cappella del Tesoro Nuovo dall'altro. A questo periodo si devono le commissioni pittoriche che ne decorano le sale interne, affidate ad artisti quali il Cavalier d'Arpino, suo fratello Bernardino, Belisario Corenzio, Giovanni Baglione, Lazzaro Tavarone, Andrea Lilli e Avanzino Nucci. La parte scultorea invece spetta prevalentemente ai lavori di Pietro Bernini, Michelangelo Naccherino e Giovan Battista Caccini.

Dal 1618 al 1623 la direzione del cantiere passò a Giovan Giacomo di Conforto, che si occupò di completare il progetto di Dosio, mentre dal 1623 al 1656 lasciò la sua impronta artistica l'architetto Cosimo Fanzago, artefice della veste barocca che ha assunto il complesso certosino: a Fanzago spettano la facciata della chiesa e le decorazioni marmoree interne della stessa e delle sue cappelle, i busti marmorei che decorano le pareti del porticato del chiostro grande e il cimitero del priore, che diverrà il modello per quello della certosa di Padula di qualche decennio dopo. I pittori che lavorarono in questa fase successiva di ristrutturazione del complesso furono i più grandi artisti della pittura napoletana del Seicento: Massimo Stanzione, Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Battistello Caracciolo, Paolo Finoglio e gli emiliani Guido Reni e Giovanni Lanfranco.

Nella prima metà del XVIII secolo i lavori passarono poi a Nicola Tagliacozzi Canale, che si dedicherà soprattutto al rifacimento degli spazi occupati dal priore le cui sale furono affrescate da Crescenzio Gamba, e poi a Domenico Antonio Vaccaro; i due architetti in questa fase furono accompagnati nelle decorazioni pittoriche principalmente da Francesco Solimena e Francesco De Mura.

Nel 1799 i certosini vennero cacciati, ritornando poi nel 1804 per poi essere nel 1807 nuovamente espulsi. Nel 1836 vennero di nuovo riammessi e infine espulsi definitivamente nel 1866, quando alla certosa fu annesso il museo nazionale omonimo divenendo pertanto, su richiesta di Giuseppe Fiorelli, bene monumentale proprietà dello Stato italiano.

Descrizione
Pianta
Piazza e cortile d'onore

Sul piazzale esterno al complesso certosino è defilata sulla sinistra la chiesa delle Donne, opera di Giovanni Antonio Dosio ornata da stucchi del XVII secolo, chiamata così perché destinata ad uso esclusivo delle donne, alle quali era proibito fare accesso alla certosa. A destra è invece l'ingresso, caratterizzato da un androne su cui è collocato uno stemma angioino ed un affresco ritraente San Bruno; dall'ingresso si accede al cortile d'onore realizzato sempre dal Dosio, sulla cui sinistra prospetta la chiesa principale della certosa.

Chiesa
Facciata e pronao

La facciata della chiesa trecentesca fu rimaneggiata prima sul finire del Cinquecento dal Dosio, che riadattò il pronao da cinque a tre arcate ricavandone due cappelle nella controfacciata della chiesa, quella del Rosario e di San Giuseppe, e poi successivamente da Cosimo Fanzago che costruì nella prima metà del Seicento una serliana per mascherare la facciata precedente; la parte superiore e le pareti laterali sono invece opera di Nicola Tagliacozzi Canale.

Le pareti del pronao sono caratterizzate dagli affreschi del Cavalier d'Arpino, di Micco Spadaro, Giovanni Baglione e Belisario Corenzio. Al primo sono attribuiti i due angeli reggenti lo stemma CART posti sopra il busto di papa Pio V, questa opera di ignoto autore napoletano di fine Cinquecento collocato sopra il portale d'ingresso, il cui portone in legno intagliato con figure di santi è dei primi del XVII secolo, mentre invece nella stessa parete frontale sono ritratte in quattro grandi riquadri le scene di Carlo duca di Calabria che offre la chiesa al vescovo San Martino, posta in alto a sinistra e opera del Baglione del 1591 circa, mentre in basso è l'opera del Corenzio Bruno di Colonia che vede miracolosamente Raimondo Diocres condannato all'inferno, datata 1632, così come del Corenzio sono gli altri due riquadri a destra del portale con La regina Giovanna I che offre la custodia della chiesa a san Bruno in alto e Il sogno di sant'Ugo che indica il luogo di Cartusia in basso, entrambe datate ancora 1632.

Le pareti laterali dello stesso pronao vedono infine altri quattro grandi riquadri con affreschi dello Spadaro datati 1651-1656; a sinistra sono le scene di Storie di santi Certosini in alto e La distruzione di una certosa in Inghilterra in basso, a destra sono invece in entrambi i riquadri Storie di supplizi inflitti ai certosini in Inghilterra da parte di re Enrico VIII Tudor.

Navata

La chiesa si compone di una navata unica con otto cappelle laterali e altre sale (una sacrestia, un coro, un refettorio, una sala capitolare, diverse cappelle e un parlatorio) che si succedono ai lati della zona absidale. Essa presenta nel suo insieme un livello di decorazione interna, sia pittorica che scultorea, a cavallo tra il XVI secolo e il XVIII secolo che la rendono una delle più importanti della città. Le esecuzioni marmoree e plastiche interne sono frutto prevalentemente dell'opera di Cosimo Fanzago, che fu chiamato a ristrutturare la certosa dal 1623 al 1656, occupandosi in questa circostanza anche di rifare la facciata esterna della chiesa.

Il pavimento marmoreo della navata è un progetto del Fanzago. L'architetto tuttavia non riuscì a portarlo a termine a causa di una violenta controversia con i certosini, verificatasi nel 1656, che lo spinse ad interrompere ogni rapporto con loro e quindi a lasciare incompiuti molti progetti, che furono però ultimati da Bonaventura Presti, che assunse la direzione dei lavori in tutto il complesso e al quale si deve l'assetto definitivo della chiesa. Il pavimento fu realizzato dal Presti nel 1664-1665 in preziosi marmi policromi, costituendo un grande esempio dell'arte dell'intaglio e della commissione dei marmi; si tratta di una soluzione decorativa che produce un'apparente tridimensionalità e uno straordinario impatto visivo per chi visita la chiesa.

La volta della navata è arricchita da uno ciclo pittorico che maschera le strutture a crociera della copertura; gli affreschi furono compiuti tra il 1636 e il 1639 e costituiscono uno dei più importanti e preziosi lavori del pittore emiliano Giovanni Lanfranco, il quale intese riprendere le scene dell'Ascensione di Cristo con angeli e beati e Apostoli negli spicchi laterali dei finestroni.

Nella controfacciata, ai lati del portale d'ingresso, sono due statue del Fanzago, che tuttavia furono terminate da Alessandro Rondone, e sempre nei pressi del portale sono collocate entro due cornici marmoree ancora del Fanzago le tele raffiguranti Mosè ed Elia del Ribera, che hanno rimpiazzato due affreschi del d'Arpino a medesimo soggetto che comunque sono rimasti intatti sotto le tele; sopra il portale principale è infine una Pietà di Massimo Stanzione del 1638, la quale sostituì un affresco di Andrea Lilli oggi esposto in una sala del Quarto del priore della certosa.

Cappelle laterali

Le cappelle laterali della navata sono otto, quattro per lato, due delle quali aggiunte nel corso del Seicento agli angoli estremi della controfacciata, comunicanti con le prime di destra e di sinistra, e che costrinsero il riadattamento della facciata esterna della chiesa con una riduzione da cinque arcate del pronao a tre. Le transenne di tutte le cappelle così come la decorazione marmorea di quelle di San Bruno e di San Giovanni Battista sono infine ancora del Fanzago, a cui si devono anche i festoni di frutta sui pilastri e quattro putti marmorei sulle arcate di accesso alle cappelle, dove sono collocate inoltre una serie di dodici tele con Profeti e patriarchi di Jusepe de Ribera.

La prima cappella di sinistra è dedicata a San Gennaro; si rifà ai modi del Dosio e del Conforto nella decorazione con marmi commessi, datata 1620, e a quella del Fanzago per quanto concerne gli stucchi. I dipinti della Decollazione di San Gennaro e del Martirio di San Gennaro così come i cicli di affreschi della volta con le Storie del santo e San Gennaro in gloria, tutte opere datate 1632, sono di Battistello Caracciolo, mentre le sculture che decorano l'ambiente sono invece di Domenico Antonio Vaccaro, datate 1709-1719, e sono la Vergine e la Trinità consegnano le chiavi della città a san Gennaro, in un altorilievo, la statua della Fede, quella del Martirio e i quattro medaglioni con evangelisti. Una porta a sinistra della cappella dà accesso alla cappella di San Giuseppe, decorata anch'essa dal medesimo Domenico Vaccaro che eseguì per l'ambiente gli stucchi dorati che la caratterizzano, e da tele di Paolo De Matteis datate 1718 circa.

La seconda cappella di sinistra della navata è quella di San Bruno, le cui decorazioni marmoree datate 1631-1636 sono del Fanzago, quando questi era al capo del cantiere della certosa. I dipinti che decorano le pareti sono di Massimo Stanzione e datati 1633-1637, San Bruno dà la regola ai suoi seguaci, il Conte Ruggiero davanti a San Bruno e l'Apparizione della Vergine e di san Pietro ai certosini di Grenoble; allo stesso pittore napoletano si devono inoltre gli affreschi della volta coevi ai dipinti con San Bruno portato in cielo dagli angeli, l'Assedio di Capua da parte del conte Ruggiero e la Guarigione dei malati alla fonte miracolosa. Le sculture della Solitudine e Penitenza datate 1705-1708 sono infine di Lorenzo Vaccaro (ultimate poi da Domenico Antonio), a cui si deve anche il pavimento marmoreo e due putti.

La terza cappella di sinistra è quella dell'Assunta. Questa presenta una decorazione seicentesca completata nel Settecento da Nicola Tagliacozzi Canale; sull'altare e alle pareti sono dipinti di Francesco De Mura con l'Annunciazione, l'Assunta e la Visitazione. Nella volta e nelle lunette sono collocati affreschi del 1626 circa con Storie di Maria, di Battistello Caracciolo; le sculture della Verginità e della Ricompensa così come i due putti all'altare sono invece di Giuseppe Sanmartino e datati 1757. Una porta a destra della cappella conduce a quella di San Nicola, ex sacrestia vecchia, dove sono alle pareti affreschi del 1632 di Belisario Corenzio con i Martiri delle sante Agata e Caterina, e una pala d'altare datata 1636 di Pacecco De Rosa ritraente San Nicola.

La prima cappella di destra, dedicata a sant'Ugo, presenta una decorazione marmorea del 1617-1622 circa di Jacopo Lazzari e Felice de Felice. I dipinti alle pareti sono uno dello Stanzione, la Vergine tra i santi Ugo e Anselmo del 1644, e due di Andrea Vaccaro, Sant'Ugo che resuscita un bambino morto e Ricostruzione dell'abazia di Lincoln (entrambe del 1652); gli affreschi nella volta e nelle lunette sono invece del Corenzio e riguardano le Storie della vita di sant'Ugo (1632). Le sculture di Matteo Bottiglieri che caratterizzano l'ambiente sono infine la Beata Margherita di Digione, la Beata Rosellina di Villanova, il Beato Nicola Albergati, San Bruno e alcuni putti e cherubini decorativi, tutte opere datate 1725 circa. A destra una porta conduce alla cappella del Rosario, decorata negli stucchi, nell'esecuzione del pavimento e nelle tre tele alle pareti (frontale e laterali) da Domenico Antonio Vaccaro, mentre è del Caracciolo il dipinto sulla controfacciata sui Santi Gennaro, Martino e altri, proveniente dalla cappella di San Gennaro della stessa chiesa.

La seconda cappella di destra è di San Giovanni Battista. Decorata dal Fanzago nel 1631, si presenta con un dipinto di Carlo Maratta del 1710 con il Battesimo di Cristo, con due di Paolo De Matteis del 1708, il Cristo che addita il Battista ai suoi discepoli e Giovanni Battista che predica nel deserto, e con due tele dello Stanzione, Salomè che offre la testa del Battista a Erode e la Decollazione del Battista, entrambi del 1643 circa. A quest'ultimo autore si devono inoltre anche gli affreschi della cupola con il Battista liberato dal Limbo e condotto nella gloria celeste dal Cristo e con le Virtù cardinali nei pennacchi. Le sculture di inizio Settecento dell'Eloquenza e della Fama buona sono infine di Lorenzo Vaccaro, che fece anche la pavimentazione nel 1704, terminate poi dal figlio Domenico Antonio.

La terza e ultima cappella di destra è dedicata a San Martino. La decorazione marmorea del primo quarto del Seicento di Nicola Botti e Salvatore Ferraro fu ristrutturata da Nicola Tagliacozzi Canale e dal Sanmartino nella metà del Settecento. La cappella è arricchita ai lati dell'altare con le sculture raffiguranti il Putto reggicandelabro, la Fortezza e la Carità di Giuseppe Sanmartino datati 1757; affreschi del 1631 sono di Paolo Finoglio e raffigurano le Storie della vita di san Martino, i Funerali del santo e il Santo che appare all'imperatore Valentiniano, mentre le due tele laterali sono opera di Francesco Solimena del 1732 circa, con il Cristo che appare in sogno a san Martino e San Martino che divide il mantello con il povero, e quella nella parete frontale è invece del Caracciolo con San Martino e angeli del 1625.

Presbiterio

Il presbiterio è preceduto prima dell'altare maggiore da una sontuosa balaustra in marmi, pietre preziose e bronzo dorato eseguita da Filippo Belliazzi nel 1761 su disegni di Nicola Tagliacozzi Canale e del Sanmartino.

L'abside, profonda e rettangolare con pavimento marmoreo del Fanzago stilisticamente in linea con quello della navata, ospita un grandioso coro ligneo dei monaci, datato 1629 ed eseguito da Orazio De Orio, e un altare maggiore in legno dorato e finto marmo eseguito su progetto di Francesco Solimena, compiuto per fungere da modello di un originale che avrebbe dovuto comporsi di marmo vero ma che però non fu mai eseguito e per questo il modello venne utilizzato sin dalla sua esecuzione, avvenuta intorno al 1705, come altare della chiesa. I putti che decorano i lati del paliotto sono di inizio Settecento ed opera di Giacomo Colombo, mentre gli angeli capoaltare sono di Giuseppe Sanmartino e datati 1768.

Gli affreschi della volta con le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento con evangelisti, dottori della chiesa, profeti e santi certosini sono del Cavalier d'Arpino e del fratello Bernardino Cesari, compiuti tra il 1591 e il 1596, mentre di Giovanni Lanfranco è la Crocifissione nella lunetta frontale, eseguita tra il 1638 e il 1640.

Lungo le pareti laterali sono collocate cinque tele di grandi dimensioni, di cui quella sulla parete centrale, raffigurante la Natività, opera di Guido Reni del 1642, con ai lati entro due nicchie le statue raffiguranti la Vita Attiva di Pietro Bernini, a destra, e la Vita Contemplativa di Giovanni Battista Caccini a sinistra; mentre la scultura in rame dorato dell'Immacolata collocata in basso al quadro del Reni è invece di Gennaro Monte del 1682. Nella parete destra sono le tele raffiguranti la Pasqua degli ebrei (1639) di Massimo Stanzione e l'Ultima cena (1589) di Carletto Caliari (bottega di Paolo Veronese); in quella di sinistra invece sono la Comunione degli apostoli (1651) di Jusepe de Ribera e la Lavanda dei piedi (1622) di Battistello Caracciolo.

Dalla zona absidale si accede, tramite due porte laterali, agli altri ambienti del complesso.

Sacrestia e cappelle del Tesoro

Sul lato sinistro della zona absidale della chiesa, una porta conduce alla sacrestia, decorata nella volta con affreschi datati 1596-1597 del Cavalier d'Arpino con le Storie della Passione di Cristo, Virtù, Putti con simboli della Passione, Storie del Vecchio Testamento, Allegorie di virtù e Personaggi delle Sacre Scritture. Nel registro inferiore della sala sono collocati alle pareti arredi mobiliari intarsiati di fine Cinquecento, i cui intagliatori furono Nunzio Ferraro, Giovan Battista Vigilante, mentre gli intarsi appartengono ai fiamminghi Enrico di Utrecht, Lorenzo Ducha e Teodoro de Vogel che eseguirono le rappresentazioni di Storie delle Sacre Scritture e dell'Apocalisse. Sulle due pareti frontali sono invece,da un lato, una Crocifissione del Cavalier d'Arpino datata 1592 circa con in basso una Negazione di san Pietro attribuita ad un ignoto caravaggesco, entrambe poste sulla controfacciata, e dall'altro lato, sull'arcone della parete di fondo, un Ecce Homo del 1644 di Massimo Stanzione. Altri dipinti collocati tra i finestroni lungo le fasce superiori delle pareti laterali sono infine di Lazzaro Tavarone e riguardano Sibille, Profeti e Storie della Passione, tutti datati 1594.

Segue la sacrestia un piccolo spazio di forma quadrata decorato con affreschi nella volta di Massimo Stanzione del 1644 con Storie dell'Antico Testamento, Evangelisti e Storie di Cristo, mentre di Paolo De Matteis sono gli affreschi con gli angeli reggisimboli, collocabili intorno alla seconda metà del Seicento. Due porte collocate una alla parete di sinistra e l'altra in quella frontale conducono la prima alla cappella del Tesoro Vecchio, un tempo custode del tesoro della certosa, poi distrutto nel corso dei secoli, la seconda invece a quella del Tesoro Nuovo, databile alla seconda metà del Seicento.

Alle pareti e sulla volta del Tesoro Vecchio sono affreschi di Micco Spadaro del 1640, con la Caduta della Manna e Mosè con le tavole della legge, e di Viviano Codazzi che eseguì invece alcune decorazioni prospettiche.

La cappella del Tesoro Nuovo è invece frutto della volontà del monaco Frà Bonaventura Presti a cui si deve il progetto della nuova sala che avrebbe ospitato il tesoro che oramai non trovava più spazio di collocazione nella più piccola cappella vecchia. La scodella centrale della volta è affrescata da Luca Giordano nel 1704 circa con il Trionfo di Giuditta mentre ai quattro lati con eroine del Vecchio Testamento: Termutide, Debora, Seile e Giaele. Sempre del Giordano sono inoltre gli affreschi nel catino absidale, dove è l'Adorazione del serpente di bronzo, e quelli delle cinque lunette laterali con la Caduta della Manna e Mosè che divide le acque in quella di destra, la Fornace di Nabucodonosor e Abramo e Isacco che salgono il Monte in quella di sinistra, e il Sacrificio di Aronne nella controfacciata. Al pittore napoletano si devono infine anche le figure allegoriche e i putti nei sottarchi, che completano così il ciclo che di fatto è l'ultimo lavoro documentato del Giordano. Decorano poi la cappella nelle fasce inferiori delle pareti laterali, arredi mobiliari nei quali era conservato il tesoro della certosa, poi fuso sul finire del Settecento da re Ferdinando IV per poter disporre di fondi utili a sostenere le spese derivanti dalla guerra contro i francesi per la difesa della città. La parete frontale è invece caratterizzata da un altare del 1610 del fiorentino Giovanni Selino sopra il quale è la celebre pala della Pietà di Jusepe de Ribera, datata 1637; ai lati infine, entro due nicchie sono contenuti dei reliquari di fine Seicento di Gennaro Monte.

Sala del Capitolo, coro dei Conversi e parlatorio

Dalla porta nella parete destra della zona absidale della chiesa, si raggiunge la sala del Capitolo, dove sono presenti affreschi di Belisario Corenzio sulla volta con le Parabole evangeliche e le Virtù certosine datate 1624 e, nel lunettone della controfacciata, con il Cristo e l'adultera. Lungo le pareti laterali dell'ambiente, intervallate alle finestre, sono invece una serie di dipinti: una concitata scena della Circoncisione di Paolo Finoglio del 1626, una Visione di san Bruno del 1625 circa di Simon Vouet, un'Adorazione dei Magi di Battistello Caracciolo del 1626 e infine un'Adorazione dei Pastori di Massimo Stanzione e ancora del 1626. Sopra la porta d'ingresso è la tela della Disputa di Gesù nel Tempio, datata 1739 e opera di Francesco De Mura, mentre ai pilastri angolari della parete frontale sono raffigurati il San Giovanni Battista e il San Martino Vescovo, datati 1623 circa e opera ancora del Caracciolo. Di nuovo al Finoglio si devono invece le pregevoli raffigurazioni nelle lunette delle pareti laterali dei Dieci grandi fondatori degli ordini religiosi, che hanno il fine di tracciare una sorta di storia del monachesimo, tutti databili al 1625-1626. In senso orario sono raffigurati, da sinistra: San Domenico, iniziatore dell'ordine domenicano, San Bernardo, animatore dei cistercensi, San Bruno, colui che riunì a Chartreuse il primo nucleo di certosini, Sant'Agostino, fondatore dell'ordine agostiniano, il profeta Elia, a cui si ispirarono i carmelitani, San Benedetto, fondatore dei benedettini e padre del monachesimo occidentale, San Basilio, padre di quello orientale e fondatore della regola basiliana, San Romualdo, da cui ebbero origine i camaldesi, San Francesco di Paola, che creò l'ordine dei frati minimi, e infine San Francesco d'Assisi, fondatore di quello francescano. Gli stalli lignei datati 1627 nel registro inferiore delle pareti laterali sono invece ascrivibili all'opera di Orazio Orio e Carlo Bruschetta. Da una porta subito a destra della sala, si arriva al coro dei Conversi, mentre la porta sulla parete di fondo conduce al parlatorio.

Il coro dei Conversi, collegato a sua volta alla terza cappella di destra della chiesa e che ospitava un tempo i monaci che non recitavano messa e che invece si occupavano di prestare servizi all'interno del complesso certosino, presenta nella parte inferiore, lungo le pareti, 26 stalli lignei del 1520 eseguiti da Giovanni Francesco d'Arezzo e da Maestro Prospero. La mobilia era in origine collocata nel coro della chiesa, per poi essere spostata nel coro dei Conversi all'inizio del Seicento, e presenta negli intarsi le raffigurazioni dei santi Ugo, Giovanni Battista, Bruno e Girolamo, Prospettive paesaggistiche, nelle quali è ritratto l'originario aspetto gotico della certosa, e Nature morte. Nella fascia superiore delle pareti e nella volta sono presenti affreschi di paesaggi eseguiti tra il 1638 e il 1642 da Micco Spadaro, mentre i cicli con le Storie dei certosini e gli Episodi del Vecchio e Nuovo Testamento dello stesso pittore sono invece ritratti in una serie di nove finti arazzi. All'interno dell'ambiente è infine presente un monumentale lavamano di Cosimo Fanzago eseguito nel 1631 e un altare seicentesco su cui è la pala di Cesare Fracanzano del 1635 circa con il San Michele Arcangelo.

Continuando dalla sala capitolare, un passaggetto decorato nella volta con Storie dell'infanzia di Cristo e Virtù del 1593 di Bernardino Cesari (fratello del Cavalier d'Arpino) e nelle pareti con i dipinti della Flagellazione di Cristo dello stesso autore, la Predica di San Giovanni Battista nel deserto dello Stanzione e la Visitazione e la Presentazione al Tempio di Flaminio Torelli del 1588, anticipa il parlatorio, ultimo ambiente di quest'ala della chiesa.

Il parlatorio era in origine lo spazio dedicato al ricevimento di visite esterne alla certosa. Gli affreschi tardo-manieristi della volta e delle pareti sono di Avanzino Nucci del 1596: al centro del soffitto è la Discesa dello Spirito Santo, nei registri superiori delle due pareti frontali, invece, due episodi sulla Pesca miracolosa, sulla Resurrezione e sull'Incredulità di san Tommaso ai cui lati sono raffigurati Profeti. Nei quattro angoli delle pareti sono affrescati i Santi priori dell'ordine certosino e lungo le due pareti laterali le Storie della vita di san Brunone: la Richiesta del santo a sant'Ugo vescovo di Grenoble di concedergli un romitaggio, l'Apparizione del santo a Ruggero il Normanno, il Ruggero il Normanno che ringrazia il santo nelle campagne di Squilace, e infine il San Bruno inginocchiato davanti a Urbano II. Dalla parete frontale del parlatorio si raggiunge, scendendo le scale che tagliano trasversalmente l'uscita, il chiostro grande e da lì gli altri ambienti del complesso religioso; salendo le stesse scale si giunge invece ai piani superiori della certosa.

Refettorio, chiostrino e cappella della Maddalena

Il refettorio appartiene alle aggiunte settecentesche che hanno interessato il complesso certosino e veniva utilizzato dai monaci come luogo di aggregazione in occasioni di feste religiose, interrompendo così il loro status di "isolati". L'architettura del vasto ambiente si deve a Nicola Tagliacozzi Canale, che nel 1724 completò la sua edificazione. Nella parete di fondo è collocata la grande tela di Nicola Malinconico raffigurante Le nozze di Cana (1724), mentre lungo le pareti laterali sono collocati mobili del XVIII secolo; il pavimento in cotto e maiolica risale anch'esso allo stesso secolo, a cui appartiene anche la poltrona per le funzioni religiose collocata nella controfacciata e che proviene dai depositi della chiesa di Sant'Agostino alla Zecca.

Attiguo al refettorio è il piccolo chiostrino, risalente alla seconda metà del Cinquecento e ristrutturato nel corso Settecento sempre dal Canale, che si occupò in quest'occasione di riutilizzare alcuni marmi abbozzati precedentemente da Cosimo Fanzago. Il lavamano marmoreo che decora una delle pareti fu iniziato dal Fanzago e terminato da Biagio Monte, con di fronte il busto in stucco di San Bruno, opera questa di Matteo Bottiglieri.

Dal chiostrino, un corridoio conduce infine alla piccola cappella della Maddalena, interamente affrescata alle pareti e sulla volta (di cui è notevole qui la finta cupola) con architetture prospettiche in trompe-l'œil da Giovan Battista Natali nel 1725 circa e decorata sull'altare con una tela di Andrea Vaccaro ritraente la Maddalena (1636), considerata una delle più felici opere della produzione del pittore napoletano.

Corridoio fanzaghiano

Alle spalle della chiesa della certosa, adiacente al refettorio, si sviluppa il corridoio di Cosimo Fanzago, edificato nel corso dei lavori dell'architetto bergamasco al complesso certosino avvenuti nella prima metà del Seicento. Il corridoio, a forma di "L", serve a collegare tra loro tutti i principali ambienti della certosa, dalla chiesa al chiostro dei procuratori, a quello grande fino al quarto del priore.

Chiostri

I chiostri della certosa di San Martino sono due: il chiostro dei procuratori e quello grande.

Il chiostro dei procuratori fu disegnato dopo il 1590 da Giovanni Antonio Dosio, che intese eseguire uno spazio scandito dalla successione delle arcate che vedono l'alternanza del marmo bianco al piperno, pietra grigia di origine vesuviana. Al centro è presente un pozzo anch'esso in piperno opera di Felice De Felice collocabile tra il 1605 e il 1608. Alle pareti del chiostro sono invece collocate epigrafi storiche, sculture e stemmi rappresentativi dei quartieri della città, portati in certosa durante il periodo del Risanamento di Napoli, quando questi furono asportati dalle strade.

Il chiostro grande fu progettato anch'esso dal Dosio su un preesistente chiostro trecentesco; i lavori di completamento però furono poi eseguiti successivamente da Cosimo Fanzago. L'architetto bergamasco realizzò le mezze lesene agli angoli dell'ambulacro, cinque dei sette busti sopra le porte angolari che caratterizzano le pareti e la balaustra barocca del cimiterino trecentesco dei monaci, decorata con teschi ed ossa. L'ordine superiore del chiostro è caratterizzato da otto sculture: il San Paolo e il San Giovanni Battista di Giovan Battista Caccini, entrambe del 1593, il Cristo risorto di Michelangelo Naccherino, la Vergine di Giovan Battista Perasco e il San Pietro, San Bruno, San Martino e la Maddalena, tutte del Fanzago. Al centro dello spazio, infine, è presente un pozzo in marmo scolpito dal Dosio nel 1578.

Quarto del Priore

Il quarto del Priore era lo spazio tipico in un complesso certosino destinato alla dimora del priore.

Alcune delle sale dell'appartamento, come l'ex studiolo o la cappella privata, conservano lungo le pareti o nelle volte ancora le decorazioni ad affresco di Micco Spadaro, per le quali eseguì scene di Paesaggi e Santi. Tra le sale meglio conservate spiccano comunque le due occupate dalla ex biblioteca della certosa, dove oltre agli affreschi si registrano anche le originarie pavimentazioni maiolicate del Settecento. Nel primo ambiente, il vestibolo, si conserva ancora la pavimentazione originaria maiolicata realizzata dalla fabbrica di Giuseppe Massa, artista già famoso per l'esecuzione delle maioliche del chiostro delle Clarisse della basilica di Santa Chiara; alle pareti sono affrescate architetture in trompe-l'œil, mentre nella volta decorata con cineserie realizzate nel 1741 è al centro il Trionfo della Fede di Crescenzo Gamba. Nella seconda sala invece, corrispondente alla biblioteca vera e propria, si vede una pavimentazione del 1771 di Leonardo Chiaiese decorata in maiolica con la rappresentazione di una meridiana di Rocco Bovi e nella volta ancora decorazioni con motivi orientali che incorniciano due affreschi centrali ancora del Gamba nelle rispettive due sale che compongono la biblioteca e che si succedono tra loro: nella prima è il San Martino in gloria, nella seconda il San Bruno che riceve la regola certosina.

Altre sale del quarto che invece un tempo esponevano la quadreria della certosa, le cui raccolte di opere furono poi disperse in parte dapprima con la soppressione francese del 1806 poi in seguito anche dopo l'Unità d'Italia del 1861, sono invece state utilizzate per esporre l'attuale raccolta di dipinti e sculture della scuola napoletana del XVII e XVIII secolo un tempo già all'interno del complesso certosino o comunque appartenenti alla vecchia collezione della quadreria, con opere pittoriche di Pacecco De Rosa, Andrea Vaccaro, Battistello Caracciolo, Micco Spadaro e Massimo Stanzione, nonché sculture e monumenti funebri di Pietro Bernini e Girolamo Santacroce. Alcuni di questi ambienti conservano infine ancora gli originari affreschi lungo le pareti, come l'oratorio del Priore, dove sono il Cristo morto con un angelo dello Spadaro e le Storie della Genesi e i Simboli di Cristo che invece si rimandano a un ignoto tardo manierista, o come le sale della vecchia quadreria della Certosa, dove sono paesaggi, un Battesimo di Cristo, le Storie di Salomone e una Veduta di Napoli con i fondatori della certosa Carlo duca di Calabria e Giovanna d'Angiò, o come la loggia coperta, dove sono Paesaggi con santi eremiti ancora dello Spadaro e finte prospettive di Viviano Codazzi.

La loggia che caratterizza un angolo del quarto del Priore è infine quella che consente di fornire la vista sull'intero golfo di Napoli.

Farmacia

La farmacia nacque intorno al 1699 per offrire possibilità curative ai padri certosini del complesso. L'ampia sala, di forma rettangolare, presenta una volta decorata ad affresco con putti alati, virtù e allegorie e al centro con un affresco di Paolo De Matteis raffigurante San Bruno che intercede presso la Vergine per gli infermi.

La sala è destinata all'esposizione permanente di alcuni vasi storici originali della farmacia nonché di alcuni pezzi del museo nazionale di San Martino, tra cui spicca il bozzetto del Cristo Velato di Antonio Corradini, che sarà il punto di partenza da cui Giuseppe Sanmartino partirà per il compimento della celebre scultura della cappella Sansevero.

Giardini pensili

Da una pregevole scala a calicò esterna agli appartamenti del priore opera di Cosimo Fanzago è possibile accedere alle vigne della certosa, dai quali è ancora una volta consentito godere del panorama del golfo della città e che inoltre vede indicate, nel muro di sostegno lungo il viale principale, le quattordici stazioni della Via Crucis.

I giardini pensili della Certosa, dichiarati dal 2010 bene di interesse storico ed artistico come una statua, un castello o una reggia, furono restaurati intorno al 1970 e sono caratterizzati dal fatto che degradano nella loro estensione. Con i loro 7 ettari di superficie, furono costruiti rispettando il paesaggio circostante e sfruttandone appieno le potenzialità scenografiche, in piena logica del giardino barocco. Il ripiano superiore è quello più prossimo al quarto del Priore ed era in origine destinato alla coltivazione di erbe curative per la farmacia della certosa; il ripiano intermedio era invece l'orto del priore ed è decorato con un lungo pergolato settecentesco; i ripiani inferiori infine rappresentavano le vigne dei monaci e vi si trovano sentieri, terrazzamenti, mura di sostegno, l'articolato sistema idraulico e piccoli edifici costruiti dai monaci nel corso di seicento anni.

I sotterranei gotici

Al di sotto della certosa si sviluppano le fondamenta originarie gotiche scavate nella collina. Gli ambienti ricordano quelli della Piscina mirabilis di Bacoli e costituiscono una notevole opera architettonica ed ingegneristica, caratterizzati da una successione di pilastri e volte ogivali alti più di 15 metri a sostegno della struttura sovrastante, custodi oltremodo di circa 150 opere tra epigrafi e sculture databili dal XIII al XVII secolo. Tra le opere principali appartengono alla bottega del Camaino la statua femminile attribuita alla persona di Maria di Valois, la Madonna col Bambino in trono e il sarcofago di Beatrice del Balzo; sono invece del Settecento la Velata di Angelo Viva e la scultura marmorea del San Francesco in estasi, opera di Giuseppe Sanmartino.

Museo

All'interno del complesso certosino è ospitato in alcune sale il Museo nazionale di San Martino, che ha l'intento di raccontare la storia di Napoli dall'epoca borbonica fino al periodo postunitario.

Il museo si compone di numerose sezioni ospitate in diverse sale della certosa, tra cui negli ambienti del Quarto del Priore, nella farmacia, nel refettorio, nelle celle dei certosini, nell'antica foresteria o in alcune sale del secondo piano del chiostro grande. Le sezioni museali sono: la sala delle Carrozze, la sezione navale, la raccolta Orilia, la Quadreria della certosa (all'interno degli ambienti del Quarto del Priore, con opere pittoriche e scultoree già dell'antica quadreria o comunque provenienti dal complesso religioso), la sezione presepiale, il museo dell'Opera (all'interno delle sale al pian terreno del chiostro grande), la sezione delle memorie e immagini della città (al pian terreno e al primo piano del chiostro grande), la sezione delle arti decorate e quella teatrale (entrambe al primo piano della certosa), la collezione Rotondo (negli ambienti che danno sul cortile interno) e infine il Gabinetto di stampe e disegni (al primo piano dell'edificio).

Informazioni pratiche

Indirizzo
Largo San Martino 5
Come arrivare
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cappella Sansevero

Ex chiesa · Napoli

cappella Sansevero

La Cappella Sansevero (detta anche chiesa di Santa Maria della Pietà o Pietatella) è tra i più importanti musei di Napoli. Situata nelle vicinanze della piazza San Domenico Maggiore, questa chiesa, oggi sconsacrata, è attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero, da questo separata da un vicolo una volta sormontato da un ponte sospeso che consentiva ai membri della famiglia di accedere privatamente al luogo di culto.

La cappella ospita capolavori come il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, conosciuto in tutto il mondo per il suo velo marmoreo che quasi si adagia sul Cristo morto, la Pudicizia di Antonio Corradini e il Disinganno di Francesco Queirolo, ed è nel suo insieme un complesso singolare e carico di significati. Essa ospita anche numerose altre opere di pregiata fattura o inusuali, come le macchine anatomiche, due corpi totalmente scarnificati dove è possibile osservare, in modo molto dettagliato, l'intero sistema circolatorio.

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Oltre a essere stato concepito come luogo di culto, il mausoleo è soprattutto un tempio massonico carico di simbologie, che riflette il genio e il carisma di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, committente e allo stesso tempo ideatore dell'apparato artistico settecentesco della cappella.

Storia
Origini

Mentre una leggenda vuole che la chiesa sia stata eretta su un preesistente antico tempio dedicato alla dea Iside, un'altra, riportata nel 1623 da Cesare d'Engenio Caracciolo nel suo Napoli Sacra, narra che un uomo, ingiustamente arrestato, veniva tradotto verso il carcere quando, transitando lungo il muro della proprietà dei Sansevero, si votò alla Santa Vergine. Improvvisamente, parte del muro crollò, rivelando un dipinto (quello posto nella cappella in cima all'altare maggiore) proprio della Vergine invocata, una pietà che darà poi il nome alla chiesa, intitolata appunto a Santa Maria della Pietà. La devozione dell'arrestato non fu riposta invano giacché, poco tempo dopo, ne venne riconosciuta l'innocenza. Scarcerato, l'uomo, memore del miracolo, fece restaurare la Pietà, disponendo che al suo cospetto ardesse per sempre una lampada in argento.

Il luogo sacro divenne presto meta di pellegrinaggio popolare e conseguente oggetto di invocazioni. Anche il duca di Torremaggiore, Giovan Francesco di Sangro, colpito da grave malattia si votò a questa Madonna e in seguito avendo recuperato la salute fece erigere la piccola cappella di Santa Maria della Pietà, comunemente detta la Pietatella.

Secondo studi recenti, la vera origine della cappella sarebbe invece da far risalire all'omicidio, compiuto nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590 da Carlo Gesualdo da Venosa, in cui morirono Maria d'Avalos, moglie di Carlo Gesualdo, e l'amante di lei Fabrizio Carafa, figlio di Adriana Carafa della Spina, moglie in seconde nozze di Giovan Francesco di Sangro e prima principessa di Sansevero. In conseguenza di questo evento luttuoso, la madre di Fabrizio Carafa avrebbe fatto edificare la cappella, pensandola come voto alla Madonna per la salvezza eterna dell'anima del figlio. A riprova di tale ipotesi, l'iscrizione in latino «Mater Pietatis», presente sulla volta della Pietatella e contenuta in un sole raggiante, rappresenterebbe il voto di dedica dell'edificio alla Madonna.

Qualunque sia stata la sua origine, è accertato che i lavori edili per la costruzione della chiesetta gentilizia iniziarono nel 1593, come si deduce da alcune polizze in possesso del Banco di Napoli. Già venti anni più tardi Alessandro di Sansevero (figlio di Giovan Francesco), Patriarca di Alessandria e Arcivescovo di Benevento, decise di ampliare la preesistente, piccola costruzione, per renderla degna di accogliere le spoglie di tutti i di Sangro, come testimoniato dalla lapide marmorea datata 1613 posta sopra l'ingresso principale dell'edificio.

Nel Seicento

Dal momento che l'assetto del tempio gentilizio venne riorganizzato da Raimondo di Sangro nel Settecento, ben poco rimane della Pietatella del XVII secolo. Il restauro settecentesco mantenne inalterate le dimensioni perimetrali e quattro dei mausolei laterali. Oltre a ciò, dell'originale cappella seicentesca è rimasta solo la decorazione policroma dell'abside e quattro statue.

Grazie a documenti dell'epoca, tuttavia, ci è dato sapere che già nel Seicento la cappella disangriana doveva essere caratterizzata da un elevato valore artistico. Basti pensare che Pompeo Sarnelli, nella sua Guida de' forestieri, curiosi di vedere, e d'intendere le cose più notabili della regal città di Napoli, e del suo amenissimo distretto, la descrisse come:

Appartengono alla fase seicentesca della cappella il monumento al primo principe di Sansevero Giovan Francesco di Sangro, realizzato probabilmente da Giacomo Lazzari nella prima metà del XVII secolo e collocato nella seconda cappella laterale sulla sinistra; la statua del secondo principe Paolo di Sangro, di incerta attribuzione e situata nella prima nicchia sulla destra; il monumento a Paolo di Sangro quarto principe di Sansevero che si trova nella prima nicchia sulla sinistra, opera del 1642 di Bernardo (o Bernardino) Landini e Giulio Mencaglia; e il monumento al Patriarca di Alessandria Alessandro di Sangro, situato nel lato sinistro della cappella nei pressi dell'altare e opera di un artista ignoto.

Nel Settecento

La sistemazione seicentesca della cappella fu stravolta a partire dagli anni quaranta del Settecento, quando il principe Raimondo di Sangro iniziò ad ampliarla e a commissionare diverse opere d'arte con cui arricchirla, al fine di creare un luogo che testimoniasse la grandezza del suo casato.

Negli anni successivi, il principe Raimondo ingaggiò artisti di fama internazionale quali Giuseppe Sanmartino, Antonio Corradini, Francesco Queirolo e Francesco Celebrano: è in questo periodo che vennero realizzati capolavori come il Cristo velato, il Disinganno e la Pudicizia. Raimondo impiegò buona parte delle sue sostanze, e in più occasioni dovette anche contrarre dei debiti, per portare a compimento la realizzazione della cappella. Era un committente generoso, ma anche molto esigente e spesso dirigeva personalmente i lavori, affinché le opere corrispondessero pienamente al ruolo che era stato loro stabilito all'interno del grande progetto iconografico della cappella. In alcuni casi, fu lo stesso Principe a realizzare anche i materiali utilizzati, come per il cornicione sopra gli archi delle cappelle laterali o per i colori dell'affresco sulla volta.

Alla fine dei lavori, all'esterno della porta laterale della Pietatella fu posta una lapide, che riporta la data del 1767.

Dall'Ottocento in poi

La notte tra il 22 e il 23 settembre 1889, a causa di un'infiltrazione d'acqua, crollò il ponte che collegava il mausoleo dei Sansevero con il vicino palazzo di famiglia. A causa di quest'evento, che interessò anche parte della cappella e del palazzo signorile, oltre al camminamento andarono persi gli affreschi sotto il gariglione e il disegno labirintico del pavimento della cappella.

I restauratori si trovarono nell'impossibilità di ripristinare la pavimentazione originale, seriamente danneggiata, e nel 1901 optarono per ripavimentare la cappella in cotto napoletano, mentre lo stemma dei di Sangro al centro del pavimento fu realizzato con smalti giallo e azzurro che riprendono i colori del casato.

In seguito alla sua trasformazione in polo museale nell'Ottocento la cappella, oltre ad accogliere quotidianamente un consistente numero di turisti, cominciò a essere anche utilizzata come spazio per eventi e concerti. Tra le iniziative del 2013 è possibile ad esempio citare:

la rassegna MeravigliArti, con cui la Pietatella ha ospitato eventi di letteratura, musica e teatro e a un'installazione di arte contemporanea;

La recita Paolo Borsellino, essendo stato (liberamente tratta dall'opera di Ruggero Cappuccio), dove un gruppo di attori ha ricordato Falcone e Borsellino, i due magistrati palermitani considerati eroi simbolo della lotta alla criminalità organizzata.

A testimonianza dell'alto grado di attrattività che il monumento continua a dimostrare, nel 2013 TripAdvisor ha assegnato alla Pietatella il Travellers Choice Attractions 2013, sulla base delle segnalazioni effettuate sul sito da utenti provenienti da tutto il mondo. La cappella, quindi, è risultata essere il museo italiano più apprezzato dagli utenti del portale, davanti a mete più tradizionali come i Musei Vaticani o la Galleria degli Uffizi di Firenze. Nella speciale classifica dedicata ai siti museali europei, guidata dal Museo del Louvre e del British Museum, la cappella si è invece classificata al nono posto assoluto.

Architettura

La facciata della cappella, che si apre sulla stretta via Francesco de Sanctis, appare semplice e sobria nelle sue linee, caratteristiche tipiche del principio del XVII secolo in cui è ancora vivo lo spirito classicheggiante. È possibile accedere all'interno tramite il grande portale al centro della facciata, sormontato dallo stemma della famiglia di Sangro e dove si trova la lapide di marmo che ricorda i lavori di Alessandro di Sangro, oppure usufruendo della porticina laterale che si affaccia su calata San Severo.

La chiesetta, tipica espressione del barocco napoletano, è di forma rettangolare ed è costituita da una navata unica, verosimilmente risalente al 1593. Lungo le pareti laterali otto archi a tutto sesto, quattro per lato, introducono altrettante cappellette laterali, mentre un ulteriore grande arco separa l'area del presbiterio, situata in fondo alla chiesa e occupata dall'altare maggiore. Al centro dei due lati lunghi, rispettivamente a sinistra e destra di chi entra, si aprono la porta laterale di cui si è già detto e l'accesso alla sacrestia e alla cosiddetta cavea sotterranea.

Al di sopra degli archi l'intera lunghezza della cappella è percorsa da un cornicione, realizzato con un mastice ideato dal principe Raimondo, al di sopra del quale si diparte la volta a botte, completamente affrescata dal dipinto realizzato da Francesco Maria Russo conosciuto come Gloria del Paradiso. Alla base della volta, subito sopra il cornicione, si aprono le sei finestre strombate che forniscono luce alla cappella.

Tutte le opere d'arte contenute all'interno della struttura, con l'eccezione di quattro, furono commissionate da Raimondo di Sangro, e a lui si doveva anche la pavimentazione settecentesca, costituita da un intarsio marmoreo bianco e nero simboleggiante un labirinto; alla loro realizzazione hanno contribuito autori come Francesco Celebrano, Antonio Corradini, Francesco Queirolo e Giuseppe Sanmartino.

Infine, al di sopra della porta maggiore, è collocata una piccola tribuna, dalla quale partiva il passaggio di collegamento tra la cappella e il Palazzo di Sangro, finemente stuccato, andato distrutto nel citato crollo del 1889.

Progetto iconografico

L'elemento più notevole della Cappella Sansevero è senza dubbio il suo corredo di statue, il quale segue un progetto iconografico attentamente studiato e voluto da Raimondo di Sangro e del quale gli artisti che lavorarono alle diverse opere furono spesso meri esecutori.

Elemento portante di tale progetto sono le dieci statue denominate Virtù, addossate ad altrettanti pilastri, di cui nove dedicate alle consorti di nove membri della famiglia Sansevero e una - il Disinganno - dedicata ad Antonio di Sangro, padre del principe Raimondo.

All'interno delle cappelle laterali e inframmezzati alle statue delle Virtù si trovano invece i monumenti funebri di diversi principi e altri esponenti celebri della casata, compresi lo stesso Raimondo di Sangro e suo figlio Vincenzo, che al momento della realizzazione delle opere erano ancora in vita.

La funzione principale della Cappella Sansevero era infatti quella di cappella sepolcrale della famiglia di Sangro e l'intenzione di Raimondo era quella di onorare il proprio casato ed esaltare le virtù e le glorie dei suoi esponenti.

Nell'impianto statuario, e in particolare nelle raffigurazioni delle Virtù, è inoltre possibile notare una serie di significati allegorici, spesso riferiti al mondo della massoneria, di cui Raimondo di Sangro era Gran maestro.

All'interno del progetto del principe Raimondo le Virtù vogliono rappresentare le tappe di un cammino spirituale, paragonabile a quello dell'iniziato massone, che conduca a una migliore conoscenza e al perfezionamento di sé. Parte integrante di questo percorso è il pavimento labirintico, che rappresenta le difficoltà del cammino che porta alla conoscenza.

La quasi totalità delle Virtù è stata modellata secondo le norme iconografiche stabilite da Cesare Ripa nella sua Iconologia, opera particolarmente apprezzata da Raimondo che, tra l'altro, ne finanziò una riedizione in cinque volumi. Esse però non seguono totalmente il modello classico, ma vi introducono alcune novità, ognuna delle quali con un preciso significato.

Nella rappresentazione della Pudicizia - opera dedicata a Cecilia Gaetani, la madre di Raimondo di Sangro - ad esempio la figura femminile velata è vista come un riferimento alla dea egizia Iside, che rivestiva un ruolo importante nella scienza iniziatica. Sempre nella stessa statua la lapide spezzata fa riferimento alla morte prematura della nobildonna, mentre l'incensiere ai piedi della statua ricorda quelli utilizzati durante le cerimonie massoniche.

Il ramo di quercia che sembra fuoriuscire dal basamento della scultura è forse un rimando all'albero della conoscenza, mentre un'altra interpretazione lo vede come l'albero della vita.

La cuspide di piramide che si può notare alle spalle della Liberalità, della Soavità del giogo coniugale, della Sincerità e dell'Educazione è un elemento comune nelle raffigurazioni funebri dell'epoca e simboleggia la gloria dei principi.

Un significato legato alla massoneria è visibile anche nel monumento a Cecco di Sangro. La curiosa raffigurazione del guerriero, situato proprio al di sopra della porta di ingresso della cappella, che, armato, esce da una bara, ha portato alla sua interpretazione come quella del guardiano del tempio massonico.

Il tema della risurrezione, che si ritrova anche nel Cristo velato, nella Deposizione alle spalle dell'altare maggiore e nel bassorilievo della Pudicizia è inoltre uno dei temi più ricorrenti nella cappella.

Elemento centrale della rappresentazione moderna, il Cristo velato nelle intenzioni del Principe doveva essere collocato nella «cavea sotterranea», insieme ai futuri sepolcri dei Sansevero, e illuminato da lampade perpetue di ideazione del principe Raimondo. È probabile però che l'opera non sia mai stata portata all'interno della cavea.

Opere

La Cappella Sansevero è un concentrato di opere scultoree e pittoriche, e la prima che si nota appena entrati nell'edificio è l'affresco che ne orna il soffitto, noto come Gloria del Paradiso o il Paradiso dei Sangro, opera del poco conosciuto pittore Francesco Maria Russo che, come riportato nell'affresco stesso, lo realizzò nel 1749. Di esso colpisce, a distanza di due secoli e mezzo dalla realizzazione, la brillantezza dei colori, anche in questo caso dovuti all'inventiva di Raimondo di Sangro e alla sua pittura definita «oloidrica».

L'affresco del soffitto termina, in corrispondenza delle finestre, con sei medaglioni monocromi, in verde, con i Santi protettori del Casato: San Berardo di Teramo, San Berardo cardinale dei Marsi, Santa Filippa Mareri, San Oderisio, San Randisio e Santa Rosalia.

Al di sotto di questi, in corrispondenza degli archi delle sei cappelle più vicine all'altare, sono presenti sei medaglioni marmorei, opera di Francesco Queirolo, con le effigi di sei cardinali originari della famiglia di Sangro.

Per l'impianto statuario, il Principe chiamò lo scultore Antonio Corradini, veneto e massone, che riuscì però a ultimare solo le statue della Pudicizia (dedicata alla madre prematuramente scomparsa del principe Raimondo), del Decoro e il monumento dedicato a Paolo di Sangro sesto principe di Sansevero, oltre a lasciare alcuni bozzetti per altre opere. Tra queste figura il Cristo velato, la cui realizzazione passò poi a Giuseppe Sanmartino.

Con riferimento alla planimetria a lato, le opere principali sono così identificabili:

«Unicum» della cappella

Cristo velato, Giuseppe Sanmartino;

Macchine anatomiche, Giuseppe Salerno.

Statue delle Virtù

Decoro, Antonio Corradini;

Liberalità, Francesco Queirolo;

Zelo della Religione, Fortunato Onelli;

Soavità del giogo coniugale, Paolo Persico;

Pudicizia, Antonio Corradini;

Disinganno, Francesco Queirolo;

Sincerità, Francesco Queirolo;

Dominio di sé stessi, Francesco Celebrano;

Educazione, Francesco Queirolo;

Amor divino, autore ignoto.

Altre statue

Monumento a Giovan Francesco di Sangro, terzo principe, Antonio Corradini;

Monumento a Paolo di Sangro, quarto principe, Bernardo Landini e Giulio Mencaglia;

Monumento a Giovan Francesco di Sangro, primo principe, Giacomo Lazzari;

Altare di Santa Rosalia, Francesco Queirolo;

Monumento ad Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria, autore ignoto;

Altare di Sant'Oderisio, Francesco Queirolo;

Monumento a Paolo di Sangro, sesto principe, Antonio Corradini;

Monumento a Paolo di Sangro, secondo principe, forse Giacomo Lazzari;

Monumento a Giovan Francesco di Sangro, quinto principe, Francesco Celebrano;

Monumento a Cecco de' Sangro, Francesco Celebrano.

Altre opere

Ritratto di Vincenzo di Sangro, Carlo Amalfi;

Altare maggiore. Angeli di Paolo Persico, La Deposizione di Francesco Celebrano e La Pietà di autore ignoto;

Gloria del Paradiso, Francesco Maria Russo;

Tomba di Raimondo di Sangro, Francesco Maria Russo;

Pavimento labirintico, Francesco Celebrano;

Sagrestia.

Esame delle opere principali

Di seguito viene riportata la descrizione delle opere principali.

Cristo velato

L'opera più celebre della Cappella Sansevero è senza dubbio il Cristo velato, posto al centro della navata centrale.

Originariamente la statua doveva essere scolpita da Antonio Corradini, già autore della Pudicizia, del Decoro e della statua dedicata al sesto principe di Sansevero Paolo di Sangro. Corradini però morì nel 1752 senza riuscire a completare l'opera, ma realizzandone solo un bozzetto in terracotta.

Raimondo fu quindi costretto ad affidarsi al talento di Giuseppe Sanmartino, che ebbe così l'opportunità di realizzare «una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua». Giuseppe Sanmartino, in ogni caso, tenne poco conto dei bozzetti precedentemente disegnati da Corradini, ripartendo quindi con un nuovo progetto.

Si trattava di un Cristo, sdraiato su un materasso, con il capo sorretto da due cuscini e inclinato lateralmente, il cui corpo è ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle forme del viso e al corpo stesso, tanto che sono visibili le ferite del martirio. Al lato si trovano gli strumenti del supplizio: una realistica corona di spine, una tenaglia e dei chiodi, uno dei quali sembra quasi pizzicare il velo del sudario.

È proprio il velo l'elemento della statua più notevole e che meglio evidenzia l'abilità dello scultore. Analogamente a quanto avviene con la Pudicizia del Corradini, il velo copre il corpo, senza però celarlo; Sanmartino riuscì però a imprimere al panno una plasticità e un movimento che si discostano dai più rigidi canoni del maestro veneto. Il velo aderisce alle ferite del corpo del Cristo e al costato scavato, mettendone ancora più in luce, anziché nasconderle, il dolore e la sofferenza.

La fama di alchimista e inventore che ha accompagnato Raimondo di Sangro ha fatto nascere la leggenda che l'incredibile trasparenza del velo sia dovuta al fatto che si tratterebbe in realtà di una vera stoffa, misteriosamente trasformata in marmo per mezzo di qualche processo chimico di invenzione del Principe. In realtà una attenta analisi non lascia dubbi sul fatto che l'opera sia stata realizzata interamente in marmo, e questo è anche confermato da alcune lettere dell'epoca a firma del principe di Sangro, nelle quali egli afferma che il sudario è stato «realizzato dallo stesso blocco della statua».

Monumento a Giovan Francesco di Sangro, terzo principe

La prima opera che si incontra partendo da sinistra non appena entrati nella cappella è il monumento funebre dedicato al terzo principe di Sansevero, Giovan Francesco di Sangro, morto a soli quarant'anni a causa di una malattia durante una spedizione militare in Africa.

Esso raffigura un angelo alato, intento a piangere sulla lapide che ricorda le doti militari del dedicatario, le cui lacrime sembrano cadere nell'acquasantiera a forma di conchiglia posta alla base dell'opera. La sua attribuzione non è sicura e alcuni studiosi lo ritengono opera di Francesco Celebrano, ma la teoria più accreditata ne ritiene autore Antonio Corradini.

Decoro

Sulla sinistra della porta di ingresso della cappella si trova la statua del Decoro, realizzata da Antonio Corradini tra il 1751 e il 1752 e dedicata a Isabella Tolfa e Laudomia Milano, consorti del terzo principe di Sansevero Giovan Francesco di Sangro.

L'opera raffigura un giovane seminudo, con i fianchi cinti da una pelle di leone. Al suo fianco si trova una piccola colonna sulla quale poggia la testa mozzata di un leone, a simboleggiare la supremazia dello spirito umano sulla natura selvaggia. Sulla colonna al di sotto della testa dell'animale è incisa la frase latina «Sic floret decoro decus» (così la bellezza rifulge per decoro). Ai piedi il giovinetto indossa due diverse calzature: al sinistro un coturno e al destro un più semplice zoccolo. Secondo alcuni studiosi questo particolare allude al duplice rapporto con il mondo divino e quello sotterraneo, mentre secondo altri vuole significare che decoro e contegno devono essere rispettati indipendentemente dalla propria estrazione sociale.

In origine il basamento era corredato di un bassorilievo, raffigurante l'episodio biblico di Susanna tentata dai vecchioni, che fu però rimosso nel 1755 e sostituito da un'iscrizione.

Monumento a Paolo di Sangro, quarto principe

Situato nella prima cappella sulla sinistra, il monumento a Paolo di Sangro, quarto principe di Sansevero, è una delle quattro statue presenti nella cappella provenienti dalla sua sistemazione seicentesca. Esso fu realizzato nel 1642 da Bernardo Landini e Giulio Mencaglia e raffigura il dedicatario nelle vesti di un cavaliere in armatura, con la spada legata al fianco e l'elmo poggiato a terra ai suoi piedi. La nicchia in cui si trova la statua è decorata da una serie di marmi policromi, che contribuiscono a rendere l'opera la più suggestiva tra le quattro precedenti l'intervento di Raimondo di Sangro, mentre ai lati del sarcofago posto sotto la statua è possibile notare due maschere e alla sua base due piccoli busti di leone che recano un teschio e una clessidra, a testimoniare la caducità della vita.

Liberalità

Collocata sul pilastro che fiancheggia, sulla sinistra, la prima cappella di sinistra, la Liberalità è dedicata a Giulia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, moglie del quarto principe di Sansevero. La statua venne citata dallo storico Giangiuseppe Origlia nel 1754, il che permette di stabilire come anche questa scultura rientrasse nel gruppo di opere portate a termine dal Queirolo nei suoi primi due anni di permanenza a Napoli.

La scultura rappresenta una figura femminile coperta da un morbido drappeggio in marmo. Con la mano sinistra la donna sorregge una grande cornucopia, caratteristico simbolo di generosità, che riversa a terra oro e ricchezze; nella mano destra stringe invece un compasso e alcune monete, simbolo di equilibrio e nuovamente di generosità. Per terra a fianco della donna, in posizione simmetrica rispetto alla cornucopia, si trova un'aquila, emblema di forza e temperanza.

Analogamente a quanto accade nelle rappresentazioni di Soavità del giogo coniugale, Sincerità ed Educazione, alle spalle della statua è collocata la faccia di una piramide, al di sopra della quale si trova un medaglione con il ritratto della dedicataria dell'opera.

Monumento a Giovan Francesco di Sangro, primo principe

Nella seconda cappella sulla sinistra si trova il monumento dedicato al primo principe di Sansevero Giovan Francesco di Sangro, fondatore secondo la tradizione del nucleo originale della cappella. Il monumento fu commissionato dal di lui figlio Alessandro di Sangro nella prima metà del XVII secolo e fu probabilmente realizzato dallo scultore fiorentino Giacomo (o Jacopo) Lazzari, anche se alcuni studiosi lo attribuiscono invece a Michelangelo Naccherino. Il principe, valoroso soldato, è ritratto con indosso l'armatura e la spada appesa al fianco, mentre con la mano destra regge una lancia; un elaborato elmo è poggiato ai suoi piedi. Come nel caso del monumento al quarto principe Paolo di Sangro, la statua e il sarcofago sono circondati da una cornice di marmi policromi.

Zelo della Religione

Situato tra la seconda e la terza cappella sulla sinistra, lo Zelo della Religione è in memoria a Ippolita del Carretto e Adriana Carafa della Spina, consorti del primo principe di Sansevero e fondatore della cappella Giovan Francesco di Sangro, ricordate per la loro fede.

La paternità dello Zelo è stata per lungo tempo attribuita prima ad Antonio Corradini e poi al Queirolo; alcuni documenti recuperati negli archivi del Banco di Napoli hanno infine permesso di riconoscerne l'autore in Fortunato Onelli, un artista partenopeo alle dipendenze del Celebrano. Una carta del 1767 testimonia che Onelli non riuscì a terminare il lavoro nei tempi promessi e fu necessario ingaggiare altri artisti più esperti per finirlo e correggere alcune imperfezioni.

Questa Virtù, che esalta la devozione delle due donne, è incarnata da un uomo in età avanzata che regge con la mano sinistra una lampada simbolo della verità e nell'altra una piccola frusta. Mentre con questo strumento punisce il sacrilegio, con il piede il vecchio calpesta alcuni serpenti, simbolo dell'eresia, che fuoriescono da un libro. Il gruppo scultoreo è completato da tre putti: i due più in alto, posti al di sopra di un capitello, reggono un grande medaglione con i ritratti delle due dedicatarie, mentre il terzo è intento a bruciare con una fiaccola altri libri eretici.

Ritratto di Vincenzo di Sangro

Il ritratto di Vincenzo di Sangro, olio su rame del pittore sorrentino Carlo Amalfi, è stato a lungo erroneamente identificato come un'immagine del principe Raimondo. Grazie a numerose fonti, tuttavia, è stato possibile determinare che si tratta invece di Vincenzo, figlio primogenito di Raimondo.

L'opera è adagiata su una bara ed è circondata da un apparato decorativo composto da cinque putti: tre di essi sono intenti a sorreggere il ritratto mentre gli altri due reggono un grosso mantello in stucco posto dietro di esso. Contrariamente a quanto fatto per altri membri della famiglia, il ritratto non è accompagnato da alcuna iscrizione celebrativa o biografica.

La bara e le decorazioni risalgono certamente a prima del 1766, mentre è incerto quando sia stato eseguito il ritratto; la datazione più accreditata è per la metà degli anni 1770, quando Vincenzo, nato nel 1743, aveva circa 30 anni. Il dipinto venne rubato nel 1990 durante i lavori di restauro della cappella, ma è stato recuperato nel luglio dell'anno seguente e ricollocato sulla «porta piccola» della cappella gentilizia, sua sede originale.

Il ritratto testimonia l'abilità artistica di Carlo Amalfi, autore anche di un ritratto del padre Raimondo. Il giovane principe è ritratto di tre quarti, abbigliato in parrucca e redingote. Il petto è attraversato trasversalmente, da destra verso sinistra, da una fascia rossa, probabilmente l'insegna da cavaliere dell'Ordine di San Gennaro. Tale elemento consentirebbe di far risalire il ritratto al periodo dopo il 1776, anno in cui a Vincenzo fu assegnato tale riconoscimento. Alla sinistra di Vincenzo si intravedono alcuni libri e un elmo, indicanti le doti militari e la cultura del Principe. Vincenzo ebbe infatti una brillante carriera militare nell'Esercito delle Due Sicilie, avanzando fino al grado di generale, e a partire dal 1772 fu gentiluomo di camera di re Ferdinando IV.

Soavità del giogo coniugale

La Soavità del giogo coniugale (anche nota come Benevolenza o Amor coniugale) fu dedicata da Raimondo di Sangro a Gaetana Mirelli, moglie di suo figlio Vincenzo, quando ella era ancora giovane. È per questa ragione che il profilo di donna presente nel medaglione è poco più che abbozzato, pratica che si era soliti usare quando si ritraevano persone ancora viventi. Una ricevuta di pagamento ha permesso di scoprire che lo scultore Paolo Persico ricevette centosessanta ducati per la realizzazione dell'opera.

L'opera raffigura una donna in stato di gravidanza e vestita alla maniera degli antichi romani con alle spalle il lato di una piramide. La mano destra alzata porta due cuori in fiamme, simbolo dell'amore profondo e reciproco che dovrebbe esistere tra due coniugi; la mano sinistra regge invece un giogo coperto di piume, a simboleggiare una dolce obbedienza. Ai piedi della donna un angioletto sorregge un pellicano, animale che nella iconografie medievale simboleggiava il sacrificio di Cristo sulla croce e che per questo è associato alla Carità.

Altare di Santa Rosalia

Nella quarta cappelletta sul lato sinistro del mausoleo, tra le statue della Pudicizia e della Soavità del giogo coniugale, si trova l'altare di Santa Rosalia, opera eseguita dal Queirolo per ricordare la santa più famosa della famiglia: Rosalia, figlia di Sinibaldo dei conti dei Marsi e Di Sangro. Rosalia è oggi soprattutto ricordata per essere la patrona di Palermo, città che l'ha voluta insignire di tale titolo dopo che, secondo la tradizione, era stata salvata da lei dalla peste scoppiata nel 1624.

Lo stile semplice e raffinato, privo delle esasperazioni tipiche dell'architettura barocca, utilizzato dal Queirolo per quest'opera fu particolarmente apprezzato da Antonio Canova quando questi visitò la cappella. La composizione vede Santa Rosalia in preghiera, inginocchiata su un cuscino e con la testa cinta dalla corona di rose tipica della sua iconografia. La santa poggia su un basamento sul quale è inserita una lapide commemorativa in marmo rosso, ai lati del quale due angioletti completano il monumento.

Pudicizia

La Pudicizia (anche detta Pudicizia velata) è dedicata a Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, madre di Raimondo di Sangro, che morì nel dicembre del 1710, meno di un anno dopo la nascita del figlio.

La statua fu realizzata da Antonio Corradini, già autore del Decoro, del monumento al sesto principe di Sansevero Paolo di Sangro e dei bozzetti in creta di molte delle altre opere, delle quali aveva studiato l'iconografia insieme al principe Raimondo; l'artista, tuttavia, morì nel 1752, anno di realizzazione della Pudicizia, come è testimoniato da una lapide posta alla base dell'opera che riporta la scritta «dum reliqua huius templi ornamenta meditabatur».

La scultura raffigura una donna completamente coperta da un velo semitrasparente, cinta in vita da una ghirlanda di rose, che ne lascia intravedere le forme e in particolare i tratti del viso. Essa è considerata il capolavoro del Corradini (già autore in passato di altre figure velate), del quale è elogiata l'abilità nel modellare il velo che aderisce con naturalezza al corpo della donna.

La composizione è carica di significati: la lapide spezzata sulla quale la figura appoggia il braccio sinistro, lo sguardo come perso nel vuoto e l'albero della vita che nasce dal marmo ai piedi della statua simboleggiano la morte prematura della principessa Cecilia. Il tema della vita e della morte è ripreso dal bassorilievo del pilastro su cui poggia la statua, raffigurante l'episodio biblico conosciuto come Noli me tangere, nel quale Gesù risorto dice alla Maddalena di non cercare di trattenerlo.

Con tutta probabilità la statua è anche un'allegoria alla sapienza, con un riferimento alla velata Iside, dea egizia della fertilità e della scienza iniziatica; questa associazione è fortificata dal fatto che secondo una tradizione nell'antichità nella medesima posizione in cui fu collocata la Pudicizia si trovava proprio una statua dedicata alla dea Iside. Va inoltre ricordato che il Corradini, oltre ad aver collaborato con Raimondo di Sangro nell'ideazione del significato iconografico della cappella, era a sua volta affiliato alla massoneria e doveva quindi essere bene a conoscenza della simbologia delle opere a cui lavorò.

Monumento ad Alessandro di Sangro

Il Patriarca di Alessandria Alessandro di Sangro, autore dell'ampliamento seicentesco della cappella, è ricordato da un monumento funebre, realizzato da un artista ignoto intorno alla metà del XVII secolo, posto in una nicchia alla sinistra dell'altare maggiore. Al di sopra del sarcofago si trova un ovale con un semplice mezzobusto di Alessandro vestito in abiti religiosi. L'insieme è fiancheggiato da due colonnine in marmo colorato, che reggono un architrave sulla quale si trovano due angioletti. Il sarcofago poggia su un basamento, sempre in marmo, con una dedica che ricorda la carriera ecclesiastica di Alessandro.

Altare maggiore

L'altorilievo marmoreo della Deposizione, che si trova al di sopra dell'altare maggiore, è considerato dalla critica il capolavoro di Francesco Celebrano, che probabilmente si ispirò a un modellino in creta precedentemente preparato dal Corradini. Realizzato tra il 1762 e il 1768, è l'unico esempio di altorilievo ritrovabile sugli altari maggiori delle chiese partenopee.

L'opera raffigura l'episodio della deposizione di Cristo dalla croce: alcune figure, tra le quali emergono Maria e la Maddalena assistono affrante mentre il corpo di Gesù viene adagiato a terra; sotto di loro due putti sorreggono il sudario, sul quale risalta un'immagine metallica del volto di Cristo. Al di sotto del piano dell'altare altri due putti scoperchiano una bara, ormai vuota. Il talento del Celebrano emerge dalla drammaticità dell'intera scena, che riunisce insieme uno stile tardo-barocco con elementi caratteristici dell'arte seicentesca napoletana, che sembra voler fuoriuscire dagli spazi in cui è stata confinata.

La composizione dell'altare è completata lateralmente da due angeli in stile barocco realizzati da Paolo Persico, autore anche della cornice di angeli in stucco che circonda il dipinto della Pietà.

La Pietà

Il dipinto della Pietà è collocato al centro di una cornice di angeli in stucco di Paolo Persico situata al di sopra della Deposizione e dell'altare maggiore, posizione in cui fu voluta da Raimondo di Sangro. In precedenza infatti essa si trovava immediatamente sopra l'altare, al posto della Deposizione.

La datazione e l'autore del dipinto sono ignoti: probabilmente fu realizzata da un manierista napoletano del '500 prima del 1590. A tale data risale infatti la prima testimonianza della sua esistenza, con il miracolo della sua apparizione all'uomo erroneamente portato in carcere.

Più che per la sua qualità artistica, l'importanza dell'opera risiede nel suo significato per la cappella. Secondo la tradizione infatti è in segno di riconoscenza verso la Madonna raffigurata nel dipinto che il principe Giovan Francesco di Sangro iniziò la costruzione della cappella, dedicata a Santa Maria della Pietà.

Disinganno

Il Disinganno è, insieme alla Pudicizia e al Cristo velato, una delle tre opere principali della cappella, riportate nelle guide artistiche già negli anni immediatamente seguenti la loro realizzazione. L'opera del Queirolo è dedicata ad Antonio di Sangro, padre del principe Raimondo e raffigura un uomo che si libera da una rete, simboleggiante il peccato da cui era oppresso: in seguito alla morte della giovane moglie, avvenuta solo un anno dopo la nascita del figlio, il duca Antonio condusse infatti una vita disordinata e dedita ai vizi viaggiando in tutta Europa, mentre il giovane Raimondo era stato affidato al nonno paterno Paolo di Sangro.

Ormai anziano, Antonio di Sangro tornò però a Napoli e, pentito dei peccati commessi, abbracciò la fede e si dedicò a una vita sacerdotale.

Nella composizione marmorea l'uomo è aiutato a liberarsi dalla rete del peccato da un putto, simbolo dell'intelletto umano, che con la mano destra indica il globo terrestre, simbolo della mondanità, adagiato ai suoi piedi. L'elemento della fede attraverso cui è possibile liberarsi dagli errori commessi è rappresentato dalla bibbia aperta appoggiata al globo e dal bassorilievo sul basamento del pilastro, che raffigura l'episodio biblico di Gesù che dona la vista al cieco.

Lo storico Giangiuseppe Origlia nella sua Istoria dello studio di Napoli afferma che il Disinganno è, come iconografia, «tutta d'invenzione del Principe, e nel suo genere totalmente nuova». In essa è possibile rilevare anche riferimenti alla massoneria, come il fatto che durante le iniziazioni per entrare nella loggia gli aspiranti erano inizialmente bendati e in seguito era loro permesso di aprire gli occhi e comprendere la verità.

L'elemento che maggiormente colpisce della scultura è sicuramente la fitta rete, completamente in marmo, prova della maestria del Queirolo. La composizione è completata da una lapide in cui Antonio di Sangro è indicato come esempio della «fragilità umana, cui non è concesso avere grandi virtù senza vizi».

Altare di Sant'Oderisio

Nell'ultima cappella laterale sulla destra, di fronte all'altare di Santa Rosalia, si trova il monumento dedicato a Sant'Oderisio, cardinale e trentanovesimo abate dell'abbazia di Montecassino, uno dei santi protettori della famiglia di Sangro. L'opera fu realizzata da Francesco Queirolo nel 1756, risultando quindi coeva all'altare di Santa Rosalia.

La statua raffigura Sant'Oderisio inginocchiato su un cuscino di porfido, accanto al quale è posato il cappello cardinalizio. Il santo appare in atteggiamento mistico e con i lineamenti particolarmente espressivi. La bravura del Queirolo è inoltre notabile nella realizzazione delle vesti.

Sincerità

Situata sul quarto pilastro sul lato destro della cappella, tra l'altare di Sant'Oderisio e il passaggio che conduce alla sacrestia, la statua rappresentante la Sincerità è dedicata a Carlotta Gaetani, moglie di Raimondo di Sangro. Essa fu realizzata dal Queirolo, che si basò probabilmente su un modello in creta del Corradini.

L'opera raffigura una donna di bell'aspetto, vestita con una semplice tunica, che regge con la mano sinistra un cuore - classico simbolo di amore e carità - e con la destra un caduceo. La presenza di quest'ultimo elemento è un esempio di come la simbologia voluta da Raimondo di Sangro, pur seguendo per molti aspetti l'iconografia classica, se ne discosti per altri dettagli. Il caduceo infatti è estraneo alle raffigurazioni canoniche della Sincerità ma è uno dei simboli del dio Hermes, considerato fondatore dell'ermetismo. Simboleggia pace e ragione e, in alchimia, l'unione degli opposti cioè di zolfo e mercurio.

La composizione è completata da un amorino, forse opera di Paolo Persico, in compagnia di due colombe simbolo di purezza e fedeltà. L'opera è addossata alla faccia di una piramide, in cima alla quale si trova il medaglione con il ritratto della dedicataria, appena abbozzato dal momento che al momento della sua realizzazione Carlotta Gaetani era ancora in vita.

Dominio di sé stessi

Il Dominio di sé stessi, situato in corrispondenza del terzo pilastro del lato destro della cappella, è dedicato a Geronima Loffredo, moglie del sesto principe di Sansevero Paolo di Sangro e nonna paterna del principe Raimondo. Esso fu scolpito da Francesco Celebrano basandosi su un precedente progetto del Queirolo, che non aveva potuto completarlo di persona avendo interrotto i suoi rapporti lavorativi con il Principe. Per questo motivo nel 1767 il Celebrano firmò l'opera come «sculptor» ma non come «inventor».

La composizione raffigura un uomo vestito alla maniera degli antichi romani che tiene al guinzaglio un leone, sottomesso ai suoi piedi. Ciò vuole indicare come l'intelletto e la forza d'animo possono prevalere sulle passioni e sull'istinto, come nel caso di Geronima, che viene descritta come «mai abbattuta dal destino ostile né troppo esaltata da quello propizio». Il tema del controllo delle proprie passioni è inoltre un elemento importante dell'ideologia massonica. L'opera è completata da due putti e da un medaglione con il ritratto della dedicataria.

Raimondo di Sangro non rimase molto soddisfatto dal lavoro del Celebrano, che forse si era distaccato troppo dal bozzetto del Queirolo, tanto che nel suo testamento indicò che avrebbe voluto che l'opera fosse rifatta.

Monumento a Paolo di Sangro, sesto principe

Nella seconda cappella sulla destra si trova il monumento a Paolo di Sangro, sesto principe di Sansevero, commissionato dal nipote Raimondo ad Antonio Corradini e realizzato nel 1742. L'opera è semplice e priva di simbologie nascoste ed è costituita da un mezzobusto in marmo del dedicatario, ritratto con una vistosa parrucca e con le insegne delle importanti cariche politiche da lui ricoperte.

Educazione

Realizzata dal Queirolo nel 1753, l'Educazione raffigura una donna che impartisce i suoi insegnamenti a un ragazzino, il quale tiene in mano il De officiis di Cicerone, opera ritenuta fondamentale per imparare i doveri che un uomo onesto deve rispettare.

La composizione è dedicata alle due mogli di Paolo di Sangro secondo principe di Sansevero, Girolama Caracciolo e Clarice Carafa di Stigliano, ed è addossata a una piramide, in cima alla quale si trova il medaglione con i ritratti delle due nobildonne.

L'opera ha ricevuto critiche generalmente negative da parte degli storici dell'arte, che la ritengono la meno riuscita tra le creazioni del Queirolo presenti nella cappella; in essa l'artista non sarebbe riuscito a infondere nella scultura, dominata dalla massiccia e rigida figura dell'istitutrice, la grazia si cui si era dimostrato capace nel Disinganno. Anche se, come osservato dalla studiosa Marina Causa Picone «non mancano particolari ispirati e vibranti, come il libro aperto in mano al fanciullo, che riporta a quella stessa materia viva e densa dei libri del Disinganno».

Monumento a Paolo di Sangro, secondo principe

Il monumento funebre a Paolo di Sangro secondo principe di Sansevero, che occupa la prima cappella laterale sulla destra, fa parte del gruppo di statue seicentesche e fu commissionato nella prima metà del XVII secolo dal quarto principe della casata. La statua, dai toni rigidi e severi, raffigura il dedicatario - che si distinse per le sue doti militari al servizio di Filippo III di Spagna - in piedi vestito come un centurione romano mentre tiene con la mano destra una lancia spezzata; ai suoi piedi si trova un elmo piumato. La somiglianza con il monumento dedicato al padre Giovan Francesco hanno fatto ipotizzare che autore anche di quest'opera potesse essere Giacomo Lazzari, ma non esiste alcuna conferma al riguardo.

Amor divino

La statua chiamata Amor divino è dedicata a Giovanna di Sangro, moglie del quinto principe di Sansevero Giovan Francesco di Sangro. Non è certo da chi sia stata realizzata: l'affinità di stile con alcune delle altre Virtù fa pensare che sia opera di Francesco Queirolo, ma alcune similitudini con il Decoro hanno fatto ipotizzare che essa sia basata su un bozzetto del Corradini. La scultura raffigura un giovane semicoperto da un mantello che con la mano destra alza al cielo un cuore in fiamme, una simbologia già incontrata nella Soavità del gioco coniugale per indicare un amore profondo. In questo caso un'iscrizione sul basamento dell'opera spiega che si tratta dell'amore per Dio di Giovanna di Sangro.

Essa è situata sul lato destro della cappella, addossata alla parete di ingresso, e fu particolarmente apprezzata dallo storico ottocentesco Leopoldo Cicognara, probabilmente perché nella sua semplicità è una delle opere più ortodosse e più conformi ai canoni neoclassici del tempio.

Monumento a Giovan Francesco di Sangro, quinto principe

La prima opera che si incontra sulla destra dell'ingresso è il monumento dedicato a Giovan Francesco di Sangro, quinto principe di Sansevero. La sua attribuzione non è sicura: la tesi più accreditata la identifica come opera di Francesco Celebrano, ma alcuni critici sono più orientati verso Francesco Queirolo. Essa rappresenta una grande angelo alato appoggiato a una lapide, che stringe nella mano sinistra una fiaccola rivolta verso il basso, in segno di lutto. Ai piedi dell'angelo si trova un'acquasantiera a forma di conchiglia, che forma una sorta di parallelismo con il medesimo elemento presente nel monumento dedicato al terzo principe di Sangro, situato alla sinistra dell'ingresso. La dedica sulla lapide ricorda la fedeltà di Giovan Francesco alla corona spagnola e indica come data della sua morte il 1618. In realtà il principe morì nel 1698 e la data errata è dovuta a una svista dello scalpellino oppure di un successivo restauratore.

Monumento a Cecco de' Sangro

Realizzato nel 1766, il monumento a Cecco de' Sangro è collocato al di sopra dell'ingresso principale del tempio. L'ideazione e la realizzazione del sepolcro sono da ascrivere a Francesco Celebrano, probabilmente ispiratosi a un precedente modello del Queirolo.

Una lunga iscrizione spiega il significato della curiosa scena rappresentata, che raffigura un guerriero armato e con indosso l'armatura mentre esce da una cassa: durante la campagna delle Fiandre di Filippo II di Spagna, di cui Cecco di Sangro era ufficiale, per riuscire a conquistare la rocca di Amiens egli si sarebbe finto morto e fatto chiudere dentro una bara, dove rimase per due giorni. Uscendo quindi dalla cassa era riuscito a cogliere di sorpresa i nemici, impadronendosi infine della rocca.

Al di sopra di Cecco un'aquila stringe tra gli artigli alcune folgori, simbolo di forza e virtù guerriera, mentre ai lati della cassa vi sono due ippogrifi, simbolo di cura, che sembrano sorvegliare la scena.

In questa composizione, oltre al desiderio di Raimondo di Sangro di celebrare i propri antenati, è possibile leggere anche diversi significati legati alla massoneria: la posizione della scultura proprio al di sopra della porta di accesso fa sì che Cecco di Sangro sia visto come una sorta di guardiano del tempio, mentre la figura che - rediviva - esce dalla bara è un chiaro riferimento al tema della morte e della resurrezione.

Volta: Gloria del Paradiso

L'affresco che copre l'intera volta della cappella, conosciuto come Gloria del Paradiso o Paradiso dei di Sangro, fu realizzato da Francesco Maria Russo nel 1749 e risulta essere una delle prime opere commissionate per la cappella da Raimondo di Sangro.

Si hanno poche notizie certe di Francesco Maria Russo, che risulta sconosciuto a Napoli prima dei suoi lavori al servizio del principe di Sangro. È possibile che abbia studiato a Roma e che si sia trasferito in seguito nella città partenopea. È certo che avesse già lavorato per Raimondo di Sangro nel 1743, affrescando l'antisagrestia della Cappella del Tesoro di San Gennaro.

L'elemento centrale del grande affresco, nel quale è possibile notare un'ispirazione allo stile di Francesco Solimena, è la colomba dello Spirito Santo , circondata da una serie di angeli e altre figure e da un impianto architettonico che sembra proseguire la decorazione delle finestre situate alla base della cupola. Tra una finestra e l'altra si trovano sei medaglioni in toni di verde raffiguranti i sei santi protettori dei di Sangro mentre al di sopra del presbiterio, separato dal resto della cappella da un grande arco a tutto sesto, è disegnata una piccola cupola.

Sembra che per il suo affresco il Russo abbia utilizzato dei colori preparati appositamente da Raimondo di Sangro, che appaiono ancora vivi e intensi dopo più di due secoli e mezzo pur non essendo mai stati restaurati.

Il Principe non rimase però soddisfatto dall'opera del Russo e lasciò indicato nel suo testamento di fare riaffrescare la volta della cappella dal miglior artista disponibile, desiderio che non fu però realizzato dal figlio Vincenzo.

Tomba di Raimondo di Sangro

La tomba di Raimondo di Sangro si trova in una nicchia all'ingresso del passaggio che conduce alla sacrestia. Essa fu realizzata nel 1759, quando il Principe era quindi ancora in vita, da Francesco Maria Russo, probabilmente basandosi su un progetto dello stesso Raimondo.

Di aspetto semplice e sobrio, l'opera è composta da una grande lapide in marmo rosa con l'elogio del principe Raimondo al di sopra del quale si trova una cornice di marmo con il ritratto del dedicatario. Il dipinto è sormontato da un grande arco decorato con armi, libri, strumenti scientifici e altri emblemi commemorativi delle glorie militari e scientifiche di Raimondo di Sangro.

L'elemento più notevole del monumento è probabilmente l'elogio funebre, che ricorda le onorificenze ricevute e i titoli nobiliari di cui poteva fregiarsi e allo stesso tempo esalta le sue doti di scienziato e sperimentatore e il suo ruolo di committente e ideatore della cappella.

La scritta sulla lapide di marmo non è incisa ma in rilievo, come in rilievo è anche la decorazione con grappoli d'uva e motivi vegetali sul perimetro della lapide. La precisione della decorazione marmorea fa pensare che non sia stato usato lo scalpello, ma sarebbe invece stata realizzata tramite un composto di solventi chimici di invenzione del principe Raimondo. Le scritte di colore bianco dovevano in origine risaltare molto sul colore rosa della lastra di marmo, ma questa colorazione appare ormai sbiadita.

Ritratto di Raimondo di Sangro

Il ritratto di Raimondo di Sangro fu realizzato da Carlo Amalfi, che dipingerà in seguito, con la stessa tecnica dell'olio su rame, anche il ritratto di suo figlio Vincenzo. La sua datazione non è sicura: mentre la cornice marmorea che lo circonda fu realizzata insieme al resto del monumento funebre del 1759, il dipinto potrebbe risalire a qualche anno più tardi.

Il ritratto, privo di significati iconografici, raffigura semplicemente il principe Raimondo, ormai in età avanzata, con indosso una corazza. Esso è l'unico dipinto del Principe sopravvissuto fino al giorno d'oggi. È certo che alcuni anni prima Carlo Amalfi avesse realizzato un altro ritratto andato perduto, di cui fortunatamente è sopravvissuta una incisione settecentesca di Ferdinando Vacca. Essa mostra un ritratto giovanile di Raimondo di Sangro con il petto attraversato dalla fascia dell'Ordine di San Gennaro, onorificenza che aveva ottenuto nel 1740.

Diversamente dalle altre opere della cappella, compreso il ritratto di Vincenzo di Sangro realizzato solo pochi anni dopo e con la medesima tecnica, il ritratto sulla tomba di Raimondo di Sangro appare rovinato. Inevitabilmente questo dettaglio ha alimentato le già molte leggende esistenti intorno alla figura del Principe, facendo nascere la diceria che il ritratto sarebbe stato maledetto. Più prosaicamente il cattivo stato di conservazione dell'opera è probabilmente dovuto solo alla sua collocazione: al di sopra del monumento funebre si trova infatti un lucernario in vetro che nel corso dei secoli è risultato insufficiente a garantire un'adeguata protezione dagli agenti atmosferici.

Pavimento labirintico

La cappella mostra una pavimentazione in cotto napoletano con al centro un grande stemma in smalti giallo e azzurri raffigurante l'emblema della famiglia di Sangro. Il progetto di Raimondo di Sangro prevedeva invece un motivo labirintico realizzato con una linea continua di marmo bianco formante una serie di croci gammate tutte collegate tra loro e alternate con quadrati concentrici. Intorno alla linea continua erano incastrate delle tarsie marmoree di varie sfumature, che davano alle croci e ai quadrati un effetto prospettico.

Nel progetto di Raimondo è evidente la presenza di significati legati al mondo massonico: il labirinto indica infatti il percorso, carico di difficoltà, che l'iniziato deve compiere per raggiungere la conoscenza, mentre le svastiche rappresenterebbero il movimento cosmico e i quadrati i quattro elementi.

Della realizzazione di questo pavimento Raimondo di Sangro incaricò Francesco Celebrano, che vi lavorò a partire dalle metà degli anni '60 del XVIII secolo. Il lavoro risultò difficoltoso e probabilmente Raimondo non riuscì a vederlo ultimato prima della sua morte ma quasi certamente fu portato a termine.

Nel settembre 1889 però una infiltrazione d'acqua causò un crollo nel Palazzo di Sangro e nell'adiacente cappella, compromettendo tra le altre cose il pavimento di quest'ultima. Il lavoro del Celebrano doveva essere pesantemente danneggiato, tanto che i restauratori decisero di rimuovere completamente il labirinto e realizzare la nuova pavimentazione in cotto napoletano.

Del pavimento originale sono sopravvissuti una serie di frammenti, oltre a una litografia ottocentesca che riporta il motivo labirintico.

Macchine anatomiche

Le due cosiddette macchine anatomiche, custodite all'interno della cavea, sono uno dei maggiori punti di interesse della cappella. Si tratta degli scheletri di due individui, un uomo e una donna, completamente scarnificati e allestiti in posizione eretta. Al di sopra di ciascun scheletro è fedelmente riprodotto, fino nei particolari più minuti, l'intero sistema circolatorio. Secondo la tradizione più nota essi furono realizzati dal medico palermitano Giuseppe Salerno intorno al 1763, sotto la direzione dello stesso Raimondo di Sangro, seguendo un procedimento a tutt'oggi non completamente chiarito. Secondo un recente saggio del docente napoletano Sergio Attanasio invece il principe di Sangro non sarebbe direttamente intervenuto nella realizzazione dei due corpi, ma li avrebbe acquistati da Giuseppe Salerno quando erano già completati.

Queste strane creazioni furono descritte con dovizia di particolari per la prima volta già nella Breve Nota, una guida settecentesca al Palazzo di Sangro e all'adiacente cappella, che riporta l'esistenza anche del «corpicciuolo d'un feto» con tanto di placenta. Questa terza «macchina» è rimasta visibile fino agli ultimi decenni del XX secolo, quando fu rubata. Le macchine si trovavano inizialmente nel cosiddetto Appartamento della Fenice del Palazzo di Sangro, e furono portate nella cavea della cappella solo anni dopo la morte di Raimondo di Sangro.

Il grado di precisione raggiunto nella rappresentazione di arterie, vene e capillari, unito alla fama di alchimista di Raimondo di Sangro, è tale che fino all'età contemporanea si è ritenuto che si trattasse effettivamente di tessuti viventi, la cui conservazione fosse stata ottenuta attraverso un misterioso procedimento alchemico. Secondo la leggenda, citata già nella guida settecentesca e tramandata tra gli altri anche da Benedetto Croce, Raimondo avrebbe fatto iniettare nel sistema circolatorio di due dei suoi servi una sostanza speciale di sua creazione, la quale avrebbe «metallizzato» i vasi sanguigni permettendo la loro conservazione nei tempo.

Secondo uno studio contemporaneo, invece, l'eccezionale reticolato vascolare è il frutto di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui filo di ferro, seta, coloranti e cera d'api. Gli scheletri e i teschi sono invece vere ossa umane.

Sagrestia

Sulla destra della cappella e collegata a questa da un corridoio, si trova il locale un tempo destinato a sagrestia e dove sono collocati i monumenti funebri di due membri ottocenteschi della famiglia di Sangro. In seguito alla trasformazione in museo della cappella, anche la sagrestia è diventata parte integrante del percorso museale e ospita alcune opere della sistemazione seicentesca della cappella e alcune lastre del pavimento labirintico sopravvissute ai danni del 1889.

Nelle vetrine sono conservati alcuni strumenti di laboratorio, scoperti durante i lavori di restauro che hanno interessato la cappella tra il 1987 e il 1990 e probabilmente di proprietà di Raimondo di Sangro. È mostrata anche la copia di un'incisione settecentesca realizzata dall'incisore napoletano Giuseppe Aloia raffigurante la cosiddetta carrozza marittima, l'invenzione con cui il principe di Sangro stupì i suoi contemporanei facendo loro credere di avere inventato una carrozza in grado di camminare sull'acqua.

Nella sagrestia è conservata dal 2005 anche la Madonna con Bambino, quadro realizzato dal romano Giuseppe Pesce nel 1757 e del quale per secoli si erano perse le tracce. Il dipinto fu commissionato da Raimondo di Sangro per farne dono a Carlo di Borbone e in esso spicca in modo particolare la vivacità dei colori. Nel realizzarlo Pesce utilizzò delle tempere a cera di invenzione di Raimondo di Sangro, che rivendica la paternità della sua creazione nella dedica a Carlo di Borbone scritta sul retro dell'opera:

La Sacrestia, che funge inoltre da bookshop dell'attuale allestimento museale, ospita talvolta esposizioni temporanee di opere d'arte e materiale d'archivio inerente alla famiglia Di Sangro.

Nel 2020 i proprietari hanno acquistato un ritratto del principe Raimondo De Sangro realizzato da Francesco De Mura. La collocazione che gli è stata scelta è proprio la sacrestia.

Opere perdute e resoconti economici

Per poter completare le opere nella Cappella Sansevero e portare avanti i suoi studi scientifici, in diverse occasioni Raimondo di Sangro dovette fare ricorso a dei prestiti. Nonostante la famiglia di Sangro fosse decisamente benestante, infatti, egli dovette far fronte, oltre alle forti spese necessarie alla cappella, alla cattiva amministrazione e ai debiti contratti dal padre Antonio durante gli anni sregolati della sua vita.

Ricerche svolte negli archivi del Banco di Napoli, in particolare dallo studioso Eduardo Nappi, hanno permesso di trovare diverse decine di note di credito e di scoprire che in alcuni momenti i creditori del principe Raimondo erano più di un centinaio. È interessante notare che tali prestiti erano concessi con tassi di interesse che talvolta arrivavano al 5 o 6 per cento.

Spesso il Principe non fu in grado di restituire i debiti nei tempi previsti, portando gli interessi ad accumularsi. La maggior parte dei numerosi debiti fu saldata a partire dal 1765, utilizzando una parte della dote che Gaetana Mirelli dei Principi di Teora aveva portato con sé per il matrimonio con Vincenzo di Sangro, figlio primogenito di Raimondo.

Alcuni documenti conservati negli archivi del Banco di Napoli hanno permesso anche di scoprire come al tempo furono commissionate ed eseguite per la cappella anche altre opere, andate però perdute.

In modo particolare, due pagamenti corrisposti agli stuccatori Carlo Barbiero e Domenico Palazzo confermano che l'arco che collegava la cappella con il vicino Palazzo di Sangro, crollato nel 1889, era finemente decorato:

«Banco del Salvatore, giornale copiapolizze, matr. 1412, partita di 34 ducati, estinta il 9 giugno 1759. A Gennaro Tibet D. 34. E per esso a Carlo Barbiero e Domenico Palazzo, insigni mastri stuccatori, a compimento di ducati 200 et in conto delli lavori di stucco che stanno facendo sopra l'arco, che dal palazzo del principe di San Severo passa alla di lui Chiesa gentilizia. E detti li paga con ordine di detto signore e di proprio denaro d'esso suddetto.»

«Banco di Santa Maria del Popolo, giornale copiapolizze, matr. 1541, partita di 20 ducati, estinta il 9 agosto 1759. A don Gennaro Tibet D. 20. E per esso alli mastri stuccatori Carlo Barbiero e Domenico Palazzo a compimento di ducati 165,17 per quanto importano i lavori di stucco da essi fatti di pastiglia colorata nelle facce esterne della fabbrica, che sostiene il gariglione sito tra il palazzo e la cappella gentilizia del principe di San Severo in vigore dell'apprezzo fattone dall'ingegnere don Vincenzo di Bisogno con sua relazione de 3 agosto caduto, atteso i mancanti ducati 145,17 l'hanno detti mastri ricevuti in più partite e in vari tempi, restando con detto pagamento intieramente sodisfatti senza aver altro che pretendere da detto principe di San Severo, in nome del quale e di suo proprio denaro da esso si fa detto pagamento.»

Alcune altre polizze indicano che lo scultore Giorgio Marmorano ricevette dei pagamenti per alcune opere eseguite nella cappella, che però non è stato possibile identificare con certezza. È probabile che si sia trattato di decorazioni marmoree.

Digitalizzazione

Il 27 maggio 2025, presso la cappella San Severo, è stato presentato il primo catalogo scientifico digitale dell'opera voluta da Raimondo di Sangro, corredato da immagini online ad alta definizione.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Francesco de Sanctis 19;21
Orari
We-Mo 09:00-19:00
Biglietto
12 EUR
Telefono
+39 081 5518470
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museosansevero.it

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Basilica di Santa Chiara

Monastero · Napoli

Basilica di Santa Chiara

La basilica di Santa Chiara, o il monastero di Santa Chiara, è un edificio di culto monumentale di Napoli, tra i più importanti e grandi complessi monastici della città e monumento nazionale italiano.

La basilica ha il suo ingresso su via Benedetto Croce (decumano inferiore), sorgendo sul lato nord-orientale di piazza del Gesù Nuovo, di fronte alla chiesa omonima ed adiacente a quella delle clarisse, un tempo quest'ultima facente parte del complesso monastico di Santa Chiara.

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Si tratta della più grande basilica gotico-angioina della città, caratterizzata da un monastero che comprende quattro chiostri monumentali, gli scavi archeologici nell'area circostante e diverse altre sale nelle quali è ospitato l'omonimo Museo dell'Opera, che a sua volta comprende nella visita anche il coro delle monache, con resti di affreschi di Giotto, un grande refettorio, la sacrestia ed altri ambienti basilicali.

Storia

Voluta da Roberto d'Angiò e sua moglie Sancia di Maiorca, quest'ultima devota alla vita di clausura seppur impossibilitata a rispondere a tale vocazione, fu chiamato all'edificazione della chiesa l'architetto Gagliardo Primario che avviò i lavori nel 1310 per poi terminarli nel 1328, aprendo al culto definitivamente nel 1330 seppur la consacrazione a Santa Chiara avverrà solo nel 1341. La chiesa, costruita in forme gotiche provenzali, assurse ben presto a una delle più importanti di Napoli al cui interno lavorarono alcuni dei più importanti artisti dell'epoca, come Tino di Camaino e Giotto, con quest'ultimo che esegue nel coro delle monache affreschi su Episodi dell'Apocalisse e Storie del Vecchio Testamento. Assieme alla basilica fu edificato adiacente ad essa anche un luogo di clausura per i frati minori, divenuto in seguito la chiesa delle Clarisse.

Nella basilica di Santa Chiara, il 14 agosto 1571, vennero solennemente consegnati a don Giovanni d'Austria il vessillo pontificio di Papa Pio V ed il bastone del comando della coalizione cristiana prima della partenza della flotta della Lega Santa per la battaglia di Lepanto contro i Turchi Ottomani.

Nel 1590 fu a lungo custode del regio monastero Antonino da Patti, autore di varie grazie e miracoli sui malati che lo porteranno a diventare venerabile.

Tra il 1742 e il 1796 venne ampiamente ristrutturata in forme barocche da Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Buonocore. Gli interni furono abbelliti con opere di Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito; a Ferdinando Fuga si deve invece l'esecuzione del pavimento marmoreo, avvenuta nel 1762.

Durante la seconda guerra mondiale un bombardamento degli alleati del 4 agosto 1943 provocò un incendio durato quasi due giorni che distrusse in parte alcuni interni della chiesa e causò la perdita di tutti gli affreschi eseguiti nel XVIII secolo e gran parte di quelli giotteschi eseguiti durante l'edificazione dell'edificio, di cui si sono salvati solo pochi frammenti. Nell'ottobre 1944 Padre Gaudenzio Dell'Aja fu nominato "rappresentante dell'ordine dei Frati Minori per i lavori di ricostruzione della basilica". In seguito, i discussi lavori di restauro si concentrarono sull'architettura medievale rimasta intatta dai bombardamenti, riportando la basilica all'aspetto originario trecentesco e omettendo in questo modo il ripristino delle aggiunte settecentesche.

I lavori terminarono definitivamente nel 1953 e la chiesa fu riaperta al pubblico. Le opere scultoree sopravvissute, dopo la ricostruzione, furono spostate nelle sale del monastero, oggi Museo dell'Opera, mentre i sepolcri monumentali, per lo più reali, che invece caratterizzavano la basilica sono rimasti in loco, seppur alcuni di essi fortemente danneggiati.

Monastero

Il monastero di Santa Chiara, tra i più grandi della città, si sviluppa alle spalle della basilica. Esso ospita al suo interno il Museo dell'Opera omonimo, una vasta area archeologica di epoca romana ed è inoltre caratterizzato da quattro chiostri monumentali, una biblioteca, diverse sale conventuali (tra cui un refettorio, la sala di Maria Cristina, la sala capitolare e le cucine) e la chiesa delle Clarisse (ex refettorio dei Frati Minori).

In origine il monastero comprendeva quattro chiostri: quello delle Clarisse (o maiolicato), quello di San Francesco, quello dei Frati Minori e quello di Servizio. Gli ultimi due divennero poi parte dello spazio destinato alla chiesa delle Clarisse, adiacente al complesso di Santa Chiara, a seguito del trasferimento nella struttura delle monache a scapito dei frati minori.

Il primo e più importante chiostro nonché vero e proprio elemento distintivo della basilica, accessibile dal cortile che si sviluppa sul fianco sinistro della basilica, è quello maiolicato delle Clarisse, progettato da Domenico Antonio Vaccaro e decorato con maioliche settecentesche di Giuseppe e Donato Massa e da affreschi seicenteschi su Santi, Allegorie e Scene dell'Antico Testamento. Il chiostro scampò ai bombardamenti bellici e risulta essere quindi una delle poche testimonianze barocche della basilica.

Dal chiostro maiolicato è possibile raggiungere altri ambienti del monastero, nonché il chiostro di San Francesco, quest'ultimo più piccolo rispetto a quello maiolicato e che ha quasi del tutto perso l'originario aspetto trecentesco per via delle alterazioni strutturali a cui più volte è stato sottoposto, fino a diventare un forno. La sua destinazione d'uso originale fu ripristinata solo con i lavori di restauro post seconda guerra mondiale, quando il sito fu gravemente danneggiato a seguito di un bombardamento alleato, a cui scamparono solo i pilastri trecenteschi delle arcate.

La biblioteca si sviluppa sul lato nord e conta circa 50.000 volumi, con una importante sezione relativa alla storia e cultura francescana, e circa 40 codici del Cinquecento e Seicento.

Sul lato est si aprono una sala ospitante un presepe del Settecento, appena entrati al chiostro maiolicato, e la sala di Maria Cristina, con alcuni resti di affreschi giotteschi sulla Crocifissione; l'ambiente è così chiamato in onore di una esposizione fatta nel 1936 che proponeva i cimeli della regina Maria Cristina di Savoia, che nella stessa basilica si fece seppellire.

Dal lato sud del chiostro maiolicato si giunge invece alla sala capitolare (ex refettorio delle monache), anch'essa caratterizzata da un affresco trecentesco sulla Crocifissione, poi al grande refettorio, un tempo usato dalle monache coriste, datato intorno al Settecento nell'architettura, nella mobilia, negli affreschi di ignoti autori sulle pareti laterali ed in quelle frontali, mentre nella volta il San Pasquale Baylon e Santa Chiara che adorano il Sacramento, anch'esso di ignoto, è dei primi anni del Novecento, e poi alle sale delle antiche cucine, così chiamate in quanto la presenza di due canne fumarie fece pensare, erroneamente, che quegli ambienti potessero essere destinati alle cucine del monastero.

La chiesa delle Clarisse, infine, il cui ingresso autonomo su piazza del Gesù Nuovo è avvenuto solo dopo i restauri che hanno interessato il monastero nel secondo dopoguerra, un tempo faceva parte del monastero di Santa Chiara giacché destinata all'ordine dei frati minori, per poi passare alle clarisse ed essere dedicata ancora successivamente (nel 2007) a Gesù Redentore e San Ludovico d'Angiò, diventando quindi corpo esterno al complesso monastico. La chiesa include al suo interno, in successione, un vestibolo, una cappella, ex sala capitolare del monastero, e il coro, un tempo refettorio dei frati minori; quest'ultimo ambiente è decorato da un affresco di grandi dimensioni di Lello da Orvieto datato 1340 circa raffigurante Gesù Redentore tra santi e donatori. Fanno inoltre parte della chiesa altri due chiostri che, fino al trasferimento delle monache in sede, a scapito dei frati, erano parte del monastero di Santa Chiara: il chiostro dei Minori e quello di Servizio. Il primo è importante per la varietà dei capitelli delle colonne, sormontati da archi a sesto acuto o ottagonali, alcuni corinzi, altri più semplici e vicinissimi alle forme romaniche (un'impronta rarissima in città); insiste sul fianco destro della basilica e funge da punto di unione tra il convento di Santa Chiara e la chiesa delle Clarisse. Il secondo invece è posto dietro l'ex refettorio ed è l'unico dei quattro chiostri che ha conservato la struttura gotica originaria del Trecento.

Descrizione
Esterno
Facciata

La basilica di Santa Chiara sorge con l'ingresso costituito da un grande portale gotico del XIV secolo, spostato nel 1973 di cinque metri più indietro rispetto al filo stradale. Questo presenta un arco ribassato e una lunetta priva di decorazioni, sormontata da un'unghia aggettante di lastre di piperno. Il sagrato antistante alla chiesa è recintato invece da un alto muro.

La facciata presenta una struttura a capanna ed è preceduta da un pronao a tre arcate ogivali, di cui quella centrale inquadra la porta d'ingresso in marmi rossi e gialli con lo stemma di Sancha. In alto, al centro, si apre il rosone, in gran parte reintegrato durante la ricostruzione post bellica.

Campanile

Alla sinistra della chiesa si eleva la torre campanaria trecentesca, i cui lavori furono avviati nel 1338 ma tuttavia immediatamente arrestati, portando di fatto l'opera ad essere ad un terzo del suo completamento; i motivi del blocco furono che a seguito della morte di Roberto d'Angiò, avvenuta nel 1343, i finanziamenti per i lavori cessarono quasi totalmente. Continuando i lavori agli inizi del Quattrocento, dopo il terremoto del 1456 il campanile crollò quasi del tutto, rimanendo in piedi solo il basamento in marmo; fu in seguito rialzato in stile barocco, finché non fu completato solo intorno al 1604.

Il campanile è a pianta quadrata e si articola su tre ordini separati da cornicioni marmorei, seppur probabilmente il progetto doveva prevedere l'esecuzione di almeno cinque piani. Mentre l'ordine inferiore ha un paramento in blocchi di pietra, i due superiori sono in mattoncini con lesene marmoree, tuscaniche in quello inferiore e ioniche in quello superiore. Tra il secondo ed il terzo livello corre una trabeazione con fregi decorati con triglifi e metope con simboli liturgici francescani. La sola parte della torre originale del Trecento è quella inferiore, mentre i quadranti superiori appartengono ai restauri successivi, fino agli ultimi del 1604 dell'ingegnere Costantino Avellone.

Non si sa con certezza quale avrebbe dovuto essere la reale altezza della torre, o se questa ebbe mai raggiunto cinque livelli o da sempre solo tre, di certo si sa che alcune informazioni storiche lasciate da Bernardo De Dominici parlano di incompletezza dell'opera mentre altre ipotesi invece, supportate da caratteristiche fisiche del tetto e della facciata orientale del campanile, propendono per una perdita dei due livelli più alti a seguito di rivolte popolari della seconda metà del XVII secolo, in quanto era uso dell'esercito spagnolo posizionarsi sulla torre con l'artiglieria pesante, piuttosto dei ribelli di occupare quella postazione, magari successivamente abbattuta dai militari. Tra il basamento ed il primo livello ci sono quattro inscrizioni angioine che ruotano su tutte le facciate del campanile e che, in grandi lettere gotiche, narrano la storia della fondazione della basilica dal 1310 al 1340, sebbene gli avvenimenti siano ordinati in senso cronologico errato, forse perché riposizionati male durante i lavori di ricostruzione quattro-cinquecenteschi.

L'interno è infine caratterizzato da una scala a chiocciola che conduce al tetto; nel settembre 2014 si sono avviati lavori di restauro per rendere fruibile al pubblico tutti e tre i livelli della torre.

Interno
Pianta
Aula e presbiterio

La basilica è lunga circa 130 metri, compreso il coro delle monache posto dietro l'altare maggiore, larga circa 40, esclusa la sacrestia, e alta 45. L'interno è formato da un'unica navata rettangolare, disadorna e senza transetto, con dieci cappelle per lato sormontate da una tribuna continua e da bifore, sulla parete di sinistra, e trifore, in quella di destra.

Sulla controfacciata si trova al lato sinistro il sepolcro di Agnese e Clemenza di Durazzo, di ignoto autore di inizi Quattrocento: l'opera appare simile nella struttura al monumento funebre a Maria di Valois del Camaino posto nella zona presbiteriale, lasciando pertanto presupporre che la realizzazione di questo ad Agnese e Clemenza (sorelle della regina Margherita di Durazzo) sia avvenuta per mano di un seguace dei modi dello scultore senese. Alla base del monumento sono collocate a mo' di cariatidi due statue raffiguranti la Fede e la Carità mentre al centro del baldacchino è la cassa funebre delle due sorelle, raffigurate stese su di essa la quale, aperta al visitatore da due angeli reggenti il tendario, presenta sul fronte la scena in bassorilievo della Pietà. Sul lato destro della controfacciata, invece, è quel che resta del monumento funebre ad Antonio Penna, opera di Antonio Baboccio da Piperno databile tra il 1407 e il 1411 e commissionato dallo zio del defunto Onofrio Penna. Il sarcofago fu ricollocato nel 1627 all'interno della seconda cappella di destra della chiesa mentre il baldacchino fu lasciato nella sua collocazione originale, assumendo questa volta la funzione di cornice dell'affresco trecentesco della Trinità scoperto proprio durante le fasi di smembramento del monumento sepolcrale; ancora più in alto rispetto al complesso marmoreo è affrescata inoltre la figura di una Madonna col Bambino adottata da Antonio e Onofrio Penna, di autore vicino a Giotto e coevo al sepolcro.

Nelle venti cappelle laterali della basilica ci sono principalmente sepolcri monumentali realizzati tra il XIV e il XVII secolo, appartenenti ai personaggi di nobili famiglie napoletane.

Il pavimento marmoreo settecentesco di Ferdinando Fuga fa parte dei rifacimenti barocchi scampati ai bombardamenti alleati della Seconda guerra mondiale e presenta decorazioni lungo tutta la sua architettura con al centro il grande stemma angioino.

Nella zona presbiteriale è posto sulla parete di fondo il parziale sepolcro di Roberto d'Angiò, opera dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini. Ai lati del sepolcro del re ci sono quelli di Maria di Durazzo (a sinistra) e del primogenito Carlo d'Angiò, duca di Calabria (a destra), databili 1311-1341 con il primo attribuito ad ignoto maestro durazzesco, mentre il secondo a Tino di Camaino. Al centro del presbiterio si trova l'altare maggiore che, ad eccezione della mensa, è ancora quello originario (1336 circa, attribuibile almeno in parte a Pacio Bertini), il quale alla metà del XVII secolo era stato inglobato all'interno di un apparato ligneo prima di essere inserito nel nuovo altare barocco in marmi policromi iniziato nel 1735 da Maurizio Nauclerio, terminato da Ferdinando Sanfelice dieci anni dopo e in gran parte distrutto dal bombardamento del 1943. Esso è decorato con una serie di archetti ogivali trilobati su colonnine, inframmezzati da bassorilievi con motivi francescani, animali e vegetali; delle sculture a tutto tondo poste tra gli archi, se ne conservano soltanto cinque (rispettivamente: San Luca, Sant'Andrea, un Apostolo anziano, San Gregorio Magno e San Bartolomeo; ad eccezione dell'ultima, sono tutte esposte presso il Museo dell'Opera di Santa Chiara). Alle spalle dell'altare si trova un crocifisso ligneo del XIV secolo, di autore ignoto probabilmente senese.

Sulla parete destra del presbiterio è invece il sepolcro di Maria di Valois, databile al 1335 circa ed anch'esso attribuito al Camaino, a cui si dà con certezza la figura giacente della defunta Maria, gli angeli reggicortina, le due figure componenti la scena dell'Annunciazione ai lati del sarcofago e la Madonna col Bambino sulla cuspide.

Ancora nella zona presbiteriale della basilica, ai lati è collocato l'organo a canne Mascioni opus 825, costruito nel 1962. Esso, posizionato in due corpi separati alla sinistra e alla destra dell'altare, è composto da 2327 canne per un totale di 40 registri suddivisi fra le tre tastiere di 61 note ciascuna e la pedaliera concavo-radiale di 32 note, con trasmissione integralmente elettrica.

Cappelle di sinistra

Nella prima cappella c'è la tomba post seconda guerra mondiale di Salvo D'Acquisto.

La seconda cappella, dei Miracoli Antoniani, vede i sepolcri attribuiti al Maestro durazzesco di Drugo e Nicola de Merloto. Il primo monumento vede nella parte frontale della lastra cinque stemmi uguali del casato Merloto, in quella retrostante invece la figura di Cristo Redentore mentre nelle due facce dei lati corti sono San Francesco con la croce e il libro della regola e San Ludovico d'Angiò. La figura di Drugo (morto nel 1339) è invece scolpita distesa sul sepolcro con abiti militari, mani incrociate e piedi poggianti su cani distesi; sopra la cassa funebre sono inoltre il gruppo della Vergine col Bambino tra due santi e la figura del defunto inginocchiato. Il secondo sepolcro è addossato alla parete destra e vede nella parte frontale la raffigurazione in bassorilievo della Vergine col Bambino con ai lati i santi Agnese e Paolo da un lato, e Caterina e Pietro dall'altro.

La terza cappella di sinistra, del Sacro Cuore di Gesù, si compone alle pareti laterali delle casse funebri trecentesche di Raimondo Cabanis, gran siniscalco di re Roberto, e del figlio Perotto Cabanis, entrambe di ignoto autore. Nella parete centrale è invece il frammento di un affresco trecentesco di anonimo giottesco raffigurante la Vergine col Bambino, con accanto una lastra tombale dov'è raffigurato in bassorilievo un uomo in armatura.

La quarta cappella è intitolata a san Giuseppe e conserva al centro del pavimento lo stemma della famiglia Cito, mentre nella parete destra è il resto di un affresco di anonimo post giottesco raffigurante Gesù con un santo.

La quinta cappella conserva un presepe monumentale mentre la sesta cappella costituisce l'accesso laterale alla basilica, collegando la stessa al cortile esterno.

La settima cappella è rimasta intatta dai bombardamenti bellici e dunque manifesta ancora gli elementi barocchi eseguiti durante i lavori di ammodernamento del XVIII secolo; dedicata a san Francesco d'Assisi, essa ha alle pareti laterali due sarcofagi della famiglia Del Balzo, forse di scuola toscana, o comunque vicina ai fratelli Bertini, con a sinistra Raimondo ed a destra la moglie Isabella de Apia. Sulla parete frontale dell'ambiente invece è una scultura probabilmente eseguita per la basilica di San Lorenzo Maggiore di Napoli e solo successivamente spostata in Santa Chiara, raffigurante San Francesco d'Assisi, opera del 1616 di Michelangelo Naccherino, circondata da medaglioni marmorei raffiguranti altri componenti della famiglia Del Balzo di Giovanni Marco Vitale e databili intorno al primo decennio del Seicento. La volta presenta infine decorazioni barocche tipiche del periodo napoletano con tondi entro cui sono gli affreschi di Belisario Corenzio sulle storie di san Francesco.

L'ottava cappella, di Santa Maria degli Angeli, vede alle pareti laterali i sarcofagi di Catello (a sinistra) e Antonio De Vivo Piscicelli (a destra); nella parete centrale è invece una lastra tombale che in origine era la copertura di un altro sarcofago, dove sono in bassorielievo tre tondi con la Vergine col Bambino al centro e ai lati un santo non identificato e Santa Caterina d'Alessandria.

La nona cappella, di Santa Maria Francesca, ospita un sarcofago romano di poco dopo la metà del II secolo d.C. decorato con bassorilievi raffiguranti il mito di Protesilao e Laodamia e riutilizzato nel 1632 come tomba di Giovan Battista Sanfelice. Sul pavimento è un marmoreo stemma nobiliare mentre nella parete centrale è un bassorilievo attribuito al Maestro durazzesco con tre nicchie entro cui sono la Vergine al centro e ai lati il Cristo e San Giovanni.

La decima cappella di sinistra infine, è quella dei Martiri Francescani e ospita alle pareti laterali i sepolcri di Paride e Marco Longobardi, datato il primo 1529 ed opera di un ignoto rinascimentale, caratterizzato nella parte superiore da un altorilievo raffigurante il Cristo risorto, mentre il secondo appartiene al periodo neoclassico. Nella parete frontale sono tre formelle con i Santi martiri Francescani databili al Cinquecento e attribuiti a Giovanni da Nola: a sinistra è raffigurato Sant'Arcunzio, al centro San Bernardino da Siena e a destra Sant'Ottone.

Cappelle di destra

La prima cappella è pressoché spoglia.

La seconda è intitolata a sant'Agnello Abate e ospita sulle pareti laterali i monumenti funebri trecenteschi al Cavaliere del Nodo e Antonio Penna, opera quest'ultima di Antonio Baboccio da Piperno facente parte del baldacchino gotico custodito nel lato destro della controfacciata della basilica che vede nella lastra frontale le figure in bassorilievo della Madonna col Bambino attorniata dai santi Paolo, Antonio e Onofrio, a destra, e ancora Girolamo, Giovanni Battista e Ignazio a sinistra. Sulla parete frontale sono invece tracce di affreschi trecenteschi di scuola giottesca tra cui emerge probabilmente la figura Sant'Agnello Abate.

La terza cappella ospita un affresco ritraente probabilmente san Benedetto Abate, a cui è intitolato l'ambiente, opera di ignoto pittore locale post-giottesco. Nelle pareti laterali sono collocati due monumenti sepolcrali dedicati a ignoti esponenti della famiglia Del Balzo, dove a sinistra è una cassa che vede nelle lastre nicchie entro cui sono scolpiti, al centro, San Paolo, San Giovanni Battista, Cristo, San Giovanni Evangelista e San Giacomo, e nelle due laterali i santi Antonio Abate e Paolo, mentre a destra è un altro sepolcro decorato nella lastra frontale da un bassorilievo con la Madonna col Bambino con ai lati figure di guerrieri e agli estremi i santi Caterina d'Alessandria e Pietro, e poi ancora Santo Stefano e un altro non identificato. Sempre nella parete sinistra della cappella sono poi i due monumenti funebri a Carlo e Teofilo Mauro, entrambi databili un decennio dopo la metà del Settecento e attribuiti a Gaetano Salomone, scultore seguace di Giuseppe Sanmartino.

La quarta e quinta cappella sono private della parete divisoria e seppur congiunte l'una con l'altra, sono intitolate la prima a san Pietro d'Alcantara e la seconda a sant'Antonio da Padova. La cappella di San Pietro ospita un dipinto attribuito a Paolo De Matteis raffigurante San Pietro d'Alcantara ed un sepolcro monumentale di ignota nobildonna di pregevole fattura attribuito ancora al Maestro durazzesco che nella fascia frontale reca scolpita in bassorilievo la Madonna col Bambino, Santa Chiara e San Francesco, mentre sopra la cassa è posta la figura giacente di una nobildonna, seppur ritratta con indosso abiti monacali. La cappella di Sant'Antonio vede invece un dipinto sul santo di Nicola Maria Rossi, pittore seguace di Luca Giordano, e decorazioni marmoree sepolcrali sulla famiglia Carbonelli di Letino attribuite a Bartolomeo Mori e Andrea Falcone: al centro del pavimento è lo stemma marmoreo di famiglia, mentre a sinistra è il sarcofago di Iacopo Carbonelli, questi morto nel 1699 e opera eseguita da mani sconosciute.

La sesta cappella è intitolata a santa Chiara d'Assisi e presenta nella parete principale un affresco post-giottesco di ignoto autore, staccato da un altro ambiente all'interno del monastero e raffigurante Santa Chiara con devoti. Nella parete di sinistra è invece addossata una tela di Pietro Bardellino sulla Morte di santa Chiara databile alla fine del Settecento.

La settima cappella è del Santissimo Sacramento e vede al centro una tavola cinquecentesca della Madonna delle Grazie, di ignoto autore, mentre a sinistra è il frammento di un monumento scultoreo attribuito alla scuola dei fratelli Bertini e di cui rimane superstite la scena del Bacio di Giuda.

L'ottava cappella, della Natività, ospitava sulla parete di sinistra, fino ai rifacimenti barocchi, il trecentesco sepolcro di Ludovico di Durazzo, figlio di Carlo d'Angiò, duca di Calabria, e Maria di Durazzo, morto in tenera età, opera di Pacio Bertini e di cui rimane superstite dai lavori settecenteschi solo la fascia sepolcrale centrale con l'altorilievo raffigurante un bambino in fasce portato in cielo da angeli; sulla parete frontale invece è una pala d'altare databile intorno al 1557 circa, da cui prende il nome la cappella, di Marco da Siena raffigurante l'Adorazione dei pastori con nella predella le scene dell'Annunciazione, al centro, San Francesco che riceve le stimmate, a destra e San Girolamo penitente a sinistra.

La nona cappella è intitolata al beato Modestino e si presenta abbastanza spoglia.

La decima cappella a destra che, assieme a quella di San Francesco d'Assisi, è l'unica ad aver conservato la struttura barocca, è la cappella dei Borbone, dove riposano i Sovrani delle Due Sicilie e le loro consorti delle casate di Baviera e d’Asburgo, da Ferdinando I a Francesco II, Maria Cristina di Savoia e Filippo di Borbone, figlio di Carlo III deceduto prematuramente in età ancora giovane. Nella parete frontale è invece la tela tardo cinquecentesca dell'Incredulità di san Tommaso opera del fiorentino Girolamo Macchietti. La tavola, databile al 1585 circa, mostra già, rispetto al precedente periodo in patria, quell'evoluzione verso forme più statiche e pesanti ed un colorismo meno brillante e fantasioso, tipici della fase più tarda del pittore.

Subito dopo quest'ultima cappella, si trova uno dei pochi affreschi trecenteschi della Basilica sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale: si tratta della cosiddetta "Madonna del Cucito", con la Vergine inscritta in una grande aura luminosa a forma di mandorla, intenta a ricamare; al suo fianco è il Bambino nudo, in un atteggiamento meditabondo e che forse allude all'eucaristia portando la mano alla bocca. Sullo sfondo, sinistramente incombente e presagio della Passione, è la Croce

Sacrestia e coro delle monache

A destra del presbiterio c'è l'accesso alla sacrestia barocca con affreschi e arredi mobiliari risalenti al 1692; in una sala adiacente si può ammirare un panno ricamato del XVII secolo. Altri due ambienti di passaggio seguono la sacrestia: il primo, il vestibolo, decorato da maioliche del XVIII secolo, il secondo da affreschi di un pittore fiammingo del XVI secolo con storie simili a quelle che decoravano il coro delle monache, quindi con scene del Giudizio Universale, vite di santi, Annunciazione, Adorazione dei pastori e Virtù.

Quest'ultimo ambiente dà accesso a sua volta al coro delle monache attraverso una scalinata che sale al convento. Il coro è concepito da Leonardo Vito come una piccola chiesa che riprende gli aspetti di una sala capitolare. Questo conserva l'arcosolio del Re Roberto degli scultori Giovanni e Pacio Bertini; sulle pareti, invece, resti di affreschi sulle Storie del Vecchio Testamento e dell'Apocalisse di Giotto, nonché frammenti di alcuni affreschi rinascimentali.

Scavi archeologici

Gli scavi archeologici di Santa Chiara, venuti alla luce durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, mostrano quella che in tempo classico era l'area destinata alle terme. Di impianto simile a quelle di Pompei ed Ercolano, si tratta del più completo stabilimento termale di Napoli, datato intorno alla fine del I secolo.

Museo dell'Opera

Nel complesso monumentale, al piano terra del chiostro delle Clarisse, è ospitato il Museo dell'Opera di Santa Chiara, nato nel 1995 con l'obiettivo di ricostruire la storia della fabbrica della chiesa. Il museo comprende varie sezioni tra cui quelle che illustrano i resti archeologici rinvenuti sotto la basilica nel secondo dopoguerra, quelle che ne narrano la storia e quelle che espongono oggetti sacri, in particolare reliquari, o elementi scultorei superstiti e recuperati dopo l'incendio del 1943.

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Sa 08:00-12:45,16:30-20:00; Su 09:00-12:45,16:30-20:00
Come arrivare
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Reggia di Capodimonte

Residenza reale · Napoli

Reggia di Capodimonte

La reggia di Capodimonte è un palazzo reale, con annesso un parco, ubicato a Napoli nella località di Capodimonte. Fu la residenza storica dei Borbone di Napoli, ma anche dei Bonaparte e Murat nonché dei Savoia.

Costruita a partire dal 1738 per volere di Carlo di Borbone come luogo dove accogliere la collezione Farnese, è stata successivamente adibita a reggia fino al 1957, anno dal quale ospita il Museo nazionale di Capodimonte.

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La reggia si estende su due livelli ed al primo piano si trovano gli Appartamenti Reali: si tratta in parte di ricostruzione, in parte di originali, degli arredi appartenuti alle famiglie dinastiche che hanno abitato nella dimora; tra gli elementi di spicco: porcellane, oggetti di vita quotidiana e sculture e pitture di artisti italiani ed europei del XVIII e XIX secolo.

Nel 2015 il museo e parco hanno fatto registrare rispettivamente 144 694 e 974 531 visitatori.

Storia
XVIII secolo

Dopo due secoli di viceregno spagnolo e trent'anni di dominazione austriaca, nel 1734, con la salita al trono di Carlo di Borbone, Napoli ritorna ad essere capitale di un regno indipendente: il nuovo re decide di approntare un riassetto urbano della città e tra le varie idee quella di costruire un palazzo dove ospitare una collezione di opere d'arte, la cosiddetta collezione Farnese, iniziata da papa Paolo III nel XVI secolo e continuata dai suoi discendenti, ereditata dalla madre Elisabetta Farnese e ancora divisa tra Roma e Parma, anche perché al Palazzo Reale non era mai stata realizzata una galleria d'arte. Il luogo prescelto per la costruzione dell'edificio è la collina di Capodimonte, una zona boschiva di Napoli, ricca di selvaggina, con l'intenzione di affiancare all'uso museale anche un luogo dove risiedere durante le battute di caccia: la collina inoltre offre panorami sul Vesuvio, su San Martino e su Posillipo.

La prima pietra della reggia viene posta il 10 settembre 1738 ed i lavori di costruzione sono affidati all'ingegnere militare Giovanni Antonio Medrano a cui è affiancato Antonio Canevari, anche se la loro collaborazione risulterà poi abbastanza travagliata. Una commissione di esperti, che inizia a lavorare dal 1739, si occupa invece di definire gli spazi interni per meglio assolvere alla funzione museale; il progetto prevede quindi un edificio a pianta rettangolare con tre cortili interni, le cui sale esposte a sud, con vista sul mare, destinate all'esposizione dei dipinti, mentre quelle più interne, che guardano verso il giardino, adibite a biblioteca. I lavori procedono abbastanza lentamente; ad un affievolimento dell'entusiasmo iniziale si affiancano problemi di natura logistica, come la mancanza di acqua sulla collina di Capodimonte e la difficoltà per raggiungere il sito, a causa dell'assenza di una strada diretta e la presenza del vallone della Sanità, che impone diverse salite, tant'è che Johann Joachim Winckelmann, durante una visita alla reggia sostiene:

Nel 1742 l'architetto Ferdinando Sanfelice comincia la sistemazione dei centoventiquattro ettari del parco di Capodimonte: da una spianata di forma ellittica che si apre di fronte al palazzo, il Sanfelice lascia partire cinque viali da cui si diramano altri più piccoli che attraversano il bosco; a questo si affianca inoltre anche il restauro di tutte quelle costruzioni già presenti all'interno del giardino e destinate o ad abitazione o a luoghi di culto o adibite a sedi di lavoro come, una fabbrica di arazzi aperta nel 1737, una fabbrica di porcellana, inaugurata nel 1743 per poi essere distrutta assieme a tutti gli impianti e i forni nel 1759 quando il re si trasferisce in Spagna, portando con sé tutte le maestranze, risultando essere una delle più importanti nella lavorazione del materiale che dalla fabbrica prende il nome, una Stamperia Reale, nel 1750, ed una fabbrica d'armi, nel 1753, oltre a diverse aziende agricole. Nel 1755, nel palazzo ancora in costruzione, viene aperta la Reale Accademia del Nudo, diretta da Giuseppe Bonito, mentre nel 1758 sono trasferiti i primi dipinti che vanno ad occupare dodici delle ventiquattro sale, ancora in fase di completamento.

Con la salita al trono di Ferdinando I delle Due Sicilie nel 1759 i lavori della reggia continuano ad andare a rilento, sia perché si era paventata l'idea di creare a Napoli un unico polo museale dove raccogliere, oltre alle opere d'arte, anche la biblioteca e l'accademia, con la scelta ricaduta sul palazzo degli Studi, il futuro museo archeologico nazionale, sia per una questione di carattere economico, in quanto l'interesse del nuovo re si era spostato verso la costruenda reggia di Caserta: tuttavia, con Ferdinando Fuga a capo dei lavori, nel 1765 viene completata l'ala centrale e, negli ultimi trent'anni del XVIII secolo, è ripristinata la fabbrica di porcellane. Sono inoltre completate le stanze del secondo cortile, unite a quelle già realizzate tramite due lunghi saloni, destinati a diventare, con l'inizio del nuovo secolo, di rappresentanza e viene infine inaugurato un laboratorio di restauro. Con l'avvento della breve Repubblica Napoletana nel 1799, il palazzo viene in parte saccheggiato delle sue opere ed al ritorno di Ferdinando il resto della collezione viene trasferito al palazzo Francavilla, al centro della città, perdendo in parte la sua funzione museale e destinata a sede abitativa.

XIX secolo

L'arrivo dei francesi a Napoli nel 1806 e dei suoi nuovi sovrani Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, quest'ultimo regnante dal 1808 al 1815, corrisponde ad una nuova fase di vita per la reggia, votata a diventare una residenza reale. I nuovi sovrani infatti attuano innanzitutto una politica di urbanizzazione della collina di Capodimonte con la costruzione di ville e casini per i dignitari di corte e studiano un collegamento diretto tra la città e il palazzo, ossia una strada rettilinea, chiamata Corso Napoleone, divenuto poi via Santa Teresa degli Scalzi e corso Amedeo di Savoia. I lavori per la nuova strada iniziano nel 1807 sotto la direzione di Bartolomeo Grasso e l'esecuzione di Nicola Leandro e Gioacchino Avellino: questa supera il vallone della Sanità con un ponte, iniziato nel 1809, fino a terminare in una piazza ellittica, chiamata Tondo di Capodimonte, da dove una serie tornanti permette di giungere fino alla reggia. Circa trent'anni dopo, inoltre, viene realizzata una scala monumentale in piperno, su disegno di Antonio Niccolini, che partendo dal Tondo, taglia i tornanti, per un accesso rapido alla dimora, anche se solo pedonale. All'arrivo dei francesi la residenza è completa solo per due terzi: gli interni sono arricchiti con arredi e oggetti fatti arrivare direttamente dalla Francia o commissionati ad artigiani locali, secondo il gusto dei sovrani.

Con la restaurazione della dinastia borbonica a Napoli nel 1816, il re Ferdinando rimane entusiasta della nuova impronta data al palazzo, continuando quella politica residenziale di chi l'aveva preceduto: anche il secondo piano è liberato dal resto delle opere d'arte rimanenti, trasferite al palazzo degli Studi e destinato alla servitù. La reggia di Capodimonte diventa quindi sede di eventi e feste: nel 1819 soggiorna Klemens von Metternich, accompagnato dalla consorte e dal primo ministro, durante la cui permanenza vengono allestiti banchetti per oltre mille invitati e vengono esaltati le portate preparate, tra cui la sfogliatella, e i giochi scenici creati, come quello di un quadrupede paracadutato da un pallone aerostatico; durante questo periodo il giardino viene aperto alla popolazione due volte all'anno, all'approssimarsi di festività religiose, per consentire il pellegrinaggio ad un eremo di frati cappuccini, situato ai confini del parco. Sia Ferdinando che il suo successore, il figlio Francesco I delle Due Sicilie, utilizzano la reggia a scopo residenziale, affiancandola a quella di Portici e Caserta: in particolare Francesco preferisce soggiornare in una palazzina chiamata dei Principi, un antico casino nobiliare restaurato, situata all'interno del parco stesso, a poca distanza dal complesso principale.

Nel 1830 sale al trono Ferdinando II delle Due Sicilie, il quale trova un palazzo ancora incompiuto: completato nel 1833 il terzo cortile, nel 1834 affida i lavori agli architetti Antonio Niccolini e Tommaso Giordano, i quali provvedono alla realizzazione del cortile nord; dal 1836 al 1837 vengono effettuate anche le decorazioni delle sale destinate agli appartamenti, quelle dell'area meridionale, in stile neoclassico, in particolare di due saloni di rappresentanza, uno arricchito con dipinti ritraenti personalità della dinastia borbonica, l'altro destinato ai ricevimenti di corte: le sale sono inoltre abbellite con opere acquistate dai sovrani oppure spedite da giovani artisti napoletani mandati a studiare a Roma con contribuito reale, e da loro stessi realizzate per mostrare i progressi avuti. Il palazzo è definitivamente completato nel 1838, anche se agli inizi degli anni '40 viene aggiunto lo scalone monumentale interno; inizia inoltre anche la sistemazione del parco, affidato alle cure di Friedrich Dehnhardt, il quale lo trasforma in un giardino all'inglese, con aiuole ed essenze arboree, oltre a piante esotiche e rare.

Irrilevante è la successione al trono di Francesco II delle Due Sicilie, mentre con l'unità d'Italia e la nomina di Annibale Sacco a direttore della Real Casa, quando la reggia di Capodimonte continua a svolgere la sua funzione abitativa per conto di casa Savoia, importanti furono alcune aggiunte alle decorazioni interne. Infatti Sacco vi trasferisce un gran numero di porcellane e Biscuit, l'armeria nel 1864, un salottino di porcellana nel 1866, realizzato nella metà del XVIII secolo per volere della regina Maria Amalia di Sassonia e originariamente collocato nella reggia di Portici, ed un pavimento in marmo nel 1877, ritrovato circa cento anni prima durante gli scavi archeologici di una villa imperiale a Capri e sistemato temporaneamente a villa Favorita a Resina. Sempre grazie al nuovo direttore, intorno agli appartamenti sul piano nobile si viene a creare una sorta di pinacoteca che raccoglie opere pittoriche di artisti napoletani. Verso la fine del XIX secolo continuano a svolgersi feste e cerimonie, sia nel palazzo che nel parco; sono organizzati infatti banchetti in onore di Alessandro Dumas o dei reali d'Inghilterra, battute di caccia ed un ricevimento nel 1877 in occasione dell'Esposizione Nazionale di Belle Arti.

XX secolo

Anche all'inizio del XX secolo il complesso continua nella sua funzione abitativa: sovente soggiorna Vittorio Emanuele III di Savoia, mentre in seguito viene assegnata come dimora alla famiglia del duca di Aosta, nonostante il passaggio dell'edificio dalla Corona al demanio nazionale nel 1920. Questi lasciano la reggia solo al termine della seconda guerra mondiale, nel 1946, quando viene designata la sua nuova funzione, ossia quella museale, con decreto definitivo del 1949. Nel 1952 partono i lavori di restauro, con la valorizzazione degli ambienti residenziali e del parco e l'adattamento delle sale all'esposizione delle opere; il museo nazionale di Capodimonte viene inaugurato nel 1957.

A seguito del terremoto dell'Irpinia del 1980 si rendono necessari ulteriori restauri e grazie all'arrivo di finanziamenti il palazzo viene chiuso e riaperto nel 1995, rendendo fruibile prima il primo piano, dunque anche secondo e terzo nel 1999.

Descrizione

La reggia si presenta con una pianta rettangolare, con due corpi di fabbrica alle due estremità leggermente più sporgenti rispetto a quella centrale. Essa ha una lunghezza di centosettanta metri per ottantasette sul lato minore ed un'altezza di trenta metri distribuita su due piani più un sottotetto. Le pareti esterne, intonacate in rosso napoletano, sono in stile neoclassico con influenze doriche, considerato, nel XVIII secolo, idoneo per gli edifici museali. Queste presentano inoltre lesene in piperno grigio che si alternano a finestre, balconi al primo piano, dalla forma quadrata al secondo; al piano terra, alle finestre si aggiungono i portali ad arco a tutto sesto che consentono l'ingresso. Due di questi sono posti alle estremità del corpo centrale, mentre altri tre, in successione, si trovano nella parte centrale. L'edificio si sviluppa intorno a tre cortili ed internamente solo alcune sale del primo piano conservano gli arredi della reggia, denominate Appartamento Reale, mentre le restanti sale, così come il secondo piano, originariamente adibito alla servitù, il sottotetto e l'ammezzato sono destinati alle esposizioni museali; il piano terra è invece riservato all'accoglienza dei visitatori del museo con i vari servizi come biglietteria, guardaroba, bookshop, caffetteria e auditorium. Intorno alla reggia si estende un parco.

Appartamento Reale

L'Appartamento Reale, modificato architettonicamente rispetto al suo aspetto originario e privato in parte degli oggetti di arredamento descritti negli inventari, ha visto avvicendarsi tra le sue sale cinque sovrani borbonici, due francesi e i duchi di Aosta.

Le sale borboniche

Quello che si conserva dell'appartamento parte dalla sala 23, ossia la camera da letto di Francesco I e Maria Isabella di Borbone-Spagna, chiamata anche Alcova dipinta alla Pompeiana, uno degli interni più raffinati del XIX secolo la cui descrizione originaria è custodita in un inventario del 1857. L'ambiente venne realizzato tra il 1829 ed il 1830 su progetto di Antonio Niccolini, anche se l'architettura iniziale è stata poi alterata dall'apertura di una porta d'ingresso dove era l'alcova con il letto, che però non ha modificato la luminosità dell'ambiente, ripristinata grazie ad una carta da parato gialla, realizzata a San Leucio. Le decorazioni delle pareti sono a tempera e realizzate da Gennaro Bisogno, Gennaro Maldarelli e Salvatore Giusti, con temi che riprendono quelli degli affreschi ritrovati negli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, il pavimento è in mosaici antichi e la tappezzeria, come la portiera del balcone, anche se in parte andata perduta, è in seta, realizzata dalla Real Fabbrica di San Leucio su disegno dello stesso Niccolini. Completano l'ambiente un tavolo con scacchiera, un tripode, tre tavolini, rispettivamente in pietre dure, bronzo e alabastro, e quadri come Ritratti della famiglia di Francesco I e Siti reali; dalla finestra si gode infine di un panorama sul golfo di Napoli.

All'angolo del lato orientale del palazzo si trova la sala 31, denominata Salone della Culla in quanto in essa era custodita una culla, poi spostata nella reggia di Caserta, disegnata da Domenico Morelli e Ignazio Perricci donata dal popolo di Napoli ai Savoia per la nascita di Vittorio Emanuele III nel 1869. La sala, chiamata anche Gran Galleria color cece, ha un pavimento in marmo rinvenuto durante gli scavi archeologici di una villa imperiale di Capri, precisamente la villa Jovis, nel 1788, ed inizialmente posato nella villa Favorita a Resina e poi trasferito alla reggia di Capodimonte nel 1877. Nella stanza sono esposti diversi oggetti in porcellana, come due orologi, mentre alle pareti si trovano due paesaggi dipinti dai francesi Jean-Joseph-Xavier Bidauld e Alexandre-Hyacinthe Dunouy, due tele di Vincenzo Camuccini, tra cui una dal titolo Tolomeo Filadelfo nella biblioteca di Alessandria, un arazzo di Pietro Duranti ed un tessuto Gobelins con scene della vita di Don Chisciotte della Mancia.

La sala 32 è dedicata a Carlo di Borbone: questo è raffigurato insieme alla moglie Maria Amalia di Sassonia negli ovali del soffitto, opera del pittore di corte Francesco Liani: sempre dedicate al re diverse pitture che ritraggono scene della sua vita, come un dipinto a figura intera, intitolato Ritratto di Carlo di Borbone in abiti da cacciatore, di Antonio Sebastiani e Carlo di Borbone in visita alla basilica di San Pietro e Carlo di Borbone visita il papa Benedetto XIV nella coffee-house del Quirinale di Giovanni Paolo Pannini. Ornano la sala angoliere a forma di bacile in porcellana e specchiere e statuine sempre dello stesso materiale, oltre a sedie di manifattura inglese ed un tavolo parietale in legno, alabastro e terracotta.

La sala 33 è dedicata a Ferdinando IV: a lui è infatti intitolato un dipinto, il primo in assoluto in vesti di sovrano, ritratto all'età di otto anni, di Anton Raphael Mengs; nella stanza sono conservate due portantine in legno intagliato, un cassettone ligneo di manifattura inglese e opere pittoriche di Claude Joseph Vernet e di Antonio Joli, in particolare di quest'ultimo sono Partenza di Carlo per la Spagna vista da terra, Partenza di Carlo per la Spagna vista dal mare e Ferdinando IV a cavallo con la corte.

Un vasto ambiente di rappresentanza è la sala 34; l'idea di Ferdinando II, durante il progetto di risistemazione degli interni della reggia, era di creare in quest'ambiente una vera e propria galleria di ritratti della famiglia: al suo interno infatti, oltre a mobili di manifattura napoletana, si trovano tele come Ritratto equestre di Carlo di Borbone e Ritratto equestre di Maria Amalia di Sassonia di Francesco Liani e Ritratto di Carlo IV, re di Spagna e Ritratto di Maria Luisa di Parma di Francisco Goya e trasferiti a Napoli dalla seconda moglie di Francesco I, Maria Isabella di Spagna.

La sala 37, trovandosi nelle vicinanze del Salone delle Feste, era destinata ad ospitare banchetti e rinfreschi durante le feste che si tenevano a palazzo: dell'arredo originale fanno parte i tavoli da pareti, sostenuti da sfingi, una tavola centrale allestita con un corredo in bronzo dorato, opera della bottega del Righetti, e con un servizio di porcellane francesi donato da Maria Carolina d'Asburgo-Lorena e contornato da dodici sedie con braccioli, realizzati per volontà di Ferdinando II nel 1838; alle pareti diverse tele con tema della famiglia borbonica come Ritratto della famiglia di Ferdinando IV di Angelika Kauffmann e Ritratto della famiglia di Francesco I di Giuseppe Cammarano, ed ancora Veduta di Napoli da Capodimonte di Antonio Joli ed un arazzo con la Gloria del regno di Ferdinando IV e di Maria Carolina, di manifattura napoletana del XVIII secolo.

La sala 42, ossia il Salone delle Feste, è uno dei pochi ambienti di rappresentanza del piano nobile ad essere rimasto intatto; venne realizzata nel 1765 durante i lavori di costruzione dell'ala centrale del palazzo, originariamente pensata per ospitare le opere della galleria farnesiana e solo agli inizi del XIX secolo adibita ai ricevimenti e alle cerimonie ufficiali di corte. Durante i lavori di restauro voluti da Ferdinando II, la stanza venne completata e decorata tra il 1835 ed il 1838 da Salvatore Giusti, allievo di Jakob Philipp Hackert, sulla base di disegni di Antonio Niccolini, il quale darà una forte impronta neoclassica che si riscontra nella volta e nelle pareti con l'utilizzo di colori pastello e temi che si rifanno alla pittura pompeiana ed ercolanense; un ambiente simile a questo venne realizzato nel lato opposto del palazzo, ma poi modificato, con la divisione in tre stanze, a seguito della conversione museale del piano. La pavimentazione è in marmo siciliano con intarsi di marmi bianchi a formare disegni geometrici, probabilmente pensata dallo stesso Niccolini, mentre degli arredi originali rimangono gli specchi, i lampadari in cristallo, due divani, anche se altri sono stati ceduti alla fine del XIX secolo per andare ad allestire altri palazzi di rappresentanza del regno d'Italia, e tavoli parietali realizzati nel 1838 dall'intagliatore Francesco Biangardi e dal doratore Giuseppe De Paola, destinati in origine alla galleria dei ritratti.

La sala 43 presenta nel soffitto un affresco, Gloria di Alessandro Magno, realizzato nel XVIII secolo da Fedele Fischetti, originariamente nel palazzo di Sangro di Casacalenda di Napoli e trasportato nella reggia nel 1957 per meglio conservarlo; nella stanza inoltre sono ospitate manifatture in porcellana, come la composizione del Carro dell'Aurora, arazzi, diversi mobili eseguiti da artigiani reali e pitture di Hackert, Carlo Bonavia e Pierre-Jacques Volaire: di quest'ultimo Eruzione del Vesuvio dal ponte della Maddalena, Notturni del golfo di Napoli e Veduta della Solfatara.

Nella sala 44 sono conservati alcuni strumenti musicali appartenuti a Ferdinando IV come due ghironde, realizzate da Jean Louvet rispettivamente nel 1764 e nel 1780, ed una chitarra-lira di Gaetano II Vinaccia; tra gli oggetti d'arredo un orologio in Biscuit appartenuto a Maria Carolina, un arazzo raffigurante La munificenza di David, diverse porcellane ed un presepe del XVIII secolo, donato nel 1895 dagli eredi Catello, in terracotta, legno e sughero, con pastori in terracotta con corpo mobile in stoppa e fil di ferro.

Nella sala 45 si trova un soffitto affrescato, donato dai duchi del Balzo di Presenzano ed in origine all'interno del palazzo Casacalenda, raffigurante la Storia di Alessandro, di Fedele Fischetti, mentre il mobilio proviene dalla reggia di Carditello; decorano l'ambiente una serie di arazzi realizzati da Pietro Duranti su disegno di Odoardo Fischetti, rappresentanti scene di vita di Enrico IV di Francia come Il Re riceve il ministro Sully davanti a cortigiani. Nelle vetrine sono esposti oggetti di diverso materiale e fattura, segno di un proficuo scambio di regali tra le famiglie nobiliari dell'epoca, come portagioie, scatole con segreti, vasi, cofanetti e porcellane di scuola napoletana realizzate da Filippo Tagliolini.

Il salottino di porcellana

La sala 51 è stata modificata rispetto alla sua forma originaria, rimpicciolita, perdendo l'apertura sul giardino, ma conservando quella sul cortile interno, per fungere da ingresso al salottino di porcellana di Maria Amalia di Sassonia, spostato nella reggia di Capodimonte nel 1886: la stanza è decorata con arazzi di Domenico Del Rosso e diverse tele di Élisabeth Vigée Le Brun e Pietro Duranti ed uno di Carlo Bonavia, la Cascata, realizzata nel 1755; l'ambiente si completa con alcune sedie realizzate a Napoli tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX secolo ed un orologio di Joseph Martineau.

Nella sala 52 è custodito il salottino di porcellana, composto da oltre tremila pezzi e realizzato tra il 1757 ed il 1759 da Giovanni Battista Natali, per essere destinato ad uso privato della regina Maria Amalia, la quale però lo adopererà pochissimo tant'è che, secondo i documenti dell'epoca, l'ultimo funzionamento del lampadario risaliva al luglio del 1759 e il 6 ottobre dello stesso anno la regina lasciava Napoli per trasferirsi a Madrid, dove se ne fece costruire uno simile al palazzo reale di Aranjuez: montato originariamente nella reggia di Portici, è stato trasferito nella reggia di Capodimonte nel 1866 per volere di Annibale Sacco. Tutte le fasi della sua realizzazione sono note attraverso diversi documenti: Luigi Vanvitelli, in una lettera indirizzata al fratello Urbano, datata giugno 1758, parlava di aver visto l'opera non ancora montata ed è quindi deducibile che questa fosse stata iniziata nell'anno precedente, e sicuramente conclusa nel 1759, anno in cui Giuseppe Gricci si reca a Portici con ventisei calessi i quali contengono il materiale pronto per essere montato; nel maggio 1759 erano inoltre già pronti il soffitto in stucco, le porte in legno ed il lampadario, mentre non si conosce se il pavimento era dipinto o anch'esso in porcellana. I pezzi di porcellana sono stati lavorati nella fabbrica di Capodimonte, sotto la guida del capo modellatore Giuseppe Gricci, che si è avvalso della collaborazione di Geatano Fumo e Ambrogio Di Giorgio per la formatura e Gaetano Tucci per la cottura, in modo tale da realizzare i disegni di Johann Sigmund Fischer e Luigi Restile; a Portici invece hanno lavorato Mattia Gasparini per gli stucchi e Gennaro Di Fiore per gli intagli lignei. Il salottino inoltre doveva essere interamente arredato in porcellana, di cui tuttavia non è rimasta alcuna traccia se non una consolle del 1759, conservata al musée national de Céramique a Sèvres. Spostato alla reggia di Capodimonte, in una sala riadattata per l'occasione, si nota come la volta in stucco si congiunga perfettamente alla costruzione in porcellana, la quale è fissata al muro tramite viti che poggiano su una gabbia di legno, nascoste da cornici, festoni e frutta: le decorazioni alle pareti sono costituite da animali, trofei musicali che recano cartigli o ideogrammi cinesi, inneggianti a re Carlo e scritti da un poeta appartenente al collegio dei Cinesi di Napoli, festoni e scene di vita cinese alternate a specchiere; il salottino di porcellana è l'esempio più significativo per il gusto delle cineserie che si diffusero in Europa nel XVIII secolo.

La sala 53, anch'essa rimpicciolita rispetto alla sua forma originaria, conserva al suo interno ritratti dei figli di Ferdinando e Maria Carolina commissionati a Élisabeth Vigée-Le Brun, un arazzo di manifattura Gobelins, inneggiante a Don Chisciotte alla festa di Barcellona data da Don Antonio Moreno e, alle pareti, quattro consolles con cintura dorata decorate con trofei militari del XIX secolo: su di esse posano quattro vasi adornati con coppie di statuette raffiguranti l'Ercole Farnese, realizzati in terraglia dalla fabbrica Del Vecchio.

Le sale francesi

La sala 54 ricorda il decennio della dominazione francese a Napoli: dipinti, arredi con dorature opache e lucide, busti e statue sia in bronzo che in porcellana, oltre a raffigurare i sovrani francesi sono di chiara ispirazione d'oltralpe; tra i dipinti figurano il Ritratto di Gioacchino Murat e Napoleone I, imperatore, entrambi opera di François Gérard, ed il Busto di Carolina Bonaparte, in Biscuit, della manifattura Poulard Prad. Tra gli elementi d'arredo: vasi della manifattura di Sèvres e Bailly fils, un tavolino del 1811 realizzato da Jacob Desmalter originariamente destinato al castello di Fontainebleau e sedie con schienale in velluto dipinto a mano con vedute di città, direttamente arrivati dalla Francia.

La piccola sala 55 funge da separazione tra le stanze del periodo francese e quelle della restaurazione borbonica: al suo interno è conservata una statua in gesso di Antonio Canova, Ritratto di Letizia Remolino, i busti di Luciano e Letizia, figli di Murat, di manifattura Poulard Prad, e quattro candelabri in bronzo dorato di manifattura francese, acquistati nel 1837 ed originariamente posti nella galleria dei ritratti.

La sala 56 si trova nell'angolo orientale del palazzo ed è chiamata Salone Camuccini: questa venne realizzata a seguito dell'arrivo dei Savoia, per volere di Annibale Sacco, e decorata secondo il gusto neoclassico della fine del XIX secolo, anche se aveva già subito precedentemente dei rimaneggiamenti a seguito dell'acquisto di alcune tele di grosse dimensioni desiderate da Murat e giunte a palazzo solo con il ritorno di Ferdinando I, che avevano imposto la chiusura di due balconi; nella volta sono stati realizzati fregi a tempera, mentre alle pareti sono esposti dipinti di grandi dimensioni realizzati da Pietro Benvenuti, Paolo Falciano, Francesco Hayez e Vincenzo Camuccini, da cui la stanza prende il nome: di quest'ultimo sono Morte di Giulio Cesare e Uccisione di Virginia. È inoltre custodita una collezione di statue di inizio XIX secolo, come La notte di Bertel Thorvaldsen, e, al centro, un tavolo in marmo, voluto da Carolina Bonaparte e realizzato nella parte centrale e nei piedi con mosaici ed altri materiali rinvenuti durante gli scavi archeologici di Ercolano: tra gli elementi di arredo grandi consolles di fattura napoletana ed un camino in marmo risalente a Ferdinando II e previsto in tutte le sale di rappresentanza della reggia.

Le sale 57 e 58 erano utilizzate dai membri della famiglia reale nei momenti di svago: al loro interno infatti sono sistemati tavoli da gioco e automi musicali risalenti al XIX secolo e realizzati in legni pregiati in stile impero dal tipico gusto francese. Nella sala 57 fa bella mostra la Giardiniera, un mobile in legno dalla triplice funzione di fioriera, voliera e vasca per pesci, oltre ad una tela di Johan Christian Dahl, La Real Casina di Quisisana, e una di Salvatore Fergola, Inaugurazione della ferrovia Napoli-Portici. La sala 58 conserva al soffitto un affresco proveniente da palazzo Casacalenda, diversi dipinti, tra cui uno di Giacinto Gigante, La cappella del Tesoro di San Gennaro, e uno di Anton Sminck van Pitloo, Templi di Paestum, e contiene pezzi di mobilio decorati con porcellana e bronzo, talvolta dipinti con scene dei siti reali, dei figli di Francesco I e dei vestimenti del regno e arricchiti con l'aggiunta di ingranaggi sonori.

Nella sala 59 sono ospitate numerose opere volute da Ferdinando I dopo la restaurazione della corona borbonica a seguito del decennio francese, quando iniziò l'opera di abbellimento della reggia, continuando comunque ad avvalersi della collaborazione di artisti francesi: tra le tele quella di Maria Amalia di Orléans con il figlio duca di Chartres di François Gérard, Visita dei sovrani francesi al Vesuvio di Joseph-Boniface Franque del 1814 e Matrimonio della principessa Maria Carolina di Borbone col duca di Berry di Louis Nicolas Lemasle; tra gli arredi, diversi vasi di manifattura parigina.

La sala 60 conclude quella zona del Museo di Capodimonte dedicata all'Appartamento Reale e funge da tramite tra il primo ed il secondo piano: al suo interno sono esposti i comunichini dello scultore Matteo Bottiglieri, realizzati all'inizio del XVIII secolo, ed un ciborio di Cosimo Fanzago della prima metà del XVII secolo: tutte le opere sono state ereditate dalla chiesa della Santissima Trinità delle Monache, mentre altri manufatti in marmo e pietre pregiate provengono comunque da conventi e chiese cittadine.

Parco

Il parco della reggia di Capodimonte ha un'estensione di centoventiquattro ettari ed era prevalentemente utilizzato dai sovrani per battute di caccia e per l'organizzazione di feste: a seguito dell'apertura del museo nel 1957 è diventato un parco pubblico. Venne realizzato nel 1743 da Ferdinando Sanfelice secondo il gusto barocco del periodo, ed intorno alla metà del XIX secolo fu restaurato da Federico Dehnhardt, assumendo l'aspetto di un giardino all'inglese: al suo interno sono presenti oltre quattrocento varietà di piante secolari, a cui nel tempo si sono affiancate coltivazioni di piante da frutta, specie esotiche, e palme, queste ultime messe a dimora nel dopoguerra. Sparse per il parco si ritrovano statue, fontane e numerosi edifici, in origine dimore di corte, come la casina dei Principi, o sedi di fabbriche, alcune delle quali riconvertite ad una nuova funzione, come la fabbrica di porcellana divenuta sede di una scuola per la lavorazione della ceramica: non mancano delle chiese come quelle di San Gennaro e l'eremo dei Cappuccini. Nel 2012 è stato avviato un progetto di recupero del parco, con la creazione di un orto nel quale vengono coltivati prodotti agricoli tipici del territorio campano.

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Real Albergo dei Poveri

Ex ospedale · Napoli

Real Albergo dei Poveri

Il Real Albergo dei Poveri, o Palazzo Fuga, è il maggiore palazzo monumentale di Napoli e una delle più grandi costruzioni settecentesche d'Europa. È situato in Piazza Carlo III, nel quartiere San Carlo all'Arena.

== Storia ==

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Le origini

Nel 1749 l'architetto fiorentino Ferdinando Fuga fu chiamato a Napoli da re Carlo di Borbone, che gli affidò l'incarico di progettare un gigantesco Albergo dei Poveri, volto ad accogliere le masse di poveri dell'intero Regno. Il progetto del sovrano si inseriva in una precisa temperie storica, influenzata dalle teorie dell'illuminismo napoletano; pochi anni prima egli aveva anche promosso i lavori dell'Albergo dei Poveri di Palermo.

Fuga individuò un luogo adeguato lungo l'importante via Foria, in un'area posta allora ai margini settentrionali della città, concependo un edificio rettangolare di dimensioni grandiose articolato su cinque cortili interni. A causa dell'immensità dell'opera i lavori si protrassero a lungo, tanto da non essere ancora conclusi alla morte di Fuga nel 1782, proseguendo così sotto la direzione di Mario Gioffredo e Carlo Vanvitelli prima di arrestarsi definitivamente nel 1819.

L'edificio così ultimato, pertanto, per quanto imponente non rappresentava che una porzione di quelle che avrebbero dovuto essere le sue dimensioni secondo i progetti originari; tra l'altro furono realizzati solo 3 dei 5 cortili inizialmente previsti. Tra le cause della sospensione, oltre all'ingente cifra necessaria al completamento, vi è da ravvisare un approccio da parte del nuovo re Ferdinando diverso rispetto a quello di suo padre Carlo: si decise pertanto di adottare un nuovo progetto, elaborato dall'architetto Francesco Maresca, che prevedeva un numero limitato di camerate, a vantaggio di locali più ampi dove sarebbero state allocate macchine di produzione manifatturiera. Agli inizi del XIX secolo, quindi, l'istituzione caritatevole aveva lo scopo di fornire ai bisognosi (come ad esempio gli orfani della Santa Casa dell'Annunziata, accolti a partire dal 1802) i mezzi di sussistenza e l'insegnamento di un mestiere che li avrebbero potuti rendere autonomi nella loro vita quotidiana.

Nel 1838 nell'albergo furono aperte varie scuole, tra cui anche una scuola di musica che fornì per vari anni suonatori provetti alle compagnie militari e dove si avvicendarono insegnanti celebri, tra i quali Raffaele Caravaglios, e importanti amministratori, tra cui Rodrigo Nolli.

Nel corso dei decenni l'imponente edificio mutò più volte destinazione d'uso, mantenendo però sempre, anche solo in parte, la primitiva impronta assistenziale: vi trovarono così spazio una scuola per sordomuti, un centro di rieducazione per minorenni, un tribunale per i minorenni, un cinema, delle officine meccaniche, una palestra, un distaccamento dei vigili del fuoco, la sezione civile dell'archivio di Stato di Napoli. Nel 1938 ospitò in visita alcuni rappresentanti del primo congresso internazionale di criminologia, che si stava tenendo a Roma.

Il XX secolo

Nel 1937, sotto l'impulso del prefetto Marziali, fu operato un radicale rinnovamento venendo incontro alle necessità segnalate dal ministro di grazia e giustizia Arrigo Solmi e dal direttore generale delle carceri Giovanni Novelli per la realizzazione di un istituto di tutela, assistenza e protezione dei minorenni soggetti a misure di sicurezza. Questi piccoli ospiti, sottoposti ad osservazione e selezioni e curati in relazione alle condizioni ambientali ed economiche in cui erano nati e cresciuti ed alle cause fisiologiche e sociali che ne avevano determinato la devianza, erano avviati al laboratorio d'istruzione ed alla classe professionale dove ricevevano una preparazione tale da essere poi assunti come operai specializzati nelle aziende pubbliche o private.

Il tribunale per i minorenni e il centro di rieducazione occupavano tutta l'ala occidentale del palazzo. I locali all'epoca utilizzati comprendevano il salone di udienza preliminare con annesso ufficio del presidente di tribunale, l'ufficio del procuratore del Regno, le sale per gli avvocati, la camera di consiglio, la camera dei testimoni e vari uffici annessi. Il resto del palazzo era adibito a centro di osservazione che comprendeva una vasta sala di ricezione, l'infermeria per le visite mediche, una sala per le esposizioni, un refettorio con annessa cucina, ampie camerate di pernottamento, due palestre, due giardini, un'officina, un laboratorio artigianale, una cappella per le funzioni religiose, una scuola elementare, una scuola di psicotecnica e la direzione didattica.

L'edificio fu danneggiato dal terremoto del 23 novembre 1980, che provocò il distacco di alcuni solai dai muri laterali, oltre che di parte dell'ala sinistra, a ridosso dell'orto botanico; persero la vita alcune anziane e due persone che le assistevano. L'ala crollata, messa in sicurezza, a tutt'oggi non è stata ancora ricostruita.

Nel 1981 la proprietà dell'edificio passò quindi al comune di Napoli, che nel 1999 istituì un progetto di recupero e avviò lavori di restauro.

Il XXI secolo e l'uso attuale

Sulla struttura gravano una serie di vincoli giuridici che ne condizionano la destinazione d'uso.

Vincolo di destinazione socio-assistenziale: tale vincolo affonda le proprie radici nella Legge Regionale 1980 n. 65 con la quale si obbliga ad assicurare la continuazione delle attività istituzionali per le quali l'Albergo è stato costruito; la struttura ospita la società sportiva dilettantistica Kodokan, collocata nel quadro del progetto "La città dei giovani" e di numerose altre associazioni. Inoltre, è regolarmente utilizzato come sede per alcuni spettacoli del Napoli Teatro Festival Italia.

Vincolo di destinazione storico-artistico: essendo vincolato come bene immobile ai sensi del D.lgs. 1999 n. 490, l'Albergo è soggetto ad una serie tutele quali il divieto di effettuare restauri che ne pregiudichino l'aspetto sostanziale, la conservazione e l'integrità strutturale. Per tali ragioni sono state avanzate diverse ipotesi per il suo recupero quali, ad esempio, l'istituzione di un Museo dell'artigianato e dell'antiquariato per esporre e promuovere l'economia locale e di una Città della musica per valorizzare la tradizione canora partenopea. Si era pensato anche di trasferirvi la sede della Regione Campania, ma non se ne fece nulla.

Agli inizi del XXI secolo, quindi, il comune di Napoli avanzò un'ipotesi di masterplan che cercava di soddisfare i suddetti vincoli, realizzandovi la “Città dei giovani”, istituita nel gennaio 2005, che prevede spazi didattici e ricreativi per la popolazione minorile del quartiere.

Il restauro, previa gara europea, fu affidato dal comune di Napoli a un gruppo internazionale di professionisti guidato dallo strutturista romano Giorgio Croci e dall'architetto specialista francese Didier Repellin, composto dagli ingegneri Giuseppe Carluccio e Mario Biritognolo, da importanti architetti come Paolo Rocchi, Pascal Prunet, Francesca Brancaccio, Nicolas Detry, e con consulenti Elio Giangreco e Giovanni Carbonara. I progetti, in accordo ai principi del restauro critico, miravano al recupero filologico delle parti perdute o danneggiate e all'utilizzo di nuovi materiali e tecnologie dove la forma non fosse più recuperabile, in nome dei principi di eco-compatibilità e sostenibilità: così la copertura originale è stata sostituita da una copertura in vetro con elementi di captazione dell'energia solare, sono stati reimpiegati i materiali originari come tufo, mattoni, calce, sono stati restaurati gli antichi infissi in legno, si è realizzato un sistema di cisterne per la raccolta dell'acqua piovana. Alcuni di questi interventi sono stati realizzati anche grazie al gioco del lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96.

Prospettive future

Nel 2021, nell'ambito del PNRR, il governo Draghi stabilì lo stanziamento di 100 milioni di euro per la riqualificazione del Real Albergo dei Poveri. In particolare, il ministro della cultura Dario Franceschini avanzò la proposta di spostarvi la Biblioteca nazionale, ospitata dagli anni 1920 in ambienti del Palazzo reale, anche se il progetto è stato accolto con freddezza da più parti.

Nel novembre 2023 Gennaro Sangiuliano, ministro della cultura nel governo Meloni, confermata la volontà di recuperare il complesso come centro culturale, ne inaugura il cantiere assieme al sindaco Gaetano Manfredi: l’edificio a partire dal 2026 dovrà infatti ospitare gli archivi e le sale di lettura della Biblioteca nazionale, gli uffici e gli spazi espositivi e congressuali del Comune di Napoli, attività commerciali e per la ristorazione, parte della collezione del Museo archeologico di Napoli (MANN), spazi polifunzionali per la collettività, aule e uffici amministrativi per l’università, oltre a una foresteria con 180 posti letto per gli studenti.

Il progetto è firmato dallo studio ABDR Architetti Associati (Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri, Filippo Raimondo).

Architettura

Il progetto prevedeva l'edificazione di una struttura capace di accogliere e rieducare, secondo lo spirito della Prammatica di fondazione, circa ottomila tra poveri mendicanti, vagabondi e oziosi di tutto il Regno che, seppure abili al lavoro, erano privi di dimora e occupazione stabili. Qui gli ospiti erano divisi in quattro categorie: uomini e ragazzi, donne e ragazze. Ogni categoria era relegata in settori separati senza possibilità di contatto, eccetto gli orari di lavoro; si decise in tal modo di evitare la promiscuità che si era verificata nell'ospizio di San Gennaro extra-moenia, più piccolo ma con le medesime finalità dell'Albergo. Il progetto originario prevedeva un complesso edilizio molto più grande di quello attuale. Doveva estendersi su una vasta superficie con un prospetto di 600 metri di lunghezza e una larghezza di 135 metri e comprendere cinque grossi cortili in linea, uno dei quali, quello centrale, dotato di una cappella con pianta radiale a sei bracci.

Esterno

Il Real Albergo dei Poveri si estende su una superficie di 103000 m² ed ha una facciata lunga 400 metri - circa un centinaio di metri in più rispetto al prospetto della Reggia di Caserta - intervallata da un doppio ordine di lesene, caratterizzata inoltre da cinque ordini di finestre e tre marcapiani con timpano centrale: monumentale è la scalinata a doppia rampa che segna l'ingresso principale alla struttura. Sul fronte d'ingresso è scolpita in epigrafe la dedica dettata dall'umanista ed epigrafista Alessio Simmaco Mazzocchi:

Interni

L'interno è articolato intorno a tre cortili. Il cortile centrale è occupato da un corpo di fabbrica a croce di Sant'Andrea, costituito da un solo piano, che avrebbe dovuto essere la base della grande chiesa a pianta radiale con navata centrale e quattro bracci (navate laterali) che collegano detto cortile ai corpi laterali.

I cortili laterali erano adibiti a giardini, con aiuole per la parte centrale, mentre perimetralmente per una larghezza di circa dieci/otto metri costituivano spazi ricreativi con campetti di calcio, palla a volo, etc. Il cortile dell'ala prospiciente via Bernardo Tanucci è oggi utilizzato come parcheggio.

L'edificio è dotato di ben 430 stanze di differenti dimensioni a seconda della posizione: le più grandi, che occupano i volumi delle ali laterali, misurano su tutti i livelli 40 metri di lunghezza, sono larghe ed alte 8 metri.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Carlo III
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Conservatorio di San Pietro a Majella

Conservatorio · Napoli

Conservatorio di San Pietro a Majella

Il Conservatorio di San Pietro a Majella è un istituto superiore di studi musicali fondato a Napoli nel 1808. È situato nel centro storico della città, nell'ex convento dei celestini annesso alla chiesa di San Pietro a Majella.

== Storia ==

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Il conservatorio nacque nel 1808 col nome di Real Collegio di Musica dall'unificazione di altre quattro preesistenti istituzioni musicali nate come orfanotrofi e nelle quali si era iniziato ad impartire insegnamenti di catechismo e di canto per i fanciulli abbandonati già a partire dal Cinquecento: il "Santa Maria di Loreto", quello della "Pietà dei Turchini", quello di "Sant'Onofrio a Capuana" e quello dei "Poveri di Gesù Cristo". La sede antica era quella del vicino convento di San Sebastiano.

Nel 1825 avviene la prima assoluta di Adelson e Salvini di Vincenzo Bellini.

Dal 1826, per ordine di Francesco I, il complesso fu invece trasferito nella sede attuale, in via San Pietro a Majella 35, assumendo la denominazione di Reale Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella.

Una targa posta all'ingresso dell'edificio recita:

Proprio nel corso dell'Ottocento e dei primi anni del Novecento il complesso si arricchì di opere. Busti, ritratti di musicisti e strumenti di personalità illustri venivano, infatti, di volta in volta donati dagli stessi artisti con lo scopo di lasciar custodire al regio collegio le proprie opere o la propria storia. In tal senso diverse sono le lettere conservate nell'archivio del conservatorio, che testimoniano le suddette donazioni. Ad esempio, nel 1868, sotto la direzione di Saverio Mercadante, il bibliotecario Francesco Florimo scrisse una lettera all'Istituto nella quale palesava l'intenzione di rilasciare in loco la propria collezione:

I precedenti conservatori

Il più antico conservatorio era quello di "Santa Maria di Loreto" (1535), di cui Ferdinando IV di Borbone decretò la chiusura nel 1797, trasformandolo in un ospedale militare ed inglobandolo al conservatorio di Sant'Onofrio a Porta Capuana. Il conservatorio sorgeva nei pressi di via Marina.

Il conservatorio della Pietà dei Turchini (1573) nacque con l'intento di ospitare i ragazzi orfani o abbandonati. La sua sede era nell'omonimo complesso religioso, il cui nome trae origine dal colore turchese delle divise degli orfanelli ivi ospitati; fu l'ultima istituzione a sopravvivere e accolse gli allievi delle altre che col tempo furono chiuse. Il conservatorio fu poi trasferito e cambiò di denominazione..

Il conservatorio di Sant'Onofrio a Porta Capuana (1578) nacque per aiutare i bambini più bisognosi ad opera di confraternite religiose seicentesche, e trovò sede all'interno di una preesistente fabbrica di tessuti. Divenuto conservatorio nella prima metà del Seicento, l'ingresso presso l'istituto, dietro pagamento di una retta, era consentito a tutti; nel 1797 vi confluì quello di santa Maria di Loreto.

Il conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo fu fondato nel 1589 da un terziario francescano e fu soppresso nel 1743 in seguito a tumulti. Il complesso nacque nell'odierno largo dei Girolamini, a ridosso dell'omonima chiesa ed anche in questo caso, lo scopo dell'istituto era quello di accogliere bambini orfani e poveri. Alla sua chiusura, i bambini ospitati nella struttura furono divisi nei restanti tre conservatori della città.

Museo storico e biblioteca

All'interno del conservatorio è presente una biblioteca, l'archivio storico ed un museo che espone strumenti, busti e ritratti di compositori e musicisti legati all'istituto.

Direttori

Francesco Cilea

Girolamo Crescentini

Roberto De Simone

Gaetano Donizetti

Achille Longo

Alessandro Longo

Bruno Mazzotta

Saverio Mercadante

Giovanni Paisiello

Francesco Ruggiero

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Crypta Neapolitana

Tunnel romano · Napoli

Crypta Neapolitana

La Crypta Neapolitana (o Grotta di Posillipo o Grotta di Virgilio) è una galleria lunga circa 711 metri scavata nel tufo della collina di Posillipo, tra Mergellina (salita della Grotta) e Fuorigrotta (via della Grotta Vecchia), a Napoli. Non deve essere confusa con la grotta di Seiano, altra galleria romana che attraversa ancora la collina Posillipo alla sua estrema propaggine.

L'ingresso principale della grotta si trova lato Mergellina, ubicato all'interno del parco Vergiliano a Piedigrotta di Napoli, che conserva tra l'altro anche la tomba di Giacomo Leopardi e quella presunta di Virgilio.

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Tra storia e leggenda

La Crypta Neapolitana svolse un ruolo significativo non solo nella vita concreta, ma anche nell'immaginario napoletano.

La tradizione vuole che la galleria sia stata realizzata da Virgilio in una sola notte, con il ricorso alla sua potente arte magica. La leggenda doveva essere molto radicata, tanto che Roberto d'Angiò, scherzando, sottopose la questione al Petrarca durante un suo viaggio a Napoli, e questi rispose, scherzando a sua volta: "Non mi è mai capitato di leggere che Virgilio fosse un tagliapietre." Probabilmente la leggenda fu alimentata dal fatto che nel medioevo fosse stato attribuito a Virgilio il ruolo di mago e che nei pressi dell'ingresso orientale ci fosse un colombario della prima età imperiale, identificato ancora oggi dalla tradizione come la tomba di Virgilio.

In realtà, come ci narra Strabone, fu realizzata nel I secolo a.C. da Lucio Cocceio Aucto, ingegnere originario forse della zona flegrea, per volere di Marco Vipsanio Agrippa, come parte di una rete di infrastrutture militari comprendenti anche il Portus Iulius e altre gallerie simili (le cosiddette Grotta di Cocceio e Crypta Romana). Anche questo fatto storico alimentò una leggenda, secondo la quale Cocceio avrebbe utilizzato centomila uomini per scavare la galleria in soli quindici giorni.

La grotta nacque per soddisfare scopi militari, quando, nel periodo delle guerre civili, la zona flegrea assunse grande importanza strategica ed era necessaria una linea di comunicazione diretta fra Neapolis e Puteoli, ma a differenza delle altre gallerie flegree, che al termine della guerra tolemaica persero di importanza strategica e caddero progressivamente in disuso, la Crypta Neapolitana continuò ad essere utilizzata come infrastruttura civile di collegamento. Tuttavia, come risulta da una testimonianza di Seneca, era angusta, buia, polverosa e opprimente. Per questo, se è vero che si continuò ad utilizzarla per secoli, è altrettanto vero che si cercò di ampliarla e migliorarla.

Nel 1455 il re di Napoli Alfonso V d'Aragona, per rendere meno ripido il pendio d'accesso da Mergellina, fece abbassare il piano di calpestio di undici metri dalla parte orientale e di un paio di metri dalla parte occidentale; nel 1548 il viceré don Pedro di Toledo la fece allargare e pavimentare; nel 1748 fu necessario un consolidamento, fatto eseguire da Carlo di Borbone; nei primi anni dell'Ottocento, Giuseppe Bonaparte ordinò un ulteriore consolidamento e dotò la galleria di un sistema di illuminazione con lampade ad olio, che fecero scrivere ad Alexandre Dumas (padre):

La galleria restò in uso fino alla fine dell'Ottocento, quando fu chiusa per problemi di statica, ma dopo che era già entrata in esercizio la nuova Galleria delle Quattro Giornate.

Culti e tradizioni

La Crypta Neapolitana ha senz'altro influenzato la cultura e le tradizioni di Napoli.

Alla relazione con la galleria si deve l'origine del nome di due quartieri di Napoli: Piedigrotta, al di qua e ai piedi della grotta (il cui ingresso orientale prima dell'intervento di Alfonso V d'Aragona si trovava diversi metri al di sopra del livello stradale), e Fuorigrotta, al di là della grotta.

La galleria di Posillipo tuttavia non ha influito soltanto sull'urbanistica e la toponomastica; odiata da Seneca e ammirata da Strabone, dissacrata da Petronio e canzonata da Petrarca, amata da Goethe e temuta da Dumas, guardata con un misto di meraviglia e timore dal popolo, la crypta ha avuto un ruolo di spicco nelle credenze, nei riti e nel folclore della città.

Imponente opera di ingegneria, sicuramente un traguardo di eccellenza per le conoscenze tecniche dell'epoca in cui fu costruita, la galleria continuò a stupire e meravigliare anche nei secoli successivi, come testimoniano le leggende tramandate sulla sua costruzione; per quanto artificiale, la crypta attingeva ed attinge anche alla forte valenza simbolica della caverna, simbolo materno e uterino, del passaggio tra la morte e la vita, tra la luce e il buio.

Secondo Petronio, la crypta nel I secolo era consacrata a Priapo, dio della fertilità, in onore del quale vi si celebravano nottetempo cerimonie misteriche e riti orgiastici; pare anche che in età magno-greca, nella crypta si celebrassero feste in onore di Afrodite, durante le quali vergini e spose infeconde partecipavano a oscene pratiche propiziatorie.

Se la testimonianza di Petronio non ha altri riscontri, durante i lavori eseguiti sotto la dominazione spagnola fu ritrovato un bassorilievo rappresentante Mitra Tauroctono tra il sole e la luna, datato intorno al III-IV secolo, attualmente conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli; tale ritrovamento lascia supporre che la crypta fosse utilizzata come mitreo, ove si celebravano riti in onore di Mitra e della divinità sincretica Apollo-Helios-Sol Invictus. Come fonte di purificazione, prescritta dal culto, nei pressi della crypta erano presenti pozzi e balnea e, per di più, parallelamente alla galleria carrabile correva una seconda galleria, con una sezione di un paio di metri quadrati, che portava l'acqua dall'acquedotto del Serino alle installazioni militari flegree, fino alla piscina mirabilis di Miseno. La galleria poi è orientata in modo tale che in occasione degli equinozi il sole fosse perfettamente allineato tra i due ingressi al tramonto, così che in quei momenti la galleria, nella quale solitamente regnava un buio profondo, risplendesse invasa dalla luce naturale.

Questo fenomeno aumentò il mistero e il carattere ambivalente del tunnel, per cui si riteneva che una sorta di maleficio si abbattesse su chi provasse ad attraversarlo da solo di notte, ma allo stesso tempo compiere l'attraversamento ed uscirne indenni era ritenuto un presagio fausto. A queste credenze si aggiunse presto l'aura di magia e mistero connessa alla figura di Virgilio, che secondo la tradizione era sepolto nei pressi dell'ingresso orientale, e che in età medioevale aveva fama di mago ed era protagonista di un ampio corpus di leggende esoteriche, tra cui quella riguardante la realizzazione della crypta stessa e quella riguardante la costruzione del Castel dell'Ovo.

Ben presto i riti misterici legati al culto di Mitra furono sostituiti dai riti del Cristianesimo, ma gli elementi archetipici e il simbolismo non mutarono. Nel Trecento i registri angioini nonché testimonianze di Petrarca riferiscono del culto della Madonna Odigitria, una cui icona si conserva ancora oggi affrescata nella crypta, in una cappella rupestre costruita sui resti del sacello di Priapo, che diventò oggetto di una straordinaria devozione popolare, fino alla costruzione della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta proprio davanti all'ingresso della crypta.

In particolare Boccaccio, in una lettera del 1339, parla di una "donna di pederocto"; secondo l'interpretazione comune si riferiva alla Madonna venerata ai piedi della grotta, ma alcuni interpretano il nome come collegato al simbolismo del piede, legato al parto e ai passaggi dentro-fuori, morte-vita. Diversi elementi fanno propendere per quest'ipotesi. Ad esempio il fatto che il colombario ospitante i resti di Virgilio sembrasse un piede, e fosse chiamato "scarpa al monte"; oppure l'esistenza di un talismano a forma di pianella, "lo scarpunciello d''a Madonna", che secondo le credenze popolari aveva un potere propiziatorio per le partorienti, le quali, per tradizione, dovevano recarsi presso la chiesa della Madonna di Piedigrotta così come in età imperiale le giovani spose si recavano nella crypta. Sembra che addirittura l'antica favola della Gatta Cenerentola, riportata da Giambattista Basile e alla base della più recente favola di Cenerentola di Charles Perrault, con la scarpetta, il piede e tutto il resto, sia in qualche modo collegata alla Madonna di Piedigrotta e alle credenze e ai riti della Crypta Neapolitana.

Tutte le credenze e i riti sorti dentro e intorno alla Crypta Neapolitana sono alla base di quella che conosciamo oggi come la Festa di Piedigrotta.

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Palazzo dello Spagnolo

Palazzo · Napoli

Palazzo dello Spagnolo

Il palazzo dello Spagnolo o dello Spagnuolo (già palazzo Moscati) è un palazzo monumentale di Napoli, ubicato in via Vergini al civico 19 nel Rione Sanità, in pieno centro storico cittadino.

== Storia ==

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Il palazzo dello Spagnolo venne eretto nel 1738 su commissione del marchese di Poppano Nicola Moscati, unificando i palazzi ricevuti in dote dalla medaglia. Il progetto, compresa la realizzazione della monumentale scala a doppia rampa, definita ad "ali di falco", che fu pensata come una sorta di luogo di incontro, in cui avveniva una vera e propria vita sociale, viene affidato così a Ferdinando Sanfelice, mentre a Francesco Attanasio vennero chiesti i lavori di stucco in stile rococò che furono da lui progettati, ma eseguiti successivamente da Aniello Prezioso.

Frequenti erano le visite di Carlo III di Borbone, che nel palazzo cambiava i cavalli per prendere dei buoi, unici animali capaci di portarlo fino a Capodimonte lungo la ripida via Vergini.

Sul finire del secolo venne acquistato da un nobile di Spagna, Tommaso Atienza, il cui soprannome lo Spagnolo è il motivo per cui il palazzo si chiama oggi in tale modo. Il nuovo proprietario realizzò delle opere di espansione del palazzo facendo costruire un ulteriore piano (l'ultimo) e facendo realizzare gli affreschi al piano nobile, andati quasi completamente perduti a causa dei cattivi restauri avvenuti nel corso degli anni, e al secondo piano.

Nel 1850 il palazzo fu acquistato dalla famiglia Costa grazie al forte indebitamento di Atienza, il quale raggiunse quello stato, probabilmente, a causa di ingenti spese per le estrose opere di abbellimento del palazzo.

Successivamente, il palazzo (come molti edifici di Napoli), vide la proprietà frammentata in più parti costituendo oggi diverse proprietà private. Solo due appartamenti all'ultimo piano, in fase di restauro, sono stati acquistati dalla Regione Campania.

Il palazzo ha ospitato, in passato, l'istituto delle guarattelle (museo dei burattini locali e internazionali); attualmente, il secondo e terzo piano sono sede di un istituendo museo dedicato a Totò, la cui apertura al pubblico viene di anno in anno posticipata.

Descrizione

Il palazzo è forse il più pregevole esempio di architettura civile in stile barocco napoletano, grazie soprattutto alla imponenza esemplare della scala principale a doppia rampa, che costituisce la facciata interna dell'edificio, nonché caratteristica architettonica principale del barocco napoletano. Non a caso sono diversi gli edifici in tale stile che presentano uno scalone d'accesso simile a quello del palazzo dello Spagnolo. Si ricordano per esempio anche il palazzo Trabucco, Palazzo Venezia, palazzo Sanfelice, Palazzo di Majo, Palazzo Tufarelli e altri ancora.

Tutto l'edificio è inoltre caratterizzato da decorazioni in stucco in stile rococò, le quali sono state realizzate intorno al 1740 dallo stuccatore Aniello Prezioso, su schizzo di Francesco Attanasio.

Le porte di accesso agli appartamenti sono decorate con stucchi che inquadrano medaglioni con i ritratti a busto della famiglia che abitava quell'appartamento.

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Palazzo arcivescovile

Palazzo · Napoli

Palazzo arcivescovile

Il Palazzo Arcivescovile è un palazzo di Napoli che s'erge nell'insula tra il Duomo e largo Donnaregina, in cui è situato l'accesso.

Fu eretto negli anni a cavallo tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XV secolo per volontà del cardinale Enrico Capece Minutolo, l'accesso del vecchio palazzo prospetta in vico Sedil Capuano. Il vecchio palazzo sorge sulle rovine di una basilica paleocristiana, dalla quale è emerso il quadriportico durante alcuni recenti lavori.

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L'aspetto odierno è frutto delle ristrutturazioni avvenute nel XVII secolo da parte del cardinale Decio Carafa. Verso la metà del secolo il cardinale Ascanio Filomarino incaricò l'architetto bolognese Frà Bonaventura Presti dei lavori di restauro e di espansione, durante i quali si provvide all'ampliamento longitudinale del palazzo e all'apertura dei tre portali in piperno della facciata.

Nell'interno ha affreschi di Giovanni Lanfranco e Santolo Cirillo; in un'altra sala, ritratto di Lello da Orvieto. Dal portale di sinistra che conduce agli uffici della Curia, sormontato da una statua di Giulio Mencaglia, si giunge all'entrata settentrionale del Duomo.

Sulla destra sono visibili strutture architettoniche dell epoca paleocristiana; nell'ambiente si conservano le lastre di un calendario marmoreo del IX secolo e rilievi del XII secolo.

Dal 1958 risulta essere anche la sede dell'Archivio Storico Diocesano di Napoli.

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Palazzo Cellammare

Palazzo · Napoli

Palazzo Cellammare

Il palazzo Cellammare (o Cellamare), chiamato anche palazzo Francavilla, è un edificio di valore storico e architettonico di Napoli, ubicato nel quartiere San Ferdinando.

== Storia ==

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La fondazione del palazzo risale al primo decennio del XVI secolo per la volontà dell'abate di Sant'Angelo di Atella Giovanni Francesco Carafa. Succedutogli il nipote Luigi Carafa nel 1531, questi incaricò Ferdinando Manlio di restaurare completamente l'edificio secondo i più tipici gusti cinquecenteschi.

Nel XVII secolo, il palazzo fu assalito dal popolo durante la rivolta di Masaniello e fu adibito a lazzaretto durante l'epidemia di peste del 1656. Nel 1689 invece, morto l'ultimo principe di Stigliano (Nicola Maria de Guzmàn Carafa), l'edificio divenne proprietà dello Stato.

Nel secolo successivo (1700) fu acquistato dal duca genovese Antonio del Giudice, principe di Cellamare e duca di Giovinazzo. Fu poi dimora del principe di Francavilla Michele Imperiali, il quale era solito organizzare grandi feste e ricevimenti nel palazzo come nel suo casino di caccia al Chiatamone, così come descritto da Benedetto Croce: «...Questo nobile e ricchissimo signore, feudatario nel Regno e fuori Regno, decorato dei maggiori titoli e uffici, magnifico e generoso, divenne il centro dell'alta Società napoletana». Durante questi anni il palazzo divenne centro di ricevimento anche di importanti personaggi della nobiltà italiana. A tal proposito vi furono effettuati al suo interno importanti lavori di ammodernamento eseguiti da Francesco Antonio Picchiatti nel corso della seconda metà del XVII secolo. Tali lavori interessarono sia gli interni della villa, sia l'esterno, con la nascita di due giardini.

Agli inizi del XIX secolo il palazzo fu utilizzato per ospitare parte della collezione Borbone, composta dalle opere che Ferdinando IV portò in precedenza con sé a Palermo, per evitarne la sottrazione durante l'avvento dei francesi nel 1799, e da opere che il suo emissario Domenico Venuti fu incaricato di reperire nel mercato di antiquariato romano, sia quelle trafugate che di nuove. Nel corso dello stesso secolo, con la forte urbanizzazione dell'area sulla quale insiste il palazzo, alcuni lavori hanno ridotto in grande misura la panoramica della villa.

Nel settembre del 2021 sono cominciati i lavori di restauro di tutti i prospetti esterni e interni del palazzo; i lavori che hanno riguardato anche il portale e il giardino storico sono terminati nel 2024.

Architettura e arte

Da via Chiaia appare come un palazzo fortificato con il mezzanino a scarpata in bugnato liscio; il portale d'ingresso consiste in arco di piperno in stile barocco, mentre la facciata su via Filangieri è concepita come un prospetto di un palazzo nobiliare del Settecento. Nel corso degli anni, diverse mani hanno contribuito a rendere il palazzo così come appare oggi.

Tra il 1668 ed il 1670 l'architetto Francesco Antonio Picchiatti effettuò alcuni lavori interni, avendovi lavorato già prima, nel 1651, con l'edificazione dello scalone monumentale, poi demolito per essere sostituito da un altro di Giovan Battista Manni.

Del Ferdinando Sanfelice invece è il portale a linee spezzate interno all'edificio (che conduce allo scalone); mentre di notevole bellezza è la cappella della Vergine del Carmelo realizzata da Giovan Battista Nauclerio nel 1727 e sul cui altare vi è un dipinto di Agostino Masucci.

Ferdinando Fuga, chiamato ad eseguire lavori di abbellimento dell'edificio già dal 1726, eseguì invece il portale d'ingresso al cortile, di chiara impronta barocca napoletana.

Il palazzo dispone sul retro anche di un vasto giardino, presente sin dalla metà del XVI secolo, che ha visto nel corso dei secoli prima un'espansione dello spazio verde, con Michele Imperiali come affittuario, e poi una riduzione dello stesso, avvenuta quando si intensificò l'urbanizzazione di quell'area durante l'Ottocento, con la rimozione di due dei tre giardini che caratterizzavano l'edificio. Il giardino dispone al centro alcuni frammenti di una fontana realizzata da Giovanni da Nola.

Riguardo agli interni sono degni di menzione due appartamenti: quello al piano inferiore, abitato nella prima metà dell'Ottocento dall'arcivescovo di Napoli Filippo Giudice Caracciolo ed ereditato successivamente dagli Acton, che ha una serie di sale dalle volte affrescate nella prima metà del XVIII secolo; e quello al piano nobile che nel XVIII secolo fu preso in affitto prima dal principe Michele Imperiali e poi dalla regina Maria Carolina e che possiede una sequenza di quattro saloni con le volte affrescate, una ciascuno, da Pietro Bardellino, Giacinto Diano, Fedele e Alessandro Fischetti.

Nel 1948 è stato aperto in alcune cave di tufo al di sotto del palazzo (usate a suo tempo per reperire i materiali di costruzione dell'edificio) il "cine-teatro Metropolitan", su progetto dell'architetto Stefania Filo Speziale. Il cinema, famoso per essere il più capiente della città (circa 3000 posti) è stato riaperto negli anni duemila dopo un lungo periodo di chiusura e riadattato a seguito di specifici lavori.

Ospiti celebri

Nel palazzo furono ospitate diverse illustri personalità di fama internazionale. Tra questi, si ricorda Giacomo Casanova (che lo cita nel suo libro chiamato "Memorie"), Angelica Kauffmann, Jakob Philipp Hackert, Goethe (nel 1787), Torquato Tasso, e Caravaggio, per il quale l'edificio fu di fatto l'ultima dimora.

Nel Novecento, viveva qui il grande matematico Renato Caccioppoli, che vi morì suicida nel 1959. Trascorse lì i suoi primi anni anche il matematico francese Claude Viterbo.

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Palazzo San Giacomo

Palazzo comunale · Napoli

Palazzo San Giacomo

Palazzo San Giacomo è un edificio neoclassico, municipio di Napoli, dove si erge nell'omonima piazza, di fronte al Maschio Angioino, fra i quartieri Porto e San Ferdinando.

== Storia ==

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Nel 1816 il re Ferdinando I di Borbone, appena ritornato al potere su tutto il Mezzogiorno e la Sicilia col titolo di re del Regno delle Due Sicilie, decise di realizzare un grande edificio che ospitasse tutti i ministeri dello Stato Borbonico, i quali erano dislocati in varie sedi. Il vero promotore dell'iniziativa tuttavia fu il primo ministro Luigi de' Medici di Ottajano, il quale affidò l'incarico di progettare il nuovo edificio agli architetti Antonio de Simone, Vincenzo Buonocore e Stefano Gasse con un decreto reale del 18 giugno 1816. Tuttavia fu solo Stefano Gasse, insieme al fratello Luigi, anch'egli architetto, a renderlo effettivo.

L'insula dove il nuovo palazzo doveva sorgere, delimitata da via Toledo, via San Giacomo, via della Concezione (dal 1877 via Paolo Emilio Imbriani) e il largo di Castello (odierna piazza Municipio) apparteneva alla congrega dei nobili spagnoli che aveva sede nella chiesa di San Giacomo degli Spagnoli; la congrega aveva in quel posto, oltre alla chiesa, un ospedale, un convento e un banco. Inoltre vi era anche un'altra struttura religiosa: il monastero della Concezione con annessa chiesa, posto all'angolo tra via Toledo e appunto via della Concezione, ma anche molte case private. Questo fu un grande ostacolo al prosieguo dei lavori di costruzione, i quali cominciarono nel 1819, ma furono completati solo nel 1825.

Le stanze realizzate ad uso uffici, all'interno del maestoso edificio, erano più di ottocento.

I ministeri che vi furono ospitati erano sette: Presidenza e Affari Stranieri, Grazia e Giustizia, Affari Ecclesiastici, Polizia Generale, Guerra, Marina e Finanze.

Erano altresì ospitati nell'edificio, uno dei più grandi d'Europa, la Borsa dei cambi, il Banco delle Due Sicilie (poi Banco di Napoli), la Prefettura di polizia (poi Questura), la Gran Corte dei conti, e altre ancora.

Architettura

Quando terminarono i lavori nel palazzo si contavano esattamente 816 stanze e 10 corridoi: infatti, come detto, l'edificio era all'epoca uno dei palazzi più estesi d'Europa.

Stefano Gasse studiò con grande attenzione il problema della differenza di quota tra via Toledo, più alta, e il largo di Castello, più in basso, realizzando così nella facciata meridionale, che è la principale, un alto basamento bugnato, che comprendesse anche la chiesa di San Giacomo (ulteriore problema di realizzazione) la quale, abbattuta la facciata, fu inglobata nell'edificio, andando a costituire uno dei tre portali presenti sulla facciata, precisamente il terzo da sinistra.

Su entrambe le vie laterali, inoltre, il Gasse impostò due portali di accesso.

Ai lati del portone centrale, che permette l'accesso al palazzo e che si differenzia dagli altri in quanto è in rilievo, furono poste due lapidi che ricordavano la costruzione del palazzo, sostituite in età post-unitaria, nel 1865, da due lapidi che ricordano invece i martiri della Rivoluzione napoletana del 1799 e altri patrioti caduti durante il Risorgimento combattendo contro i Borbone.

La facciata settentrionale, su via Toledo, era identica a quella meridionale, con la differenza che era più bassa per le questioni di quota (mostrava solo due piani) e presentava solo due portali. Nella parte settentrionale vennero allocati gli uffici finanziari.

Alla fine degli anni trenta del XX secolo questa parte fu ricostruita da Marcello Piacentini per realizzare la nuova sede del Banco di Napoli.

Le decorazioni del palazzo sono tutte in stile neoclassico. Entrati nel portale centrale, un ampio androne decorato a cassettoni porta alle scale di accesso agli altri piani. In quattro nicchie ai suoi estremi lo scultore Antonio Calì realizzò altrettante statue: nelle nicchie all'entrata furono poste a sinistra la statua di Ruggero il Normanno, fondatore del regno indipendente, a destra quella di Federico II di Svevia, il fondatore del primo forte assetto governativo del regno. Nelle nicchie all'altezza della doppia rampa di scale c'erano due statue di Ferdinando I e suo figlio Francesco I: il primo fu ideatore del palazzo, il secondo fu il re che vide conclusi i lavori: però entrambe furono rimosse dopo l'unità d'Italia e sostituite da due statue di genere allegorico, realizzate dallo scultore Francesco Liberti nel 1869.

Antonio Calì realizzò anche una statua raffigurante Flavio Gioia, posta nella gran sala della Borsa dei Cambi, la quale fu distrutta nella costruzione del palazzo del Banco di Napoli.

Saliti per le scale, dopo aver incontrato in una nicchia sulla sinistra del primo pianerottolo intermedio il busto dell'aviere Ugo Niutta, dove probabilmente era presente il busto di Ferdinando ll, al centro del piano ammezzato è situato il busto in marmo e in piperno di Partenope detta più comunemente 'a capa 'e Napule, il cui luogo di ritrovamento è incerto (forse nella zona dell'Anticaglia oppure in quella degli Incurabili), in seguito posta nella zona di San Giovanni a Mare dove subì più volte la mutilazione del naso e infine posta nella sua attuale ubicazione da Achille Lauro.

Altri busti sono custoditi al secondo piano, negli ambienti che portano alla sala della giunta comunale e a quella del sindaco e raffigurano le medaglie d'oro napoletane della guerra italo-turca (Giuseppe Orsi) o della prima guerra mondiale (Gaetano Carolei, Edgardo Cortese, Mario Fiore, Raffaele Libroia e Maurizio de Vito Piscicelli).

Infine è da ricordare che Stefano Gasse progettò e realizzò nel palazzo la prima galleria coperta in vetro e ferro della città, una delle prime d'Europa, che collegava direttamente, passando all'interno del palazzo, via Toledo e piazza Municipio. Vi si accedeva passando sotto la doppia rampa di scale. Essa scomparve con la costruzione del nuovo palazzo del Banco di Napoli di Piacentini e ne rimane solo un minimo tratto.

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Villa comunale di Napoli

Parco cittadino · Napoli

Villa comunale di Napoli

La Villa comunale (già Villa Reale o Real Passeggio di Chiaia, poi Villa Nazionale e Villa Municipale) è uno dei principali giardini storici di Napoli.

Il vasto giardino, piantato a lecci, pini, palme, eucalipti si estende per oltre 1 km tra piazza della Vittoria e piazza della Repubblica, fiancheggiato dalla Riviera di Chiaia e da via Caracciolo.

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Storia

Il suo primo nucleo risale al 1697, quando il viceré duca di Medinacoeli fece piantare lungo la riviera di Chiaia un doppio filare di alberi abbellito da 13 fontane, indirizzando una prima idea di passeggiata che dalla porta di Chiaia si spingeva fino alla Crypta Neapolitana.

Tra il 1778 e il 1780 l'area della spiaggia lungo la riviera fu convertita in un vero e proprio passeggio, un giardino urbano molto in voga in quegli anni, per volontà di Ferdinando IV di Borbone e per opera di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi, sulla scia di quanto aveva fatto il padre, Carlo III di Spagna, lungo il Salon del Paseo del Prado di Madrid e del Giardino delle Tuileries nella Francia borbonica. Il Vanvitelli si avvalse dell'aiuto del botanico Felice Abbate, giardiniere reale.

Nei primi anni del XIX secolo la villa fu ampliata e ridisegnata dagli architetti Stefano Gasse e Paolo Ambrosino, secondo il volere di Giuseppe Bonaparte che decretò nel 1807 i lavori. Si occupò di curare la scelta delle essenze arboree il tedesco Friedrich Dehnhardt, ispettore dell'Orto Botanico. Con la realizzazione del cosiddetto boschetto l'aspetto di passeggio alberato rettilineo, che caratterizzava prevalentemente la villa fino a quel momento, fu affiancato da quello di un parco cittadino, con sentieri e aiuole, secondo il pensiero romantico di allora. Un ulteriore ingrandimento fu eseguito per progetto del Gasse verso ovest (fino all'attuale piazza della Repubblica) nel 1834.

Nel 1869 la villa fu denominata comunale (talvolta indicata con il sinonimo municipale). Con la realizzazione della colmata di via Caracciolo, a partire dagli anni settanta del XIX secolo la villa fu ampliata verso il mare. Fu eseguito un nuovo ingresso principale su piazza Vittoria, abbattendo quello vecchio del Vanvitelli, costituito da due padiglioni simmetrici, chiamati casini; furono qui collocate otto delle statue neoclassiche che erano poste all'interno.

La parte occidentale della villa fu il luogo dove furono allestiti i padiglioni (provvisori) dell'Esposizione Nazionale dell'Igiene del 1900, caratterizzati da un aspetto spiccatamente eclettico con molti richiami al nuovo stile liberty. Uno dei padiglioni, voluto dal Municipio e costruito con carattere definitivo, fu in seguito sede del Circolo del Tennis.

Nel 1924, fu eseguita in prima assoluta la "Turandot" di Giacomo Puccini per banda. Seguirono l'evento circa 10.000 spettatori. La banda, composta dai migliori musicisti del tempo, fu diretta dal M° Felice Iovino, primo clarinetto dell'orchestra del San Carlo.

La villa è stata restaurata tra il 1997 e il 1999 da Alessandro Mendini e dal suo atelier; sono stati così riprogettati gli chalet, è stato risistemato il verde, realizzato un nuovo impianto di illuminazione e una nuova cancellata. L'intervento restaurativo è stato tuttavia al centro di numerose polemiche per la rottura con lo stile neoclassico preesistente e l'alterazione dell'aspetto botanico della storica villa ottocentesca.

Descrizione

Il "Real Passeggio di Chiaia" si apre con un percorso rettilineo adorno di copie neoclassiche di statue di epoca romana, nonché di gruppi scultorei e fontane di età tardo-rinascimentale. Le statue furono collocate intorno al XIX secolo in sostituzione di alcune delle opere farnesiane, poi spostate presso il museo archeologico nazionale di Napoli. Oltre alle sculture e fontane, il parco è punteggiato anche da vari edifici di differenti epoche.

Fontane

la fontana della Tazza di Porfido (detta delle Paparelle) è caratterizzata da una grande tazza di porfido sottratta al Duomo di Salerno, in Campania;

la fontana di Santa Lucia, opera degli scultori Michelangelo Naccherino e Tommaso Montani (1606), detta così perché prima di essere collocata qui nel 1898 si trovava in via Santa Lucia;

la fontana del Ratto d'Europa di Angelo Viva già in Via della Marinella (1798);

la fontana del Ratto delle Sabine;

la fontana di Lucio Papirio (detta anche di Oreste ed Elettra);

la fontana di Castore e Polluce;

la fontana della Flora Capitolina;

la fontana della Flora del Belvedere;

la fontana del Ratto di Proserpina.

Sculture neoclassiche

Nel primo XIX secolo furono collocate nella prima parte della villa varie sculture settecentesche neoclassiche, provenienti dalla reggia di Caserta e raffiguranti soggetti mitologici. Una parte di queste è stata scolpita dal genovese Tommaso Solari senior, un'altra invece dallo scultore romano Andrea Violani. Le fontane del Ratto delle Sabine, del Ratto di Proserpina, di Castore e Polluce, di Lucio Papirio, della Flora del Belvedere e della Flora Capitolina presentano gruppi scultorei eseguiti dal Solari.

Statue e busti di uomini illustri

Diversi sono i busti e le statue di illustri personaggi napoletani o legati alla città realizzati tra il XIX e il XX secolo.

Le statue raffigurano:

Giambattista Vico, scolpita da Leopoldo di Borbone-Due Sicilie, conte di Siracusa, nel 1862;

Pietro Colletta, opera del 1866 di Gennaro Calì;

Sigismund Thalberg, scolpita da Giulio Monteverde nel 1879 e inaugurata nel 1881.

I busti invece raffigurano:

Enrico Pessina;

Giovanni Bovio;

Luigi Settembrini;

Alfredo Cottrau;

Edoardo Scarfoglio;

Errico Alvino;

Francesco Del Giudice;

Giorgio Arcoleo;

Francesco De Sanctis;

Gioacchino Toma;

Errico De Marinis;

Giuseppe Semmola;

Giosuè Carducci;

Vito Fornari.

C'è infine una scultura dedicata agli italiani che vennero in soccorso della città per l'epidemia del colera del 1884. Eseguita da Vincenzo Jerace, fratello del più noto Francesco, raffigura un pellicano che si squarcia il petto per nutrire i propri figli.

Monumenti architettonici

Tra i notevoli esempi di architettura si annoverano invece:

il Tempietto circolare di Torquato Tasso, opera neoclassica di Stefano Gasse, che presenta al centro un busto di Tasso dello scultore Tito Angelini;

il Tempietto di Virgilio, sempre di Stefano Gasse, eretto nel 1825-1826 (nel luogo in cui lo storico Karl Julius Beloch avrebbe nel 1890 ipotizzato la localizzazione alternativa a quella comune della tomba del poeta), con all'interno un'erma del poeta eseguita nel 1836 da Angelo Solari, figlio del Solari senior;

la Casina Pompeiana (in origine padiglione pompeiano o Pompeiorama), costruita nel 1870 come esposizione di vedute degli scavi archeologici di Pompei;

la Cassa Armonica in ghisa e vetro fu realizzata nel 1877 su un progetto originale di Enrico Alvino del 1862; la struttura è costituita da una pedana circolare con montanti di ghisa e con la cupola in vetri bicromi. L'ultimo importante restauro risale al 2017, in quell'occasione furono rinnovati i vetri che adesso appaiono con i colori originali

la Stazione Zoologica Anton Dohrn;

il Museo Darwin-Dohrn creato e gestito dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn ed inaugurato nel 2021 nell'edificio realizzato dagli architetti Luigi Cosenza e Marcello Canino nel 1948;

l'Obelisco Meridiana.

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Fontana del Gigante

Monumento · Napoli

Fontana del Gigante

La fontana del Gigante è una delle fontane monumentali di Napoli di inizio XVII secolo. Si trova nel centro storico in via Partenope, a poca distanza dal Castel dell'Ovo.

== Storia ==

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La fontana è opera di Pietro Bernini e di Michelangelo Naccherino, che la realizzarono su commissione del duca d'Alba don Antonio Alvarez di Toledo.

La fontana ebbe molte collocazioni prima di arrivare in via Partenope dove si trova tutt'oggi.

La sua prima collocazione è stata in largo di Palazzo (l'attuale piazza Plebiscito), nel punto dove oggi inizia la salita del Gigante, odierna via Cesario Console, come viene mostrato in numerosi dipinti settecenteschi, tra i quali, uno di Gaspar van Wittel conservato presso il palazzo Zevallos a via Toledo. A pochissimi passi dalla fontana sorgeva la statua colossale del Gigante, assemblata nel 1670 dopo che fu ritrovato a Cuma un busto raffigurante Giove, a cui furono aggiunte le altre parti. La statua fu rimossa nel 1807.

La fontana fu rimossa nel 1815 dal luogo originario in occasione di lavori di sistemazione della salita del Gigante. Rimasta per molto tempo senza collocazione, fu posta nel 1882 vicino al palazzo dell'Immacolatella al molo piccolo, ragione per cui la fontana è anche detta dell'Immacolatella.

Questa locazione durò poco tempo perché vi fu rimossa nel 1886 per eseguire i lavori di ampliamento del porto e fu collocata nel 1889 all'interno della villa del Popolo, ma questa scelta fu considerata da molti infelice.

Infine nel 1905, complice il forte declino della villa del Popolo, ormai circondata dall'area portuale, fu deliberato il suo nuovo spostamento, che avvenne nel 1906. Il suo nuovo luogo fu lo slargo terminale di via Partenope, nel punto dove principia via Nazario Sauro, ottenuto grazie alla colmata su via Santa Lucia.

Già nel 1904 un lettore della rivista Napoli nobilissima aveva denunciato con una lettera indirizzata al periodico lo stato di degrado della fontana e aveva proposto di collocarla presso il rione Bellezza (cioè il nuovo borgo Santa Lucia) che a quel tempo si stava per realizzare.

Nel 2022 la fontana è stata sottoposta ad interventi di restauro.

Descrizione

La fontana monumentale è articolata mediante tre archi a tutto sesto, sopra i quali sono collocati i grandi stemmi che simboleggiano la città, i viceré di Napoli ed anche il re di quel periodo storico. Nell'arco centrale vi è la tazza che è sorretta da due animali marini, mentre, le statue nei restanti due archi laterali, rappresentano divinità fluviali che stringono tra le mani due mostri del mare. Le due statue (le cariatidi) sono poste all'estremità degli ultimi archi: esse sono intente nel reggere cornucopie.

A questa fontana si ispirò Manfredo Manfredi per la rappresentazione di Napoli nella nuova sigla di Carosello, il celeberrimo programma pubblicitario trasmesso dalla RAI tra il 1957 e il 1977. In onda dal 1962, la sigla mostrava, oltre alla città partenopea, anche Venezia, Siena e Roma.

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Palazzo Spinelli di Laurino

Palazzo · Napoli

Palazzo Spinelli di Laurino

Il palazzo Spinelli di Laurino è un edificio di valore storico e architettonico di Napoli, ubicato lungo il decumano maggiore.

== Storia ==

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Il palazzo, eretto nel XV secolo, fu restaurato e decorato su commissione di Trojano Spinelli intorno alla metà del XVIII secolo.

Una particolarità dell'edificio è il cortile interno a pianta ellittica, l'unico a Napoli; il cortile è adorno di statue e stucchi di notevole bellezza.

Notevole è pure lo scalone sanfeliciano composto da due rampe: la prima, in asse con la parete di fondo e la rampa successiva, ha una doppia rampa con duplice prospettiva e come sfondo ha dei cippi romani in due nicchie.

In un appartamento va segnalata una volta affrescata da Filippo Di Pascale con la tecnica del trompe l'oeil, in un altro un Trionfo della Fede dei fratelli Antonio e Giovanni Sarnelli e in un altro ancora una serie di soffitti dipinti a tempera, in stile eclettico, di fine '800.

Inoltre è presente la cappella di famiglia la cui erezione risale al XVIII secolo: è attigua al cortile del palazzo ma ha anche un proprio ingresso su vico Fico a Purgatorio.

La facciata è stata restaurata dagli attuali proprietari; le statue del cortile invece necessitano di restauro.

In questo palazzo sono state girate alcune scene di tre film ambientati a Napoli, Giallo napoletano di Sergio Corbucci (1979), La Pelle di Liliana Cavani (1981), tratto dal romanzo omonimo di Curzio Malaparte, e Maccheroni di Ettore Scola (1985), interpretati, fra gli altri attori, da Marcello Mastroianni che nel cast del secondo film si accompagnava ad altri interpreti come Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Carlo Giuffré e Peppe Barra, mentre nell'ultimo vi erano Jack Lemmon e Isa Danieli.

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Pio Monte della Misericordia

Museo d'arte moderna · Napoli

Pio Monte della Misericordia

Il Pio Monte della Misericordia è un edificio monumentale di Napoli situato in piazza Sisto Riario Sforza, lungo il decumano maggiore, nel quartiere del Pendino, ai margini con San Lorenzo.

Nato come istituzione benefica laica, tra le più antiche e attive della città, ospita al suo interno una chiesa seicentesca dov'è conservata la tela delle Sette opere di Misericordia del Caravaggio, tra le più importanti pitture del Seicento italiano, e altri prestigiosi dipinti dello stesso secolo appartenenti alla scuola napoletana.

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L'intero edificio è stato musealizzato nel 2005; alcune sale istituzionali dell'ente al primo piano espongono documenti d'archivio storici fondamentali nella vita dell'istituto e inoltre ospitano la Quadreria del Pio Monte della Misericordia, una delle più importanti raccolte private d'Italia aperte al pubblico.

Storia
Fondazione e statuto delle Capitolazioni (inizi del XVII secolo)

Il periodo della Controriforma fa da cornice storica alla nascita del Pio Monte, nato per volontà di un gruppo di sette giovani nobili composti da Cesare Sersale, Giovan Andrea Gambacorta, Girolamo Lagni, Astorgio Agnese, Giovan Battista d’Alessandro, Giovan Vincenzo Piscicelli e Giovanni Battista Manso i quali, a partire dal 1601, erano soliti riunirsi tutti i venerdì all'ospedale degli Incurabili per mettere in atto a loro spese un programma di opere assistenziali che avevano l'obiettivo di dare cibo agli ammalati. Col tempo le opere caritatevoli aumentarono fino ad accumulare anche un cospicuo capitale a fondo benefico, che ammontava a 6.328 ducati, da destinare ai non abbienti.

Nel 1602 fu fondato per questi motivi il Pio Monte della Misericordia, ente istituzionale che si occupò da quel momento di far convergere le risorse e di organizzare le attività benefiche, che consistevano in quel momento nel soccorrere gli indigenti, assistere gli infermi, riscattare gli schiavi cristiani dagli infedeli, assistere i carcerati, liberare i detenuti per debiti e dare alloggio ai pellegrini. Nel 1603 venne redatto lo statuto del Pio Monte con approvazione dapprima del viceré Giovanni Alfonso Pimetel de Herrera, nel 1604, e poi con l'avallo di papa Paolo V, avvenuto quest'ultimo nel 1605.

Lo statuto disciplina e regolamenta da più di quattrocento anni i meccanismi di controllo, gestione dei fondi ed elezione dei governatori dell'ente. Questo si compone di 33 articoli costituenti le cosiddette Capitolazioni e sin dall'origine era finanziato solo da laici. Il buon governo era invece garantito attraverso la rotazione semestrale di sette governatori impegnati nelle diverse opere, al fine di assicurare la massima correttezza nell'uso dei fondi benefici. Questi si riunivano due volte alla settimana nella sala dell'Udienza per stabilire i compiti e come organizzare le attività da svolgere. La camera si componeva di un tavolo a sette lati dove in ogni spicchio era intarsiata la frase Fluent ad eum omnes gentes e un'opera della misericordia che ricadeva sul governatore che sedeva in quella porzione di tavolo e che doveva prendere in carico. Secondo un meccanismo di rotazione semestrale ben definito accadeva che ognuno dei governatori eletti ruotasse di volta in volta per assumere alla fine tutte e sette le attività previste: al primo eletto veniva affidato il compito di visitare gli infermi, dopo sei mesi passava all'attività di seppellire i morti, poi a quella di visitare i carcerati, poi di redimere i prigionieri, di soccorrere i poveri vergognosi, di dare alloggio ai pellegrini e infine, l'ultima carica prevista, di gestire il fondo capitale del Pio Monte.

I sette governatori provenivano dalla nobiltà napoletana ed erano di età superiore ai 25 anni; venivano inoltre eletti ogni tre anni e mezzo. La nomina dei sette governatori avveniva attraverso un meccanismo di votazione che interessava una giunta composta da circa ottanta membri di età superiore ai 18 anni, scelti sempre con particolari meccanismi stabiliti dalle Capitolazioni.

La prima sede di Giovan Giacomo di Conforto (prima metà del XVII secolo)

In un primo momento la sede dell'istituzione fu in una piccola chiesa costruita tra il 1607 e il 1621 da Giovan Giacomo di Conforto, che per il progetto fu pagato 25 ducati. A questo periodo risalgono inoltre le commissioni di tutte le tele che decorano l'interno della chiesa; al 1607 risulta infatti il pagamento di 400 ducati al Caravaggio per l'esecuzione delle Sette opere di Misericordia, dipinto destinato al presbiterio e primo in ordine cronologico di tutto l'ambiente religioso.

L'opera di Caravaggio piacque talmente tanto ai governatori del Pio Monte che nel 1613 gli stessi applicarono una prima condizione al dipinto che lo obbligava ad insistere nella cappella per la quale era stato concepito senza alcuna possibilità di rimozione da tale luogo, neanche per gli anni successivi, e vietandone anche una sua eventuale cessione; successivamente poi una seconda postilla sancì anche il divieto di riproduzione e copia del quadro.

Negli altri sette altari laterali vennero richieste altrettanti opere specifiche raffiguranti una determinata opera misericordiosa: a Giovan Vincenzo da Forli, tra il 1607-08, fu chiesto il dipinto sul Buon samaritano, a Giovanni Baglione fu chiesta nel 1608 la Deposizione di Cristo, a Fabrizio Santafede il San Pietro che resuscita Tabitha, datato 1611 e il Cristo in casa di Marta e Maria, del 1612, a Battistello Caracciolo venne commissionata in cambio di un compenso di 100 ducati la Liberazione di san Pietro nel 1615 e, per ultima, poco posteriore a queste, è infine la tela di Giovanni Bernardo Azzolino raffigurante San Paolino che libera lo schiavo del 1626-30.

Seppur nata con ideologie laiche, il Pio Monte sin dalla sua fondazione ha da sempre instaurato un rapporto "collaborativo" con l'ordine dei Gesuiti, per i quali furono stanziati in più occasioni nel corso del tempo dei fondi per costruire varie strutture da loro gestite. Durante tutto il secondo decennio del Seicento, nonostante i costi sostenuti per la costruzione della sede napoletana, il Pio Monte si dimostrò comunque sin da subito particolarmente attivo nello svolgimento delle attività prefissate, come per esempio ad Ischia, nella zona di Casamicciola, dove sotto la guida dello stesso di Conforto fu realizzato un ospizio che potesse accogliere fino a 300 persone indigenti annue.

La nuova sede di Francesco Picchiatti (seconda metà del XVII secolo)

Nel 1653 la chiesa dell'edificio fu demolita per essere ricostruita integralmente e dal 1658 al 1678 il complesso fu riorganizzato in uno stabile più grande, grazie anche all'acquisto di circa 10 costruzioni limitrofi, in quanto quello precedente divenne insufficiente per le cresciute esigenze dell'ente. Della prima chiesa non si ha alcuna testimonianza dalla quale è possibile carpire quale fosse la sua forma e architettura, tuttavia grazie alla mappa della città di Alessandro Baratta della metà del XVII secolo si evince che questa avesse forma considerevolmente più ridotta rispetto all'attuale, con tetto privo di cupola e con pianta rettangolare, forse con tre cappelle per lato entro le quali erano collocate le tele e l'altare maggiore su quella frontale dov'era il dipinto del Caravaggio.

Il nuovo progetto edilizio fu affidato dopo un primo rifiuto di Cosimo Fanzago, in esubero di lavori già precedentemente accettati, all'architetto Francesco Antonio Picchiatti, che percepì per la stesura del disegno preparatorio un compenso di 30 ducati più altri 80 annui durante tutto il periodo di costruzione. Con il Picchiatti l'edificio del Pio Monte e l'annessa chiesa assumeranno l'aspetto che ancora oggi hanno.

Intanto nel 1666 invece terminarono i lavori della grande cupola della chiesa mentre nello stesso anno furono commissionate ad Andrea Falcone le sculture del porticato esterno, originariamente commissionate a Gianlorenzo Bernini, che però rifiutò per via di altri impegni presi in precedenza, e che in un secondo momento furono girate al Falcone il quale avrebbe dovuto eseguire le statue sotto la supervisione del Fanzago e che invece molto probabilmente compì in piena autonomia, in quanto l'architetto e scultore bergamasco non compare in nessun documento che attesti un suo lavoro all'interno del cantiere. Tra il 1668 e il 1671 inoltre furono completate dal Falcone le due acquasantiere della chiesa, disegnate dal Picchiatti, e le balaustre, gli altari marmorei e gli altri elementi decorativi delle cappelle interne, lavori questi che eseguì con l'ausilio di Pietro Pelliccia. Al 1671 risale anche la Deposizione di Cristo commissionata dietro compenso di 200 ducati a Luca Giordano col fine di sostituire quella del Baglione in cappella, pagata 120 ducati, poi ricollocata all'interno degli ambienti del palazzo del Pio Monte costituenti la quadreria. Nel 1674 furono infine commissionate ancora al Falcone altre quattro sculture da inserire all'interno dell'aula della chiesa, tra le quali un San Gioacchino, un San Giuseppe e due profeti; tuttavia a causa della morte dello scultore, questi riuscì a finire nel 1675 solo la statua del profeta David, che fu poi collocata sullo scalone monumentale che porta alle sale del primo piano del complesso.

Tra il 1678 e il 1680, infine, Bonaventura Presti, allievo del Picchiatti, è documentato all'interno del cantiere per completare le sale al terzo piano.

Attività dal XVIII secolo a oggi

All'inizio del Settecento e fino al 1720 l'edificio fu interessato da lavori di restauro guidati da Giovanni Battista Manni; altri lavori si ebbero poi nel 1763.

Nel 1782 Francesco De Mura donò in eredità all'istituzione 180 dipinti da lui eseguiti e destinati secondo il suo volere ad essere venduti all'asta per aiutare il Pio Monte a far fronte alle opere assistenziali da mettere in atto; delle tele donate ne sono rimaste in sede 33.

A partire dal 1914 il Pio Monte sancisce il divieto assoluto di cessione delle sue opere d'arte e nel 1973 su volontà dell'allora soprintendente dell'ente, Tommaso Leonetti conte di Santo Janni, venne istituita la Quadreria.

Nel 2005 viene invece musealizzato l'intero complesso creando un circuito nel quale entrano a far parte sia la chiesa che le sale del primo piano del palazzo organizzate per l'esposizione di alcuni documenti d'archivio che la collezione pittorica della fondazione.

Tutt'oggi il Pio Monte della Misericordia presta la sua opera di beneficenza per una serie di istituzioni locali; la chiesa è inoltre ancora consacrata.

Pianta del complesso del Pio Monte
Chiesa del Pio Monte
Esterno

L'edificio del Pio Monte insiste a pochi metri dalla scala che conduce alla navata destra del Duomo, di fronte alla reale cappella del Tesoro di san Gennaro e alla guglia dello stesso santo.

La chiesa è inglobata all'interno del palazzo e pertanto è priva di facciata. L'ingresso avviene dunque attraverso un portale sito entro il portico in piperno con cinque arcate che caratterizza la parte inferiore della facciata principale dell'edificio, quest'ultima lunga 33 metri e scandita su tre livelli, dove al pian terreno è appunto il porticato con pilastri di ordine ionico, opera di Salomone Rapi, al primo piano, destinato agli uffici e caratterizzato dal fregio sul fronte recante il versetto del Libro di Isaia «Fluent ad eum omnes gentes» che divenne motto del Pio Monte, i pilastri sono di ordine corinzio e in quello superiore, destinato ai funzionari dell'istituzione, i capitelli sono compositi.

La parete dentro il portico è decorata da un complesso scultoreo raffigurante al centro la Madonna della Misericordia (in corrispondenza della terza arcata) sotto la quale è una targa marmorea su cui è inciso il verso «Civis | concivivm miseriæ crevere in montem | patritiorum pietas | vt prosterneret misericordiæ montem ecitavit | anno M·D·C·I. | deipara protegente piorvm mvnificentia mirifice crevit | egestates mvlta hic opportvna habent avxilia | et ideo hvnc ampliorem locvm mseris | primatvm coetvs erexit | anno MDCLXXI». Ai lati del porticato (sotto la prima e quinta arcata) sono invece entro due nicchie addossate alla parete due figure allegoriche che riassumono le opere di carità corporale. Tutte e tre le statue furono eseguite da Andrea Falcone, figlio del più celebre Aniello, forse su disegno di Cosimo Fanzago.

L'ingresso in chiesa è in linea con la seconda arcata, da destra a sinistra, del palazzo, mentre il portale sulla quarta arcata apre verso un atrio che conduce al cortile interno dell'edificio, al centro del quale è un pozzo seicentesco in piperno mentre tutt'intorno si snodano i corpi di fabbrica destinati alla sede dell'istituzione. Sulla scalinata che conduce al primo piano è infine collocata la statua del Re David di Andrea Falcone.

Interno

La chiesa è a pianta ottagonale con cupola imponente e luminosa e con sei cappelle laterali.

L'interno vede alle pareti decorazioni sobrie in stucco e marmo bianco e grigio. Le sei cappelle laterali, così come il presbiterio, sono caratterizzate da balaustre che delimitano gli ambienti, da altari e da cornici con fregi marmorei, tutte opere di Andrea Falcone e Pietro Pelliccia. Le cappelle si alternano tra le quattro maggiori (all'ingresso, al fronte dell'aula e alle due laterali) e le quattro minori (quelle angolari), dove sopra quest'ultime si aprono delle nicchie entro cui sono dei balconcini ai quali si accede tramite gli ambienti del primo piano del palazzo, mentre sopra l'arco d'ingresso in chiesa si apre un'altra nicchia che consentiva ai governatori di poter ammirare la tela del Caravaggio all'altare maggiore, stando nella sala del coretto, sita sempre al primo piano dell'edificio.

Considerando le geometrie dello spazio interno, delle cappelle laterali, così come della cupola, nel suo insieme la chiesa assume una rilevanza strutturale architettonica assimilabile a quella della vicina reale cappella del Tesoro di san Gennaro, progettata da Francesco Grimaldi nel 1608.

Il pavimento della chiesa è in marmi policromi e cotto, sempre del Falcone; ai lati dell'ingresso sono invece due acquasantiere disegnate dal Picchiatti ma eseguite ancora dal Falcone, particolari per la bizzarria delle forme.

Il presbiterio presenta alle pareti laterali una Sant'Anna del 1665 circa di Giacomo Di Castro e una Madonna della Purità del 1670 circa di Andrea Malinconico, mentre al centro è un altare barocco dietro il quale domina la grande tela del 1607 di Caravaggio raffigurante le Sette opere di Misericordia. Sulla controfacciata sopra la porta d'ingresso è invece collocata una copia fedele del Cristo e l'adultera di Luca Giordano del 1660 circa. Nelle cappelle laterali trovano invece spazio dipinti raffiguranti storie evangeliche utilizzate come allegorie per rappresentare le opere di misericordia corporali singolarmente descritte.

I dipinti a destra sono, dalla prima cappella andando verso il presbiterio: il San Paolino che libera lo schiavo (1626-1630) di Giovanni Bernardino Azzolino, che descrive l'azione di riscattare gli schiavi; il Cristo in casa di Marta e Maria (1612) di Fabrizio Santafede, che identifica il dare ospitalità ai pellegrini; infine il Buon samaritano (1607-08) di Giovanni Vincenzo Forlì, che raffigura l'atto del visitare gli infermi. Le tele di sinistra sono invece, dalla prima cappella andando verso il presbiterio: la Liberazione di san Pietro (1615) di Battistello Caracciolo, che rappresenta l'atto di liberare i carcerati; la Deposizione di Cristo (1671) di Luca Giordano, che racconta l'opera del seppellire i morti; infine il San Pietro che resuscita Tabitha (1611) di Fabrizio Santafede, che descrive le gesta di dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e vestire gli ignudi.

Biblioteca e archivio storico

In un'ala del palazzo si trovano la biblioteca e l'archivio storico del Pio Monte della Misericordia.

La biblioteca è coeva alla fondazione dell'istituzione e si è formata con donazioni e lasciti testamentari. La sala contiene circa 17.000 volumi, in prevalenza libri di storia, meridionalistica, araldica e storia dell'arte.

L'archivio documentaristico è uno dei più ricchi di Napoli e narra attraverso i suoi documenti tutta la storia in dettaglio del Pio Monte. Tra questi sono una copia dell'atto costitutivo del 1602, il documento di approvazione della prima capitolazione del re Filippo III firmato del viceré Giovanni Alfonso Pimentel de Herrera del 1604 e la copia Breve di Papa Paolo V del 1605 con il quale «[...] veniva concesso l'avallo alla costituzione del Pio Monte [...]». Sono inoltre custoditi i contratti stipulati con gli autori che hanno eseguito le tele in chiesa, tutti gli atti di pagamento e di progettazione dei lavori del Picchiatti e il testamento di Francesco De Mura col quale rilasciò all'ente in eredità 180 suoi dipinti da vendere all'asta, così da disporre di capitale per sostenere le attività benefiche.

Quadreria

Dal portale di sinistra nel portico della facciata si accede, salendo al primo piano, agli ambienti storici del complesso, dove trovano alloggio anche le raccolte pittoriche del Pio Monte, considerate una delle più importanti di Napoli.

La Quadreria del Pio Monte della Misericordia si compone di 140 tele, seppur ne sono esposte nelle sale circa 122, che vanno dal Cinquecento all'Ottocento, per lo più frutto di donazioni fatte a beneficio all'ente, tra cui spicca la cospicua collezione lasciata nel 1782 dal pittore Francesco De Mura, che originariamente contava 180 sue opere. Altro importante nucleo di opere d'arte riguarda la donazione proveniente dal patrimonio di Gennaro Marciano, del 1802, e da quello di Maria Sofia Capece Galeota, avvenuta nel 1933.

Nelle sale museali del palazzo sono conservati anche paramenti sacri del XVII e XVIII secolo, altri pezzi di arte applicata, alcuni documenti di archivio ed i mobili originali del complesso, tra cui lo storico tavolo a sette lati usato per le riunioni dei governatori, realizzato da anonimi intagliatori del Seicento e che è esposto nella seconda anticamera, e il finto armadio alla parete della sala del coretto che nasconde un'apertura grazie alla quale era consentito ai governatori di poter ammirare la tela del Caravaggio sull'altare maggiore della chiesa.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via dei Tribunali 253
Orari
Mo-Tu 09:30-14:30; Th-Su 09:30-14:30
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.piomontedellamisericordia.it

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palazzo di Sangro di Casacalenda

Palazzo italiano · Napoli

palazzo di Sangro di Casacalenda

Il Palazzo di Sangro di Casacalenda è un palazzo di Napoli situato in piazza San Domenico Maggiore, in pieno centro storico.

== Storia ==

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Commissionato da Marianna di Sangro, duchessa di Casacalenda e di Campolieto (1710-1773), fu costruito su un'antica fabbrica nella seconda metà del XVIII secolo da Mario Gioffredo e sostituito prima della fine dei lavori da Luigi Vanvitelli.

L'iniziale volontà della duchessa era semplicemente quella di ristrutturare la proprietà, senza perdere definitivamente le vecchie caratteristiche architettoniche del palazzo, come lo scalone interno realizzato da Cosimo Fanzago. Il Gioffredo invece apportò forti modifiche all'edificio, demolendo l'opera del Fanzago e riutilizzando i materiali rinvenuti nel sottosuolo durante i lavori; proprio in questa occasione vennero alla luce alcuni frammenti archeologici come le mura greche risalenti al IV secolo a.C. (oggi visibili in parte alle spalle del palazzo).

A seguito di questi ed altri eventi, Marianna di Sangro decise di non retribuire il lavoro svolto fino a quel momento dall'architetto. Così nel 1761, dodici anni dopo la commissione, i lavori si interruppero del tutto avviando tra le parti una controversia per il mancato pagamento della parcella che perdurò fino agli inizi del XIX secolo. I Di Sangro di Casacalenda occuparono il palazzo fino al 1831, quando a loro prese il posto la famiglia dei Del Balzo.

A giocare a sfavore del Gioffredo furono alcune perplessità circa la bontà dell'esecuzione dell'opera sollevate anche dal Vanvitelli il quale riscontrò nell'opera alcuni difetti strutturali che portarono al danneggiamento dell'edificio. Il Vanvitelli iniziò così nel 1766 i suoi lavori di ristrutturazione del palazzo: egli lavorò soprattutto sul cortile, dove costruì un portico con quattro archi a loro volta sorretti da otto colonne in piperno provenienti dalla chiesa di Santa Maria della Rotonda, rinvenuta durante gli scavi e abbattuta nel 1770.

Nel 1922 l'allargamento di via Mezzocannone impose il taglio di una campata del palazzo. In quell’occasione vennero alla luce numerosi reperti, tra cui i resti della chiesa paleocristiana di Santa Maria della Rotonda, così chiamata per via della sua pianta circolare, e le fondamenta del tempio di Vesta.

Il palazzo è sostanzialmente un'opera di Mario Gioffredo, anche se il Vanvitelli eseguì piccoli ritocchi di finitura, come le balconate e le lesene eseguite nella facciata, che hanno comunque contribuito a determinare l'attuale aspetto finale.

Descrizione

La facciata del palazzo in ordine dorico è caratterizzata da un basamento in piperno su cui s'innalzano le strutture sovrastanti; i portoni sono affiancati da colonne dello stesso ordine in marmo bianco che sorreggono i balconi del piano nobile.

Le finestre del piano nobile sono caratterizzate da timpani alternati curvi e triangolari, mentre tra il piano e quello superiore vi sono piccole finestre quadrate connesse al secondo livello del palazzo. Il palazzo che in origine vedeva esistere due piani, vede posto sopra il cornicione caratterizzato da mensole a rilievo un terzo livello aggiunto solo successivamente (come spesso è accaduto nei palazzi di Napoli).

Nell'interno dell'edificio si trovano affreschi di Fedele Fischetti dei quali tre raffiguranti il Sogno di Alessandro staccati e portati al museo di Capodimonte a seguito dei lavori di demolizione avvenuti nel 1922.

Nel cortile, articolato da archi sorretti da colonne e pilastri, c'è la maestosa e scenografica scala aperta.

Curiosità

Tra i locali al piano terra del palazzo ha sede la plurisecolare pasticceria napoletana Scaturchio, produttrice del Ministeriale.

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Palazzo Doria d'Angri

Palazzo · Napoli

Palazzo Doria d'Angri

Il palazzo Doria d'Angri è un edificio di valore storico e architettonico di Napoli situato in piazza Sette Settembre (già largo dello Spirito Santo), lungo via Toledo, dinanzi al palazzo Carafa di Maddaloni.

== Storia ==

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L'edificio fu eretto su commissione di Marcantonio Doria su due precedenti abitazioni cinquecentesche acquistate dal principe nel 1749 una e nel 1755 l'altra, prende il nome Angri perché il principe aveva il suo feudo nell'omonima città campana. Nel 1760 venne demolito il complesso più grande preesistente, ma in quell'anno il Doria morì e l'idea di realizzare il palazzo di famiglia passò perciò al figlio Giovanni Carlo che incaricò del progetto l'ormai anziano Luigi Vanvitelli.

Avviati i lavori, dopo la morte del Vanvitelli avvenuta nel 1773 i progetti passarono a Ferdinando Fuga prima, poi a Mario Gioffredo e infine a Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, a cui si deve sostanzialmente la configurazione attuale dell'edificio.

Nel 1778 i lavori si fermarono poiché una parte del fabbricato in costruzione usciva lievemente dal lotto originario: ciò causò una lite con il marchese Polce che aveva un terreno in fitto in quel punto. Il Doria ottenne da lì a poco comunque quel suolo così da completare il prospetto del palazzo apponendovi le quattro colonne del portale.

Durante la costruzione si ebbe l'idea di realizzare anche un portale laterale che dava su via Toledo, ma i lavori si fermarono alla sola progettazione da parte dell'ingegnere Gaetano Buonocore. Di fatto un secondo ingresso fu posto invece nella facciata posteriore dell'edificio, di fronte al monumentale palazzo Carafa di Maddaloni. Ulteriori interventi furono poi fatti intorno al primo trentennio dell'Ottocento da Antonio Francesconi, attivo in quel periodo anche nell'altro edificio di famiglia, villa Doria a Posillipo, il quale adattò gli ambienti all'uso abitativo.

Nel 1860 il palazzo divenne famoso perché il 7 settembre Giuseppe Garibaldi annunciò dal balcone dello stesso l'annessione del Regno delle Due Sicilie a quello d'Italia.

Nel 1940 la notevole collezione di Marcantonio Doria conservata nel palazzo, che comprendeva ceramiche, arti applicate e dipinti, tra cui alcuni di Van Dyck, Rubens ed il Martirio di sant'Orsola di Caravaggio, fu scompattata e venduta all'asta; in questa occasione la tela del Merisi fu acquistata dalla banca commerciale italiana esponendola nella storica sede napoletana di palazzo Zevallos. Durante la seconda guerra mondiale il complesso subì alcuni danneggiamenti, soprattutto nella parte superiore della facciata principale, perdendo così sei delle otto sculture che abbellivano il cornicione superiore dell'edificio e il grande stemma nobiliare della famiglia Doria posto sopra il finestrone del piano nobile. Le decorazioni delle sale interne al piano nobile, invece, sono in gran parte scampate ai bombardamenti.

Nel biennio 2021-2022 si è messo mano all'attesissimo restauro di tutti i prospetti esterni.

Descrizione

Il palazzo ha una pianta trapezoidale, con la facciata rivolta verso il largo; la facciata è in marmo bianco suddivisa in tre ordini ed è scandita dalla presenza del portale affiancato da colonne doriche che sorreggono, insieme a dei possenti mensoloni, l'aggettante balcone.

Il piano superiore è scandito dalla presenza di semicolonne e lesene ioniche che inquadrano tre finestre con cornici marmoree. La balaustra superiore, che oggi risulta in parte danneggiata, ospitava quattordici statue di cui otto sulla facciata principale al di sotto delle quali era al centro il grande stemma dei Doria; oggi rimangono tuttavia solo due sculture a destra e un pezzo di ghirlanda dello stemma. Dall'acquarello di Franz Wenzel Schwarz che riprende la scena dell'Ingresso di Garibaldi a Napoli, esposto presso il Museo civico di Castel Nuovo, è possibile inoltre notare anche quello che era l'aspetto originario dell'edificio, prima dei danneggiamenti subiti durante la seconda guerra mondiale. Le due facciate laterali che danno su via Sant'Anna dei Lombardi e via Toledo sono più semplici e dispongono di finestre con timpani alternati. La facciata posteriore, che fronteggia il palazzo Carafa di Maddaloni, ha invece un portale modesto che fu chiuso poco dopo la sua costruzione, a causa della diatriba tra i Carafa e i Doria sul passaggio dei carri.

I cortili interni sono due: uno di forma esagonale, simile concettualmente a quello ottagonale di palazzo Serra di Cassano, ma più stretto ed elevato nella forma; l'altro cortile invece è di forma rettangolare. Questi due spazi aperti sono collegati tra loro da un passaggio con volte, mentre collegano a loro volta i due rispettivi ingressi tramite lunghi androni. L'intera prospettiva risulta essere a mo' di "cannocchiale ottico", tecnica architettonica tipica del Vanvitelli, riscontrabile anche in altre sue opere come per esempio nei giardini della reggia di Caserta.

Gran parte dell'interno è impreziosito con decorazioni tipiche dei palazzi nobiliari settecenteschi di Napoli; sono infatti presenti affreschi e tele di Fedele Fischetti, tra i più attivi pittori locali in questo senso, che con la collaborazione di Alessandro Fischetti e Costantino Desiderio eseguì il grande affresco nella volta della galleria, dov'è il Trionfo di Lamba Doria nella battaglia di Curzola. Al Desiderio è invece attribuita l'Aurora posta nel boudoir, ospitante anche le cariatidi in stucco che furono realizzate dallo scultore Angelo Viva. Altri ambienti settecenteschi come il gabinetto degli specchi, la cui camera da letto ospita tre dipinti di Francesco Solimena e decorazioni di Girolamo Starace, conserva affreschi di Giacinto Diano, che lavorò inoltre anche nella galleria del secondo quarto nobile. La cappella privata del piano nobile è infine decorata da pitture di Giovanni Maria Griffon.

Nell'insieme il palazzo si presenta con uno stile collocabile tra il tardobarocco ed il neoclassico.

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Palazzo del Panormita

Palazzo · Napoli

Palazzo del Panormita

Il palazzo del Panormita è un edificio di interesse storico ed architettonico di Napoli e rappresenta uno dei migliori esempi rinascimentali insieme al palazzo Carafa e al palazzo Marigliano. Fronteggia il palazzo Capomazza di Campolattaro.

Il palazzo sorge lateralmente al largo corpo di Napoli, su via Nilo, in una zona la cui strada era definita de Bisi, che deriva dal napoletano mpisi, termine che indicava la gente da impiccare che passava di lì; il Panormita (palermitano), noto letterato italiano, si fece erigere la propria abitazione in quel punto della città, affidando il progetto all'architetto ed imprenditore Giovanni Fillippo De Adinolfo, alla morte del quale subentrarono Giovanni Francesco Mormando e Giovanni Francesco Di Palma che, agli inizi del Cinquecento, completarono l'opera.

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Nel Seicento venne venduto ai discendenti del Beccadelli, cioè ai Capece Galeota; durante il padronato dei Capece il palazzo non ebbe grandi modifiche strutturali, ma venne affrescato modestamente.

La facciata poggia su un basamento in piperno con aperture regolari, mentre il resto è composto da una griglia in piperno che inquadra le finestre inserite nella struttura muraria in opus reticulatum.

Le finestre del mezzanino sono a tutto sesto, con arco poggiante su pilastri con capiltello; quelle del piano nobile sono rettangolari con trabeazione che funge da cornice; infine, tra il primo piano e il secondo si trova un imponente cornicione oltre il quale si aprono le finestre ad arco del secondo piano.

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Palazzo Marigliano

Palazzo · Napoli

Palazzo Marigliano

Il palazzo Marigliano o anche palazzo di Capua è un palazzo di Napoli: si innalza in via San Biagio dei librai ed ospita la sede della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania.

== Storia ==

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Il palazzo fu costruito tra il 1512 e il 1513 su commissione di Bartolomeo di Capua, principe di Riccia e conte di Altavilla; il progetto venne affidato a Giovanni Francesco Mormando che realizzò un pregevole esempio di architettura rinascimentale napoletana. L'edificio divenne possedimento dei conti di Saponara e della famiglia Marigliano.

Tra il XVIII e il XIX secolo furono apportate sostanziali modifiche: la realizzazione del cortile settecentesco, impostato su due diverse quote collegate da una pregevole scala a doppia rampa, precedette le trasformazioni ottocentesche che portarono all'apertura di alcune botteghe in facciata e alla sostituzione, presso il portale d'ingresso, dei pilastri ionici con un'esile e semplice fascia di marmo.

Nell'atrio sono presenti due iscrizioni: una, alla sinistra dell'ingresso e parzialmente erosa, ricorda che nel palazzo visse Costanza Chiaramonte, moglie del re Ladislao d'Angiò-Durazzo e poi del principe Andrea di Capua; l'altra, a destra, ricorda la congiura di Macchia del 1701, ordita nel palazzo.

Architettura

La facciata è impostata su tre ordini poggiati sul basamento in piperno in cui sono state aperte le botteghe; il primo ordine è caratterizzato da semplici aperture rettangolari, il secondo, invece, da finestre ad arco tutto sesto poggianti su pilastri con ordine architettonico e distanziate da lesene composite scanalate.

Nel piano nobile, corrispondente con il terzo e ultimo ordine, ci sono cinque finestre con cornici marmoree e architravi con decorazioni a dentelli e ovuli; particolare è la scritta memini che ritroviamo su di esse e sul portale cinquecentesco.

Nel cortile interno, della struttura originaria è rimasto solo il portale della scala, che ripete la stessa decorazione degli esterni; il resto del cortile assume l'aspetto barocco determinato dalle decorazioni e dai rimaneggiamenti apportati nel corso del Settecento.

Nell'interno sono ancora conservate alcune parti della dimora rinascimentale come le travi lignee decorate, resti di affreschi nella cappella gentilizia, un capino cinquecentesco e alcune porte decorate.

Opere d'arte

Negli ambienti del piano nobile ci sono resti di affreschi di Francesco De Mura.

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Palazzo Sanfelice

Palazzo · Napoli

Palazzo Sanfelice

Il Palazzo Sanfelice è un palazzo monumentale di Napoli ubicato nel Rione Sanità.

== Storia e descrizione ==

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Tra il 1724 e il 1728, Ferdinando Sanfelice progetta la propria abitazione e per la sua famiglia in una zona fuori dalle mura, in un luogo più salubre rispetto all'affollatissimo centro. Il Sanfelice progetta il palazzo accanto ad un preesistente edificio acquistato dai Sanfelice, che quindi viene inglobato nel progetto della sua maestosa residenza. Sui portali gemelli in piperno e marmo sono apposte targhe settecentesche tra le sirene e il balcone del primo piano.

Sul portale dell'abitazione realizzata e progettata dall'architetto napoletano c'è questa lapide:

mentre su quello del palazzo da lui acquistato e ristrutturato c'è quest'altra:

La facciata, scandita dalle aperture delle sette finestre decorate con stucchi, si alza per due piani. Il piano nobile alterna finestre con timpani piatti dove sono i balconi e timpani tondi e/o triangolari dove sono solamente finestre; al secondo piano invece ci sono decorazioni con il sesto arcuato verso l'esterno, dove al centro ci sono tondi con busti.

Notevoli sono i cortili che fungono da scenografia insieme alle scale.

Il primo cortile è a pianta ottagonale e permette di accedere al vestibolo con resti di affreschi di stemmi nobiliari dei proprietari; nel cortile c'è una scala sanfeliciana che ripercorre l'inclinazione delle pareti ottagonali.

Il secondo cortile, di pianta rettangolare, ha una semplice scala sanfeliciana ad ali di falco che fa da proscenio al giardino retrostante.

Nell'interno c'erano affreschi di Francesco Solimena e nella cappella privata sculture di Giuseppe Sammartino che oggi sono scomparse, ma sono attestate dalle guide settecentesche della città.

Curiosità

Sulle scale all'ingresso si nota la copertura degli scalini con pietra di Lavagna inserita dal Sanfelice in onore della moglie originaria proprio dal paese di Lavagna in Liguria.

Il primo cortile con la famosa scala aperta fu utilizzato per l'ambientazione del film Questi fantasmi, versione cinematografica del 1967 della commedia Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo.

È stato inoltre teatro di altri film come Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, Gegè Bellavita di Pasquale Festa Campanile, Piedone lo sbirro di Steno e, nel settembre 2011, sono qui state effettuate alcune riprese della miniserie Pupetta - Il coraggio e la passione con Manuela Arcuri andato in onda in prima TV nel giugno 2013. Inoltre sono state girate alcune scene della terza serie di Gomorra - La serie e alcune scene del film 5 è il numero perfetto. Nel 2019 vi sono state girate le scene finali de Il sindaco del rione Sanità, film di Mario Martone ispirato all'omonima commedia di Eduardo De Filippo.

Nel terzo atto de La gatta Cenerentola di Roberto De Simone la scenografia è ispirata a questo palazzo.

Sempre in questo stabile nell'estate del 2020 sono avvenute alcune riprese della serie televisiva Mina Settembre per essere qui stato ambientato il consultorio dove la protagonista lavora. L'edificio è citato anche nel film per la televisione Carosello Carosone, del 2021. Nel 2023 l'edificio è stato visibile nel primo episodio - seconda stagione - della serie televisiva Il commissario Ricciardi, dove è ambientato l'alloggio dell'usuraio Gennaro Luise.

Il Palazzo Sanfelice è anche visibile nella sigla d'apertura della longeva soap opera Un posto al sole, appunto ambientata a Napoli.

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complesso dell'eremo dei Camaldoli

Monastero · Napoli

complesso dell'eremo dei Camaldoli

Il complesso dell'Eremo dei Camaldoli è un monumentale complesso storico ed artistico di Napoli; si erge sulla collina dei Camaldoli, ricade nel quartiere Arenella, al confine con quello di Pianura.

Dall'eremo si gode un panorama suggestivo sul golfo di Napoli e i monti circostanti. Un panorama che spazia dalle isole d'Ischia, Capri e Procida, alle isole pontine (Ventotene e Ponza), alla costa laziale meridionale, al promontorio del Circeo (nella provincia di Latina, Lazio), ai monti del massiccio del Matese che separa la Campania dal Molise.

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Storia

Venne fondato nel 1585 da Giovanni d'Avalos, figlio di Alfonso III d'Avalos. Fu eretto sul luogo dove già esisteva un’antica cappella fondata da San Gaudioso, intorno al 439 d.C., e dedicata alla trasfigurazione di Gesù Cristo, per cui l’Eremo è intitolato al SS. Redentore. Un grande arco è custode del vano d'ingresso, in alto, c'è lo stemma dei Camaldolesi; e da qui si accede poi alla chiesa, costruita sulle rovine dell'antica cappella; quest'ultima è affiancata dalla grande torre campanaria e da un belvedere suddiviso in due aree, la prima per i monaci e l'altra per i visitatori.

Il complesso, durante l'arco della sua storia, è stato soppresso due volte: la prima per volere di Napoleone nel 1807 e la seconda per volere dei Savoia nel 1866. Nel 1885, l'eremo ritornò ad essere gestito dai Benedettini Camaldolesi. Attualmente il complesso è retto dalle suore brigidine.

L'edificio è stato progettato da Domenico Fontana ed è grazie a lui se la struttura religiosa presenta caratteristiche tardo-rinascimentali.

La chiesa

Alla chiesa si accede da un bel portale in pietrarsa; il tempio, oltre ad avere testimonianze cinquecentesche, è anche marchiato dagli interventi barocchi.

L'interno è composto da una sola navata e da sei cappelle laterali. L'altare maggiore con il fastoso ciborio venne progettato da Cosimo Fanzago. La volta della navata e quella del coro presentano affreschi di Angelo Mozzillo.

L'Ultima Cena collocata sopra la porta d'ingresso reca la firma di Massimo Stanzione, mentre la Trasfigurazione posizionata alle spalle dell'altare maggiore è attribuita da alcuni a Federico Barocci. Le opere pittoriche visibili nelle cappelle laterali sono di: Agostino Tesauro, Ippolito Borghese, Antiveduto Gramatica, Luigi Rodriguez, Fabrizio Santafede, Giovanni Bernardino Azzolino, Cesare Fracanzano; mentre le varie sculture in stucco che si ammirano lungo la navata sono del sammartiniano Salvatore Di Franco. Tra gli ambienti adiacenti alla chiesa è degna di menzione la Sala del Capitolo, la quale è impreziosita da affreschi e tele di Evangelista Schiano.

Sulla sinistra della struttura religiosa vi sono le sedici celle monastiche, con gli orti e i giardini. L'eremo, inoltre, possiede una fornita biblioteca, una foresteria ed un refettorio.

Il complesso che si erge sulla collina più alta della città, offre quindi stupende vedute del Golfo di Napoli.

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Palazzo Orsini di Gravina

Palazzo · Napoli

Palazzo Orsini di Gravina

Il palazzo Orsini di Gravina è un elegante esempio di architettura rinascimentale di derivazione toscana e romana a Napoli; dal 1936 è la sede centrale della Facoltà d'Architettura dell'Università degli Studi "Federico II".

== Storia ==

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Le origini dell'edificio risalgono al 1513, quando Ferdinando Orsini, duca di Gravina in Puglia, acquistò, per poco più di cento ducati, un terreno di proprietà della basilica di Santa Chiara. È un palazzo gemello al palazzo ducale degli Orsini di Gravina posizionato in Piazza della Repubblica a Gravina in Puglia.

Il progetto fu affidato al noto architetto partenopeo Gabriele d'Agnolo, attivo nella prima metà del XVI secolo. Nel 1528, durante l'edificazione del palazzo, il Duca venne graziato da Carlo V d'Asburgo, affinché l'immobile non venisse confiscato da Filiberto di Chalon, che all'epoca era il viceré del Regno di Napoli. Tra il 1548 e il 1549 Giovanni Francesco Di Palma effettuò alcuni disegni delle targhe marmoree della famiglia Orsini e alcune imposte e finestre del fabbricato; nel frattempo venne completato il tetto, mentre, con la morte del duca, il palazzo passò agli esponenti della famiglia Orsini.

Dopo questi passaggi di proprietà immobiliare a vari esponenti della casata (1672), il palazzo arrivò nelle mani di Domenico Orsini, che lo ebbe solamente dopo la rinuncia del fratello papa Benedetto XIII; costui, al secolo si chiamò Pietro Francesco Orsini e vestiva con abiti religiosi domenicani.

Nel 1742 Benedetto Orsini, cardinale e ambasciatore del Re in Vaticano, fece realizzare alcuni restauri-abbellimenti affidando i lavori all'architetto Mario Gioffredo che produsse il pregevole portale d'ingresso; tra il 1765 e il 1781 le sale sia del piano ammezzato che del nobile furono affrescate da un gran numero di importanti pittori locali come Francesco De Mura, Giuseppe Bonito, Fedele Fischetti, Jacopo Cestaro, Crescenzo Gamba, Alessio D'Elia, Gaetano Magri e Nicola Antonio Alfano (pagina 5592). Nel 1799 il palazzo venne requisito dai francesi per farne l'abitazione del generale Thiébault.

Il XIX secolo fu un periodo poco felice per l'edificio, poiché venne espropriato ed acquistato dal conte dei Camaldoli Giulio Cesare Ricciardi. Questi affidò la ristrutturazione quasi completa del fabbricato all'architetto Nicola d'Apuzzo, che trasformò radicalmente la struttura, tanto da subire le critiche degli intellettuali dell'epoca, le quali non frenarono però il Ricciardi e il suo addetto ai lavori, avendo anche il nulla osta da Ferdinando II delle Due Sicilie e dal Consiglio Edilizio. In questa serie di trasformazioni furono aperte delle botteghe nella facciata principale, rompendone così la continuità originale, vennero eliminati i busti sulle finestre per realizzare balconi ed il complesso venne appesantito con la realizzazione del secondo piano.

Il 15 maggio 1848 venne distrutto da un incendio che creò non pochi danni alle strutture: l'anno successivo fu necessario ricostruirlo affidando i progetti a Gaetano Genovese e all'ingegnere del regno Benedetto Lopez-Suarez. L'intervento mirava ad un utilizzo pubblico, infatti, il Genovese alterò definitivamente la planimetria aggiungendo il quarto lato e rivestì in piperno i basamenti delle facciate laterali, inoltre vennero ricostruite le scale, ecc.

Prima dell'Unità d'Italia divenne sede dell'ufficio delle tasse. Dopo l'unificazione fu adibito ad ufficio postale. In quel periodo vi lavorarono due grandi personalità del primo Novecento napoletano: la scrittrice Matilde Serao come telegrafista, prima di diventare un'importante scrittrice e giornalista a fianco di Eduardo Scarfoglio; E. A. Mario, che lavorava presso lo sportello delle raccomandate prima di diventare un notissimo paroliere in Italia e fuori, scrivendo tra l'altro La canzone del Piave.

Nel 1933 fu nuovamente restaurato da Alberto Calza Bini, coadiuvato da Vittorio Amicarelli all'epoca ancora studente della neonata facoltà di Architettura e da Camillo Guerra, come strutturista, che provvide al rinforzo delle fondamenta realizzando sottofondamenta in calcestruzzo armato; in più, venne eliminato il secondo piano.

Il palazzo

Il palazzo presenta una planimetria generale quadrangolare che si eleva sul piano nobile e piano terra; della struttura cinquecentesca rimane solamente il lato della facciata che è scandita dal ritmo delle bugne a cuscino del piano terra e dalle lesene composite in piperno, intervallate dalle aperture delle cornici in marmo delle finestre. Su ogni finestra vi è un tondo con il busto degli Orsini realizzati da Vittorio Ghiberti agli inizi del XVI secolo. Nell'interno si nota la controfacciata in piperno e marmo del XVI secolo, mentre, gli altri lati sono d'imitazione. Ancora all'interno sono presenti i resti degli affreschi settecenteschi staccati; infine nel cortile vi è una pregevole fontanella.

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Palazzo Venezia

Palazzo · Napoli

Palazzo Venezia

Il palazzo Venezia (o anche palazzo Capone San Marco) è un palazzo storico di Napoli situato lungo il decumano inferiore.

Il palazzo è la testimonianza storica di un insieme di relazioni politiche ed economiche, durate oltre 400 anni, che intercorrevano tra l'allora Repubblica di Venezia e il Regno di Napoli.

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Storia

Il palazzo, che fino ad allora era di proprietà dei Sanseverino di Matera, fu donato da re Ladislao I di Napoli alla Serenissima Repubblica di Venezia intorno al 1412 con lo scopo di essere utilizzato come abitazione per gli ambasciatori e i consoli generali a Napoli.

In un diploma di concessione al doge Michele Steno si attesta la posizione dell'immobile nei pressi delle abitazioni di tale Giovanni Brancaccio (detto Guallarella), nelle vicinanze del giardino della chiesa di San Domenico Maggiore e sul tratto centrale di Spaccanapoli oggi dedicato a Benedetto Croce. Dalla descrizione del diploma di concessione si deduce che il palazzo aveva un'estensione dal convento di San Domenico fino ai terreni sui quali, nel 1512, fu ricostruito ed ampliato palazzo Filomarino.

Il palazzo visse il momento di massimo splendore tra il XV secolo e il XVI secolo. Nel 1443 Alfonso d'Aragona ribadì la concessione dello stabile alla Repubblica di Venezia, cacciando quindi Amerigo Sanseverino, conte di Capaccio, che occupò l'edificio rivendicandone un diritto di eredità in occasione della fuga dei diplomatici della Serenissima a causa del conflitto di successione al trono di Napoli tra Renato d'Angiò e Alfonso V. A metà del Cinquecento lo stabile cadde in completa rovina ed un certo Giuseppe Zono, per decreto del senato veneto, s'incaricò di restaurarlo ed abbellirlo nel 1610. Lo stesso Zono fece apporre una lapide in latino sul restauro effettuato.

Il palazzo fu restaurato nuovamente nel 1646 su volontà di Pietro Dolce, come testimonia una seconda lapide apposta nel cortile, da Cosimo Fanzago e Bartolomeo Picchiatti e proprio a questo periodo risalgono probabilmente i lavori di realizzazione dello scalone monumentale, poi ampliato nel corso degli inizi del Settecento. Durante la peste del 1656 il palazzo fu abbandonato dagli ambasciatori veneti e pertanto utilizzato come deposito di cadaveri. Dopo il disastroso terremoto del 5 giugno 1688 il palazzo, gravemente danneggiato dal sisma, venne completamente ristrutturato da Antonio Maria Vincenti.

Un'altra lapide ricorda un successivo rimaneggiamento dovuto a Cesare Vignola, mentre un'ulteriore iscrizione riporta che il Vignola fu incaricato dalla Repubblica di San Marco di far rifare il giardino pensile. Nel 1756 avvenne infatti la cessione di un'ala dell'edificio, occupata dai giardini, al principe Filomarino di Roccella, proprietario dell'attiguo palazzo Filomarino. Nel 1797 poi il palazzo cessò di essere sede dell'ambasciata veneta a Napoli.

Nel 1816 lo stabile entrò nelle proprietà dell'Impero austriaco a seguito del Trattato di Campoformio prima e del congresso di Vienna poi; successivamente fu quindi ceduto al giurista Gaspare Capone, che dopo averlo acquistato per 10.350 ducati provvide ad inserire ancora una lapide in ricordo di un ennesimo rifacimento che aveva il fine di adeguare la struttura alle tendenze artistiche dell'epoca. A questo periodo risalgono i rifacimenti dei giardini e l'edificazione della casina pompeiana al piano nobile, mentre sulla volta dell'androne dopo il portale d'ingresso esterno fu dipinto lo stemma del marchesato dei Capone. Successivamente Clotilde Capone sposò il Duca Leonardo Tixon di Vidaurres, che nella sua carriera di militare fu destinato anche a Massaua (Mar Rosso) fra gli anni 1887/1889. Attualmente la proprietà del palazzo Venezia è ancora della famiglia Tixon.

Descrizione

L'ingresso al palazzo avviene attraverso un portale in pietra di piperno dallo stile semplice seguito da un atrio a volta ribassata sulla quale è dipinto lo stemma della famiglia Capone.

Nel cortile si nota una struttura impostata su tre facciate: quella centrale presenta un profilo ribassato rispetto alle due laterali e segna l'ingresso a quelle che probabilmente dovevano essere le scuderie. Lo scalone monumentale invece si sviluppa in tutta la sua altezza sul lato sinistro del cortile, assumendo uno dei tipici impianti architettonici che caratterizzano le scale degli edifici della città, ossia vedendo lo snodo di tre rampe che si affacciano sul cortile interno attraverso l'apertura di archi a tutto sesto, di cui quelli centrali leggermente più ampi di quelli laterali, che seguono l'andamento della scalinata. Lungo le pareti del cortile e dello scalone monumentale sono inoltre poste diverse targhe che rimembrano le storie legate ai rifacimenti e ai passaggi di proprietà del palazzo.

Le decorazioni ad affresco degli ambienti interni si sono pressoché tutte perdute, mentre rimane di particolare interesse il giardino pensile con la casina pompeiana al primo piano, costruzione aggiunta in epoca neoclassica caratterizzata da una facciata scandita in tre campate intervallate da coppie di colonne doriche con un ampio timpano soprastante, su cui si apre nei giardini antistanti anche una piccola cappella denominata "grotta della Madonnina", mentre alle spalle della casina si stendono altre aiuole.

Attività culturali

Parte dell'edificio al primo piano è oggi visitabile gratuitamente come appartamento storico fungendo anche come sede di mostre permanenti o temporanee di arti applicate (presepi, porcellane ecc.); ospita inoltre stabilmente una rassegna di musica classica concepita per la divulgazione del patrimonio musicale ed il sostentamento delle attività svolte presso il palazzo stesso in forma di autofinanziamento. L'imprenditore napoletano Gennaro Buccino ha riaperto al pubblico le sale del palazzo in occasione del "Maggio dei monumenti 2009" e le ha poi adibite all’organizzazione di serate, eventi musicali e mostre con lo scopo di promuovere la cultura, la tradizione, così come l’ingresso di nuovi artisti nel panorama partenopeo attraverso l'esposizione nel palazzo delle loro opere.

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Palazzo Zevallos

Museo privato · Napoli

Palazzo Zevallos

Palazzo Zevallos Stigliano (o palazzo Colonna di Stigliano) è un edificio monumentale di Napoli ubicato lungo via Toledo.

Il palazzo dal 1999 fino al 3 aprile 2022 è stato sede delle Gallerie d'Italia - Napoli, facente parte delle Gallerie d'Italia di proprietà del gruppo Intesa Sanpaolo. Le Gallerie d'Italia - Napoli dal 21 maggio 2022 sono ospitate nella nuova sede in via Toledo 177, presso il Palazzo del Banco di Napoli.

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Storia

Il palazzo fu eretto tra il 1637 e 1639 da Cosimo Fanzago su commissione di Juan de Ceballos y Nicastro (1592-1656; anche noto in italiano come Giovanni Zevallos), che volle un palazzo nobiliare su via Toledo, non riuscendo a costruirne uno nei vicini quanto affollati Quartieri Spagnoli. Juan era un importante mercante e banchiere napoletano di origini cantabriche (il padre era nativo di Vejorís, località situata nell'odierno comune di Santiurde de Toranzo, ma si era trasferito a Napoli in giovane età sposando l'italiana Angela Nicastro), successivamente entrato nell'amministrazione del viceregno napoletano acquistando diverse redditizie cariche venali, ottenendo inoltre nel 1639 la città di Ostuni con il titolo ducale.

Juan de Ceballos y Nicastro entrò in possesso dell'edificio nel 1639 dopo la fine dei lavori. Il palazzo venne tuttavia gravemente danneggiato nel corso dei moti insurrezionali del 1647. A causa delle successive difficoltà economiche del Ceballos, nel 1653 il palazzo fu ceduto definitivamente a Jan van den Eynde, mercante e collezionista d'arte fiammingo, padre dell'aristocratico e mecenate Ferdinando. Sotto il casato dei Van den Eynde, con l'ausilio anche del connazionale ed amico Gaspar Roomer, anch'egli importante commerciante fiammingo, mecenate e collezionista d'arte, attivo a Napoli nel XVII secolo, il palazzo si arricchì di una importante e vasta collezione d'arte, oggi smembrata e dispersa per i musei e collezioni private del mondo, che comprendeva opere di: Leonard Bramer, Giacinto Brandi, Jan van Boeckhorst, Gerard van der Bos, Jan Brueghel il Vecchio, Paul Bril, Viviano Codazzi, Jacques Duyvelant, Aniello Falcone, Guercino, David de Haen, Pieter van Laer, Jan Miel, Cornelis van Poelenburch, Cornelis Schut, Goffredo Wals, Bartolomeo Passante, Mattia Preti, Peter Paul Rubens (di cui è celebre il Banchetto di Erode ora alla Scottish National Gallery di Edimburgo), Carlo Saraceni, Massimo Stanzione, Antoon van Dyck, Simon Vouet, Pieter de Witte ed altri.

Dall'unione tra Ferdinando van den Eynde, I marchese di Castelnuovo e Olinda Piccolomini nacquero tre figlie, delle quali due si sposarono con esponenti di importanti casate nobiliari di Napoli: Giovanna, con il principe di Sonnino, don Giuliano Colonna di Stigliano, ed Elisabetta, con don Carlo Carafa, marchese di Anzi. Conseguentemente al primo matrimonio il palazzo passò nel 1688 alla famiglia Colonna di Stigliano. Durante tutto il XVII secolo, il palazzo vide importanti restauri e modifiche sia degli ambienti interni che della facciata principale. Spicca rispetto al primo palazzo dei Zevallos il fastoso portale d'ingresso eseguito dal Fanzago. Altra commissione importante in questo periodo fu quella affidata a Luca Giordano, direttamente contattato da Giuliano Colonna, che eseguì nel palazzo un ciclo di affreschi per abbellire gli ambienti interni. Successivamente vi eseguirono affreschi anche Paolo De Matteis e Giacomo del Pò .

Durante la prima metà del XIX secolo, a causa di alcuni dissidi interni alla famiglia Colonna di Stigliano, il palazzo viene smembrato, frazionato in più parti e ceduto in fitto ad inquilini diversi che non avevano alcun legame con l'originaria famiglia proprietaria. Le decorazioni di Giordano si persero in questo contesto e con esse anche tutto il prestigio dell'edificio su tutta via Toledo che, nel frattempo, vide accrescere notevolmente il numero di edifici nobiliari che abbellivano quella che era divenuta oramai la strada più importante della città. Diversi furono gli acquirenti che si impossessarono di una porzione del palazzo: al banchiere Carlo Forquet andò il primo piano nobile; al cavaliere Ottavio Piccolellis andarono due appartamenti del piano ammezzato; le restanti parti invece, furono messe in vendita solo dopo alcuni anni. Il palazzo in questo periodo vide ancora una volta mutare prepotentemente la sua architettura, grazie agli interventi neoclassici di Guglielmo Turi. La fetta più importante del palazzo, oggi visitabile al pubblico, fu acquisita dai Forquet, i quali vollero per il loro nuovo appartamento un importante ciclo di decorazioni e di stucchi per abbellire lo scalone principale e le sale del primo piano. In questa occasione furono chiamati a lavorare Gennaro Maldarelli e Giuseppe Cammarano, molto attivi entrambi in quegli anni nelle decorazioni dei palazzi nobiliari della città, tra cui a villa Pignatelli ed al palazzo Reale.

Alla fine del XIX secolo, la quota dei Forquet fu acquistata dalla Banca Commerciale Italiana e le restanti parti furono prelevate non prima del 1920. In questa data, l'edificio ritornò ad essere, dopo quasi un secolo, un unico palazzo. In quest'occasione fu incaricato l'architetto Luigi Platania di adeguare la struttura alla nuova destinazione d'uso; risale infatti a questi lavori la chiusura del cortile interno con la creazione del grande salone del pian terreno.

Il piano nobile del palazzo ha ospitato dal 1999 al 2022 una delle tre gallerie d'arte appartenenti al gruppo bancario Intesa Sanpaolo, Gallerie d'Italia, composta da circa 120 pezzi tra dipinti e sculture.

Descrizione

Il portale di Cosimo Fanzago è maestoso, tipico delle architetture napoletane, non appena oltrepassato è visibile sulla destra un altro grande stemma nobiliare della famiglia Colonna con una breve incisione su marmo a loro dedicata: lo scudo è uguale a quello posto sopra al portone principale, lasciando così pensare che queste due parti sono state solo successivamente aggiunte.

Subito dopo l'ingresso è il grande salone centrale di Luigi Platania, in stile eclettico, ricavato da un precedente cortile in piperno derivante dall'originario progetto fanzaghiano. Sulle sue pareti sono posti alcuni dipinti murali di Ezechiele Guardascione; la copertura avviene tramite un lucernario vetrato decorato, mentre lo scalone d'onore monumentale, posto a destra, porta al piano superiore ed è decorato con grandi lampade e stucchi dorati di gusto ottocentesco. Sulla volta è un'Apoteosi di Saffo di Giuseppe Cammarano firmato e datato 1832. Le pareti, colorate a fondo verde muschio, sono invece decorate in stampo neoclassico da Gennaro Maldarelli.

Terminato lo scalone monumentale, si aprono in successione le sale che compongono il piano nobile. Tra queste c'è quella degli Amorini, decorata nella volta con decorazioni di fine Ottocento; la sala degli Stucchi, decorata con elementi neoclassici alle pareti; la sala degli Uccelli, anch'essa decorata nella volta con motivi animali e floreali ottocenteschi da cui prende il nome; la successiva sala Pompeiana, che prende il nome dai motivi classicheggianti delle decorazioni a tempera che caratterizzano la volta; e infine la sala della Fedeltà, chiamata così per via della rappresentazione pittorica della virtù sulla volta, che presenta negli elementi decorativi lavori del Cammarano e Maldarelli.

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Palazzo d'Aquino di Caramanico

Palazzo · Napoli

Palazzo d'Aquino di Caramanico

Il Palazzo d'Aquino di Caramanico è un palazzo di Napoli che sorge in via Medina 61, nel quartiere San Giuseppe.

Il palazzo venne eretto nel 1522 da un certo Geronimo Giano su un lotto appartenuto ai Domenicani. Nel 1540 venne acquistato da Filippo di Lannoy che commissionò dei lavori di rifacimento dell'edificio a Giovanni Francesco Di Palma. Dopo altri passaggi di proprietà pervenne nel 1634 a Francesco Ruffo (1596-1643), duca di Bagnara. Dopo il sisma del 1688, Carlo Ruffo (1616-1690), duca di Bagnara e principe di Motta San Giovanni, affidò tra il 1689 e il 1694 il restauro a Francesco Antonio Picchiatti. Nel 1770 Nicola Ruffo (1742-1794) lo vendette ad Antonio D'Aquino (1693-1775), principe di Caramanico e duca di Casoli, che commissionò l'intero rifacimento dell'edificio, dalle fondamenta dissestate da un'alluvione nel 1767, a Ferdinando Fuga. Agli inizi del XIX secolo i D'Aquino scelsero come loro dimora nella capitale un vasto palazzo a via Chiatamone, vendendo l'edificio di via Medina ai Carafa di Noja.

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Presenta una facciata divisa in due parti e decorata da due ordini di lesene.

La parte inferiore è caratterizzata da un portale dalle dimensioni di un arco a tutto sesto con rosta in ferro a raggiera, con ai lati due pilastri scalanati che presentano alla sommità due particolari mascheroni. Sovrasta il portale un grosso timpano arcuato sorretto dai pilastri. Il palazzo è sprovvisto di stemma, sebbene fosse visibile fino a quando passò ai Carafa di Noja lo stemma nobiliare dei D'Aquino.

La parte superiore presenta due piani con finestre balconate. Il primo piano è quello più particolare per la presenza di timpani triangolari con dei mascheroni racchiusi al loro interno, mentre l'ultimo piano mostra una più semplice composizione della cornice delle finestre.

Il cornicione, infine, è sorretto da varie mensole, la maggior parte delle quali è posta in coppia presso la sommità delle lesene.

Alla sinistra del portale è ubicata la storica sartoria Cilento, nata nel 1780, insediatasi nell'attuale sede dal 1820.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Medina 61
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Palazzo Serra di Cassano

Palazzo · Napoli

Palazzo Serra di Cassano

Palazzo Serra di Cassano è un edificio di valore storico e architettonico di Napoli situato sulla collina di Pizzofalcone, in via Monte di Dio, nel quartiere San Ferdinando. Il palazzo prende il nome dalla nobile famiglia napoletana, di origini genovesi, che volle la sua edificazione.

== Storia ed architettura ==

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Il palazzo fu eretto su strutture preesistenti tra gli anni '10 e '20 del XVIII secolo da Ferdinando Sanfelice che, in quegli anni, lavorava anche alla vicina chiesa della Nunziatella. Di particolare rilevanza architettonica risulta essere lo scalone monumentale, imponente e suggestivo, realizzato sempre dall'architetto napoletano, famoso in quegli anni a Napoli per le particolari scalinate d'accesso ai palazzi di sua progettazione (un esempio in tal senso è il palazzo Sanfelice o il palazzo dello Spagnolo).

Il portone storico del palazzo, che collega direttamente l'edificio che affaccia su via Egiziaca con il cortile ottagonale interno, simile a quello di palazzo Doria d'Angri ma più basso e largo, è chiuso dal 1799, in segno di lutto e di protesta per il figlio del principe Serra di Cassano, Gennaro Serra di Cassano, giustiziato in seguito ai fatti della Repubblica napoletana del 1799 nei quali il giovane nobile fu dichiarato partecipante alla rivoluzione. Pertanto, dopo la chiusura dell'antico ingresso orientato verso il palazzo reale di Napoli, l'attuale accesso al palazzo è posto nella parte posteriore dello stesso, su via Monte di Dio.

L'ingresso conduce anch'esso al cortile ottagonale interno, dovuto a Giuseppe Astarita, presente sul cantiere del palazzo per vent'anni, a partire dal 1752, il quale completò la facciata su via Monte di Dio e realizzò quella su via Egiziaca .

A differenza di altre progettate dal Sanfelice, le scale ideate in questo palazzo non sono né aperte né incrociate tra loro, bensì chiuse, a doppia rampa e ad un corpo solo, suscitando molto fascino anche per i contrasti dei colori del piperno e dei marmi bianchi che caratterizzano la struttura.

Nella seconda guerra mondiale venne danneggiato da un bombardamento, ma in seguito venne restaurato al meglio dal duca Francesco Serra di Cassano (1914-1998).

Nel 1960, in concomitanza con le Olimpiadi di Roma, si tenne il più celebre ballo italiano del secolo, il Ballo Serra di Cassano passato alla storia come il Ballo dei re.

Tra il 2021 e il 2025 sono stati restaurati l'intera facciata su via Monte di Dio e i cortili.

Interno

Nel 1983 lo Stato italiano acquisì il grande appartamento ducale dagli eredi dei Serra di Cassano e lo destinò a ospitare l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Al suo interno vi sono più di venti sale che conservano parte degli arredi e delle decorazioni originarie. Tra gli ambienti più rilevanti vanno segnalati: la grande anticamera affrescata dai fratelli Giuseppe e Gioacchino Magri, i quali dipinsero delle prospettive architettoniche sulle pareti e lo stemma di famiglia dentro un drappo cinto da una balaustra sulla volta; il salone degli specchi di circa 280 metri quadrati in passato adibito ai balli; la sala delle quattro stagioni, così chiamata perché Giacinto Diano vi realizzò i sovrapporta di forma ovale che le raffigurano in chiave allegorica, inoltre in essa la volta è affrescata con prospettive archittetoniche raffigurate tramite la tecnica del trompe l'oeil da Giovan Battista Natali (che dipinse sempre con il medesimo stile le volte di altri cinque salotti), mentre alle pareti è collocata una grande tela con il Giudizio di Salomone di Mattia Preti (uno dei pochissimi quadri della Collezione Serra di Cassano rimasti in questo palazzo); e infine la sala dei capitoli nella quale, entro un raffinato apparato decorativo in stucco dorato, fatto di fogliame e ghirlande, ancora il Diano dipinse nella volta, nei quattro ovali agli angoli e nei sovrapporta delle scene che rappresentano le battaglie di Scipione l'Africano.

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Napoli sotterranea

Città sotterranea · Municipalità 1 di Napoli

Napoli sotterranea

Il sottosuolo di Napoli è attraversato da una grande rete di cunicoli, gallerie, acquedotti e spazi scavati ed utilizzati dall'uomo durante la storia della città sin da diversi secoli avanti Cristo fino a pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ed ancora oggi, almeno in parte, visitabili.

I siti del sottosuolo si distinguono dai reperti archeologici sotterranei per la loro origine sotterranea sin dalla realizzazione.

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Napoli è una delle città al mondo con la maggiore densità di cavità artificiali nel sottosuolo urbano: ad oggi sono noti circa 900.000 metri quadrati di cavità, di cui solo due di origine naturale. Questa straordinaria estensione è il risultato di una stratificazione millenaria di interventi umani motivati da esigenze diverse e successive: l'estrazione del tufo come materiale da costruzione, la distribuzione idrica, la sepoltura dei defunti, la difesa militare, fino al rifugio dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale.

La natura geologica del sottosuolo napoletano ha reso possibile e anzi favorito questo sviluppo eccezionale. Il territorio cittadino poggia in larga misura su strati di tufo giallo napoletano, roccia di origine vulcanica formatasi dall'accumulo e dalla compattazione di cenere eruttata dai Campi Flegrei circa 15.000 anni fa. Il tufo è al tempo stesso facile da lavorare con strumenti rudimentali e sufficientemente resistente da formare gallerie autoportanti stabili nel tempo, caratteristiche che lo hanno reso il materiale da costruzione dominante della città storica e che hanno incentivato secoli di estrazione sotterranea intensiva direttamente sotto le abitazioni. La conseguenza diretta è che il sottosuolo e la città in superficie si sono sviluppati in modo interdipendente: ogni palazzo costruito in tufo corrispondeva a un vuoto aperto nel sottosuolo, spesso direttamente al di sotto dello stesso edificio.

Questo legame fisico e storico tra la città sopra e quella sotto ha generato nel tempo una delle più vaste reti di cavità artificiali urbane al mondo, la cui mappatura completa è ancora in corso e probabilmente non sarà mai definitivamente conclusa, poiché nuovi ambienti continuano a emergere in occasione di lavori edilizi, sprofondamenti e campagne di scavo. Il sottosuolo costituisce pertanto non soltanto un patrimonio storico e archeologico di straordinario valore, ma anche una variabile attiva nella vita quotidiana e nella gestione urbanistica della città contemporanea.

Siti noti

Diversi cunicoli sono noti oggi, alcuni di essi sono collegati tra loro, tra i principali vi sono:

Cunicoli del centro storico (accesso in piazza San Gaetano)

Acquedotto greco-romano (connesso dall'accesso di piazza San Gaetano)

Scavi archeologici di San Lorenzo Maggiore (accesso dalla Basilica omonima in Piazza San Gaetano)

Lapis Museum (accesso dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in piazzetta Pietrasanta)

Galleria Borbonica (accesso da via Domenico Morelli)

Acquedotto rinascimentale e Rifugio Antiaereo di Palazzo Serra di Cassano (accesso Via Monte di Dio, 14 connesso alla Galleria Borbonica)

Crypta Neapolitana (accesso da piazza Piedigrotta)

Ipogei ellenistici di Napoli (zone Sanità-Vergini-Foria)

Catacombe di Napoli (accessi vari)

Rifugio antiaereo di Sant'Anna di Palazzo (accesso da vico Sant'Anna di Palazzo)

Museo del sottosuolo di Napoli (accesso da Piazza Cavour, 140)

Grotta di Seiano (accesso da Discesa Coroglio)

Grotta di Cocceio (galleria scavata sotto il monte Grillo, Cuma)

Vi sono diversi percorsi per poter accedere alla rete di ambienti sotterranei e agli ex ricoveri antiaerei. È visibile uno di questi rifugi, in cui si alternano tra cisterne e cave, cunicoli e pozzi, resti del periodo greco-romano e catacombe, ed i passaggi che collegano svariati punti della città anche distanti chilometri sono innumerevoli a Piazza San Gaetano dove è visitabile l'acquedotto greco-romano, e il rifugio di via Sant'Anna di Palazzo, a Chiaia. Gli speleologi continuano a studiare ed ispezionare le cavità e i cunicoli che riaffiorano in occasione di sprofondamenti e/o crolli ed inserirle nel cosiddetto censimento delle cavità cittadine.

Storia delle cavità

Le cavità vennero realizzate per vari scopi, a seconda dei luoghi e dei periodi storici, tuttavia furono diversi i loro utilizzi secondari e successivi che ne segnano fasi di pieno utilizzo e di dismissione che si sono susseguite nella storia.

Realizzazione

I primi manufatti di scavi sotterranei risalgono a circa 5.000 anni fa, quasi alla fine dell'era preistorica.

Successivamente, nel III secolo a.C., in periodo greco, vennero aperte le prime cave sotterranee per ricavare i blocchi di tufo necessari alle mura e ai templi della loro Neapolis e scavarono in numerosi ambienti per creare una serie di ipogei funerari. Forse i Greci erano attratti proprio dalle rocce gialle del monte Echia, un piccolo vulcano spento che si trova proprio dietro piazza Plebiscito.

Lo sviluppo imponente del reticolo dei sotterranei iniziò in epoca romana: i romani infatti in epoca augustea dotarono la città di gallerie viarie (grotta di Cocceio e grotta di Seiano) e soprattutto di una rete di acquedotti complessa, alimentata da condotti sotterranei provenienti dalle sorgenti del Serino, a 70 km di distanza dal centro di Napoli. Altri rami dell'acquedotto di età augustea arrivarono fino a Miseno, per alimentare la Piscina mirabilis, che fu la riserva d'acqua della flotta romana.

Larghi quel poco che permetteva il passaggio di un uomo, i cunicoli dell'acquedotto si diramano spesso in tutte le direzioni, con lo scopo di alimentare fontane ed abitazioni situate in diverse aree della città superiore. A tratti, sulle pareti, si notano ancora tracce dell'intonaco idraulico, utilizzato dagli ingegneri dell'antichità per impermeabilizzare le gallerie.

Utilizzi secondari

Diversi furono gli utilizzi secondari, ovvero non legati alla funzione originaria per cui era stata realizzata la cavità, ovvero generalmente di estrazione del tufo. Tra questi alcuni furono illeciti o scorretti, legati a furti e scarico di materiali di risulta.

Una delle due ipotesi storico-letterarie più accreditate collega strettamente il personaggio di fantasia del folclore napoletano detto munaciello al suo sottosuolo, in quanto sostiene che la leggenda della sua esistenza fosse stata alimentata dagli utilizzi illeciti degli addetti alla pulizia del sistema idrico (detto pozzari), che utilizzavano gli accessi privati dei pozzi per accedere alle abitazioni e compiere furti o intrattenere relazioni con le donne della casa.

I cunicoli e l'acquedotto sotterraneo ebbero anche un ruolo strategico in alcuni conflitti, aiutando talvolta gli assalitori della città a penetrarvi, o viceversa permettendo l'approvvigionamento idrico dei cittadini e truppe negli assedi prolungati.

Nel '900 le Istituzioni hanno fatto ampio utilizzo di alcuni sotterranei come deposito di veicoli sequestrati, motivo per cui vennero trovate diverse vetture e motocicli, tuttora in parte conservati in loco a scopo dimostrativo.

Dismissione

Agli inizi del XVI secolo il vecchio acquedotto e le moltissime cisterne pluviali non riuscivano più a soddisfare il bisogno d'acqua della città che si era estesa a macchia d'olio e fu così che il facoltoso nobile napoletano Cesare Carmignano costruì un nuovo acquedotto (1629).

Fu solo agli inizi del XX secolo che si smise di scavare nel sottosuolo per l'approvvigionamento idrico, utilizzo vietato a partire dall'epidemia di colera del 1885 dalle autorità del Regno d'Italia.

I cunicoli vennero in seguito usati come discarica non autorizzata di materiali di risulta di vario tipo, sfruttando la possibilità di gettare abbondanti quantità di materiale nel pozzo più vicino.

Successivi utilizzi

I sotterranei furono utilizzati anche come rifugi antiaerei per proteggersi dai bombardamenti che colpirono la città durante la seconda guerra mondiale.

Le cavità furono illuminate e sistemate dal Genio militare per accogliere decine e decine di persone che al suono della sirena si affrettavano a scendere per le scale che scendevano in profondità.

Principalmente furono realizzati:

scale di accesso, per facilitare l'ingresso e l'uscita delle centinaia di persone che vi avrebbero dovuto accedere rapidamente

un pavimento pianeggiante, ottenuto spianando e compattando i detriti, e ricoprendoli con uno strato di terra battuta uniforme (di conseguenza l'altezza della cavità risulta ridotto, anche di diversi metri). I detriti non vennero rimossi perché sarebbe stata un'operazione molto più impegnativa

la chiusura dei pozzi, di modo che non potesse succedere che un ordigno aereo potesse penetrare nelle cavità e causare gravissimi danni e innumerevoli vittime. I pozzi vennero chiusi in superficie e murati lateralmente lungo il percorso di discesa

servizi igienici

rete di illuminazione elettrica

Resti di arredi, graffiti e vari oggetti in ottimo stato di conservazione testimoniano ancora oggi la grande paura dei bombardamenti e i numerosi periodi della giornata vissuti nei rifugi, facendo riemergere uno spaccato di vita importante e altrettanto tragico della storia cittadina.

Realizzazione delle cavità

Il sottosuolo della città di Napoli è costituito in gran parte da tufo, pietra di origine vulcanica friabile, facile da scavare e sufficientemente resistente per creare gallerie autoportanti.

Geologia del sottosuolo

Il sottosuolo napoletano è in ampia parte composto da vari materiali, tra cui abbondanti strati di tufo (denominato tufo giallo napoletano) formatosi con l'accumulo di cenere vulcanica, coperto generalmente da strati di piroclastiti sciolti, detti anche pozzolana. Il tufo è raramente affiorante, se non sui margini di colline o dirupi, mentre per raggiungerlo attraversando gli strati del suolo è necessario attraversare la pozzolana.

Tecniche di scavo antiche

La realizzazione delle cavità, quando realizzata per l'estrazione di tufo da costruzione, si realizzava in due maniere principalmente:

con accesso a raso: queste cavità prendono luogo da giacimenti affiorante sul lato delle colline, dove si avviava lo scavo di una nicchia di dimensioni definite che avanza a scala discendente dentro la collina. Nella cavità si svolgeva l'attività di taglio ed estrazione dei blocchi di tufo, lavorati in seguito fintanto che la distanza dall'uscita era breve, dopodiché la lavorazione avveniva direttamente all'interno della cava. Era tipico lo scavo di diverse di tali gallerie parallele, poi unite da uno scavo trasversale

con accesso da pozzi (detti anche "occhio di monte"): questo tipo di scavo procedeva perpendicolare e a sezione costante attraverso i primi strati del suolo e, attraversando la pozzolana che creava pareti instaibili e franose, necessitava la costruzione di muri laterali di contenimento (erano utilizzati gli stessi mattoni di tufo) che continuavano fino all'incontro del tufo. Dopo i primi metri, lo scavo iniziava ad allargare la propria sezione progressivamente fino al raggiungimento di una forma a campana profondo fino a quanto utile per estrarre comodamente il materiale di costruzione da utilizzarsi per le costruzioni nelle sue prossimità. Raggiunta la profondità limite, lo scavo poteva espandersi lateralmente. Una volta esaurita l'estrazione, la cavità poteva essere connessa al sistema idrico sotterraneo, oppure utilizzata come cisterna pluviale isolata, oppure ancora poteva essere chiusa la sommità del pozzo e dismesso.

Gestione odierna dei cunicoli

I cunicoli sono luogo di interesse speleologico e archeologico, nonché attrazione turistica sin dalla seconda metà del '900. Essi sono parzialmente aperti alle visite turistiche guidate, gestite da diverse associazioni culturali, che organizzano anche spettacoli e attività nei cunicoli.

La ricerca di nuovi cunicoli e loro mappatura è in studio anche con la tecnologia di muografia, basata sulla scansione dei muoni che attraversano la roccia.

Il Progetto Cavità della Città metropolitana di Napoli ha eseguito e sta espandendo il censimento dei cunicoli del sottosuolo della provincia.

È attivo anche un museo, denominato Museo del Sottosuolo di Napoli.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza San Gaetano 69
Orari
Mo-Fr 10:00-18:00; Sa-Su 09:30-18:00
Telefono
+390810190933
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.napolisotterranea.org

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Fontana del Nettuno

Fontana · Napoli

Fontana del Nettuno

La fontana del Nettuno (detta anche fontana Medina) è una fontana monumentale della città di Napoli.

== Storia ==

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Voluta dal viceré Enrique de Guzmán, conte di Olivares, il quale governò a Napoli dal 1595 al 1599, fu effettivamente realizzata tra il 1600 e il 1601, durante il viceregno del conte di Lemos, su direzione di Domenico Fontana. Alla realizzazione della fontana parteciparono anche Michelangelo Naccherino (che realizzò il Nettuno), Angelo Landi e Pietro Bernini (che scolpì i mostri marini). Si pensava in passato che la fontana fosse opera di Giovanni Domenico D'Auria, il quale tuttavia era già morto quando l'Olivares era viceré.

La fontana fu costruita presso l'Arsenale del porto e inizialmente lì sistemata. Rimasta a secco di acqua a causa del luogo idricamente infelice, nel 1628 per iniziativa del viceré duca d'Alba fu trasportata al largo di Palazzo (attuale Piazza del Plebiscito) presso il Palazzo Reale. Ricevono l'ordine di smontarla e trasportarla Vitale Finelli e Matteo de Curtis. Data l'importanza del provvedimento, il topografo Alessandro Baratta si premurò di disegnare la fontana nella nuova collocazione all'interno della prima edizione della sua veduta della città, pubblicata nel 1629.

Tuttavia risultando d'intralcio per le feste in piazza, nel 1634 durante il viceregno del conte di Monterey fu spostata a Santa Lucia, presso il baluardo d'Alcalà, dove fu arricchita dalle sculture di Cosimo Fanzago, il quale vi lavorò assieme ai figli Carlo e Ascenzio. Il nobile Cesare Carmignano, ideatore dell'omonimo acquedotto cittadino aperto nel 1629, progettò la tubazione che avrebbe alimentato la fontana nel suo nuovo collocamento.

Nei primi mesi del 1639 il viceré Ramiro Felipe Núñez de Guzmán, duca di Medina di las Torres, decise che la fontana fosse portata al largo delle Corregge, in corrispondenza della chiesa di San Gioacchino (la chiesa di San Diego all'Ospedaletto) e incaricò il Fanzago, che si avvalse della collaborazione di Donato Vannelli e Andrea Iodice, di rimaneggiarla ulteriormente. Nel 1642 i lavori erano terminati. Lo spostamento dell'opera era nell'ottica di abbellimento della strada stabilito dal viceré, per cui da allora sia la strada che la fontana furono indicate col suo nome: Medina.

Mutilata al tempo della rivolta di Masaniello (1647-1648), fu nel 1649 oggetto di restauro da parte dello Iodice e di Francesco Castellano. Depredata dal viceré Pedro Antonio de Aragón (1672), fu di nuovo parzialmente restaurata nel 1675 e dopo questa data ebbe probabilmente un ulteriore spostamento, presso l'inizio della via del Molo.

Carlo Celano nel 1692 e Domenico Antonio Parrino nel 1725 infatti la segnalano all'altezza del palazzo Caravita di Sirignano, cioè all'inizio di via Medina (dove cominciava pure la via del Molo, che scendeva appunto verso il Molo Grande). La guida erudita de' forestieri di Pompeo Sarnelli del 1688 contiene al suo interno una stampa (con dedica del libraio Antonio Bulifon) che raffigura la fontana dirimpetto il Castel Nuovo. Anche la mappa del Duca di Noja, prima carta topografica moderna della città, completata nel 1775, la colloca in questo luogo.

Dopo circa due secoli, in cui si susseguirono altri restauri, nel 1886, in vista dei grandi lavori imposti dal "Risanamento" e che prevedevano il rifacimento di via Medina, fu rimossa da quel luogo e depositata nelle grotte sotto Pizzofalcone (in via della Pace, attuale via Domenico Morelli). Nell'aprile 1896 il regio commissario Ottavio Serena deliberò che il luogo deputato ad accogliere la fontana fosse una nuova piazza ottenuta dai lavori del Risanamento: piazza Agostino Depretis (attuale piazza Nicola Amore), ma problemi tecnici ne impedirono la collocazione. Sette mesi dopo, a novembre, una proposta della commissione municipale per i monumenti suggeriva di collocarla nella nuova piazza Municipio, che in quegli anni veniva ampliata con la demolizione di molti degli edifici che la ingombravano.

Nel 1898 (anno dell'ultima delibera del Comune sul suo riposizionamento) riapparve finalmente nella piazza della Borsa (attuale piazza Bovio), dove rimase fino al 2000, quando, rimossa per l'apertura del cantiere della metropolitana, riapparve nel 2001, con grande sorpresa dei napoletani, in via Medina (anche se la sua posizione differì di poco dalla prima, essendo posta all'altezza di palazzo Fondi) dopo accurato intervento di restauro.

Nel 2014 la fontana è stata restaurata e smontata per essere poi ricostruita (operazione conclusasi nei primi mesi del 2015) in piazza Municipio dinanzi palazzo San Giacomo, come previsto dal progetto della nuova piazza curato dagli architetti Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura che hanno progettato innanzitutto la sottostante stazione Municipio della linea 1 della metropolitana. L'inaugurazione della fontana e la conseguente apertura al pubblico della parte di piazza dove è collocata sono avvenute il 23 maggio 2015, giorno in cui si è svolta l'inaugurazione della stazione alla presenza delle autorità.

Descrizione

Di forma circolare, la fontana è circondata da una balaustra con quattro gradinate diametralmente opposte, ornate da eleganti viticci a traforo su cui sono posti quattro leoni dai quali sgorga l'acqua, recanti tra le zampe lo scudo della città e del duca di Medina e di Carafa, frutti di un rimaneggiamento ed ampliamento ad opera di Cosimo Fanzago.

Due mostri marini versano l'acqua nella vasca centrale sottostante, adornata con delfini che cavalcano tritoni che a loro volta emettono acqua: una composizione dovuta alla mano di Pietro Bernini.

Al centro della fontana, su uno scoglio, due ninfe e due satiri reggono sulla testa una coppa sulla quale troneggia una statua di Nettuno con tridente, opera di Michelangelo Naccherino, dalla quale zampilla l'acqua.

Cronologia degli spostamenti

1601: Arsenale del porto

1628: Largo di Palazzo (Piazza del Plebiscito)

1634: Via Santa Lucia (presso il baluardo d'Alcalà)

1639: Via Medina (prima presso la chiesa di San Diego all'Ospedaletto, poi dinanzi palazzo Sirignano)

1898: Piazza Bovio (Piazza Borsa)

2001: Via Medina (presso palazzo Fondi)

2015: Piazza Municipio (antistante Palazzo San Giacomo)

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Palazzo Firrao

Palazzo · Napoli

Palazzo Firrao

Palazzo Firrao è un edificio barocco di Napoli, ubicato in via Santa Maria di Costantinopoli, al civico 98.

== Storia ==

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La fabbrica originaria risale alla seconda metà del millecinquecento e fu edificata da Giulio Cesare di Capua, principe di Conca, a seguito dell'allargamento delle mura cittadine voluto dal viceré Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga duca d'Alba; così come tutti i palazzi sul lato ovest di via Santa Maria di Costantinopoli, fu edificata con una pianta ad U, con una facciata di rappresentanza sulla strada pubblica e due ali laterali che si protendevano sul retrostante giardino, confinante con le nuove mura. In quel periodo la zona era al centro di un progetto di riqualificazione, in particolare con il collegamento con via Toledo e con il Largo del Mercatello (oggi, piazza Dante), attraverso l'apertura del torrione angioino che diventava Port'Alba.

Il principe di Conca nel 1610 vendette l’immobile a GIacomo Zattera, Barone di Marigliano, il quale morì poco più tardi lasciando l’immobile in eredità al figlio Cesare Zattera ancora minorenne. Nel 1621 l'edificio fu acquistato dal principe Cesare Firrao che aveva trasferito la famiglia a Napoli, aggregando il Casato al Patriziato napoletano del Seggio di Porto; i Firrao erano nel Seicento in forte espansione sociale ed economica: nel 1620 Cesare era stato insignito del titolo di principe di Luzzi e nominato montiero maggiore della Real corte di Filippo III di Spagna. Tommaso Firrao (1615-1660) aggiunse il titolo di Principe di Sant'Agata.

Tra il 1631 ed il 1636 veniva allargata la sede stradale ed in quegli stessi anni furono rifatte alcune delle facciate che ivi prospettavano. Le trasformazioni volute dal nuovo proprietario interessarono prevalentemente la facciata monumentale, rifatta per raccontare la potenza ed il fasto del casato Firrao e la sua fedeltà agli Asburgo; i Firrao mostrarono così il loro status attraverso diverse costruzioni o opere dedicate alla loro nobile famiglia; oltre al palazzo, infatti, essi vollero per sé anche una cappella di famiglia, acquistata quest'ultima presso la basilica di San Paolo Maggiore.

Il palazzo rischiò di andare distrutto durante i moti del 1647 a causa del ruolo assunto dal principe di Sant'Agata rispetto alla monarchia, e fu solo grazie all'intervento provvidenziale del cardinale Filomarino che fu possibile evitare il peggio.

Successivamente passò in proprietà dei principi Sanseverino di Bisignano a seguito del matrimonio nel 1789 tra Tommaso Sanseverino e Livia Firrao, figlia di Tommaso Firrao (dal 1798 Viceré di Sicilia) ed ultima erede del casato Firrao. I Sanseverino di Bisignano, di cui si conserva ancora oggi lo stemma dipinto sotto la volta dell'androne, vi abitarono fino alla morte dell'ultimo discendente, Luigi Sanseverino.

Per oltre un secolo è stato condotto in locazione dall'ARIN (Azienda Risorse Idriche Napoletana); nel 2005 è stato destinato nuovamente ad uso residenziale.

Descrizione

Si discute della paternità della facciata barocca del fabbricato; si ritiene prevalentemente che l'intervento, iniziato intorno al 1635 ed ultimato solo nel 1645, fu progettato ed avviato da Cosimo Fanzago e poi realizzato dalla medesima squadra di marmorari e scultori impiegati negli stessi anni nella cappella Firrao in San Paolo Maggiore: «l'aspetto estraniante di questa composizione di facciata rispetto ad altre opere fanzaghiane é dato dal riconoscere i suoi temi e non la sua mano, quasi che altri avessero usato un suo disegno, od i suoi motivi ornamentali, componendoli in uno spazio troppo vincolante per la sua esuberanza espressiva». È oramai stato acclarato sia il rapporto conflittuale di Cesare Firrao con Cosimo Fanzago, sia l’esecuzione o ultimazione dei lavori ad opera di Jacopo Lazzari, Dionisio Lazzari, Simone Tacca, Francesco Valentino e Giulio Mencaglia.

L'intero apparato decorativo della facciata è in piperno e marmo pregiato mentre i paramenti murari sono in mattoni pieni. La facciata si compone di quattro livelli; si innalza su una base di piperno intervallata, ai piani terra e primo, da sei paraste bugnate con capitelli ionici; le tre finestre per lato al pian terreno sono sormontate da timpani spezzati mentre al primo piano sono in cornici cinquecentesche. Le due finestre, agli estremi destro e sinistro del pian terreno, contengono, ciascuna, una statua femminile.

Le finestre del primo e del secondo livello sono disposte in simmetria con il portale, composto da due enormi lesene sormontate da un timpano spezzato. Al di sopra del portale troneggiano due figure, di Jacopo Lazzari, di stampo classicheggiante: la "Magnanimità", poggiata su un felino mentre imbraccia una cornucopia, e la "Liberalità" anch'essa dotata di cornucopia ed accompagnata da un'aquila.

Il piano nobile si sviluppa su un'altezza di nove metri e presenta sette finestre rettangolari (di cui due con balconi risalenti al cinquecento) intervallate da otto panoplie decorate con trofei militari. Le finestre sono sormontate da timpani spezzati con clipei con busti marmorei della casata Asburgo, scolpiti da Giulio Mencaglia, che da sinistra a destra rappresentano: Filippo IV, Filippo II, Ferdinando II, Carlo V, Ferdinando III, Filippo III e Carlo II. Taluni di tali busti mascherano piccole finestre semicircolari. Ai lati, otto lesene si allargano in alto verso capitelli che sorreggono, al livello superiore ed ultimo, degli elementi allegorici: due leoni rampanti sopra corone, due tralci di vite e due cavalli rampanti. Ognuna delle basi, su cui poggiano tali elementi, reca dei cartigli con un gruppo di parole che formano la seguente oscura locuzione:

L'ultimo livello presenta sette finestre ad arco tondo ed è coronato da un cornicione a mensole fortemente aggettante: tutti tali elementi risalgono all'edificazione cinquecentesca.

All'interno del palazzo si può ancora ammirare lo scalone cinquecentesco nell'ala sud, che prospetta sul cortile con tre aperture per piano costituite da una finestra architravata e due archi ai lati. L'apertura della scala al piano terra è sormontata da una pensilina in ferro battuto con ricchi motivi ornamentali tardottocenteschi.

Nel 2019 la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio ha autorizzato l’installazione di un’opera d’arte contemporanea, un cancello in ferro battuto e vetro fuso come bronzo realizzato da Mimmo Paladino a chiusura dell’androne del fabbricato. L’opera ed il contesto monumentale dell’intervento presentano interessanti similitudini con il cancello dell’orto di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, realizzato nel 2007 da Jannis Kounellis.

La scultura dell'artista sannita diventa il diaframma tra la città e il cortile del palazzo: tessuto quasi come un ricamo di numeri e profili di volti, segni tipici del linguaggio paladiniano, il cancello lascia trapelare le facciate interne e il fondo intenso di vegetazione caratteristico dei giardini dei palazzi del centro storico napoletano. Il disegno a colpo d'occhio, considerata la policromia dei vetri e le volute dell'acciaio piegato e ripiegato, fa cenno alle architetture e alle pitture art nouveau. Qui, come sempre accade nell'opera di Paladino, lo stile è solo citato. Le linee flessuose e i colori ricchi, a ben vedere, costruiscono figurazioni che hanno a che fare con l'immaginario popolare. I numeri della tombola e i volti di vetro che si affollano, così come i listelli geometrici illuminati dalla luce del sole, sono anche e soprattutto un'idea di Napoli: memoria, riti, moltitudini, energia, linguaggio, arte.

L’innesto di un’opera di arte contemporanea conferma la felice stratificazione di linguaggi, stili e materiali che costituisce l’unicità di palazzo Firrao.

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Palazzo Carafa della Spina

Palazzo · Napoli

Palazzo Carafa della Spina

Il palazzo Carafa della Spina (già palazzo Acquaviva d'Aragona) è un edificio di valore storico e architettonico di Napoli, ubicato lungo il decumano inferiore, nei pressi di piazza San Domenico Maggiore.

== Storia e descrizione ==

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Alla fine del XVI secolo Fabrizio Carafa della Spina (?-1629), principe di Butera e Roccella, acquistò un palazzo con giardino nell'allora via di Nido, appartenente ad Andrea Matteo IV Acquaviva d'Aragona (1570-1647), secondo principe di Caserta, e lo demolì per erigere un nuovo edificio, su probabile disegno di Domenico Fontana.

Rimaneggiato nel periodo barocco, il palazzo venne restaurato nel XVIII secolo su progetto di un architetto ignoto, che avrebbe rifatto ex-novo anche il sontuoso portale d'ingresso, secondo alcuni opera di Martino Buonocore, mentre per altri è da ricondurre a Ferdinando Sanfelice, che eseguì.anche quello del vicino palazzo Filomarino, col quale ci sarebbero delle similitudini stilistiche.

L'edificio si presenta con uno dei più imponenti portali settecenteschi della città; questo è in piperno ed è caratterizzato dai massicci piedritti modanati che terminano in mascheroni ad altorilievo, mentre sul capitello marcapiano ci sono ampie volute d'appoggio ai satiri che a mo' di cariatidi hanno la funzione di sostegno del balcone del piano nobile; tra loro è posto invece il grande stemma della famiglia Carafa della Spina. Sugli angoli interni delle colonne del portale sono inoltre scolpiti due volti, probabilmente di personalità legate alla committenza, mentre alle basi ci sono due sculture marmoree con le sembianze di mostri marini con le fauci spalancate, utilizzati per spegnere le torce.

Il cortile è infine decorato da elementi architettonici in piperno e da fittoni; sulla sinistra, non appena passato l'androne, si sviluppa lo scalone monumentale, che si affaccia sul cortile interno mediante l'apertura di due archi a tutto sesto che seguono l'andamento della scalinata in tutta la sua altezza.

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Monte di Pietà (Napoli)

Chiesa · Napoli

Monte di Pietà (Napoli)

Con Monte di pietà di Napoli si indica un complesso edilizio sito sul decumano inferiore e l'omonimo servizio di prestito su pegno che vi ebbe storicamente sede.

== Storia dell'istituzione ==

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Il Monte di Pietà di Napoli fu fondato nel 1539. A seguito di un decreto di Carlo V che espelleva gli ebrei (tradizionalmente dediti al prestito di denaro in quanto le altre attività erano loro precluse), alcuni nobiluomini napoletani (Aurelio Paparo, Gian Domenico di Lega e Leonardo di Palma Castiglione) fondarono l'istituzione, il cui scopo era l'elargizione di prestiti, dietro pegno, senza interessi e senza scopo di lucro. In realtà i documenti dell'archivio storico del Banco di Napoli segnalano che le attività del Monte di Pietà andrebbe retrodatata al 1538 e che il rapporto con la cacciata della comunità ebraica da Napoli, avvenuta nel 1539, sarebbe solo apparente.

Nel 1574 Berardino Rota lasciò, come da testamento, una cifra di cinquecento ducati al Monte. Venne istituita una confraternita per la gestione del Monte di Pietà che ebbe come prima sede, nel 1592, il Palazzo Carafa d'Andria; per insufficienza di spazio fu poi necessario acquistare un nuovo edificio che rispondesse alle nuove esigenze dell'istituzione. La scelta cadde sul palazzo di Girolamo Carafa.

Tra il 1597 e il 1603 Giovan Battista Cavagna, con la collaborazione dei capimastri Giovan Giacomo Di Conforto e Giovanni Cola di Franco, realizzò il palazzo con annessa cappella in stile manierista; il progetto tenne conto anche dei problemi urbanistici e architettonici riguardanti l'insolazione dell'edificio. Durante la rivolta di Masaniello, grazie all'intercessione di Giulio Genoino, fu risparmiato dagli incendi dei rivoluzionari. Nel 1730 fu acquistato, da parte del Banco, un appartamento di Tommaso Minerba, ma nel 1786 l'edificio fu vittima di un incendio, mai chiarito, che distrusse l'archivio del Banco e buona parte di oggetti pignorati. Dall'incendio si salvò la cappella.

Il palazzo seguì le vicende dell'ente erede del Monte di Pietà, ovvero il Banco di Napoli, fondato nel 1794 come banca nazionale del Regno di Napoli (dal 1816 Regno delle Due Sicilie), passato indenne dopo l'unità d'Italia come istituto di credito di diritto pubblico e privatizzato agli inizi degli anni 1990. Passato a Intesa Sanpaolo, istituto creditizio che nel 2018 ha definitivamente incorporato il Banco di Napoli, l'edificio nel 2021 è stato messo in vendita e nel 2023 è stato acquistato dallo Stato per destinarlo a funzioni culturali, come sede dell'archivio storico dell'Enel e di un museo dedicato a Totò.

Descrizione del palazzo

Il prospetto si eleva su un basamento in piperno con fascia decorata ed è diviso in tre settori attraverso paraste in bugnato: quello centrale, più largo, ove si apre l'ingresso, e i due laterali, più stretti. Al piano rialzato si eleva un primo ordine di finestre trabeate; appena sopra sorge il mezzanino con aperture ad arco ribassato. Il piano nobile, separato dai sottostanti attraverso una massiccia trabeazione, presenta una sequenza di finestre con timpani alterni in piperno; appena sopra si apre un altro piano ammezzato con finestre quadrangolari.

Il portale, con elementi a bugne, è di ordine dorico. Nella trabeazione si inseriscono tre triglifi che creano due spazi vuoti nel fregio; in questi spazi vuoti trovano posto due iscrizioni, rispettivamente per l'inizio e la conclusione dei lavori:

L'atrio, a sei campate sostenute da pilatri rivestiti di piperno, consente l'ingresso al cortile. Il cortile è caratterizzato delle facciate della cappella e della controfacciata del palazzo. Quest'ultima si ripresenta come un arco di trionfo a tre fornici.

La facciata della cappella invece s'ispira alla facciata della chiesa di Sant'Andrea sulla Flaminia di Jacopo Barozzi da Vignola; ai lati del portale d'ingresso, tra due coppie di lesene ioniche si aprono due nicchie con le statue di Pietro Bernini che rappresentano la Carità e la Sicurezza. Nel timpano la Pietà di Michelangelo Naccherino con due angeli di Tommaso Montani.

Cappella

L'omonima cappella presente nel complesso del Monte di Pietà presenta interni decorato a stucco dorato. La volta fu affrescata dal pittore greco Belisario Corenzio e qui sono collocate a destra una tela di Ippolito Borghese, a sinistra una tela iniziata da Girolamo Imparato e compiuta da Fabrizio Santafede, nonché al centro, dietro all'altare maggiore, la Deposizione del Santafede.

Nell'antisagrestia si trova il sepolcro del cardinale Acquaviva di Cosimo Fanzago, datato 1617. Notevole è la Sagrestia, decorata nella prima metà del XVIII secolo con allegorie su decorazioni in oro; sulla volta è presente un affresco di Giuseppe Bonito.

Sulla destra si accede alla Sala Cantoniere, un altro esempio di arte settecentesca, con pavimento maiolicato e affreschi; qui sono da notare i ritratti di Carlo III di Borbone e di Maria Amalia. Inoltre nella sala è conservata anche una Pietà lignea di ignoto maestro napoletano del tardo Seicento.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via San Biagio dei Librai 114
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Fontana del Sebeto

Fontana · Napoli

Fontana del Sebeto

La fontana del Sebeto è una delle fontane monumentali di Napoli; si erge in largo Sermoneta, al termine di via Francesco Caracciolo.

== Storia ==

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Fu costruita nel 1635 per volere del viceré Emanuele Zunica e Fonseca, su progetto di Cosimo Fanzago; l'esecuzione dei lavori fu invece affidata al figlio Carlo Fanzago.

La sua originaria collocazione era alla fine della strada Gusmana, detta in seguito salita del Gigante (oggi via Cesario Console), addossata ad un muraglione che affacciava sul sottostante arsenale e posizionata in modo tale da essere di fronte a via Santa Lucia.

Nell'anno 1900 la fontana fu smontata e solo nel 1939 fu ricomposta nell'attuale collocazione, dopo che negli anni trenta fu realizzata la colmata del tratto finale di via Caracciolo.

Nel 2022 la fontana è stata sottoposta ad interventi di restauro.

Descrizione

La base della fontana è tutta in piperno; la parte superiore è composta da tre vasche in marmo, di cui la centrale è quella più grande ed aggettante. Su di questa si ergono due mostri marini dalle cui bocche sgorga l'acqua.

La scultura di rilievo è situata al centro ed è rappresentata da un vecchio ignudo, simboleggiante il fiume Sebeto, l'antico corso d'acqua che scorreva nel cuore della città.

I due tritoni ai lati della fontana hanno sulle proprie spalle delle buccine che gettano l'acqua nelle vasche laterali.

A completare la fontana vi è una lapide, sormontata dai tre stemmi del viceré, del Re di Spagna e della città di Napoli.

Informazioni pratiche

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Orto botanico di Napoli

Orto botanico · Napoli

Orto botanico di Napoli

L'Orto botanico di Napoli, noto anche come Real orto botanico, è una struttura scientifica dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, afferente alla Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Si estende su una superficie di circa 12 ettari e ospita circa 9.000 specie vegetali e quasi 25.000 esemplari.

L'orto si trova in via Foria, nel centro di Napoli, nelle vicinanze del Real Albergo dei Poveri.

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Storia
Dalla fondazione al secondo dopoguerra

Fondato il 28 dicembre 1807 con decreto di Giuseppe Bonaparte, l'orto botanico fu costruito su alcuni terreni precedentemente appartenuti ai Religiosi di Santa Maria della Pace e all'Ospedale della Cava. In realtà il progetto fu inizialmente avallato dal re Ferdinando IV, attraverso l'intercessione di Giuseppe Beccadelli di Bologna che nel 1776 ottenne dal sovrano un finanziamento; la Rivoluzione Napoletana del 1799 tuttavia ne rese impossibile la realizzazione.

Il progetto venne portato avanti da due architetti. Il primo, Giuliano de Fazio, è autore della facciata monumentale e del viale a essa perpendicolare, della stufa temperata, e del viale che porta al Castello. La parte inferiore è invece opera di Gaspare Maria Paoletti.

Con l'articolo 1 del decreto 25 marzo 1810 furono espropriati i terreni circostanti il Real Albergo dei Poveri, allora appartenenti ai Religiosi di Santa Maria della Pace e all'Ospedale della Cava, già identificati in epoca borbonica come area idonea per la creazione del Real Orto Botanico.

Lo stesso articolo definiva gli obiettivi fondanti della nuova struttura, destinata all'istruzione del pubblico e alla moltiplicazione delle "spezie utili alla salute, all’agricoltura e all'industria". Questi principi rivelano chiaramente l'innovazione che caratterizzava il progetto, ponendo le basi per un Orto botanico che si sarebbe distinto sin dalle origini per la pluralità delle sue funzioni e per la varietà del suo patrimonio vegetale.

Tra le opere attribuite a De Fazio si annovera la Stufa temperata in stile neoclassico, che richiama l'estetica delle Orangerie del XVIII secolo. Questa struttura era utilizzata per proteggere gli agrumi durante la stagione invernale. La parte inferiore del Real Orto Botanico, invece, fu progettata da Paoletti, che contribuì a delinearne l’assetto architettonico.

Il primo direttore dell'Orto, che aprì i battenti nel 1811, fu l'insigne botanico di origini abruzzesi Michele Tenore (nominato il 25 marzo 1810 con un decreto).

Questi aveva compiuto gli studi medici sotto Vincenzo Petagna, ereditando dal suo maestro la passione per la Botanica, che considerava non una branca della medicina, ma una scienza autonoma. Fu proprio tale concezione della Botanica che portò Tenore ad organizzare scientificamente l'Orto in modo del tutto nuovo rispetto ai precedenti Giardini dei semplici nati a Napoli.

Tenore mantenne la direzione dell’Orto botanico fino al 1860 e, nel corso dei cinquant’anni del suo mandato, incrementò notevolmente le collezioni vegetali, portando il numero delle specie coltivate a circa 9.000. Tra i suoi principali contributi si distingue lo studio approfondito della flora del Regno di Napoli. Tenore si dedicò inoltre a stabilire e consolidare relazioni con le più importanti istituzioni botaniche europee, promuovendo la reputazione dell'Orto botanico al di fuori dei confini nazionali.

Durante il periodo della sua direzione, l'Orto fu un vivace centro di attività, che comprendevano la ricerca scientifica, la coltivazione di specie di interesse medicinale, l’attività didattica, la progettazione dei Siti Reali borbonici e la raccolta, moltiplicazione e diffusione di piante esotiche. Queste ultime venivano acclimatate principalmente all’interno della Stufa temperata e, a partire dal 1818, anche nella nuova Stufa calda costruita in affiancamento alla prima.

Un'analisi dettagliata della figura di Tenore e del suo operato è stata realizzata da Valerio Giacomini in un articolo pubblicato nel 1962 sulla rivista ufficiale dell'Istituto e dell'Orto Botanico di Napoli, in occasione del centenario della morte dello studioso.

Guglielmo Gasparrini, entrato in carica nel 1861, proseguì nel miglioramento dell'Orto, risistemando alcune aree che versavano in cattive condizioni e creando un'area destinata ad accogliere piante alpine. Durante la sua gestione fu costruita anche una nuova serra riscaldata (che andava a sostituire la precedente, costruita nel 1818, detta Stufa calda). Egli diede molta importanza anche al Museo botanico.

Nel 1868, due anni dopo la morte di Gasparrini, gli subentrò Vincenzo Cesati, in carica fino all'anno della sua morte, il 1883. A succedergli fu Giuseppe Antonio Pasquale, che era già stato direttore ad interim dopo il 1866 e che rimase in carica per dieci anni fino alla sua morte. Durante la sua direzione, Pasquale riuscì ad impedire la realizzazione di un progetto che prevedeva la costruzione di nuove sedi di Istituti universitari nell’area su cui si estendeva l’Orto Botanico. Il suo successore, Federico Delpino, ebbe molte difficoltà a mantenere intatto il prestigio dell'Orto. Infatti, il suo mandato (1893-1905), fu caratterizzato da notevoli difficoltà economiche.

Il rilancio doveva essere, quindi, l'obiettivo di Fridiano Cavara, succedutogli nel 1906. Non solo restaurò alcune strutture e aumentò l'entità delle collezioni ma, soprattutto, istituì la Stazione sperimentale per le piante officinali (in seguito diventata Sezione, inizialmente non facente parte della struttura in senso istituzionale, aggregata ad esso solo negli anni settanta) e diede il via alla costruzione di una struttura destinata a diventare la nuova sede dell'Istituto. Nel 1930 fu sostituito da Biagio Longo, che ne continuò l'opera di riqualificazione. Sotto la sua direzione, sede dell'Istituto divenne la struttura voluta da Cavara. Nel 1940 vi fu un appuntamento importante, cioè una riunione della Società Botanica Italiana alla Mostra d'Oltremare.

Devastazioni dovute ai bombardamenti, sottrazione di ferro per uso militare, l'arrivo di parte della popolazione in fuga e la decisione di mettere a coltura porzioni dell'Orto per coltivare beni di prima necessità, la conversione di alcune aree della struttura a scopi militari, oltre la trasformazione di una parte della struttura in campo sportivo da calcio, ospitante le partite del Napoli: queste furono le conseguenze della Seconda guerra mondiale sulla vita dell'Orto botanico di Napoli.

Dal secondo dopoguerra

Giuseppe Catalano, successore di Longo, fu il primo direttore nominato nel secondo dopoguerra. L'incarico, affidatogli nel 1948, si incentrava in particolar modo sulla ristrutturazione dell'Orto, accompagnata ad un arricchimento per quel che riguarda gli strumenti a disposizione dei botanici e dalla trasformazione della "valletta", voluta da Gasparrini, in quello che nel XXI secolo è il filicetum. Sulla stessa falsariga si mosse Valerio Giacomini, entrato in carica nel 1959.

Nel 1963 inizia un periodo considerato molto importante per la storia dell'Orto. Diviene infatti direttore Aldo Merola. Sotto la sua direzione, l'Orto acquisì, nel 1967, l'autonomia economica ed amministrativa, il che rese possibile ottenere finanziamenti straordinari per migliorare la struttura: vennero realizzate varie serre (per un totale di 5000 m²), un impianto di riscaldamento e una rete di distribuzione idrica. Grande importanza ebbe l'opera "politica" di Merola, che cercò di ottenere aiuti a livello legislativo (come la creazione di un ruolo professionale specifico ad alta specializzazione: il giardiniere degli orti botanici). Le coltivazioni furono molto arricchite, soprattutto grazie all'opera di Luigi Califano. Furono nuovamente riattivati i rapporti con i principali Orti europei e grande importanza fu data al ruolo didattico della struttura. Uno dei segni più visibili, comunque, dell'opera meroliana è la ridisposizione delle aree secondo due criteri: quello sistematico e quello ecologico.

Il terremoto del 23 novembre 1980 colpì fortemente l'orto botanico, durante il periodo di direzione ad interim di Giuseppe Caputo. Ancora una volta la struttura divenne rifugio per la popolazione. Nel 1981 divenne direttore Paolo De Luca, al quale toccò iniziare l'opera di ricostruzione.

Alla fine del 1981, Giuseppe Caputo assunse la direzione dell'Istituto di Botanica, mentre Paolo De Luca venne nominato direttore dell'Orto botanico. Gli interventi di riparazione dei danni provocati dal terremoto furono realizzati grazie ai fondi stanziati dal governo per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma. Il Castello, gravemente danneggiato dal terremoto, fu completamente restaurato. Anche la facciata principale, lunga oltre 200 metri, e la Serra monumentale, attualmente intitolata ad Aldo Merola, beneficiarono di interventi di restauro finanziati dalla Soprintendenza ai Monumenti.

Il complesso delle nuove serre, già dedicato a Luigi Califano durante la direzione di Merola, fu migliorato mediante l’installazione di sistemi di riscaldamento e umidificazione, mentre le piccole serre operative furono interamente rinnovate. Gli spogliatoi destinati ai giardinieri, che versavano in condizioni precarie, furono ricostruiti ex novo e dotati di impianti di riscaldamento. Con il completamento della rete idrica, ogni area dell'Orto botanico divenne accessibile all’acqua proveniente dal pozzo artesiano.

Le collezioni furono ulteriormente ampliate grazie all’acquisto di nuovi esemplari e alla raccolta di piante direttamente in natura. Zone che Merola non aveva avuto modo di bonificare vennero liberate dalla vegetazione infestante e risistemate. Fu inoltre recuperata un'area in precedenza abbandonata, che ospitava la Stazione sperimentale, oggi ridenominata Sezione sperimentale delle Piante Officinali. L'agrumeto, ormai ridotto a pochi esemplari della collezione originaria risalente alla metà del XIX secolo, venne arricchito con numerose nuove specie appartenenti al genere Citrus e ad altri generi affini.

Oltre alle aree espositive già create da Merola, venne aggiunta una nuova sezione dedicata alla macchia mediterranea, contenente una selezione di piante rappresentative di questa particolare associazione vegetale. Altre aree allestite sotto la guida di Paolo De Luca includono uno spazio pensato per i non vedenti, un'area dedicata alle piante bibliche, un giardino cromo-sensoriale, una sezione dedicata ai progenitori delle piante da frutto edibili e una zona riservata alle piante legate alle Amadriadi.

De Luca supervisionò inoltre la costruzione di una nuova serra tropicale, ispirata allo stile dell'antica serra riscaldata ormai dismessa, in cui venne ricreato l’habitat tipico delle coste atlantiche messicane.

Dal novembre 2014 Paolo Caputo è Direttore dell'Orto Botanico.

Cronologia dei Prefetti
Aree

Le aree espositive sono disposte secondo tre criteri. Quello sistematico, quello ecologico e quello etnobotanico.

Fanno parte dell'area disposta secondo il criterio sistematico le seguenti zone:

l'area delle Pinophyta;

il filiceto, destinato alla coltivazione di felci e piante affini;

il palmeto;

l'area delle Magnoliophyta

l'agrumeto;

e altre piccole zone dedicate a singole specie.

Secondo il criterio ecologico, troviamo le aree denominate:

deserto, area destinata ad accogliere le piante succulente;

spiaggia, che vede coltivate le piante più diffuse, appunto, sulle spiagge italiane;

torbiera, nella quale vengono coltivate le Cyperaceae;

roccaglia, destinata all'esposizione di specie tipiche delle zone calcaree degli Appennini;

macchia mediterranea

oltre alle vasche per la coltivazione delle idrofite.

Nella serra tropicale ubicata accanto alla serra Merola è stato riprodotto un mangrovieto con esemplari delle specie Rhizophora mangle, Avicennia nitida, Laguncularia racemosa e Conocarpus erectus.

Infine, l'area etnobotanica è la Sezione sperimentale delle piante officinali.

Castello ed altre strutture

Il Castello, edificio creato tra il XVI e il XVII secolo. Per molto tempo ha ospitato l'Istituto di botanica, il laboratorio, la biblioteca, l'erbario e il museo; in seguito è diventata la sede delle attività amministrative e tecniche, oltre che del museo di paleobotanica ed etnobotanica.

L'edificio della Sezione sperimentale delle piante officinali, nel quale sono custoditi semi di molte piante utili e vengono riconosciuti, essiccati e conservati altri tipi di esemplari vegetali.

Il C.I.S.M.E. (Centro Interdipartimentale di Servizio per la Microscopia Elettronica).

Dipartimento di Biologia Vegetale della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali dell'Università di Napoli.

Ricerca

Serre

Le aree delle serre dell'Orto sono le seguenti:

la Serra Merola, inizialmente conosciuta come Stufa temperata e Serra monumentale:

le Serre Califano;

le serre di riproduzione e moltiplicazione.

Ricerca

Presso l'Orto vengono svolte una vasta gamma di attività che vanno oltre la coltivazione e la presentazione a fini museologici delle sue preziose collezioni.

L'orto ospita manifestazioni artistiche e culturali, contribuendo alla vita culturale della città.

Tuttavia, la sua missione principale riguarda la ricerca, la didattica e la conservazione delle specie vegetali, in particolare quelle rare o a rischio di estinzione.

L'attività di ricerca condotta si concentra sulla morfologia delle piante, con particolare attenzione a gruppi specifici come le cycadales e le orchidaceae. Inoltre, vengono condotte indagini etnobotaniche presso comunità rurali dell'Italia meridionale e centrale e vengono analizzati fossili vegetali provenienti dai siti geologici della Regione. Le collezioni dell'orto rappresentano una risorsa inestimabile per la ricerca, messa a disposizione dei docenti del Dipartimento delle Scienze Biologiche per approfondire le conoscenze nel campo della biologia vegetale.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Foria 223
Orari
Mo,We,Fr 09:00-14:00; Tu,Th 09:00-16:00; Sa-Su off
Biglietto
Ingresso libero
Come arrivare
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parco Virgiliano

Parco cittadino · Napoli

parco Virgiliano

Il Parco Virgiliano, detto anche Parco della Rimembranza, è un parco panoramico che sorge nel quartiere Posillipo, a Napoli.

== Storia ==

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Fu realizzato a cavallo degli anni venti e trenta su disposizione dell'Alto commissariato per la Provincia di Napoli e aperto nel 1931 come parco della Vittoria o della Bellezza.

Fu in seguito definito parco della Rimembranza fino a quando, grazie all'iniziativa di Guido Della Valle, assunse il nome di Virgiliano in onore del poeta romano. Ciò non deve creare confusione con il parco Vergiliano a Piedigrotta, altrimenti detto "parco della tomba di Virgilio", contenente le spoglie del poeta Giacomo Leopardi ed il sepolcro del già citato poeta.

Nel 1936, si riscontra un progetto per l'organizzazione del verde da parte dell'illustre esperto Pietro Porcinai.

Negli anni sessanta, fu realizzato al suo interno un impianto sportivo comprendente un campo da calcio e una pista di atletica.

Nel 1975, venne creata una cavea per concerti sul versante della baia di Trentaremi.

Dopo un lungo periodo di degrado e incuria, nel 1997 fu decisa la riqualificazione del parco, il quale fu riaperto nel luglio del 2002. Grande novità fu la chiusura alle automobili, che in precedenza avevano libertà di accesso all'area verde.

Nell'ambito di un progetto di tematizzazione dei parchi urbani del comune, il Virgiliano è stato identificato come "Il parco letterario", ispirandosi al tema de "La Napoli del Grand Tour", e attraverso nuove installazioni di cartelloni (con brani o pensieri di viaggiatori del Settecento, come ad esempio Goethe) in punti panoramici dovrebbe diventare simbolo del passaggio a Napoli nel Grand Tour ed evocare impressioni e sensazioni espresse da artisti dell'epoca.

Descrizione

Si estende su un'area di circa 92.000 m² a 150 m s.l.m., sul promontorio della collina di Posillipo, che sotto il parco è attraversata dalla grotta di Seiano. Vi si accede da viale Virgilio, tramite un'entrata monumentale che conduce ad un piazzale nel quale campeggia una fontana di recente costruzione.

Il parco è caratterizzato da un sistema di terrazze che affacciano sul golfo di Napoli, dalle quali si possono scorgere, oltre all'amplissimo panorama del golfo, le ripide pareti di roccia, spesso gialla per la sua costituzione tufacea, del promontorio su cui si trova il parco.

In un solo colpo d'occhio infatti, è possibile osservare le isole di Procida, Ischia e Capri, l'isolotto di Nisida, il golfo di Pozzuoli, i quartieri di Agnano, Fuorigrotta, Rione Traiano, Pianura, l'Eremo dei Camaldoli, il golfo di Bacoli ed il promontorio di Capo Miseno, Monte di Procida, il Vesuvio, la costa vesuviana, la Penisola sorrentina, la Baia di Trentaremi con i suoi resti archeologici ed il centro storico di Napoli.

Nel parco sono presenti anche due busti (uno ritraente Simón Bolívar e l'altro Mohandas Gandhi) e dei giochi per bambini. L'anfiteatro ospita spettacoli teatrali e musicali di vario tipo. L'impianto sportivo aperto negli anni sessanta costituisce oggi il Centro Sportivo "Virgiliano", comprendente una pista di atletica leggera con tribuna da 1000 posti, affidato in gestione alle associazioni di categoria.

Sono presenti arbusti di diverse specie: lecci, olivi, roveri ed un denso sottobosco con piante di mirto, rosmarino e fillirea.

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Questa guida è composta da basi di conoscenza aperte. Niente è scritto da noi e niente è inventato: dove una fonte tace, il campo semplicemente non c'è.

Ultimo aggiornamento il 30 agosto 2026