Genova

Genova è un comune italiano di 567 159 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana e della Liguria. Affacciata sul Mar Ligure, è il comune più popoloso della regione e il sesto d'Italia per popolazione, nonché uno dei maggiori cen…

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Luglio, Agosto

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 11° 101 mm
Febbraio 12° 134 mm
Marzo 14° 133 mm
Aprile 17° 10° 99 mm
Maggio 21° 14° 111 mm
Giugno 25° 18° 83 mm
Luglio 28° 21° 49 mm
Agosto 29° 21° 68 mm
Settembre 25° 18° 107 mm
Ottobre 20° 14° 254 mm
Novembre 14° 180 mm
Dicembre 12° 129 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Genova è un comune italiano di 567 159 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana e della Liguria. Affacciata sul Mar Ligure, è il comune più popoloso della regione e il sesto d'Italia per popolazione, nonché uno dei maggiori centri urbani ed economici dell'Italia nord-occidentale.

Descrizione da Wikipedia · leggi la voce completa

Guida pratica di Genova

4.582 parole scritte da viaggiatori, da Wikivoyage.

Da sapere

È una storica città portuale nel nord Italia, la capitale della regione Liguria. Come attrazione turistica, è spesso messa in ombra da città come Roma o Venezia, anche se ha una lunga storia come centro commerciale ricco e potente. Tuttavia, con la sua moltitudine di gemme nascoste dietro i vicoli accoglienti, l'eccellente cucina (in particolare pesce e frutti di mare), il vecchio porto ristrutturato, le bellezze (incluso uno degli acquari più grandi d'Europa) e la sua posizione di Capitale europea della cultura nel 2004, luogo di nascita dell'esploratore Cristoforo Colombo è un luogo allettante che sta gradualmente diventando sempre più incluso nel mercato turistico. Con le tipiche case dai tetti in ardesia, le chiese artistiche, le graziose ville sul mare e diverse boutique di lusso, Genova è una tappa obbligata. La città può essere meno conosciuta dai maggiori operatori turistici, ma il suo splendore è spesso nascosto tra le strette vie del centro storico.

Quando andare

Genova ha un clima marginalmente umido e mediterraneo, in quanto solo un mese in estate vi è una piovosità inferiore a 40 mm, impedendole di essere classificata come esclusivamente umida o Mediterranea. Ha inverni quindi freschi ed estati calde.

Cenni storici

Reperti tombali del IV/V secolo a.C. e ritrovamenti di manufatti di scambio testimoniano un insediamento sotto i Greci, che probabilmente avevano una stazione commerciale. Dopo che l'insediamento fu distrutto dai Cartaginesi nel 205 a.C. La città fu ben presto ricostruita dai Romani e utilizzata come quartier generale della campagna contro i Liguri, con Roma la città fu collegata dalla Via Aurelia e il suo proseguimento lungo la Riviera nella Via Emilia, dall'attività di sviluppo urbano dei Romani praticamente nulla è stato conservato e l'esistenza della città è assicurata principalmente da citazioni in altre fonti. Altra via era l'antica via Postumia che la collegava ad Aquileia.

Dopo la caduta del dominio di Roma, la città cadde nelle mani degli Eruli e dei Bizantini e intorno al 600 d.C. sotto i Longobardi. Intorno al 935 d.C. Genova fu conquistata e distrutta dai Saraceni, dopo la cacciata dei Saraceni si unì a Pisa nel 1016 per opporsi all'occupazione musulmana della Sardegna. La città prese parte alla prima crociata e crebbe con l'istituzione di postazioni commerciali non solo a Jaffa e Acri, in Libano e in Asia Minore, ma anche con il sostegno alla Reconquista, l'espulsione dei musulmani governanti dalla Spagna, nella successiva istituzione di filiali commerciali in Spagna e Nord Africa per diventare potenza coloniale in tutta l'area mediterranea.

Con le sue estese attività commerciali in Spagna e il sostegno alla conquista di aree del Nord Africa e delle Isole Canarie, Genova fece concorrenza all'alleata Pisa, il conflitto armato terminò con la catastrofica perdita per Pisa nella battaglia navale della Meloria nel 1284. A Genova fu stabilita una forma di governo dei Capitani e poi dei Dogi, la città aveva un'ampia rete di possedimenti, alcuni dei quali andarono perduti nel Mediterraneo orientale con la caduta dell'Impero romano orientale. I rapporti commerciali con la Spagna rimasero molto intensi, così salpò il navigatore genovese Cristoforo Colombo per conto della corona spagnola a ovest per scoprire una rotta marittima attraverso fino all'India, il resto è storia nota...

La città-stato genovese durò fino alla Rivoluzione francese del 1797, quando divenne per breve tempo capitale della Repubblica Ligure per integrarsi nel Regno di Sardegna; nella seconda metà dell'Ottocento. Genova è stata poi integrata nel regno dell'Italia unita. La città se la cavò con distruzioni alla fine della seconda guerra mondiale, quando venne evitato di farla saltare in aria dagli occupanti tedeschi sotto il comandante della città G. Meinhold come richiesto dai comandi tedeschi, ma consegnata ai partigiani il 23 aprile 1945 senza combattere.

Nel dopoguerra la città portuale conobbe una ripresa con l'importante porto commerciale. Come parte del declino dell'industria del nord Italia, c'è stato un significativo calo della popolazione; nell'ambito delle celebrazioni di Colombo nel 1992, il vecchio porto è stato restaurato, la città è stata nominata Capitale europea della cultura nel 2004 e la città vecchia nel 2006 è divenuta Patrimonio dell'umanità.

Come orientarsi

Centro

Con tutta probabilità il vostro punto di arrivo in città sarà la stazione di Piazza Principe, sia che giungiate in treno o in aereo. A questa stazione fa capolinea l'autobus navetta proveniente dall'aeroporto (il Volabus, che prosegue anche fino alla stazione di Brignole; costo della corsa: 6 euro). Sempre dall'aeroporto è disponibile anche un bus-navetta circolare (i24 dell'azienda comunale AMT) che al costo di 1,5 euro collega l'aerostazione con la stazione ferroviaria di Sestri Ponente-Aeroporto e la zona della Marina Genova Aeroporto.

Via Balbi

Piazza de Ferrari è la piazza centrale di Genova. È collegata tramite la via XX settembre, lunga circa 1,3 km a Piazza della Vittoria, situata in prossimità della stazione ferroviaria di Genova Brignole.

Municipalità esterne

Genova è policentrica essendo l'unione di diversi Comuni avvenuta in due tempi, la prima (che ha riguardato solo i comuni immediatamente adiacenti al centro storico) alla fine dell'ottocento, e la seconda (che ha portato all'estensione attuale) negli anni venti del novecento. Ciascuno di questi ex-comuni, ora quartieri cittadini, ha quindi un suo nucleo storico, mentre la conformazione di piazze e strade, quando non è stata stravolta dal boom edilizio del dopoguerra, è quella tipica delle cittadine e dei paesi indipendenti.

La struttura fisica del territorio comunale è quella di un pigreco rovesciato, un asse rivierasco su cui scendono due valli principali

Levante — Sturla, Quarto dei Mille, Quinto al Mare, Nervi, Bavari, San Desiderio, Borgoratti

Ponente — Voltri, Prà, Pegli, Sestri Ponente, Cornigliano, Sampierdarena

Val Bisagno — San Fruttuoso, Marassi, Staglieno, Molassana, Struppa

Val Polcevera — Rivarolo, Bolzaneto, Pontedecimo

Le due vallate proseguono nell'entroterra oltre il territorio comunale, attraversando alcuni comuni limitrofi.

Come arrivare

In aereo

L'Aeroporto di Genova-Sestri si trova a 9 km dal centro città. È collegato con il centro città tramite l'autobus Volabus che fa capolinea alla stazione di Genova Brignole e ferma anche alla stazione di Genova Principe. È in funzione dalla mattina presto fino alle 23 circa e la sua frequenza è di un'ora. La corsa costa 6 euro (aprile 2014).

I voli domestici sono effettuati da Ita Airways, Ryanair, Volotea, Vueling.

In auto

Provenendo da Milano è possibile raggiungere Genova tramite la (circa 145 km). Ricordate però che l'ultima parte, da Serravalle a Genova, è incredibilmente tortuosa. Si consiglia quindi di prendere una strada alternativa, uscendo dalla alla deviazione nei pressi di Tortona e dirigendosi sulla /, seguendo Genova, Ventimiglia, Savona, Voltri; rendendolo un viaggio più lungo (+20 km), ma sicuramente più sicuro e confortevole. La stessa autostrada è meno tortuosa in direzione nord (in partenza da Genova).

Provenendo da Torino, potete prendere la per Savona (137 km) e poi andare a Genova seguendo la bellissima ma tortuosa autostrada costiera (altri 45 km), oppure seguire le indicazioni per Genova-Piacenza che troverete sulla tangenziale in direzione sud. Quest'ultima è l'alternativa più breve (170 km totali), ma offre meno opportunità turistiche.

Provenendo dalla Costa Azzurra, seguire l'autostrada e godersi il panorama (a circa 160 km dal confine francese). Se siete tentati di evitare le strade a pedaggio, tenete presente che ci vorranno almeno tre o quattro volte più tempo, anche se potreste ottenere viste migliori. Il ponte Morandi sulla , drammaticamente crollato nel 2018, è stato sostituito con un nuovo ponte.

Provenendo dalla Toscana, si può prendere la da Rosignano a Genova. Dal 1 novembre al 31 marzo è obbligatorio avere a bordo le catene da neve tra le uscite di Carrodano e Sestri Levante, anche se qui la neve è raramente un problema.

In nave

1 Porto di Genova. Dal porto di Genova partono navi per Palermo (20 ore), Olbia, Porto Torres, Bastia (Corsica), Tunisi, Malta e Tangeri (Grandi Navi Veloci, 46 ore), Barcellona (Grandi Navi Veloci, 18 ore).

2 Porto antico di Genova. Dal porto antico partono le navi per Nervi, Camogli, Portofino, Monterosso al Mare e Vernazza.

In treno

Genova ha 25 stazioni ferroviarie ed è collegata con Torino, Milano, Pisa, Roma, Nizza e Marsiglia (Francia).

Le stazioni principali sono:

3 Genova Brignole, Piazza Giuseppe Verdi 2 – Stazione ferroviaria e metropolitana dove fermano i treni provenienti da Roma, Torino e Milano. Da qui parte la metropolitana ad unica tratta di Genova, verso Rivarolo.

4 Genova Piazza Principe, Piazza Acquaverde – Stazione ferroviaria e metropolitana dove arrivano i treni da Milano e dalla Francia e dove vi è anche una fermata della metropolitana che va da Rivarolo a Genova Brignole.

Il treno fa anche servizio metropolitano sull'asse rivierasco e nella Val Polcevera.

In autobus

Un collegamento autostradale collega Genova con Bologna (fermate intermedie Parma, Reggio nell'Emilia e Modena) con [1]. Con i pullman Eurolines ci sono collegamenti da molti paesi europei. Altri autobus a lunga percorrenza partono da Nizza.

Come spostarsi

Tra le zone più belle in cui spostarsi a piedi ci sono sicuramente i vicoli del centro storico o la zona del Porto Antico. Delle belle passeggiate che costeggiano il mare sono inoltre la passeggiata Anita Garibaldi a Nervi o Corso Italia, che parte dalla zona della Foce per spingersi a levante fino a Boccadasse, un tempo borgo marinaro e oggi di grande interesse turistico per la sua baia, le case colorate e le tipiche "crêuze".

Con mezzi pubblici

Il trasporto pubblico sarà probabilmente la soluzione migliore

AMT è il gestore del trasporto pubblico nel comune di Genova, e dal 1 Gennaio 2021 dell'intera area metropolitana, a seguito dell'assorbimento di ATP Esercizio.

Il sistema di trasporto pubblico a Genova è veramente capillare e raggiunge tutto il territorio genovese: collega l’asse costiero, da Voltri a Nervi, alle alture della città e alle due valli genovesi, la Valbisagno e la Valpolcevera. Sulla rete di superficie si trovano 2.634 fermate interrogabili dal sistema di monitoraggio satellitare (SiMon) per conoscere i transiti dei bus in tempo reale, quindi tramite l'app AMT puoi conoscere l'orario di transito di tutte le fermate. 139 linee bus servono circa 1000 chilometri di rete bus.

Anche di notte è sono presenti alcune linee che collegano i principali assi della città (Nervi- Voltri, Pontedecimo-Prato transitando tutte per il centro)

Per maggiori informazioni scaricare l'app AMT per conoscere linee e orari, acquistare biglietti e programmare un percorso o telefonare al servizio clienti di AMT al numero +39 010 5582414 attivo in orario Lun-Ven 8:15-16:30.

Il sistema tariffario

A settembre 2023, i biglietti singoli costano 1,60 € e sono validi per 100 minuti dopo la convalida per un numero illimitato di viaggi in qualsiasi direzione (escluso: Navebus, Volabus). Un abbonamento giornaliero costa € 4,50, mentre un abbonamento giornaliero di gruppo valido per 4 persone costa € 9,00. Questi pass devono essere convalidati all'inizio della prima corsa. Se dovete prendere un autobus la mattina presto o in tarda ora quando le tabaccherie non sono aperte, dovreste avere un telefono cellulare per i biglietti via SMS. In questo caso dovete inviare un messaggio di testo con "AMT" al 48 50 209 e verrà addebitato € 1,50. Il messaggio di risposta è il ticket, che è valido per 110 minuti.

Tutti i titoli di viaggio sono presenti sul sito di AMT.

In treno

Trenitalia e i treni suburbani e regionali viaggiano in direzione est-ovest lungo la costa collegando tutti i quartieri / periferie costiere con il centro città. Questo è il mezzo di trasporto più conveniente se prevedete di vedere alcuni quartieri o città periferiche lungo la costa. I biglietti e gli abbonamenti AMT con estensione FS sono validi sui treni Trenitalia entro i confini cittadini (Voltri e Nervi); i biglietti singoli consentono una sola corsa in treno e devono essere convalidati nuovamente alle validatrici verdi nelle stazioni - verificare, il corretto spazio di convalida con il nome "Trenitalia" sul retro del biglietto. Se viaggiate fuori dai confini cittadini per visitare alcune periferie, dovrete acquistare un biglietto presso uno sportello o macchinetta Trenitalia.

Ferrovia a cremagliera "Principe-Granarolo" (gestito da AMT) con 9 stazioni cittadine

In metropolitana

La metropolitana di Genova conta una sola linea che si sviluppa per otto stazioni: Brin, Dinegro, Principe, Darsena, San Giorgio, Sarzano/Sant'Agostino, De Ferrari e Brignole.

In bus

Come è comune in Italia, i biglietti non vengono venduti a bordo (tranne la notte o la domenica, quindi a prezzo maggiorato); è necessario acquistare il biglietto prima di salire sull'autobus presso un'edicola, un tabaccaio o una stazione della metropolitana, e convalidarlo presso una punzonatrice una volta saliti sull'autobus.

Il centro storico di Genova è servito da autobus solo intorno ad alcune piazze e strade importanti (Piazza Acquaverde per la Stazione di Piazza Principe, Piazza della Nunziata, Largo Zecca, Piazza Corvetto, Piazza Caricamento). I suoi vicoli dei caruggi sono così stretti che non è fisicamente possibile il traffico veicolare, e devono essere visitati a piedi - le distanze comunque non sono enormi.

Ascensori e funivie

Ci sono anche una serie di ascensori pubblici e funivie che collegano il centro con i quartieri sulle colline circostanti. Le stazioni superiori dell'ascensore Ascensore di Castelletto e della Funicolare del righi offrono una vista sorprendente della città.

Funicolare Zecca-Righi (gestito da AMT) con 7 stazioni cittadine

Funicolare Sant'Anna (gestito da AMT) con 2 stazioni cittadine

In nave

AMT gestisce anche un servizio di battello pubblico chiamato Navebus che collega il Porto Antico a Pegli. È un modo fantastico ed economico per vedere la città dal mare; giunti a Pegli si può visitare il parco pubblico di Villa Pallavicini.

I servizi di battelli privati partono dal Porto Antico e percorrono la costa fino a Camogli, San Fruttuoso, Portofino, Chiavari e le Cinqueterre.

In auto

La gente del posto dirà che guidare per la città è un po' più veloce dei mezzi pubblici (nonostante gli ingorghi nelle ore di punta), ma una volta raggiunta la destinazione vi trovate di fronte all'incubo e alla frustrazione di cercare un parcheggio inesistente. Non è solo un caso che la maggior parte dei locali sia passata dalle auto agli scooter, al punto che anche trovare un posto per uno scooter è diventato difficile. Tutte le attrazioni all'interno del centro sono raggiungibili a piedi o ben servite dai mezzi pubblici, quindi un'auto non serve affatto. Se decidete comunque di guidare in città, non scommettete sui parcheggi disponibili in strada (ci sono comunque delle tariffe per il parcheggio in strada), andate direttamente in un garage e sperate che non siano tutti pieni. Se pensate di andare in spiaggia in una soleggiata giornata di fine settimana a Genova o in un altro paese lungo la costa, Dimenticatevelo. Trovare un parcheggio a pochi passi dalla spiaggia è un evento irripetibile. Usate invece il trasporto pubblico.

Cosa vedere

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Tappa fissa del Grand Tour delle aristocrazie europee, Genova è stata visitata da un gran numero di viaggiatori e scrittori durante l'età moderna, tra cui Montaigne e Nietzsche, ma anche nel medioevo (Dante, Petrarca). Inoltre ha fornito location particolari per numerosi film (ancorato al Porto Antico c'è il Neptune, vascello usato per il film Pirati di Roman Polanski nel 1986 e per la miniserie televisiva Neverland - La vera storia di Peter Pan nel 2011).

Per avere delle belle viste della città, punti idonei sono Spianata Castelletto o il Bigo (ascensore panoramico al Porto Antico, che però ha un costo di 4 euro per adulto, quindi valutare bene se ne vale la pena).

Una visita alla Lanterna di Genova garantisce una vista mozzafiato sul porto, vero cuore pulsante della città.

Si possono visitare numerosi musei tra cui il Museo del Mare.

Palazzi e castelli

Tra i palazzi sono da sottolineare gli oltre 100 "Palazzi dei Rolli", palazzi nobiliari del XV e XVI secolo, 42 dei quali sono stati iscritti nell'elenco dei patrimoni mondiali dell'umanità dall'UNESCO.

Il centro storico di Genova, con i suoi stretti vicoli (caruggi in genovese), è uno dei più estesi d'Europa. Oltre alle destinazioni riportate qui sotto, sono da segnalare aspetti particolari come la Loggia di Banchi nell'omonima piazza vicino al Porto Antico, la splendida facciata di Palazzo San Giorgio nella stessa zona, la Casa del Boia poco più a levante, e gli antichi Truogoli di Santa Brigida vicino a Via Balbi.

Chiese

Genova è molto ricca di chiese, in particolare nel centro storico, dove si trovano le principali e le più antiche. In diversi casi esse sorsero come cappelle gentilizie delle principali famiglie cittadine ed erano quindi un modo per mostrare il proprio prestigio. Diversi sono anche gli stili: dalle piccole chiese di pietra in stile romanico di Santa Cosma e Damiano (o San Cosimo), San Donato e Santo Stefano, a quelle più ricche e maestose come le barocche San Luca e Santissima Annunziata del Vastato, la gotico/barocca San Matteo o la rinascimentale Santa Maria dell'Assunta in Carignano. Da segnalare la presenza di diversi santuari nelle periferie della città: il principale è quello di Nostra Signora della Guardia, in località Ceranesi, ma sono importanti anche quelli cittadini di San Francesco da Paola (quartiere di San Teodoro) e della Madonna del Monte (Val Bisagno), e quelli di Nostra Signora dell'Acquasanta (in frazione Acquasanta) e Nostra Signora del Gazzo (Sestri Ponente). Da segnalare anche la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni (Castelletto), che custodisce il "santo mandillo", un lino dipinto a tempera raffigurante il Cristo ritenuto miracoloso, che il doge di Genova Leonardo Montaldo ricevette dall'imperatore di Costantinopoli e donò ai monaci di San Bartolomeo nel 1388.

Cosa fare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Ci sono molte cose da fare a Genova. Molti ragazzini passano il tempo a giocare con gli amici nei Parchi che si trovano all'interno di alcune ville antiche, alcune di esse sono anche musei (es. Villa di Negro- museo di arti orientali Edoardo Chiossone). Andate a prendere il gelato lungo le spiagge e fate passeggiate sulla spiaggia. Ci sono molti dipinti in città e sui pavimenti in mattoni che molte persone ammirano. Anche la pesca del pesce gatto è un hobby che potrebbe piacere.

Osservazione delle balene (Vedi Molo (Genova)). Con partenze dal porto di Genova.

Eventi e feste

Festival Internazionale della Poesia. A giugno.

La Voce e il Tempo. da giugno ad aprile. È una stagione musicale, organizzata principalmente a Genova e in altre location della Liguria. La rassegna volge le proprie attenzioni alla musica vocale nelle diverse espressioni artistiche succedutesi nel tempo, dall'età medievale fino ai giorni nostri, con uno sguardo alle differenti culture linguistiche, letterarie e musicali. I cartelloni includono concerti, conferenze, workshop, lezioni, incontri con artisti e relatori, alla scoperta di repertori antichi e, spesso, di non facile ascolto. L'esplorazione della musica vocale abbraccia varie discipline, dalla letteratura, alla poesia e alla storia, dalla scienza alla filosofia. Gli eventi trovano ospitalità nei musei, nei palazzi storici e nelle chiese antiche di Genova.

1 Salone Nautico Internazionale. A ottobre. Il Salone Nautico Internazionale è un evento giusto alla 60° edizione nel 2020. L'esposizione di barche a vela e motore ed una esposizione di prodotti per la nautica da diporto e professionale lo rendono uno degli eventi maggiori a Genova.

Euroflora. Tra fine aprile e inizio maggio. La più spettacolare delle floralies europee vi aspetta ai parchi di Genova Nervi.

Marc. A dicembre e maggio.

Rally della Lanterna. A Primavera. Manifestazione rallistica che si svolge nell'entroterra della provincia di Genova.

Rolli Days. Generalmente due week-end all'anno, a fine primavera e fine estate.

Festival della Scienza. Tra ottobre e novembre.

Acquisti

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Genova è fantastica per lo shopping. Vi sono boutique di stilisti, i grandi magazzini, i negozi di alimentari e gli antiquari. In centro, per chi vuole curiosare nelle boutique di lusso alla moda lungo Via XX Settembre, Via Roma e nell'elegante Galleria Mazzini a partire da Piazza Ferrari.

Ci sono molti negozi piccoli, pittoreschi e legati al turismo nel centro. Questi sono principalmente nelle piazze centrali e nei piccoli vicoli. Potete trovare bancarelle di souvenir, chioschi che vendono libri e snack, bancarelle a tema marinaro, mercatini delle pulci tradizionali, commercianti di mobili moderni e antichi, piccole librerie e piccole gallerie d'arte.

C'è un grande centro commerciale chiamato Fiumara situato vicino alla stazione ferroviaria di Genova Sampierdarena. Per raggiungere Fiumara prendere un treno locale fino alla stazione di Genova Sampierdarena ed uscire dalla stazione. Svoltare a sinistra e passare sotto un ponte, nei pressi del quale c'è un cartello a sinistra. Il centro commerciale è visibile dall'altro lato del ponte e dista circa 10 minuti a piedi. Il centro commerciale può essere raggiunto anche in auto o in autobus 1, 2, 4 e 22. Il centro commerciale è aperto tutti i giorni dalle 09:00 alle 21:00. Nelle vicinanze c'è un teatro e un centro di attività che comprende una sala da biliardo, una pista da bowling e ristoranti.

Il sistema viario offre un'ampia scelta di punti di partenza per ogni tipo di shopping: i portici di Sottoripa, in Porto Vecchio, hanno mantenuto l'atmosfera di un vecchio bazar dai tempi in cui attraccavano navi cariche di merci di ogni genere: spezie, essiccate frutta e pesce fritto. In Via San Luca e in Via Orefice ci sono negozi di abbigliamento e scarpe disponibili a prezzi interessanti. Da non perdere l'antica pasticceria Pietro Romanengo fu Stefano .

Per i buongustai, si consiglia una passeggiata tra Via San Vincenzo e Via Colombo, vicino alla stazione ferroviaria di Brignole, dove è possibile esplorare una varietà di panifici, pasticcerie e negozi di alimentari. Non lontano da qui si trova il Mercato Orientale - entrate in via Galata o in via XX Settembre. Questo mercato è coperto e c'è una rumorosa esplosione di persone, colori, odori e un posto favoloso dove acquistare olive, erbe aromatiche, frutta e altri prodotti liguri.

Dove mangiare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

La cucina genovese si basa sulla tradizionale cucina mediterranea. È molto ricca di ingredienti e sapori. I Liguri utilizzano ingredienti molto semplici, che di per sé sembrano insignificanti, ma se combinati insieme mettono in risalto le qualità di ogni ingrediente per produrre un'armonia di bei sapori: funghi, pinoli, noci e una varietà di erbe aromatiche.

Il pesto è originario della città di Genova. Viene utilizzato in molti piatti, tra cui pasta e pizza. Potete sempre ordinare dall'enorme varietà di pasta e pizze disponibili, ma provare quella a base di pesto è d'obbligo per vivere la cucina tradizionale genovese.

Un altro must della cucina genovese o ligure è la focaccia, che può essere condita con cipolle, erbe o altri prodotti alimentari. Sono abbastanza gustose e spesso più economiche delle pizze. Numerose sono le 'Focaccerie' sparse per Genova e dintorni. Questi sono fondamentalmente posti da asporto e facili anche per il portafoglio. In molte focaccerie troverete varietà di focacce improvvisate, ma di solito quelle più gustose arrivano solo con pomodori o cipolle e un po' di olio d'oliva. La "focaccia" originale è semplicemente condita con olio d'oliva, sale e un po' di vino bianco. Da non perdere la farinata, una torta sottile e croccante a base di farina di ceci, acqua, sale e olio d'oliva.

Tra i primi piatti ci sono diversi tipi di pasta, conditi con il pesto o sughi di carne, ad esempio le troffie, trenette e taglierini. Da provare i pansotti, ravioli ripieni di verdure ed erbe, oltre che ottimi con salsa di noci. Tra i vari piatti di carne, uno dei più caratteristici è la tomaselle, arrotolata ripiena di vitello, uova ed erbe aromatiche. Non dimenticate di provare lo spezzatino di agnello con i carciofi. Un piatto è la tipica cima genovese, pancetta farcita con vari ingredienti, poi servita fredda, affettata. I funghi sono presenti nella cucina provinciale ligure, danno sapore ai piatti di carne e completano i piatti di pesce.

Il pesce occupa davvero un posto d'onore nei menù dei ristoranti genovesi. Un vero capolavoro della cucina ligure è il cappon magro: un piatto molto elaborato a base di diversi tipi di pesce e verdure cotte, condito e con una salsa di erbe e pinoli. Altre ricette popolari sono fritto misto (fritto misto di pesce), l'insalata di pesce (insalata di mare), triglie, stoccafisso in agrodolce (merluzzo in salsa agrodolce), con pinoli e uvetta. Le cozze sono onnipresenti, alla marina o ripiene di carne, formaggio, uova o maggiorana. Infine le acciughe, che si possono consumare fredde, ma sono migliori se farcite.

Tra i dolci, uno dei più caratteristici è il pandolce, un piatto che si trova su ogni tavola di Natale. Genova è una città famosa per i suoi dolci: canestrelli, amaretti, baci di dama e gobeletti.

Come divertirsi

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Locali notturni

La zona del porto è particolarmente ricca di locali notturni e una vivace movida.

Dove alloggiare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Una lista di tutti gli alberghi di Genova e provincia che aderiscono all'associazione "Albergatori di Genova" è reperibile sul sito www.hotelsgenova.it

Sicurezza

Microcriminalità

Le strade di Genova sono generalmente abbastanza sicure, soprattutto nelle principali zone turistiche e nelle zone residenziali. Il centro, Quarto dei Mille, Quinto del Mare e Nervi sono tutti quartieri sicuri sia di giorno che di sera. I vicoli del centro storico sono molto caratteristici e affascinanti, ma non tutti completamente sicuri.

Tuttavia, alcune aree limitate del centro storico fuori dai vicoli principali potrebbero essere soggette a microcriminalità o semplicemente essere poco piacevoli per il turista in generale (ad esempio prostitute che aspettano i clienti nel bel mezzo della giornata in vicoli bui a solo un paio di isolati un'attrazione turistica). Soprattutto a nord di Piazza Caricamento / via Banchi / via Luccoli, intorno a Via Pré e nella zona della Stazione Principe, è consigliabile prestare particolare attenzione e seguire il buon senso, ad esempio evitare di camminare in vicoli più stretti, più bui e deserti fuori dai percorsi principali a meno che non sappiate dove state andando. Cercare di restare in quelli più trafficati e luminosi, specialmente la sera. In particolare, da evitare il quadrilatero formato da via del Campo, via Lomellini, piazza della Nunziata e via delle Fontane che costituisce l'antico ghetto ebraico, oggi zona di profondo degrado. Prestate particolare attenzione all'ambiente circostante, evitate di esporre oggetti appariscenti e non trasportare grandi quantità di denaro o oggetti di valore.

Le rapine o la violenza nei confronti dei turisti sono rare, tuttavia i borseggiatori abili non sono infrequenti. Prestare particolare attenzione nella zona di via San Lorenzo / via San Bernardo / via San Donato (che è una zona frequentata e molto frequentata dalla vita notturna di studenti e giovani) e anche sugli autobus urbani.

Traffico

Quando si cammina, non bisogna aspettarsi che gli automobilisti (soprattutto in scooter e motociclisti) siano particolarmente disciplinati. Sulle strisce pedonali non segnalate potrebbe essere necessario insistere sul diritto di precedenza iniziando ad attraversare la strada (con cautela!), piuttosto che aspettare che gli automobilisti si fermano. Se un'auto, un furgone o un camion si è fermato per farvi attraversare, fate molta attenzione e date sempre per scontato che potrebbe esserci uno scooter che sorpassa quel veicolo ad alta velocità senza vedervi.

Spiagge

Praticamente tutte le spiagge di Genova e dintorni sono fatte di ciottoli, rocce e scogliere. Il fondale è normalmente molto ripido e non sarete in grado di toccare il fondo a pochi metri dalla riva, quindi fate attenzione se le vostre capacità di nuoto non sono buone. Durante il bagno, siate estremamente cauti poiché le pietre sott'acqua sono per lo più ricoperte di vegetazione e molto scivolose. Evitate assolutamente di fare il bagno se il mare non è calmo: le onde che possono sembrare innocenti dalla riva, ma potrebbero essere abbastanza forti da trasformare l'uscita dal mare un'impresa abbastanza pericolosa, correndo il rischio di essere sbattuti sulla riva o in un roccia (che forse non vedete perché è sott'acqua). Normalmente non c'è un servizio di bagnini sulle spiagge pubbliche libere.

Ospedali

2 Ospedale Galliera.

3 Ospedale San Martino, archivio.amministrativo@hsanmartino.it.

Nei dintorni

La città è una buona base per esplorare la Riviera italiana e luoghi famosi in tutto il mondo come Portofino e le Cinque Terre.

Forti di Genova - Insieme di fortificazioni militari risalenti a diverse epoche, che la Repubblica di Genova edificò a difesa del territorio urbano nel corso della sua storia. I progetti di edificazione vennero inoltre ripresi e utilizzati in epoca napoleonica, risorgimentale e durante la prima e la seconda guerra mondiale. Sono aperti diversi percorsi escursionistici che uniscono i diversi baluardi (alcuni integri e riusati per altri scopi, di altri esistono solo le rovine).

Ferrovia Genova-Casella (ferrovia delle tre valli) - Linea ferroviaria molto suggestiva a scartamento ridotto che collega il centro della città di Genova con il suo entroterra, giungendo nel paese di Casella in alta valle Scrivia. Il tracciato è lungo poco più di 24 chilometri ed attraversa un percorso totalmente montano toccando le valli Bisagno, Polcevera e Scrivia.

Itinerari

Via Postumia — È l'itinerario dell'antica via consolare romana, che si svolge attraverso Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

Da Wikivoyage · leggila alla fonte · CC BY-SA 4.0

Cosa vedere a Genova

  1. viadotto Polcevera
  2. Palazzo Rosso
  3. cattedrale di San Lorenzo
  4. Lanterna di Genova
  5. palazzo Ducale
  6. Opera Carlo Felice Genova
  7. piazza De Ferrari
  8. Acquario di Genova
  9. Strade Nuove e complesso dei Palazzi dei Rolli di Genova
  10. basilica di Santa Maria Assunta
  11. viadotto Genova-San Giorgio
  12. Palazzo Reale di Genova
  13. palazzo Doria-Tursi
  14. Palazzo San Giorgio
  15. palazzo Bianco
  16. Villa del Principe
  17. Arco di Trionfo
  18. chiesa di Santa Maria di Castello
  19. chiesa del Gesù e dei Santi Ambrogio e Andrea
  20. Palazzo Baldassarre Lomellini
  21. Palazzo Gio Agostino Balbi
  22. Palazzo della Borsa
  23. Sopraelevata Aldo Moro
  24. Palazzo Spinola di Pellicceria
  25. Museo d'arte orientale Edoardo Chiossone
  26. Palazzo Lercari-Parodi
  27. Palazzo Lomellini-Doria Lamba
  28. palazzo Pallavicini-Cambiaso
  29. Torre degli Embriaci
  30. Palazzo Belimbau
  31. Palazzo Carrega-Cataldi
  32. Palazzo Francesco Maria Balbi Piovera
  33. Palazzo Giacomo Spinola
  34. Palazzo Gio Battista Spinola
  35. Palazzo Angelo Giovanni Spinola
  36. Palazzo Doria-Spinola
  37. Palazzo Ambrogio Di Negro
  38. Palazzo Podestà
  39. parchi di Nervi
  40. castello d'Albertis
Mappa di Genova con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

viadotto Polcevera

Ponte autostradale · Genova

viadotto Polcevera

Il viadotto Polcevera (noto anche come ponte Morandi o ponte delle Condotte) è stato un ponte autostradale che scavalcava il torrente Polcevera e i quartieri di Campi, Certosa e Rivarolo, nella città di Genova. Fu progettato dall'ingegnere Riccardo Morandi e venne costruito fra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d'Acqua.

Il viadotto, con i relativi svincoli, costituiva il tratto finale dell'autostrada italiana A10 (gestita dalla Autostrade per l'Italia in quel punto), a sua volta ricompresa nella strada europea E80. Tale attraversamento rappresenta un tassello strategico per il collegamento stradale fra l'Italia settentrionale e la Francia meridionale, oltre a essere il principale asse stradale fra il centro-levante di Genova, il porto container di Voltri-Pra', l'aeroporto Cristoforo Colombo e le aree industriali della zona genovese.

Leggi tutto su viadotto Polcevera (2.596 parole)

Il 14 agosto 2018 crollò l'intero sistema bilanciato della pila 9 del ponte, provocando 43 morti e 566 sfollati. Per due anni il traffico è stato quindi forzatamente deviato sia in entrata che in uscita della A10 nello svincolo di Genova Aeroporto, provocando grossi problemi alla circolazione urbana. Nel febbraio 2019 è stata avviata la demolizione dei resti del suddetto ponte, mediante tecniche di smontaggio meccanico. La demolizione è culminata, idealmente e a livello mediatico, nella demolizione con esplosivi dei due piloni strallati superstiti, avvenuta il 28 giugno 2019 e poi terminata (eccetto che per la rimozione delle macerie) con la demolizione dell'ultima pila il 12 agosto 2019.

Il 3 agosto 2020 è stato inaugurato, in sua sostituzione, il nuovo viadotto Genova San Giorgio, costruito su disegno dell'architetto Renzo Piano e aperto al traffico il giorno dopo verso le 22 circa.

Storia

Il 9 luglio 1959 l'Anas bandì un concorso per la progettazione e la costruzione di un collegamento tra la costruenda autostrada Genova-Savona (A10) e la Genova-Milano (A7). Tale progetto era ambizioso e difficoltoso, segnatamente per la necessità di superare i due grandi parchi ferroviari, il torrente e le aree già costruite di Sampierdarena e Cornigliano senza creare eccessivi ingombri a terra (ivi compresa la fase di costruzione) e senza impegnare una superficie troppo estesa per impiantare i piloni.

Tra coloro che risposero all'appalto-concorso vi fu la Società Italiana per Condotte d'Acqua, che coinvolse l'ingegner Riccardo Morandi: la sua proposta, che adattava soluzioni tecniche innovative già da lui sperimentate in precedenza, risultò infine vincitrice.

La costruzione venne quindi appaltata alla società Condotte, che avviò i lavori nel 1963. Il sorgere della nuova infrastruttura generò un diffuso entusiasmo nella stampa e nell'opinione pubblica italiana: sintomatica di tale stato d'animo fu la copertina de La Domenica del Corriere del 1º marzo 1964, che ritraeva un disegno del ponte sul Polcevera corredato dal titolo Genova risolve il problema del traffico. Anche il soprannome di "Ponte di Brooklyn", affibbiato all'opera nella cultura popolare, denota l'impatto che il viadotto aveva nell'immaginario sociale dell'epoca, per quanto esso differisse sostanzialmente dal ponte newyorkese.

Il cantiere terminò il 31 luglio 1967; l'inaugurazione si celebrò il successivo 4 settembre alla presenza del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. che lo definì «un'opera ardita e immensa», con particolare riferimento alla campata lunga 210 metri e compresa fra le pile 10 e 11, che era la più estesa d'Europa e la seconda del mondo.

Progettazione e caratteristiche

Per coprire le luci maggiori Morandi optò per una struttura strallata in calcestruzzo armato e calcestruzzo armato precompresso, con cavalletti bilanciati e stralli omogeneizzati: questi ultimi –con una tecnica innovativa a livello mondiale ideata e brevettata da Morandi stesso, poi divenuta oggetto di controversie – erano rivestiti in calcestruzzo precompresso, allo scopo precipuo di proteggerli dagli agenti atmosferici e di molto irrigidirli nei riguardi dei carichi mobili, alla applicazione dei quali lo strallo si sarebbe comportato come un elemento in calcestruzzo decompresso (da qui il termine coniato da Morandi di "stralli omogeneizzati"). La precompressione e la successiva iniezione dei cavi garantiva la collaborazione di acciaio e calcestruzzo nei riguardi dei carichi mobili e una bassa variazione di tensione nei cavi di acciaio, e quindi la loro efficace protezione nei riguardi della fatica. In teoria dunque la precompressione della camicia esterna, la "guaina", dava dunque almeno tre effetti benefici: protezione dalla corrosione, irrigidimento, protezione dalla fatica. Tale soluzione costruttiva aveva fruttato grande fama al progettista, giacché nei primi anni sessanta le strutture edilizie a telaio intrecciato erano considerate fra le più moderne, versatili e affidabili. Nel progetto del viadotto genovese, Morandi riprese segnatamente quanto da lui precedentemente studiato per il ponte General Rafael Urdaneta sorto nei pressi di Maracaibo, in Venezuela; i concetti-base della progettazione dei due viadotti in questione vennero poi ulteriormente replicati nella costruzione del ponte sul Wadi al-Kuf in Libia, del ponte Pumarejo in Colombia, del Viadotto Ansa del Tevere di Roma e del viadotto Carpineto di Vietri di Potenza.

Ne era risultata un'opera innovativa e imponente, articolata in undici campate, lunga 1 102 metri, con un piano stradale largo 18 metri (capace di una carreggiata a quattro corsie) corrente a un'altezza massima pari a circa 45 metri dal suolo; le antenne di aggancio degli stralli erano invece alte 90 metri.

In corrispondenza delle campate di maggior luce, la porzione di struttura più caratteristica del viadotto era costituita da tre cavalletti cementizi bilanciati "omogeneizzati" (denominazione questa data da Morandi, per le ragioni anzidette) che erano sostenuti da due coppie di stralli ciascuno, che risultavano individualmente tesi sotto il peso proprio del sistema per circa 2200 tonnellate, la precompressione riguardava infatti la sola guaina esterna protettiva. Questa forte trazione era assorbita dai soli cavi di acciaio primari, che erano inizialmente tesi a circa il 40% della loro capacità, quindi con un fattore di sicurezza intorno a 2,5. Pertanto, relativamente ai carichi permanenti, gli stralli erano in effetti in acciaio, non in calcestruzzo armato, e men che meno in calcestruzzo armato precompresso. Il passaggio dei carichi mobili implicava da progetto una modesta trazione suppletiva nei cavi di acciaio, e una decompressione della guaina in calcestruzzo, che però sarebbe sempre rimasta compressa, senza mai raggiungere uno stato di trazione. Questo complesso comportamento, un tipo di struttura per i carichi permanenti, un altro tipo per quelli variabili, rendeva lo strallo omogeneizzato un sistema tale da richiedere competenze specialistiche per essere pienamente compreso. Solo per i carichi mobili lo strallo era in cemento armato precompresso. Per i molto più ingenti carichi permanenti, esso era un ordinario fascio di trefoli, 352, tesi al 40% della loro capacità. Tale fascio era occultato alla vista, e annegato entro la guaina.

Ciascun cavalletto bilanciato era costituito da due distinte strutture: una prima, a forma di quadrupla H (in giallo nello schema a lato), che aveva il compito di allargare la zona centrale ove poggiava la trave a cinque cassoni dell'impalcato stradale (due appoggi a circa 41 metri di distanza, in verde nello schema) e una seconda struttura a forma di doppia A, alta 90 metri e completamente slegata dalla precedente, con il compito di sostenere gli stralli che reggevano le estremità del cavalletto bilanciato, distanti circa 150 m fra loro (in rosso nello schema). Ogni strallo era composto da 352 trefoli (passanti su una sella in testa all'antenna) pretesati in acciaio ad altissima resistenza, del diametro ciascuno di 1/2 pollice (12,7 mm) oltre a ulteriori 113 per la precompressione della guaina protettiva in calcestruzzo e collaboranti. Si noti che durante la costruzione, prima e durante l'installazione degli stralli, l'impalcato a sbalzo (in verde nello schema) era retto da appositi cavi provvisionali tesati, correnti a circa 2 m sopra l'impalcato stesso, poi rimossi a costruzione ultimata. Inoltre, nella zona centrale, l'impalcato non appoggiava sulla struttura ad A, ma solo su quella a H, configurando pertanto uno schema statico su quattro appoggi.

Tale configurazione strutturale aveva consentito di coprire con ciascun cavalletto bilanciato "omogeneizzato" una luce di oltre 200 metri, senza interferire in alcun modo, neanche in fase di costruzione, con aree sottostanti.

La rimanente porzione del viadotto, che si estendeva verso ovest oltre il letto del Polcevera, adottava sei cavalletti a "V" in cemento armato ordinario (in viola nello schema) e una pila verticale all'estremità ovest, tutte separate da luci minori rispetto alla sezione strallata. L'obiettivo di siffatte soluzioni era quello di ridurre al minimo la porzione di suolo occupata dai sostegni, in quanto già negli anni sessanta la zona risultava fittamente edificata e infrastrutturata.

Ogni pila di sostegno reggeva dunque una propria porzione equilibrata e monolitica di impalcato stradale (in verde e in azzurro nello schema) e ai due estremi forniva l'appoggio per due ulteriori porzioni di "impalcato tampone" (in blu nello schema), costituite ciascuna da sei travi prefabbricate di raccordo lunghe 36 metri, in calcestruzzo precompresso, semplicemente appoggiate agli sbalzi adiacenti. È evidente che tale conformazione a elementi autonomi evitava il trasmettersi di deformazioni e tensioni parassite fra una porzione e l'altra del viadotto, e ha evitato che il crollo della pila 9 avvenuto il 14 agosto 2018 trascinasse con sé le altre porzioni di ponte, che rimanendo in piedi garantirono l'evacuazione. È altrettanto evidente che le pile 8 e 10 sono risultate alleggerite, dopo il crollo, di parte dei carichi trasmessi dagli impalcati adiacenti, e pertanto non più perfettamente equilibrate come previsto dal progetto.

Ciascuna pila era fondata su una spessa platea seminterrata in calcestruzzo armato, a sua volta poggiante su una numerosa serie di pozzi in calcestruzzo trivellati nel fondovalle profondi fino a 50 m, per superare gli strati alluvionali e raggiungere il sottostante strato roccioso.

Il progetto di Morandi comprendeva anche le rampe di svincolo sul lato est del viadotto principale, delle quali le più significative erano quelle da e per la direzione nord: in particolare la rampa in direzione Milano è costituita da un impalcato elicoidale monolitico con travi a cassone curvilinee, con un raggio in mezzeria pari a 45 metri e un'altezza massima di 39 metri.

Problematiche e critiche

Già durante la costruzione si registrò un notevole aumento dei costi effettivi rispetto a quanto preventivato in sede progettuale.

Nel giro di pochi anni il ponte iniziò inoltre a mostrare problemi strutturali e di precoce obsolescenza, palesando in particolare un veloce e grave degrado dei materiali: lo stesso Morandi evidenziò nel 1977 come la brezza marina e i fumi corrosivi delle vicine acciaierie di Cornigliano stessero causando un serio degrado degli elementi metallici a vista e delle superfici in calcestruzzo. Egli finì dunque per ritenere che entro pochi anni sarebbe stato necessario intervenire sul ponte con manutenzioni mirate.

Per quanto riguarda gli aspetti statici, anche a causa delle conoscenze allora poco approfondite relative agli effetti della viscosità del calcestruzzo nel tempo, il ponte manifestò comportamenti strutturali diversi da quelli previsti: già pochi anni dopo l'ultimazione le strutture dell'impalcato iniziarono infatti a flettere, con la conseguenza che il piano viario del ponte, da orizzontale che era, finì presto per avere una conformazione ondulata. A tale inconveniente venne posto parziale rimedio negli anni ottanta con ripetute correzioni di livelletta.

Secondo alcune interpretazioni, particolarmente infelice si rivelò la tecnica adottata da Morandi di ricoprire gli stralli in calcestruzzo: tali elementi, nonostante l'intenzione fosse proprio quella di preservarli dalla corrosione, si rivelarono nel tempo non adeguatamente protetti dai fenomeni di degrado dovuti all'inquinamento industriale e alla salsedine. Inoltre la "guaina" di calcestruzzo rendeva assai difficile il controllo visivo delle condizioni dei trefoli in acciaio e rendeva impraticabile la loro sostituzione.

Nel 2006 l'architetto spagnolo Santiago Calatrava propose la demolizione e la ricostruzione del ponte con una nuova struttura in acciaio; tuttavia, considerata l'importanza del viadotto e gli effetti che avrebbe comportato la sua chiusura, il progetto fu rifiutato.

Con l'avanzare degli anni il viadotto venne inoltre caricato da un traffico notevolmente superiore a quello previsto dal progetto: nel 2009, secondo uno studio della Società Autostrade sulla gronda di Genova, il ponte sosteneva 25,5 milioni di transiti l'anno, con un traffico quadruplicato rispetto al precedente trentennio e con un'ulteriore crescita del 30% prevista per i successivi trent'anni. Lo studio sottolineava come il volume del traffico, causa di code quotidiane nelle ore di punta (specialmente all'estremità orientale, all'innesto sull'autostrada Genova-Milano), producesse un aggravio delle sollecitazioni della struttura, accelerandone il degrado. A conferma di ciò, con l'avvento del terzo millennio, le attività manutentive si erano fatte praticamente quotidiane, con un conseguente aggravio dei costi gestionali. Lo studio ipotizzava che, nella variante della "gronda bassa", il viadotto venisse demolito e sostituito da una nuova struttura posta poco più a nord. I costi per la continua e straordinaria manutenzione, secondo l'ingegnere Antonio Brencich (professore associato di costruzioni in cemento armato all'Università degli studi di Genova), avrebbero presto superato quelli di un'eventuale ricostruzione.

Uno studio effettuato a posteriori dalla NASA su dati satellitari opportunamente elaborati ha evidenziato che fin dal 2015 il viadotto aveva incominciato a deformarsi in modo anomalo e significativo, e negli ultimi mesi di vita (dal marzo 2017 in poi) tale movimento era andato aumentando fino a 9-10 cm.

Interventi conservativi

La commissione d'indagine del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha individuato nella sua relazione di settembre 2018 i principali lavori effettuati sul ponte:

anni 1981-1996: risanamento corticale delle superfici in calcestruzzo, rifacimento del sistema di smaltimento delle acque, formazione di botole per ispezioni interne dell'impalcato.

anni 1986-1993: rinforzo delle travi degli impalcati-tampone (in blu nello schema), rifacimento degli sbalzi laterali dell'impalcato e posa di barriere New Jersey, rinforzi vari degli impalcati a cassone, sistemazione degli scarichi delle acque di impalcato.

anni 1992-1996: nel 1992 le verifiche sullo stato degli stralli del pilone 11 avevano portato alla luce un forte degrado della struttura, con il 30% dei trefoli dissolti a causa della corrosione. Si procedette pertanto al rinforzo con nuovi cavi di sospensione esterni in acciaio assicurati a vistose "guide" metalliche in cima al pilone, i quali "ingabbiarono" gli stralli originari. Fu effettuata un'altra verifica sui piloni 9 e 10, dalla quale tuttavia non emersero all'epoca criticità tali da comportare ulteriori immediati grandi lavori di manutenzione.

A partire dal 1999, anno della privatizzazione della Società Autostrade, il viadotto passò sotto la gestione privata e furono effettuati altri interventi, nessuno dei quali tuttavia di carattere strutturale diffuso:

anni 2008-2009: sostituzione dei New Jersey spartitraffico e dei giunti di impalcato

anni 2009-2010: ripristino di alcune solette della spalla verso Savona

anni 2014-2015: rimozione di carroponte e relative rotaie

anni 2015-2016: rinforzo di tre travi lato mare degli impalcati tampone (su sessanta travi totali)

anni 2014-2018: lavori per la sostituzione dei New Jersey di bordo ponte e posa di rete soprastante

anni 2015-2018: rimozione vecchio carroponte e realizzazione di nuovo

2017: progetto per il rinforzo strutturale delle pile 9 e 10, analogo a quanto realizzato negli anni novanta sulla pila 11 (non realizzato a causa del crollo).

Secondo la relazione della commissione d'indagine ministeriale, poi acquisita agli atti dell'inchiesta, i lavori di installazione del carroponte effettuati dalla società Autostrade sarebbero stati svolti con «nessuna cautela per evitare il potenziale tranciamento delle armature» e con «l’inserimento di viti o staffe sistemate in modo da arrecare danni, anche gravi, alla struttura».

A seguito dei lavori svolti nel 2016, il senatore Maurizio Rossi presentò un'interrogazione parlamentare sull'andamento della messa in sicurezza del ponte al ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio, rimasta tuttavia senza risposta.

Nel 2017 sono state effettuate delle indagini da parte del Politecnico di Milano sui piloni 9 e 10, che hanno evidenziato una difformità rispetto al comportamento dinamico atteso degli stralli della pila 9 (forme modali), e un comportamento più regolare da parte degli stralli del pilone 10. Anche a seguito di tali indagini il 3 maggio 2018 la concessionaria Autostrade aveva pubblicato un bando di gara da 20159000 € per l'adeguamento strutturale dei piloni 9 e 10 del viadotto, in scadenza l'11 giugno 2018.

Il crollo

Il 14 agosto 2018, alle ore 11:36, la pila 9 del viadotto crollò, causando la morte di 43 persone tra automobilisti in transito e alcuni dipendenti dell'AMIU (azienda municipalizzata di nettezza urbana) al lavoro nella sottostante isola ecologica. A seguito del disastro, 566 residenti della zona circostante dovettero essere sfollati e molti edifici residenziali troppo vicini al viadotto, in particolare quelli insistenti sull'area di via Walter Fillak, sovrastata dalla pila 10, vennero successivamente demoliti. Tale fu anche il destino delle porzioni residue del ponte (con la sola eccezione di alcune rampe accessorie), che è stato poi sostituito da una nuova struttura denominata viadotto Genova San Giorgio.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Rosso

Museo di un ente pubblico · Genova

Palazzo Rosso

Il Palazzo Rosso, o palazzo Francesco Ridolfo Brignole Sale, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 18, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Rosso (3.884 parole)

Ospita la prima sezione dei Musei di Strada Nuova, che comprendono anche Palazzo Bianco e Palazzo Doria-Tursi, dedicata principalmente alle collezioni d'arte dei Brignole-Sale, in parte ospitate in sale che conservano l'arredo e la decorazione originale.

Storia

Fu costruito tra il 1671 e il 1677 per volontà dei fratelli Rodolfo e Gio Francesco Brignole Sale su progetto dell'architetto genovese Pietro Antonio Corradi che ripropone qui la pianta a U già da questi adottata nel coevo Palazzo Balbi Senarega. Nell'esigenza di edificare un unico palazzo per le due distinte dimore dei due fratelli, fu scartata la soluzione dell'adiacente Palazzo Cattaneo-Adorno, che prevedeva due simmetriche residenze affiancate, mentre si optò per l'edificazione di due piani nobili, ciascuno riservato ad uno dei fratelli.

Giovanni Francesco I Brignole Sale (1643-1693), figlio di Anton Giulio Brignole Sale (1605-1665) e Paolina Adorno (1610 - 1648), immortalati nella celebre coppia di ritratti di Antoon van Dyck, a seguito della morte del fratello Rodolfo divenne proprietario dell'intero palazzo e ne commissionò la decorazione delle sale ai maggiori artisti del secondo Seicento a Genova.

La decorazione seicentesca

I primi interventi decorativi furono realizzati al secondo piano nobile a partire dal 1679 da Domenico Piola e Gregorio De Ferrari, con la collaborazione di quadraturisti e stuccatori (Antonio ed Enrico Haffner). Fu portato a compimento innanzitutto il salone maggiore e l'affresco sulla volta, Fetonte al cospetto del padre Apollo, capolavoro del De Ferrari, distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, di cui nella sala è oggi esposto il bozzetto preparatorio. La parete del salone è decorata dal Carro del Sole una grande tela dipinta da Domenico Piola intorno al 1606.

Le sale delle stagioni

L'opera dell'anziano Piola e del genero De Ferrari continua nelle quattro sale circostanti, ciascuna delle quali è dedicata ad una stagione dell'anno, ed è considerata dalla critica fra i più alti esiti del barocco genovese.

L'Allegoria della Primavera, affrescata fra il 1686 e il 1687 sempre del De Ferrari e restaurata nel 2022, mostra nella volta tra putti e figure che spargono fiori, Venere con Cupido che seduce Marte. Gli elementi tridimensionali che sporgono dal cornicione volti a creare uno spazio illusivo dipinto sono stati realizzati dallo stuccatore Giacomo Maria Muttone. Nell'Allegoria dell’Estate, è protagonista Cerere, dea delle messi, contraddistinta da un putto che regge un fascio dorato di spighe, mentre i venti invernali sono scacciati dalla ninfa delle brezze, Aura. Anche qui compaiono la figura di Apollo dio del Sole e il leone, segno zodiacale ricorrente in luglio e quindi simbolo dell’estate, ma anche simbolo araldico dei Brignole, in un gioco di rimandi tra astrologia e celebrazione dinastica. A Piola si devono le sale dell'Autunno e dell'Inverno, realizzate in collaborazione ancora una volta con Muttone, e con il quadraturista Sebastiano Monchi, autore degli sfondati prospettici. Al centro della volta con l'Allegoria dell’Autunno è rappresentato Bacco, giovane e imberbe, affiancato da Arianna. Sul lato a ponente è raffigurato con Sileno ebbro, baccanti, centauri, satiri e animali cari a Dioniso completano la decorazione insieme al fregio in stucco dorato che simula tralci di vite carichi di grappoli.

Venti freddi, scene di carnevale e di caccia caratterizzano l'Allegoria dell’Inverno impersonificato da un giovane intento a scaldarsi accanto a un braciere. Il pittore, di ritorno da un viaggio a Parma, realizza leggere e delicate figure che mostrano evidenti rimandi alla pittura di Correggio. La decorazione delle pareti con prospettive architettoniche è affidata al quadraturista Niccolò Codazzi.

Al figlio di Domenico Piola, Paolo Gerolamo, è dovuta la cosiddetta Loggia delle rovine o di Diana, che nel 1689 circa, ambienta con assoluta originalità il Mito di Diana ed Endimione sulle volte di un palazzo diroccato. In quest'opera, fra le prime del pittore allora ventitreenne, si avvalse ancora della collaborazione di Nicolò Codazzi, autore delle finte architetture in rovina, sulle quali Paolo Girolamo aggiunse sulla volta la figura di Diana, dea della Luna, che contorniata da putti, si cala dal cielo per raggiungere il mitico pastore Endimione raffigurato dormiente a fianco della porta d'ingresso, in compagnia dei cani e di figure di satiri. La favola di Diana-Luna corrisponde simbolicamente e spazialmente a quella di Apollo-Sole del salone centrale creando un unicum narrativo ancora una volta legato al progetto di cosmologia celebrativa del casato familiare dei Brignole-Sale. La loggia, originariamente concepita come una galleria chiusa ornata da lunette affrescate e finestre dai decori rococò, fu sfondata nel corso del restauro degli anni cinquanta.

Nel 1691 iniziò la seconda fase decorativa con gli affreschi di Giovanni Andrea Carlone, Lorenzo De Ferrari, Carlo Antonio Tavella, Andrea Leoncini e di Bartolomeo Guidobono.

Gli interventi di restauro e completamento decorativo continuarono fino alla metà del XIX secolo.

Nelle nuove sale le svagate fantasie mitologiche cedono lo spazio a complesse tematiche allegoriche. Sulla volta della Sala della Vita dell’uomo Giovanni Andrea Carlone raffigura in successione prospettica le tre Parche, il Tempo, la Giustizia Divina, l'Astrologia e la Sapienza, mentre i fratelli Haffner sono autori della decorazione parietale, con l'Allegoria della Conservazione. Nella Sala delle Arti liberali, Mercurio al centro del cielo getta corone di lauro alle Arti ospitate nelle quattro nicchie sottostanti, fra statue a grisaille che alludono alle quattro parti del mondo. Parzialmente perduta è la decorazione parietale, di cui restano soltanto i paesaggi di Carlo Antonio Tavella, ma non più il finto colonnato che li racchiudeva.

La decorazione settecentesca
Le mezzarie di Anton Giulio II Brignole-Sale

Il piccolo appartamento, riaperto al pubblico nel 2022, è collocato nel mezzanino tra il primo e il secondo piano nobile di Palazzo Rosso. Fu decorato su richiesta di Anton Giulio II Brignole-Sale, che destinò questi spazi a uso residenziale privato. L'aristocratico genovese era l'unico erede maschio della casata, figlio di Gio. Francesco I. Fatture e registrazioni di spese dell'Archivio Brignole-Sale testimoniano che i lavori nelle "Mezzarie del Palazzo di Strada nuova" ebbero inizio nel 1705.

La decorazione della prima stanza, adibita a piccola quadreria, fu affidata a Gregorio De Ferrari, che eseguì i putti in volo sulla volta, mentre a Francesco Costa, suo allievo e collaboratore, spettarono le quadrature sulle pareti. Le porte in legno riportano le iniziali del committente: AGB, circondate da serpi, ma non è noto il nome dell’intagliatore.

La seconda sala, detta “della grotta”, fu affrescata da Domenico Parodi entro il 1710. La decorazione illusionistica, tipicamente barocca, narra le origini di Roma partendo dall'affresco sulla parete principale che raffigura il Giudizio di Paride, fino ad arrivare alle vicende di Troia e all'infanzia dei due gemelli, Romolo e Remo. Sono infatti destinati alle due nicchie bordate d’alabastro, poste ai lati dell'affresco, i due gruppi scultorei in marmo dedicati alle storie di Giove in forma di cigno con Elena e Polluce e La lupa con Romolo e Remo, rispettivamente di Bernardo Schiaffino e Francesco Biggi. Originariamente fungevano da fontane ma ad oggi non sono più funzionanti. Le parti in finta architettura della stanza furono invece dipinte dall'artista bolognese Tommaso Aldovrandini. Attraverso la finizione pittorica l’intera stanza assume le sembianze di una grotta. La rievocazione del mondo naturale all’interno di un ambiente cittadino è una tradizione tipicamente genovese: infatti, già a partire dal XVI secolo, nei giardini dei palazzi nobiliari del capoluogo ligure vennero frequentemente realizzate grotte con acqua corrente.

La camera da letto comprende una piccola alcova rialzata la cui apertura è decorata da una cornice intagliata e dorata, mentre le pareti interne laterali sono rivestite da specchi. Sulla parete di fondo, dietro al letto, vi è un'elaborata decorazione a stucco tipicamente barocca, in cui alcuni amorini in volo reggono un finto drappo fiorito simulando un baldacchino. Sul resto del soffitto è dipinta una volta celeste stellata. Il progetto decorativo di questa sala è attribuito a Gregorio De Ferrari, ma non sono noti i nomi degli esecutori. Anche sul parquet intarsiato sui cui poggia il letto sono riportate le iniziali di Anton Giulio II, il cui monogramma viene ripetuto per un totale di dieci volte all’interno dell'appartamento. A quel tempo, la tecnica del parquet rappresentava una novità in Italia: infatti, in quegli anni non risultano simili lavorazioni in nessun altro luogo. La delimitazione di una parte di stanza tramite pavimentazione di questo tipo era invece consuetudine alla corte di Luigi XIV a Versailles.

La morte improvvisa di Anton Giulio II, nel 1710, interruppe i lavori che vennero ripresi dal figlio Gio. Francesco II intorno al 1745. Questi affidò al pittore Giacomo Boni la realizzazione della quarta ed ultima stanza, un piccolo salotto rettangolare rivestito di specchi.

Gli appartamenti del Doge Giovanni Francesco II

A metà del Settecento continuatore della committenza artistica fu Giovanni Francesco II Brignole Sale (1695-1760), ambasciatore della Repubblica a Parigi, che nel 1746 fu eletto Doge della Repubblica di Genova. In quell'anno ad opera dell'architetto Francesco Cantone venne definito l'attuale aspetto della facciata, caratterizzato da protomi leonine che segnano gli architravi delle finestre dei due piani nobili. Il simbolo richiama l'arma araldica della famiglia, raffigurante un leone rampante sotto un albero di prugne, chiamate in dialetto genovese brignòle.

Di grande ricercatezza estetica è la decorazione dello studio del Doge Giovanni Francesco II, noto come Salotto delle Virtù romane per le complesse simbologie rappresentate nelle pitture. Ne fu autore negli anni quaranta del Settecento Lorenzo De Ferrari (1680-1744), figlio del celebre Gregorio, che finse sulla volta una complessa architettura in grisaille dove ambientare una serie di soggetti ispirati alla Roma antica, esemplari per il committente impegnato nel governo della cosa pubblicaː L'allocuzione di Scipione in Senato, Le Vestali custodiscono il fuoco sacro, Le matrone offrono i loro gioielli alla patria, Il trionfo militare di Costantino, come esempi del Valore rappresentato dall'allegoria al centro dello sfondato prospettico. La tematica edificatoria continua sulle pareti con gli affreschi delle personificazioni di Virtù, e le tempere con episodi tratti dalla storia romanaː La giustizia di Tito Manlio Torquato nel condannare il figlio, La continenza di Publio Cornelio Scipione nel restituire la fidanzata ad Allucio, La fortezza di Muzio Scevola nel punirsi per non esser riuscito a uccidere Porsenna, e La religiosità di Numa Pompilio.

Di più modesta fattura è la decorazione della sala detta della Gioventù in cimento, realizzata nel 1736 da Domenico Parodi.

Nell'alcova, interamente rivestita e arredata con decorazioni rococò, trovano posto i ritratti di Giovanni Francesco II e della moglie Battina Raggi, eseguiti dal pittore di corte di Luigi XIV, Hyacinthe Rigaud (1659 - 1743).

Gli appartamenti ottocenteschi degli ultimi Brignole-Sale

Questa sezione, aperta nel 2016, è dedicata alle committenze ottocentesche degli ultimi discendenti della famiglia Brignole-Sale (Antonio, la moglie Artemisia Negrone e le figlie Maria e Luisa) che abitarono le sale a ponente del piano più alto del palazzo. Le stanze, danneggiate dai bombardamenti della seconda guerra e mondiale e in seguito adibite ad uffici, sono state ripristinate con un allestimento rievocativo impiegando i preziosi arredi originali: quelli da salotto e da biblioteca, commissionati da Antonio Brignole-Sale e quelli francesi, provenienti dalla dimora parigina di Maria Brignole-Sale duchessa di Galliera che, col marito Raffaele de Ferrari, risiedette dal 1854 fino alla sua morte in uno dei più lussuosi palazzi parigini, l’Hôtel de Matignon. La sontuosa dimora in rue de Varenne venne acquistata da Raffaele nel 1852 e rinnovata dall'architetto Félix Duban.

Il mobilio della biblioteca che comprende librerie, sedie, divani e scrivania da centro, venne realizzato intorno al 1840 dal noto ebanista Henry Thomas Peters, fornitore anche del Re di Sardegna. Nella sala è anche esposto un busto in marmo che raffigura Antonio stesso.

Nella sala adiacente, chiamata sala dei Donatori, sono esposti i ritratti degli esponenti della famiglia coinvolti nella donazione di Palazzo Rosso e della sua collezione alla città di Genova. Qui troviamo un ritratto di Maria, futura Duchessa di Galliera, realizzato da Matteo Picasso nel 1827. Ai lati sono esposte le effigi dei genitori, Antonio Brignole-Sale e Artemisia Negrone dipinti da un pittore tedesco attivo per diversi anni a Parigi. Sulla parete opposta, Antonio è raffigurato come presidente dell’Ospedale di Pammatone e accanto sono esposti due piccoli ritratti: uno della figlia Luisa Brignole-Sale bambina e uno del nipote Filippo de Ferrari, eseguito da Viesseux: pittore francese che lavorava nell'atelier parigino del fotografo Nadar. Il nome della sala allude all'atto di donazione sottoscritto il 12 gennaio 1874 da Maria Brignole-Sale e da un rappresentante di suo figlio Filippo de Ferrari che portò a compimento la visione di fruizione pubblica delle collezioni già iniziata da Antonio e successivamente imposta dal testamento di Luisa (1822-1868), sorella minore di Maria.

Le ultime due sale ricreano l'atmosfera dell'Hotel de Matignon, attuale residenza del Primo Ministro francese. Negli ultimi anni di vita la duchessa decise infatti di destinare alcuni arredi, acquistati o fatti realizzare per la dimora parigina, a Palazzo Rosso.

Nel salotto sono esposti i ritratti dei due coniugi: Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera con il figlio Filippo di Leon Cogniet, e Raffaele de Ferrari con indosso il cosiddetto piccolo collare, una delle insegne dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata. Al centro, davanti alla specchiera lignea, è collocato il busto in marmo di Andrea de Ferrari (primogenito della coppia deceduto prematuramente). La serie di arredi venne realizzata da alcuni dei più noti artisti del tempo, fornitori di corte e dell’alta società parigina.

Nella camera da letto è collocata una suite di arredi composta da due comò con alzate, una grande specchiera orientabile, poltrone e sedie, realizzata intorno al 1830 dall'ebanista svizzero Jean-Jacques Werner (1791-1849). Tutti i mobili sono tutti impiallacciati in radica di frassino e impreziositi da bronzi dorati.

Da residenza privata a museo

La residenza rimase di proprietà della potente famiglia dei Brignole-Sale per due secoli, fino al 1874, anno in cui fu donato alla città dall'ultima erede, Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, per "accrescere il decoro e l'utile" di Genova e con l'evidente intenzione di lasciare ai posteri un segno della stirpe dei Brignole Sale anche con il contributo delle sue importanti collezioni d'arte.

I bombardamenti della Seconda guerra mondiale causarono danni gravissimi al palazzo, causando fra l'altro la perdita della decorazione del salone maggiore. La ricostruzione fu effettuata negli anni cinquanta (1953-1961) e condotta dalla direttrice dell'Ufficio di Belle Arti di Genova, Caterina Marcenaro, e dagli architetti Franco Albini e Franca Helg. Il radicale restauro, condotto secondo i criteri del "movimento moderno", portò alla rimozione di tutti gli arredi e le decorazioni ritenute non originali, e alla creazione di un allestimento razionalista in netto contrasto con l'identità storica del palazzo. Allo stesso decennio corrisponde anche l’inserimento della celebre Scala ottagonale progettata da Albini con tiranti di acciaio, impreziosita da un corrimano in pelle e coperta da feltro rosso. Le collezioni, smembrate, furono ricollocate nei musei cittadini secondo criteri espositivi didattici. In occasione del restauro furono creati, fra l'altro, il vasto cortile alle spalle del palazzo, dove fu collocato il celebre portale barocco del convento di san Silvestro, e fu ristrutturato l'ultimo piano del palazzo quale appartamento che la Marcenaro abitò fino alla morte, custodendovi la sua personale collezione d'arte.

Negli anni novanta, si procedette ad una rimozione di tale allestimento, riportando il palazzo nella sua veste settecentesca in base alle descrizioni storiche, principalmente alla celebre "Descrizione delle pitture, scolture e architetture ecc., che trovansi in alcune città, borghi, e castelli delle due riviere dello stato Ligure" del Ratti, ricollocando molti degli arredi originali e molti dei dipinti nelle quadrature settecentesche appositamente create dagli affrescatori per alloggiarli. L’ultimo ammodernamento è stato realizzato nel 2022 per assolvere ad adeguamenti impiantistici. Durante l’intervento è stato reinserito in alcuni ambienti del percorso museale il feltro rosso a pavimento, uno dei cardini dell’allestimento albiniano precedentemente rimosso.

Appartamento di un amatore d'Arte

All'ultimo piano del corpo delle dipendenze di Palazzo Rosso si trova l'appartamento realizzato dall'architetto Franco Albini per l’allora direttrice dei Musei civici Caterina Marcenaro, oggi chiamato "Appartamento di un amatore d'arte" riprendendo il titolo dell'articolo di Domus, una delle più prestigiose riviste di architettura del tempo, dedicato a questi spazi e pubblicato nel giugno 1955.

Negli ambienti di rappresentanza collegati fra loro, soggiorno, pranzo, sala con camino, e camera da letto, i pezzi antichi della collezione personale della Marcenaro erano stati pensati e collocati come elementi di uno schema compositivo unico in cui erano inseriti, con grande equilibrio, elementi moderni come gli arredi arredi disegnati dallo stesso Albini. Si trattava di una commistione tra antico e moderno tipico dell’architettura italiana di quegli anni. Scomparsa Caterina Marcenaro, le opere che le erano appartenute presero le vie che lei stessa aveva disposto, e l’appartamento venne utilizzato come abitazione ancora per qualche anno per essere poi trasformato in uffici.

Gli spazi sono stati ripristinati nel 2004 riacquisendo la dignità architettonica originaria che comprende un arredo rievocativo delle scelte albiniane: le opere antiche esposte in queste stanze sono state selezionate fra quelle provenienti da acquisti, doni e legati di collezionisti del Novecento, facendo riferimento in particolare a Costantino Nigro (1894-1967), antiquario e mecenate genovese storico amico di Caterina Marcenaro. Gli arredi moderni sono tutti esemplificazioni della qualità progettuale di Franco Albini.

Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso

Il Gabinetto Disegni e Stampe, parte integrante dei Musei di Strada Nuova, è situato all'ultimo piano di Palazzo Rosso ed è visitabile su appuntamento. Istituito nel 1893, comprende una collezione di circa diecimila disegni di scuola genovese (dal Cinquecento all'Ottocento), emiliana (con opere di Guercino e Guido Reni) e romana (in particolare del ritrattista Ottavio Leoni), che coprono un arco cronologico che va dal XV al XX secolo. La collezione, conservata in apposite cassettiere lignee disegnate dall’architetto Franco Albini nel 1961, include settemila incisioni prevalentemente italiane, tedesche e fiamminghe.

Storia e provenienza

Il primo nucleo della collezione proviene dal legato del marchese Marcello Durazzo (1790-1848) che donò alla Biblioteca Civica della città natale la sua raccolta di 1656 fogli, ufficialmente consegnati nell'ottobre 1849 e incrementata dagli eredi nel 1863. Questo fondo è caratterizzato principalmente da opere di autori genovesi ed emiliani. Quest'ultime sarebbero state acquistate dal nobile genovese a Bologna, dove soggiornò nel 1810, per tramite del pittore Francesco Giusti, insieme a parte duna parte della raccolta dell'incisore Clemente Nicoli. Giusti aveva comperato un gran numero di fogli del Guercino e di altri artisti dagli ultimi eredi di Benedetto e Cesare Gennari, nipoti e allievi del maestro bolognese: infatti, proprio da questo fondo, proviene lo Studio di nudo del Guercino. Dalla raccolta del Nicoli, invece, pervengono a Palazzo Rosso più di sessanta fogli, tra i quali opere di Guido Reni, Annibale Carracci, Domenichino oltre che del Guercino. Alcuni disegni del nucleo di ritratti di Ottavio Leoni mostrano invece scritte indicative dell’originaria proprietà di un tale Aldrovandi, collezionista bolognese della fine del XVIII secolo.

L'incremento successivo della collezione è connesso alla complessa vicenda dell'eredità dello scultore Santo Varni (1807-1885) il cui testamento, che disponeva il legato al Comune di Genova dell'intera sua collezione d'arte, venne impugnato dagli eredi. Nel 1887 un'asta diede inizio alla dispersione della collezione ma venne sospesa e nel 1988 il Comune riuscì ad acquisire 75 fogli. Il successivo acquisto del 1899 dello scultore Norberto Montecucco, il dono del 1905 di Giorgio Passano nel 1905 e il legato del 1926 di Mary Ighina, nipote del Varni, apportarono alla collezione civica più di 650 disegni della stessa provenienza, incrementando ulteriormente il numero di fogli di scuola genovese, in particolare di Luca Cambiaso, Domenico Piol a e del suo ambito. Il fondo Passano comprende anche 440 disegni di Bartolomeo Pinelli e almeno 200 di artisti genovesi ed italiani del XIX secolo fra cui Felice Giani, Santo Bertelli, Giuseppe Bezzuoli, Giuseppe Frascheri, Giuseppe Isola e Michele Canzio, architetto e scenografo teatrale.

Nel 1908 si aggiunse la collezione di André Giordan, e nel 1909 i fogli del pittore Ernesto Rayper.

Nuovi incrementi risalgono fra le due guerre: l'acquisto nel 1924 di altri fogli di Michele Canzio, nel 1937 l'acquisto di 75 disegni di Marcantonio Franceschini ed altrettanti di Francesco Baratta, e nel 1940 quello di almeno 60 disegni di Carlo Barabino: architetto genovese attivo all'inizio del secolo XIX.

Nel 1942 Anselmo Foroni Lo Faro donò 400 disegni di artisti italiani fra cui Correggio, Palma il Giovane e Guercino, e stranieri fra cui Houbraken, Jaques Callot e Wicar.

Nel 1958 vennero donati 28 disegni del pittore Tullio Salvatore Quinzio, e nel 1974 venne acquistata un'ulteriore serie di 70 progetti di Santo Varni.

La quadreria Brignole-Sale

Oltre al palazzo, la duchessa di Galliera nel 1874 donò al Comune di Genova la splendida quadreria che, unitamente agli arredi, formava il nucleo storico delle collezioni del museo: oculate acquisizioni e commissioni effettuate per oltre due secoli a dimostrazione dell'ascesa sociale, economica e politica della famiglia Brignole-Sale.

A partire dalle prime commissione della prima metà del Seicento ad alcuni grandi artisti come Antoon van Dyck da parte di Gio Francesco Brignole, anche i successori continuarono questa politica apportando un significativo ampliamento delle ricche collezioni d'arte anche grazie alle eredità ricevute (in particolare quelle di due diversi rami dei Durazzo).

Oggi la quadreria comprende, oltre ai ritratti fiamminghi, dipinti di Guido Reni, di Guercino, di Mattia Preti, di Bernardo Strozzi e preziose tavole e tele d'ambito veneto del XVI secolo, fra le quali meritano d'essere ricordate le opere di Palma il Vecchio e del Veronese.

Negli anni 1953-1961 furono effettuati importanti restauri, grazie ai quali gli spazi espositivi vennero più che raddoppiati in funzione di una diversa sistemazione della quadreria, inserendo anche opere non pertinenti al nucleo storico, come la collezione di ceramiche e quella numismatica in precedenza ubicate altrove e oggi esposte a Palazzo Doria-Tursi. Di diversa provenienza era anche la collezione tessile, per la quale nell'occasione venne realizzato un deposito. Trovarono inoltre sistemazione nel mezzanino fra il primo e il secondo piano nobile, la collezione topografica e la collezione cartografica.

Dopo il 1992 è stato attuato un nuovo ordinamento, privilegiando il recupero e l'esposizione di tutte le opere appartenute alla collezione Brignole-Sale, precedentemente spostate a Palazzo Bianco e all’interno dei depositi.

Opere principali

Guido Reni, San Sebastiano

Andrea del Sarto, Madonna col Bambino, San Giovannino e Santa Elisabetta

Albert Cuyp, Paesaggio con conigli

Albrecht Dürer, Ritratto di giovane veneziano, 1506

Gerard David, Madonna della pappa (1510-1515)

Antoon van Dyck, Ritratto di Paolina Adorno-Brignole-Sale; Ritratto equestre di Anton Giulio Brignole-Sale; Ritratto di Geronima Sale Brignole con la figlia Maria Aurelia; Ritratto di Filippo Spinola di Tassarolo; Ritratto dell'orefice Pucci con il figlio; Cristo portacroce; Cristo della moneta;

Bernardo Strozzi, La cuoca; Il pifferaio; Madonna col Bambino e san Giovannino; La Carità cristiana; Incredulità di San Tommaso; San Francesco in adorazione del Crocifisso;

Giuseppe Arcimboldo, Autoritratto "l’uomo di lettere" (disegno)

Palma il Vecchio, Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Maddalena, 1520-1522 circa

G.B. Gaulli detto il Baciccio, Gesù Bambino Salvatore

Michele Giambono, Ritratto d'uomo detto "Principe moscovita"

Orazio Gentileschi, Madonna col Bambino dormiente (1621-1624)

Bartolomeo Guidobono, Lot ubriacato dalle figlie

Paris Bordon, Ritratto di gentiluomo "dalle maniche rosse"

Veronese, Giuditta e Oloferne

Perin del Vaga, Madonna col Bambino, San Giuseppe e San Giovannino

Giulio Cesare Procaccini, San Matteo apostolo; San Paolo apostolo; San Simone (o San Giuda) apostolo; San Tommaso apostolo

Luca Cambiaso, Deposizione

Mattia Preti detto Cavalier calabrese, Incredulità di San Tommaso

Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino, Cleopatra morente; Il suicidio di Catone; Madonna col Bambino, San Giovannino e i santi Giovanni Evangelista e Bartolomeo; Padre Eterno con un putto;

Sinibaldo Scorza, Due piccioni e un tordo; Circe e Ulisse

Jan Wildens, Gennaio-pattinatori sul ghiaccio; Aprile-primavera in un giardino all’italiana; Maggio-la passeggiata nel viale, Novembre-burrasca in mare;

Ludovico Carracci, Annunciazione

Grechetto, Crocifissione, Il viaggio della famiglia di Abramo; Natività; Fuga di pecore,

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museidigenova.it

La voce completa su Wikipedia

cattedrale di San Lorenzo

Cattedrale · Genova

cattedrale di San Lorenzo

La cattedrale metropolitana di San Lorenzo è il più importante luogo di culto cattolico della città di Genova e la chiesa madre dell'omonima arcidiocesi. Situata nell'omonima piazza nel cuore del centro storico, rappresenta uno dei monumenti più iconici e antichi del capoluogo ligure.

Consacrata il 10 ottobre 1118 da papa Gelasio II, la chiesa fu edificata a partire dall'XI secolo su un'area cimiteriale preesistente e progressivamente ampliata fino al XVI secolo. L'edificio presenta una straordinaria stratificazione di stili: dalla struttura romanica originaria, ben visibile nei fianchi e nei portali laterali, alla grandiosità del gotico, che trova la sua massima espressione nella caratteristica facciata asimmetrica a fasce bicrome bianche e nere e nei suoi tre maestosi portali di ispirazione francese. Interventi successivi hanno portato all'inclusione di elementi rinascimentali e manieristi, tra cui la cupola e l'area absidale progettate nel Cinquecento dall'architetto Galeazzo Alessi.

Leggi tutto su cattedrale di San Lorenzo (6.217 parole)

All'interno, l'edificio a pianta basilicale è diviso in tre navate e custodisce capolavori scultorei e pittorici tra i quali figurano opere di artisti come Luca Cambiaso, Lazzaro Tavarone e Matteo Civitali. La cattedrale è da secoli il fulcro della devozione cittadina: lungo la navata sinistra si apre la sontuosa cappella di San Giovanni Battista, eretta per accogliere le ceneri del santo patrono della città portate a Genova al tempo della Prima Crociata. Nei sotterranei è inoltre ospitato il Museo del Tesoro di San Lorenzo, dove è conservato il celebre Sacro Catino, un prezioso manufatto islamico in vetro verde che la leggenda locale ha a lungo identificato con il Santo Graal.

La cattedrale è inoltre nota per un singolare evento legato alla seconda guerra mondiale: all'interno della navata destra è oggi esposta una replica esatta dell'involucro di un proiettile navale perforante britannico da 381 mm che, il 9 febbraio 1941, sfondò il tetto della chiesa durante un pesante bombardamento ma rimase miracolosamente inesploso, salvando l'edificio dalla distruzione.

Storia e descrizione
Origini e leggenda

La cattedrale di Genova fu fondata probabilmente intorno all'anno 569. Si può infatti supporre che questo evento abbia coinciso con la fuga a Genova dell'arcivescovo Onorato, fuggito da Milano, che era assediata dai Longobardi.

Secondo la tradizione locale, i santi Lorenzo e Sisto II, diretti in Spagna, avrebbero soggiornato a Genova presso un'abitazione situata nell'area dell'attuale cattedrale; in quel luogo, in seguito al loro martirio, sarebbe sorta prima una cappella e poi una chiesa dedicata a San Lorenzo (oggi patrono della città insieme ai santi Giorgio, Giovanni Battista e Sebastiano).

Al di là della leggenda, i ritrovamenti archeologici confermano che l'area di San Lorenzo era impiegata come cimitero già in epoca romana e che dalla metà del III secolo venne utilizzata per le sepolture da una stabile comunità cristiana. Le stesse indagini hanno tuttavia escluso la presenza di un edificio di culto in età anteriore al IV-V secolo.

Passaggio a cattedrale e intervento romanico

Le prime notizie documentarie certe sull'esistenza della chiesa risalgono all'anno 878, quando il vescovo Sabatino vi dispose la traslazione delle reliquie di San Romolo. A partire dal IX secolo, San Lorenzo iniziò ad affiancare nella funzione di cattedrale la Basilica dei Dodici Apostoli (dedicata dal VI secolo a San Siro), la quale sorgeva al di fuori dell'antico nucleo cittadino. Trovandosi all'esterno dell'antica cinta muraria cittadina (nel cosiddetto burgus), l'antica basilica di San Siro era diventata un bersaglio troppo facile per le continue e devastanti razzie dei pirati saraceni. Il trasferimento definitivo della sede vescovile a San Lorenzo avvenne nel 1007, quando l'antica basilica di San Siro venne affidata ai monaci benedettini.

Il nuovo rango dell'edificio favorì l'urbanizzazione dell'area circostante che, con l'inclusione entro le nuove mura del 1155 e la fusione dei tre antichi nuclei urbani (castrum, civitas e burgus), divenne il vero cuore di Genova. A partire dal 1098 venne avviata la radicale ricostruzione della cattedrale in forme romaniche, sostenuta dai finanziamenti provenienti dalle Crociate, da altre imprese militari e da tasse comunali. Il cantiere fu affidato ai Magistri Antelami, artefici provenienti dalle regioni alpine, le cui opere costituiscono ancora oggi l'ossatura della chiesa attuale, visibile in particolar modo nelle fiancate e nei portali laterali.

Il nuovo edificio venne consacrato il 10 ottobre 1118 da papa Gelasio II, di passaggio in città; pochi anni dopo, nel 1133, la sede genovese venne elevata al rango arcivescovile da papa Innocenzo II.

Ristrutturazione gotica di facciata e interni

Intorno al 1230 prese avvio una radicale ristrutturazione dell'edificio in stile gotico, il cui progetto prevedeva la realizzazione di un'imponente facciata a due torri e di un interno a navate voltate. L'impronta gotica di questo cantiere, trova oggi massima espressione nella facciata bicroma a fasce bianche e nere, comprendente di tre maestosi portali. Risalenti alla fase precedente, d'impronta prettamente romanica, sopravvivono invece importanti elementi tutt'oggi visibili: i due portali laterali di San Giovanni a nord e di San Gottardo a sud, porzioni dell'abside e del coro, e alcune sezioni delle navate.

I lavori subirono tuttavia una violenta interruzione a causa di una crisi cittadina e, soprattutto, di un grave incendio che devastò la cattedrale nel 1296.

La cattedrale, di cui erano appena stati completati i lavori di ampliamento verso occidente e la costruzione dell'endonartece e della facciata, fu devastata.

L'edificio, pesantemente danneggiato, richiese estesi rimaneggiamenti. Tra il 1307 e il 1312 si procedette così al completamento della facciata e all'innalzamento del solo campanile destro, accantonando il progetto originario che prevedeva due torri campanarie gemelle integrate nel prospetto. Parallelamente, all'interno vennero rifatti i colonnati con l'inserimento di nuovi capitelli e di falsi matronei, avendo cura di mantenere le preesistenze romaniche scampate al fuoco; in questa stessa fase, la controfacciata venne arricchita con decorazioni ad affresco.

Reliquie e fase rinascimentale

Tra il XIV e il XV secolo vennero costruiti diversi altari e cappelle, fra i quali la Cappella di San Giovanni Battista nella navata sinistra, atta ad accogliere le ceneri del santo patrono della città. Tali reliquie furono portate in città dal condottiero Guglielmo Embriaco (detto Testadimaglio) alla fine della Prima Crociata. Insieme a queste arrivò anche il Sacro Catino, un leggendario manufatto islamico in vetro verde che i genovesi credettero per secoli essere il Santo Graal usato da Gesù nell'Ultima Cena. Entrambi (Ceneri e Catino) rimasero per secoli simboli dell’importanza religiosa e contribuirono a giustificare il prestigio spirituale del duomo.

Nel tesoro confluivano beni di ogni tipologia, taluni ottenuti come bottino (è il caso questo, sia del Sacro Catino che di un lampadario islamico, oggi perduto), altri in dono di stato ed altri ancora da parte di benefattori privati.

Nel 1455 si realizzò la loggia sulla torre sinistra; e al 1522 venne aggiunto il coronamento manierista a quella destra, completandola.

Tra il 1527 e il 1530, la cattedrale fu gravemente danneggiata dall'esplosione di un deposito di polveri da sparo situato presso il vicino Palazzo Vescovile, che causò la rovina delle coperture presbiteriali e absidali. Per far fronte ai danni, verso il 1550 il Consiglio cittadino commissionò all'architetto perugino Galeazzo Alessi un progetto di rinnovamento totale dell'edificio.

Il progetto prevedeva di eliminare la vecchia torre nolare sovrastante la crociera in favore all'edificazione di una cupola ispirata a quella romana del Pantheon.

I lavori, tuttavia, non giunsero mai a totale completezza: l'intervento si limitò alla ricostruzione della parte absidale, all'erezione della cupola sulla crociera, al rifacimento della pavimentazione e alla realizzazione di volte a botte nel piedicroce, in sostituzione delle originarie capriate lignee.

Gli interni della cattedrale furono oggetto di continui arricchimenti tra il Cinquecento e il Seicento. La Cappella Lercari venne affrescata a partire dalla metà del XVI secolo da Luca Cambiaso e Giovan Battista Castello, detto il Bergamasco. Il rinnovamento del presbiterio si concluse invece nel XVII secolo, quando, tra il 1622 e il 1624, Lazzaro Tavarone ne decorò la volta e l'abside con le Storie di San Lorenzo, inserite in un tripudio di stucchi dorati.

Interventi ottocenteschi

Una delle personalità più influenti nella storia della Cattedrale durante la seconda metà del XIX secolo è senza dubbio Maurizio Dufour (1826-1897). Nato in una famiglia di origine francese che aveva trovato fortuna a Genova nell'industria dolciaria. L'intervento di Dufour all'interno della Cattedrale si concentra sulla decorazione delle volte e dell'abside. Insieme a Piaggio Mussini, egli realizza affreschi in stile neoquattrocentesco sulla volta dell'abside. Tali affreschi rimasero visibili fino al 1966, quando, in occasione di nuovi restauri volti a "ripulire" la chiesa dalle stratificazioni ottocentesche, questi furono coperti di bianco. Nel 1840, la scalinata d'accesso fu completata con l'aggiunta di due imponenti leoni in marmo bianco, opera dello scultore Carlo Rubatto.

La notte del 24 gennaio 1866, le spoglie mortali di Carlo Alberto di Savoia (traslate dal Portogallo) furono esposte nella Cattedrale prima di essere trasportate a Torino e quindi alla Basilica di Superga.

In epoca contemporanea l'edificio ha subito diverse campagne di restauro. Tra il 1894 e il 1900 i lavori furono diretti dall'architetto Marco Aurelio Crotta, sotto l'alta sorveglianza di Alfredo d'Andrade. Un successivo intervento mirato al recupero della facies medievale del complesso venne eseguito nel Novecento, più precisamente nel biennio 1932-1933.

Seconda guerra mondiale e giorni nostri

La mattina del 9 febbraio 1941, la Royal Navy britannica scatenò contro Genova un'incursione navale, denominata in codice "Operazione Grog". La flotta inglese, guidata dalla Forza H di Gibilterra, si presentò al largo delle coste liguri approfittando della densa foschia e colpì indisturbata il centro cittadino. Durante questo attacco, un proiettile navale da 381 mm, sparato dalla corazzata HMS Malaya, centrò in pieno la Cattedrale.

Il proiettile, pesante quasi una tonnellata, sfondò il tetto all'altezza del matroneo, colpì la parete settentrionale della navata sinistra e rimbalzò cadendo sul pavimento della navata centrale ma rimase, fortunatamente, inesploso. Se l'esplosione fosse avvenuta, l'onda d'urto avrebbe probabilmente causato il crollo dell'intero edificio medievale e delle case circostanti nel fitto reticolo dei vicoli.

Fu deciso di conservare la memoria dell'ordigno all'interno della cattedrale. Tuttavia, la documentazione storica chiarisce che il proietto attualmente esposto nella navata destra non è l'originale. I rapporti della questura del 17 febbraio 1941 confermano che la bomba autentica fu rimossa dai tecnici e scaricata in mare aperto dopo essere stata resa sicura.

Quella che oggi i turisti e i fedeli osservano è una copia esatta dell'involucro della granata britannica, accompagnata da una lapide che celebra la grazia ricevuta. Sebbene tecnicamente si tratti di un "falso" storico, la sua presenza ha assunto un valore simbolico che trascende la verità materiale dell'oggetto, diventando un monumento alla resilienza di Genova durante i 57 bombardamenti subiti nel corso del conflitto.

Nel secondo dopoguerra, emerse la volontà di esporre in modo permanente e sicuro il prezioso tesoro accumulato nei secoli (comprendente oggetti come il Sacro Catino, la Croce di Zaccaria e l'Arca delle ceneri di San Giovanni Battista). L'incarico per la realizzazione del museo ipogeo della cattedrale fu affidato a Franco Albini, che tra il 1952 e il 1956 realizzò il museo negli spazi sotterranei situati alle spalle dell'abside e sotto il cortile dell'Arcivescovado.

Infine, gli ultimi grandi restauri in ordine temporale sono stati intrapresi in occasione del Giubileo del 2000. Il 18 maggio 2008, Papa Benedetto XVI visitò Genova, soffermandosi in preghiera nella Cattedrale e incontrando i giovani in Piazza Matteotti. Nove anni dopo, il 27 maggio 2017, Papa Francesco fu accolto da migliaia di fedeli percorrendo varie tappe tra le quali figura la cattedrale stessa.

Esterno
La facciata

La facciata rivolta a ovest cattura la transizione dal romanico al gotico di stampo francese. Pesantemente influenzata dai modelli delle grandi cattedrali del nord della Francia, in particolare Rouen e Chartres, questa "imitazione quasi fedele" dei canoni francesi del XIII secolo fu resa possibile grazie all'impiego di maestranze specializzate provenienti probabilmente proprio da quelle aree, le quali importarono a Genova un linguaggio scultoreo e architettonico d'avanguardia. I suoi tre portali gotici sono del primo quarto del XIII secolo e si staccano stilisticamente dal contesto architettonico-scultoreo della cattedrale. Insieme all'endonartece compreso nello spessore delle torri campanarie sono l'unico vestigio di un progetto di trasformazione di San Lorenzo in una cattedrale gotica completamente voltata, iniziato dopo il 1217, poi interrotto (come testimoniano i pilastri laterali, con le volte interrotte) e mai condotto a termine. L'alternanza di fasce in marmo bianco di Carrara e pietra nera di Promontorio (una roccia calcarea locale molto scura) era un simbolo di nobiltà e un privilegio concesso solo alle famiglie più influenti della Repubblica, come i Doria, i Fieschi, gli Spinola e i Grimaldi. La maestosità del paramento lapideo trasmetteva l'immagine di una città fiera e ricca, capace di finanziare opere monumentali attraverso i proventi dei commerci marittimi. Inoltre, alcune tecniche costruttive impiegate per le arcate e le coperture trovano derivazione diretta dall'esperienza della cantieristica navale genovese.

Il portale maggiore: L'iconografia del Giudizio

Il portale principale è costituito da una struttura a profonda strombatura, dove colonne marmoree si alternano a elementi in muratura decorati con tarsie a motivi geometrici, palmette e girali di chiara ispirazione classica. Le sculture in marmo bianco che tuttora decorano la facciata risalgono al XIII secolo. La lunetta del portale maggiore è dominata da una complessa rappresentazione divisa in due registri. Nel registro superiore compare il Cristo in Gloria, o Pantocratore, racchiuso all'interno di una mandorla mistica e circondato dai simboli dei quattro evangelisti (Tetramorfo): l'angelo per Matteo, il leone alato per Marco, l'aquila per Giovanni e il bue alato per Luca. Cristo è raffigurato con la mano destra sollevata in un gesto che può essere interpretato sia come benedizione che come segno di vittoria della Trinità sulla morte. Nel registro inferiore (lungo l'architrave) è scolpita la scena del Martirio di San Lorenzo, patrono della cattedrale. Il santo è raffigurato sulla graticola mentre due aguzzini, dotati di mantici, alimentano le fiamme. Questo schema iconografico è studiato per offrire al fedele una visione di speranza: le sofferenze terrene del martire, poste in basso, trovano il loro completamento e la loro redenzione nella gloria di Cristo, posta in alto. Un tempo, queste sculture erano vivacemente policrome, arricchite da fondi in tessere musive, paste vitree e dorature che rendevano la facciata una vera e propria "Sacra Rappresentazione in pietra". Ai fianchi del portale, gli stipiti laterali ospitano anch'essi due cicli scultorei verticali di grande raffinatezza. Sullo stipite destro è rappresentata la genealogia di Gesù Cristo secondo la linea di Jesse, culminante con la Trinità. Sullo stipite sinistro si susseguono scene che vanno dall'Annunciazione alla Fuga in Egitto, passando per la Visitazione, la Natività, l'Epifania, la Presentazione al Tempio e la Strage degli Innocenti. Subito sopra al portale centrale si staglia un rosone quattrocentesco.

I portali laterali e le mensole

I due portali minori della facciata riprendono la struttura di quello centrale, pur presentando semplificazioni nel disegno complessivo. L'archivolto è caratterizzato da un motivo a bastoncelli disposti a zig-zag, un elemento decorativo tipico del gotico di influenza transalpina. I capitelli, in stile "a crochets", sono arricchiti da fini rilievi che richiamano il gusto classico.

Entrambi i portali sono sormontati da lunette decorate da motivi geometrici e architravi, ciascune decorata da un cartiglio risalente al XVII secolo. Il cartigio sinistro orizzontale mostra due angeli che reggono uno scudo (ossia angeli reggiclepo) sul quale è dipinta la madonna con bambino. Il cartiglio destro mostra una pittura analoga, che tuttavia si è rovinata nel tempo. Le mensole che reggono gli architravi dei portali presentano figure simboliche di notevole interesse. Sulla destra, figurano la Madonna del latte e Abramo con gli eletti, o secondo altre interpretazioni, Giacobbe che benedice i nipoti Efraim e Manasse. A sinistra, gli Apostoli Pietro e Paolo nutriti da una figura allegorica che rappresenta la Chiesa.

Le Sculture di Corredo e le Leggende Urbane

Le figure scultoree e i dettagli della facciata hanno alimentato, nel corso dei secoli, il folklore genovese e suscitato la curiosità dei visitatori. Molti di questi elementi secondari, spesso insoliti o sorprendenti, sono infatti avvolti da leggende e miti che ne raccontano l’origine, la quale tuttavia resta spesso incerta e priva di riscontri verificabili.

I Leoni di Carlo Rubatto e i Leoni Stilofori

La scalinata d'accesso è presidiata da due grandi leoni in marmo, aggiunti nel 1840 per opera dello scultore Carlo Rubatto. Questi leoni moderni, di gusto neoclassico, sono stati concepiti per monumentalizzare l'ingresso alla cattedrale e si distinguono nettamente dai leoni stilofori situati agli estremi della facciata. I leoni più antichi risalgono al XIII secolo e sono attribuiti alla scuola di Benedetto Antelami (che rientra tra i principali contributori alla diffusione della cultura gotica in Italia); essi presentano una fattura più arcaica e simbolica, con scene di lotta tra animali che richiamano modelli tratti da sarcofagi classici riutilizzati.

L'Arrotino e la Meridiana

All'angolo destro della facciata, sovrastante il leone di scuola antelamica, si trova una statua-colonna di ambito gotico francese nota popolarmente come "l'Arrotino". La figura, che in realtà rappresenta probabilmente San Giovanni Evangelista, tiene tra le mani una meridiana dotata di gnomone metallico. Questa scultura svolgeva dunque la funzione di orologio solare per la città, integrando il ruolo sacro della cattedrale con quello di regolatore del tempo civile e commerciale nella piazza antistante.

La Leggenda del Cagnolino

Un dettaglio inatteso è rappresentato dalla presenza di un minuscolo cane dormiente, scolpito alla base di una delle colonne del portale destro (lato via San Lorenzo). La leggenda popolare, narra che questo cagnolino appartenesse a uno degli scalpellini che lavoravano alla facciata; alla morte dell'animale, il padrone avrebbe voluto immortalarlo nel marmo per tenerne vivo il ricordo. Sebbene la tradizione popolare suggerisca che accarezzarlo porti fortuna o favorisca l’amore, gli storici dell’arte interpretano questa figura come un semplice elemento zoomorfo, tipico del repertorio decorativo medievale del XIII secolo, privo di un preciso significato simbolico o commemorativo.

I Fianchi della Cattedrale: Romanico e Romanità

Gli interventi gotici del 1230, non apportarono alcuna modifica ai fianchi dell'edificio. Questi, risalenti al XII secolo, mantengono la memoria dei primi interventi di stampo romanico attuati dalle maestranze lombarde.

Il Fianco Settentrionale e il Portale di San Giovanni

Sul lato nord (sinistro) della cattedrale, rivolto verso piazzetta San Giovanni, si apre il portale omonimo, documentato già nel 1130. Questo ingresso originariamente conduceva al battistero, un edificio autonomo che doveva già esistere all'epoca. La struttura del portale richiama i modelli emiliani, con un protiro poco aggettante sostenuto da colonne e sormontato da una loggetta.

L'apparato decorativo di questo portale è di carattere prettamente lombardo, con piedritti decorati da girali, palmette e tralci "abitati" da aquile. All'interno di formelle sovrapposte sul lato interno del piedritto sono raffigurati un leone e una chimera, realizzati con un rilievo piatto e una tecnica quasi grossolana che denuncia l'antichità dell'opera. Una curiosità architettonica riguarda la torre sinistra, che domina questo fianco: essa è rimasta incompiuta a causa di una crisi cittadina seguita al devastante incendio del 1296. Per alleggerire la mole della torre tronca, furono aperte tre finestre progressivamente più piccole, di cui quella inferiore è deformata prospetticamente per ottimizzare la luce interna.

Lungo questo lato sono visibili frammenti di sarcofaghi classici riutilizzati come materiale da costruzione, una pratica comune nel Medioevo che serviva sia a nobilitare l'edificio con marmi antichi, sia a sottolineare la continuità tra la gloria di Roma e la potenza della nuova Genova.

Il Fianco Meridionale e il Portale di San Gottardo

Il lato sud (destro), che costeggia via San Lorenzo, è caratterizzato da un elegante finto loggiato su colonnine bianche. Qui si apre il Portale di San Gottardo, datato intorno al 1160 e coevo alla costruzione della monumentale Porta Soprana. Questo portale presenta un apparato decorativo molto più ricco rispetto a quello di San Giovanni, con una strombatura profonda dove colonnine e piedritti sono interamente ricoperti da rilievi figurati e geometrici. Lungo il piedritto destro alcuni nastri intrecciati ospitano piccole figure animali, un soldato, un cavaliere e un curioso asino che suona l'arpa. Quello sinistro invece, è dedicato prevalentemente a scene di caccia, con cani che inseguono cervi e lepri, simboleggiando la "difficile marcia dell'uomo verso la salvezza" tra le insidie del peccato. L'architrave, decorata classicamente e prolungata da blocchi capitellari corinzi con aquile e grifoni, include il rilievo di Sansone in lotta con il leone. I capitelli istoriati della loggia del protiro mostrano la Fuga in Egitto, Davide che suona l'arpa, una danza di fanciulle e un'enigmatica figura velata che impugna delle grosse forbici. Sulle colonne di questo portale sono ancora oggi visibili i fori lasciati dai dardi delle balestre, testimonianza delle sanguinose lotte intestine tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini che scossero Genova nel XIII secolo.

Folklore genovese e Simbolismi Minori

I seguenti dettagli sono poco noti, spesso immersi nel folklore locale e di origine sostanzialmente incerta.

La Scacchiera di San Lorenzo

Dando un ulteriore sguardo alla parete settentrionale (sinistra), sotto una delle grandi finestre della torre incompiuta, compare un'inattesa scacchiera in marmo incastonata nella roccia. Due sono le principali versioni che spiegano la sua presenza:

La Vendetta di Megollo Lercari: Secondo la leggenda più diffusa, il mercante genovese Megollo Lercari, insultato alla corte di Trebisonda dopo aver vinto una partita a scacchi contro il cortigiano Andronico, avrebbe preteso una vendetta atroce, catturando le navi greche e inviando all'imperatore Alessio II un barile contenente nasi e orecchie dei suoi sudditi. La scacchiera sarebbe stata murata in cattedrale nel 1314 a eterno ricordo della sua vendetta.

Rivalità con Pisa: Gli annali di Caffaro riportano che nel XII secolo una disputa tra Genova e Pisa fu risolta con una partita a scacchi vinta dai genovesi; in memoria di tale trionfo, la scacchiera sarebbe stata posta sulla facciata del duomo.

La Mano con la Croce

Un altro dettaglio enigmatico si trova vicino all'angolo della facciata principale: un blocco di marmo dove è scolpito un braccio con una mano che regge una piccola croce patente. Questo rilievo è stato interpretato come la raffigurazione della "mano pubblica", a indicare che la cattedrale era di proprietà della cittadinanza e non della diocesi fino al 1930. Una versione più romantica suggerisce invece che si tratti del ricordo di un giovane scultore morto prematuramente durante i lavori, il cui padre avrebbe scolpito la croce come lapide tombale aerea.

I Graffiti e il Filetto

Sui basamenti marmorei dei portali si notano numerosi graffiti medievali, tra cui figure che richiamano l'emblema di Trieste (la lancia di San Sergio), testimonianza dei contatti commerciali tra Genova e l'Adriatico. È presente anche un "filetto" (schema per il gioco della tria), inciso probabilmente dai fedeli o dai popolani che sostavano sui gradini della cattedrale. Il gioco, fu oggetto di polemiche poiché si diceva che gli uomini lo usassero per "sbirciare sotto le gonne" delle donne che uscivano dalla chiesa.

Le Torri e il Campanile: Un Prospetto Incompleto

Il progetto gotico del 1230 prevedeva una facciata a due torri gemelle integrate nel prospetto, un modello che avrebbe conferito alla cattedrale una simmetria perfetta. Tuttavia, gli eventi politici e le calamità, come l'incendio del 1296, impedirono il completamento di tale disegno. Attualmente, la torre di destra costituisce l'unico vero campanile della cattedrale. Completato nel 1522 da Pietro Carlone e alto 60 metri, il campanile risulta essere una delle torri campanarie più alte della Liguria e ospita un concerto di sette campane di diverse epoche e fusioni, con nota base do3.. La torre di sinistra rimase tronca e fu conclusa nel 1445 con l'aggiunta di una loggia rinascimentale progettata da Giovanni da Gandria, che oggi offre una vista panoramica spettacolare sulla città e sul porto.

Interno

L'impianto planimetrico di San Lorenzo segue il modello della basilica a tre navate con endonartece, transetto e coro triabsidato, separate da colonnati che sorreggono archi a sesto acuto, frutto della ricostruzione seguita al devastante incendio del 1296. Questo rifacimento, completato intorno al 1308, rappresenta un caso unico di simbiosi stilistica: i costruttori scelsero infatti di riutilizzare le antiche colonne romaniche della fabbrica precedente, sormontandole con nuovi capitelli e un sistema di falsi matronei che tradisce una profonda influenza dei modelli gotici francesi.

La parte gotica, in basso, dove le colonne sostengono una fila di arcate a strisce bianche e nere, anticipa visivamente la precedente serie di arcate in pietra grigia a tutto sesto e di epoca romanica, ad esse sovrapposta, risalenti al XI-XII secolo.

La sostituzione delle colonne lasciando intatta la parte superiore fu resa possibile grazie ad adeguate strutture di carpenteria in legno, la realizzazione delle quali era agevolata dalla grande esperienza in materia di cantieristica navale da parte delle maestranze genovesi. Si poté così cambiare le colonne inferiori lasciando intatte le arcate romaniche del soprastante matroneo.

Un dettaglio di estremo rilievo storico è l'epigrafe monumentale in caratteri gotici situata lungo il colonnato, tratta dalla Cronica di Jacopo da Varagine e datata 1312. Il testo celebra le origini nobili di Genova, collegandole alla figura mitica del principe troiano Giano, pronipote di Noè, che avrebbe scelto il sito per la sua posizione strategica.

Sopra la porta mediana ci sono due affreschi realizzati tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV che raffigurano il Giudizio universale e la Glorificazione della Vergine. Sono in stile bizantino e si richiamano agli stili di Costantinopoli di quel periodo; per il primo affresco è stato fatto il nome di Marco il Greco, pittore documentato in città nei primi anni del XIV secolo.

Le coperture a volta a botte vennero aggiunte nel XVI secolo dall'architetto perugino Galeazzo Alessi, sostituendo il tetto retto da capriate lignee.

Il Pulpito di Pierangelo Scala

Lungo la navata centrale, appoggiato a una delle colonne di fronte all'altare, si erge il pulpito marmoreo realizzato nel 1526 da Pierangelo Scala da Carona. L'opera, scolpita in marmo bianco, presenta una struttura raffinata dove sono raffigurati il Cristo Crocifisso, la Vergine e San Giovanni. L'importanza civica di questo arredo liturgico è sottolineata dall'incisione dei nomi dei "Patres Communi" (Giustiniani, Botto, Grimaldi e Spinola) che agirono come garanti del legame indissolubile tra le istituzioni cittadine e la cattedrale.

Il Presbiterio e la trasformazione manierista di Galeazzo Alessi

La zona presbiteriale rappresenta il cuore della trasformazione cinquecentesca della cattedrale. Nella metà del XVI secolo, l'architetto perugino Galeazzo Alessi ricevette l'incarico di ridisegnare l'intera parte finale del duomo, comprensiva del transetto, del coro e della cupola all'incrocio della crociera. Sebbene il progetto originale prevedesse un rifacimento radicale, l'intervento si concentrò sulla realizzazione di una nuova cupola (in sostituzione della precedente torre nolare) e di volte a botte sulle navate, che conferirono allo spazio una nuova monumentalità.

La Cupola e l'Area Absidale

La cupola di Alessi, funge da perno luminoso dell'intero edificio. Sotto di essa si apre il coro monumentale, la cui decorazione fu completata nel XVII secolo con una profusione di marmi, stucchi dorati e opere scultoree.

L'altare maggiore è dominato dalla statua bronzea della Madonna Incoronata, proclamata Regina di Genova nel 1632. L'opera fu eseguita da Giovanni Battista Bianco su disegno di Domenico Fiasella, e raffigura la Vergine nell'atto di proteggere la città, la cui immagine è scolpita con precisione nel basamento marmoreo dell'altare, accompagnata dal motto "Et rege eos" ("Governali Tu"). Ai lati dell'altare, entro nicchie appositamente progettate, si trovano le statue degli Evangelisti, realizzate da diversi maestri della scultura manierista:

San Matteo: attribuita a Giovanni Maria Passallo (prima metà del XVI secolo).

San Giovanni: opera di Giovanni Angelo Montorsoli (1541).

San Marco e San Luca: eseguiti da Gian Giacomo Della Porta (1553).

Il Coro Ligneo: un capolavoro di tarsia rinascimentale

Uno degli elementi più preziosi dell'area presbiteriale è il coro ligneo, situato dietro l'altare maggiore. Realizzato tra il 1527 e il 1565, l'opera è il frutto della collaborazione tra diversi maestri intagliatori che hanno creato uno dei cicli di tarsie lignee più significativi d'Italia.

I lavori iniziarono nel 1527 sotto la direzione di Anselmo de Fornari, Giovanni Michele de Pantaleoni e Giovanni Piccardo. Successivamente, intorno al 1540, intervennero Domenico e Francesco Zambelli per proseguire gli stalli, mentre la cassa dell'organo e gli ultimi dettagli furono affidati a Gaspare Forlani nel 1565. Il coro è interamente scolpito e intarsiato, con scene che variano da motivi geometrici e architettonici a raffigurazioni sacre. Sebbene il documento non dettagli ogni singola tarsia, è noto che nel XIX secolo lo scultore Santo Varni intervenne per un restauro conservativo che ha permesso di preservare l'integrità delle superfici lignee. Questo "Mutus Chorus", come definito in contesti simili di ebanisteria rinascimentale, fungeva da stimolo alla meditazione spirituale per i canonici durante la recita dell'ufficio divino.

La controfacciata e le Testimonianze Bizantine

Sulla controfacciata, sopra il portale centrale, si conservano preziose tracce di affreschi di ambito bizantino risalenti alla fine del XIII o all'inizio del XIV secolo. Il ciclo comprende il Giudizio Universale e la Glorificazione della Vergine, temi ricorrenti nella decorazione delle zone d'ingresso delle cattedrali medievali per richiamare il fedele alla riflessione escatologica al termine della liturgia.

Ulteriori frammenti bizantini sono visibili sulla parete settentrionale della navata sinistra, dove sono raffigurati i santi protettori della città: San Giorgio che uccide il drago, San Giovanni Battista e San Pietro. Questi dipinti, insieme agli affreschi del XII secolo che celebrano la vittoria dei genovesi sugli arabi a Tolosa nel 1148, documentano come la cattedrale sia stata storicamente il luogo di celebrazione dei successi militari e diplomatici della Repubblica.

Gli Affreschi di Lazzaro Tavarone nel Presbiterio

Il ciclo decorativo più imponente è senza dubbio quello realizzato da Lazzaro Tavarone tra il 1622 e il 1624 nella volta del presbiterio e nel catino absidale. Tavarone, che si era formato alla scuola di Luca Cambiaso e aveva lavorato all'Escorial di Madrid, portò a Genova un linguaggio barocco sontuoso e magniloquente.

Nel catino absidale, Tavarone affrescò la scena in cui San Lorenzo indica nei poveri il vero tesoro della Chiesa, un episodio centrale dell'agiografia del santo che serviva da monito etico per la nobiltà genovese dell'epoca. Nella volta del presbiterio è invece raffigurato il Giudizio e il Martirio di San Lorenzo, dove il santo viene mostrato sulla graticola in un’apoteosi di luce, circondato da stucchi ad altorilievo dorati che riproducono i profeti Zaccaria, Salomone, Daniele, Ezechiele, Davide e Isaia. Questi affreschi non sono solo celebrazioni religiose, ma riflettono il trionfo della committenza repubblicana che intendeva il duomo come il proprio specchio di gloria.

Le navate laterali

Lungo la navata sinistra si apre la ricca cappella di San Giovanni Battista ricostruita negli anni tra il 1450 e il 1465.

Nella navata destra è posto l'affresco dell'Ultima Cena, realizzato nel 1626 da Lazzaro Tavarone per l'Ospedale di Pammatone, poi staccato al momento della demolizione e qui riposto. Più avanti si trova una granata navale inglese da 381 mm che il 9 febbraio 1941 colpì la chiesa durante la seconda guerra mondiale, nel corso di un bombardamento da parte degli inglesi. La granata sfondò il tetto della cattedrale (che fu ricostruito ma intonacato in bianco senza più gli affreschi) senza esplodere. La granata gemella della stessa salva colpì invece l'edificio del vicino Archivio esplodendo e distruggendolo; tuttora è visibile presso la sede ricostruita un piccolo frammento dell'ogiva rimasto dopo l'esplosione).

In fondo alla navata sinistra si accede al museo del tesoro di San Lorenzo, capolavoro di Franco Albini, terminato nel 1956. Qui si possono ammirare oggetti sacri preziosi, tra cui il cosiddetto Sacro Catino (manufatto di arte vetraria di fattura islamica del IX-X sec.).

La Cappella di San Giovanni Battista

Lungo la navata sinistra si apre la grandiosa Cappella di San Giovanni Battista, destinata a custodire le ceneri del Santo Precursore, giunte a Genova nel 1098 dopo la Prima Crociata.

La struttura architettonica e la splendida facciata marmorea furono progettate e realizzate tra il 1450 e il 1460 da Domenico Gagini da Bissone, scultore ticinese formatosi alla scuola di Brunelleschi, coadiuvato dal nipote Elia. La facciata è un trionfo di intaglio rinascimentale, coronata dalle statue delle Virtù Teologali e Cardinali (Fede, Speranza, Carità, Fortezza, Temperanza e Prudenza) che simboleggiano il cammino spirituale del fedele verso la santità.

Il Ciclo Statuario: Civitali e Sansovino

L'interno della cappella ospita otto nicchie occupate da statue marmoree di eccezionale valore artistico:

Matteo Civitali (1496): Realizzò sei statue raffiguranti i profeti Abacuc e Isaia, i progenitori Adamo ed Eva, e le figure di Elisabetta e Zaccaria. Queste sculture sono caratterizzate da un forte realismo espressivo che influenzò profondamente la successiva scuola scultorea genovese.

Andrea Sansovino (1503-1504): Scolpì la Madonna col Bambino e il San Giovanni Battista, poste nelle nicchie ai lati dell'altare. Il classicismo armonioso del Sansovino crea un contrappunto visivo alla tensione drammatica delle opere del Civitali.

L'Arca e il Baldacchino

Al centro della cappella si trova l'altare, sormontato da un baldacchino marmoreo cinquecentesco (1530-1532) opera di Niccolò da Corte e Gian Giacomo Della Porta. Dietro l'altare, su un basamento, è collocata l'arca marmorea duecentesca (1217-1225 ca.), opera di scultori francesi legati alla scuola di facciata, che originariamente conteneva le ceneri del Battista. L'urna ha la forma di un edificio religioso e presenta un foro centrale a quadrifoglio che permetteva ai pellegrini di vedere il reliquiario d'argento contenuto all'interno.

Transetto e coro

Nel XVI secolo tutta la parte finale della cattedrale, costituita dal transetto, dal coro affiancato da due cappelle e dalla cupola sulla crociera; venne ridisegnato da Galeazzo Alessi. La sontuosa decorazione barocca a marmi, stucchi e dorature fu eseguita al XVII secolo. Gli affreschi delle volte della cappella sinistra, con l'Assunzione della Vergine, sono di Luca Cambiaso, mentre quelli del presbiterio sono opera del 1622 di Lazzaro Tavarone, che vi dipinse il Giudizio, nel catino absidale e il Martirio di San Lorenzo, nella volta.

Nella cappella absidale sinistra, Cappella Lercari, l'attuale ostensorio a tempietto è frutto di una manomissione operata nel 1817-18 da Carlo Barabino (per esso venne eliminata la gran macchina dell'ostensorio permanente) e risulta essere una ripetizione del tema del tempietto rotondo.

Nella cappella absidale destra, Cappella Balbi-Senarega, vi è un altro altare progettato da Carlo Barabino. Risulta una più pesante impostazione ma eguale indirizzo di sintetizzare architettura e teatro come nella corrispondente cappella Lercari. Qui nella mensa e nel tabernacolo si accordano bronzi dorati e marmi (la parte scultorea è di Filippo Peschiera).

Nel braccio sinistro del transetto è il bel monumento funebre della famiglia Cybo, realizzato in marmo nel XVI secolo da Giacomo e Guglielmo della Porta con Niccolò da Corte. Sormonta il monumento l'organo dalla bella cassa barocca.

Opere pittoriche conservate

Ignoto pittore bizantino del 1315 circa: affreschi nella lunetta interna del portale maggiore e nell'arco della stessa (Cristo in Gloria fra la Madonna e gli Apostoli, vedi figura ingrandita); nella lunetta interna del portale del fianco sinistro (con Cristo doloroso fra i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, molto rovinato) e del muro ad esso sovrastante (una sorta di trittico con San Pietro recante in mano il modello del Battistero, San Giorgio e il drago, San Giovanni Battista, molto rovinati); nella lunetta interna del portale del fianco destro (con la Madonna col Bambino fra i santi Nicola da Mira, o da Bari, e Lorenzo)

Luca Cambiaso: affreschi nella volta della cappella di testa della navata sinistra

Barocci: Crocifisso con Santi (visione di San Sebastiano)

Gio Ansaldo: ante dell'organo con episodi della vita di San Lorenzo

Volta del presbiterio: affreschi di Lazzaro Tavarone (giudizio e martirio di San Lorenzo)

Affresco di Lazzaro Tavarone tolto dal demolito ospedale di Pammatone e portato sul muro della navata destra

Gaetano Previati (circa 1914): L'Assunta

Opere scultoree conservate

sculture romaniche di influsso comasco nel protiro esterno del portale di San Giovanni, XI secolo (fianco Nord)

sculture romaniche di influsso pisano nel protiro esterno del portale di San Gottardo (metà XII secolo) (fianco Sud)

Sculture gotiche nei portali maggiori di facciata (Cristo in Gloria con San Lorenzo nella lunetta del portale maggiore, negli stipiti dello stesso l'Albero di Jesse)

statue della cappella di San Giovanni, autori: Domenico Gaggini (fronte sulla navata, parte dei pinnacoli in alto, XV secolo); in seguito Matteo Civitali, da Lucca, che viene inserito nella seconda fase dei lavori per la cappella, nel 1492, e Andrea Sansovino per le statue nelle nicchie (la Vergine, San Giovanni Battista - del 1504 circa)

Nella cappella di San Sebastiano (a destra del presbiterio) si conservano quattro statue di Taddeo Carlone commissionate dall'ex doge Matteo Senarega nel 1594.

Giacomo e Guglielmo Della Porta: cappella di Giuliano Cybo.

Neoclassicismo, Cappella Senarega: il disegno di contratto tra Imperiali Lercari e gli esecutori, conservato presso la Collezione Topografica del Comune, è firmato da Imperiale Lercari, Giacomo Gaggini jr., Giovanni Gaggini jr.; l'opera venne eseguita dal Gaggini nel 1821.

cappella di testa della navata destra con altare progettato da Carlo Barabino e sculture di Ignazio Peschiera.

È inoltre ancor oggi ben visibile ad altezza d'uomo a destra di una delle due porte di accesso alla cattedrale (quella più prossima alla vicina via San Lorenzo) la piccola riproduzione di un cane. Si tratterebbe, secondo una leggenda metropolitana non molto conosciuta, del cane di un amico di uno degli scultori (o, secondo altre versioni, lo scultore stesso) che sarebbe morto in un crollo durante i lavori, salvando la vita al suo padrone. Per ricordarlo, ne fu scolpita l'immagine.

Organo a canne

La prima testimonianza a proposito di un organo a canne nella cattedrale risale al 1391, ed è un atto di pagamento per un intervento effettuato sull'organo. Nel secolo successivo venne costruito un nuovo strumento, sostituito da un altro nel 1554. Quest'ultimo, collocato nel braccio sinistro del transetto era opera dell'organaro bresciano Giovanni Battista Facchetti e venne affiancato, a partire dal 1603 da un nuovo organo, costruito dal pavese Giuseppe Vittani. Entrambi gli strumenti vennero più volte modificati durante il XVIII secolo e, nel 1826, quello di destra sostituito. Quello di sinistra, invece, fu ricostruito secondo i canoni dell'epoca nel 1890 da Camillo Guglielmo Bianchi su progetto di Pier Costantino Remondini. Negli anni '80 dello stesso secolo, George William Trice realizza due progetti per un nuovo organo della cattedrale, mai realizzato.

Nel 1932, la ditta organaria Parodi e Marin inizia la costruzione del nuovo organo della cattedrale utilizzando il materiale fonico dei due organi del transetto e di quello del coro, opera di Camillo Guglielmo Bianchi che lo realizzò nel 1866. L'organo viene terminato ed inaugurato quattro anni dopo, nel 1936, e restaurato nel 1967. A partire dal 2003, lo strumento è stato sottoposto ad un intervento conservativo, ad opera dei fratelli Marin; il concerto d'inaugurazione è stato tenuto da Olivier Latry il 15 ottobre 2005.

Attualmente (2012), lo strumento ha quattro tastiere di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32; il suo materiale fonico è suddiviso fra le due casse barocche sulle rispettive cantoria nelle testate del transetto, mentre la consolle, decorata con intagli, si trova nel transetto destro, al lato dell'area presbiterale; la trasmissione è elettronica.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza San Lorenzo
Orari
Mo-Su 08:00-12:00,15:00-19:00
Telefono
+39010 2700
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.chiesadigenova.it

La voce completa su Wikipedia

Lanterna di Genova

Museo di un ente pubblico · Genova

Lanterna di Genova

La Lanterna di Genova (in genovese a Lanterna de Zena o a Lanterna) è il faro portuale del capoluogo della Liguria, la città un tempo definita la Superba o Dominante dei mari.

Da secoli strumento indispensabile alla navigazione notturna delle navi in entrata e uscita dal porto, la Lanterna è anche il simbolo di Genova, assumendo quasi un ruolo di totem di tutto ciò che riguarda la città, e come tale fa parte della storia cittadina.

Leggi tutto su Lanterna di Genova (3.178 parole)

Alta 77 metri e situata ad una quota sul livello del mare di 117 metri (considerando anche lo storico scoglio su cui è costruita), è il faro marittimo più alto d'Italia e del Mediterraneo e il secondo in Europa dopo il Faro dell’Île Vierge, nel dipartimento francese di Finistère, che nel 1902 tolse alla Lanterna il primato superandola in altezza di circa cinque metri. Risulta attualmente essere il quinto faro più alto del mondo e il secondo, sempre dietro quello di Île Vierge, fra quelli tradizionali, ossia costruiti dalle rispettive autorità portuali con lo scopo primario di supporto alla navigazione.

L'edificio consiste in una torre su due ordini di sezione quadrata con terrazza alla sommità di ciascun ordine. Costruito originariamente probabilmente nel 1128 e ricostruito nella sua struttura attuale nel 1543, è considerato il terzo faro più antico al mondo tra quelli ancora in attività, dopo la Torre di Ercole a La Coruña e al faro di Kõpu sull'isola di Hiiumaa in Estonia. Dai registri del faro si apprende che nel 1449, tra i custodi della Lanterna, venne nominato Antonio Colombo, zio paterno del famoso navigatore Cristoforo.

Posizione

La Lanterna sorge al margine orientale del quartiere di Sampierdarena, su uno scoglio isolato oggi interamente inserito all'interno del contesto portuale, estrema punta di quella che un tempo era la collina di promontorio di San Benigno che divideva l'ex comune di Sampierdarena da quello di Genova.

Il luogo in cui fu costruita veniva chiamato promontorio poiché, prima che la mano dell'uomo ridisegnasse i contorni della baia genovese, era circondato da tre lati dal mare. A ovest la collina delimitava l'originario porto di Genova, quello che oggi è il porto antico. Con il passare del tempo la collina ha assunto il nome di Capo di Faro o di San Benigno, dal nome dell'omonimo convento che su essa sorgeva. Di fatto oggi la collina non esiste più, rasa al suolo nella seconda metà degli anni '20 del XX secolo per creare nuovi spazi per la città, il porto stesso e i suoi insediamenti produttivi, e l'unica porzione che ne è rimasta è proprio la piccola propaggine rocciosa su cui sorge il faro.

Parallelamente, fra gli anni venti e gli anni trenta si sono svolti i lavori per l'ampliamento del Porto di Genova, con la creazione dei nuovi moli di Sampierdarena, realizzati tramite cospicui riempimenti a mare. In seguito all'operazione lo scoglio della Lanterna non è più direttamente sul mare ma a breve distanza da esso, in corrispondenza del molo di Ponte San Giorgio.

Collegamenti

La Lanterna, oltre che dai varchi portuali ad accesso controllato, è accessibile dalla città esclusivamente attraverso una passeggiata pedonale di circa 800 metri che si sviluppa per la maggior parte a sbalzo esternamente alle vecchie mura cittadine attraverso un percorso che sovrasta le banchine portuali, offrendo la possibilità di osservare da vicino le attività del porto.

La passeggiata inizia presso il Terminal Traghetti di Genova, servito dalle autolinee urbane AMT e dalla stazione della metropolitana di Dinegro, distante circa 400 metri. L'imbocco della passeggiata è situato inoltre a circa 1,5 chilometri dalla stazione ferroviaria di Principe e dal casello di Genova Ovest sull'autostrada A7.

Architettura
L'edificio

La Lanterna è costituita da una torre su due ordini di sezione quadrata, costruita in pietra naturale estratta dalle cave di Carignano, con terrazza aggettante alla sommità sia del primo che del secondo tronco. Per raggiungere la sommità, al suo interno si sviluppa una scala in muratura con 365 gradini totali, di cui 172 aperti al pubblico per raggiungere la prima cornice, mentre la seconda cornice appartiene alla Marina Militare e non è visitabile.

Un tempo la Lanterna non era sola, ma aveva una "sorella minore", chiamata Torre dei Greci, eretta dopo la metà del 1200 e che si trovava come in tutti i porti all'estremo opposto dell'arco portuale, all'incirca nella zona dove attualmente sorgono i Magazzini del Cotone nel Porto Antico.

Il faro

Si tratta di un faro di secondo ordine. La lanterna è posta sulla sommità della torre ed è costituita da un ambiente a pianta circolare di 4 metri di diametro, con vetrata di 3,44 metri di altezza. L'ottica rotante, da 700 mm di distanza focale, è formata da 4 pannelli lenticolari con assi a 45° e 135°, parte diottrica con occhio di bue centrale, 3 elementi anulari superiori e 10 inferiori tutti interrotti lateralmente; su ogni pannello è sistemato un secondo pannello di prismi deflettori per il funzionamento aereo. Oltre all'ottica principale e al relativo impianto il faro è dotato di un gruppo elettrogeno di soccorso per l'alimentazione elettrica degli impianti di emergenza e del FIR (faro elettrico indipendente di riserva).

Storia
La Lanterna nel Medioevo

La prima torre, secondo alcune fonti non ufficiali, risale all'epoca medioevale (1128) ed era caratterizzata da una struttura architettonica formata da tre tronchi merlati sovrapposti. Purtroppo non si hanno riscontri ufficiali poiché i documenti del secolo XII, le prime cronache e gli atti ufficiali del nascente comune genovese, forniscono dati sicuri sulla torre di segnalazione, ma non la sua data esatta di costruzione. Alla sommità venivano accesi fasci di steli secchi di erica ("brugo") o di ginestra ("brusca") allo scopo di segnalare le navi in avvicinamento, i cui padroni dovevano pagare una tassa "pro igne facendo in capite fari" al momento dell'approdo. La torre sorgeva lungo la strada di collegamento tra Genova e il ponente, la cosiddetta Via di Francia, che costeggiava l'arco portuale e il Promontorio, sull'ultima propaggine della costa di Sampierdarena, allora luogo di villeggiatura, su cui si affacciavano numerosi palazzi e ville nobiliari. All'epoca la strada era probabilmente a picco sul mare e passava a mare del faro; le rappresentazioni grafiche della strada la descrivono invece in una veste più recente, sicuramente non anteriore al XVII secolo, passante all'interno del faro attraverso la cosiddetta "tagliata", una profonda trincea scavata a monte della Lanterna.

A livello urbanistico la Lanterna era in quel periodo quindi relativamente lontana dalla città, e solo nel XVII secolo venne inglobata nella cosiddetta Cerchia Seicentesca, la poderosa cerchia di mura lunga quasi diciannove chilometri attorno alla città, quasi interamente esistente ancora ai nostri giorni.

La torre diventò protagonista della guerra tra guelfi e ghibellini, quando venne danneggiata da questi ultimi che tentarono di far scendere i guelfi che vi si erano rifugiati all'interno.

Era il 1318 e, tre anni dopo, nel 1321, si procedette a un primo consolidamento scavando un fossato a difesa. Nel 1326 vennero installate in entrambi i fari le prime lanterne alimentate a olio di oliva, per aiutare le navi a bene individuare l'ingresso alla città. Del 1371 è la prima raffigurazione grafica del fare di Capo Faro (perlomeno tra quelle giunte a noi), presente nella copertina della pergamena intitolata Manuale dei Salvatori del Molo e del Porto. Attorno al 1400 la torre diventò anche prigione per ospitare come ostaggi, per cinque anni, il re di Cipro, Giacomo I di Lusignano, qui rinchiuso assieme alla moglie (che tra quelle mura diede alla luce il figlio Giano).

A meglio identificare la Lanterna con la città, nel 1340 venne dipinto alla sommità della torre inferiore lo stemma del Comune di Genova, opera del pittore Evangelista di Milano. Nel 1405 i sacerdoti guardiani della Lanterna posero sulla cupola un pesce e una croce di metallo dorato, simbolo di cristianità e nel 1413 un decreto dei "Consoli del Mare" stanziò un fondo di "lire 36" per assicurare la gestione del faro, divenuto ormai indispensabile per la sicurezza della navigazione.

La ricostruzione del 1543

Nel 1507, durante un periodo di dominio francese sulla città, re Luigi XII fece edificare ai piedi della Lanterna il "Forte Briglia", una fortificazione atta a ospitare la guarnigione dell'esercito invasore. Dal forte, con il supporto di un vascello da guerra che bloccava il traffico navale, nel 1513 i francesi assediarono il porto di Genova, liberato in seguito dalle forze genovesi capitanate da Andrea Doria, comandante del porto e della flotta. Durante questa battaglia la Lanterna venne pesantemente danneggiata dal fuoco amico dei colpi di bombarda esplosi dagli insorti genovesi contro i dominatori francesi.

Dopo trent'anni, nel 1543, la Lanterna venne ricostruita per volontà del doge Andrea Centurione Pietrasanta che fece finanziare i lavori dal Banco di San Giorgio. Il faro assunse così l'aspetto attuale, legato stilisticamente al mondo rinascimentale, applicando ai plinti di coronamento mensole aggettanti.

Fu posta in opera una nuova lanterna con cupola costruita in doghe di legno di rovere e ricoperta con fogli di rame e di piombo fermati con ben 600 chiodi di rame. Per l'occasione fu posta alla sommità della prima torre, all'interno del ballatoio, una targa a memoria della ricostruzione. La lanterna era formata da un'ampia vetrata i cui vetri, di notevole spessore e peso, erano forniti, così come già dal 1326, da maestri vetrai dapprima liguri e in seguito veneziani. I vetri della lanterna spesso esplodevano, si spaccavano o si inclinavano a causa della violenza del vento, delle oscillazioni della torre, della deformazione dei montanti in ferro per la caduta di fulmini e non ultimo per avvenimenti bellici, per cui ne erano richiesti in gran quantità. Ai fanalisti, custodi della Lanterna o Turrexani della torre, così definiti nei documenti del tempo, si faceva obbligo di vivere con la famiglia all'interno della torre e "di curare che i vetri fossero sempre tersi e puliti affinché la luce della lampada apparisse nitida e brillante".

Nel corso della storia la Lanterna è stata colpita più volte da fulmini; i danni più gravi si registrarono nel 1481, quando un fulmine colpì la torre uccidendo uno dei guardiani. Nel 1602 un fulmine colpì nuovamente la Lanterna, distruggendo la parte merlata della torre superiore. A seguito dell'episodio nel 1603, alla base esterna della torre superiore, venne murata, a scopo propiziatorio, una targa in marmo recante una scritta “Jesus Cristus rex venit in pace at Deus homo factus est”. Ancora oggi l'antica targa è murata su fronte a terra alla base della torre superiore, anche se risulta ormai quasi illeggibile.

Nel 1565 si ritornò a lavorare sulla cupola per renderla stagna e nel 1681 si ricostruì la cupola con legno di castagno selvatico ricoprendo il tutto con pece e stoppa, e infine con fogli di piombo stagnati a bordi sovrapposti.

L'assedio francese

Nel 1692 si ebbe poi la ricostruzione della vetrata distrutta dal bombardamento del 1684, attuato da Jean-Baptiste Colbert, marchese di Seignelay e dall'ammiraglio francese Abraham Duquesne su ordine di re Luigi XIV.

A seguito dei ripetuti danni causati dai fulmini e dagli avvenimenti bellici, nel 1711 la torre venne incatenata a mezzo di chiavarde e tiranti che ancora oggi sono visibili all'interno e nel 1791 vennero effettuati, alla base della prima torre, lavori di consolidamento per renderla più stabile. Al 1778 risale la costruzione di un impianto parafulmine ad opera del fisico padre Glicerio Sanxay, destinato a mettere fine ai numerosi danni provocati nell'arco di diversi secoli dai fulmini. Va detto che per secoli l'illuminazione è avvenuta con lampade di metallo o di vetro a stoppino.

Le innovazioni del Risorgimento e del Novecento

Nel 1840 venne realizzata un'ottica rotante su carro a ruote con lente di Fresnel e il 15 gennaio del 1841 venne acceso e avviato il nuovo sistema di illuminazione, il cui studio era stato eseguito dal Professor Plana. Il nuovo impianto si componeva di una lanterna di diametro di 4 metri, di forma dodecagonale a 4 ordini di cristalli piani sul lato verso mare, mentre la parte verso monte, nel settore fra 110° e 290°, era oscurata per mezzo di lamiere di rame di forma circolare. La base della Lanterna poggiava dal lato mare su lastre di piombo e dal lato terra su lastre di ferro; il tutto era rinforzato con montanti e traversini di ferro. Le principali caratteristiche erano: luce bianca fissa con portata a 15 miglia a cui erano sovrapposti splendori intervallati di un minuto visibili fino a 20 miglia circa.

Verso la fine dell'Ottocento il faro iniziò a essere ritenuto inadeguato in relazione all'arco di costa che doveva segnalare; nel 1881 si propose persino di declassarlo e di costruirne uno nuovo sul promontorio di Portofino, in questo meglio rispondente alle necessità della navigazione. Tale proposta venne tuttavia accantonata tre anni dopo, perché alla luce delle nuove possibilità che l'evoluzione tecnica consentiva, fu possibile adottare la soluzione di potenziare il faro di Genova in modo da ottenere la copertura della costa a est fino al settore del Faro del Tino e a ovest fino al settore del Faro di Capo Mele.

Dopo gli ulteriori aggiornamenti del 1898 e del 1913, nel 1936 si ebbe il passaggio all'elettrificazione moderna. Quindi nel 1956, dopo i danni ricevuti dall'aviazione statunitense e britannica nella Seconda guerra mondiale, la vecchia lanterna venne sostituita insieme all'ottica rotante e a tutti i congegni. Le dimensioni della nuova lanterna, per non modificare lo stile architettonico dell'antico monumento, furono similari alla precedente del 1841. Contestualmente venne inoltre sistemato un impianto per l'erogazione dell'energia di emergenza, messo in opera un montacarichi nell'angusto spazio della tromba delle scale e ritinteggiato lo stemma della gloriosa Repubblica Marinara sulla facciata della torre inferiore.

Come ultima modifica degna di nota, nel 1970 l'antico impianto di rotazione a peso motore, rimasto in sito quale riserva, fu sostituito da un impianto di rotazione elettrico e a seguito dell'apertura dell'aeroporto di Genova, posto a pochi chilometri della torre, alla sommità della cupola della Lanterna fu messo in opera un fanale intermittente rosso, di modesta portata, quale segnale di pericolo per gli aerei.

L'intero complesso, comprendente faro, fortificazioni, piazzali e parco urbano, è stato restaurato e reso accessibile al pubblico tra il 1995 e il 2004.

Nel 2024 è stata nominata lighthouse of the year dall'Associazione Internazionale delle Autorità per i Fari (IALA).

La Porta della Lanterna

Dal momento che la Lanterna sorgeva sulla principale via di comunicazione fra Genova e il ponente, fino allo sbancamento del colle di San Benigno nel primo Novecento, già al momento della realizzazione delle cosiddette Mura Nuove seicentesche, venne realizzata una porta al loro interno esattamente ai piedi della Lanterna.

Quindi, come ricorda lo storico Federico Donaver, alla vecchia porta, mantenuta in sede fino alla sua demolizione nel 1877, ne fu affiancata una nuova costruita fra il 1828 e il 1831, chiamata Porta Nuova, Porta della Lanterna o Porta del Chiodo dal nome del suo progettista, il generale Agostino Chiodo. Come scriveva lo stesso Donaver infatti, la stessa porta e le vie adiacenti prendevano "nome della Lanterna o Faro pei naviganti che si eleva a 127 m sul livello del mare, la cui costruzione rimonta al 1549". La porta, a duplice fornice, era ricavata nel vivo della roccia era e aveva, originariamente, due ponti levatoi sostenuti da catene che scorrevano su ruote di bronzo, presto sostituiti, per le mutate necessità pratiche, con una passerella fissa. La facciata neoclassica è costruita in pietra di promontorio (ricavata dallo stesso colle alle spalle della Lanterna) e marmo bianco di Carrara, abbinamento che conta precedenti illustri nell'architettura della città. Notevole è l'appartato scultoreo, costituito dalle metope, delle teste di meduse poste in chiave di volta e dal gruppo dello stemma.

L'edificio della porta fu demolito nel 1935. A seguito di polemiche, per mantenere memoria della porta, la sola facciata venne smontata e ricostruita nell'attuale posizione, addossata al muraglione della Lanterna, una cinquantina di metri più a sud e ruotata di 90° rispetto alla posizione originaria, perdendo l'originaria funzione di porta.

Il Museo della Lanterna

Annesso alla torre sorge il Museo della Lanterna raggiungibile attraverso una passeggiata di circa seicento metri che costeggia le vecchie mura fino ai piedi del faro partendo da via Milano (parcheggio del terminal traghetti). L'area è raggiungibile dal vicino casello autostradale di Genova-Ovest (Sampierdarena).

Dopo una prima opera di riqualificazione del sito portata a termine nel 2004, nell'aprile del 2006 è stato completato a opera della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici della Liguria il restauro e l'adattamento della Porta Nuova della Lanterna, adiacente alle fortificazioni che ospitano i locali del museo (in origine la porta aveva una rotazione di 90° in direzione nord, chiudendo l'accesso alla città dalla parte di ponente).

In particolare, il lavoro di restauro ha riguardato il riassetto e la pulizia degli elementi in marmo della porta, il riposizionamento di elementi distaccati dall'attico e la sistemazione della pavimentazione in pietra antistante la via di accesso. Contestualmente è stata ripristinata l'agibilità del parco urbano situato a nord della torre.

Alla base del faro, all’interno delle antiche fortificazioni si trova il Museo della Lanterna: nelle prime sale dette dei fucilieri, oggi si racconta la storia della Lanterna. Una parte del museo - ovvero le Sale dei cannoni - è riservata specificatamente all'uso e alla funzione dei fari navali e ai sistemi di segnalamento in mare. Un tipo particolare di lente - la lente di Fresnel, simile a quella adottata dal faro genovese - riproduce per il visitatore, con il proprio fascio di luce in rotazione, la visione in soggettiva dall'interno dell'ottica di un faro vero e proprio.

All'interno del museo sono ospitate periodicamente anche mostre tematiche, laboratori per famiglie e attività didattiche e per le famiglie, ed è possibile organizzare eventi corporate.

Nella stagione estiva, nel parco adiacente Porta Nuova della Lanterna, si svolgono rassegne teatrali, di musica e festival.

Insieme al Museo navale di Pegli, al Galata − Museo del mare e al Museoteatro della Commenda di San Giovanni di Pré (attivo tra il maggio 2009 e il 6 gennaio 2020, destinato a confluire nel Museo nazionale dell'emigrazione italiana), il Museo della Lanterna fa parte del polo culturale del Mu.MA - Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni, creata nel 2005.

Gestione del faro

Il faro, in qualità di strumento di supporto alla navigazione marittima, è completamente controllato e gestito dal Comando di Zona Fari della Marina Militare con sede in La Spezia (che tra l'altro si occupa di tutti i fari dell'Alto Tirreno). La Marina Militare si occupa della gestione di tutti i fari (di cui 128 d'altura) sugli 8.000 km circa di coste italiane dal 1910, avvalendosi di tecnici sia militari sia civili.

Il resto della Lanterna, nei suoi ruoli di monumento storico, simbolo cittadino e attrazione turistica, è stato gestito dalla provincia di Genova tramite l'associazione Giovani Urbanisti - Fondazione Labò, che ha sostituito dal 2 luglio 2014 la Fondazione Muvita, quest'ultima di proprietà della Provincia di Genova che la gestiva dal 1º luglio 2004. L'associazione si occupava dell'apertura al pubblico del faro e del museo annesso, oltre alla manutenzione ordinaria del complesso, incluso il parco urbano intorno a esso e la passeggiata di accesso.

La Provincia di Genova cessa il suo mandato il 31 dicembre 2014 e passa la gestione al Comune di Genova. La Fondazione Labò con il gruppo Giovani ha continuato a garantire la valorizzazione del Complesso Monumentale secondo le modalità di cui sopra fino al 5 gennaio 2020.

Il Complesso monumentale della Lanterna dal marzo 2018 è entrato a far parte del Mu.MA - Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni.

Dal 6 gennaio 2020 il Gruppo Giovani della Fondazione Labò e parte degli Amici della Lanterna si sono costituiti in un'impresa culturale creativa nata dall’esperienza di conduzione degli ultimi cinque anni: la PHAROS light for heritage che, in collaborazione con l'associazione Amici della Lanterna, sino a gennaio 2025 ha promosso e sostenuto le iniziative per la valorizzazione del monumento simbolo di Genova.

Per informazioni:

www.lanternadigenova.com;

www.museidigenova.it

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Orari
Fr-Su 10:00-18:00
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museidigenova.it

La voce completa su Wikipedia

palazzo Ducale

Edificio museale · Genova

palazzo Ducale

Il Palazzo Ducale di Genova (in ligure Paxo /ˈpaːʒu/, contrazione dell'antico termine Paraxo /paˈɹaːʒu/) è uno dei principali edifici storici e musei del capoluogo ligure, già sede del dogato dell'antica Repubblica.

Ospita al piano nobile importanti mostre d'arte, conferenze e convegni, organizzati nelle sale affrescate del Maggior e del Minor Consiglio. Nei cortili e porticati, vi sono attività commerciali culturali e punti di ristoro. Vi trovano sede anche associazioni culturali. Il palazzo è gestito dalla fondazione "Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura", che ha suddiviso gli spazi in molteplici funzioni. Al suo interno si possono ospitare eventi anche contemporaneamente in spazi dedicati. Nel 2001 vi si sono riuniti a congresso i capi di Stato e di governo convenuti a Genova per il G8.

Leggi tutto su palazzo Ducale (7.476 parole)
Storia
Le origini

La costruzione del Palazzo Ducale ha inizio alla fine del XIII secolo quando, in seguito alle vittoria contro Pisa (nel 1284 alla Meloria) e contro Venezia (nel 1298 a Curzola), Genova vedeva accrescere la propria potenza militare ed economica nel Mediterraneo. A quel tempo la città era organizzata in base alla Compagna Communis, che provvedeva alla nomina dei capitani del Popolo. Fino al 1291 però i capitani e gli altri rappresentanti del Comune non disponevano di una sede propria ma erano ospitati nel Palazzo arcivescovile o in vicine abitazioni private appartenenti alle famiglie Doria e Fieschi.

Nel 1291 i capitani del Popolo Corrado Doria e Oberto Spinola acquistarono gli edifici di proprietà dei Doria che si affacciavano sulle odierne salita dell'Arcivescovado e via Tommaso Reggio e tre anni più tardi fu acquistato anche l'adiacente palazzo di Alberto Fieschi, dotato di una torre in seguito detta "Grimaldina", già utilizzato come sede dai capitani del Popolo a partire dal 1272 a causa dell'esilio dell'aristocratico. L'accorpamento portò alla realizzazione del palazzo degli abati, del quale è visibile parte del loggiato su via Tommaso Reggio.

Non esistono testimonianze iconografiche precise dell'aspetto che doveva avere il palazzo in quel periodo, ma secondo la ricostruzione di Orlando Grosso, che ne curò il restauro negli anni trenta del XX secolo, doveva avere una pianta trapezoidale, con il lato sud verso via Tommaso Reggio lungo 44 metri, il lato nord di 50, il lato ovest su salita dell'Arcivescovado di 20 metri e il lato a est di 36 metri. Doveva avere un'altezza complessiva di circa 25 metri suddivisa su tre piani, di cui il piano terra ospitava un porticato mentre sui piani superiori si aprivano delle quadrifore. Al centro del prospetto sud si innalzava la torre Grimaldina di sei piani di altezza.

Il Trecento e il Quattrocento

Il palazzo, che con la nomina nel 1339 del primo doge genovese Simone Boccanegra aveva assunto il nome di "ducale", subì una serie di trasformazioni a partire dalla seconda metà del XIV secolo per volere del doge Antoniotto Adorno. L'edificio venne ingrandito con l'aggiunta di nuovi corpi di fabbrica a est, a formare una sorta di "C" intorno all'odierna piazza Matteotti, e a nord, fino a occupare uno spazio corrispondente all'attuale corpo centrale. Gli interventi voluti dall'Adorno non variarono l'accesso principale del palazzo, che continuò a essere mantenuto su via Tommaso Reggio.

Una nuova importante trasformazione ebbe luogo verso la metà del secolo successivo con la costruzione della cosiddetta "cortina", un corpo di fabbrica destinato a ospitare la guarnigione che collegava le ali a est e a ovest di piazza Matteotti, di fatto trasformando la piazza in un cortile fortificato e rendendo il palazzo una sorta di cittadella del potere isolata dal resto della città. Non si conosce con esattezza la data di realizzazione della cortina, ma la nomina nel 1470 di un "capitano della porta di palazzo" fa pensare che a quel tempo la sua costruzione fosse terminata. Con la realizzazione della nuova ala infatti venne chiuso l'accesso da via Tommaso Reggio e il nuovo ingresso venne posto al centro della nuova costruzione.

La fabbrica del Vannone

Nel XVI secolo le riforme volute da Andrea Doria avevano modificato la struttura politica della città, che era allora governata da un Maggior Consiglio di quattrocento senatori e da un Minor Consiglio, mentre il doge non era più eletto a vita ma restava in carica solo due anni. Il desiderio di disporre di una sede che rispecchiasse il prestigio e l'organizzazione gerarchica della signoria, unitamente all'esigenza di una fortezza che mantenesse il governo al riparo da intrighi e colpi di stato, portarono il senato ad affidare nel 1591 all'architetto Andrea Ceresola - detto "il Vannone" - l'incarico di ristrutturare completamente il palazzo.

Il Vannone collegò e trasformò l'insieme di edifici medievali e di eterogenei corpi di fabbrica costruiti in epoche successive in un palazzo-fortezza in stile manierista. A lui si deve la realizzazione del grande cortile del piano terra, coperto da una volta a padiglione e su cui si aprono due cortili porticati, e l'imponente scalone che conduce al piano superiore dove si trovavano gli ambienti di rappresentanza, il salone del Maggior Consiglio e quello del Minor Consiglio e gli appartamenti del doge. Ingrandì inoltre la cortina che chiudeva piazza Matteotti e presidiava l'accesso al palazzo, innalzandola fino a tre piani di altezza e dotandola sul lato interno di un loggiato che doveva avere la duplice funzione di svago per i soldati della guarnigione e di tribuna per gli spettatori che da lì potevano assistere alle cerimonie e alle manifestazioni che avevano luogo nel cortile del palazzo.

Nell'anno 1700 fu indetto un importante concorso per le decorazioni delle sale del Maggiore e Minor consiglio, finanziate dalla famiglia dei marchesi Giustiniani, cui parteciparono i maggiori pittori genovesi dell'epoca, Domenico e Paolo Girolamo Piola, Lorenzo De Ferrari, Domenico Parodi, cui tuttavia furono preferiti il bolognese Marcantonio Franceschini e il napoletano Francesco Solimena.

L'incendio del 1777

Nuovi importanti lavori di trasformazione ebbero luogo nel 1778, dopo che il 3 novembre dell'anno precedente un violento incendio aveva distrutto gran parte del corpo centrale dell'edificio, del quale si erano salvati solo l'atrio al piano terra e lo scalone che conduce al piano nobile.

Per la ricostruzione fu rapidamente bandito un concorso, al quale furono invitati a partecipare Giacomo Maria Gaggini, Gregorio Petondi ed Emanuele Andrea Tagliafichi, tra i più noti architetti attivi a Genova in quegli anni. Il concorso fu però vinto dall'architetto ticinese Simone Cantoni, convinto a partecipare dal fratello Gaetano, che ideò una facciata marmorea che rappresenta uno dei primi esempi di stile neoclassico a Genova. I lavori di ricostruzione ebbero luogo tra il 1778 e il 1783 sotto la supervisione di Gaetano Cantoni e oltre alla facciata riguardarono il rifacimento in stile neoclassico dei saloni del Maggior e del Minor Consiglio, le cui coperture in legno erano state danneggiate dall'incendio. Le nuove coperture furono realizzate in mattoni, al fine di metterle al riparo da eventuali nuovi incendi.

L'Ottocento e il Novecento

Il 1815, con l'annessione di Genova e della Liguria al Regno di Sardegna, segnò la fine della Repubblica di Genova e il palazzo perse la sua funzione di sede del governo e i suoi locali furono utilizzati come aule giudiziarie, uffici e archivi come nuova sede della magistratura, ruolo che continuò a mantenere fino al 1975.

Negli anni quaranta dell'Ottocento, durante i lavori di rifacimento di via San Lorenzo, fu demolita la cortina che chiudeva la piazza d'armi del palazzo e la facciata di Simone Cantoni fu resa visibile alla città. Alcuni anni dopo, nel 1861, l'ingegnere del genio civile Ignazio Gardella senior lavorò alla ristrutturazione delle ali laterali che circondavano piazza Matteotti, ampliando e rettificando l'ala a ovest e ricostruendo le facciate dei due edifici.

Una nuova campagna di restauri ebbe luogo nei primi decenni del XX secolo a opera di Orlando Grosso. I suoi interventi più rilevanti riguardarono i prospetti su via Tommaso Reggio, dove furono riportati alla luce, seguendo la politica neomedievale in vigore all'epoca, la loggia degli abati e altri resti degli edifici medievali che erano stati coperti da una lineare facciata manierista dal Vannone, e la facciata su piazza De Ferrari, che venne completamente ristrutturata e ridipinta. Durante le prove di ristrutturazione furono installati veri e propri decori a sbalzo in stucco al posto della semplice affrescatura a trompe-l'œil. Successivamente, tuttavia, prevalse la versione affrescata.

Nel 1942 il palazzo venne parzialmente danneggiato, in particolare tra il corpo centrale e l'ala a ovest, durante uno dei bombardamenti della città effettuato dagli Alleati durante la seconda guerra mondiale.

Dal restauro del 1992 all'epoca contemporanea

Scarsamente utilizzato e adibito a sede degli uffici giudiziari prima della costruzione negli anni settanta del nuovo palazzo di giustizia di Portoria, il palazzo vide completare il suo restauro a cura dell'architetto genovese Giovanni Spalla in occasione delle "Colombiadi" del 1992, con cui vennero commemorati Cristoforo Colombo e il cinquecentenario della scoperta dell'America. Tale restauro ha cercato di valorizzare le architetture cinquecentesche del Vannone, come l'atrio voltato, e allo stesso tempo di conservare gli interventi preesistenti che facevano parte della storia dell'edificio, come il prospetto su piazza De Ferrari e i reperti medievali riportati alla luce da Orlando Grosso modificando la struttura vannoniana.

In seguito al restauro, il palazzo è stato aperto al pubblico e adibito a museo e palazzo della cultura. A partire dall'8 febbraio 2008 il palazzo è gestito dalla "Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura". Nel 2001 nel Palazzo Ducale si sono tenute le riunioni del vertice del G8 di Genova. Oltre ad alcune attività commerciali ospita periodicamente manifestazioni, conferenze e importanti mostre d'arte.

Descrizione
L'esterno

Nato dall'aggregazione di una serie di edifici medievali e ingrandito nel corso dei secoli con la costruzione di nuovi corpi di fabbrica, il palazzo presenta una pianta irregolare che copre un'estensione complessiva di circa trentacinquemila metri quadrati e uno stile eterogeneo tra le diverse facciate. È situato al limitare del centro storico sulla sommità della collina di San Domenico, a pochi passi dalla cattedrale di San Lorenzo e dal palazzo della curia arcivescovile, ed è possibile accedervi attraverso l'ingresso principale su piazza Matteotti, su cui si apre la facciata neoclassica di Simone Cantoni, o attraverso gli ingressi su piazza De Ferrari a est.

I palazzi medievali

I corpi più antichi del palazzo sono quelli del lato occidentale che si affacciano su via Tommaso Reggio e su salita dell'Arcivescovado e che costituivano il palazzo degli abati e il palazzo di Alberto Fieschi, con annessa la torre Grimaldina. Degli edifici medievali sono visibili, sul prospetto verso via Tommaso Reggio, le arcate a sesto acuto della loggia del palazzo degli abati e di Palazzo Fieschi. Tali arcate si trovano a circa due metri di altezza rispetto al piano stradale, a causa dell'abbassamento del suolo realizzato nel XIX secolo per consentire il raccordo con via San Lorenzo, e furono ricostruite da Orlando Grosso durante l'intervento del restauro da lui eseguito nel 1935. In precedenza il prospetto su via Tommaso Reggio presentava invece una facciata manierista realizzata dal Vannone nel XVI secolo, parzialmente demolita da Orlando Grosso per recuperare le sottostanti architetture medievali secondo i canoni restaurativi dell'epoca. I lavori di Grosso hanno anche comportato importanti lavori di consolidamento delle stanze interne, necessari in seguito all'indebolimento della facciata, e l'apertura di quadrifore in parte cieche in quanto non combacianti con le strutture interne.

In corrispondenza dell'intersezione tra via Tommaso Reggio e la salita dell'Arcivescovado è possibile notare due piccoli ponti sospesi, chiamati "pontini", che avevano la funzione di collegare gli appartamenti del doge del Palazzo Ducale con il palazzetto criminale e con la cattedrale, in modo che il doge e gli altri funzionari del palazzo potessero spostarsi senza bisogno di scendere in strada.

Le facciate manieriste

I prospetti su salita dell'Arcivescovado e su salita del Fondaco, rispettivamente a ovest e a nord del palazzo, conservano in gran parte le caratteristiche manieriste dei lavori eseguiti alla fine del XVI secolo dal Vannone. Essi presentano un'alta facciata liscia, priva di decorazioni e ricoperta da un intonaco chiaro, sulla quale si apre una serie di finestre, quasi tutte di forma rettangolare, osservando le quali è possibile ritrovare facilmente la posizione delle stanze interne. A metà del prospetto su salita del Fondaco si trovano tre ampie finestre ad arco, che individuano il pianerottolo in cima alla prima rampa delle scale che conducono al piano nobile. Ai lati di queste e a un'altezza maggiore altri finestroni ad arco si trovano in corrispondenza dei pianerottoli tra le seconde e le terze rampe dello scalone.

La facciata su piazza De Ferrari

Il prospetto che si affaccia su piazza De Ferrari subì importanti modifiche durante i lavori di restauro eseguiti da Orlando Grosso nei primi decenni del XX secolo. Prima dei lavori di Grosso, si presentava come una facciata liscia intonacata, sulla quale erano visibili tracce di affreschi seicenteschi. Grosso rielaborò la facciata in stile classicista, regolarizzando le aperture e inserendole all'interno di uno schema di colonne e altri elementi architettonici dipinti. Furono inoltre aperte tre porte per collegare la piazza con il porticato interno del palazzo. Nel 1934, durante gli studi per l'intervento di restauro della facciata, da sempre meno ornata, il comune valutò e installò anche veri e propri decori a sbalzo in stucco in stile neoclassico, da utilizzare al posto della più economica e meno sontuosa affrescatura a trompe-l'œil nello stesso stile. Successivamente, tuttavia, prevalse la versione affrescata.

La facciata, terminata nel 1938, risultava in gran parte dilavata al momento del restauro del 1992. Durante tale restauro è stata ripristinata la decorazione di Grosso, spostando però verso l'alto le tre porte in modo da renderle alla stessa quota del cortile interno sul quale si affacciano. La facciata è organizzata su due livelli, scanditi da una decorazione pittorica. Al piano terra si trovano, oltre alle tre aperture sopracitate, sopraelevate rispetto alla piazza e raggiungibili tramite una breve scalinata, una serie di finestroni, sormontati ognuno da una finestrella. Il livello superiore riprende lo schema del piano terra, con una nuova serie di finestroni e di finestrelle.

La facciata su piazza Matteotti

Il prospetto sud-ovest del corpo centrale, che si apre su piazza Matteotti, presenta l'imponente facciata neoclassica ideata da Simone Cantoni in seguito all'incendio del 1777. Benché questo prospetto abbia rappresentato per secoli l'accesso principale al palazzo fino al 1834, esso era nascosto alla vista dalla cortina che chiudeva la piazza e iniziò ad affacciarsi verso la città solo in seguito al suo abbattimento.

Un visitatore del 1818 descrive in questo modo l'impressione che si ha della facciata dopo aver oltrepassato la cortina ed essere entrati nella piazza d'armi interna:

La facciata cantoniana è organizzata in altezza su tre livelli e presenta una rigida simmetria rispetto all'asse verticale che attraversa il portone d'accesso, accentuata dalla bicromia degli elementi in marmo e di quelli in stucco lucido.

Al livello inferiore sopra uno zoccolo di pietra rosa di Verezzi si alzano otto coppie di colonne sporgenti rispetto alla parete in finto bugnato realizzato in stucco lucido. Tra le colonne si aprono sei grandi finestre sormontate da altrettante finestrelle, che forniscono luce all'atrio interno, e al centro un imponente portone arcuato dotato di due ante ferrate chiodate. I caratteristici battiporta a forma di tritone furono rubati nel 1980 e sono stati sostituiti da copie.

Conduce verso l'ingresso una rampa d'accesso composta da una gradinata centrale in marmo, posta in asse con il portone, e da due rampe laterali in pietra e mattoni, chiuse sul lato esterno da una balaustra, che danno l'idea di racchiudere la gradinata al centro. Ai lati della scala marmorea si trovano due grandi basamenti in marmo che un tempo ospitavano due monumentali statue di Andrea Doria e di suo nipote Giovanni Andrea Doria. Le statue, realizzate rispettivamente da Giovanni Montorsoli nel 1540 e da Taddeo Carlone nel 1601, furono abbattute durante i moti del 1797 e dopo un restauro nel 2010 sono state ricollocate in cima alla prima rampa dello scalone che dall'atrio conduce al piano nobile. Sul basamento a ovest è stata collocata una lapide per ricordare lo studente greco Kōstas Geōrgakīs che si uccise davanti al palazzo nel 1970 per protestare contro l'allora situazione politica greca.

Il secondo livello orizzontale della facciata, corrispondente al piano nobile, è separato dal primo livello da un fregio e una cornice in marmo sormontati da una balaustra sempre in marmo e riprende gli elementi del livello inferiore, con le otto coppie di colonne sporgenti e le pareti in finto bugnato, il cui colore e profondità sono meno accentuati che nel piano inferiore per un migliore effetto prospettico. Nel progetto di Cantoni la serie di colonne doveva avere la duplice funzione di decorazione della facciata e di contrafforti per le strutture interne. Tra le colonne si aprono sette ampie finestre, le tre centrali sormontate da una finestrella cieca.

Il terzo livello, nuovamente separato dal precedente da fregio, cornice e balaustra in marmo, presenta in corrispondenza delle colonne inferiori una serie di otto lesene dotate di nicchie che ospitano altrettante statue e sormontate da gruppi scultorei al centro dei quali, in asse con il portone di ingresso, spicca lo stemma del Regno di Sardegna.

Le ali laterali

Le due ali che racchiudono a est e a ovest piazza Matteotti furono ristrutturate nel 1861 dall'ingegnere Ignazio Gardella senior, in seguito alla demolizione della cortina che chiudeva il lato meridionale del palazzo. I prospetti di testa delle due ali furono ricostruiti a imitazione della facciata del Cantoni, con un ampio zoccolo al di sopra dei quali si innalzano due ordini di colonne sporgenti, tra le quali spiccano le finestre e la parete in finto bugnato, mentre i prospetti laterali della ali verso piazza Matteotti sono semplicemente intonacati.

La torre Grimaldina

La torre Grimaldina, nel Trecento chiamata "torre del popolo", si innalza al di sopra della loggia degli abati, sul prospetto che affaccia su via Tommaso Reggio. La sua datazione precisa è incerta: secondo Orlando Grosso, che la ristrutturò agli inizi del XX secolo riportandola al suo probabile aspetto Trecentesco, la sua costruzione sarebbe compresa tra il 1298 e poco oltre il 1307; altri storici, come il Poggi, ipotizzano che si trattasse di una delle torri di difesa della cinta muraria del X secolo. Probabilmente la torre fu innalzata prima del 1291 e faceva già parte del palazzo Fieschi quando questo venne acquisito come sede dei capitani del Popolo nel 1294. Il nome Grimaldina potrebbe derivare dal nome di una delle celle che si trovavano al suo interno.

La torre è composta da sette piani, i quattro inferiori compresi all'interno di palazzo Fieschi mentre i tre superiori si innalzano al di sopra del palazzo. Il primo piano presenta il bugnato che ricopre tutto il livello inferiore del palazzo Fieschi e una recente finestra rettangolare. Il secondo piano, analogamente al resto del palazzo, mostra una decorazione a strisce bianche e nere e il medesimo motivo è ripreso al piano superiore. A questi due livelli si apre, sul prospetto su via Tommaso Reggio, una quadrifora, mentre il quarto piano, in mattoni a vista come i successivi, presenta una trifora. A partire dalla metà del quinto piano, sul quale si apre una monofora, la torre risulta libera dalla struttura del palazzo. Il sesto piano, mostra una grande monofora sul prospetto di via Tommaso Reggio e sugli altri tre lati una bifora. Esso è coronato da tre serie di archetti pensili risalenti al 1539, che separano la costruzione medievale dall'ultimo piano, innalzato agli inizi del XVII secolo. Fin dal Medioevo l'ultimo piano della torre ospitava una cella campanaria e diverse campane si susseguirono fino al 1941, quando durante la seconda guerra mondiale quella presente venne fusa per realizzare cannoni. Nel 1980 una nuova campana è stata realizzata e installata in cima alla torre a cura dell'Associazione A Compagna, come ricorda una lapide posta alla base della torre.

L'interno

Il principale ingresso verso l'interno del palazzo è rappresentato dal grande portone che si affaccia su piazza Matteotti e conduce all'atrio porticato realizzato dal Vannone. Da esso è possibile salire lo scalone in marmo che conduce al piano superiore o raggiungere a ovest il sistema di rampe che collega tutti i piani dell'edificio. Questa struttura, denominata "strada appesa", è stata progettata dall'architetto Giovanni Spalla durante il restauro nel 1992 e collocata negli ambienti danneggiati durante i bombardamenti del 1942. Essa si presenta come una scala elicoidale in acciaio sorretta da un sistema di tiranti collegato a una trave reticolare e si sviluppa lungo tutti i quaranta metri di altezza dell'edificio permettendo l'accesso ai vari livelli, dal piano interrato della cisterna maggiore fino alle carceri e alla torre Grimaldina.

I piani interrati

Scendendo lungo la "strada appesa" si raggiungono i due livelli inferiori del palazzo, posti al di sotto del piano dell'atrio voltato. Il più profondo dei due livelli prende il nome dalla "cisterna maggiore", l'ambiente più notevole di questo piano recuperato durante il restauro del 1992. Si tratta di un'ampia sala, posta in corrispondenza del cortile maggiore del piano terra, sormontata da volte a crociera che poggiano su otto pilastri in pietra. Originariamente era la maggiore delle tre cisterne d'acqua del palazzo, disposta in modo da raccogliere le acque del soprastante cortile maggiore, e insieme alle cisterne poste sotto il cortile minore e sotto la piazza d'armi doveva garantire l'approvvigionamento idrico del palazzo in caso di assedio. Il restauro di questo ambiente e degli altri locali del piano ha anche permesso alcune importanti scoperte archeologiche sulla storia del palazzo, come resti di edifici medievali inglobati nella mura del palazzo cinquecentesco e le fondamenta di un grande torrione bassomedievale del quale si ignorava l'esistenza.

Salendo di un piano ci si trova al livello di piazza Matteotti e nel piano al di sotto dell'atrio e dei porticati. Si trovano qui le stanze dell'antico palazzo del Comune e del palazzo degli abati, del quale sono visibili le arcate della loggia da salita dell'Arcivescovado. In corrispondenza della sottostante cisterna maggiore e proprio al di sotto del cortile maggiore si trova la "sala del monizioniere", un'ampia sala con volta a crociera sorretta da otto pilastri in pietra, realizzati in corrispondenza dei pilastri del piano sottostante. I pilastri sono sormontati da capitelli di diversa forma, che il Vannone riutilizzò recuperando il materiale proveniente dalla demolizione delle strutture medievali. Questo locale era in origine utilizzato come magazzino non solo per armi e munizioni, da cui deriva il suo nome, ma anche per olio, vino, legname, come stalla e come rimessa per lettighe e portantine.

A fianco della sala del monizioniere e al di sotto dell'atrio voltato si trovano le stanze del sottoporticato, anch'esse voltate a crociera e sorrette da pilastri in pietra. Come la sala precedente questi spazi erano in origine utilizzati come magazzino per tutto ciò che poteva essere utile per garantire l'autonomia del palazzo in caso di assedio e in seguito al restauro del 1992 sono utilizzati come spazi espositivi per mostre e manifestazioni. I locali sono raggiungibili, oltre che tramite la "strada appesa", attraverso delle porte che aprono direttamente su piazza Matteotti.

Il piano terra e i cortili

L'ambiente più notevole del piano terra è il grande atrio voltato, realizzato dal Vannone alla fine del XVI secolo, sotto il quale ci si ritrova dopo aver varcato il grande portone che affaccia su piazza Matteotti. Si tratta di uno spazio di 43 metri di lunghezza e 17 di larghezza, coperto da una volta a padiglione intonacata di bianco sorretta alle estremità da una fila di quattro colonne che rimanda l'idea di una vela gonfiata dal vento.

Per sostenere la volta il Vannone utilizzò un'intelaiatura di tiranti in ferro, invisibile ai visitatori in quanto coperta dai mattoni, costituita da « un'asta orizzontale tangente al colmo dell'estradosso e da due aste diagonali di irrigidimento fissate all'imposta della volta ». Questa tecnica delle "chiavi nascoste" fu utilizzata dal Vannone anche in altri ambienti del palazzo.

A est e a ovest l'atrio voltato è affiancato da due cortili a cielo aperto, denominati rispettivamente cortile minore e cortile maggiore, realizzati anch'essi in stile manierista dal Vannone.

Il cortile maggiore, a ovest, è situato al di sopra della cisterna maggiore e della sala del monizioniere, ricalcandone la forma e le dimensioni, ed è circondato su tre lati da un porticato voltato a botte sorretto da una serie di colonne terminanti con capitelli di ordine dorico. Agli angoli del porticato è presente un sistema di tre colonne collegate tra loro da un architrave che sorregge la soprastante volta a botte. Il restauro del 1992 ha portato alla luce, alle spalle delle colonne d'angolo, una serie di nicchie ad abside che erano state murate nel corso dei secoli. Al piano superiore è presente un loggiato che riprende la struttura del porticato sottostante, comprese le nicchie e le colonne architravate negli angoli, con la differenza che le colonne terminano con capitelli ionici anziché dorici.

Il cortile minore, a est, di forma quadrata, è a sua volta circondato su quattro lati da un porticato sorretto da colonne doriche, le quali formano con quelle dell'atrio voltato e del cortile maggiore, poste in asse le une con le altre, un effetto prospettico di particolare impatto.

Durante il restauro del 1992 il piano di calpestìo del cortile è stato traslato verso l'alto, in modo da riportarlo allo stesso livello del resto del piano terra. Ciò ha comportato l'eliminazione di alcuni gradini inseriti da Orlando Grosso nel 1935, quando furono aperte le tre porte che collegano direttamente questo ambiente con piazza De Ferrari e ha permesso la ricostruzione delle volte del deambulatorio della cisterna sottostante, che erano state demolite durante i lavori di realizzazione delle nuove aperture. Le aperture verso piazza De Ferrari sono a loro volta state traslate verso l'alto ed esternamente è stata realizzata una scalinata di raccordo con il livello della piazza.

La pavimentazione dei due cortili, ricostruita durante il restauro sulla base di tracce della pavimentazione originale vannoniana, è formata da una griglia di lastre di pietra di Finale che collegano tra di loro le colonne del porticato, entro la quale sono racchiusi dei campi in mattoni in cotto disposti a lisca di pesce. La pavimentazione dell'atrio voltato è stata ricostruita recuperando parte della pavimentazione precedente in ardesia e alternandola a mattoni in cotto realizzando un motivo geometrico che riprendesse quello della volta soprastante. Tra le colonne del cortile maggiore è possibile notare dei lucernai che permettono alla luce solare di raggiungere la sottostante sala del monizioniere.

In origine gli ambienti dell'atrio e dei cortili erano utilizzati sia come elemento del percorso cerimoniale che partiva dalla "cortina" che chiudeva la piazza e terminava con lo scalone che conduce al piano nobile, sia come luogo di incontro per trattative politiche e incontri burocratici. Nelle stanze intorno ai cortili si trovavano gli uffici di diverse magistrature della Repubblica genovese, come la Magistratura degli Inquisitori di Stato o il Corpo di Città. I cittadini avevano anche la possibilità di presentare delle denunce anonime depositando un biglietto in una buca ancora visibile nel porticato del cortile minore.

La riapertura al pubblico del palazzo dopo il restauro ha cercato di restituire all'atrio voltato la sua funzione originaria di piazza coperta, utilizzando gli spazi intorno a esso per attività commerciali e culturali, come la biglietteria del palazzo, due librerie, un caffè, una sede della Società ligure di storia patria dotata di una ricca biblioteca specializzata e alcuni laboratori didattici.

Il primo piano

Al centro dell'atrio voltato, di fronte al portone d'ingresso, parte lo scalone dogale che conduce al piano superiore. Lo scalone, opera del Vannone, è composto da una prima rampa di scalini di marmo larghi e bassi che, una volta raggiunto il ballatoio, si divide in due rampe simmetriche che conducono al corpo est e al corpo ovest del palazzo.

Sul ballatoio in cima alla prima rampa dello scalone sono state collocate le statue di Andrea Doria e di Giovanni Andrea Doria che in origine si trovavano sui due piedistalli ai lati della scalinata di ingresso al palazzo su piazza Matteotti.

La rampa di destra conduce al loggiato posto sopra il cortile minore, del quale riprende la forma e la posizione delle colonne le quali, come nel caso del loggiato sopra il cortile maggiore, terminano con capitelli ionici anziché dorici. Da qui si può accedere allo spazio un tempo occupato dalla sala d'armi, posta lungo l'ala est del palazzo. Questi ambienti erano uniti alla cortina che chiudeva la piazza ed erano inoltre collegati alla vicina chiesa del Gesù tramite un pontino aereo, abbattuto durante i moti del 1848. Con l'annessione della città al Regno di Sardegna l'armeria venne trasformata in sale riunioni, andate distrutte durante i bombardamenti del 1944. In seguito al restauro del 1992 gli spazi ospitano le sale dell'Archivio Storico del Comune di Genova.

In cima alla rampa di scale di destra si trova un maestoso stemma della Repubblica di Genova, opera di Domenico Fiasella, come conferma una ricevuta di pagamento datata 1638. A Fiasella è attribuito anche l'affresco raffigurante La Vergine con i Santi Giovanni Battista, Giorgio e Bernardo che intercedono presso la Trinità per la città di Genova che si trova in cima alla rampa di sinistra dello scalone. Questo secondo affresco fu commissionato intorno al 1630 come ringraziamento per la vittoria del 1625 di Genova contro il ducato di Savoia ed è visibile solo mentre si scende lungo lo scalone.

Giunti in cima alla rampa di sinistra si raggiunge il loggiato posto sopra il cortile maggiore, sul quale si aprono quelli che erano gli ambienti più prestigiosi del palazzo: i saloni del Maggior Consiglio e del Minor Consiglio, gli appartamenti del doge e la cappella dogale.

L'appartamento del doge

I lati nord e ovest del piano nobile, tutto intorno al loggiato, sono occupati dalle stanze dell'appartamento dogale. A partire dal 1528, con l'introduzione del mandato biennale, i dogi erano infatti obbligati a dimorare all'interno del palazzo per l'intero periodo della propria carica. L'appartamento tardo cinquecentesco è composto da una serie di stanze comunicanti una con l'altra in successione, riccamente decorate in stile rococò nelle prime sale e neoclassico in quelle successive.

La prima sala, sul lato nord vicina all'arrivo dello scalone, è decorata con tappezzerie originali in carta stampata. Sulla parete di sinistra era presente una porta, in seguito murata, che conduceva a una scala tramite cui raggiungere il piano ammezzato sottostante. In quei locali, che si sviluppano lungo i lati a nord, ovest e sud del cortile maggiore, si trovavano altre stanze dell'appartamento del doge, considerate più intime e più confortevoli durante i mesi più caldi o più rigidi grazie alle spesse pareti; vi si trovavano inoltre le cucine e gli alloggi del personale di servizio del palazzo, come l'armaiolo, il guardiano della torre, gli uscieri e i portaordini. In seguito al restauro del 1992 nel mezzanino, raggiungibile anche tramite la "strada appesa", sono stati collocati alcuni uffici del Comune di Genova e del consorzio che gestisce il palazzo.

La seconda e la terza sala sono decorate con stucchi dorati in stile rococò che raffigurano le virtù cardinali, panoplie con armi e bandiere, strumenti musicali e animali. Nella terza sala dovevano essere presenti tappezzerie e arazzi e su una panoplia è indicata la data 1756, considerata come l'anno della realizzazione delle decorazioni delle prime tre sale.

La quarta e la quinta sala sono le più grandi dell'appartamento. La sala d'angolo, detta anche "sala del doge", è la più ricca dell'intero appartamento e un cartiglio rivela che la sua decorazione, nella quale si notano influenze neoclassiche, risale al 1771, durante il dogato di Giovanni Battista Cambiaso. Nei soprapporta si trovavano quattro tele del XVII secolo raffiguranti le virtù cardinali, mentre al centro delle pareti trovavano posto alcuni arazzi raffiguranti Le storie di Mosè, realizzati nella seconda metà del XVI secolo dall'arazziere fiammingo Dionys Martensz su bozzetti di Luca Cambiaso, ora conservati a palazzo Doria-Spinola. Sulla volta, completamente decorata in stucco lustro, vi è un grande medaglione dove è forse raffigurata un'allegoria della scoperta dell'America da parte di Colombo vista in chiave classicista. Le decorazioni in stucco della sala sono opera dei lombardi Alessandro Bolina e Bartolomeo Fontana. Degno di nota in questa sala è anche il caminetto in marmo bianco, decorato con piastrelle in ceramica bicrome e risalente allo stesso periodo degli stucchi.

La decorazione in stucco della quinta sala, detta anche "antisala del doge", segue lo stesso stile della stanza precedente e presenta una serie di panoplie rappresentanti la potenza militare di Genova. Tra le decorazioni in stucco della sesta sala è riproposto il tema delle virtù cardinali, mentre nell'ultima sala era un tempo presente una porta, in seguito murata, che conduceva ai pontini aerei sopra salita dell'Arcivescovado, mettendo in diretta comunicazione il palazzo con il palazzetto criminale e con la cattedrale.

La cappella dogale

Accanto alle ultime stanze dell'appartamento del doge, con accesso dall'angolo sud ovest del loggiato, si trova la cappella dogale. Risparmiata dall'incendio del 1777 e dai bombardamenti, presenta la decorazione originale in stile barocco genovese. Si tratta di un ambiente sontuoso e di grande impatto, in cui l'intera superficie della volta e delle pareti è affrescata allo scopo di celebrare le glorie e i personaggi illustri della repubblica genovese. Al centro della parete di ingresso si trova una raffigurazione di Cristoforo Colombo che pianta la croce nel nuovo mondo, con ai lati, sopra le porte che collegano la sala con l'appartamento del doge e con il loggiato, i ritratti dei martiri genovesi Ursicino e Desiderio. Ancora più in alto vi sono i beati Domenico da Genova, Maria Vittoria De Fornari Strata, Alessandro Sauli e due figure la cui epigrafe è illeggibile.

Sulla parete di destra, dando le spalle all'ingresso, è raffigurata La presa di Gerusalemme da parte di Guglielmo Embriaco, avvenuta durante la prima crociata, con tutto intorno i ritratti dei beati Jacopo da Varagine e Lanfranchino e dei santi Giovanni Bono e Valentino. Questi affreschi, così come quelli sulle altre pareti e sulla volta, furono realizzati da Giovanni Battista Carlone tra il 1653 e il 1655 e sono inseriti all'interno di finti archi colonnati dipinti, opera del pittore imperiese Giulio Benso.

Al centro della parete opposta campeggia il dipinto de L'arrivo a Genova delle ceneri del Battista, con intorno i santi Barnaba, Alberto, Caterina Fieschi Adorno, i vescovi genovesi Salomone e Romolo e un angelo custode.

La volta è interamente occupata da una raffigurazione di Maria invocata dai santi protettori di Genova Giorgio, Giovanni Battista, Lorenzo e Bernardo. La Vergine è rappresentata in qualità di regina di Genova, quale era stata proclamata nel 1637, mentre riceve da alcuni angeli la corona, le chiavi e lo scettro della città.

La parete di fondo della sala è occupata dall'altare in marmo, circondato da vere colonne sempre in marmo uguali a quelle dipinte sulle altre pareti. Due finestre si aprono tra le colonne a fianco dell'abside, permettendo alla luce esterna di illuminare l'ambiente. Inizialmente dietro l'altare si trovava una pala di Giovanni Battista Paggi, donata dallo stesso pittore alla città nel 1603, raffigurante La Madonna con il bambino tra i santi Giorgio e Giovanni Battista. Nel XVIII secolo la pala fu sostituita da una scultura di Francesco Maria Schiaffino, raffigurante nuovamente La Vergine regina di Genova.

Il pavimento presenta una decorazione barocca realizzata con tarsie di marmi policromi.

Il salone del Maggior Consiglio

Il salone del Maggior Consiglio è la sala più imponente del palazzo e insieme all'adiacente salone del Minor Consiglio occupa interamente il corpo centrale dell'edificio, al di sopra dell'atrio voltato. L'aspetto attuale del salone è quello successivo alla ricostruzione di Simone Cantoni nel 1778, ma le dimensioni, 37 metri di lunghezza per 16 di larghezza, sono quelle della "sala grande" realizzata nel Cinquecento dal Vannone per ospitare i quattrocento patrizi che rappresentavano il Maggior Consiglio della Repubblica di Genova. In questa sala veniva eletto il doge e si tenevano le riunioni ufficiali del Consiglio della Repubblica, ma avevano luogo anche feste, balli e spettacoli teatrali.

L'incendio del 1777 danneggiò gravemente il piano nobile del palazzo e le strutture dei saloni, che vennero ricostruite da Cantoni l'anno successivo. Nel salone del Maggior Consiglio Cantoni inglobò e innalzò ciò che restava dei muri vannoniani e coprì la sala con un'imponente volta a padiglione in mattoni, la cui forma ricorda quella di una carena di nave rovesciata, in sostituzione della precedente copertura in legno. Per contrastare l'aumento di peso generato dalla nuova volta fu realizzata la facciata neoclassica su piazza Matteotti, le cui colonne hanno la funzione di contrafforti per l'adiacente salone. Nel corso degli anni però le spinte sui muri hanno causato lesioni e uno scivolamento della facciata neoclassica, che ciò ha comportato un indebolimento delle volte dei saloni del Maggior e del Minor Consiglio. Il consolidamento di tali strutture è stato effettuato durante il restauro del 1992 tramite l'inserimento di tiranti in acciaio nei sottotetti e nei muri.

Internamente il salone appare completamente decorato in stile neoclassico e caratterizzato dall'alternanza di colore dei marmi e dei finti marmi in stucco lustro. Nelle pareti lunghe sono addossate una serie di colonne in marmo o in stucco lustro, nelle nicchie tra le quali trovano posto una serie di statue in stucco. Al di sopra delle colonne si trova una balaustra e sopra di essa, in corrispondenza delle colonne e dei costoloni della volta, una serie di cariatidi in stucco opera dello stuccatore ticinese Carlo Luca Pozzi con la collaborazione di Alessandro Bolina e Bartolomeo Fontana, autore anche della decorazione della volta.

A fianco della porta di ingresso si trovano due statue in stucco raffiguranti la Concordia e la Pace, opera dell'artista genovese Andrea Casareggio (o Casaregi) mentre dalla parte opposta del salone, dove un tempo si trovava il trono del doge, distrutto durante la rivoluzione del 1797, sono le statue allegoriche della Giustizia e della Fortezza, opera rispettivamente di Nicolò Traverso e di Francesco Maria Ravaschio. Al centro della parete di ingresso, al di sopra della balaustra, si trova una grande lunetta con un dipinto su tela della battaglia della Meloria, realizzata dal pittore piemontese Giovanni David. David realizzò anche il bozzetto per la lunetta sita sul lato opposto, raffigurante Il doge Leonardo Montaldo libera Jacopo di Lusignano, re di Cipro, che fu però dipinta da Emanuele Tagliafichi. Queste due lunette furono dipinte in sostituzione delle tele di Marcantonio Franceschini e di Tommaso Aldovrandini, andate distrutte durante l'incendio del 1777. Tra le colonne dei lati principali, alternati alle statue in stucco, si trovano una serie di tele monocromatiche, dipinte in stile neoclassico e con temi allegorici in occasione della visita di Napoleone nel luglio 1805. Al centro della volta si trova un grande affresco raffigurante un'allegoria del Commercio dei Liguri, realizzato nel 1866 da Giuseppe Isola in sostituzione di un precedente affresco di Giandomenico Tiepolo risalente al 1785 e raffigurante La Liguria e le glorie della famiglia Giustiniani, deperito pochi decenni dopo la sua realizzazione. Completano l'effetto scenografico del salone il pavimento dove una serie di marmi di diversa colorazione formano motivi geometrici e due grandi lampadari in cristallo, inseriti durante il restauro del 1992.

In seguito alla riapertura del palazzo il salone del Maggior Consiglio, così come quello del Minor Consiglio, ospita mostre, conferenze, concerti o altri eventi culturali.

Il salone del Minor Consiglio

Il salone del Minor Consiglio, detto anche "salonetto", era originariamente destinato alle riunioni del Minor Consiglio della Repubblica. È situato a fianco del salone del Maggior Consiglio, insieme al quale occupa il corpo centrale dell'edificio, e affaccia verso nord su salita del Fondaco. Per via della sua collocazione era anche chiamato "consiglietto d'estate" ed era usato per le riunioni estive del Consiglio, in contrapposizione al "consiglietto d'inverno", esposto a sud e andato perduto durante i rifacimenti ottocenteschi, i cui spazi sono utilizzati come spazio espositivo della Regione Liguria.

La sala, di 20 metri di lunghezza e 13 di larghezza, fu gravemente danneggiata durante l'incendio del 1777 e ricostruita durante l'intervento di Simone Cantoni. Analogamente al salone del Maggior Consiglio fu realizzata una nuova volta in mattoni, in questo caso con forma a botte, in sostituzione della precedente copertura in legno, e fu rinnovata completamente la decorazione della sala.

Si accede al salone attraversando un piccolo atrio, aperto sul lato che affaccia sullo scalone, dal quale un tempo era possibile assistere ai cortei cerimoniali. Tra l'atrio e l'ultima rampa dello scalone Cantoni ricavò uno spazio tecnico nel quale inserire una scala a chiocciola di forma ellittica che conduce al piano superiore. La decorazione neoclassica del salone è opera in particolare del pittore Carlo Giuseppe Ratti e dello stuccatore Carlo Luca Pozzi, il quale lavorò anche agli stucchi del salone del Maggior Consiglio. Furono realizzate da Ratti le tredici tele raffiguranti le Allegorie delle virtù del buon governo che si trovano in corrispondenza delle aperture della sala (partendo dalla parete di fronte all'ingresso e girando in senso antiorario, Sapienza, Magnanimità, Concordia, Fortezza, Carità, Vigilanza, Mansuetudine, Pace con la Giustizia, Speranza, Fortuna, Verità, Storia e Segretezza) e le piccole tele monocromatiche soprapporta raffiguranti putti e, in quella sopra la porta d'ingresso, Giano.

Sulla volta è possibile vedere due tele monocrome raffiguranti La Liguria distribuisce tesori alle province e Giano sacrifica alla pace, opera di Ratti così come la tela centrale con L'apoteosi della Repubblica con l'allegoria della Divina Sapienza, che il pittore riprese da un bozzetto che Domenico Piola aveva presentano nel 1700 a un concorso per la decorazione del salone del Maggior Consiglio. Queste tre tele furono pesantemente restaurate nel 1949, in seguito ai danni riportati durante i bombardamenti bellici. Sempre di Ratti sono le due lunette in cima alle pareti d'ingresso e di fondo della sala, che raffigurano rispettivamente Lo sbarco di Colombo nelle Indie e L'arrivo a Genova delle ceneri del Battista riproponendo le precedenti opere di Francesco Solimena, distrutte dall'incendio del 1777 ma delle quali erano stati conservati i bozzetti. Lungo le pareti della sala, alternati alle tele con le allegorie delle virtù del buon governo, vi sono otto statue in stucco di uomini illustri della Repubblica realizzate da Nicolò Traverso, Andrea Casareggio e Francesco Maria Ravaschio, i quali lavorarono anche agli stucchi della facciata su piazza Matteotti e nel salone del Maggior Consiglio. All'architetto genovese Carlo Barabino è infine attribuita la caratteristica balaustra circolare in fondo alla sala, che aveva la funzione di delimitare lo spazio riservato al doge.

I piani superiori

Dal loggiato maggiore si può accedere alla strada appesa, che permette di scendere al piano terra o di salire ai piani superiori: il secondo piano ammezzato, la terrazza, le carceri e la torre Grimaldina. Il secondo mezzanino ospita alcuni uffici e spazi del Comune di Genova. La terrazza si trova al di sopra del loggiato maggiore, ospita un ristorante e da essa è possibile vedere da vicino la sommità della torre Grimaldina, le statue che sormontano la facciata neoclassica su piazza Matteotti e le coperture dei saloni del Maggior e del Minor Consiglio. Salendo ancora lungo la strada appesa si raggiungono quelle che un tempo erano le carceri del palazzo. Poco prima dell'ingresso, sulla sinistra della scala, è possibile notare un curioso rilievo tardo-cinquecentesco in stucco che raffigura la Fortuna bendata, con la testa che diventa un vaso ricolmo di frutta e la benda che attraversa gli occhi.

Le carceri

I piani superiori della torre Grimaldina e i locali adiacenti furono utilizzati come carceri dai tempi della Repubblica fino alla Resistenza durante la seconda guerra mondiale. Un episodio del 1435 fa ipotizzare che a quel tempo esistesse già una cella detta Grimaldina, da cui prese poi il nome l'intera torre: in seguito alla battaglia di Ponza nell'elenco dei prigionieri condotti a Genova da destinare a diverse carceri, accanto ad alcuni nomi fu indicata la lettera G che potrebbe significare appunto Grimaldina.

Le carceri occupavano alcuni locali del sottotetto al di sopra dell'appartamento del doge e nella torre. Questo faceva sì che le celle fossero meno umide di quelle tradizionalmente collocate nei piani più bassi degli edifici, ma allo stesso tempo fossero più soggette alle intemperie e ai rigori del clima. Le celle sopra l'appartamento dogale erano piccole e buie, provviste di doppie porte e con spesse grate in ferro inserite all'interno dei muri e dei pavimenti, per impedire ogni tentativo di fuga. Queste celle erano destinate ai prigionieri comuni o politici. Il piano superiore del pontino aereo dell'appartamento del doge permetteva di mettere in contatti direttamente le carceri con il vicino palazzetto criminale. Le celle situate nella torre, più grandi e luminose, erano destinate ai detenuti provenienti da famiglie importanti o a nemici stranieri trattenuti in attesa di un riscatto.

I prigionieri spesso lasciavano sui muri delle celle scritte o disegni a testimonianza delle proprie pene. Nella cosiddetta "cella degli artisti", nella torre, sono presenti disegni di navi da guerra, soldati, dame e cavalieri e una mongolfiera.

Tra i prigionieri illustri delle carceri è possibile ricordare il corsaro ottomano Dragut, il doge Paolo da Novi e il nobile genovese Domenico Dalla Chiesa, imprigionato per volere del fratello senatore e famoso per essere riuscito a fuggire raggiungendo la cella campanaria e poi calandosi sulla terrazza sottostante grazie alla bandiera situata in cima alla torre; Giulio Cesare Vachero, che complottò contro Genova insieme ai Savoia, i pittori Sinibaldo Scorza (per lesa maestà), Domenico Fiasella e Luciano Borzone (per ferimento) e Pieter Mulier detto il Tempesta, accusato dell'omicidio della moglie e che realizzò diverse opere durante il periodo di prigionia in un improvvisato atelier nella cella campanaria; il musicista Nicolò Paganini (per aver sedotto una ragazza) e il patriota Jacopo Ruffini che qui morì suicida nel 1833.

Il Piccolo Teatro

Poco noto è il teatrino dei piani superiori, costruito su disegno dell'architetto Simone Cantoni, che lo realizzò interamente in mattoni (e non in legno) per evitare ulteriori incendi come quello avvenuto nel 1777. La struttura non fu mai aperta al pubblico in quanto non venne mai terminato l'intervento di ripristino del 1992. Nel 2018 si è finanziato il completamento dei lavori con l'intento di rendere fruibile anche questo spazio, adibito fino a quel momento a magazzino: il Piccolo Teatro, localizzato al di sopra della Sala del Minor Consiglio, è stato inaugurato nell'ottobre 2022, e presenta una capienza di circa 120 posti. Il Piccolo Teatro è sede di letture, conferenze e concerti.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.palazzoducale.genova.it

La voce completa su Wikipedia

Opera Carlo Felice Genova

Teatro d'opera · Genova

Opera Carlo Felice Genova

Il teatro Carlo Felice è il principale teatro della città di Genova e uno dei più noti in Italia. Vi si tengono la stagione d'Opera lirica e balletto e la stagione sinfonica, oltre a recital e manifestazioni varie.

Dal 1991 è la sede principale delle stagioni musicali della Giovine Orchestra Genovese, ONLUS che organizza, produce e promuove concerti di musica classica, in particolare da camera, dal 1912, la cui sede si trova nell'attigua Galleria Mazzini.

Leggi tutto su Opera Carlo Felice Genova (1.542 parole)

Il teatro è posto appena a lato di piazza De Ferrari, principale piazza cittadina, accanto al monumento equestre a Giuseppe Garibaldi e poco distante dalla fontana di Vergagni, che rappresenta uno dei simboli della città.

Davanti al teatro si trova la stazione "De Ferrari" della metropolitana di Genova.

Storia
Il progetto Barabino

Nel 1825 venne indetto un concorso per il disegno di un nuovo teatro dell'opera. Avevano partecipato, fra gli altri, il genovese Carlo Barabino e il ticinese Luigi Canonica. Vinse il primo e, il 21 gennaio 1826, vennero pubblicati sulla Gazzetta di Genova il progetto, le norme per l'appalto del teatro e indicazione precise sull'area che doveva occupare l'area del convento e della chiesa di San Domenico, edifici già ridotti fin dal 1797 a magazzini e a caserma.

Canonica, comunque, fu chiamato in un secondo tempo come consulente per la realizzazione del palcoscenico e della parte interna della curva della sala. Egli, infatti, già architetto reale del cessato Regno d'Italia (1805-1814), si era largamente illustrato in grandi edifici teatrali: l'allargamento del palcoscenico della Scala, il completamento del teatro di Como, la costruzione del Carcano e del Teatro Fiando di Milano, dei teatri di Cremona, Brescia, fra le altre realizzazioni.

Il teatro venne inaugurato il 7 aprile 1828, alla presenza dei sovrani del Regno di Sardegna, Carlo Felice e la regina Maria Cristina, con la rappresentazione dell'opera di Vincenzo Bellini Bianca e Fernando su libretto del genovese Felice Romani con Adelaide Tosi, Giovanni David e Antonio Tamburini.

Nella circostanza, quest'opera venne rielaborata appositamente dall'autore.

La decisione di costruire un teatro da intitolare a Carlo Felice di Savoia era stata presa appena pochi anni prima la sua edificazione, ovvero fra il 1824 e il 1825. A tale decisione i governanti dell'epoca giunsero in considerazione del fatto che i teatri allora presenti fossero decisamente insufficienti.

Genova non aveva ancora un vero e proprio teatro per il melodramma, al tempo molto in auge, e fu così che la città decise di dotarsene di uno che potesse competere, sul piano dell'eleganza, con quelli allora presenti in tutta Italia.

Fino ad allora in Genova il teatro più frequentato era stato il Teatro di Sant'Agostino, primo teatro pubblico della città di proprietà dei Marchesi Durazzo e di una società di palchettisti: l'edificio, in legno, del secolo precedente, era ormai considerato non più adatto ai tempi e la società dei palchettisti del Sant'Agostino contribuì alla costruzione del Carlo Felice. La costruzione avvenne su un terreno che in passato aveva ospitato il convento di San Domenico, che era stato successivamente abbattuto.

Il 12 maggio 1828 avviene la prima assoluta di Alina, regina di Golconda di Gaetano Donizetti con Giovanni Battista Verger, Tamburini e Giuseppe Frezzolini.

Nel Nuovo Teatro Carlo Felice nel 1852 viene inaugurata l'illuminazione a gas, e nel 1892, per le celebrazioni colombiane, l'illuminazione elettrica.

Il bombardamento

Durante la seconda guerra mondiale il Carlo Felice, come viene comunemente chiamato, venne colpito due volte rimanendo parzialmente distrutto: erano distrutti i solai e le parti in carpenteria del teatro (palchi, soffittature, e così via); erano invece rimasti i muri perimetrali ed in particolare il pronao.

Nel 1946 la sovraintendente del "Teatro comunale dell'opera", Celeste Lanfranco Gandolfi, riuscì ad organizzare la stagione lirica al "Cinema-teatro Grattacielo". Nell'estate dello stesso anno allestì anche una stagione estiva fra le rovine del vecchio Politeama Genovese.

Nel 1948 la stagione, sempre allestita nel "Cinema-teatro Grattacielo", comprendeva un Tristano e Isotta interpretato da Maria Callas e Max Lorenz: un significativo riscatto per una città senza teatro lirico.

Nel 1957 venne riaperto il Politeama Margherita e per diversi decenni le rappresentazioni teatrali di rivista e di lirica si tennero in questa sala di via XX Settembre, chiusa alla fine degli anni '90.

La ricostruzione

Benché alcune parti del teatro di Barabino fossero sopravvissute, era stato deciso dalla municipalità che la città dovesse rifare in toto il suo teatro, per cui, nel 1946, venne bandito un concorso di architettura. A questo concorso parteciparono diversi architetti liguri, tra cui spiccava il nome di Luigi Carlo Daneri, che vinse il secondo premio. Il primo premio fu, invece, assegnato nel 1950 al progetto del gruppo di Paolo Antonio Chessa. Nel 1951 questi consegnò il progetto esecutivo. Tale progetto, tuttavia, non fu mai eseguito, e nel 1963 fu definitivamente accantonato, affidando l'incarico a Carlo Scarpa, architetto di fama internazionale.

Scarpa portò avanti un progetto nell'arco di molti anni, elaborando diverse soluzioni e giungendo a un progetto definitivo nel 1977, ma morì accidentalmente nel 1978 e, anche se il suo progetto fu approvato nel 1979, nemmeno la sua idea giunse alla realizzazione. Nel frattempo ciò che rimaneva dell'antico teatro venne demolito, lasciando in piedi il pronao neoclassico e i portici del perimetro esterno, elementi col tempo divenuti iconici e anche successivamente conservati.

Nel 1981 fu bandito un altro concorso-appalto a due fasi. Il concorso si concluse nel 1984 e fu vinto dalla ditta Mario Valle s.p.a. di Arenzano, con il progetto degli architetti Aldo Rossi, Ignazio Gardella, Fabio Reinhart.

Il progetto prevedeva, come imposto dal bando di gara:

il mantenimento del pronao dorico e del portico in pietra di promontorio, decorato con i bassorilievi originali;

la trasformazione in piazza coperta della zona dietro al pronao (dove era posizionato il foyer del vecchio teatro). Tale spazio avrebbe dovuto essere il punto di continuità viaria tra la Piazza De Ferrari e la retrostante Galleria Mazzini.

Inoltre, il progetto proponeva la ricostruzione, quasi letterale, del volume esterno prospiciente la piazza, mentre ipotizzava un'immensa torre, quasi il doppio del volume barabiniano, nel lato posteriore. Tale torre doveva contenere il palco, e le relative macchine di scena, i camerini e le sale di prova. La scena era pensata per allestire quattro scenografie contemporaneamente, con una piattaforma mobile. La sala era a cavea (diversamente dal teatro barabiniano e da altri progetti di concorso). Questa volta il progetto, che venne sviluppato al livello esecutivo, prese corso e il 7 aprile 1987 fu posata la prima pietra del nuovo teatro.

La struttura, recuperata attraverso una quasi totale riedificazione, venne nuovamente inaugurata il 18 ottobre 1991 da una messa in scena de Il trovatore con Rajna Kabaivanska e Shirley Verrett.

Come detto, il nuovo teatro recuperava ciò che rimaneva delle antiche strutture, mentre risultava del tutto nuovo negli interni. Per gli interni, furono banditi concorsi finalizzati all'apparato decorativo e artistico del teatro, più specificatamente per la parte relativa al foyer, e per la zona relativa al grande sipario tagliafuoco. Dai risultati del bando di concorso furono premiati Aurelio Caminati, Raimondo Sirotti e Nerone Ceccarelli.

Nelle nicchie del foyer principale, ai lati della base del "cono", si trovano gli affreschi di 36 m² appositamente eseguiti da Aurelio Caminati. Uno rievoca la dominazione della repubblica genovese nel mar mediterraneo con la rappresentazione allegorica della costruzione di un fondaco nell'isola di Tabarka, l'altro raffigura Guglielmo Embriaco alla partenza dal porto di Genova per la prima crociata nel 1102. Gli affreschi, in posizione diametralmente opposta, abbracciano idealmente l'osservatore conducendolo in un viaggio in cui le coordinate spazio-temporali e cromatiche vengono armonizzate dal mare, al quale Genova lega indissolubilmente la propria storia.

Il teatro è dotato di quattro palcoscenici: un palco principale, un palco dorsale alle spalle del primo e due palchi inferiori allineati fra loro e gestiti da impianti elettronici computerizzati. Le macchine di movimentazione scenica e le luci computerizzate come le cabine di regia per le riprese rendono, anche grazie all'acustica studiata, il Carlo Felice uno dei migliori teatri. Alcuni numeri: sala di 200 posti fornita di piccolo palcoscenico indipendente dal resto del teatro, dall'atrio si raggiungono la sala stampa e il primo foyer. Il foyer principale ha una superficie di 660mq. Il lanternino ("cono") è l'elemento caratteristico di questo teatro, si tratta di una struttura poligonale visibile nel foyer sopra l'ingresso, concepita come piramide-cono portante la luce dal tetto della piazza coperta alla statua di Nicolò Paganini

Raimondo Sirotti firma gli arazzi che irrompono con forza cromatica nell'algido foyer. Eseguiti dallo storico laboratorio Pinton di Aubusson, nel cuore della Francia, gli arazzi riproducono una reinterpretazione contemporanea e suggestiva di due dipinti ora custoditi nel Museo dell'Accademia Ligustica di Belle Arti: La Pastorale del Grechetto e il Paradiso di Bernardo Strozzi.

Vincitore del concorso per il grande sipario, con l'opera Viva Schönberg - in omaggio al compositore Arnold Schönberg - fu Nerone Ceccarelli, pisano di nascita, torinese di adozione. Scrisse Ceccarelli presentando il proprio lavoro:

Il sipario misura circa duecento metri quadrati ed è articolato in centoventicinque pannelli:

La statua del Genio dell'Armonia, posta nel 1829 alla sommità del pronao, opera del 1824 dello scultore Giuseppe Gaggini, venne sostituita da un calco mentre l'originale, dopo essere stato restaurato, venne collocato all'interno della chiesa gotica di Sant'Agostino in Sarzano, sconsacrata e adibita ad auditorium, dal campanile maiolicato.

Dirette streaming

Nel 2010 il Teatro Carlo Felice inaugurò una web tv, che ha trasmesso la diretta streaming di opere liriche, concerti e balletti, fino al 2020. Si trattava di una struttura televisiva attrezzata per riprese, registrazione e montaggio, con uno studio all'interno del teatro, posto al sesto piano adiacente alla sala.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
operacarlofelicegenova.it

La voce completa su Wikipedia

piazza De Ferrari

Piazza · Genova

piazza De Ferrari

Piazza De Ferrari (in genovese Ciàssa De Feræ o De Ferâri) è la principale piazza di Genova. Situata nel pieno centro della città - e in particolare presso l'antico sestiere di Portoria - ne rappresenta il fulcro commerciale, finanziario ed economico, oltre a essere principale punto di riferimento in occasione degli eventi più importanti della vita cittadina.

== Descrizione ==

Leggi tutto su piazza De Ferrari (2.993 parole)

Piazza De Ferrari è uno dei luoghi simbolici della città di Genova, oltre che fulcro urbanistico del moderno centro cittadino. Da essa si ramificano alcune delle principali arterie viarie, fra le quali via XX Settembre, via Dante e via San Lorenzo, oltre ad essere in diretta connessione coi caruggi di Genova. La piazza, intitolata dal 1877 a Raffaele De Ferrari, duca di Galliera, uomo politico e banchiere, ha una forma irregolare, dovuta a successivi interventi urbanistici, che hanno determinato l'accorpamento di due aree contigue, urbanisticamente differenziate, come evidenziato anche dai diversi stili architettonici degli edifici. Occupa una superficie complessiva di circa 11.000 m².

L'aspetto attuale della piazza prende forma nei primi due decenni del Novecento, con la realizzazione delle tre vie che vi convergono da levante, via XX Settembre (1892-1901), via Dante e via Petrarca (1901-1915), e dei quattro grandi palazzi in stile eclettico, sedi di aziende e istituzioni, edificati tra il 1899 e il 1923 nell'area ottenuta dallo sbancamento del colle di S. Andrea. A questi si contrappone, sul lato opposto, il profilo neoclassico degli edifici realizzati nella prima metà dell'Ottocento da Carlo Barabino in quella che era l'antica piazza San Domenico: il teatro Carlo Felice (1827) e il Palazzo dell'Accademia ligustica di belle arti (1831).

Infine, sul lato della piazza rivolto verso il centro storico si affacciano il prospetto laterale del Palazzo Ducale ed altri due storici palazzi, risalenti al XVI secolo ma rimaneggiati nell'Ottocento.

Verso ponente, a fianco del teatro Carlo Felice, si aprono altre due importanti arterie: leggermente in salita, in direzione di piazza Corvetto, l'elegante via Roma, ricca di negozi e boutique, affiancata dalla galleria Mazzini e, in leggera discesa, con sbocco in Piazza delle Fontane Marose, la via XXV Aprile, un tempo intitolata al re Carlo Felice.

Nello spazio antistante il teatro, dov'era un tempo la facciata della chiesa di S. Domenico, si trova la statua equestre di Giuseppe Garibaldi, opera dello scultore Augusto Rivalta (1893).

Al centro della piazza dal 1936 è collocata la grande fontana in bronzo, disegnata dall'architetto Giuseppe Crosa di Vergagni e divenuta ben presto, assieme alla Lanterna, uno dei principali simboli cittadini.

Dai primi anni del Novecento la piazza è il punto di riferimento per misurare le distanze di altre città e località da Genova. Benché non sia la piazza più grande del centro di Genova, è comunque il principale punto di riferimento per eventi sociali e culturali, quali comizi politici e manifestazioni sindacali e studentesche, concerti rock (ultimamente peraltro spostati in Piazza della Vittoria o al Porto antico), spettacoli di danza e di teatro.

In alcune di queste occasioni si è trovata anche al centro di disordini, come avvenne nel giugno 1960, durante le proteste contro la convocazione a Genova del congresso del MSI, o durante il G8 del luglio 2001.

Il 27 gennaio 1979 vi si tenne una grande manifestazione in occasione dei funerali di Guido Rossa, operaio e sindacalista, assassinato dalle Brigate Rosse tre giorni prima sotto casa nel quartiere di Oregina. Alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un clima di grande tensione, parteciparono 250.000 persone; questa manifestazione segnò un punto di svolta nella lotta al terrorismo brigatista, testimoniando la grande distanza tra i gruppi eversivi e la popolazione, in particolare quella classe operaia nella quale i terroristi speravano di trovare consenso.

Fino agli anni settanta ha costituito anche il maggiore punto di aggregazione dei più giovani, prima che la movida genovese si trasferisse nella vicina piazza delle Erbe. In anni più recenti, e in occasioni non drammatiche ma festose, De Ferrari ha salutato con caroselli e con l'ormai rituale bagno nella fontana, i successi calcistici delle due principali squadre cittadine (Genoa e Sampdoria) e della nazionale azzurra, come è avvenuto dopo le vittorie ai Mondiali di Calcio del 1982 e del 2006.

La piazza, oggi quasi completamente pedonalizzata, negli anni novanta ha riacquistato l'antico splendore dopo una massiccia operazione di rifacimento architettonico, che ha riguardato principalmente la pavimentazione stradale, la fontana e il Palazzo Ducale, sulla base di un progetto di rinnovamento di Bernhard Winkler.

Storia
Piazza San Domenico

Nell'area in cui sorge la piazza, anticamente vi era poco più di uno slargo di forma all'incirca triangolare che prendeva il nome dalla chiesa di San Domenico, demolita negli anni venti dell'Ottocento per fare spazio alla costruzione del monumentale Teatro Carlo Felice.

La piazza era racchiusa tra la chiesa dalla quale traeva il nome, l'annesso convento dei frati Domenicani, il palazzo Forcheri e altri palazzi che proseguivano sul lato meridionale di via Giulia. Al centro della piazza era collocato un barchile risalente al 1536.

A piazza San Domenico accedevano la suddetta via Giulia a oriente, via dei Sellai (poi via Cardinal Boetto), e a ponente via San Sebastiano, approssimativamente dove iniziano le odierne via Roma e vico della Casana. La maggior parte dell'attuale piazza era ancora occupata dalle case che sorgevano alle pendici e ai piedi del colle di Sant'Andrea, che sarebbe stato poi totalmente sbancato all'inizio del Novecento.

L'Ottocento

Dopo l'annessione dei territori della ex Repubblica Ligure al Regno di Sardegna stabilita nel 1814 dal Congresso di Vienna le autorità locali decisero di aprire un varco nel cuore del sestiere di Portoria, che facesse da snodo per la nuova viabilità cittadina tra ponente e levante, creando anche un grande spazio pubblico, destinato a divenire luogo di incontro sociale e culturale; proposero inoltre di costruire un teatro sul sito dell'ex complesso di San Domenico, chiuso nel 1797 per le leggi di soppressione degli ordini religiosi e trasformato in caserma (con la chiesa utilizzata come magazzino).

Il 2 giugno 1818 il re Vittorio Emanuele I autorizzava la sola demolizione della chiesa, negando inizialmente la demolizione della caserma sistemata nell'ex convento. Ma negli anni seguenti, con gli sviluppi urbanistici che venivano maturando, che avrebbero fatto dell'antica piazza San Domenico un punto cruciale della nuova viabilità cittadina, anche questo edificio sarebbe stato demolito.

La chiesa di San Domenico fu quindi demolita e sulla sua area fu costruito il teatro Carlo Felice, su progetto dell'architetto Carlo Barabino. I lavori, iniziati nel 1826, terminarono due anni più tardi; il teatro fu inaugurato il 7 aprile 1828.

In seguito venne progettata la costruzione di una nuova caserma sull'area dell'ex convento, ma poi l'idea fu accantonata e al suo posto fu costruito un edificio di due piani, completato nel 1831 e inaugurato il 28 aprile 1832, destinato a sede dell'Accademia Ligustica e della biblioteca Berio, consegnando così alla piazza il suo nuovo volto, sul lato nord-orientale.

Nel frattempo veniva realizzata una strada, inaugurata il 30 marzo 1828, che congiungeva il nuovo centro monumentale a "piazza delle Fontane Amorose" (piazza Fontane Marose), alla quale fu dato, come al vicino teatro, il nome del re Carlo Felice (poi via XXV Aprile). Questo intervento veniva a realizzare il collegamento, più volte auspicato fin dal XVII secolo, tra le vie della nobiltà cittadina, strada Balbi, strada Nuova (via Garibaldi) e strada Nuovissima (via Cairoli), con l'uscita orientale della città (strada Giulia). Pochi anni dopo fu aperta anche via S. Lorenzo per collegare la zona del porto con via dei Sellai e quindi con la stessa strada Giulia. I due percorsi si univano in piazza S. Domenico, ponendo le premesse per la creazione di un nuovo importante snodo viario e in prospettiva lo spostamento del centro cittadino dalla zona del porto a quest'area.

Nella seconda metà del secolo, dopo i numerosi interventi sulla viabilità la piazza assunse sempre più la funzione di fulcro della viabilità cittadina. Nel 1865 due progetti prevedevano il collegamento di via Assarotti a piazza S. Domenico. Nel 1868 si scelse un tracciato retto, progettato dall'ingegnere civico che prolungando la via raggiungesse la zona a ponente del teatro: via Roma, e la realizzazione di una strada parallela coperta: Galleria Mazzini. Il 10 Dicembre 1875, un anno prima della sua morte, fu deciso di intitolare la piazza a Raffaele De Ferrari; nel 1893 davanti al colonnato del teatro Carlo Felice venne inaugurato il monumento a Giuseppe Garibaldi, opera di Augusto Rivalta. Alla cerimonia di inaugurazione parteciparono numerose personalità, tra le quali Francesco Crispi, il generale Stefano Canzio e lo scrittore Anton Giulio Barrili.

Nel 1893 l'ingegnere Cesare Gamba presentò un progetto (poi approvato) per la realizzazione di un asse viario tra piazza San Domenico e porta Pila che prese nel 1896 il nome di via XX Settembre, in sostituzione dell'antica via Giulia, divenuta inadeguata al crescente traffico tra il centro cittadino e i quartieri della bassa Val Bisagno, inglobati nel comune di Genova nel 1874.

Fino agli ultimi anni dell'Ottocento nella piazza si teneva il mercato dei prodotti ortofrutticoli provenienti dalla Val Bisagno e dei fiori provenienti dalla Riviera, trasferito nel 1899 nel nuovo Mercato Orientale, costruito nella zona di levante di via XX Settembre.

Il Novecento

I lavori di ampliamento della piazza proseguirono nei primi decenni del Novecento quando l'attenzione si spostò sul lato sud-orientale, dove sopravvivevano il colle di Sant'Andrea e i palazzi sottostanti. Nel 1904 l'intero colle, sul quale sorgeva l'antica chiesa di Sant'Andrea con l'annesso convento, trasformato in carcere all'inizio dell'Ottocento, fu spianato, demolendo anche tutte le case che vi sorgevano e una parte delle "mura del Barbarossa", risalenti al 1155. Con questo intervento la piazza fu ampliata, sull'area già occupata dal colle a sud di via XX Settembre tra il 1904 e il 1915 furono aperte via Dante, che formando con la stessa un angolo di 45 gradi si dirigeva anch'essa verso levante, e via Petrarca.

Nel 1912 venne inaugurato il Palazzo della Nuova Borsa all'angolo fra via Dante e via XX Settembre, la cui tipica forma a semicerchio della facciata fu aggiunta in corso d'opera.

Nel 1914 vi era ancora un lato della piazza da rinnovare, quello accanto alla chiesa del Gesù. Su questo lotto fu realizzato, di fianco alla chiesa, il palazzo della Navigazione Generale Italiana, poi sede degli uffici di presidenza della Regione Liguria.

Il 24 aprile 1936 fu collocata al centro della piazza la celebre fontana. La grande vasca in bronzo, opera dell'architetto Giuseppe Crosa di Vergagni fu donata dall'ingegner Carlo Piaggio per celebrare l'entrata in guerra dell'Italia contro l'Abissinia.

La seconda guerra mondiale

Durante la seconda guerra mondiale, un bombardamento distrusse quasi completamente il teatro Carlo Felice; rimasero in piedi i muri perimetrali con la facciata neoclassica verso la piazza ma dell'interno poco o nulla si salvò. Il teatro, dopo un lungo dibattito, fu poi ricostruito tra il 1987 e il 1991.

Nei giorni precedenti il 25 aprile 1945 la piazza fu teatro di violenti scontri tra i partigiani e l'esercito tedesco; nei giorni seguenti la piazza fu testimone degli eventi legati alla liberazione, con la discesa dei partigiani dalle montagne per partecipare alla parata nella quale essi conducevano le truppe del generale Günter Meinhold, che proprio il 25 aprile si erano arresi al Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria, rappresentato dal presidente Remo Scappini; fu questo l'unico caso in Italia nel quale l'esercito tedesco si arrese alle forze partigiane e non alle truppe alleate, non ancora giunte in città.

Il dopoguerra

Nel dopoguerra, la piazza fu in varie occasioni al centro di manifestazioni di protesta. Questi eventi, pur nella loro drammaticità, diedero una dimostrazione della centralità e del rilievo sociale di questo grande spazio urbano.

La prima di queste fu, nel 1948, la grande manifestazione di protesta per l'attentato a Palmiro Togliatti.

Gli scontri del 30 giugno 1960

Il 30 giugno 1960 gran parte della cittadinanza si oppose allo svolgimento del congresso del Movimento Sociale Italiano autorizzato dal governo presieduto dal democristiano Fernando Tambroni, anche perché nell'occasione sarebbe intervenuto Carlo Emanuele Basile, già prefetto della provincia di Genova durante la Repubblica Sociale. Parte consistente delle dimostrazioni, molto violente, avvenne nella piazza.

Anni duemila
Il G8 del luglio 2001

Punto centrale dell'inaccessibile zona rossa durante la riunione del G8 che si teneva in Palazzo Ducale, le aree prospicienti furono assediate dai manifestanti che tentarono invano di accedere alle zone interdette. In quella circostanza, essendo proibito l'accesso alla piazza, le manifestazioni di protesta si svolsero in altre aree della città e portarono ai tragici fatti di piazza Alimonda e della scuola Diaz.

Le ristrutturazioni a cavallo del nuovo millennio

La piazza ha riacquistato splendore architettonico dopo una massiccia operazione di ristrutturazione compiuta sulla fontana centrale, sulla pavimentazione stradale, sulle facciate degli edifici e sul Palazzo Ducale, in base ai progetti dell'urbanista tedesco Bernhard Winkler. Operazioni di restauro sono state condotte tra gli anni novanta e i primi anni duemila, una prima volta in occasione delle celebrazioni colombiane per il cinquecentenario della scoperta dell'America, e poi, più sensibilmente, in occasione della riunione dei G8 nel 2001 grazie anche a fondi europei. In quest'ultima occasione la piazza è stata ampiamente pedonalizzata e ripavimentata in lastricato. La fontana, in precedenza più volte ristrutturata, sempre però rispettando l'originale progetto del 1936, è stata arricchita da tre teorie di nuovi getti e una vasca supplementare.

In particolare, il progetto dell'architetto Winkler ha riguardato la pavimentazione e la fontana, oltre alla parziale chiusura al traffico. Inizialmente la piazza fu completamente chiusa al traffico, ma dopo poche settimane la circolazione fu di nuovo consentita ai soli mezzi pubblici su un lato, a causa del traffico intenso nelle vie circostanti. Nel dettaglio, questi sono stati gli interventi principali:

Ripavimentazione dell'intera piazza con blocchi in pietra disposti in differenti composizioni.

Installazione di tre fontane rettangolari, laterali a quella centrale, disposte a formare un quadrato su tre lati escluso quello verso Palazzo Ducale, e composte da 14 getti ciascuna zampillanti da terra.

Potenziamento del getto centrale della fontana del Piaggio e aggiunta di 60 getti laterali a rientrare nella vasca centrale.

Allargamento della fontana centrale con l'aggiunta di una terza vasca più bassa di raggio maggiore, collegata alla seconda con piccoli canali scavati intorno al bordo in pietra della vasca originale.

Sistemazione, con rifacimento delle facciate e delle illuminazioni, dei principali palazzi circostanti e strade di immissione alla piazza.

Il 2005 ha visto l'apertura della stazione della metropolitana, di fronte all'ingresso del teatro Carlo Felice.

Dai primi anni 2000, a causa degli ingenti consumi d'acqua e delle infiltrazioni nella sottostante stazione della metropolitana, i nuovi getti a pavimento inaugurati nel 2001 sono stati più volte disattivati e talora anche coperti da manto erboso. I getti sono stati riattivati nel 2018 dopo una ristrutturazione completa del massetto sottostante e dell'impianto di riciclo dell'acqua.

Architetture

Su piazza De Ferrari si affacciano alcuni fra i più noti palazzi del centro genovese. Partendo dal Palazzo Ducale, posto sul lato sud della piazza, che presenta verso la piazza l'ingresso secondario (quello principale è su piazza Matteotti) e una facciata interamente decorata a trompe-l'œil, in senso antiorario si incontrano:

Il Palazzo della Regione Liguria, già Palazzo della Società Italia di Navigazione (progettato da Cesare Gamba), edificato tra il 1912 e il 1923.

Il Palazzo del Credito Italiano (progettato da Giuseppe Tallero), edificato nel 1914, posto all'angolo tra le vie Dante e Petrarca.

Il Palazzo della Nuova Borsa (progettato da Dario Carbone), edificato tra il 1907 e il 1912, decorato internamente da Adolfo Coppedè (fratello di Gino Coppedè). Il palazzo aveva allora sostituito la Loggia di Banchi. Venuto meno il suo ruolo con l'avvento della borsa telematica, è adibito a sede di mostre nel magnifico salone delle contrattazioni in stile liberty. Situato all'angolo tra via XX Settembre e via Dante, occupa lo spazio dell'antico colle di S. Andrea. La ricchezza della decorazione in stile eclettico non incontrò, all'epoca della sua costruzione, il favore dei cittadini.

Il Palazzo dell'Accademia ligustica di belle arti (progettato da Carlo Barabino), edificato nel 1831, l'istituzione fondata nel 1741 qui si trasferì dopo l'edificazione del palazzo. Fino al 1998 vi aveva sede anche la Biblioteca Civica Berio. I suoi portici collegano quelli del vicino teatro Carlo Felice a quelli di via XX Settembre. L'edificio fu gravemente danneggiato da bombardamenti nel 1942 e restaurato nel dopoguerra.

Il teatro Carlo Felice (progettato da Carlo Barabino), edificato nel 1828, con il suo pronao neoclassico. Fu quasi completamente distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e fu poi ricostruito dopo molti anni. Nel 1951 venne presentato da Paolo Antonio Chessa un primo progetto per la ricostruzione, poi un nuovo progetto di Carlo Scarpa nel 1977, ma dopo la sua morte si dovette attendere il progetto redatto da Aldo Rossi con Ignazio Gardella e altri; finalmente nel 1987 venne dato il via ai lavori e il teatro venne riconsegnato alla città nel 1991. Dell'edificio originale è conservato solo il pronao neoclassico del Barabino.

Il lato nord-occidentale, che corrisponde all'antica piazza San Domenico e presenta sostanzialmente l'aspetto voluto dal Barabino, forma una rientranza con al centro il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi, opera dello scultore Augusto Rivalta (1893), sulla quale si affacciano il teatro, il palazzo dell'Accademia Ligustica e, dalla parte opposta, due palazzi allineati con Palazzo Ducale, i più antichi fra quelli nella piazza, anche se rimaneggiati nell'Ottocento:

Il Palazzo Doria De Fornari, costruito in epoca medievale per i Doria, fu rinnovato fra il Cinquecento e il Seicento e poi nuovamente, in particolare, nell'Ottocento, quando fu anche sede di un albergo di lusso.

Il Palazzo Agostino Spinola, l'ultima testimonianza di un complesso di edifici appartenuti alla famiglia Doria. Il palazzo come si presenta attualmente nasce nel XVIII secolo dall'unione di tre distinti edifici risalenti al tardo Cinquecento. Una lapide ricorda che il palazzo dal 10 febbraio al 4 giugno 1800 fu sede del quartier generale di Massena durante il blocco di Genova da parte della flotta inglese. Nell'Ottocento divenne residenza del duca di Galliera, Raffaele De Ferrari, al quale è intitolata la piazza. Nel 1920 divenne proprietà del Banco di Roma. La facciata, coronata da otto statue allegoriche che fiancheggiano lo stemma della famiglia Brignole Sale De Ferrari, fu rifatta nel 1830 in stile neoclassico, probabilmente dal Barabino. All'interno sono conservati affreschi e dipinti di Paolo Gerolamo Brusco, G.B. Carlone, Lorenzo De Ferrari, Antonio Giolfi e Lazzaro Tavarone.

Il Palazzo Giulio Pallavicini, anch'esso derivato dall'accorpamento già in epoca tardomedioevale di due edifici della famiglia Doria, sorge accanto al Palazzo Ducale, dal quale lo divide salita del Fondaco. Nel corso dell'Ottocento passò più volte di proprietà; dal 1899 al 1989 fu la sede del quotidiano Il Secolo XIX. Poi il palazzo diventò parte degli uffici della Camera di Commercio di Genova.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Acquario di Genova

Acquario · Genova

Acquario di Genova

L'Acquario di Genova, con oltre 1,2 milioni di visitatori ogni anno, è il più grande acquario d'Italia, e uno dei più importanti in Europa. Inaugurato nel 1992, fu concepito dall'architetto Renzo Piano come parte integrante del progetto di riqualificazione urbana per l'Expo 1992, celebrazione del quinto centenario della scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo, che ha portato al recupero e alla valorizzazione dell'Area Porto Antico di Genova.

Propone un'esperienza di visita coinvolgente che promuove la conservazione della biodiversità acquatica in linea con la missione di "avvicinare alla natura e promuovere la salvaguardia degli ambienti acquatici, attraverso attività di educazione, conservazione e ricerca".

Leggi tutto su Acquario di Genova (1.171 parole)

La struttura ospita circa 10.000 esemplari, rappresentanti più di 400 specie animali e 200 specie vegetali, in un percorso espositivo che si sviluppa su circa 12.000 mq di superficie e che riproduce i principali ecosistemi marini e acquatici del mondo—dai mari tropicali alle regioni antartiche, dal Mar Mediterraneo alle zone umide.

L'Acquario di Genova affianca all'attività espositiva un lavoro costante di studio e di educazione alla conservazione.

Lo staff scientifico collabora con molti atenei ed enti di ricerca, svolgendo studi scientifici sia in ambiente controllato, sia in natura, per contribuire alla salvaguardia del mondo sommerso, sviluppare nuovi protocolli di allevamento e riproduzione e applicare nuove scoperte alla conservazione della vita acquatica.

I Servizi Educativi dell'Acquario, attraverso la realizzazione di iniziative di approfondimento dedicate al mondo scolastico e al pubblico generale e di una pannellistica strutturata su diversi livelli di approfondimento, guida il visitatore alla comprensione delle principali problematiche ambientali.

L'Acquario è membro dell'Associazione Europea Zoo e Acquari (EAZA), dell'Unione Italiana degli Zoo e degli Acquari e dell'Associazione Europea dei Mammiferi Marini (EAAM).

E' gestito da Costa Edutainment S.p.A., la società leader in Italia nella gestione di siti e grandi strutture pubbliche e private dedicate ad attività ricreative, culturali, didattiche e di ricerca scientifica, che oggi gestisce l'Acquario di Genova, l'Acquario di Cattolica e l'Acquario di Livorno, i parchi acquatici Aquafan, Caravelle e Onda Blu, i parchi Oltremare, Italia in Miniatura, La Città dei Bambini e dei Ragazzi, la Biosfera e l'ascensore panoramico Bigo.

Descrizione
Il percorso

Il percorso di visita si sviluppa attraverso tre Padiglioni, ognuno articolato su due livelli, collegati tra loro e totalmente accessibili a ogni tipologia di visitatore.

Padiglione Principale:

Comprende la Baia degli Squali, la Grotta delle Murene e le vasche dedicate ai pinguini, foche e lamantini, oltre alle meduse e a diverse specie di rettili, fra i quali i caimani, l'iguana e i basilischi.

Padiglione Cetacei:

Progettato da Renzo Piano e inaugurato nel 2013. Ospita i delfini in grandi vasche a cielo aperto e uno spettacolare semitunnel subacqueo.

Padiglione Biodiversità:

Situato all'interno della grande struttura navale annessa. Contiene la famosa vasca tattile dove è possibile accarezzare le razze, la Laguna Tropicale e diverse specie di anfibi e rettili.

E' presente anche una terrazza esterna, situata a circa metà percorso, sulla tolda della nave. All'interno del percorso sono disponibili due tipologie di servizi di caffetteria e ristorazione.

La durata della visita è stimata in circa 2 ore e 30 minuti.

Oltre alla visita al percorso espositivo, l'Acquario di Genova propone diverse esperienze guidate di approfondimento per gruppi piccoli e più nutriti e anche esperienze dedicate ai ragazzi.

Conservazione e ricerca

L'Acquario di Genova è da sempre impegnato nelle attività di ricerca e conservazione per la tutela della biodiversità, sia direttamente, sia attraverso la Fondazione Acquario di Genova.

Molti sono i progetti realizzati dal 1992 ad oggi e che hanno visto il coinvolgimento, oltre ai biologi e al personale dell'Acquario, di studenti e ricercatori delle principali università ed enti di ricerca nazionali.

Le attività di ricerca si concentrano sugli ambienti acquatici e le specie più a rischio per cause direttamente o indirettamente collegate alle attività umane.

Tra i principali progetti, quello attivo dagli anni '90, per la conservazione della testuggine palustre europea (Emys orbicularis); l'attività di salvaguardia delle tartarughe marine in difficoltà per cui dal 2009 l'Acquario è referente istituzionale per il ricovero della tartaruga comune Caretta caretta (in accordo Stato-Regioni), in collaborazione con il Servizio C.I.T.E.S. dell'Arma dei Carabinieri e la Guardia Costiera.

Il benessere animale

L'Acquario di Genova è da sempre impegnato a mantenere un elevato standard delle cure dedicate agli animali e per garantire il loro benessere.

La realizzazione di ogni nuova vasca prevede sempre un'accurata progettazione tecnico-scientifica, lo studio approfondito delle nuove specie introdotte e, dove necessario, la formazione e l'aggiornamento del personale acquariologico.

L'acquisizione degli animali viene fatta seguendo un approccio sostenibile, privilegiando sempre, dove possibile, l'acquisizione di animali riprodotti in altri acquari, favorendo riproduzione interna delle specie ospitate, oppure scambi o acquisizioni di animali in surplus tra strutture che seguono la stessa policy.

Gestione dell'acqua

L'Acquario di Genova utilizza un sistema a ciclo semi-aperto per il rifornimento di acqua marina. L'acqua viene prelevata direttamente dal mare, a circa 500 metri dalla costa e a 50 metri di profondità, tramite un sistema di condotte che parte dal molo su cui sorge la struttura, attraversa il porto e supera la diga foranea passando attraverso una spaccatura naturale. Nei piani sotterranei dell'Acquario è installato un complesso impianto di filtrazione e stoccaggio dedicato al trattamento e alla gestione dell'acqua proveniente dal mare.

Dopo la filtrazione l'acqua viene sottoposta a un trattamento di disinfezione mediante raggi ultravioletti (UV), una tecnologia che consente di inattivare batteri, virus e altri microrganismi potenzialmente patogeni, senza alterarne le caratteristiche chimiche. Successivamente viene sottoposta a rigorose analisi di laboratorio per verificarne la qualità e garantirne l'idoneità prima dell'immissione nelle vasche espositive.

Ogni vasca è equipaggiata con un Life Support System (LSS) dedicato, costituito da un insieme di tecnologie finalizzate al mantenimento della qualità dell'acqua e della stabilità ambientale. Il sistema integra processi di filtrazione meccanica e biologica, sistemi di disinfezione mediante raggi ultravioletti (UV) o ozono per il controllo della carica microbica e un sistema di controllo della temperatura. L'insieme di questi processi contribuisce a garantire condizioni chimico-fisiche ottimali e la corretta riproduzione degli habitat naturali delle specie ospitate.

Un sistema integrato di supervisione e controllo automatizzato monitora costantemente i parametri dell'acqua e verifica il corretto funzionamento degli impianti LSS, assicurando condizioni ambientali stabili e idonee al benessere degli animali.

L'acqua viene analizzata attraverso analisi di laboratorio e uno speciale test eco-tossicologico per verificare la qualità prima dell'uso nelle vasche.

Ampliamenti
Padiglione della Biodiversità

Dopo l'inaugurazione nel 1992, in occasione dell'Expo, la struttura è stata riaperta definitivamente nel 1993. In seguito la struttura è stata ampliata una prima volta nel 1998 utilizzando gli spazi dello scafo di una nave (denominata Nave Italia o Nave Blu) che ospita il Padiglione Biodiversità. Questa ospita, fra le altre, una vasca tattile, dove è possibile accarezzare le razze, una grande vasca dedicata alle scogliere coralline e terrari e animali di foreste pluviali, ambienti secchi o di acqua dolce.

Padiglione Cetacei

Nel 2013 è stato inaugurato il Padiglione Cetacei, anch'esso progettato dall'architetto Renzo Piano. La nuova struttura è collocata tra il Padiglione Biodiversità e il corpo principale ed è alta in totale 23 metri (come un palazzo di sette piani) per la maggior parte immersi in acqua, lunga 94, larga 30 e ospita quattro vasche per un totale di 4 800 metri cubi di volume d'acqua. Il percorso espositivo si snoda su due piani.

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Fr 10:00-18:00, Sa-Su 09:00-20:00
Telefono
+39 010 23451
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.acquariodigenova.it

La voce completa su Wikipedia

Strade Nuove e complesso dei Palazzi dei Rolli di Genova

Gruppo di oggetti fisici · Genova

Strade Nuove e complesso dei Palazzi dei Rolli di Genova

Le Strade Nuove e il sistema dei palazzi dei Rolli è un sito incluso nel Patrimonio dell'umanità UNESCO situato nel centro storico di Genova (Liguria, Italia).

Le Strade Nuove (Via Giuseppe Garibaldi, già Strada Nuova o Via Aurea, Via Cairoli, già Strada Nuovissima, via Bensa e via Balbi) sono un gruppo di strade costruite dall'aristocrazia genovese tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, quando la Repubblica di Genova era all'apice del suo potere marittimo e finanziario.

Leggi tutto su Strade Nuove e complesso dei Palazzi dei Rolli di Genova (1.103 parole)

I palazzi dei Rolli sono un gruppo di palazzi nobiliari che, al tempo dell'antica Repubblica, erano obbligati, sulla base di un sorteggio pubblico dalle liste degli alloggiamenti pubblici (dette "rolli"), a ospitare le alte personalità che si trovavano a Genova in visita di Stato. Essi comprendono una serie di edifici tardo-rinascimentali e barocchi che hanno, di norma, tre o quattro piani "con spettacolari scaloni aperti, cortili e loggiati che si affacciano su giardini". Molti degli interni, nonostante il trascorrere dei secoli e i pesanti danni dovuti ai bombardamenti su Genova della seconda guerra mondiale, presentano le decorazioni originali dei maggiori autori del manierismo e del barocco genovese. In epoche successive, le medesime abitazioni hanno ospitato viaggiatori illustri che includevano il capoluogo ligure nel loro Grand Tour.

Sito patrimonio dell'umanità UNESCO

Il 13 luglio 2006, la speciale commissione UNESCO riunita a Vilnius (Lituania) inserì fra i siti Patrimonio dell'umanità con il numero 1211 le Strade Nuove insieme a quarantadue dei centosessantatré palazzi iscritti almeno in una delle cinque liste ufficiali della Repubblica di Genova (Rolli del 1576, 1588, 1599, 1614 e 1644).

I criteri adottati per la selezione furono:

Criterio (ii): L'insieme delle Strade Nuove e dei palazzi a esse collegate mostra una valenza importante per lo sviluppo dell'architettura e dell'urbanistica del XVI e del XVII secolo. Il loro esempio fu divulgato dalla trattatistica architettonica del tempo, rendendo le Strade Nuove e i palazzi tardo-rinascimentali di Genova un punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo dell'architettura manierista e barocca europea.

Criterio (iv): Le Strade Nuove di Genova costituiscono un esempio eccezionale d'insieme urbano di palazzi aristocratici di grande valore architettonico, che illustra l'economia e la politica della città mercantile di Genova all'apice del suo potere nel XVI e XVII secolo. Il progetto propose uno spirito nuovo e innovativo che caratterizzò il Siglo de los Genoveses (1563 to 1640). Nel 1576, la Repubblica di Genova stabilì delle liste, o Rolli, legalmente vincolanti, che riconoscevano i palazzi più importanti come dimore ufficiali per i visitatori illustri.

Il 20 gennaio 2007 fu posta dall'UNESCO a metà di via Garibaldi una targa con la motivazione:

Storia

I rolli, termine che nell'italiano moderno corrisponde a ruoli, cioè elenchi, vennero costituiti a partire dal 1576, su disposizione del Senato della Repubblica aristocratica rifondata dal principe e ammiraglio Andrea Doria, che attraverso la sua riforma costituzionale aveva instaurato il dominio oligarchico e il conseguente inserimento della sovranità genovese nell'orbita degli Asburgo.

La minuziosità con cui i rolli furono ideati e compilati, solo pochi decenni dopo la grande ristrutturazione urbanistica di Genova decisa da Doria (che riguardò in particolare fra il 1536 e il 1553 i forti di Genova del XIV secolo), costituisce una precisa e documentata testimonianza di quello che fu il "secolo dei genovesi". Una città di armatori, mercanti e banchieri, in grado di dare alla Repubblica marinara un ruolo di predominanza politico-commerciale sull'intero mar Mediterraneo, e un importante crocevia di principi e sovrani, diplomatici e autorità ecclesiastiche.

Nei rolli riguardanti gli "alloggiamenti pubblici", gli edifici erano catalogati in base al loro prestigio: il primo venne redatto nel 1576 ed elencava 52 edifici; i successivi vennero redatti negli anni 1588, 1599, 1614 e 1664. In ogni rollo gli edifici erano suddivisi in tre o più categorie, a seconda delle dimensioni e capienza, per ospitare personalità in visita. Alle categorie corrispondevano dei bussoli, dai quali venivano estratti gli edifici destinati a ospitare le personalità.

Di seguito la rappresentazione in forma di tabella dei bussoli e della loro composizione nel tempo.

Solo tre erano i palazzi che potevano ospitare alti dignitari, o comunque le più alte cariche, ed erano: le abitazioni di Gio Batta D'Oria, in salita Santa Caterina, il Palazzo di Nicolò Grimaldi (palazzo Tursi) e il Palazzo di Franco Lercari, in Strada Nuova (successivamente via Garibaldi). Nelle disposizioni dei rolli si precisava che tali abitazioni erano riservate a «Papa, Imperatore re e legato Cardinali o altro Principe».

Nel 1622 il pittore fiammingo Peter Paul Rubens pubblicò ad Anversa il libro Palazzi di Genova, illustrando alcuni dei più importanti palazzi dei Rolli, da lui considerati il più elegante modello di residenza del perfetto gentiluomo europeo, con tavole dedicate alle facciate, alle piante, alla struttura architettonica.

Scrive quasi trecento anni dopo lo scrittore francese Stendhal (1783-1842), quando l'uso dei rolli era ormai caduto in disuso:

Se il celebre scrittore non nasconde la sua frustrazione per la difficoltà ad accedere alle abitazioni più nobili di un certo patriziato genovese, è altresì da notare come la consapevolezza di disporre di un patrimonio d'arte e urbanistico di assoluto valore fosse tale da indurre gli abitanti più potenti e influenti della Genova di allora a organizzare un vero e proprio censimento dello status abitativo, non solo e non tanto per definirne inequivocabilmente i limiti di proprietà, ma anche per meglio organizzarne un adeguato utilizzo.

I palazzi dei rolli inclusi nel sito patrimonio dell'umanità UNESCO

I palazzi compresi nell'elenco del patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO sono quarantadue e sono individuati sulla base della loro rilevanza e conservazione, di seguito l'elenco con la numerazione riportata sui documenti UNESCO e l'indicazione del rollo e bussolo nel quale erano elencati:

Gli altri palazzi dei Rolli non inclusi nel sito patrimonio dell'umanità UNESCO

Questi sono i Palazzi dei Rolli che ancora conservano la loro struttura originaria ma che non sono stati inseriti nel Sito Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO:

I Rolli Days

In seguito all'iscrizione del sistema dei Rolli al patrimonio UNESCO, è stata istituita dal 2009 la manifestazione dei Rolli Days. Una rassegna di alcune giornate in cui i palazzi, sia quelli pubblici sia quelli privati, sono aperti al pubblico e resi visitabili. Vengono realizzati appositi percorsi guidati in città e studenti, dottorandi e ricercatori dell'Università degli Studi di Genova illustrano i singoli palazzi ai visitatori.

Si svolgono annualmente in due fine settimana, ad aprile e ottobre. Nel 2016, per festeggiare il decennale del riconoscimento dei Rolli da parte dell'UNESCO, le edizioni sono state tre (aprile, maggio e ottobre).

La manifestazione ha riscosso successo fin dalle prime edizioni e il numero di visitatori è aumentato nel corso degli anni, arrivando a superare le 150.000 presenze nelle edizioni 2015. Anche il numero di palazzi visitabili è cresciuto, con il coinvolgimento di un numero maggiore di proprietari e associazioni. L'apertura straordinaria ha coinvolto anche palazzi esterni al sistema dei Rolli, chiese e ville nobiliari, anche in periferia.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

basilica di Santa Maria Assunta

Chiesa parrocchiale · Genova

basilica di Santa Maria Assunta

La basilica di Santa Maria Assunta di Carignano è un edificio religioso di Genova. La sua comunità parrocchiale fa parte del vicariato "Carignano-Foce" dell'arcidiocesi di Genova.

La chiesa, che svetta con la sua mole armoniosa al culmine della collina di Carignano, è una delle più note opere genovesi di Galeazzo Alessi e uno dei maggiori esempi di architettura rinascimentale della città. Le sculture di Pierre Puget e Filippo Parodi contenute al suo interno sono fra i più alti capolavori del barocco genovese. Per la sua posizione preminente, è ben visibile da molte parti della città, sulla quale si affaccia con quattro prospetti identici, anche se parzialmente celati da moderni edifici.

Leggi tutto su basilica di Santa Maria Assunta (1.555 parole)

Iniziata intorno alla metà del Cinquecento, la sua costruzione si protrasse fino all'inizio del secolo seguente, ma i lavori continuarono anche nei secoli successivi, per questo nel linguaggio popolare divenne proverbiale l'espressione "A l'è comme a fabrica de Caignan" ("è come la fabbrica di Carignano") per indicare un'impresa interminabile. Già chiesa gentilizia della famiglia Sauli divenne in seguito abbazia, collegiata e basilica minore.

Dal 1911 è sottoposta a vincolo di tutela da parte della soprintendenza.

Storia

La chiesa fu realizzata per volontà del patrizio genovese Bandinello Sauli, che con la sua disposizione testamentaria del 17 ottobre 1481 creava un apposito fondo presso il banco di S. Giorgio. Fu però soltanto quasi settant'anni dopo, il 7 settembre 1549, che gli eredi di Bandinello Sauli mediante una convenzione affidarono l'incarico all'architetto perugino Galeazzo Alessi, che si trovava a Genova da un anno.

La posa della prima pietra avvenne, presente il vicario generale dell'arcivescovado monsignor Egidio Falcetta, il 10 marzo 1552. Nel 1555 erano quasi pronte le mura perimetrali, nel 1560 l'edificio fu parzialmente coperto, e già nel 1564 la chiesa cominciò ad essere officiata, anche se la prima messa solenne vi sarebbe stata celebrata solo nel 1588.

L'Alessi, trasferitosi a Milano nel 1556, mantenne la direzione del progetto e dei lavori, avvalendosi della collaborazione di noti architetti locali tra i quali Bernardino Cantone, Angelo Doggio, Bernardo Spazio e Domenico Ponzello, con i quali intrattenne una fitta corrispondenza, oggi conservata nell'archivio storico della basilica.

La "fabbrica" rimase aperta per più di cinquant'anni: la cupola fu terminata solo nel 1603, trent'anni dopo la morte del progettista.

Nel frattempo, il 13 giugno 1583, papa Gregorio XIII con un "motu proprio" ne aveva decretato l'erezione in collegiata ed abbazia. Sarebbero trascorsi ancora quasi novant'anni prima che un altro pontefice, Alessandro VIII, concedesse all'abate il privilegio di celebrare pontificali (27 agosto 1690); nel 1742 con una bolla di Benedetto XIV alla chiesa fu conferito lo status di parrocchia, ma senza giurisdizione territoriale, essendo la parrocchia gentilizia dei membri della famiglia fondatrice.

Per creare un accesso scenografico alla chiesa tra il 1718 e il 1724 Domenico Sauli fece realizzare da Gerard De Langlad il ponte che, superando la valletta del Rivo Torbido, unisce i colli di Sarzano e di Carignano. Lo stesso Domenico Sauli nel 1737 fece realizzare il concerto di campane.

La facciata fu sistemata una prima volta nel 1722 da Francesco Giovanni Baratta, che realizzò il portale d'ingresso, sul quale, in una cornice barocca, fu collocata la statua dell'Assunta, originariamente destinata all'altare maggiore.

I lavori si protrassero ancora fino all'Ottocento e furono completati da maestranze locali, con il rifacimento totale della facciata su disegno dell'architetto Carlo Barabino; in questa circostanza furono realizzate anche le scalinate di accesso ai tre portoni della chiesa, già previste dall'Alessi.

Una targa all'interno della chiesa ricorda che il papa Pio VII nel 1815 vi celebrò un solenne pontificale.

Nella seconda metà dell'Ottocento, epoca particolarmente feconda per il cattolicesimo genovese, la canonica della basilica divenne luogo d'incontro per religiosi e uomini di cultura, su invito dell'allora abate mitrato Tommaso Reggio, futuro arcivescovo di Genova e beato: si ricordano in particolare Gaetano Alimonda (futuro cardinale) e Fortunato Vinelli, canonico della basilica e futuro primo vescovo di Chiavari.

Soltanto in tempi più recenti, il 4 dicembre 1939, un decreto arcivescovile del cardinale Pietro Boetto ha trasformato la chiesa di Carignano in parrocchia territoriale; del 14 agosto 1951 è invece la consacrazione a basilica minore da parte del cardinale Giuseppe Siri. La basilica ha ancora oggi il titolo di parrocchia gentilizia dei marchesi Cambiaso Negrotto Giustiniani (eredi dei Sauli) che mantennero il diritto di patronato fino alla loro rinuncia nel XX secolo.

Come chiesa parrocchiale del centro di Genova, la basilica di Carignano è stata luogo nel corso degli anni di importanti manifestazioni ecclesiastiche. Dal sagrato, recentemente restaurato, che si affaccia sull'ampia piazza di Carignano i genovesi hanno salutato spesso i propri morti illustri, come accadde negli anni settanta per alcune vittime del terrorismo degli anni di piombo e nel gennaio 1999 per i funerali di Fabrizio De André, quando una grande folla si radunò davanti alla basilica per salutare il compianto artista.

Descrizione

La chiesa ha pianta a croce greca, con una cupola centrale impostata su un alto tamburo a serliane e quattro cupolette agli angoli. Questa struttura, che non ha precedenti nella tradizione genovese, è ispirata al progetto per la basilica di S. Pietro elaborato da Giuliano da Sangallo.

Caratteristica della chiesa sono i quattro prospetti identici su ogni lato, ciascuno coronato da un timpano e dotato di un proprio ingresso, tranne quello posteriore. Dei quattro campanili previsti dal progetto dell'Alessi solo due sono stati realizzati, in corrispondenza della facciata principale.

L'interno, molto luminoso, è caratterizzato da pareti bianche, prive di affreschi, decorate solo da lesene con capitelli fitomorfi, che riprendono il motivo della decorazione esterna. Le volte, comprese quelle delle cupole, hanno il soffitto a cassettoni.

All'incrocio dei bracci, che suddividono la chiesa in quattro parti uguali, si impongono le quattro grandi statue di santi poste nelle nicchie alla base dei pilastri della cupola centrale. L'altare maggiore, con la sua decorazione in bronzo, crea un netto contrasto con il bianco di pareti e soffitti. Nella chiesa sono diverse tombe di esponenti della famiglia Sauli, tra cui quella del doge Lorenzo Sauli, assassinato nel 1601.

Opere d'arte

Facciata principale:

Statua dell'Assunta di Claude David, terminata da Bernardo Schiaffino;

Statua dei Santi Pietro e Paolo di Claude David.

Nicchie nei pilastri della cupola:

Statua di Sant'Alessandro Sauli , a destra, di Pierre Puget;

Statua di San Sebastiano (1668), a destra, di Pierre Puget;

Statua di San Bartolomeo, a sinistra, di Claude David (1695);

Statua di San Giovanni Battista, a sinistra, di Filippo Parodi (1667);

Statue dei dodici apostoli e Dottori della Chiesa, lungo le pareti, del 1740, di Diego Carlone su disegno di Francesco Maria Schiaffino.

Presbiterio e altare maggiore:

Altare maggiore, in marmo e bronzo, opera dello scultore fiorentino Massimiliano Soldani (1700), con crocifisso in bronzo di Pietro Tacca (realizzato in luogo di quello commissionato in origine a Pierre Puget che non venne mai eseguito);

Dipinto raffigurante Cenacolo e Fuga in Egitto, ai lati del presbiterio, di Giuseppe Palmieri.

Navata destra:

Dipinto raffigurante San Pietro che risana uno zoppo, nel primo altare, di Domenico Piola, datato tra il 1694 e il 1696;

Dipinto raffigurante il Martirio di San Biagio, nel secondo altare, di Carlo Maratta, datato al 1680;

Dipinti raffiguranti la Risurrezione di Cristo, di Aurelio Lomi e Annunciazione di Ottavio Semino, nel portale laterale del secondo altare;

Dipinto raffigurante la Vergine fra i Santi Domenico, Ignazio e Rosa, nel terzo altare, di Paolo Gerolamo Piola;

Dipinto raffigurante il Viatico della Maddalena, ricevuto da San Massimino, nel quarto altare, di Francesco Vanni;

Navata sinistra:

Dipinto raffigurante il Beato Alessandro Sauli che fa cessare una pestilenza, nel quinto altare, di Domenico Fiasella, datato al 1630 circa;

Dipinto raffigurante la Pietà, nel sesto altare, di Luca Cambiaso, datato al 1571 circa;

Dipinto raffigurante il Giudizio Universale, nel portale laterale del sesto altare, di Aurelio Lomi e Visione di San Domenico di Domenico Fiasella;

Dipinto raffigurante la Madonna fra i Santi Carlo e Francesco d'Assisi, nel settimo altare, di Giulio Cesare Procaccini, datato al 1620 circa;

Dipinto raffigurante San Francesco d'Assisi che riceve le stimmate, nell'ottavo altare, del Guercino.

Sagrestia:

Dipinto raffigurante la Sacra Famiglia, di Luca Cambiaso.

L'organo monumentale

Nella controfacciata, al di sopra della cantoria, è presente un organo a canne monumentale, realizzato fra il 1656 e il 1660 dal gesuita olandese Willem Hermans. Lo strumento, originariamente caratterizzato da uno spiccato stile barocco nord-europeo rarissimo in Liguria, venne pesantemante modificato da Camillo Guglielmo Bianchi fra il 1852 e il 1853 e dalla Ditta Lingiardi nel 1905.

L'organo, attualmente, ha un'impostazione fonica di gusto romantico-ottocentesco.

Tradizioni popolari

Secondo una leggenda popolare, la decisione di far costruire una chiesa sulle alture di Carignano venne presa nel 1478 quando la moglie del patrizio Bandinello Sauli, avendo chiesto ad una nobildonna della famiglia Fieschi di attenderla, ritardando di qualche tempo la celebrazione della messa nella vicina chiesa di Santa Maria in via Lata (gentilizia dei Fieschi), si sarebbe sentita rispondere: "Chi vuole dei comodi se li procuri a sue spese". Il rifiuto, accolto come un'offesa dai Sauli, avrebbe fatto nascere in loro il desiderio di costruire una propria chiesa gentilizia che superasse in bellezza quella dei Fieschi e così Bendinello Sauli nel 1481 lasciò un legato, stabilendo che il moltiplicato dei capitali iscritti alle Compere di San Giorgio fosse destinato alla costruzione della chiesa, il che avvenne solamente nel 1549, quando ormai la famiglia rivale, dopo la fallita congiura di Gianluigi Fieschi ai danni di Andrea Doria, era stata privata delle sue proprietà in Carignano.

Secondo un'altra leggenda popolare, quando nel 1737 Domenico Sauli fece realizzare il concerto di campane, egli stesso avrebbe gettato nel crogiolo, durante la fusione, alcuni sacchi di monete d'argento per rendere il suono più armonioso.

Citazioni

Scrisse Charles de Brosses (erudito di Francia e prolifico autore di letteratura di viaggio) nelle sue Lettres familières sur l'Italie (1739-1740):

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza di Carignano 8
Telefono
+39 010 540650
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.basilicadicarignano.it

La voce completa su Wikipedia

viadotto Genova-San Giorgio

Ponte autostradale · Genova

viadotto Genova-San Giorgio

Il viadotto Genova San Giorgio (o viadotto Polcevera) è un viadotto autostradale che scavalca il torrente Polcevera e i quartieri di Certosa, Sampierdarena e Cornigliano, nella città di Genova.

Il ponte, che sostituisce il precedente viadotto Polcevera, chiamato anche ponte Morandi dal nome dell'ingegnere che lo progettò (inaugurato nel 1967, crollato parzialmente il 14 agosto 2018 e demolito completamente nel 2019), è stato realizzato su un disegno donato alla città di Genova dall'architetto Renzo Piano, progettato da Italferr e costruito dal consorzio Per Genova, composto dalle società Webuild e Fincantieri Infrastructure. La cerimonia di inaugurazione, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, si è tenuta il 3 agosto 2020.

Leggi tutto su viadotto Genova-San Giorgio (1.611 parole)

Il viadotto, con i relativi svincoli, costituisce il tratto iniziale dell'autostrada italiana A10, gestita dalla concessionaria Autostrade per l'Italia, a sua volta ricompresa nella strada europea E80.

Storia

Il primo disegno del ponte è stato realizzato dall'architetto genovese Renzo Piano, che lo ha ufficialmente presentato il 7 settembre 2018, meno di un mese dopo il crollo del ponte Morandi, (nel quale persero la vita 43 persone), insieme al Presidente della Liguria Giovanni Toti, al sindaco di Genova Marco Bucci e agli amministratori delegati di Società Autostrade e Fincantieri Giovanni Castellucci e Giuseppe Bono. Il disegno prevedeva quattro corsie di marcia e due corsie di emergenza.

Con D.P.C.M. 4 ottobre 2018 il sindaco Bucci è stato nominato commissario straordinario per la Ricostruzione del Viadotto Polcevera dell'Autostrada A10 e ha ufficializzato la scelta di demolire ciò che rimaneva del ponte crollato per sostituirlo integralmente. Il 18 dicembre 2018 è stato firmato il decreto di affidamento dei lavori.

Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in una nota, ha reso noto che con la pubblicazione del decreto si è concluso l'iter avviato a metà di novembre con la conversione in legge del "Decreto Genova" (L. 130/2018).

Caratteristiche

Costruito con struttura mista acciaio-calcestruzzo, il ponte è lungo 1.067 metri, largo circa 31 e alto 45, ed è costituito da 19 campate sorrette da 18 pile in cemento armato di sezione ellittica a sagoma costante. Il viadotto è illuminato da 18 lampioni, montati su altrettanti pali posti al centro della carreggiata, detti "pennoni", in cima ai quali sono posizionate le luci di segnalazione al traffico aereo; sono inoltre presenti altri lampioni nelle curve e nei raccordi con cui il ponte si collega alla galleria Coronata e all'A7. Secondo il progetto iniziale, i punti luce presenti sul viadotto sarebbero dovuti essere 43, tanti quante furono le persone decedute nel crollo del vecchio viadotto Polcevera, ma per motivi di progettazione e sicurezza sono stati ridotti a 18.

Il viadotto viene costantemente monitorato da quattro robot progettati dall'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova dotati di ruote, con cui si muovono lungo un sistema di rotaie esterno al viadotto, e di braccia snodabili. Essi hanno il compito di occuparsi dell'ispezione della superficie inferiore del ponte e della pulizia delle barriere antivento e dei pannelli solari.

L'intero impalcato metallico e le pile in calcestruzzo sono costantemente tenuti sotto controllo da un sistema di monitoraggio progettato dalla società CETENA SpA del gruppo Fincantieri. Il sistema è composto da 240 sensori in fibra ottica e rileva costantemente gli spostamenti dell'impalcato, le inclinazioni delle pile, le vibrazioni della struttura e il traffico veicolare, fornendo segnalazioni in tempo reale al gestore della tratta autostradale.

Costruzione

Il 18 dicembre 2018 le società Salini Impregilo (poi rinominata Webuild) e Fincantieri Infrastructure, riunite nel consorzio PerGenova s.c.p.a., si aggiudicano l'appalto per la costruzione del nuovo ponte a un costo di 202 milioni di euro, con l'impegno di completare l'opera entro un anno. Lo sviluppo della progettazione esecutiva viene affidato a Italferr. La demolizione delle parti restanti del ponte Morandi è stata affidata al Raggruppamento Temporaneo di Imprese costituito da Fratelli Omini S.p.A., Fagioli S.p.A., IPE Progetti S.r.l. e IREOS S.p.A., per un importo di 19 milioni di euro.

Il Project Management, la Direzione dei Lavori di demolizione e ricostruzione e il Coordinamento della Sicurezza in fase di Esecuzione del viadotto vengono affidati alla società genovese RINA Consulting, per un importo di 14 milioni.

Le prime demolizioni dei manufatti presenti sotto il ponte Morandi iniziano tra dicembre 2018 e gennaio 2019. L'8 febbraio 2019 viene tagliata e portata a terra la prima porzione del ponte Morandi, la trave tampone tra le pile 7 e 8.

Il 25 giugno viene ufficialmente posata la prima pietra del nuovo viadotto, con la gettata di cemento del basamento della nuova pila 9, alla presenza del Presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, del ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli, del sindaco di Genova e commissario per la ricostruzione Marco Bucci, del Presidente della Liguria Giovanni Toti del prefetto Fiamma Spena e del presidente della joint venture PerGenova, Alberto Maestrini.

Il 28 viene demolita, con un'esplosione controllata, la parte di levante del ponte Morandi, le pile 10 e 11. Le immagini dell'esplosione hanno fatto il giro del mondo.

Da luglio vengono portati a Genova i conci in acciaio del nuovo ponte, realizzati nel cantiere navale di Castellammare di Stabia, trasportati via mare con una chiatta e infine portati al cantiere tramite trasporti eccezionali.

Nell’area di pre-assemblaggio allestita in cantiere avviene il montaggio a terra dell'impalcato attraverso lavori di saldatura e bullonatura.

Il 1º ottobre viene posato il primo impalcato tra le pile 5 e 6.

Gli impalcati successivi vengono sollevati e posizionati anche grazie all'ausilio di enormi gru, provenienti dai Paesi Bassi, capaci di sollevare carichi fino a 1.200 tonnellate a un'altezza di 130 metri. Le tre grandi campate da 100 metri, una delle quali sovrasta il torrente Polcevera, sono state issate con un sistema di strand jacks.

I lavori del ponte proseguono anche durante la pandemia di COVID-19, che comporta l'imposizione dal 9 marzo al 18 maggio 2020 di un lockdown sull'intero territorio nazionale italiano, grazie all'adozione dei protocolli di sicurezza in vigore.

Il 28 aprile 2020 viene issata e agganciata la diciannovesima e ultima campata, completando così la struttura del ponte.

Il 6 giugno inizia la gettata della soletta in calcestruzzo sulla piattaforma, operazione conclusa in una decina di giorni.

Il 19 luglio, finita la posa dell'asfalto, inizia il collaudo statico della struttura, eseguito dai tecnici dell'ANAS.

Il 21 il sindaco di Genova Marco Bucci ufficializza il nome del nuovo ponte, fino a quel momento chiamato semplicemente Ponte Per Genova (anche se la segnaletica stradale presente riporta il nome del vecchio viadotto, Polcevera), fissando la sua inaugurazione per il 3 agosto.

Il 3 agosto l'opera viene ufficialmente inaugurata con una cerimonia svoltasi sul piano stradale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, del Presidente della Camera Roberto Fico, del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del progettista Renzo Piano, del Presidente della Liguria Giovanni Toti, del sindaco di Genova (nonché commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto) Marco Bucci, dell'arcivescovo di Genova Marco Tasca e dell'arcivescovo emerito di Genova Angelo Bagnasco. Nel corso della cerimonia vengono letti i nomi delle 43 vittime del crollo del precedente viadotto Polcevera e viene trasmessa, come colonna sonora, una nuova versione cantata da numerosi artisti della musica italiana di Creuza de mä, famoso brano in lingua ligure composto nel 1984 dal cantautore genovese Fabrizio De André e pubblicato nell'album omonimo; tale versione della canzone è stata realizzata appositamente per l'inaugurazione del viadotto su iniziativa di Dori Ghezzi, vedova di De André.

Alle ore 22:00 circa del giorno dopo, 4 agosto, il nuovo viadotto viene aperto al traffico. Nel successivo mese di dicembre si completano le operazioni di verniciatura delle 18 pile nello stesso colore dell'impalcato del viadotto.

Il parco sotto il ponte

Parallelamente alla ricostruzione del viadotto, si è iniziato a discutere del futuro della zona posta sotto la struttura. In seguito a un concorso internazionale, la struttura commissariale ha designato il progetto "Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso" dell'architetto milanese Stefano Boeri come progetto vincitore. Il disegno prevede la realizzazione di un parco urbano autosufficiente dal punto di vista energetico, un anello ciclopedonale in acciaio del diametro di 250 metri e una turbina eolica alta 120 metri. Il parco presenterà un memoriale dedicato alle vittime del crollo del precedente viadotto.

Nel maggio 2021, il governo Draghi ha stanziato 35 milioni di euro per la realizzazione del parco, i cui lavori sono previsti per l'agosto dello stesso anno.

Nell'agosto 2021 è stata inaugurata un'area ludico-sportiva nella Radura della Memoria, costruita in ricordo delle 43 vittime del crollo del Ponte Morandi.

Approfondimenti

Come il precedente ponte Morandi, il Viadotto San Giorgio coincide con il tratto iniziale dell'Autostrada A10.

La costruzione e posa della cabina elettrica prefabbricata a servizio del nuovo ponte è stata subappaltata dal consorzio PerGenova alla società Ediltevere, con sede a Sansepolcro (AR). La funzione di questo fabbricato tecnologico è quella di ospitare le apparecchiature di alimentazione degli impianti elettrici del ponte, oltre che raccogliere i quadri di comando per la gestione dei quattro robot che si occupano della pulizia e del controllo dell'infrastruttura.

Il 14 maggio 2019 la Direzione Investigativa Antimafia, tramite il prefetto di Genova, ha interdetto l'impresa Tecnodem S.r.l., con sede a Napoli, che era coinvolta nella costruzione in subappalto, per pericolo di infiltrazione della criminalità organizzata di tipo mafioso, in quanto era stato coinvolto un pregiudicato che in passato era stato legato con la Nuova Famiglia dei boss Michele Zaza e Ciro Mazzarella; lo stesso giorno il Commissario per la ricostruzione ha risolto il contratto con l'impresa.

La mattina del 31 dicembre 2019 alcune scintille prodotte da una smerigliatrice angolare hanno causato un incendio nel cassero in legno per la costruzione in calcestruzzo della pila 13. I cinque operai che stavano lavorando sulla struttura hanno abbandonato il cantiere, ma non è stato disposto il sequestro della struttura. I lavori sono ripartiti subito dopo le operazioni di pulizia e rimozione dalle parti distrutte dal fuoco.

Il 18 luglio 2020, circa due settimane prima dell'inaugurazione, alcuni quotidiani hanno riportato la notizia che il nuovo ponte sarebbe risultato non rispondere alle vigenti normative tecniche relative a raggi di curvatura e velocità massima consentita, per cui il limite di velocità sarebbe stato ridotto a 70 km/h.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Reale di Genova

Museo d'arte · Genova

Palazzo Reale di Genova

Il Palazzo Reale, o palazzo Stefano Balbi, è uno dei maggiori edifici storici di Genova, inserito fra i 42 Palazzi dei Rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

È un polo museale costituito dalla dimora storica, dall'annesso giardino e dalla pinacoteca, la galleria di Palazzo Reale che costituisce una delle principali quadrerie cittadine.

Leggi tutto su Palazzo Reale di Genova (1.571 parole)

Situato in via Balbi 10, a poca distanza dalla sede universitaria e dalla stazione ferroviaria di Genova Piazza Principe, fa parte di un importante complesso architettonico sei-settecentesco in stile barocco genovese, del quale sono conservati intatti gli interni di rappresentanza, dagli affreschi agli stucchi, dai quadri agli arredi. Nel 2015 il Palazzo Reale di Genova ha fatto registrare 66 625 visitatori.

Storia
La costruzione per opera dei Balbi

La costruzione del palazzo fu avviata per opera di Stefano Balbi (1581-1660) e proseguita dal figlio Giovanni Battista, la cui potente famiglia — quella dei Balbi — era l'artefice del processo di pianificazione e costruzione degli altri edifici della via nota come "Strada delli Signori Balbi".

La costruzione del primitivo palazzo ebbe luogo tra il 1643 e il 1650, per opera degli architetti Pier Francesco Cantone, Michele Moncino, e Giovanni Angelo Falcone. Tale palazzo comprendeva un corpo centrale quadrato e due ali laterali che si prolungavano verso il mare, corrispondenti al nucleo centrale dell'attuale costruzione. Il prospetto su via Balbi misurava allora trenta metri, rispetto ai quasi cento metri del prospetto attuale.

Appena terminata la costruzione, i Balbi chiamarono alcuni dei più importanti affrescatori dell'epoca per la decorazione dei saloni interni, quali i genovesi Valerio Castello (di cui si conserva oggi il celebre affresco della Fama) e Giovan Battista Carlone, e i bolognesi Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli, di cui rimane l'affresco con la Primavera e l'Inverno. La prematura morte di Stefano e Giovanni Battista Balbi durante la peste del 1657 pose fine alla prima fase dei lavori nel palazzo.

La proprietà Durazzo (1677-1824)

Nel 1677 la famiglia Balbi vendette il palazzo alla famiglia Durazzo che lo ampliò con l'incorporazione di un vicino fabbricato (1685). Il primo ad abitare la dimora fu Eugenio Durazzo (1630-1705), che acquistò il palazzo per la cospicua somma di oltre 42.000 scudi e ne promuoverà l’ampliamento grazie ai larghissimi mezzi finanziari di cui dispone. La galleria, successivamente trasformata in galleria degli specchi, era destinata a contenere le vaste collezioni artistiche di Eugenio, fra cui la celebre specchiera di Narciso poi trasferita nella Villa Faraggiana di Albissola, di proprietà della stessa famiglia. Nel 1702 il palazzo, pur essendo iscritto nel secondo bussolo del rollo del 1664, ospitò il re di Spagna Filippo IV.

Girolamo II Ignazio (1676-1747), che secondo l'anagrafe fiscale del 1738 figura al quarto posto tra i più ricchi di Genova, alla morte dello zio Eugenio (1705) divenne l’intestatario del fedecommesso del palazzo. Nel 1705 la costruzione fu completamente trasformata da Carlo Fontana, l'architetto ticinese che ne modificò il portale, l'atrio e gli scaloni, aggiunse il cortile e il giardino pensile affacciato su via Prè e il bacino del Porto Vecchio, creando un insieme di grande valore scenografico. E sempre in quegli anni venne incorporato anche il teatro del Falcone, attivo già da diversi anni.

Alla morte di Girolamo la proprietà passò alla figlia, Maria Maddalena, maritata nel 1734 al giovane cugino Marcello Durazzo detto Marcellino, Doge di Genova (dal 1767 al 1768). Questi ospiterà nel palazzo nel 1784 l’imperatore Giuseppe II d'Asburgo-Lorena. L'ultimo discendente maschile di questo ramo della famiglia a possedere il palazzo fu Girolamo III Luigi Durazzo, tra i fondatori dell'Università di Genova. Girolamo, occupando le massime cariche all'epoca della Repubblica Ligure, ricevette splendidamente nel suo palazzo Gioacchino Murat e la moglie Carolina Bonaparte, e in seguito lo stesso Napoleone. Alla sua morte, nel 1809, il palazzo passò alla sorella Maria Francesca, sposata con Giuseppe Maria Durazzo (ramo dei Durazzo di Gabiano) e il loro figlio Marcello (1777-1826) lo alienò nel 1824.

La reggia dei Savoia

Ad acquistarlo fu casa Savoia che a seguito della restaurazione aveva annesso la Repubblica di Genova al Regno di Sardegna. Il Re Carlo Felice di Savoia lo adibì a residenza ufficiale prevalentemente nei mesi estivi. A seguito dell'acquisto, alcuni dei più importanti dipinti della quadreria Durazzo furono trasferiti a Torino, fra cui la Trinità di Tintoretto, la Sacra Famiglia di Van Dyck e la celeberrima Cena in casa di Simone di Paolo Veronese, sostituita da una copia, nonostante le accese proteste dei genovesi. Il dipinto, realizzato per i monaci benedettini dei Santi Nazaro e Celso di Verona, era stato acquistato nel 1646 per 8'000 ducati dalla famiglia Spinola, che poi la cedette ai Durazzo, i quali allestirono la sala ancora ancor oggi denominata Sala del Veronese.

Nel 1842, in occasione delle nozze di Vittorio Emanuele II di Savoia e Maria Adelaide, la famiglia reale incaricò lo scenografo genovese Michele Canzio di trasformare alcuni ambienti, quali le sale del Trono e delle Udienze ed il salone da Ballo, per adattarle alle nuove necessità di rappresentanza. Anche gli appartamenti del primo piano nobile furono ristrutturati e ridecorati da parte dei principali artisti genovesi (Giuseppe Isola, Giacomo Varese, Santo Varni). Fu ricostruita nel 1885 l'appendice, che, scavalcando la strada carrabile (allora chiamata strada della marina, oggi via Gramsci) collegava direttamente il palazzo con l'imbarcadero del porto, e la regia tribuna all'interno della chiesa di san Sisto.

Il Museo di Palazzo Reale

Con il trasferimento della capitale a Roma, il palazzo fu sempre meno frequentato dalla famiglia reale, finché nel 1919 venne definitivamente ceduto da Vittorio Emanuele III e divenne demanio dello Stato. Si decise allora la trasformazione in Museo di arti decorative. Vi furono notevoli danni durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Maggiormente danneggiato fu il Teatro del Falcone, il cui tetto fu sfondato dalle bombe. Nel dopoguerra se ne decise la demolizione dell'allestimento originale barocco e la radicale ricostruzione. Fu altresì demolito il ponte reale nel 1964 in occasione della costruzione della strada sopraelevata.

Descrizione

Tra gli affreschi più importanti sono da notare La fama dei Balbi di Valerio Castello e Andrea Seghizzi, La primavera che spinge lontano l'inverno di Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli e Giove che manda giustizia sulla Terra di Giovanni Battista Carlone.

La galleria degli specchi

L'ambiente più celebre del palazzo, che ci è giunto intatto nella decorazione voluta da Gerolamo II Durazzo, e realizzata dal pittore più celebre del settecento genovese, Domenico Parodi, è la celebre Galleria degli specchi. La decorazione, che comprende e fonde unitariamente pittura, scultura, architettura gareggiando con le celebri gallerie dei Palazzi Colonna e Doria-Pamphili a Roma, e con la Galerie des Glaces di Versailles, crea una grande celebrazione retorica di potere e ricchezza. L'allestimento prevede l'esposizione della collezione di sculture classiche dei Durazzo, per lo più originali sculture romane integrate in epoca barocca delle parti mancanti, oltre a opere del padre di Domenico, Filippo Parodi. Le quattro statue in marmo bianco, di ascendenza berniniana, hanno a soggetto alcune delle metamorfosi di Ovidio: Adone, Clizia, Venere, Giacinto. Nel fondo, il gruppo marmoreo con il Ratto di Proserpina dello scultore tardobarocco Francesco Maria Schiaffino, reinterpreta l'opera di Gianlorenzo Bernini custodita nella Galleria Borghese con l’accentuato dinamismo tipico della cultura Rococò.

La stessa decorazione pittorica, direttamente realizzata da Domenico, è ispirata all'antichità classica, e comprende le scene con Apollo e Marsia e con Bacco e le menadi nelle testate, la Toeletta di Venere sulla volta e figure con personificazioni di virtù e di antichi imperatori. Tutte le scene sono legate da un unico tema moraleggiante, probabilmente dettato dai Gesuiti il cui collegio, che sorge di fronte al palazzo, era sostenuto dai Durazzo. Le divinità antiche al centro della volta, Venere, Bacco, e Apollo con Marsia, rappresentano i vizi che portarono alla rovina i grandi imperi dell'antichità, rappresentati dai quattro imperatori raffigurati nei medaglioni ovali, Sardanapalo, Dario, Tolomeo e Romolo Augustolo, mentre le figure femminili sedute sul cornicione rappresentano le allegorie delle virtù teologali e cardinali che guidano i Durazzo, il cui stemma campeggia al centro della galleria.

La quadreria

Con oltre duecento dipinti esposti nei due piani nobili si trovano opere dei maggiori artisti genovesi del Seicento come Bernardo Strozzi, il Grechetto, Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, Domenico Fiasella insieme a capolavori dei Bassano, Tintoretto, Luca Giordano, Antoon van Dyck, Simon Vouet e Guercinoː

Antoon Van Dyck

Ritratto di Caterina Balbi Durazzo, dipinta dal venticinquenne Van Dyck

Cristo spirante, acquistato da Carlo Felice nel 1821

Bernardo Strozzi, Carità di san Lorenzo

Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, Sibilla Samia

Luca Giordano,

Lotta tra Perseo e Fineo

Crocifissione con la Vergine, la Maddalena e san Giovanni

Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto,

Viaggio di Giacobbe

Circe

Pastorale

Valerio Castello, Ratto di Proserpina

Gerrit von Honthorst, detto Gherardo delle Notti, Cristo morto pianto da due angeli

Gioacchino Assereto, San Giovanni Battista nel deserto

Giovanni Battista Gaulli, detto il Baciccio, Sant’Andrea apostolo e San Filippo

Domenico Parodi, Ritratto di Gentildonna

Bartolomeo Guidobono,

Bacco

Cerere

Inoltre si può ammirare una collezione di sculture antiche e moderne: tra queste ultime spiccano opere di Filippo Parodi, uno dei massimi esponenti della scultura barocca genovese fra cui il Cristo alla colonna. Fastosa è la galleria degli specchi dove spiccano quattro statue (Giacinto, Clizia, Amore o Narciso, Venere) di Filippo Parodi e un gruppo marmoreo (Ratto di Proserpina) di Francesco Schiaffino.

Il palazzo reale conserva arredi originali di tutta la sua lunga storia e include mobili genovesi, piemontesi e francesi della metà del XVII secolo fino all'inizio del XX secolo. Tra questi si possono ricordare mobili di Giovanni Battista Galletti, Giuseppe Maggiolini e dell'ebanista britannico Henry Thomas Peters, e tre arazzi realizzati a Parigi agli inizi del Seicento nella cosiddetta boutique d’or.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Balbi 10
Telefono
+39 010 271 0236
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
palazzorealegenova.beniculturali.it

La voce completa su Wikipedia

palazzo Doria-Tursi

Palazzo comunale · Genova

palazzo Doria-Tursi

Il palazzo Doria-Tursi, o palazzo Niccolò Grimaldi, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 9, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su palazzo Doria-Tursi (822 parole)

È sede del Comune di Genova e fa parte del polo museale dei Musei di Strada Nuova. La locuzione Palazzo Tursi è anche spesso usata come sineddoche per indicare la giunta comunale o il consiglio comunale del Comune di Genova.

Storia

Il palazzo, il maggiore per estensione in via Garibaldi già “Strada Nuova”, fu eretto a partire dal 1565 dai fratelli Domenico e Giovanni Ponzello, architetti manieristi discepoli di Galeazzo Alessi, per Niccolò Grimaldi banchiere genovese appellato "il Monarca" per il novero di titoli nobiliari di cui poteva vantarsi, e ai quali sommava gli innumerevoli crediti che aveva nei confronti di Filippo II.

È l'edificio più maestoso della via, unico edificato su ben tre lotti di terreno, con due ampi giardini a incorniciare il corpo centrale. Le ampie logge affacciate sulla strada vennero aggiunte nel 1597, quando il palazzo divenne proprietà di Giovanni Andrea Doria, principe di Melfi, che lo acquisì per il figlio cadetto Carlo, duca di Tursi, al quale si deve l'attuale denominazione.

A seguito dell'annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna, fu acquistato da Vittorio Emanuele I di Savoia il 13 gennaio del 1820. Il nuovo proprietario lo fece ristrutturare dall'architetto di corte Carlo Randoni, cui è dovuta la costruzione della torretta dell'orologio. Il Palazzo in seguito venne dato qualche anno in uso ai Gesuiti e dal 15 giugno 1850 divenne proprietà e sede del Comune di Genova.

Descrizione
Facciata

La facciata è la più lunga della via, tanto che fra le incisioni dei Palazzi di Genova, realizzate dal Rubens nel 1622, l'incisione dedicata al "palazzo di Don Carlo Doria Duca di Tursi" ne può contenere solo metà. Le due logge laterali furono un'aggiunta successiva voluta da Giovanni Andrea Doria e realizzate da Taddeo Carlone, autore del portale in marmo bianco con figure di armati, che in origine circondavano l'aquila dei Doria, oggi sostituita dallo scudo crociato, stemma di Genova. Il prospetto è caratterizzato dall'alternarsi di materiali di diverso colore: il rosa della pietra di Finale, il grigio-nero dell'ardesia, il bianco del pregiato marmo di Carrara. Il prospetto principale consta di due ordini sovrapposti. Il piano rialzato sopra la grande zoccolatura alterna finestre dal disegno originale con paraste rustiche aggettanti sostituite, al piano superiore, da paraste doriche. Mascheroni dalle smorfie animalesche sormontano le finestre di entrambi i piani, contribuendo alla resa plastica della facciata.

Interni

Particolarmente innovativa è l'inedita e geniale soluzione architettonica che con la successione degli spazi interni — atrio, scala, cortile rettangolare sopraelevato rispetto al portico e scalone a doppia rampa — crea un meraviglioso gioco di luci e prospettive. Il palazzo rappresenta il culmine del fasto residenziale dell'aristocrazia genovese, come testimoniato dalle decorazioni interne, dai dipinti, in parte facenti parte della collezione museale di Palazzo Bianco, e come visibile all'interno del Salone di rappresentanza negli affreschi e nei dipinti.

Alcune immagini dell'architettura del palazzo:

La sede museale

L'edificio è collegato all'adiacente Palazzo Bianco. Fa parte del polo museale genovese dei Musei di Strada Nuova ed ospita le ultime sale della galleria del museo con la pittura genovese del XVII e XVIII secolo, la Maddalena Penitente di Antonio Canova, la collezione numismatica e quella di ceramiche del comune di Genova. Due sale del percorso espositivo sulle volte presentano affreschi di Nicolò Barabino (La Munificenza) e Pietro Fea (Carro del Sole).

Le sale paganiniane, riallestite con soluzioni e tecnologie multimediali nel 2021, sono dedicate alla figura del celebre violinista e compositore genovese Niccolò Paganini. La prima sala, Paganini e Genova, racconta gli aspetti più importanti della biografia del compositore e la sua relazione con la città. La seconda sala è dedicata a un aspetto poco noto della sua carriera: fu infatti anche un eccellente chitarrista. Nella terza sala sono esposti due celebri violini: quello appartenuto a Paganini, detto anche il Cannone, realizzato a Cremona dal liutaio italiano Bartolomeo Giuseppe Antonio Guarneri, e la sua copia che il liutaio francese Jean-Baptiste Vuillaum realizzò nel 1833 sempre per Paganini. Sette anni più tardi questi lo donò al suo allievo Camillo Sivori, che come fece il suo maestro, alla morte lo lasciò in eredità al Comune di Genova.

Opere principali

Antonio Canova, Maddalena Penitente;

Alessandro Magnasco, Trattenimento in un giardino di Albaro; Sant'Agostino e il bimbo; Preghiera davanti a una cappella campestre

Giovanni Maria Delle Piane detto il Mulinaretto, Ritratto di Francesco Maria Imperiale

Gregorio De Ferrari, Cristo e la samaritana; Noli me tangere

Lorenzo De Ferrari, Alessandro taglia il nodo gordiano

Bartolomeo Guidobono, Visione di Santa Margherita

Nicolas Lancret, Danza in giardino

Bartolomeo Giuseppe Guarnieri, il Cannone, violino di Niccolò Paganini

Tra le varie collezioni, di interesse ve n'è una relativa ai pesi e alle misure ufficiali utilizzati nell'antica Repubblica di Genova.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Giuseppe Garibaldi 9
Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo San Giorgio

Palazzo · Genova

Palazzo San Giorgio

Palazzo San Giorgio, o Palazzo delle Compere di San Giorgio, è un edificio storico tra i più importanti e conosciuti di Genova. Attualmente ospita la sede dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale.

Il palazzo, compreso nel quartiere del Molo, si compone di due parti ben distinte: una parte più antica, tipico esempio di architettura civile medioevale, con il prospetto rivolto verso il porticato di Sottoripa, e una rinascimentale, rivolta verso il mare, nel cui prospetto, affacciato su via della Mercanzia, la breve via che collega piazza Caricamento e piazza Cavour, nei pressi del porto antico, si apre il portale di ingresso principale.

Leggi tutto su Palazzo San Giorgio (2.388 parole)

Inizialmente chiamato palazzo del mare, perché direttamente affacciato sulle banchine portuali, con il mare che ne lambiva le fondamenta, fu costruito su disegno di frate Oliverio, architetto e monaco cistercense, intorno alla metà del XIII secolo come sede del Comune; divenne poi sede delle dogane e nel XV secolo passò al Banco di San Giorgio, da cui prese il nome. Ampliato nel Cinquecento, è stato completamente restaurato nella seconda metà dell'Ottocento ad opera di Alfredo d'Andrade dopo un periodo di degrado; dal 1903 ospita gli uffici dell'autorità portuale genovese.

Storia
L'edificazione

Il palazzo venne costruito tra il 1257 e il 1260 su commissione del Capitano del Popolo Guglielmo Boccanegra che intendeva così realizzare una propria sede per il potere civile, ben distinta da quella del potere religioso, insediato presso la cattedrale di San Lorenzo.

Il progetto del nuovo palazzo pubblico, come ricorda una lapide affissa nel prospetto rivolto verso la città, fu affidato a Frate Oliverio, monaco dell'abbazia di Sant'Andrea di Sestri Ponente, che grazie alle sue conoscenze tecniche già aveva progettato il prolungamento a mare del Molo Vecchio.

Il palazzo fu costruito in quello che era allora il principale punto di riferimento della città, il porticato a mare di Sottoripa, che in quell'epoca era il centro economico della città. Il nuovo palazzo, collocato al centro di questo porticato, fu costruito accanto al terminale della copertura del rivo di Soziglia, allora da poco incanalato in un percorso sotterraneo sotto le attuali via Luccoli, piazza Soziglia, via Orefici, piazza Banchi, via al Ponte Reale.

Il periodo medioevale

Il palazzo appena costruito fu sede del Comune per soli due anni, cioè fino a quando, nel 1262, il Boccanegra fu deposto e costretto all'esilio in Francia, dove fu nominato dal re Luigi IX governatore di Aigues-Mortes, incarico che ricoprì fino alla morte, nel 1273 (o nel 1274). Il Comune dopo la caduta del Boccanegra ebbe per alcuni anni una sede provvisoria, fino a che a fine secolo si insediò nel requisito palazzo di Alberto Fieschi in Serravalle (edificio dal quale si sviluppò l'attuale palazzo Ducale).

Nella seconda metà del XIII secolo il palazzo ospitò anche le carceri, in cui fu recluso Marco Polo, caduto prigioniero dei genovesi in occasione della battaglia di Curzola del 1298. Durante il periodo di detenzione, durato quasi un anno, egli dettò al compagno di prigionia Rustichello da Pisa le sue memorie di viaggio che furono in seguito pubblicate sotto il titolo Il Milione.

A partire dal 1290, sui portici esterni all'edificio venne posta parte delle catene di Porto Pisano.

Dal 1340 il palazzo del mare divenne sede di magistrature di controllo dei traffici portuali e vi vennero insediate la dogana e gli uffici delle cosiddette "Compere", enti incaricati della gestione dei prestiti in denaro fatti dai cittadini al Comune. Nel 1407 tutte le "Compere" furono riunite sotto un'unica gestione: nacque così la Casa delle Compere e dei Banchi di San Giorgio, una delle prime istituzioni bancarie nate nell'Italia dei Comuni, che amministrava il debito pubblico e gestiva gli introiti delle gabelle, ruolo che avrebbe svolto fino al 1797, anno della caduta della repubblica.

Dal XV al XVII secolo

A partire dal 1451, anno in cui l'intero edificio passò all'amministrazione di S. Giorgio, assumendone il nome, il palazzo fu oggetto di una serie di ampliamenti verso levante, espressione del crescente potere del Banco di San Giorgio, che portarono questa istituzione ad acquisire importanti funzioni non solo in campo economico ma anche politico, come l'amministrazione della Corsica e dei domini della repubblica nelle due Riviere.

Il palazzo fu restaurato nel 1535, ma l'ampliamento più importante fu quello del 1570, quando sul lato di levante fu aggiunto un corpo di fabbrica, contiguo a quello già esistente, con un monumentale prospetto rivolto verso il porto, pensato per essere ben visibile a chi si avvicinava a Genova via mare. In questa occasione fu ristrutturata la parte medioevale e vennero collocate nelle sale le statue dei benefattori delle Compere di San Giorgio. Al piano terreno della nuova ala vennero collocati gli uffici della Dogana, al primo piano gli uffici e le cosiddette "sacrestie", i caveau in cui erano custoditi monete e metalli preziosi; al secondo piano trovò posto l'archivio del Banco.

I prospetti del nuovo corpo di fabbrica vennero affrescati nel 1592 da Andrea Semino, ma i Protettori del Banco, insoddisfatti dell'opera, affidarono un nuovo incarico a Lazzaro Tavarone, che tra il 1606 e il 1608 affrescò la facciata a mare con figure di notabili genovesi ed al centro San Giorgio che uccide il drago.

Nel XVII secolo al centro della facciata venne innalzata una torre-orologio.

L'Ottocento

Il Banco di San Giorgio cessò la sua attività con la caduta della repubblica indipendente, nel 1797, e fu sciolto definitivamente nel 1805, con l'annessione della Repubblica Ligure napoleonica all'impero francese. Il palazzo, in cui rimasero gli immensi archivi del Banco e gli uffici della dogana, andò incontro ad un periodo di estremo degrado. Quando negli anni trenta dell’Ottocento fu deciso il prolungamento della "Carrettiera Carlo Alberto" (oggi "via Gramsci") da piazza Caricamento a piazza Nuova (oggi "piazza Matteotti) si pensò anche di demolirlo, suscitando però le proteste di cittadini ed intellettuali.

Dovettero passare alcuni decenni per giungere, alla fine dell'Ottocento, ad un completo restauro da parte dell'architetto Alfredo d'Andrade di tutta la parte più antica del palazzo e delle principali sale, fra cui, come la denominò lo stesso d'Andrade, la scenografica Sala del Capitano del Popolo. L'architetto d'Andrade, sovrintendente dell'Ufficio per la Conservazione dei Monumenti di Liguria e Piemonte, rimodellò l'intera ala medioevale in maniera largamente interpretativa: vennero eliminati alcuni dei corpi di fabbrica aggiunti in varie epoche e riportato alla luce il paramento originale, liberandolo dagli intonaci che vi erano stati aggiunti. Questa opera di restauro, in sintonia con il gusto neogotico dell'epoca, ha evidenziato i caratteri medievali dell'edificio, sia pure in maniera un po' forzata, accentuando il dualismo tra l'antica sede del comune, rivolta verso la città, e la parte rinascimentale dell'edificio, rivolta verso il porto, emblema stesso della repubblica aristocratica e dei suoi traffici marittimi. Anche il restauro degli ambienti interni più rappresentativi (Sala del Capitano, Sala dei Protettori, Manica Lunga) rispecchiò il gusto dell'epoca; queste sale sono infatti solo ricostruzioni ipotetiche del palazzo medievale, come sono state immaginate dal D'Andrade.

Il Novecento

Destinato inizialmente ad ospitare mostre ed eventi culturali il palazzo, dopo il restauro dell'ala medioevale, ma con quella cinquecentesca ancora in cattivo stato di conservazione, fu assegnato nel 1903 all'appena istituita autorità portuale, allora denominata Consorzio Autonomo del Porto di Genova. Questa scelta fu fortemente voluta dal gen. Stefano Canzio, primo presidente del CAP, con l'impegno di proseguire i lavori di restauro.

Dopo l'assegnazione dell'edificio al CAP fu restaurata anche l'ala rinascimentale. L'affresco del fronte a mare, di Lazzaro Tavarone, sbiadito e in parte scomparso, venne rifatto tra il 1912 e il 1914 da Lodovico Pogliaghi. Il pittore lombardo, su incarico del D'Andrade, ne effettuò il rifacimento sulla base di quanto rimaneva visibile, dei bozzetti del Tavarone e della grande tela del Paggi, conservata nella biblioteca del palazzo, che ne raffigurava la facciata.

Su richiesta del CAP fu aperto il portale d'ingresso sul lato a mare e realizzato internamente, dall'architetto Marco Aurelio Crotta, uno scalone di accesso alla Sala delle Compere. Per l'apertura dello scalone furono sacrificate le antiche "sacrestie" del Banco, ma soprattutto fu realizzata l'inversione di orientamento dell'edificio che con questa innovazione veniva, per la prima volta nella sua storia, a relazionarsi con il porto piuttosto che con la città.

La costruzione della strada sopraelevata, inaugurata nel 1965, se ha da un lato alleggerito il traffico sulle strade intorno al palazzo, completamente pedonalizzate dopo la realizzazione negli anni novanta del sottopasso tra piazza Caricamento e piazza Cavour, ha d'altra parte creato una barriera di notevole impatto visivo tra lo stesso palazzo e il porto antico.

In occasione delle celebrazioni colombiane del 1992 per il cinquecentenario della scoperta dell'America la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici e dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici della Liguria ha provveduto ad un nuovo restauro della facciata principale. Gli affreschi del Pogliaghi erano infatti rimasti in buone condizioni per una trentina d'anni, ma erano poi degradati e nel 1985 ne rimanevano solo poche tracce.

Il recupero, eseguito tra il 1987 e il 1989, fu affidato al pittore Raimondo Sirotti, che sulla base dei bozzetti del Pogliaghi (molti dei quali conservati nel museo a lui dedicato a Varese), di disegni del D'Andrade, di alcune foto d'epoca e delle poche tracce rimaste, commissionò l'intero rifacimento all'artista Lorenzo Antognetti che riuscì nell'intento di ricostruire il disegno secondo le linee originali per poi riportarlo con la tecnica dello spolvero sulla facciata del palazzo.

Dal 1995, con la riforma nazionale degli enti portuali, al Consorzio Autonomo del Porto di Genova è subentrata la nuova autorità portuale che ha tuttora la sua sede nel palazzo.

Descrizione
Esterno

Il palazzo si presenta oggi in un duplice aspetto: verso il porticato della Ripa l'edificio duecentesco, in mattoni rossi a vista e basamento in pietra, e l'ala cinquecentesca protesa verso il porto, con l'intonaco dipinto.

Il prospetto orientale

La parte a levante, affacciata sulla palazzata di Sottoripa, è quella medioevale, risalente al 1260, che oggi vediamo nella sua ristrutturazione ottocentesca; in pietra grigia di Promontorio squadrata al piano terra e mattoni a vista ai piani superiori, coronata da una merlatura ghibellina, ha alla base un portico formato da cinque arcate a sesto acuto sostenute da quattro colonne e un pilastro a ciascuna estremità. La facciata, alleggerita da trifore e quadrifore, è priva di ornamenti: vi si trovava un tempo un affresco, realizzato sul finire del XV secolo da Carlo Braccesco, detto "Carlo del Mantegna", raffigurante "San Giorgio e il drago". Di questo dipinto, ancora ben conservato nel Settecento, restavano ancora tracce prima dei restauri ottocenteschi, come attestato da diversi autori dell'epoca.

Attraverso l'arcata centrale del portico si apre il portale d'ingresso, che fu quello principale del palazzo fino al 1912, quando fu aperto il nuovo ingresso sul lato a mare. Sopra al portale è collocato un mascherone con una figura leonina, e altre due piccole teste leonine si vedono sugli spigoli ai lati del portico; queste piccole sculture, in stile gotico ma con influenze dell'antica Grecia, provenivano dal palazzo di rappresentanza dei Veneziani a Costantinopoli, detto del Pantocratore, che i genovesi avevano ottenuto dall'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo per l'aiuto prestato contro l'Impero latino d'oriente e deciso nel trattato di Ninfeo. Accanto all'ingresso è collocata la lapide che celebra la fondazione dell'edificio.

Il prospetto occidentale

Su via della Mercanzia si affaccia l'ala cinquecentesca, con la facciata interamente ricoperta dagli affreschi di Raimondo Sirotti che ricalcano quelli realizzati all'inizio del Novecento da Ludovico Pogliaghi, che a sua volta aveva rifatto, reinterpretandoli, quelli originali del Tavarone.

La decorazione dipinta della facciata riproduce un rivestimento in marmo con bugnato al piano terra e paraste che dividono il prospetto in tre sezioni.

Al centro della facciata, sopra all'imponente portale marmoreo di accesso, campeggia la figura policroma raffigurante San Giorgio a cavallo che uccide il drago, immagine ricorrente in numerosi portali dei palazzi del centro storico: il santo nel medioevo era infatti considerato il simbolo stesso della Repubblica. Il soggetto è stato liberamente interpretato dal Sirotti nel 1990, essendo scomparsa ogni traccia dell'originale seicentesco. Ai lati, da sinistra verso destra, sono dipinte sei statue, di colore bronzeo, all'interno di finte nicchie, raffiguranti alcune figure storiche della Repubblica: l'annalista Caffaro, il "Principe" Andrea Doria, il doge Simone Boccanegra (secondo alcuni il dipinto raffigurerebbe invece il fondatore del palazzo, Guglielmo Boccanegra), il condottiero crociato Guglielmo Embriaco detto "Testa di maglio", il navigatore Cristoforo Colombo e infine l'ammiraglio Biagio Assereto.

Completano la decorazione le figure di Giano e Nettuno, anch'esse in finto bronzo, e lo stemma dei "Conservatori del Mare", l'ente preposto al governo del porto all'epoca della Repubblica di Genova. La facciata culmina con la torre dell'orologio.

Altri prospetti

La decorazione dei restanti prospetti dell'ala cinquecentesca, in assenza di notizie storiche certe, è basata su disegni del D'Andrade e riprende i motivi dell'ornato della facciata, con figure ispirate al commercio marittimo ed al lavoro portuale. Nella parte a levante dell'ala cinquecentesca, su piazza Raibetta, si trova una grande edicola settecentesca in marmo e stucco, con al centro una statua dell'Assunta con due angeli, sormontata da un baldacchino metallico.

Lungo il prospetto settentrionale, affacciato su piazza Caricamento, dove nel tardo Medioevo il palazzo era collegato allo scomparso edificio della zecca, restano alcune colonne, di cui una con capitello sferocubico, che facevano parte del porticato di collegamento tra i due edifici.

Interno

Dall'ingresso situato in via della Mercanzia, nel prospetto a mare, attraverso un ampio scalone si accede al cinquecentesco salone delle Compere, posto al primo piano; il salone è contornato da nicchie alle pareti con statue dei benefattori del Banco. Vi si trovano anche un dipinto di Domenico Piola raffigurante la Madonna regina di Genova con San Giovanni Battista e San Giorgio, lo stemma di Genova con i simboli della Giustizia e della Fortezza, di Francesco De Ferrari (1491) e l'emblema del Banco, di Luchino da Milano (1444).

Nella sala dei Protettori si trova un camino di Giovanni Giacomo Della Porta (1554) e il dipinto del Paggi raffigurante Madonna e S. Giorgio, della fine del Cinquecento.

La costruzione medioevale è caratterizzata da un cortile interno porticato con colonne in pietra. Negli ambienti medievali ricostruiti dal D'Andrade, nella sala detta della Manica Lunga si trova un bassorilievo quattrocentesco di Michele D'Aria, con il consueto motivo di S. Giorgio e il drago, in quella detta del Capitano del Popolo, statue, anch'esse del Quattrocento di benefattori del Banco, dello stesso Michele D'Aria, Antonio Della Porta e Pace Gagini.

L'archivio storico del porto

L'archivio storico del porto di Genova, conservato a palazzo San Giorgio, comprende la documentazione dal 1870 e il 1945, in particolare quella relativa all'ampliamento del porto, realizzato tra il 1870 e il 1888 ed i documenti del Consorzio Autonomo del Porto dal 1903 al 1945, in gran parte riguardanti la costruzione del bacino portuale di Sampierdarena negli anni trenta del Novecento.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

palazzo Bianco

Museo · Genova

palazzo Bianco

Palazzo Bianco, detto anche palazzo Luca Grimaldi, o palazzo Brignole Sale, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 11, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su palazzo Bianco (1.239 parole)

Ospita una sezione dei Musei di Strada Nuova, che comprendono anche Palazzo Rosso e Palazzo Doria-Tursi, specificamente dedicata alla pittura a Genova e in Liguria tra XVI e XVIII secolo, e con importanti sezioni di arte italiana, fiamminga e spagnola.

Storia

Il palazzo, conosciuto come Palazzo Bianco in contrapposizione al seicentesco Palazzo Rosso che sorge di fronte, precedentemente appartenuto alla stessa famiglia Brignole-Sale, occupa il sito della dimora costruita tra il 1530 e il 1540 per Luca Grimaldi, membro di una delle più importanti famiglie genovesi, e in molti documenti fra cui l'iscrizione nel Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO è tuttora indicato come Palazzo di Luca Grimaldi. Dal 1658 essa passò in proprietà alla famiglia Franchi de Candia e nel 1711 venne ceduta, dagli eredi di Federico De Franchi, a Maria Durazzo Brignole-Sale, vedova di uno dei due primi proprietari di Palazzo Rosso.

La nuova proprietaria, che intendeva destinarlo al nipote cadetto Gio. Giacomo, commissionò una radicale ristrutturazione del palazzo, che da allora fu denominato Bianco per il colore chiaro dei paramenti esterni. La ristrutturazione avvenne ad opera dell'architetto Giacomo Viano fra il 1714 ed il 1716, su ispirazione dell'adiacente Palazzo Tursi. L'architetto, autore delle facciate settecentesche che oggi si possono ammirare, spostò su Strada Nuova (odierna Via Garibaldi) l'ingresso principale che precedentemente si trovava sulla salita di san Francesco di Castelletto, in quanto il palazzo di Luca Grimaldi fu edificato precedentemente all'apertura di Strada Nuova.

Nel 1889, alla morte di Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, ultima discendente della famiglia Brignole-Sale, il palazzo venne ereditato dal Municipio e, per volere di quest'ultima, destinato a galleria pubblica. Il Museo fu inaugurato in occasione del quattrocentenario della scoperta dell'America nel 1892.

A seguito delle pesanti distruzioni dovute al bombardamento alleato del 1942, fu riaperto al pubblico nel 1950 dopo un totale riordino delle collezioni dovuto alla direttrice Caterina Marcenaro e al riallestimento razionalista dell'architetto Franco Albini.

La galleria di Palazzo Bianco

«Per la formazione di una pubblica galleria»: con queste parole, nel testamento del 1884, si trova l'intenzione della duchessa di Galliera di adibire il palazzo a museo civico, corroborata dalla destinazione a quella sede di un nucleo delle proprie raccolte. A partire dal 1892 si arricchì di altri legati e donazioni private e il municipio stesso intervenne con un'oculata politica di acquisti.

Dapprima ospitò diverse collezioni del Comune di Genova (oltre a dipinti e sculture, anche reperti archeologici, storici...) di cui un primo tentativo di riordino fu avviato da Gaetano Poggi, primo Assessore alle Belle Arti del Comune (1906-1908), ma solo quando la direzione venne assunta da Orlando Grosso (1928) si poté procedere al primo vero allestimento museale, sia trasferendo altrove le collezioni storiche, sia riordinando con criteri moderni e aggiornati tutte le opere delle collezioni artistiche. A seguito dei gravissimi danni riportati nel corso della Seconda guerra mondiale, e della ricostruzione ad opera del Genio Civile, Caterina Marcenaro, direttrice alle Belle Arti del Comune, elaborò un nuovo ordinamento avallato da una commissione composta da Orlando Grosso, Carla Mazzarello, assessore alle Belle Arti del Comune di Genova, Mario Labò, architetto, e da Franco Albini, architetto, il cui intervento per l'allestimento delle opere è considerato una delle opere più significative del razionalismo italiano. Il palazzo venne riaperto alla cittadinanza nel 1950.

Nel 1970 la stessa Caterina Marcenaro operò una nuova radicale trasformazione: in vista della costituzione del Museo di Sant'Agostino, destinato alle sculture e agli affreschi, Palazzo Bianco venne completamente riallestito esclusivamente come pinacoteca, che offre oggi una panoramica della pittura europea dal Cinquecento al Settecento, con opere di scuola genovese, fiamminga, francese e spagnola. Sono esposti dipinti cinquecenteschi di Filippino Lippi, Giorgio Vasari, Paolo Caliari detto il Veronese, Luca Cambiaso e un'importante collezione di pittura fiamminga e olandese dal XVI al XVIII secolo, con capolavori di Hans Memling, Gerard David, Jan Matsys, Peter Paul Rubens e Antoon van Dyck. Tra gli autori francesi e spagnoli del Sei-Settecento vi sono Francisco de Zurbarán, Bartolomé Esteban Murillo, Jusepe de Ribera e Simon Vouet.

L'attività degli autori del barocco genovese del XVII e XVIII secolo è documentata tra gli altri dalle opere del Grechetto, Bernardo Strozzi, Valerio Castello, Domenico Piola e dei figli Anton Maria e Paolo Gerolamo, Gregorio De Ferrari e Alessandro Magnasco. È presente inoltre dal 2009 la celeberrima scultura di Antonio Canova, la Maddalena penitente, e che è stata collocata nell'adiacente Palazzo Tursi che, in collegamento diretto con Palazzo Bianco, accoglie le ultime sale del percorso di visita dei Musei di Strada Nuova.

Giardini
Giardino inferiore

Il palazzo, nella sua originaria fase cinquecentesca con ingresso principale su salita San Francesco, era dotato di un giardino più spazioso di quello attuale ed esteso su due lati: quello orientale, spazio ancora oggi esistente, e quello meridionale, che scomparve quando il palazzo divenne proprietà Brignole Sale nel 1711 e venne ricostruito nelle forme attuali.

Durante il rinnovamento settecentesco, il giardino assunse l'aspetto odierno. Tra gli elementi caratteristici si trovano i quattro parterre bordati di siepe di bosso, il risseu, una pavimentazione tipica genovese composta da un mosaico di ciottoli bianchi e neri, e la vasca ottagonale della fontana. Quest'ultima è sormontata da una statua di un fauno che soffia in una conchiglia, una sostituzione moderna dell’originale, ormai erosa dall'acqua. Alla fine dell’Ottocento lo spazio venne unito a quello del vicino Palazzo Tursi, creando un unico grande terrazzamento. Nella parte di Palazzo Tursi si affaccia una delle due logge simmetriche della dimora e dalla parte opposta si trova una vasca polilobata con la statua della Venus pudica, un tempo collocata nell'antico cortile di Palazzo Bianco.

Nel 2024 è stato effettuata un'opera di restauro che ha interessato entrambe le vasche, le statue settecentesche dei musici e la statua della Venus, il risseu, le panchine e il verde circostante.

Giardino superiore

Il giardino superiore, visibile nel passaggio verso Palazzo Tursi, conserva visibili i resti monumentali di quella che fu una delle maggiori chiese gotiche cittadine, San Francesco di Castelletto, demolita definitivamente intorno al 1820. Di questa chiesa, che insieme al convento contiguo costituiva una delle più importanti fondazioni religiose della Genova medievale, sono ancora visibili arcate e colonne a rocchi bianchi e neri di una navata, letteralmente inglobate nella facciata dell’ottocentesco palazzo comunale retrostante il museo. Il giardino è completato da una terrazza che si affaccia sullo spazio verde sottostante e da cui è ben visibile Palazzo Rosso, collocato dall’altra parte della strada.

Opere significative

Luca Cambiaso, Madonna della candela; Autoritratto del pittore in atto di dipingere il ritratto di suo padre;

Caravaggio, Ecce Homo;

Matthias Stomer, Salomè con la testa del Battista

Filippino Lippi, Pala di Francesco Lomellini, 1502-1503;

Pier Francesco Mazzuchelli detto il Morazzone, Decollazione di san Giovanni Battista, 1612-1613

Jan Massijs, Carità

Hans Memling, Cristo benedicente;

Peter Paul Rubens, Venere e Marte/allegoria dell'intemperanza;

Antoon van Dyck, Vertummo e Pomona;

Gerard David, Polittico della Cervara;

Gioacchino Assereto, La morte di Catone

Anton Maria Vassallo, la Fuga in Egitto

Sinibaldo Scorza, Paesaggio con Erminia tra i pastori

Simon Vouet, David con la testa di Golia;

Bartolomé Esteban Murillo, Fuga in Egitto;

Francisco de Zurbarán, Sant'Orsola, Sant'Eufemia;

Paolo Veronese, Crocifissione, Susanna e i vecchioni;

Palma il Giovane, Cristo e la samaritana, L'adultera;

Giorgio Vasari, Ritratto di gentiluomo fiorentino;

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Villa del Principe

Museo privato · Genova

Villa del Principe

La Villa del Principe, Palazzo del Principe, o ancora Palazzo di Andrea Doria a Fassolo (nella lingua ligure Villa do Prinçipe, oppure Paxo do Dria Döia) è una delle principali ville storiche di Genova, edificata nel Cinquecento in una zona che, al tempo della sua costruzione, si trovava fuori delle mura della città.

Costruita come residenza strettamente privata del principe ammiraglio genovese Andrea Doria - che pure vi ricevette sovrani e diplomatici di ogni nazione - non fu censita come Palazzo dei Rolli della Repubblica di Genova in quanto si trattava di una villa suburbana e non di un palazzo di città.

Leggi tutto su Villa del Principe (2.312 parole)

Dalla sua reggia, posta immediatamente al di fuori dall'antica porta di San Tomaso, verso Capo di Faro dove sorge la Lanterna, Andrea Doria manteneva la sua influenza sulla città pur rimanendo a distanza dal Palazzo Ducale, dove l'oligarchia aristocratica decideva ufficialmente le sorti della città in seguito alla restaurazione della Repubblica oligarchica.

Dal 2013 Villa del Principe è di proprietà del Trust Doria Pamphilj, un trust italiano istituito per volontà della famiglia.

Storia
Andrea Doria e la liberazione di Genova nel 1528

Andrea Doria (Oneglia, 1466 – Genova, 1560) fu un aristocratico e ammiraglio della Repubblica di Genova. Dopo molti anni trascorsi come condottiero per la Repubblica e per altre potenze del tempo, nel 1528 si presentò con tredici galee davanti al porto di Genova - allora sotto occupazione francese - bloccandolo e sbarcando un gruppo di uomini armati che presero il controllo della città. Andrea scese a terra e, stupendo non poche persone, rifiutò la signoria della città che gli veniva offerta. A lui non interessavano i fasti del potere - diceva - bensì solo l'indipendenza, la concordia e la prosperità cittadine. Dietro a questo understatement probabilmente si celava una grande accortezza, unita ad una notevole conoscenza della politica genovese.

La famiglia Doria aveva sempre fatto riferimento alla chiesa di San Matteo, cappella gentilizia e luogo di sepoltura della famiglia dalla sua costruzione nel 1125. Il 12 settembre 1528, dopo la liberazione di Genova, Andrea Doria tenne il suo discorso al popolo dalle scalinate della chiesa e ricevette in dono dalla città un palazzo che però non volle mai abitare. Egli, infatti, preferiva rimanere in disparte, sufficientemente lontano dalla politica quotidiana da non farsene assorbire e condizionare, pur seguitando a tenere in mano i fili del potere. "Dodici riformatori" furono quindi incaricati della stesura di una nuova Costituzione, con la quale Genova divenne una repubblica aristocratica, mentre Andrea Doria rimase al centro della politica genovese come censore a vita e padre della patria.

La villa del Principe a Fassolo

Andrea Doria si ritirò a vivere nella sua villa di Fassolo, ove rimase fino alla morte. Nel 1521, egli aveva acquistato una villa a Fassolo dai Lomellini che, a loro volta, l'avevano acquistata nel 1498 dalla famiglia Recanelli. La villa fu devastata dai francesi durante gli eventi bellici del 1528, cosicché Andrea Doria ne commissionò il rinnovamento, dopo aver acquistato nel 1529 anche il palazzo confinante dei Giustinani Furneto. L'incarico fu assunto da Perino Buonaccorsi, detto Perin del Vaga (1501 - 1547) e da artisti raffaelleschi al suo seguito, che completarono i lavori negli anni 1529-1533. Le due unità architettoniche, ancorché unite ed integrate, rimasero accostate nella ristrutturazione del Perino. Dopo la morte di Andrea Doria, la villa fu allargata da Antonio Roderio con la costruzione di stanze a ponente. I lavori continuarono nel 1578 con la costruzione delle logge a mare ad opera di Giovanni Ponziello.

La villa del Principe a Fassolo, la preferita di Andrea Doria e del suo successore Giovanni Andrea, rimase al centro della vita politica, artistica e mondana di Genova per tutto il Cinquecento. Nel 1529 e nel 1533 ospitò l'imperatore Carlo V e nel 1548 il re di Spagna Filippo II. Le cronache raccontano i ricevimenti sul mare, le giostre in onore degli ospiti illustri e i fuochi per celebrare gli avvenimenti fortunati: una vera e propria "corte", l'unica che la Repubblica di Genova abbia mai conosciuto. Ancora nell'Ottocento la villa ospitò Napoleone Bonaparte, Vittorio Emanuele II e Giuseppe Verdi.

Nel 1854 la costruzione della ferrovia distrusse il giardino a Nord, mentre l'edificazione della Stazione marittima e l'allargamento di via Adua hanno allontanato l'edificio dalla costa.

Descrizione
Architettura

La villa presenta molteplici interventi e stratificazioni che ne rendono impossibile una definizione unitaria. La facciata a nord su via San Benedetto si presenta chiusa e compatta, animata dal portale realizzato da Perin del Vaga e Silvio Cosini, che reca sul timpano l'arma dei Doria e la scritta "Fundavit eam Altissimus". La facciata sud, rivolta verso il mare, è un gioco di logge e terrazza, con una particolare asimmetria in quanto il progetto architettonico ebbe un interesse più rivolto alla decorazione che alla struttura, producendo una alternanza dei colonnati, delle terrazze e delle logge. Le unità architettoniche delle strutture precedenti al rinnovamento, voluto da Andrea Doria e realizzato dal Perino, non si fondono completamente se non in un tentativo di unità nelle sale del piano nobile. L'intervento del Perino diventa invece essenziale nella Loggia degli Eroi, che dimostra un gusto diverso dal cortile sottostante a colonne corinzie. Le logge laterali, col motivo a serliana, sono posteriori, e contribuiscono ad aggiungere grandiosità alla struttura.

Decorazione

La decorazione pittorica esterna attribuita a Girolamo da Treviso, a Domenico Beccafumi e al Pordenone, perduta, ebbe una grande influenza sulla scuola pittorica genovese dal Semino al Cambiaso.

Internamente, la villa conserva una decorazione pittorica di grande rilievo. Le sale sono arredate con mobili dei Seicento e del Settecento e con una vasta quadreria, tra cui opere di Sebastiano del Piombo, Domenico Piola e del Bronzino..

Loggia degli Eroi

L'esteso ciclo di affreschi e stucchi di argomento mitologico, eseguito da Perin del Vaga nella Loggia degli Eroi, con Antenati Doria alla pareti e le Virtu Romane nelle volticelle. Il ciclo era già famoso all'epoca della sua realizzazione: scrisse il Vasari nell'introduzione alla biografia del Perino:

Appartamento del Principe
Sala della Carità Romana

La Sala della Carità Romana era l’anticamera del contiguo Salone dei Giganti, ma poteva fungere anche da sala da pranzo. Nell’affresco della volta Perin del Vaga illustrò l’episodio detto della Carità Romana, esempio di Pietas filiale riportato dallo storico romano Valerio Massimo, contornato da grottesche e ghirlande di frutta di derivazione raffaellesca. Sono esposti attualmente i cartoni preparatori per gli arazzi della Battaglia di Lepanto di mano di Luca Cambiaso, un dipinto allegorico con il Passaggio del potere da Andrea Doria a Giovanni Andrea I e il collare del Toson d’oro conferito ad Andrea Doria dall'imperatore Carlo V.

Salone della Caduta dei Giganti e gli Arazzi di Alessandro Magno

Sala principale dell'appartamento di Andrea Doria – era il luogo di massima valenza cerimoniale del palazzo, sede di feste e di banchetti sontuosi: qui fu collocato il trono di Carlo V durante i soggiorni dell’imperatore nel palazzo. Perin del Vaga affrontò la decorazione dell’estesa volta risolvendola in un’ardita composizione unica raffigurante la Caduta dei Giganti. Vi si trova un grande camino in marmo bianco. Ospita importanti ritratti di Andrea e di altri membri del casato e un ciclo di arazzi del Quattrocento, di manifattura fiamminga e provenienza borgognona, gli Arazzi di Alessandro Magno, incentrati sulla tradizione letteraria medievale del cosiddetto Romanzo di Alessandro.

Camera di Perseo

La sala era probabilmente utilizzata come camera da letto per l’inverno. Gli affreschi illustrano le vicende di un eroe sottoposto a dure prove e capace di ristabilire la concordia, allusione alle virtù di Andrea Doria e al ruolo di pacificatore di Genova da lui rivendicato. Nelle lunette è qui rappresentata la Storia di Perseo.

Camera dei sacrifici

Presumibilmente usata come camera da letto, contiene affreschi del Perino nelle lunette, raffiguranti scene di sacrificio agli dei pagani.

Camera di Cadmo

Retrocamera della Sala di Perseo con letto ligneo del XVII secolo. La decorazione della volta di questa stanza risulta danneggiata a causa dei bombardamenti del 1944. Una maggiore leggibilità è stata recuperata grazie al restauro del 2008: nelle lunette era rappresentata l’intera Vicenda di Cadmo, il fondatore di Tebe.

Camera dello Zodiaco

Retrocamera della Sala dei Sacrifici, prende il nome dai segni zodiacali raffigurati sulle lunette. A causa dei danni di guerra (1944), sono conservate solo le lunette sud est, che recano i Pesci, l’Acquario e, parzialmente leggibile, il Capricorno. Al centro della volta, in un bassorilievo a stucco, è rappresentata la Fenice.

Sala di Paride

La sala fa parte delle aggiunte volute da Giovanni Andrea I Doria, qualificate da un ciclo decorativo unitario, eseguito a stucco dal plasticatore urbinate Marcello Sparzo. La tematica della volta, distrutta dai bombardamenti del 1944, era di tipo “privato” e amoroso: raffigurava il Giudizio di Paride. In funzione di sovrapporta, sono collocate tre tele eseguite da Domenico Piola nel 1671, per celebrare il matrimonio tra Giovanni Andrea III Doria e Anna Pamphilj che determinò l'unione delle due celebri famiglie.

Sala di Ercole

Altra addizione di Giovanni Andrea I Doria, con ciclo pittorico di Marcello Sparzo andato perduto nella guerra. Oggi allestita a sala da pranzo.

Appartamento della Principessa
Salone del Nettuno o del naufragio

La decorazione del Perino rappresentava Nettuno che placa la tempesta dopo il naufragio d’Enea, perduta dal Settecento a causa dell'uso dell’inconsueta tecnica della pittura ad olio su muro. Nel 1845 Annibale Angelini ridipinse la volta con uno sfondato architettonico. Le pareti sono coperte dalla serie di arazzi dedicati alla Battaglia di Lepanto, nella collocazione originale per la quale furono concepiti sul finire del XVI secolo, commissionati da Giovanni Andrea I a Lazzaro Calvi, che realizzò le scene centrali, e a Luca Cambiaso, creatore delle incorniciature e delle figure allegoriche. Gli arazzi furono tessuti a Bruxelles e vennero spediti a Genova nel 1591

Sala di Psiche

Pesantemente danneggiata dai bombardamenti del 1944, nelle lunette, appena recuperate tramite un intervento di restauro, è raffigurata la vicenda di Psiche e Amore narrata da Apuleio. Nella sala è esposto il ritratto di Andrea Doria nelle vesti di dio del mare.

Sala di Aracne

Nelle lunette è raffigurata la storia di Aracne, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio. La volta è stata restaurata nel 1998. La stesura originale è stata realizzata da Perino del Vaga non ad affresco, ma con una tecnica a secco con due strati pittorici sovrapposti.

Sala di Filemone

Retrocamera della Sala di Psiche. La decorazione cinquecentesca è in gran parte scomparsa sotto successive ridipinture. Nelle lunette della volta, sono stati riconosciuti due episodi della storia di Filemone e Bauci.

Sala di Fetonte

Retrocamera della Sala di Aracne, reca l’illustrazione del mito di Fetonte, esempio di superbia punita, e una decorazione a grottesche. Attualmente allestita come camera da letto.

Sala del Tributo

Episodi della vicenda di Furio Camillo, raffigurati da Marcello Sparzo. Alle pareti due arazzi settecenteschi raffiguranti Maggio e Dicembre.

Sala del Trionfo

Episodi della vicenda di Furio Camillo, raffigurati da Marcello Sparzo. Alle pareti, tre dipinti: il Ritratto del Cardinale Giorgio Doria di Lucia Casalini Torelli, il Ritratto del Cardinale Giuseppe Doria di Filippo Sannari e infine una composizione attribuita ad Antonio Concioli che raffigura l'Autoritratto dell’artista mentre dipinge il ritratto del Cardinale Giuseppe Doria.

Sala dei fatti di Prometeo

Illustrazione dei Fatti di Prometeo di Marcello Sparzo: Creazione dell’uomo, Furto del fuoco e Prometeo che infonde la vita all’uomo. Dalla stanza si osserva l'oratorio di Donna Zenobia, con scene della Passione eseguite ad affresco ed attribuibili al pittore genovese Lazzaro Calvi,

Sala della Punizione

Sulla volta Marcello Sparzo rappresenta nel riquadro centrale a stucco la Punizione di Prometeo.

Galleria Aurea

Fatta costruire da Giovanni Andrea I Doria, una tipologia di spazio di forma allungata e aperta su due lati che alla fine del XVI secolo sostituì il Salone dei Giganti quale ambiente di rappresentanza. Realizzata da Battista Cantone e Luca Carlone nel 1595. Marcello Sparzo lavorò alla decorazione della volta Nella galleria – detta “Aurea” per l’estesa presenza, in origine, della doratura – è esposto l’importante nucleo di ritratti di antichi membri della famiglia, sculture lignee dorate e tavoli da parete secenteschi, opera dello scultore genovese Filippo Parodi. L’attigua cappella conserva un significativo dipinto di Giovanni Battista Gaulli detto “il Baciccio” raffigurante San Giuliano che riceve la palma del martirio ed eseguito fra il 1705 e il 1706.

Il parco

La villa è legata al suo parco, che un tempo la univa direttamente al molo privato di Andrea Doria. Per rifornire d'acqua le sue fontane, fu creato a monte un lago artificiale (il Lagaccio), che - ormai prosciugato - ancora oggi dà il nome al quartiere del Lagaccio.

Il giardino all'italiana verso il mare, recentemente restaurato, conserva la Fontana del Tritone, di Giovanni Angelo Montorsoli, e la Fontana del Nettuno realizzata da Taddeo Carlone con il fratello Giuseppe e suo figlio Battista Carlone negli anni (1599-1601).

Il parco a monte era un tempo caratterizzato da scalinate monumentali, ninfei e da una statua di Giove, alta otto metri e conosciuti dai genovesi come "il Gigante", alla cui base fu sepolto il "gran Roldano", il cane prediletto di Andrea Doria. Il parco a monte è andato perduto per la costruzione della ferrovia nel 1854 e dell'Albergo Miramare (Gino Coppedè) nel 1913, mentre la statua colossale - ormai degradata - fu demolita nel 1939.

Influenza sull'architettura e l'arte a Genova

La villa del Principe a Fassolo rivoluzionò gli atteggiamenti che la classe dirigente genovese aveva nei confronti dell'architettura e dell'arte. Prima di allora, gli aristocratici avevano eretto le loro dimore in città, in alti edifici contigui a quelli della loro famiglia. Andrea costruì il suo palazzo al di fuori, staccato da tutti. A sua imitazione, gli aristocratici genovesi presero il gusto del mecenatismo e, nei decenni successivi, iniziarono a sorgere le splendide dimore di città delle Strade Nuove (oggi Salita Santa Caterina, Piazza delle Fontane Marose, via Garibaldi, via Cairoli, via Bensa e via Balbi) e le ville suburbane, edificate da architetti di fama, come Galeazzo Alessi. Una parte delle grandi ricchezze affluite in città grazie ai rapporti commerciali con la Spagna ed il suo impero, sarà investita in arte e cultura nel El siglo de los Genoveses che può dirsi iniziato con la villa del Principe a Fassolo.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Orari
Fr-We 10:00-17:00; Sep-Mar off
Telefono
+39 010 255509
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museidigenova.it

La voce completa su Wikipedia

Arco di Trionfo

Arco o porta commemorativa · Genova

Arco di Trionfo

L'Arco della Vittoria, conosciuto anche come Monumento ai Caduti o Arco dei Caduti, è un monumento commemorativo situato in Piazza della Vittoria a Genova. Fu eretto in memoria dei genovesi caduti durante la Prima guerra mondiale.

Il progetto fu curato dall'architetto Marcello Piacentini con la collaborazione dello scultore Arturo Dazzi. Inaugurato il 31 maggio 1931, rappresenta uno dei principali esempi di architettura monumentale del periodo fascista in Italia.

Leggi tutto su Arco di Trionfo (847 parole)

L'imponente struttura, realizzata in Pietra d'Istria, si ispira ai modelli dell'architettura classica romana e rinascimentale. Al suo interno ospita una cripta-sacrario contenente un altare e rilievi dedicati ai caduti. Il monumento, che fu concepito come simbolo della memoria e della retorica patriottica del regime, è oggi considerato un elemento centrale del patrimonio storico e architettonico di Genova.

Storia

La storia dell'Arco della Vittoria affonda le sue radici nel 1923, quando il Comune di Genova lanciò un concorso nazionale per la realizzazione di un monumento dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale. L'area prescelta, l'attuale Piazza della Vittoria, era originariamente una spianata erbosa lungo la valle del Bisagno, non ancora coperto e soggetto a frequenti alluvioni. Per l'occasione, l'amministrazione comunale avviò un vasto piano di riqualificazione urbana che previde la copertura del tratto terminale del torrente e la trasformazione dell'intera area in un grande spazio monumentale.

Sedici progetti parteciparono al concorso. Nella seconda fase fu selezionata la proposta presentata dall'architetto Marcello Piacentini e dallo scultore Arturo Dazzi. La commissione giudicatrice apprezzò l'approccio classicista, che combinava elementi dell'Roma Imperiale e del Cinquecento, conferendo al monumento un carattere solenne, eroico e trionfale.

Il progetto originale, presentato nel 1924, prevedeva un grande arco trionfale impostato su una piattaforma rialzata semicircolare, dotata di rampe e gradinate che ne enfatizzavano la scala monumentale. La struttura era concepita come il fulcro scenografico della futura piazza, destinata a diventare il principale spazio celebrativo della città. Due anni più tardi, nel 1926, lo stesso Piacentini semplificò il disegno originale, rendendo la struttura più essenziale e austera, in linea con le nuove direttive del gusto monumentale dell'epoca fascista.

I lavori di costruzione furono affidati all'impresa genovese Garbarino e Sciaccaluga e diretti personalmente da Piacentini. L'opera fu completata nel 1931 e inaugurata il 31 maggio dello stesso anno, alla presenza delle autorità civili e militari.

Architettura e dimensioni

L'arco, che raggiunge i 27 metri di altezza, è situato al termine di una rampa semicircolare, i cui angoli presentano una scalinata di sei gradini. Il monumento poggia su una base ellittica al centro della Piazza della Vittoria.

La struttura è sorretta esternamente da un totale di dodici pilastri quadrangolari (quattro angolari e otto ornati) ed è fronteggiata da sedici colonne di ordine dorico terminanti in capitelli dorici. Questi capitelli sostengono le sculture delle figure allegoriche della Fama, opere di Arturo Dazzi ed Edoardo De Albertis. Gli angoli al livello del fregio inferiore sono enfatizzati da rostri, che richiamano i trofei romani.

Due grandi porte si aprono alla base della struttura, conducendo alla cripta e al sacrario sotterraneo.

Scultura e iconografia

Il monumento è riccamente decorato con sculture, fregi e iscrizioni che dettagliano la storia militare del conflitto e onorano i caduti.

Interni e cripta

L'arco ospita un sacrario interno e una cripta, dedicata ai 680.000 soldati italiani caduti durante il conflitto.

Altare: L'altare centrale è realizzato in Marmo rosso di Levanto. Sopra di esso è appeso un crocifisso in bronzo su croce di palissandro, opera dello scultore Edoardo De Albertis.

Sculture: Il sacrario contiene sculture di Giovanni Prini raffiguranti le *Vittorie*, San Giorgio e lo Stemma di Genova. Prini ha contribuito anche con altre sculture, tra cui le riproduzioni del Bollettino della Vittoria, del Bollettino della Marina e gli elenchi con tutti i nomi dei caduti.

Lunette: All'interno dell'arcata, due grandi colonne interne sostengono due lunette scolpite da Prini, dedicate ai temi della pace e della famiglia.

Volta: Il soffitto interno è a cupola, di colore giallo, e decorato con un caleidoscopio di linee curve culminanti in un cerchio centrale.

Lungo i bordi della volta sono presenti due iscrizioni in latino:

PACIS OPES ITA ALIT VIRTUS IAM VIVIDA BELLO (La virtù nutre così le ricchezze della pace, ora viva in guerra)

SALVE MAGNA PARENS FRUGUM SATURNIA TELLUS MAGNA VIRUM — (Virgilio, Georgiche 136–176) (Salve, grande terra Saturnia, ricca di campi fertili, grande madre di uomini.)

Fregi esterni

L'esterno presenta allegorie scolpite da Arturo Dazzi, accompagnate da quattro iscrizioni, due delle quali scritte da Mario Maria Martini. Le iscrizioni commemorano i 680.000 italiani uccisi nella Grande Guerra e la data di erezione del monumento. Un'iscrizione lungo l'attico include una dedica ai "figli morti per la patria combattendo in terra, in mare e in cielo... 1915–1918".

Il grande fregio di Dazzi circonda il monumento, raffigurando i diversi episodi e corpi militari italiani:

Lato Nord: Presenta mitraglieri e gli Alpini. Ai lati della chiave d'arco sono raffigurati la Croce Rossa Italiana e una messa da campo.

Lato Sud: Raffigura l'artiglieria e la cavalleria. I lati dell'arco presentano scene delle Battaglie dell'Isonzo e della Battaglia del Piave.

Lato Ovest: Rappresenta i Bersaglieri e gli zappatori/pontieri. Una figura controversa raffigurante uno dei soldati con le fattezze di Benito Mussolini fu successivamente abrasa (cancellata) dopo la Seconda guerra mondiale.

Lato Est: Presenta l'Aeronautica e la Marina.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

chiesa di Santa Maria di Castello

Museo religioso · Genova

chiesa di Santa Maria di Castello

La chiesa di Santa Maria di Castello è un edificio religioso cattolico del centro storico di Genova, situato lungo la salita omonima, nel quartiere del Molo. La sua comunità parrocchiale fa parte del vicariato "Centro Est" dell'arcidiocesi di Genova.

Situata sulla collina di Castello, il primo luogo abitato di Genova nell'antichità, la chiesa di Santa Maria di Castello è uno dei più antichi luoghi di culto cristiano di Genova e una delle più integre e suggestive architetture romaniche della città.

Leggi tutto su chiesa di Santa Maria di Castello (2.933 parole)

Dal 1912 l'edificio è sottoposto a vincolo di tutela da parte della soprintendenza.

Storia
Le origini

Secondo la tradizione un primo luogo di culto mariano in questo luogo sarebbe stato costruito per volere del re longobardo Ariperto nel 658, sulle rovine di un tempio longobardo, ma le prime notizie documentate risalgono all'XI secolo.

La chiesa sorgeva a poca distanza dal castello fortificato del vescovo, costruito fra il IX e il X secolo sulla sommità del colle, sul sito già occupato da fortificazioni preromane, romane e bizantine. La presenza del castello vescovile, nei pressi del quale intorno all'XI secolo si era insediata anche la potente famiglia feudale degli Embriaci, fece di quest'area, al riparo dalle scorrerie dei saraceni grazie alla sua posizione arroccata, la sede del potere politico e religioso cittadino. Nel 1194 il papa Celestino III dà mandato all'abate di San Colombano di Bobbio di costringere i chierici della chiesa di Santa Maria di Castello a rispettare gli accordi presi in merito alla controversia con il capitolo della Cattedrale di San Lorenzo riguardo alla chiesa di San Marco al Molo.

La chiesa attuale fu costruita nella prima metà del XII secolo da maestranze antelamiche sui resti di quella più antica, della quale nella cappella del battistero si conservano alcune sculture.

La nuova chiesa aveva tre navate con copertura a capriate lignee, transetto e tre absidi. Per la costruzione furono impiegati materiali di recupero come colonne in granito e capitelli corinzi di epoca romana, risalenti al III secolo, sapientemente integrati nel nuovo edificio dai maestri antelami.

La chiesa, consacrata nel 1237 da Geroldo di Losanna, Patriarca di Gerusalemme, era già collegiata in epoca precedente alla ricostruzione e tale rimase fino al 1441, quando con una bolla del papa Eugenio IV fu assegnata ai Domenicani, che l'hanno officiata fino al 2015. I frati ne presero possesso solo il 13 novembre 1442, poiché per oltre un anno i canonici, sostenuti dall'arcivescovo Giacomo Imperiale, si opposero all'arrivo dei Domenicani, ai quali erano state assegnate tutte le proprietà e le rendite della chiesa.

Dopo l'arrivo dei Domenicani, nella seconda metà del Quattrocento il complesso fu ampliato e divenne un importante polo culturale: acquistando proprietà adiacenti alla chiesa fu costruito il convento e realizzati i tre chiostri e la sacrestia. A questo periodo risale la costruzione del primo chiostro (1453 -1462) con gli affreschi nella volta del loggiato e nelle pareti, di cui resta la celebre Annunciazione di Giusto d'Alemagna (1451). Inoltre i Domenicani trasformarono il tetto della chiesa, a capriate di legno, in una volta a crociere in muratura. Tra il XV e il XVII secolo numerose famiglie patrizie fecero costruire lungo le navate laterali le loro cappelle gentilizie, arricchite da opere d'arte dei maggiori artisti dell'area genovese.

Nel XVI secolo furono modificate le absidi e costruita la cupola, ma dalla seconda metà del XVII secolo il complesso visse un periodo di declino e i Domenicani furono costretti ad affittare alcuni locali del convento. La chiesa subì gravi danni per il bombardamento navale francese del 1684.

Nel 1801, quando i resti del papa Pio VI, morto prigioniero in Francia nel 1799, vennero traslati a Roma, il feretro sostò nella chiesa di S. Maria di Castello, dove si tenne una solenne funzione. Il convento fu risparmiato dalle leggi di soppressione del 1797, ma nella prima metà del XIX secolo si trovava in stato di degrado. Parzialmente espropriato dallo Stato nel 1859 a seguito della legge Rattazzi del 1855, parte del convento nel 1870 fu trasformata in appartamenti, sopraelevando anche i loggiati dei chiostri.

Nello stesso periodo fu affidato all'architetto Maurizio Dufour l'incarico di restaurare l'interno della chiesa, mettendo in luce le parti medioevali, coperte nel tempo da uno spesso strato di intonaco. Lo stesso Dufour realizzò l'affresco nella volta del coro, raffigurante "Dio Padre in gloria".

La chiesa fu colpita da bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale, una prima volta nel 1942, quando le macerie di un vicino edificio rovinarono sulla navata sinistra, e ancora nel 1944, con danni alla copertura causati da spostamenti d'aria dovuti alle bombe cadute sul porto. I restauri vennero eseguiti nel dopoguerra sotto la direzione degli ingegneri Cesare Fera e Luciano Grossi Bianchi, riportando alla luce, con il recupero dei finestroni medioevali, anche l'originaria architettura romanica della facciata, in parte alterata dalle ristrutturazioni del XV e XVI secolo.

L'intero complesso è stato nuovamente oggetto di restauro nei primi anni duemila, quando venne risistemato e ampliato anche l'annesso museo.

Nel convento di Santa Maria di Castello ha vissuto per molti anni Enrico di Rovasenda (1906-2007), sacerdote domenicano e cancelliere della Pontificia accademia delle scienze, che vi morì ultracentenario il 15 dicembre 2007.

Nel 2015 i Domenicani hanno abbandonato il convento di Santa Maria di Castello e il complesso è stato affidato ai sacerdoti della Società delle missioni africane.

Descrizione

Il complesso, costituito da chiesa, convento e chiostri, si presenta come un insieme complesso di volumi che si sviluppano lungo la salita che conduce verso la sommità del colle, antica sede del castello vescovile.

La chiesa, in stile romanico, attraverso la concessione delle cappelle alle grandi famiglie della nobiltà genovese ha incrementato durante i secoli il proprio corredo artistico, specie pittorico e scultoreo, con opere dei più importanti artisti liguri che vanno dal Quattrocento al Settecento.

Esterno

L'ampio prospetto romanico, tripartito da due grandi lesene che individuano la navata principale, è coronato da archetti pensili; il portale principale, unico elemento decorativo della facciata, è realizzato con un architrave romano del III secolo decorato con elementi fitomorfi e grifi.

Interno

L'interno, ampio e luminoso, ha pianta basilicale romanica a tre navate con colonne e capitelli romani di reimpiego che sostengono gli archi romanici e un finto matroneo sopra gli archi. Il soffitto, in origine a capriate lignee, è formato da volte con crociere a costoloni, realizzate intorno al 1468. Lungo ciascuna delle navate laterali si aprono cinque cappelle: quelle di sinistra furono realizzate nella seconda metà del XV secolo, mentre le cinque di destra risalgono al XVI secolo. Tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo furono modificate le absidi laterali, mentre quella centrale venne ampliata per contenere un grande coro.

Al centro della controfacciata si trovava la statua in marmo di S. Domenico, di Francesco Maria Schiaffino (attualmente all'interno del Teatro Carlo Felice); alla sinistra, affresco di Lorenzo Fasolo (fine del XV secolo), raffigurante la Madonna col Bambino i santi Domenico e Pietro martire, e il beato Raimondo da Capua, proveniente dalla scomparsa chiesa di S. Domenico. Alla destra del portale una nicchia contiene un crocifisso ligneo quattrocentesco. Sopra le porte laterali sono collocate due tele del cremonese Francesco Boccaccino (1660-1750) (Il Crocifisso parla a san Pietro Martire e Miracolo di San Pietro).

Un recente restauro ha portato alla luce il portale interno originale romanico, al quale era stato sovrapposto il portale quattrocentesco d'accesso alla sacrestia, ricollocato ora sulla parete destra della chiesa.

Presbiterio

Negli ultimi decenni del XVI secolo vennero ampliati il presbiterio e l'abside per adeguare la chiesa alle norme del concilio tridentino e inserirvi gli stalli lignei del coro e alcuni monumenti funebri.

L'altare maggiore, rifatto dopo il bombardamento del 1684, è sormontato dal gruppo marmoreo dell'Assunzione di Anton Domenico Parodi.

Il pavimento dell'originaria zona presbiteriale venne abbassato a livello del pavimento del transetto e vi è collocato il moderno altare postconciliare, realizzato nel 1985 su disegno di Cesare Fera.

Il Cristo moro

Addossata a un pilastro nei pressi del nuovo altare è collocata una croce biforcuta lignea trecentesca, di autore ignoto, detta il Cristo moro, molto venerata dai fedeli. Nei secoli il crocifisso subì vari rimaneggiamenti, con l'aggiunta di una folta barba e lunghi capelli, in origine del tutto assenti; un restauro eseguito negli anni settanta ha ripristinato lo stato originario. Tuttavia, poiché i fedeli erano ormai abituati all'immagine del Cristo con barba e capelli, ne fu realizzata una copia, esposta in una cappella della chiesa.

Cappelle laterali

Lungo ciascuna delle navate laterali si trovano cinque cappelle riccamente decorate e con un pregevole corredo di opere d'arte. Quelle nella navata di sinistra hanno dimensioni maggiori di quelle di destra, la cui profondità è limitata dalla presenza del chiostro lungo la parete esterna e hanno spazio sufficiente per contenere il solo altare. Oltre a queste, due cappelle chiudono sul fondo le navate facendo da corona all'altare maggiore. Gli altari vennero concessi in giuspatronato a note famiglie patrizie, che favorirono la realizzazione di opere d'arte di alta qualità.

Cappelle di destra

Prima cappella, dedicata a san Pio V, con dipinti settecenteschi di Alessandro Gherardini (San Pio V e il Crocifisso) e Giuseppe Palmieri (Maria Maddalena).

Seconda cappella: Martirio di San Biagio, di Aurelio Lomi (1556-1622).

Terza cappella, dedicata a sant'Antonino: nella volta affreschi cinquecenteschi raffiguranti Storie del re Davide e un rivestimento di "laggioni", le caratteristiche maioliche dipinte di scuola genovese del XVI secolo. All'altare Madonna Odigitria con i santi Giovanni Battista, Antonino e Nicola da Tolentino di Pier Francesco Sacchi (1526).

Quarta cappella, dedicata a san Pietro da Verona, con la pala raffigurante il Martirio di San Pietro da Verona di Bernardo Castello (1597).

Quinta cappella: Assunzione di Maria di Aurelio Lomi e, alla testata del transetto, il monumento funebre di Demetrio Canevari, patrizio genovese e celebre medico dell'epoca, di Tommaso Orsolino (1626).

Sesta cappella: posta in capo alla navata destra, è dedicata a san Giacinto Odrovaz con un dipinto di Aurelio Lomi (San Giacinto riceve da san Domenico l'abito dell'ordine, affreschi sulla volta di Bernardo Castello (Padre Eterno ed episodi della vita di san Giacinto) e due monumenti funebri, opera di Battista Casella..

Cappelle di sinistra

Prima cappella, dedicata a santa Caterina da Siena, dal 1874 ospita il fonte battesimale, realizzato con un sarcofago romano di epoca tardo-imperiale. Vi si trovano un polittico attribuito a maestri lombardi del XV secolo, il cui scomparto centrale raffigura le Nozze mistiche di Santa Caterina d'Alessandria e Santa Caterina da Siena, e un tabernacolo per gli oli santi dello stesso periodo. Nella volta affreschi con storie di santa Caterina.

Seconda cappella: dedicata a San Vincenzo Ferrer, con la Guarigione di san Vincenzo di Giovan Battista Paggi, del primo Seicento, San Vincenzo in estasi dinnanzi alla regina d'Aragona di Andrea Ansaldo, Predica di san Vincenzo fanciullo di Luciano Borzone.

Terza cappella: polittico di Giovanni Mazone, raffigurante Annunciazione e santi (circa 1470) incastonato in una cornice gotica di legno indorato e un dipinto di Domenico Piola raffigurante San Tommaso d'Aquino in adorazione del Santissimo Sacramento.

Quarta cappella, dedicata al beato Sebastiano Maggi, domenicano bresciano morto nel 1496 nel convento di Santa Maria di Castello, con una tela di Francesco Zignago (1750-1810) raffigurante l'arrivo di Sebastiano Maggi in Santa Maria di Castello, e quattro tavole dipinte su ardesia con scene evangeliche, di Andrea Semino (XVI secolo).

Quinta cappella, dedicata alla Madonna del Rosario, con un gruppo ligneo attribuito a Pasquale Navone (1746-1791), considerato il continuatore dell'opera del Maragliano. Alle pareti laterali due medaglioni affrescati di Giovanni Battista Carlone (Presentazione di Gesù al tempio e Disputa di Gesù con i dottori) e quattro tele: a destra Sposalizio della Vergine di Domenico Piola e Natività di Maria di artista genovese ignoto, a sinistra Fuga in Egitto e Presentazione di Maria al tempio, attribuiti a Luciano Borzone. Completano la decorazione stucchi e affreschi ottocenteschi.

Sesta cappella, posta nel transetto sinistro: all'altare, in marmi policromi, una tela del Grechetto raffigurante il miracolo di Soriano e una di Francesco Boccaccino raffigurante il Miracolo dei pani.

Cappella del Crocifisso. Dalla cappella del transetto si accede alla grande cappella del Crocifisso, in cui è collocata la copia del Cristo moro nella versione barocca. Nella zona di accesso, affresco raffigurante la Vergine addolorata, di Gregorio De Ferrari e i monumenti funebri di due arcivescovi di Genova, appartenenti all'ordine domenicano: Giulio Vincenzo Gentile e Nicolò Maria De Franchi, opera rispettivamente di Filippo Parodi e Pasquale Bocciardo.

Settima cappella: posta in capo alla navata sinistra, è dedicata a santa Rosa da Lima, con una pala di Domenico Piola raffigurante la santa che venera la Madonna col Bambino. Sotto la mensa dell'altare una statua giacente del beato Jacopo da Varazze, arcivescovo di Genova nel XIII secolo, i cui resti furono conservati qui per quasi un secolo. Nella volta, affreschi seicenteschi raffiguranti il Battesimo di Cristo e santi domenicani, rimaneggiati nell'Ottocento. Il rivestimento marmoreo (fine del XVI secolo) è opera di Taddeo Carlone in collaborazione con Battista Bagutti di Rovio.

Organo a canne

Nella chiesa si trova l'organo a canne, pregevole esemplare di arte organaria Italiana, Mascioni opus 889, ampliato ed elettrificato nel 1967, ricostruzione del precedente opus 333 del 1915, restaurato dalla bottega organaria Dell'Orto e Lanzini nel 2021. Lo strumento odierno è situato entro una nicchia sopraelevata alla sinistra del coro, con consolle a pavimento nell'abside dotata di due tastiere di 61 note, pedaliera radiale di 32 note, 34 registri, 2129 canne (le canne di prospetto sono reali).

Sacrestia

Nella sacrestia (alla quale si accede dal transetto destro attraverso un piccolo atrio, già cappella Grimaldi, con un'acquasantiera di Giovanni Gagini), arredata con armadi settecenteschi in noce, è presente una pala del 1738 con San Sebastiano, di Giuseppe Palmieri. Pregevole il cosiddetto "portale maggiore", opera di matrice toscana dovuta a Leonardo Riccomanni e allo stesso Gagini (1452); sopra, una lunetta gotica del XIV secolo con la Crocifissione. Accanto al portale è collocato un gruppo settecentesco in legno policromo raffigurante la Madonna col Bambino e san Bernardo, proveniente dallo scomparso oratorio di Santa Maria, San Bernardo e santi Re Magi, che sorgeva poco distante dalla chiesa.

Dalla sacrestia si passa all'atrio della Loggia dell'Annunciazione, con affreschi di Giacomo Serfolio nella volta (San Pietro martire, il beato Raimondo e san Tommaso); sulla parete sinistra, Predicazione di S. Vincenzo Ferrer, del XV secolo e una Madonna su ardesia del XVII secolo); a destra, disegno preparatorio dell'affresco di Carlo Braccesco che si trova nella biblioteca.

Campanile

Il campanile della chiesa è quello originario romanico, pesantemente modificato nel corso dei secoli. Dell'originale restano alla sommità una serie di archetti pensili.

Convento e chiostri

Il convento adiacente alla chiesa si sviluppa intorno a tre chiostri. Il primo e il secondo chiostro vennero sopraelevati nell'Ottocento per costruirvi delle abitazioni, nel periodo in cui il convento fu espropriato dallo Stato.

Nel primo chiostro, costruito tra 1445 e il 1452, si trovavano i locali di servizio del convento (refettorio, cucina, infermeria e al piano superiore i dormitori).

Il secondo chiostro, coevo al primo, fu costruito sulle fondamenta di preesistenti case medievali acquisite dai Domenicani. Ospitava la sala capitolare, la biblioteca, la spezieria e i parlatori. Restaurato negli anni sessanta del Novecento, è formato da un porticato a piano terreno su due lati e due loggiati ai piani superiori, la cui ricca decorazione, patrocinata dalla famiglia Grimaldi-Oliva, rappresenta uno straordinario esempio di pittura genovese del Quattrocento. È quello più conosciuto perché la loggia al primo piano conserva la celebre pittura murale dell'Annunciazione.

Il terzo chiostro, più piccolo dei precedenti, fu costruito tra il 1492 e il 1513. Fu poi inglobato in una residenza universitaria, per cui non è visitabile. Sotto di esso esisteva una delle cisterne per la raccolta dell'acqua piovana di cui era dotato il convento, successivamente trasformata in un salone per eventi e manifestazioni. La cisterna risaliva al IX secolo ed era stata realizzata con materiali di recupero, come testimoniano frammenti di colonne romane.

Del complesso faceva parte un altro chiostro, più antico dei precedenti, quello della collegiata, risalente all'XI secolo, divenuto poi il cortile interno di un caseggiato adiacente alla chiesa.

Loggia dell'Annunciazione

Si apre sul secondo chiostro ed è raggiungibile dall'atrio, al primo piano si trova l'Annunciazione, pittura murale di Giusto d'Alemagna del 1451; sulla volta, crociere con foglie fiammeggianti e tondi con Sibille e Profeti, anch'essa risalente al Quattrocento; sul fondo, portale d'ardesia con San Domenico che invita al silenzio nella lunetta; Dall'antiloggia si accede al refettorio, ove sono visibili lunette con Santi dell'antica abside sinistra della chiesa (metà XVI secolo) e Crocifisso ligneo su tavola (XIV secolo).

Al secondo piano, o Loggia superiore, all'interno della Cappella Grimaldi (già Scriptorium) vi è una statua della Vergine parte di una Annunciazione (autore Leonardo Riccomanno), l'Angelo è attualmente esposto nel Museo di Praga; un tabernacolo marmoreo attribuito a Domenico Gagini (XV secolo); portale quattrocentesco con San Giorgio di Giovanni Gagini); una lapide in marmo del 1453 con cornice d'angeli anch'essa attribuita a Giovanni Gagini.

Il museo di Santa Maria di Castello

Il museo fu realizzato da Gianvittorio Castelnovi nel 1959 per esporre quelle opere d'arte che per le trasformazioni subite dal complesso non avevano più una loro collocazione. Rinnovato e ampliato nel 2001, il museo raccoglie in dodici sale del convento reperti archeologici che testimoniano la storia più antica della città, dal II secolo fino al tardo medioevo, oltre alle opere d'arte di pertinenza della stessa chiesa, raccolte dai Domenicani a partire dal loro insediamento nel 1442 e una raccolta di icone russe dell'Ottocento e del Novecento donate al convento da Enrico di Rovasenda.

Sono esposti marmi di varie epoche, dipinti, reliquiari, paramenti e oggetti per uso liturgico, codici miniati, ex-voto (legati alla devozione per il Cristo Moro), e inoltre quadri e oggetti di uso quotidiano provenienti da monasteri soppressi delle suore domenicane."/>

Tra le principali opere d'arte, la pala di Ognissanti di Ludovico Brea (1513), il polittico della Conversione di San Paolo, della scuola dello stesso Brea, la Madonna col Bambino di Domenico Gagini, in marmo dipinto (XV secolo), e la statua lignea dell'Immacolata del Maragliano (XVIII secolo).

L'annessa biblioteca contiene codici e incunaboli di notevole interesse, oltre a un affresco raffigurante San Domenico che ritrova i suoi frati in Paradiso, opera di Carlo Braccesco, risalente a fine Quattrocento.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

chiesa del Gesù e dei Santi Ambrogio e Andrea

Ex convento · Genova

chiesa del Gesù e dei Santi Ambrogio e Andrea

La chiesa del Gesù di Genova (o, più precisamente, chiesa dei Santi Ambrogio e Andrea) è situata nel centro della città, in piazza Matteotti, adiacente a piazza De Ferrari. Retta dai Gesuiti a partire dal cinquecento, i ricchissimi interni contengono opere di Rubens, Reni, e dei maggiori autori del barocco genovese.

È la medesima piazza su cui si affacciano il Palazzo Ducale e il palazzo della curia arcivescovile genovese.

Leggi tutto su chiesa del Gesù e dei Santi Ambrogio e Andrea (903 parole)
Storia

Il nucleo della primitiva chiesa di Sant'Ambrogio risale alla fuga del clero milanese a seguito delle persecuzioni longobarde, il vescovo di Milano. Il vescovo Onorato Castiglioni nel 569 si trasferì a Genova (diocesi sottomessa) stabilendosi nel quartiere dei pollaioli vicino alla cattedrale di San Lorenzo. La cattività genovese durò fino alla metà del VII secolo quando Giovanni Bono riportò la sua cattedra nella città meneghina. La presenza dei milanesi in città necessitò di una chiesa che fu costruita nel loro quartiere e intitolata a sant'Ambrogio.

L'edificio passò poi nelle mani dei Gesuiti, giunti a Genova nel 1552, che la riedificarono nelle forme attuali nel 1589 su progetto del gesuita Giuseppe Valeriano, autore anche della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, grazie al finanziamento dell'importante famiglia Pallavicini. La pianta appare ricalcata dal Valeriano su quella di Santa Maria Assunta in Carignano edificata pochi anni prima dall'Alessi, inserita in un quadrato e dotata di cinque cupole. Successivamente, come si vede nella pianta nell’incisione di Rubens pubblicata nei Palazzi di Genova, venne aggiunta di una campata dal lato dell’ingresso, trasformando la pianta da quadrata a rettangolare. All'inizio del Seicento le cappelle laterali, patrocinate dalle più facoltose famiglie genovesi quali i Durazzo e i Raggio, i cui stemmi sono ancora visibili intagliati nei marmi, si arricchirono di importanti capolavori di Rubens, Reni, Vouet, divenendo la culla del barocco genovese. Originariamente dedicata a sant'Ambrogio, assunse anche la titolazione a sant'Andrea a seguito della demolizione del vicino convento di sant'Andrea di cui oggi sopravvive solo il chiostro.

Pesantemente colpita dal bombardamento navale di Genova del 1684 compiuto da una flotta di navi da guerra francesi, fu ridecorata all'inizio del Settecento da Lorenzo De Ferrari.

La facciata venne completamente rifatta nella seconda metà del XIX secolo, dopo la demolizione della cortina di Palazzo Ducale (dalla quale un archivolto metteva in comunicazione diretta il palazzo del doge con la chiesa del Gesù, passaggio che realizzato nel XVI secolo entrava direttamente nella facciata non finita), prendendo per essa a modello i disegni di Peter Paul Rubens. Completata nel 1894, in essa vennero inserite le due statue di Michele Ramognino, di sant'Ambrogio e sant'Andrea.

Descrizione
Volte, cupola e altare maggiore

Nelle volte della navata centrale sono presenti affreschi dei fratelli genovesi Giovanni Battista e Giovanni Carlone, raffiguranti Storie della vita di Cristo e della Vergine, autori anche del Trionfo del nome di Cristo nella cupola principale, soggetto consueto delle chiese gesuite. Giovanni Carlone è autore nel 1624 di quelli sulle volte del presbiterio, del transetto e della navata, e Giovanni Battista Carlone degli affreschi raffigurante gli Evangelisti nei peducci della cupola. Le quattro grandi statue sono invece opera dello scultore Francesco Biggi.

Sull'altare maggiore sono collocate diverse opere pittoriche quali la tela raffigurante la Circoncisione dipinta dal pittore fiammingo Peter Paul Rubens databile al 1608, durante il suo primo soggiorno genovese, affiancata dalle lunette con la Strage degli Innocenti di Giovanni Battista Merano e la Fuga in Egitto di Domenico Piola. I candelabri in bronzo sono di Annibale Busca e fra le colonne le statue dei santi Pietro e Paolo di Giuseppe Carlone.

Le navate e la cantoria
Navata destra

Nella prima cappella della navata destra è presente un affresco - nella cupoletta - di Giuseppe Galeotti con decorazioni di Pietro Cavatorta e il dipinto raffigurante Sant'Ambrogio caccia l'Imperatore Teodosio I di Giovanni Andrea De Ferrari, discepolo di Bernardo Strozzi; nelle nicchie statue di san Carlo Borromeo e di Sant'Ambrogio di Giovanni Domenico Casella detto Scorticone.

Nella seconda cappella, della famiglia Raggio, nella cupoletta si trova un affresco di Lorenzo De Ferrari e la tela ritraente La Crocefissione, opera caravaggesca del francese Simon Vouet del 1622; nelle lunette dell'arco esterno, affreschi sempre del Carlone; nelle nicchie l'Ecce Homo e il Cristo Redentore, statue della scuola del Carlone. Sotto la mensa dell'altare è presente un presepio, capolavoro del genovese Tommaso Orsolino.

Nel grande arco della terza cappella, patrocinata dalla famiglia Durazzo, vi sono affreschi del pittore Lorenzo De Ferrari e la celebre tela di Guido Reni, databile al 1616 e raffigurante L'Assunzione della Vergine; nelle nicchie David e Saul di Carlone 1677.

Navata sinistra

Nella quarta cappella è presente il dipinto raffigurante il Martirio di sant'Andrea di Teramo Piaggio e Antonio Semino del 1532.

La terza cappella custodisce l'opera Miracoli di Sant’Ignazio di Loyola, commissionata secondo il lascito testamentario di Nicolò Pallavicino a Pieter Paul Rubens, che la realizzò ad Anversa nel 1620, raffigurante il Santo fondatore dei gesuiti che guarisce un'ossessa e resuscita un fanciullo.

Nella seconda cappella il Martirio di san Giovanni Battista, affresco di Bernardo Castello, il Battesimo di Cristo del pittore Domenico Passignano e le statue raffiguranti Elisabetta e Zaccaria di Taddeo Carlone. Nella prima cappella sono inoltre presenti affreschi di Lorenzo De Ferrari e san Francesco Borgia di Andrea Pozzo.

Cantoria

sculture dei fratelli Santacroce; organo di Mascioni, con riutilizzo del materiale fonico di Jacopo Hermans

altre opere di:

Domenico Fiasella

Valerio Castello (affreschi nella cappella di testa a sinistra)

Servizi religiosi

Nella residenza annessa sono ospitati attualmente alcuni membri anziani dell'Ordine dei Gesuiti, che offrono un servizio continuo per la celebrazione della Riconciliazione.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Matteotti
Orari
Mo off; Tu-Su 08:30-12:30,17:00-19:15; PH 08:30-12:45,17:30-19:45,20:30-21:45
Telefono
+39 010 8078814
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.chiesagesugenova.org

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Baldassarre Lomellini

Palazzo · Genova

Palazzo Baldassarre Lomellini

Il palazzo Baldassarre Lomellini, detto anche palazzo di Cristoforo Spinola o palazzo Campanella, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 12, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Baldassarre Lomellini (530 parole)
Storia

Fu costruito a partire dal 1562 per Baldassarre Lomellini, banchiere presso re Filippo II di Spagna, su progetto di Giovanni Ponzello, "architetto camerale" di Genova e progettista di Palazzo Tursi, appartenente a Niccolò Grimaldi, suocero di Baldassarre. Andrea Semino ne affrescò i saloni con storie romane. Dell'originale facciata cinquecentesca sopravvive oggi solo il portale in marmo bianco di Taddeo Carlone, che reca l’iscrizione «venturi non immemor aevi». Il suo aspetto originario è testimoniato dalle incisioni del Rubens del 1622.

Il palazzo cambiò proprietà già a fine Cinquecento, passando dapprima nelle mani della famiglia Salvago per pervenire poi nel 1772 nelle mani del Marchese Cristoforo Spinola, ambasciatore della Repubblica di Genova in Francia, che ne commissionò la ristrutturazione al genovese Emanuele Andrea Tagliafichi coadiuvato dal celebre architetto francese Charles De Wailly, per aggiornarne l'aspetto secondo il nascente gusto neoclassico. L'intervento, realizzato a partire dal 1773, portò alla realizzazione del sobrio e rigoroso atrio, del cortile porticato che sostituì l'originario giardino, e della terrazza sovrastante, ornata da padiglioni classicheggianti. L'opera più celebre fu tuttavia il cosiddetto Salone del Sole, magniloquente capolavoro di architettura e decorazione, ispirato alla reggia di Versailles alla quale il De Wailly aveva lavorato. Il suo aspetto fu documentato da quattro incisioni di Louis Jean Desprez incluse nelle tavole della voce "Architecture" dell'Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers de Denis Diderot et d’Alembert, e divenne fra una delle mete più prestigiose del Grand Tour, ricordato da Stendhal e Flaubert. Il salone fu sventrato dai bombardamenti del 1942, e in seguito quanto rimaneva delle originali decorazioni fu rimosso e non più ricostruito.

Dopo un decennio di lavori, che portarono all'ampliamento dell'ala ovest ed un rinnovato decoro interno di gusto francese, lo Spinola, trasferitosi in Francia, vendette l'edificio al marchese Domenico Serra. Nel 1917 fu acquistato poi dall'armatore Tito Campanella che vi stabilì i propri uffici e ne abitò il secondo piano nobile.

Descrizione

Oggi è aperto al pubblico il primo piano, dove è possibile ammirare, al Primo piano nobile, la sala detta degli zecchini con gli affreschi del Semino raffiguranti Storie di Scipione da Tito Livio (nella volta, la Continenza di Scipione, a sud, Incendio delle navi cartaginesi, ad ovest, Scipione alleato di Massinissa incendia gli accampamenti dei Cartaginesi e di Siface e Scipione sconfigge i Cartaginesi ai Campi Magni e fa prigioniero Siface, a nord, Scipione rifiuta i doni, infine, ad est, Scipione dopo la presa di Cartagena onora con corone Tiberilio e Digizio e con quella d’oro l’ammiraglio Caio Lelio e Scipione incontra Annibale prima della battaglia di Zama). Al secondo piano, sopravvive una stanza con affreschi di Giovan Battista Castello "il Bergamasco" raffiguranti Storie di Enea e Didone, e una stanza di gusto romantico realizzata agli inizi dell'Ottocento da Michele Canzio.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Gio Agostino Balbi

Palazzo · Genova

Palazzo Gio Agostino Balbi

Il palazzo Gio Agostino Balbi è un edificio storico italiano, sito in via Balbi 1, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Gio Agostino Balbi (445 parole)
Storia e descrizione

L'architettura del palazzo, ritenuta il tratto d'unione tra i modelli residenziali di Strada Nuova e le soluzioni compositive di via Balbi fu concepita dall'architetto Bartolomeo Bianco per Gio. Agostino Balbi all'inizio del XVII secolo. Le sue capacità tecniche risposero in pieno alle esigenze del committente che richiese una planimetria tradizionale a "U", nonostante un'area triangolare difficile da aggredire.

Elemento architettonico forte della composizione è il nucleo delle scale divergenti sul cortile, separato dallo scalone monumentale: un vero e proprio percorso coperto dalle stanze al piano dei mezzanini. Caratteristico è anche l'utilizzo degli spazi esterni che si suddividono a levante e a ponente, consentendo una graduale vista dei giardini pensili lungo la strada.

Fu iscritto nel Rollo del 1664 al primo Bussolo, la categoria più alta, destinata ad ospitare cardinali, principi, viceré e governatori. I problemi finanziari costrinsero il nuovo proprietario, Bartolomeo Balbi, ad affittare una parte del palazzo a Giuseppe Maria Durazzo e nel 1710 a cederlo per intero a Marcello Durazzo.

A partire dal 1735, le sale del piano nobile furono decorate da Giacomo Antonio Boni, Giuseppe Davolio, Paolo Gerolamo Piola e Francesco Maria Costa. Nel 1774 l'architetto Emanuele Andrea Tagliafichi fu incaricato di ridefinire l'area a monte dell'edificio. Anche in questo intervento la chiave della composizione si ritrova nell'elemento distributivo verticale con l'ideazione di un imponente scalone su due audaci rampe a sbalzo, con una scelta nuovissima per la cultura genovese dell'epoca, molto vicina alla cultura d'oltralpe.

La dimora genovese ospita una delle più importanti quadrerie private italiane, con opere di Tiziano, Albani, Brueghel dei Velluti, Carracci, Valerio Castello, Domenichino, Van Dyck, Grechetto, Giordano, Guercino, Magnasco, Mulinaretto, Piola, Procaccini, Reni, Ribera, Rubens, Strozzi. Possiede inoltre un archivio monumentale che raccoglie le carte di molte parentele che hanno pesato sulla storia di Genova; mentre la biblioteca e la raccolta di manoscritti volute da Giacomo Filippo Durazzo nel XVIII secolo sono state di recente trasferite nel palazzo Durazzo Pallavicini di Luccoli - appartenne alla famiglia Durazzo alla stessa stregua del palazzo Reale, ubicato anch'esso in via Balbi e principale dimora della famiglia, venduto da Marcello Durazzo al re Carlo Felice nel 1824 e divenuto Museo Statale, del palazzo Durazzo alla Meridiana, ultima dimora della famiglia Durazzo, alla villa Durazzo-Centurione di Santa Margherita Ligure, proprietà comunale e di molti altri edifici appartenuti al casato genovese.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo della Borsa

Palazzo · Genova

Palazzo della Borsa

Il Palazzo della Nuova Borsa Valori è un edificio storico di Genova, sito in piazza De Ferrari, noto anche come Palazzo della Borsa.

Realizzato dagli ingegneri Dario Carbone e Amedeo Pieragostini, ha un'architettura che ricalca lo stile neo-cinquecentesco, mentre gli interni, opera di Adolfo Coppedè, si ispirano allo stile Liberty.

Leggi tutto su Palazzo della Borsa (905 parole)

L'architettura e le decorazioni dovevano rendere evidenti la potenza finanziaria che il mercato genovese, per l'elevato volume di affari, esprimeva agli inizi del '900, quando era la prima borsa italiana.

Storia
La borsa prima del Palazzo della Nuova Borsa

Genova ha un'antica storia per l'attività degli scambi commerciali. Nell'età medioevale e dei comuni, gli scambi avvenivano nella Piazza di Banchi, così detta per via dei banchi installativi da mercanti, notai, e cambiavalute. Nel 1700 l'attività e le contrattazioni ebbero come luoghi gli scagni privati, a Palazzo San Giorgio e sempre a Piazza Banchi. Nel 1822 fu istituita dalla Camera di Commercio una commissione per fissare in base alla media dei prezzi contrattati i cambi tra Genova e le più importanti piazze commerciali europee. Il 1840 vide dopo il restauro della Loggia di Banchi l'edificio dedicato alle contrattazioni di Borsa con un primo regolamento camerale, col 1845 si ebbe il primo listino il Corso dei cambi con le quotazioni di titoli di stato e delle azioni. Nel 1855, viene ufficializzata da un decreto di Cavour la nascita della Borsa di commercio nella Loggia di Banchi e nel Palazzo Senarega amministrata dalla Camera di Commercio di Genova, in cui erano gli operatori i sensali e gli agenti di cambio autorizzati, che fecero erigere un monumento a Cavour nella Loggia dallo scultore Vincenzo Vela, poi distrutto nel 1942 da un bombardamento.

Il 27 giugno 1905 nacque la società Nuova Borsa per la costruzione del palazzo che costò sette milioni di lire dell'epoca.. Nel 1912, la Borsa delle Merci rimase nella Loggia di Banchi, ove resterà sino al 1985, mentre la Borsa Valori si trasferì in Piazza De Ferrari, nel nuovo palazzo, appena costruito. Venne inaugurato il 20 luglio 1912. Fu evento di rilevanza nazionale. Durante le tre giornate furono presenti agenti di cambio da tutto il paese in cui le borse si fermarono per tre giorni e Francesco Saverio Nitti ministro dell’agricoltura, industria e commercio del quarto governo Giolitti, Francesco Tedesco, ministro del tesoro e Teobaldo Calissano, ministro delle Poste e Telegrafi. Tra le altre autorità il marchese Giorgio Doria, in rappresentanza del sindaco Giacomo Grasso, l'allora presidente della camera di commercio Carlo Dané e Nino Ronco, presidente del consorzio del porto e il marchese Giacomo Filippo Durazzo Pallavicini e il presidente del sindacato degli agenti di cambio Giacomo Richini.

La progettazione e costruzione del palazzo

Il palazzo della nuova borsa fu realizzato su progetto di Dario Carbone e per gli interni di Adolfo Coppedè. L'area fu comperata dalla Società Nuova Borsa, al costo di 2 milioni di Lire, nel 1906. L'edificazione del palazzo fu appaltata alla Società AEDES che utilizzò il cemento armato della Società Porcheddu di Giovanni Antonio Porcheddu di Torino con il sistema Hennebique.

Nel 1910, tutta l'area avrà in quegli anni un'importante riqualificazione urbanistica, che ne cambiò l'aspetto e le funzioni. Il vecchio quartiere di Ponticello venne demolito con altri, come sbancata la collina, demolito il convento e la chiesa di S.Andrea e la via del colle (A Chêullia). Nasceranno via Dante i suoi palazzi, la piazza De Ferrari e via XX Settembre il nuovo moderno centro cittadino.

La facciata imponente e monumentale con pilastri a bugnato ed ha una forma arrotondata e rosata in stile neo-cinquecentesco atto per Carbone a esaltare il fasto della committenza. La facciata è rivestita in marmo rosso di Verona e pietra rossastra di Filettole e verso la piazza De Ferrari ha un gigantesco frontone con la scritta Borsa, in colore dorato come le cupole del palazzo.

Fu invece Adolfo Coppedè ad occuparsi dell'architettura degli interni, fratello di Gino Coppedè che a Genova in quegli anni aveva iniziato a diffondere lo stile Liberty e il cosiddetto stile Coppedè che poi sarebbe approdato nella capitale e che lo avrebbe visto ideatore della cittadella dell'Esposizione Internazionale di Genova del 1914.

All'interno è La sala delle grida di 960 m², la più grande in Italia all'epoca in cui venne costruita, attorniata da trentanove scagni per le contrattazioni degli agenti di borsa e banchieri e da diciotto giganteschi candelabri in bronzo, oggi rimasti sedici, alti tre metri e disegnati da Adolfo Coppedé che li volle realizzati dalle Fonderie del Pignone; al centro il Coppedè volle realizzare un grande salone a forma di ellisse con colonne di marmo a sostenere una cupola con un lucernario sul quale sono l'immagine di San Giorgio e il drago, motivo ripreso sulla gigantesca cancellata di ferro lavorato ove appunto sono sempre l'immagine di San Giorgio e il drago. Le finestre rotonde tipicamente in stile Liberty furono dipinte dal pittore fiorentino Salvino Tafanari.

Dagli anni '90 a oggi

Altra sala è la sala del Telegrafo dove era un impianto telegrafico e un servizio telefonico internazionale per gli operatori.

Con l'informatizzazione degli scambi e il passaggio al sistema telematico, la borsa genovese vide l'ultima chiamata alle grida il 28 febbraio 1994 e la Sala delle Grida chiuse il 5 settembre del 1998. Successivamente la Camera di Commercio di Genova con la Fondazione CARIGE realizzarono interventi di restauro.

Dopo la chiusura delle attività borsistiche, la Sala delle Grida è utilizzata come spazio espositivo e attrezzato per lo svolgimento di convegni e mostre, così come gli scagni. che possono essere utilizzati come aree espositive, mentre la Sala del Telegrafo può funzionare da area per catering.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Sopraelevata Aldo Moro

Strada sopraelevata · Genova

Sopraelevata Aldo Moro

La strada sopraelevata Aldo Moro, nota semplicemente come sopraelevata, è una strada urbana di scorrimento di Genova, posta a un'altezza superiore rispetto alla sede stradale ordinaria (caratteristica da cui deriva l'appellativo "sopraelevata"), che congiunge il quartiere della Foce (vicino al centro) al casello autostradale di Genova Ovest.

È classificata tecnicamente come strada urbana mentre la classificazione amministrativa è quella di strada comunale. È percorsa, considerando complessivamente i due sensi, da circa 80 000 veicoli al giorno.

Leggi tutto su Sopraelevata Aldo Moro (906 parole)

È lunga circa 6 km (la sua lunghezza risulta maggiore se si considerano anche le rampe di accesso e uscita) e attraversa, nella sua parte centrale, la zona del porto antico. È intitolata al politico democristiano Aldo Moro, rapito e ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse.

Storia e viabilità
Storia

Tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio degli anni sessanta, la diffusione della motorizzazione di massa e il notevole aumento del traffico veicolare urbano spinsero l'amministrazione genovese a definire le prime ipotesi per una strada sopraelevata destinata al traffico di attraversamento e posta a una quota più alta rispetto alla sede stradale esistente a ridosso dell'arco portuale storico.

Nel febbraio 1961 si insediò la giunta comunale presieduta dal sindaco Vittorio Pertusio, che aveva la costruzione della nuova arteria tra le sue priorità.

La realizzazione dell'opera era già prevista dal piano regolatore generale adottato nel 1956 e fu definitivamente approvata dal Ministero dei lavori pubblici nel 1959 con il documento di pianificazione urbanistica, definendola “strada a traffico veloce”.

Il 31 marzo 1961 il consiglio comunale ratifica la decisione della giunta e decide l'affidamento della progettazione esecutiva e della costruzione alla Società C.M.F. (Società Costruzioni Metalliche Finsider), azienda del gruppo IRI. Il progetto era curato dall'ingegnere Fabrizio de Miranda, con la collaborazione dell'ingegnere Ernesto Pitto. Il collaudo della struttura fu eseguito con quaranta autocarri a pieno carico, portata ritenuta necessaria per testare la resistenza dei 4.600 metri d'asfalto disposti su due carreggiate larghe in tutto sedici metri e sorrette da 210 pilastri.

L'inaugurazione della strada avvenne il 25 agosto 1965. La prima auto imboccò la sopraelevata qualche giorno dopo, il 6 settembre; lo stesso giorno avvenne l'inaugurazione ufficiale, per mano del ministro delle Partecipazioni statali, il sestrese Giorgio Bo, in rappresentanza del governo Moro II.

La gigantesca opera costò un miliardo e 752 milioni di lire dell'epoca, corrispondente a circa 16 500 000 euro del 2008.

Il 18 marzo 1967 venne aperto al traffico il raccordo di collegamento fra la sopraelevata e l'autostrada A7 da e per Milano.

Ne era stato ipotizzato anche un proseguimento a ponente, fino all'aeroporto Cristoforo Colombo. Nel 2014 è stata realizzata la strada sopraelevata Via Guido Rossa, che si collega alla sopraelevata esistente a qualche centinaio di metri di distanza e ne costituisce la prosecuzione fino all'autostrada e alla strada per l'aeroporto.

Viabilità

Sulla sopraelevata è vietato l'accesso ai pedoni, alle biciclette, ai ciclomotori, ai veicoli a braccia e a trazione animale e ai mezzi pesanti. La strada è a due semi-carreggiate e presenta a due corsie per senso di marcia, con limiti di velocità massima di 60 km/h e minima di 40 km/h.

In direzione levante la Sopraelevata ha quattro ingressi nella zona di Sampierdarena: uno direttamente dal casello autostradale di Genova Ovest, uno da via Cantore, uno da via Milano (inaugurato nel 2017) e uno da Lungomare Giuseppe Canepa nella zona di San Benigno; ha uscite in corrispondenza del Porto Antico e della zona di Portoria (tramite un tunnel che taglia in sotterranea il centro cittadino) e infine termina in prossimità della Fiera.

Verso ponente, sempre in prossimità della Fiera, vi sono un accesso raggiungibile da corso Quadrio e piazza Dante ed un'uscita in corrispondenza di Via di Francia (quartiere San Benigno), con una rampa che consente anche l'accesso diretto a Lungomare Canepa, mentre un'altra uscita permette di raggiungere sia Via Cantore sia il casello dell'autostrada A7 di Genova Ovest.

Fino al 1990 era attiva, nella carreggiata in direzione ponente, una rampa di entrata da piazza Cavour, poi demolita per fare spazio alle nuove sistemazioni della zona per le Colombiadi del 1992 (tra cui la realizzazione di un sottopasso che corre sotto Palazzo San Giorgio). Attualmente l'abbozzo di rampa rimasto funziona da piazzola di sosta di emergenza.

Dopo diversi annunci, avvenuti a partire dal 2010, nel marzo 2012 sulla sopraelevata è stato attivato il sistema Tutor per il controllo della velocità.

Percorso
La costruzione

La data ufficiale dell'inizio dei lavori di costruzione della sopraelevata fu il 12 febbraio 1964, giorno della posa del primo pilone. Furono necessarie quindicimila tonnellate di lamiere d'acciaio, settantatremila di calcestruzzo, la demolizione di 300 000 metri cubi di edifici (fra cui alcune palazzine del XVII secolo adiacenti al Palazzo Millo, al porto antico) per far posto alle strutture portanti, che prevedevano 78 000 metri cubi di sbancamenti.

Dopo lunghi studi di fattibilità, portati avanti dall'assessore alle Strade del Comune Ivo Lapi, della realizzazione dell'opera si occupò la CMF-Costruzioni Metalliche Finsider.

La manutenzione

La nuova strada richiese interventi di manutenzione piuttosto presto: nel 1977, appena dodici anni dopo l'inaugurazione, alcuni elementi della struttura in acciaio richiesero una nuova verniciatura, peraltro ampiamente prevista dai manuali di manutenzione.

Nel 1988 fu eseguita la manutenzione straordinaria dei giunti di dilatazione.

La strada è tuttavia rimasta sempre aperta al traffico di decine di migliaia di veicoli al giorno.

Nel corso della sua storia la sopraelevata è stata oggetto di discussioni e spesso anche di polemiche legate all'impatto visivo negativo e all'inquinamento acustico e ambientale che provoca ai numerosi palazzi vicini.

Più volte è stato ipotizzato di demolire la sopraelevata e di sostituirla con un nuovo tunnel sotto il porto o, in alternativa, con un ponte in grado di scavalcare da levante a ponente, fino alla Lanterna, l'intero bacino portuale genovese.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Spinola di Pellicceria

Palazzo italiano · Genova

Palazzo Spinola di Pellicceria

Il palazzo Grimaldi Doria Spinola di Pellicceria, o palazzo Francesco Grimaldi, è un edificio storico italiano, sito in piazza di Pellicceria 1, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Spinola di Pellicceria (394 parole)

Dal 1912 è sottoposto a vincolo di tutela da parte della soprintendenza.

All'interno ospita la Galleria nazionale di palazzo Spinola, eccezionale esempio di dimora barocca genovese che conserva la decorazione, la quadreria e il mobilio originali, oltre a celebri capolavori acquisiti in epoca moderna.

Storia e descrizione

Realizzato per volontà di Francesco Grimaldi nel 1593 su preesistenze medioevali, venne subito inserito nei rolli e citato nella edizione rubensiana. Si affaccia sulla piazza di Pellicceria, pur conservando l'antico accesso sulla piazza inferiore di Pellicceria.

Il palazzo ospitò la famiglia Grimaldi fino al 1641, anno in cui venne ceduto ad Ansaldo Pallavicini (rollo del 1664) per sanare un debito. Unica compravendita nella storia del manufatto, caratterizzata da passaggi ereditari ininterrotti, dai Pallavicino ai Doria ai Tolot e infine agli Spinola agli inizi del XVIII secolo. In tale occasione il palazzo venne sottoposto a una ristrutturazione che riguardò prevalentemente il loggiato al centro dell'edificio e, nella facciata, le quadrature dipinte, sostituite con stucchi rococò.

L'edificio possiede i caratteri propri dei palazzi genovesi tardo cinquecenteschi, riconoscibili nel sistema atrio-scala, nel cortile interno e nel loggiato. Alla maestosità dell'impianto architettonico si affianca lo splendore dei vani interni: di grande interesse sono le volte affrescate dei saloni, in particolare al primo piano La città di Lisbona assediata dall'esercito del duca d'Alba e, al secondo piano Trionfo di Renato Grimaldi e Imprese per l'espugnazione della città di Zierikzee opere di Lazzaro Tavarone, oltre ad altri contributi di Lorenzo De Ferrari. Esemplare, come documento storico del gusto, la vasta quadreria di autori vari, tra cui Luca Cambiaso, Bernardo Castello, Bernardo Strozzi.

Colpito dai bombardamenti alleati su Genova durante la seconda guerra mondiale, perse il terzo piano (ricostruito) e subì danni alle decorazioni del piano nobile e degli appartamenti al secondo piano. Nel 1958 venne donato dai marchesi Spinola allo stato.

Ospita la Galleria nazionale di palazzo Spinola. Per l'adeguamento alla nuova destinazione d'uso si sono resi necessari alcuni lavori di adattamento, come l'installazione di un ascensore nel cortile interno.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Museo d'arte orientale Edoardo Chiossone

Museo d'arte · Genova

Museo d'arte orientale Edoardo Chiossone

Il Museo d'Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova, situato all'interno di Villetta Di Negro, è una delle più importanti collezioni di arte orientale in Europa e la più importante in Italia. Esso conserva l'intera collezione del pittore ed incisore Edoardo Chiossone, nativo di Arenzano (in provincia di Genova) ma che, dopo la gioventù trascorsa a Firenze, passò buona parte della sua vita in Giappone, dirigendo l'Officina imperiale di carte e valori di Tokyo.

== Storia ==

Leggi tutto su Museo d'arte orientale Edoardo Chiossone (2.128 parole)

In tarda età Chiossone divenne - grazie alla sua preparazione e competenza, ed alla stima personale che riscuoteva presso l'élite politica e culturale nipponica - un appassionato raccoglitore e conoscitore d'arte giapponese.

Poté così formare un'importante collezione di circa quindicimila pezzi (poi donata al Comune di Genova), facilitato dall'abbandono in quell'epoca del sistema feudale giapponese, trasformazione che portò al dissesto finanziario di molte famiglie aristocratiche, che misero in vendita oggetti gelosamente custoditi da secoli, di cui Chiossone fece incetta.

La sua raccolta comprese numerose armi e armature, ma anche bronzistica cinese e giapponese, smalti, ceramiche, tessuti, lacche e maschere teatrali.

L'incisore lasciò nel suo testamento le collezioni alla città di Genova, dove giunsero, in un centinaio di casse, nel 1899.

I bellissimi reperti furono esposti dapprima nel Palazzo dell'Accademia in Piazza De Ferrari. Durante gli anni della direzione di Caterina Marcenaro, il Museo D'Arte Orientale Chiossone rientrò nel programma di riorganizzazione del sistema museale cittadino. La Marcenaro seguì da vicino le questioni relative alla conservazione e alla sistemazione delle raccolte della collezione, avviando il progetto per una sede definitiva del museo.

Nel corso degli anni Sessanta fu avviato il progetto per una sede definitiva, l'attuale Villetta di Negro. Il nuovo edificio fu progettato inizialmente da Mario Labò, e successivamente sviluppato da Giorgio Olcese; l'allestimento interno venne affidato a Luciano Grossi Bianchi.

Il Museo aprì al pubblico il 7 maggio 1971, presentando un patrimonio ampliato grazie agli acquisti del Comune, che in quegli anni aveva reperito grandi sculture, soprattutto provenienti dalla Cina e dal Siam.

Nel giro di pochi anni acquisì notorietà mondiale: « il Giappone, nel 1989, chiese in prestito molte opere per una mostra a Tokyo, preludio di quella itinerante nell'anno successivo (quattro mesi: da Tokyo a Kyoto, a Osaka, a Yokohama). Ancora trasferimenti di stampe e dipinti a Londra, per l'esposizione di An Italian in Japan, nell'autunno del 1991 ».

Chiuso dal settembre 2021 per lavori di ristrutturazione, adeguamenti dell'impianto elettrico e di accessibilità, è stato riaperto a fine giugno 2023. È stata anche ristrutturata la terrazza con panorama su Genova.

Collezioni

L’attuale percorso dell’esposizione permanente inizia nel grande salone al piano terra del museo, per proseguire con la Galleria 1 (vetrine 1-9), 2 (vetrine 10-17) e 5 (vetrine 18-23). Lungo questo percorso il visitatore ha modo di conoscere tutti i principali fenomeni della cultura artistica, figurativa e decorativa giapponese nel corso della storia con esemplari di arte Buddhista, archeologia pre- e proto-scientifica, armi ed armature collegate con il secolare governo militare, sviluppo e variazioni delle arti applicate e decorative.

Nelle Gallerie 3 e 4 vengono invece allestite mostre tematiche ed allestimenti temporanei per consentire la rotazione delle opere della collezione normalmente conservate nei depositi. In occasione di queste mostre vengono esposte opere quali dipinti, stampe xilografiche e tessuti, che per loro natura non possono essere esposti in modo permanente.

Arte Buddhista

(Salone; Galleria 1 vetrine 3-7; Galleria 2 vetrine 10-11)

La collezione di arte buddhista del Museo Chiossone è di eccezionale interesse storico ed artistico. È costituita da piccola statuaria in bronzo proveniente dall’VIII al XVIII secolo, sculture bronzee monumentali risalenti al periodo Edo (1603-1868), sculture di modesta dimensione in legno laccato, oggetti liturgici e devozionali, strumenti rituali del Buddhismo esoterico, statue cinesi dal XIV al XVIII secolo e una serie di dipinti Buddhisti (butsuga) presentati nelle esposizioni temporanee.

Le figure rappresentate dalla statuaria presente nell’esposizione permanente si possono riassumere come segue: Nyōrai (Tathāgata), i Buddha che hanno raggiunto l’illuminazione, tra cui il Buddha storico Shaka Nyōrai (Śākyamuni) ed i Buddha trascendentali venerati dalle numerose sette Buddhiste, distinguibili tra loro in base a mudrā (gesti delle mani), pose, sedute e troni; Bosatsu (Bodhisattva), entità perfette che hanno raggiunto l’illuminazione ma posticipato la loro entrata nel nirvana fino a che tutti gli esseri viventi non avranno raggiunto la salvezza, solitamente rappresentati con un aspetto principesco, adorni di gioielli e con i capelli raccolti in un’acconciatura alta sopra la testa; Myō-ō (Vidyārāja), i cinque re guardiani protettori del Buddhismo Shingon, dall’aspetto muscoloso e dinamico, vengono rappresentati con una moltitudine di arti e teste, armati, con un’espressione selvaggia e circondati da un’aura fiammeggiante; Shitennō (Lokapāla), i “re guardiani dei quattro punti cardinali” o “Quattro Re Celesti”, protettori del cosmo dal male, sono spesso ritratti in armatura mentre calpestano un demone, con espressione irosa e in pose molto dinamiche; Ten (Deva), divinità Induiste assimilate nel pantheon Buddhista in qualità di divinità guardiane.

Per quanto riguarda gli oggetti liturgici e rituali, la collezione Chiossone può annoverare una gamma che spazia dalle più comuni decorazioni per altare, quali brucia incensi, candelabri e vasi da fiori, agli astucci metallici per contenere i sutra, campane bronzee, gong di vario tipo, lampade e lanterne. Nella vetrina 5 è esposto un corredo di articoli rituali utilizzati dai seguaci dello Shugendō, una setta sincretica incentrata sulle pratiche eremitiche tra le montagne, che include i Mikkyō-hōgu, strumenti liturgici impiegati nei templi del Buddhismo Esoterico Mikkyō: campanella (kenchi), "fulmine-diamante" (katsuma, vajra), "ruota della legge" (rinbō, cakra), incensiere (kasha), serie di sei ciotole (rokki) e vaso da fiori (kebyō).

Preistoria e protostoria

(Galleria 1, vetrine 1-2)

Nella vetrina 1 sono esposti oggetti in pietra lavorata risalenti al Paleolitico e Neolitico, tra cui anche delle asce, e importanti ritrovamenti archeologici dei periodi Yayoi e Kofun. Tra questi, la Punta di lancia rituale in bronzo Yayoi (dōhoko) è un reperto proveniente da Kurume (Fukuoka), mentre la Campana rituale in bronzo con disegni di spirali d’acqua, il cui sito d’origine è sconosciuto, appartiene ad una rara tipologia della regione di Yamato.

Alcuni pezzi provenienti da corredi funerari principeschi del Periodo Kofun, come la Bardatura equestre a forma di anello a tre sonagli, i Quindici gioielli a forma di virgola (magatama) in pietre semipreziose e la Collana di gioielli tubolari in diaspro verde mostrano evidentissime affinità con oggetti rinvenuti nel 1873 a Eta Funayama, nella famosa sepoltura a tumulo (kofun) di Waka Takeru, dell’Imperatore Yūryaku (secoli V-VI d.C.).

Di particolare importanza è poi un pezzo appartenente alla selezione di specchi della collezione Chiossone, esposto nella vetrina 2: lo Specchio a semicerchi e quadrati con quattro animali, dieci divinità buddhiste e quattro bugnette, che presenta un raro accostamento di simboli taoisti e buddhisti. Databile tra il V e il VI secolo, fu donato a Edoardo Chiossone nel 1881 da Saisho Atsushi, Prefetto di Ōsaka, come simbolo di rispetto e amicizia e un esemplare identico, scavato presso il tempio Kongōrin-ji di Ōsaka, è custodito nel Museo Nazionale di Kyōto e figura nella lista nazionale giapponese degli Importanti Beni Culturali (jūyō bunkazai).

Armature, armamenti, spade, equipaggiamento equestre e militare dell’aristocrazia guerriera

(Galleria 1, vetrine 8-9; galleria 5, vetrine 18-23)

Nella collezione Chiossone sono presenti spade, armi, selle, (Galleria 1, vetrina 9), elmi e maschere da guerra (Galleria 1, vetrina 8) corazze e armature (Galleria 5).

Nella vetrina 9 sono esposti vari esemplari di spada giapponese: la jōkotō, prima tipologia di spada dell’epoca arcaica, lunga, diritta e ad un solo taglio (hira zukuri), ritrovamento proveniente dalle tombe a tumulo del Periodo Kofun (ca. 300-710); la spada lunga (tachi) leggermente curvata ed accompagnate da una spada corta (kodachi) o pugnale (tantō), in uso dall'XI al XV secolo; la katana, più corta rispetto alla tachi e accompagnata da una lama corta detta wakizashi.

La galleria 5 è completamente dedicata all’armatura giapponese: le dodici armature esposte ne rappresentano le principali tipologie dal XVI al XIX secolo. Complete, fornite di armi, elmi e maschere da guerra, sono montate su manichini di legno articolabili fabbricati appositamente.

Nelle vetrine 8 e 9 sono collocati due elmi, una maschera (somenpo) raffigurante il volto di un karasutengu (creatura fantastica giapponese dall’aspetto di uomo-uccello) e un ventaglio da guerra, foderi per spada, selle e staffe in legno laccato e metallo, un morsetto per cavalli e tre spade.

Arti applicate

(Galleria 2, vetrine 12-17)

Le vetrine espositive dalla 12 alla 17 sono dedicate alle arti applicate e vi sono esposte maschere di teatro nō e bugaku (vetrine 12-13), smalti cinesi e giapponesi (vetrina 14), porcellane giapponesi da Arita, Hirado, Kutani, Satsuma e Seto (vetrina 15), lacche cinesi e giapponesi (vetrina 16) e netsuke e sagemono (vetrina 17).

Le maschere teatrali giapponesi sono frutto dell’arte e del talento di scultori specializzati: piuttosto piccole e modellate in modo da ottenere svariati effetti espressivi sfruttando il gioco di luci e ombre, sono tratte da un unico pezzo di legno, solitamente di cipresso, dipinto con lacche e pitture policrome. Possiamo dividere le maschere dei drammi nō (nōmen) presenti nella collezione Chiossone in alcune categorie principali: Okina, tipo d’uomo anziano e venerabile; Kishin, orco oni o demone; Jō, divinità in aspetto di vecchio; Onna, donna; Otoko, uomo e Onryo, fantasma o spirito. Le maschere del kyōgen, farsa basata su dialoghi satirici o amorosi, a differenza delle nōmen presentano tratti ambigui e grotteschi (vetrina 12). Nella vetrina 13 troviamo la maschera di Ran Ryō-ō, tipico soggetto del bugaku, sintesi di musica e danze d’origine cinese.

Nella vetrina 14 sono esposti smalti cloisonné cinesi tipici del periodo Ming (1368-1644) e Qing (1644-1912). In Giappone la manifattura degli smalti si sviluppò più tardi e durante il periodo Edo veniva eseguita soltanto su oggetti di piccole dimensioni, come elementi della spada (vetrina 9) o complementi ornamentali di architettura e arredamento, come il servizio rituale per l’altare domestico (mitsu-gusoku), esposto nella vetrina 14.

Nella vetrina 15 è visibile una collezione di ceramiche e porcellane giapponesi della più pregiata fattura, da Arita, Hirado, Kutani, Satsuma e Seto.

Proseguendo alla vetrina 16 il visitatore può trovare una varietà di lacche cinesi e giapponesi. Tecnica tipicamente cinese è la lacca intagliata (tihong), come lo stipetto in lacca rossa decorato con motivi a “pomolo di spada” (jianhuan), mentre la lacca d’oro makie, letteralmente "pittura cosparsa", è la tecnica giapponese per antonomasia: ne è un esempio la scatola da scrittoio (suzuribako) con pino solitario su una roccia nel mare in tempesta.

La lacca (urushi) era utilizzata anche per realizzare i complementi dell'abbigliamento maschile che troviamo nella vetrina 17, detti sagemono. I sagemono, lett. “oggetti da appendere”, erano legati al vestiario e alla moda del periodo Edo (1603-1868) e in particolare all'uso del kimono maschile. In assenza delle tasche, per portare sempre con sé piccoli oggetti e materiali di consumo, venivano custoditi in piccoli contenitori e appesi alla cintura obi. Si trattava di astucci portapillole (inrō) e portapipa (kiseruzutsu), borsette o scatolette da tabacco (tabako-ire), piccoli calamai portatili (yatate), borsellini portamonete (kinchaku) e boccette di profumo (nioibin). L'inrō, il sagemono più importante, è un piccolo astuccio costituito da un corpo ligneo rivestito e decorato in lacca (urushi). Solitamente rettangolare, l'inrō è strutturato in alcuni scomparti sovrapposti, incastrati perfettamente l'uno sull'altro. Gli scomparti devono potersi aprire e chiudere singolarmente, senza essere separati e sono tenuti insieme da un cordoncino di seta (himo). Uno scorsoio (ojime) consente di allentare o stringere il cordoncino secondo necessità, per schiudere o serrare gli scomparti. All'estremità superiore del cordoncino viene legato il netsuke, un ciondolo che assicura l'astuccio alla cintura ed è al contempo elemento ornamentale, realizzato principalmente intagliando avorio o legno. Queste sculture in miniatura, di cui è esposta una ampia selezione nella vetrina 17, possono rappresentare i soggetti più disparati: animali, piccoli oggetti, figure umane, creature del folklore, maschere teatrali, divinità.

Esposizioni temporanee

(Gallerie 3 e 4)

Fino al 1994 adibite all’esposizione permanente di dipinti giapponesi, queste due gallerie sono state rinnovate con nuove attrezzature espositive donate dalla Fondazione Banca Carige nel 2001. Qui possono essere esposte opere quali dipinti su carta e seta e stampe xilografiche policrome e tessili, la cui presentazione al pubblico è necessariamente ridotta a brevi periodi a causa della fragilità ed estrema sensibilità alla luce dei materiali, esposte a rotazione e durante mostre speciali.

La collezione di dipinti di Edoardo Chiossone include opere delle scuole classiche Kanō e Tosa, ma anche Rinpa, Torii, Maruyama, Shijō e Bunjinga. La sezione più popolare è però quella costituita dalle opere ukiyoe, di cui fanno parte dipinti (nikuhitsu ukiyo-e), libri illustrati (ehon), e stampe policrome con matrice in legno (nishikie hanga). Nella collezione sono presenti dipinti e stampe dei più famosi artisti ukiyoe: Suzuki Harunobu, Isoda Koryūsai, Torii Kiyonaga, Kitagawa Utamaro, Tōshūsai Sharaku, Utagawa Kunisada, Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige. Dal 23 giugno sino al 24 settembre 2023 è esposta l'opera Vaso d'acqua di Ōki Izumi in una mostra temporanea dedicata all'Acqua, elemento importante per la cultura del Giappone, terra in cui scorre abbondante grazie alle catene montuose e celebrata in numerose cerimonie e feste.

Curiosità

Ambientato all'interno del Museo e collegato ai suoi reperti, è il racconto di Amedeo Benedetti Urga, l'Alighieri mongolo.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazzale Giuseppe Mazzini 4
Orari
Tu-Fr 09:00-19:00; Sa,Su 10:00-19:30; Mo off
Telefono
+39 010 542285
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.museidigenova.it

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Lercari-Parodi

Palazzo · Genova

Palazzo Lercari-Parodi

Il palazzo Lercari-Parodi, o palazzo Franco Lercari, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 3, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Lercari-Parodi (518 parole)

Dal 1941 è sottoposto a vincolo di tutela da parte della soprintendenza.

Storia

Fu fatto erigere a partire dal 1571 da Franco Lercari, facoltoso banchiere, che occupò la carica di governatore della Repubblica Genovese negli anni settanta del Cinquecento e fu committente anche di Villa Lercari a Sampierdarena e della Cappella Lercari nell'abside della Cattedrale di San Lorenzo. Nel 1586 Franco Lercari lasciò, con l'obbligo di assumere anche il cognome Lercari, tutto il suo patrimonio a Francesco Maria Imperiali di Francavilla. L'ultima discendente degli Imperiali Lercari fu Maria Luigia che sposando il marchese modenese Lodovico Coccapani, in seguito Coccapani Imperiali, portò il palazzo in dote. I discendenti Ercole e Lodovico Coccapani Imperiali nel 1845 lo vendettero al banchiere Bartolomeo Parodi, la cui famiglia ne è ancora proprietaria..

Descrizione

Il palazzo, di cui non si conosce il progettista, si differenzia dagli edifici della Strada Nuova. La parte inferiore della facciata è decorata a bugnato a punta di diamante, mentre i piani superiori risultavano all'origine alleggeriti da una serie di logge aperte, poi chiuse da vetrate e murate all'inizio dell'Ottocento, come si vede dalle incisioni di Rubens nell'edizione dei Palazzi di Genova del 1652.

Sempre nella facciata ha particolare rilievo il portale retto da due telamoni con nasi mozzi, opera di Taddeo Carlone, che qui rievoca l'atroce leggenda di Megollo Lercari, antenato del committente, vendicatosi dei suoi nemici mutilandoli di nasi e orecchie.

Primo Piano

Salendo al primo dei due piani nobili si trovano, nella loggia, entro due nicchie, i busti di Franco Lercari e della moglie Antonia De Marini opera di Taddeo Carlone, dell'imperatore Carlo V d'Asburgo e del re di Spagna Filippo II. La decorazione ad affresco, della fine del Cinquecento, è dovuta a Lazzaro Calvi, aiutato dal fratello Pantaleo, con ariosi paesaggi alle pareti e, nella volta, scene militari ispirate alla storia romanaː La Sfida tra Orazi e Curiazi, Curzio Rufo, Orazio Coclite. Altri salotti del primo piano sono affrescati dai calvi con Episodi Biblici. La sala di maggior pregio del primo piano è affrescata da Luca Cambiaso con le Storie di Niobe sulla volta.

Secondo Piano

Nella loggia, della decorazione originaria sopravvive soltanto nella volta la Gigantomachia di Ottavio Semino, autore anche delle Storie bibliche di Re David, mentre le Storie Bibliche della Sala del Moltiplico Lercari sono dei Calvi.

Nella volta del salone del secondo piano nobile si trova un celebre capolavoro del manierismo genovese: l'affresco di Luca Cambiaso che raffigura L'impresa di Megollo Lercari della costruzione del fondaco dei genovesi a Trebisonda, ossia le costruzioni necessarie per condurre i commerci nella colonia genovese sul mar Nero. L'affresco, attorniato da Antenati illustri dei Lercari, vuole al tempo stesso ricordare la costruzione del palazzo Lercari in Strada Nuova, fornendo così un'idea dell'aspetto della via negli anni della sua apertura.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Lomellini-Doria Lamba

Palazzo · Genova

Palazzo Lomellini-Doria Lamba

Il palazzo Lomellini-Doria Lamba, o palazzo Stefano Lomellini, è un edificio storico italiano, sito in via Cairoli 18, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Lomellini-Doria Lamba (253 parole)
Storia e descrizione

Il palazzo di Stefano Lomellini fu incluso nei rolli di Genova dal 1588 al 1664; era però soltanto il nucleo dell'attuale edificio, che fu ristrutturato ed ampliato dall'architetto Gregorio Petondi nel 1776 per Gian Tommaso Balbi. Fu proprio il contemporaneo tracciamento di Strada Nuovissima (1778-1786, poi via Cairoli), per opera dello stesso Petondi, con ingresso dalla salita dei Forni (poi largo Zecca), attraverso l'annessione di due lotti edificati che accrebbe il palazzo alle attuali dimensioni, ottenendo un doppio affaccio su via Lomellini e sulla nuova strada. In tale occasione fu munito di doppio ingresso (via Cairoli 18-via Lomellini 19), così come l'edificio attiguo di proprietà di Marco Lomellini, e ne furono disegnate le facciate moderne. Così l'architetto sceglie una soluzione distributiva scenografica e complessa, che collega i due atrii e gli ambienti dei piani superiori, «rinnovando i fasti di quell'architettura continua delle scale che si era inventata a Genova nel XVI secolo, che Bartolomeo Bianco aveva moltiplicato nei palazzi di via Balbi».

Il palazzo, dove nel 1798 esisteva ancora la loggia dell'"albergo" Lomellini, è oggi di proprietà della famiglia Doria Lamba e sede di uffici e abitazioni.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.irolli.it

La voce completa su Wikipedia

palazzo Pallavicini-Cambiaso

Palazzo · Genova

palazzo Pallavicini-Cambiaso

Il palazzo Agostino Pallavicino, o palazzo Pallavicini-Cambiaso, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 1, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su palazzo Pallavicini-Cambiaso (362 parole)
Storia e descrizione

Fu quasi certamente il primo palazzo costruito in Strada Nuova (via Garibaldi). Originariamente costruito a partire dal 1558, per conto di Agostino Pallavicino (+1575), ambasciatore alla corte di Spagna, fratello di Tobia Pallavicino che negli stessi anni commissionò il palazzo al civico 4 di Via Garibaldi, noto come Palazzo Tobia Pallavicino. Fra i figli di Agostino, particolare importanza ebbe Niccolò Pallavicino, che ospitò Rubens durante il suo soggiorno a Genova, e gli commissionò alcuni dei maggiori capolavori del periodo genovese, fra cui il proprio ritratto ed il celebre Ritratto di Maria Serra Pallavicino, sua moglie. Il palazzo, incluso nell'edizione di Rubens dei Palazzi di Genova del 1622, passò in proprietà alla famiglia Cambiaso all'incirca a metà del Settecento.

Il progettista fu Bernardino Cantone, collaboratore di Galeazzo Alessi nella sistemazione di Piazza delle Fontane Marose e nell'apertura di Strada Nuova.

Il prospetto dell'edificio, assai elegante, presenta un paramento a bugnato di pietra grigia che fa risaltare il marmo bianco delle zoccolature, nel quale bene si inquadra una edicola votiva settecentesca. Il portale è decorato con un fregio a bucrani di stile manierista.

Fra le pregevolezze dell'edificio - di dimensioni relativamente modeste ma valorizzato dalla diretta ubicazione sulla via e sulla vicina piazza delle Fontane Marose - sono da segnalare, nel salotto del piano nobile, la scena del Ratto delle Sabine e, nel salone grande, la Storia di Amore e Psiche, entrambi dipinti dai pittori genovesi Andrea ed Ottavio Semino.

Una curiosità: l'edificio, iscritto subito nei Rolli di Genova, subì un declassamento - dal Rollo del 1577 a quello del 1588 - dalla prima alla seconda categoria, per tornare alla prima con il Rollo successivo, il terzo, quello del 1599, e da allora per rimanervi in tutti i successivi.

Il palazzo, situato al civico n. 1 della via, è di proprietà di un istituto di credito bancario.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Torre degli Embriaci

Torre · Genova

Torre degli Embriaci

La Torre dei Castro, erroneamente chiamata Torre degli Embrìaci, è un'antica torre e palazzo del centro storico di Genova, costruita dalla nobile famiglia dei Castro, anche se erroneamente attribuita agli Embriaci. Situata nella zona più antica di Genova, quella dove sorgeva il "Castrum" che diede nome al quartiere di Santa Maria di Castello. Con 41 metri d'altezza è l'unica delle numerosi torri dell'attuale centro storico di Genova ad essere stata risparmiata dall'editto del 1196 che volle il taglio a 20 metri di tutte le torri cittadine.

== Storia ==

Leggi tutto su Torre degli Embriaci (740 parole)

La costruzione della torre è attribuita dalla storiografia genovese al celebre Guglielmo Embriaco che, assieme alla flotta del fratello Primo de' Castro, si distinse nella conquista cristiana di Gerusalemme del 1099. Recenti studi hanno identificato la vera torre degli Embriaci in Piazza di Santa Maria in Passione e attribuito il palazzo-torre del Castello alla nobile famiglia dei Castro (anche Castello).

La costruzione della torre può essere collocata al principio del XII secolo. La massiccia struttura in grossi blocchi di pietra bugnata, alta 41 metri, presenta sottili feritoie nelle cortine murarie per l'illuminazione e alla sommità è coronata da una triplice cornice di archetti pensili sempre più aggettanti. Il motivo degli archetti pensili su mensole in pietra, sormontato dalla cornice a dente di sega, si trovava in quasi tutte le chiese dell'epoca, ma la sua ripetizione in ordini sovrapposti è senza dubbio originale. In modo analogo si coronarono altre torri di cui unico esempio completo, però duecentesco, è nella torre degli Spinola in piazza Caricamento. Potrebbe supporsi che il materiale impiegato provenisse dagli avanzi della prima cerchia di mura (post 864), ormai abbandonata, che correva poco lontano, mentre la tecnica era sempre la medesima usata nell'alto medioevo sul modello di quella tardo-romana. In città altre torri medievali in pietra, ormai mozzate in sommità, si trovano in Via di Canneto il Lungo, Vico Dietro il Coro di San Luca e nelle vicinanze del porto. La Torre dei Castro è infatti una delle poche sopravvissute ad un'ordinanza del 1196 che impose la riduzione dell'altezza di tutte le torri cittadine ed inoltre è una fra le poche, connotate politicamente, risparmiate dai periodici cambi di governo. Infatti, il podestà Drudo Marcellino ordinò che nessuna torre potesse superare l'altezza di 80 palmi (circa 20 metri). Mentre tutte le altre torri (ben 66 in tutta Genova fino al XIII secolo, 33 alla fine del XV secolo) vennero mozzate, una lapide posta alla sua base ricorda che la Torre - alta 165 palmi - fu risparmiata. La torre fu sottoposta nel 1926 ad un restauro integrativo (Orlando Grosso) della parte terminale e che vide l'aggiunta erroneamente della merlatura guelfa.

Federico Alizeri asserisce di non sapere se la famiglia costruì la torre per difesa personale o se, semplicemente, fosse congiunta alle mura, servendo da difesa pubblica «certo è ch'ella levasi in alto per 165 palmi […] e da imo a sommo (ch'è cosa mirabile) costrutta di pietre vive e partita d'archetti in più ordini, con magistero sì diligente e sottile, quanto non troveresti per avventura in altro monumento di quell'età».

Federico Alizeri narra che, nel 1196 Drudo Marcellino, podestà di Genova, diede ordine che le torri non superassero gli 80 palmi d'altezza e che quelle già esistenti, violanti il suo ordine, venissero ridotte all'altezza decisa. La Torre venne risparmiata secondo Alizeri «o per rispetto all'illustre casato, o per pietà del singolar monumento» (credendo che se trattava dal casato degli Embriaci).

Di questo fatto tien conto una lapide murata al fondo nel 1869 per cura della fu nobildonna Ludovica Brignole-Sale […] nella cui proprietà si condusse ultimamente la torre, passata per correr di secoli dagli Castro nei Cattanei, e da questi nei Sale.

Palazzo Giulio Sale

Il palazzo Giulio Sale, anche conosciuto come palazzo Brignole Sale, è oggi suddiviso in unità abitative al civico numero 5 di piazza Embriaci, era originariamente identificato come domus con torre della famiglia Embriaci, il palazzo venne ceduto ai Cattaneo (1514). Nel 1583 fu acquistato da Giulio Sale che lo ristrutturò due anni dopo, secondo i canoni contemporanei. Dopo il 1607 il palazzo passò a Gio. Francesco Brignole I (Doge di Genova nel 1635 - 1637) che vi apportò le trasformazioni leggibili nella fisionomia attuale. Oltre ad una quadratura esterna, di cui rimangono pochi segni, vi sarebbero ancora affreschi attribuiti a Giovanni Andrea Ansaldo. Nel 1616 si verificò il primo intervento di sopraelevazione, a partire dal 1680 inizia il progressivo declino della costruzione che rimase proprietà dei Brignole Sale fino al 1869, anno in cui passò ai Melzi d'Eril. Del complesso, la cui leggibilità architettonica fu compromessa alla fine del XIX secolo con la suddivisione in unità abitative indipendenti, l'elemento più monumentale rimane la torre

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Belimbau

Palazzo · Genova

Palazzo Belimbau

Il palazzo Belimbau, detto anche palazzo Antoniotto Cattaneo o Palazzo Francesco De Ferrari, è un edificio storico italiano, sito in piazza della Nunziata 2, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Belimbau (1.189 parole)
Storia

Il palazzo fu inizialmente edificato da Antoniotto Cattaneo, appartenente all'antica nobiltà genovese, che terminò la costruzione dell'edificio nel 1594.

La dimora divenne quindi proprietà di Francesco De Ferrari, che con la moglie Delia Giustiniani, tra il 1604 e il 1611, affidando probabilmente l'opera all'architetto Ceresola detto il Vannone, la ristrutturò e la unì ad un’altra sua residenza attigua, conferendo in tal modo all’edificio l’attuale consistenza architettonico-volumetrica.

La decorazione barocca

Nel primo decennio del XVII secolo la famiglia incaricò Lazzaro Tavarone (Genova 1556 - 1641), allievo di Luca Cambiaso, per la decorazione del palazzo con un vasto ciclo pittorico a tematica storico celebrativa, che si sarebbe dispiegato sulle pareti e le volte del vestibolo, dello scalone e di vari ambienti del piano nobile. Gli affreschi che decorano il vestibolo d'ingresso, che dà accesso allo scalone monumentale, sono dedicati alla vita di Cleopatra. Al centro della volta, il riquadro principale raffigura la regina d'Egitto che naviga nelle acque del fiume Cnido, sulla grandiosa nave dalla poppa d'oro e dai remi d'argento, come narrato da Plutarco nelle sue Vite. Tutto attorno entro finte architetture dipinte sono racchiusi fantasiosi decori a grottesca di gusto ancora tardomanierista, intervallati da ritratti di condottieri a figura intera. Il ciclo dedicato a Cleopatra prosegue sullo scalone monumentale, dove è rappresentato L'incontro di Antonio e Cleopatra.

Giunti al termine della scalinata, un vestibolo d'ingresso introduce al salone monumentale che si affaccia sulla balconata prospiciente Piazza dell'Annunziata, interamente rivestito dagli affreschi dedicati dal Tavarone alle Imprese di Cristoforo Colombo. I personaggi e le vicende rappresentate sono tratti dalle Historie della vita e dei fatti di Cristoforo Colombo di Fernando Colombo, secondogenito del celebre navigatore, pubblicate a Venezia nel 1571. La narrazione delle vicende del navigatore genovese, di umili origini, giunto a compiere le eroiche imprese che lo resero immortale, allude alla storia del committente, Francesco De Ferrari, che aveva guadagnato il rango nobiliare a con le leges novae del 1575, sposando poi Delia Giustiniani, appartenente ad una delle famiglie di più antica nobiltà, cui si allude invece nelle vicende della storia di Cleopatra.

Secondo la consuetudine della decorazione pittorica cinquecentesca, anche qui la decorazione ha il fulcro principale in un vasto riquadro che copre il centro della volta, raffigurante l'episodio più saliente, “Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona ricevono Colombo al ritorno dal nuovo mondo”, quando il sovrano di Spagna abbraccia il navigatore genovese ritornato trionfante dall'impresa. Le dodici lunette alle pareti contengono altrettanti episodi della vita del navigatore, ciascuna corredata da putti con cartigli esplicativi che ne costituiscono una sorta di didascalia. Le pareti sono affrescate con sfondati prospettici a Trompe-l'œil, che fingono paesaggi della riviera, finte architetture e alcuni personaggi, tra cui probabilmente l'artista stesso ed il suo committente, mentre sopra gli architravi sono raffigurati indios e putti reggenti i due stemmi di famiglia (De Ferrari e De Ferrari Giustiniani), nei quali il Tavarone sfodera la sua perizia nella rappresentazione dei nudi.

Alcuni anni dopo il 1611, il palazzo passò di proprietà, per via femminile, ai Chiavari.

Dopo il 1768 passò ai Cambiaso che, a partire dal 1780, commissionarono una ristrutturazione generale dell’edificio all’architetto Giovanni Battista Pellegrini: la facciata verso la piazza, scandita da una quadratura mista, con un ordine architettonico di gusto classicista e specchiature ad affresco, e lo scalone, sono opera degli architetti Giovanni Battista Pellegrini e Bartolomeo Bernasconi, che nel 1785 diressero la ristrutturazione dell'edificio per la famiglia Cambiaso.

Nel 1815 fu residenza di papa Pio VII, prigioniero di Napoleone Bonaparte di passaggio a Genova, come ricorda un'iscrizione posta sul portale di ingresso al piano nobile.

Dopo il 1824, con il matrimonio di Marina Chiavari e Giovanni Battista Negrotto Cambiaso, il palazzo divenne proprietà dei Negrotto Cambiaso.

Il palazzo nel XX Secolo

Nel 1890 il palazzo passò ai Cohen Belimbau - prima al banchiere genovese Enrico, poi al figlio Eugenio ed infine al nipote Enrico Luigi, ultimo erede della dinastia, deceduto senza prole nel 1991 - che trasformarono via via il palazzo in sede di uffici.

La manutenzione del tutto assente determinò, nel XX secolo, un rapido degrado dell'intero edificio. A ciò si aggiunsero i seri danni prodotti ai cicli di affreschi, alle collezioni d'arte in esso contenute, ed al palazzo stesso, dai bombardamenti alleati dell'ottobre 1943, che danneggiarono gravemente anche il prospiciente Palazzo Nicolò Lomellini e la navata destra della Basilica della Santissima Annunziata.

Nella seconda metà del XX secolo, il palazzo fu sede del consolato francese, quindi ospitò gli uffici per le opere universitarie di assistenza degli studenti, ed infine il nascente Centro di formazione permanente (PerForm), quest'ultimo tuttora presente.

Dopo la morte nel 1991 di Enrico Luigi, l'ultimo erede della dinastia Belimbau, l'anziana vedova, la signora Rossana Iannoni, rimasta unica erede del patrimonio universale della famiglia, donò nel 2000 il palazzo all'Università di Genova, con la clausola che l'Ateneo, accettando la donazione, non avrebbe potuto alienare la proprietà dell'edificio fino alla sua morte, avvenuta nel settembre 2007. L'Università ha perciò iniziato, col finanziamento congiunto di Comune e Fondazione Carige, i lavori di restauro sul tetto e sulla facciata, completati nel 2004.

Nel settembre 2007, col decesso della vedova Belimbau, ed il conseguente venir meno per l'Ateneo del vincolo che impediva l'alienazione del bene donato, l'Università valutò l'ipotesi di procedere alla sua vendita, per coprire il buco di bilancio da 15 milioni di euro nel frattempo emerso, che venne poi tuttavia appianato senza ricorrere a questa soluzione.

Nel 2009, le principali istituzioni locali coinvolte, come parte di un più ampio progetto di ristrutturazione degli edifici di proprietà dell'Ateneo per un investimento complessivo di circa 110 milioni di euro di cui faceva parte anche il restauro di Palazzo Belimbau, concordarono sulla necessità di trasferimento a Palazzo Belimbau, previa ristrutturazione degli spazi interni da destinare a tal fine, di una parte degli uffici amministrativi fino a quel tempo situati nei vicini Palazzo Cristoforo Spinola e Palazzo Filippo Lomellini. Poiché la ristrutturazione auspicata non ha avuto luogo a causao della mancanza dei fondi necessari, il trasferimento di tali uffici non è stato realizzato.

Nell'agosto 2016 il governo ha stanziato un contributo di 1,4 milioni di euro per la ristrutturazione degli spazi interni del palazzo.

L'edificio, costituito di una superficie interna di circa 3300 m², ospita unicamente uffici universitari, salvo il piano terra nel quale sono presenti anche alcune attività commerciali. Il palazzo è sede dei seguenti uffici: Servizio Apprendimento Permanente (ex Perform, Centro di Formazione Permanente), ubicato al II Piano (piano nobile) e per la parte amministrativa al I Piano; Servizio Interventi Straordinari e Servizio Progettazione e Sviluppo Edilizio, rispettivamente al I e al IV Piano; e Sportello Unico Studenti di Scienze Sociali (ex Segreteria Studenti di Scienze Sociali), al civico 9R di Piazza della Nunziata (angolo via delle Fontane).

Il piano nobile del palazzo, contenente gli elementi di maggior pregio, è periodicamente aperto alle visite da parte del pubblico, nell'ambito dell'evento dei Rolly Days.

Descrizione

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Carrega-Cataldi

Palazzo museo · Genova

Palazzo Carrega-Cataldi

Il palazzo Tobia Pallavicino, o palazzo Carrega-Cataldi, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 4, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Carrega-Cataldi (840 parole)

È sede della Camera di Commercio di Genova.

Storia e descrizione

Il palazzo fu costruito tra il 1558 e il 1561 per Tobia Pallavicino da Giovan Battista Castello "il Bergamasco" con la collaborazione di Bartolomeo Riccio, di Domenico Solari e di Antonio Roderio. Si tratta della prima opera nota eseguita a Genova dal bergamasco, alla quale lavorò in contemporanea con la decorazione della villa suburbana dello stesso Pallavicino, progettata pochi anni prima da Galeazzo Alessi, nota come Villa Pallavicino delle Peschiere. Tobia Pallavicino, facoltoso commerciante in allume, era discendente di una delle famiglie di più antica nobiltà della città e occupò numerose cariche per la repubblica genovese. Fu tra i primi ad acquistare una vasta area per l'edificazione del palazzo di famiglia prospiciente la Strada Nuova progettata pochi anni prima dal Cantoni, con un giardino, poi scomparso durante gli ampliamenti settecenteschi, che si apriva sulla retrostante piazza del ferro.

Nella costruzione del palazzo il Bergamasco, già attivo nella sua città d'origine come decoratore e frescante, procede simultaneamente e coerentemente con la decorazione delle superfici esterne ed interne. La chiarezza del prospetto è rinascimentale e di chiara influenza alessiana, con il rivestimento a bugnato in pietra di finale al piano terreno, e le lesene di ordine ionico al primo piano che scandiscono armoniosamente la facciata.

La costruzione cinquecentesca era costituita da un blocco cubico di due piani più due mezzanini. L'edificio non subì modifiche rilevanti fino all'inizio del XVIII secolo, quando passato in proprietà alla famiglia Carrega venne sopraelevato di un piano e ampliato considerevolmente: furono costruiti due bracci perpendicolari e il corpo retrostante delimitati verso Piazza del Ferro da una semplice facciata a intonaco.

La decorazione cinquecentesca

La decorazione interna rispecchia le due fasi della costruzione: In particolare sono giunti intatti fino a noi i due vestiboli del piano terreno e del piano nobile, completamente rivestiti dalla decorazione tardo rinascimentale. Qui è evidente l'inspirazione ai modelli romani ed in particolare raffaelleschi da parte del Castello, autore del progetto e degli affreschi racchiusi fra gli stucchi e le grottesche. Al piano terreno cornici dalla delicata modulazione in stucco bianco corrono fra fantasiosi e minuti decori a grottesca e più ampi affreschi raffiguranti le divinità dell'Olimpo a figura intera, mentre negli ottagoni centrali sono rappresentate Giunone e Leda. Sulle pareti laterali e sulla volta del vestibolo del piano nobile, più luminoso, la cromia delle decorazioni si fa invece più accesa. Anch'esse sono interamente rivestite, grazie all'intervento del Bergamasco, da stucchi e grottesche e riquadri affrescati che rappresentano Apollo Citaredo con le Muse e figure musicanti. Anche qui è evidente l'unitarietà del progetto di architettura e decorazione.

Gli ambienti settecenteschi

Alla fase settecentesca appartengono in particolare due ambienti, la cappella e la galleria dorata, capolavori del tardo barocco genovese dovuti a Lorenzo De Ferrari, di cui costituiscono le opere estreme ultimate poco prima della morte nel 1744. In entrambi gli ambienti la decorazione si fa totalizzante fondendo pareti, soffitti, porte, specchiere e arredi in un sofisticato apparato scenografico destinato allo stupore dello spettatore.

La Cappella è un piccolo ambiente chiuso, destinato a mettere in risalto la celebre statua della Vergine con Bambino (nota come Madonna Carrega), scolpita da Pierre Puget intorno al 1680, che attualmente si trova esposta al Museo di Sant'Agostino ed è stata sostituita da una copia nel 2004. L'artista si serve di una finta architettura a trompe-l'œil realizzata in stucco dorato e affresco per fingere un colonnato aperto sul giardino, quale quinta teatrale per gruppo marmoreo della Vergine, che risalta grazie al contrasto tra il candore del marmo e i colori accesi dello sfondo. Parimenti sul soffitto la finta architettura a stucco crea un oculo che inquadra l'affresco con un volo di angeli. Le ante della porta sono dipinte su tela dallo stesso pittore che vi raffigurò due medaglioni con l'Annunciazione e la Natività a monocromo.

La complessa macchina decorativa della Galleria Dorata realizzata dal De Ferrari probabilmente in collaborazione con Diego Francesco Carlone, rappresenta uno degli esiti più alti del tardo barocco genovese. Essa è posta a chiusura della struttura settecentesca del palazzo, e costituisce un esempio significativo del gusto Rococò a Genova. Fu interamente ideata dal De Ferrari tra il 1734 e il 1744 seguendo un disegno unitario che fonde insieme stucchi dorati, specchi ed affreschi. L'intero ciclo decorativo è ispirato alle storie di Enea; nel medaglione centrale della volta e nei tondi su tela vengono svolti gli episodi più importanti nell'Eneide. Sull'ovale della volta è il Concilio degli dei, con Venere, madre di Enea al cospetto di Giove. Nelle due grandi lunette, lo Sbarco di Enea e Enea e Venere, mentre nei quattro tondi sono La fuga da Troia, Enea e Didone, Venere commissiona a Vulcano le armi di Enea e La sconfitta di Turno.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Francesco Maria Balbi Piovera

Palazzo · Genova

Palazzo Francesco Maria Balbi Piovera

Il palazzo Francesco Maria Balbi Piovera, o palazzo Raggio (dall'armatore che lo acquistò nel XIX secolo), è un edificio storico italiano, sito in via Balbi 6, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Francesco Maria Balbi Piovera (454 parole)

Dal 1941 è sottoposto a vincolo di tutela dal parte della soprintendenza.

È sede della Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Genova.

Storia e descrizione

Ultimo dei palazzi di via Balbi, viene eretto tra il 1657 e il 1665 su iniziativa di Francesco Maria Balbi, personaggio di punta della famiglia (dopo Stefano), impegnato in numerose attività finanziarie e politiche tra cui la nomina di feudatario del borgo alessandrino di Piovera, che incaricò del progetto l'architetto Pietro Antonio Corradi (1613-1683); l'edificio è però più noto come residenza del nipote Costantino Balbi.

Fu oggetto di profonde alterazioni a partire dai primi decenni dell'Ottocento quando il nuovo proprietario, Marcello Luigi Durazzo (segretario dell'Accademia Ligustica di Belle Arti) incaricò l'architetto Nicolò Laverneda e i pittori Michele Canzio, Francesco Baratta e Giuseppe Gaggini di restaurare e decorare il palazzo.

Trasformazioni più radicali avvennero per volontà di Edilio Raggio, armatore e industriale, che acquistò la costruzione dai Gropallo nel 1870, sopprimendo ogni ricordo dello storico complesso dell'ospedale e abbazia di Sant'Antonio abate che si affacciava, a mezzogiorno dell'isolato, sulla via Pré.

L'architetto Luigi Rovelli, incaricato da Edilio Raggio, oltre a demolire nel 1881 la chiesa ricostruita dall'architetto Giovanni Battista Grigo nel 1650, procedette ad una massiccia demolizione degli interni del palazzo per costruire nuove sale di rappresentanza ed erigere un imponente scalone sostenuto da archi rampanti e volte a crociera.

Una delle sale di rappresentanza venne decorata dall'affreschista Luigi Gainotti (1859-1940) con un'esaltazione della attività mercantile di Genova, mentre la decorazione delle pareti e della volta dello scalone fu affidata nel 1883 al pittore Cesare Viazzi (1857-1943) che realizzò con la tecnica della tempera un ciclo di sette opere celebrative della dinastia sabauda (L'Italia del Popolo, La Monarchia giura fedeltà allo Statuto, La Schiavitù con le mani legate guarda la cupola del Buonarroti, L'Italia siede sul trono di Roma, Le Guerre per l'Unità d'Italia ricordate da putti con festoni (2), Putti sostengono lo Stemma sabaudo che non è visibile nel Tricolore d'Italia).

L'opera piacque, fu ampiamente lodata e il giornale genovese Il Caffaro (succedaneo degli storici Annali del Caffaro) gli dedicò un'intera pagina illustrata in forma di supplemento, concessa poi in riproduzione al periodico di Novi Ligure La Società. Raggio affidò a Viazzi anche le decorazioni del castello Raggio di Cornigliano, che è stato poi demolito nel 1951 per la costruzione dell'Aeroporto "Cristoforo Colombo" di Genova-Sestri Ponente.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Giacomo Spinola

Palazzo · Genova

Palazzo Giacomo Spinola

Il palazzo Giacomo Spinola o palazzo Giacomo Spinola di Luccoli è un edificio storico italiano, sito in Piazza delle Fontane Marose 6, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Giacomo Spinola (378 parole)

Dal 1941 è sottoposto a vincolo di tutela da parte della soprintendenza. Il palazzo è sede del Banco di Sardegna.

Storia e descrizione

Costruito per Giacomo Spinola tra il 1445 e il 1459 su lotti già edificati, fu riportato in tutti i rolli; tra gli anni 1576 e 1595 appartenne ad Antonio Spinola Marmari, ma raggiunse la massima posizione nel 1614 con Giovanni Battista Spinola di Tomaso, letterato e doge della Repubblica di Genova nel 1613-1615. Agli inizi del XIX secolo passò agli Spinola.

Situato sulla piazza di Luccoli, nel XIII secolo luogo marginale ma strategico perché vicino alla Porta di Santa Caterina, presenta una facciata a fasce bicrome e nicchie con statue marmoree di familiari illustri, tre delle quali (la prima, la seconda e la quarta da sinistra) eseguite da Domenico Gagini da Bissone. Nel XVI secolo, oltre alla sostituzione delle quadrifore per creare nuove finestre, andò ad espandersi nell'isolato, con una casa da reddito su via di San Sebastiano.

A metà del XIX secolo vennero imposti dal comune pannelli a bassorilievo per mascherare la stiratura delle botteghe verso il basso: una trasformazione della facciata prodotta prima dal generale livellamento della carrabile, dall'Acquaverde all'Acquasola, con parziale demolizione della piazza superiore degli Spinola (1816-1818 circa), poi richiesta dai raccordi successivi della nuova via Carlo Felice (1832 circa) con le vecchie quote della piazza.

Dopo le demolizioni illegittime per ammodernare le finestre nel 1903, gli architetti Alfredo D'Andrade e Marco Aurelio Crotta costruirono le polifore del piano nobile, già sostituite da secoli con aperture rettangolari, come all'interno erano stati rilevanti i mutamenti alla scala (XVI secolo).

Altrettanto significativi i lavori di fine Ottocento, introdotti dalla proprietà Migone per ridurre il palazzo a casa d'affitto, sino a moltiplicare vecchie contro soffittature mascherando il solaio ligneo originario del salone, su mensole recanti l'arme degli Spinola, che fu poi restituito con un progetto di recupero patrocinato dal Banco di Sardegna per collocarvi uffici e agenzia.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Gio Battista Spinola

Palazzo · Genova

Palazzo Gio Battista Spinola

Il palazzo Gio Battista Spinola, detto anche palazzo Andrea e Gio Batta Spinola, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 6, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Gio Battista Spinola (430 parole)
Storia e descrizione

Il terreno ove sorge il palazzo fu acquistato all'asta nel 1551 da Constantino Gentile, che lo rivendette a prezzo raddoppiato ai fratelli Giambattista e Andrea Spinola, che commissionarono la costruzione del palazzo nel 1563. Nel 1566, Andrea cedette la sua quota a Giambattista e la costruzione continuò spedita, cosicché nel 1567 il palazzo fu quasi completato.

Fino al 1968, si riteneva che Giovan Battista Castello ne fosse l'architetto principale. Nel 1968, tuttavia, fu documentato che Bernardino Cantone fu l'architetto e direttore dei lavori, mentre il camino del piano nobile e la corte interna furono progettati da Castello.

Il palazzo subì notevoli trasformazioni tra il XVII e XVIII secolo, quando fu rialzato di un piano e la facciata fu rimodellata, in seguito ai gravi danni subiti nel bombardamento da parte della flotta francese nel 1684, la facciata. In quell'occasione, la facciata ricevette l'attuale decorazione a stucco, con coppie di lesene intervallate dagli assi di finestre.

Nel 1723 il palazzo fu acquistato dalla famiglia Doria.

Nell'atrio si trova una grande lanterna pensile coronata dall'aquila araldica, emblema della famiglia Doria. Da qui si giunge al cortile colonnato e quindi nel piccolo ma grazioso giardino pensile.

Interni

L'interno presenta una ricca decorazione realizzata in gran parte dalla bottega dei Semino. Gli affreschi della volta del salone a piano nobile, riflettono la volontà di celebrazione dinastica degli Spinola rappresentando L'ambasceria di Oberto Spinola e Federico Barbarossa, e altre vicende legate alla famiglia. In una sala Andrea e Ottavio Semino, rappresentano le consuete tematiche mitologiche, quali gli amori degli dei, predilette dalla committenza genovese: Giove e Dafne, Nettuno e Proserpina, Venere e Adone, Giovane ed Europa, "Giove e Antiope.

Di notevole interesse una sala al piano nobile, che oltre alla volta affrescata nel Cinquecento da Luca Cambiaso con la Caduta di Fetonte e altri episodi di audacia punita come la Caduta di Icaro, presenta stucchi settecenteschi di raffinato gusto rococò e preziosi arredi. Sempre nel salone troneggia il monumentale camino cinquecentesco in marmo di gusto manierista, mentre alle pareti sono appesi cinque arazzi fiamminghi della fine del Cinquecento con Storie di Abramo.

In un salotto del piano nobile risulta ancora visibile, nella sua disposizione settecentesca, l'importante quadreria costituita dalla famiglia Doria.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Angelo Giovanni Spinola

Palazzo · Genova

Palazzo Angelo Giovanni Spinola

Il palazzo Angelo Giovanni Spinola, o palazzo Spinola, detto della Banca d'America, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 5, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Angelo Giovanni Spinola (586 parole)

Gli interni ospitano un vasto ciclo pittorico dei maggiori interpreti del manierismo a Genova.

Storia

Il palazzo fu iniziato nel 1558, su progetto di Giovanni Ponzello, per Angelo Giovanni Spinola, ambasciatore della Repubblica di Genova in Spagna e banchiere dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo, e completato nel 1576, sotto il figlio Giulio, che dopo una carriera militare che lo portò a prendere parte alla battaglia di Lepanto e alla presa di Lisbona, per poi divenire banchiere del re di Spagna Filippo II d'Asburgo.

A quest'ultimo si devono gli sbancamenti di parte della collina posteriore, intorno al 1580, che permisero l'ampliamento del cortile e del giardino. Autore del progetto fu Giovanni Ponzello, "architetto camerale" di Genova. Non fu mai realizzata il prospetto della facciata da questi progettato, e documentato dalle incisioni di Rubens. Dall'inizio del XX secolo è sede di uffici bancari. Il giardino a terrazze con ninfei fu distrutto per la sistemazione viaria della piazza Portello.

Descrizione
Facciata

Il palazzo presenta una facciata che lascia scorgere, a fatica, gli affreschi dei fratelli Calvi, cui forse collaborò Lazzaro Tavarone. Le cornici delle finestre con finto timpano in marmo sono decorate con maschere satiresche e coppie di genietti alati. Al primo piano, fra le finestre sono dipinte figure di Imperatori Romani, assisi su alti basamenti con coppie di prigioni ai piedi. Si distinguono in particolare Nerone e Claudio. Ai piani superiori, figure maschili e femminili circondate da simboli di guerra, imprese e panoplie con le armi degli Spinola. Sia in facciata, sia negli affreschi dell'atrio, i Calvi vollero celebrare i committenti: i vari membri della nobile famiglia compaiono vestiti come condottieri romani, chiara allusione al valore ed alla grandezza della stirpe.

Interni

Nell’atrio di ingresso, la bottega di Antonio, Aurelio e Felice Calvi, realizza la decorazione ad affresco con figure allegoriche e segni zodiacali, dominata al centro dal riquadro ottagonale con la Battaglia di Gherardo Spinola contro i Fiorentini. Nel vestibolo, e nelle numerose sale a piano terra la medesima bottega realizza imprese militari, fra cui la battaglia di Lepanto e decorazioni a tematica mitologica.

Salendo ai piani superiori per un bello scalone affrescato da "grottesche" troviamo affreschi di Andrea Semino, Bernardo Castello e di Lazzaro Tavarone. Nel Piano nobile, l'antisala, è opera di Bernardo Castello, del 1592 con, La famiglia di Dario ai piedi di Alessandro Magno. Nel salone Andrea Semino dipinse nel riquadro centrale Alessandro Magno incontra Simitre, regina delle Amazzoni. Le sale ad est sono opera di Bernardo Castello: la sala di Antonio, di Ottaviano, di Scipione. Le sale ad ovest, invece, sono a cura di Lazzaro Tavaroneː la sala di Cesare e la sala di Pompeo.

In particolare un affresco, attribuito a Andrea Semino, conserva la preziosa immagine del palazzo come era alla sua origine, visto dal lato monte: grazie ad esso si può comprendere l'originale modo di "costruire in costa", adottato dagli architetti di Strada Nuova. Per la costruzione di questi palazzi si dovettero superare le difficoltà poste da un terreno accidentato che dalla collina scendeva rapidamente a valle. La realizzazione di monumentali scaloni interni e scenografici giardini terrazzati all'esterno permisero di superare, in maniera brillante e innovativa, il problema.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Doria-Spinola

Palazzo · Genova

Palazzo Doria-Spinola

Il palazzo Doria Spinola, o palazzo Antonio Doria, è un edificio storico italiano, sito in largo Eros Lanfranco 1 a Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli che furono designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango durante le visite di stato per conto del governo genovese.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Doria-Spinola (473 parole)

Il palazzo, visitabile negli spazi di rappresentanza, è sede della Prefettura e della Città metropolitana di Genova (ente subentrato alla Provincia di Genova nel 2014).

Storia

Fu costruito isolato presso la porta dell'Acquasola nel periodo 1541-1543 per l'ammiraglio Antonio Doria, marchese di Santo Stefano d'Aveto e parente del celebre Andrea Doria. In assenza di nuove attribuzioni, il progetto è stato avvicinato a Bernardino Cantone, in possibile collaborazione con Giovan Battista Castello.

Alla fine del XVI secolo venne aggiunto il portale esterno in marmo con colonne binate e figure di armigeri sull'attico di Taddeo Carlone. Il palazzo fu incluso nella celebre edizione dei Palazzi di Genova incisa da Rubens nel 1624.

Nel 1624 il palazzo passò agli Spinola che lo tennero sino al XIX secolo. Nel XVII secolo Bartolomeo Bianco costruì, a levante, una galleria (affrescata poi da Andrea Ansaldo), oltre ad aggiungere le balaustre marmoree sul prospetto principale. Tra il 1791 e il 1797 l'edificio fu sopraelevato di un piano.

Venduto nel 1876 al Comune, che in seguito lo cedette alla provincia, subì molteplici adattamenti per la sistemazione a uffici. La realizzazione di via Roma nel 1877 causò il taglio dello spigolo destro, la demolizione della galleria, l'ulteriore abbassamento della quota stradale in facciata e la scomparsa del giardino. Dopo questi interventi, l'assetto originario rimase documentato dalle sole tavole del pittore Peter Paul Rubens.

Descrizione

Gli affreschi cinquecenteschi della facciata, opera di Lazzaro e Pantaleo Calvi (1541-43) sono stati ripresi nel 2001.

È stata restaurata la decorazione originaria dell'atrio, attribuita a Marcantonio Calvi, con Imprese di Antonio Doria, manomessa da Filippo Alessio e Michele Canzio nella metà del XIX secolo.

Il cortile rinascimentale, a pianta quadrata e doppio ordine di logge, presenta una raffinata decorazione a stucchi con telamoni alternati a maschere femminili, di linguaggio nuovissimo per Genova, se si esclude il contemporaneo palazzo Grimaldi a San Francesco di Castelletto.

Gli affreschi più volte restaurati della loggia superiore, opera di Aurelio e Felice Calvi, con vedute di città in gran parte estratte dall'atlante Civitates orbis terrarum (Colonia, 1576), oltre che un gusto diffuso da poco in Italia, documentano i vasti interessi del committente, grande stratega della Corona spagnola e trattatista della guerra per mare.

All'interno importanti e, naturalmente, molto godibili i saloni affrescati, soprattutto le due sale dedicate ad Apollo che saetta i Greci alle porte di Troia e a Ercole in lotta con le Amazzoni affidate alla bottega di Giovanni Cambiaso dove il figlio Luca, forse diciassettenne, fa la prima comparsa impegnativa con elementi attribuibili alla scuola michelangiolesca.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Ambrogio Di Negro

Palazzo · Genova

Palazzo Ambrogio Di Negro

Il palazzo Ambrogio Di Negro, o palazzo Ambrogio De Nigro, è un edificio storico italiano, sito in via San Luca 2, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Ambrogio Di Negro (368 parole)

Conserva al suo interno un importante ciclo pittorico manierista. Antistante al palazzo è presente la loggia dei Mercanti e la chiesa di San Pietro in Banchi.

Storia

L'eficio venne eretto tra il 1569 e il 1572 da Ambrogio Di Negro (1519-1601), banchiere della Corona spagnola, doge della Repubblica di Genova nel biennio 1585-1587, e colto esponente dell'accademia degli addormentati, proprietario anche della Villa Di Negro a Fassolo, poi Rosazza. Il palazzo venne incluso nell'edizione rubensiana del 1622 dei Palazzi di Genova.

Presente in tutti i rolli, raggiunse il massimo splendore all'inizio del Seicento quando subentrò Orazio, figlio illegittimo ed erede di Ambrogio..

Il palazzo rimase fra le proprietà della famiglia Di Negro per oltre duecento anni, come sede di importanti attività commerciali.

Ospita la sede della Fondazione Edoardo Garrone.

Descrizione

Posto accanto alla Loggia dei Mercanti, mostra due facciate principali a quadratura affrescata: su piazza Banchi, riordinata in quegli anni (tra il 1590 e il 1596), e sul carrubeous rectus (l'odierna via San Luca) dov'è l'entrata.

Lo scalone voltato, che sale sino al secondo piano, si affaccia con un loggiato su tre lati del cortile interno; rilevanti i portali in marmo bianco e quelli in pietra nera del grande salone del primo piano nobile, con sentenze latine che ricordano l'umanesimo di Ambrogio Di Negro. Il piano nobile ospita un importante ciclo decorativo risalente alla fine del Cinquecento, che ricopre le volte di tre sale, attribuito ad Andrea Semino e alla sua bottega. La sala principale ospita il grande affresco con "Il Ratto di Elena", circondato da riquadri con episodi della vita di Paride, mentre le due sale minori ospitano i cicli di Danae (Con Danae fecodata da Giove) e del figlio Perseo (con Minerva e le Muse sull'Elicona). Secondo recenti studi, all'opera avrebbero partecipato anche i figli di Andrea, Cesare e Alessandro, ed il fratello Ottavio.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Podestà

Palazzo museo · Genova

Palazzo Podestà

Il palazzo Podestà, o palazzo Nicolosio Lomellino, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 7, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Leggi tutto su Palazzo Podestà (875 parole)
Storia e descrizione

Fu costruito tra il 1559 e il 1565 da Giovan Battista Castello detto il "Bergamasco" e da Bernardino Cantone per volere di Nicolosio Lomellino, esponente di una famiglia in piena ascesa economica e politica. Imparentato con il principe Andrea Doria, accumulò ingenti capitali nella prima metà del Cinquecento quale concessionario della redditizia pesca del corallo nell'isola tunisina di Tabarca. Agli inizi del Seicento la proprietà passò alla famiglia Centurione che effettuò una ristrutturazione interna, poi ai Pallavicini, ai Raggi ed infine ad Andrea Podestà, più volte sindaco di Genova tra il 1866 e il 1895.

La facciata, su progetto del Bergamasco, è movimentata da una ricca decorazione a stucco, con erme femminili alate, a sorreggere la cornice marcapiano del pianterreno; nastri e drappi a reggere, al primo piano, trofei d'armi; ghirlande e mascheroni a coronamento delle finestre, con figure classiche entro medaglioni ovali, al secondo. La decorazione a stucco all'antica, applicata per la prima volta in epoca moderna da Raffaello nelle Logge vaticane e precocemente importata a Genova dal suo allievo Perin del Vaga nella decorazione della villa del Principe, si dispiega qui per la prima volta su vasta scala coprendo l'intero prospetto. La sua esecuzione è attribuita all’urbinate Marcello Sparzo.

Anche nell'apparato festoso di stucchi dell'atrio a pianta ovale è evidente l'intervento progettuale del Bergamasco, che seppe introdurre a Genova le suggestioni della più aggiornata cultura manierista. La decorazione si dispiega dal medaglione ovale centrale con una Scena di trionfo di un condottiero circondata da mascheroni raccordati a quattro putti seduti sulla cornice stessa che reggono un capo dei festoni di frutti, agganciati a loro volta alle incorniciature delle quattro storie a bassorilievo, alternate ad altre figure efebiche sedute sul cornicione. Nonostante la complessità del disegno l'insieme risulta leggero e armonico allo spettatore che viene introdotto all'ampio cortile.

Il cortile aperto è delimitato ai lati dalle ali posteriori del palazzo, mentre le terrazze sovrastano un grandioso ninfeo realizzato nel Settecento su disegno di Domenico Parodi. Il ninfeo, che fonde armoniosamente elementi architettonici, naturali e scultorei, è erede di una tradizione particolarmente florida a Genova, che aveva già esempi illustri nella villa Pallavicino delle peschiere, nella villa del Principe, e nei vicini palazzi di Pantaleo Spinola e Balbi Senarega. Qui l'architetto-scultore Parodi ha ideato una soluzione monumentale e inedita che sfruttando le copiose acque di Castelletto raccorda il cortile con il giardino posto due livelli più in alto, affidando all'allievo Biggi le sculture in stucco dei giganteschi tritoni e del putto che getta l'acqua, mentre è perduto il gruppo di Fetonte precipitante dal cielo posto al centro della grotta e sgretolato nei secoli dall'acqua. Un giardino si apre verso il monte, eretto sfruttando il declivio della collina retrostante.

Interni

L'opera pittorica più antica del palazzo è il ciclo di affreschi realizzati nel 1623-1624 dal pittore genovese Bernardo Strozzi e successivamente occultati a causa di una lite con il committente Luigi Centurione, che aveva acquistato il palazzo nel 1609 da Nicolosio Lomellino. I documenti, ancor oggi esistenti, relativi alla lite intercorsa tra l'artista e Centurione (1625), confermano l'intervento del pittore in tre stanze del primo piano nobile, i cui affreschi furono celati dai successivi interventi con uno spesso strato di intonaco e una controsoffittatura nel salone centrale. Rimossa nel 2002, al di sotto di essa è ricomparsa, con i suoi colori smaglianti, l'Allegoria della Fede. L'affresco mostra una scialuppa a remi dalla quale una donna, che rappresenta la Fede cristiana è aiutata a sbarcare sulla terraferma, per portare la fede agli indigeni del Nuovo Mondo, raffigurati nelle lunette circostanti insieme con gli animali esotici. A bordo della scialuppa vi sono anche due marinai e i quattro evangelisti, riconoscibili in quanto ciascuno di essi tiene in mano un libro. La Fede, sorretta dagli angeli, è invece identificata dal calice e dalla croce, mentre non è chiaramente riconoscibile il nobile con la spada che si ipotizza essere Cristoforo Colombo, che intratteneva rapporti di amicizia con la famiglia Centurione Scotto. Le imprese di Colombo erano frequente soggetto nella decorazione dei palazzi genovesi, già protagoniste nel salone centrale di palazzo Belimbau affrescato dal Tavarone. Nelle altre due stanze, in condizioni più precarie, sono stati rinvenuti l'Astrologia e frammenti con la Navigazione e Tritoni. Questo affresco, incompiuti, offrono oggi la rara opportunità di osservare la quadrettatura e il disegno preparatorio fatto con gesso nero.

Al secondo piano nobile è invece conservata la decorazione a tema mitologico voluta agli inizi del XVIII secolo dai Pallavicino. È costituita da capolavori dei maggiori esponenti del tardo barocco genovese. In due salotti del piano nobile il bolognese Giacomo Antonio Boni affrescò Giove e la capra Amaltea e Domenico Parodi Bacco regge la corona Arianna. Di Lorenzo De Ferrari è la decorazione a stucco e ad affresco con figure di divinità sulla volta della galleria. Il salone, decorato da Tommaso Aldrovandini, custodisce cinque celebri tele con Storie di Diana eseguite da Marcantonio Franceschini, pittore bolognese chiamato a Genova per la decorazione del salone del Maggior Consiglio di palazzo Ducale.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

parchi di Nervi

Orto botanico · Genova

parchi di Nervi

I parchi di Nervi sono un importante complesso botanico di Genova formati da un insieme di più parchi appartenuti in passato a ville private, tra cui villa Gropallo, villa Saluzzo Serra, villa Grimaldi Fassio e villa Luxoro, oggi di proprietà del comune di Genova e adibite a strutture museali.

== Caratteristiche ==

Leggi tutto su parchi di Nervi (1.115 parole)

L'intera superficie ha un'estensione di circa 92000 m2 è collocata tra la via Aurelia e il mare nella delegazione di Nervi, a levante del centro cittadino.

All'interno si trovano molte specie botaniche (più di 100), tra cui diversi sempreverdi ad alto fusto oltre ad un importante roseto.

Nei parchi sono presenti anche 5 alberi di interesse monumentale (su 18 presenti in tutta la Regione Liguria secondo i censimenti del Corpo forestale dello Stato):

Araucaria bidwillii, della famiglia delle Araucariacee, originaria dell'Australia;

Cinnamonum camphora (canfora), della famiglia delle Lauraceae, originario della Cina e del Giappone;

Jubaea chilensis, della famiglia delle Palme, originaria del Cile;

Pinus halepensis (pino di Aleppo), della famiglia delle Pinaceae, originario della zona del Mediterraneo;

Yucca elephantipes, della famiglia delle Agavacee, originaria dell'America centrale.

I rilievi alle spalle dell'abitato di Nervi garantiscono la presenza di un clima più temperato rispetto ad altre zone di Genova, rendendo i parchi luoghi particolarmente frequentati ed apprezzabili anche nel periodo invernale.

All'interno dei parchi sono stati allestiti in passato - sfruttando naturali avvallamenti - alcuni teatri all'aperto per le rappresentazioni del Festival internazionale del Balletto (e dall'inizio degli anni 80 e per una quindicina di edizioni, finito il festival del balletto, restavano platea e palco per l'allestimento di un cinema estivo, il Cinema nel Roseto). Dei teatri per il balletto restano celebri il teatro Maria Taglioni, che arrivava a contenere oltre 2500 persone, e il più piccolo teatro Enrico Cecchetti.

Scoiattoli grigi contro scoiattoli rossi

Non è raro imbattersi in scoiattoli che ricevono dai visitatori noci e noccioline. Nel parco è presente una numerosa comunità di scoiattoli Sciurus carolinensis (noto come scoiattolo grigio, originario del nord America, a seconda del criterio impiegato la stima della popolazione all'inizio del XXI secolo va da circa 100 a circa 300 esemplari), specie alloctona, introdotta nel 1966 con 5 coppie di animali, la cui presenza desta preoccupazioni in quanto minaccia di soppiantare l'autoctono Sciurus vulgaris (scoiattolo rosso). Oltre che per la contesa per il cibo, gli scoiattoli grigi mettono a rischio i rossi in quanto portatori asintomatici di un parapoxvirus per cui i secondi non possiedono difese immunitarie.

Recenti studi hanno anche ipotizzato che sia proprio questo tipo di infezione, mortale per gli scoiattoli autoctoni europei, e non la lotta per il cibo, ad essere stata la principale causa che ha portato il carolinensis a soppiantare il vulgaris in ampie zone della Gran Bretagna. Oltre a questo lo scoiattolo grigio tende a danneggiare alcuni tipi di alberi, rimuovendone la corteccia.

Proprio per questa sua capacità di diffondersi a scapito delle altre specie, il Sciurus carolinensis è stato inserito dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura nella Lista delle cento specie invasive più dannose, al contrario del vulgaris che è invece presente nella loro lista Rossa delle specie a rischio.

Nel novembre 2011, a seguito di accordi a livello europeo per la salvaguardia dell'ambiente, è stato deciso dalla regione Liguria di mettere in atto azioni volte a sterilizzare alcune centinaia di scoiattoli grigi tra quelli presenti nel parco. Si è scelta questa soluzione, invece dell'eradicazione totale prevista od attuata altrove (es Ticino o Inghilterra), anche in virtù dell'ormai familiare legame del parco con la presenza degli scoiattoli. Nel seguente maggio 2012 è stato annunciato un piano di sterilizzazione degli Sciurus carolinensis del parco, unito alla cattura e alla soppressione di quelli che dovessero essere individuati al di fuori dell'area (in passato per esempio ne erano state individuate piccole colonie nella vicina Bogliasco), per impedire che questi, finora fortunosamente non allontanatesi troppo dal luogo dell'introduzione, potessero disperdersi nell'area boschiva ligure, mettendo a repentaglio la sopravvivenza del Sciurus vulgaris e danneggiando alcuni tipi di coltivazione, come già avvenuto altrove.

Terminata questa operazione, è in fase di valutazione la possibilità di una successiva introduzione nel parco di esemplari del Sciurus Vulgaris. L'operazione che, pur essendo effettuata a tutela dell'ecosistema, ha suscitato numerose e vivaci proteste da parte di alcuni animalisti genovesi e di uno dei consiglieri regionali dei Riformisti Italiani. Legambiente, esprimendosi favorevolmente all'operazione, in relazione all'evento e al relativo clamore mediatico, ha ribadito la richiesta al ministero dell'ambiente di inserire il Sciurus carolinensis tra le specie di cui sia vietata la commercializzazione e l'importazione, anche per evitare che simili operazioni debbano ripetersi nuovamente in futuro.

Le ville

Villa Gnecco, costruita nel XVI secolo, appartenne ai conti Gnecco Nin di S. Tomaso. Fu oggetto di importanti lavori di ricostruzione nel 1733, quando raggiunse le forme attuali, attorniata da quasi sette ettari di parco. Oggi è un albergo e dell'esteso giardino purtroppo rimane poco, a seguito delle intensive campagne di costruzioni del XIX e XX secolo.

Villa Gropallo, fatta costruire da Francesco Gropallo nel Settecento, negli anni ha avuto ospiti famosi come Gabriele D'Annunzio e Eleonora Duse, ed ora è sede della biblioteca comunale "V. Brocchi" e della locale stazione dei carabinieri.

Villa Saluzzo Serra, risalente al XVII secolo. La proprietà passò nel tempo dai marchesi Saluzzo, Morando, ai Serra (che ristrutturarono la villa e trasformarono in parco il terreno intorno) e infine all'armatore Carlo Barabino che nel 1926 la cedette al Comune di Genova. Dal 1928 è sede della galleria d'arte moderna (e che ora ospita anche le opere della collezione Wolfson). Nel parco della villa si trovano diverse specie di palma (tra cui la Jubaea chilensis proveniente dal Cile), degli Osmanto provenienti dalla Cina, dei pini d'Aleppo, delle Tamarix e diverse altre piante, sia esotiche, sia tipiche della flora mediterranea. L'edificio della villa con passare dei secoli è stato sottoposto a diverse espansioni rispetto al progetto originario.

Villa Grimaldi Fassio, probabilmente risalente al XVI secolo. Già dei Grimaldi e poi dei Croce, fu venduta dalla famiglia Brizzolesi agli armatori Fassio Tomellini nel 1956, i quali apporteranno forti modifiche alla struttura dell'edificio. Acquistata nel 1993 dal Comune di Genova è sede delle raccolte dei fratelli Frugone e nella parte orientale del suo parco ospita un grande roseto, rinnovato nel 2012.

Villa Luxoro è la più recente, costruita nel 1903 dai fratelli Luxoro e successivamente donata al comune di Genova in memoria di Giannettino Luxoro, morto durante la prima guerra mondiale. Nel suo parco sono presenti pini, palme, carrubi, cipressi e diversa vegetazione mediterranea. Dal 1951 ospita il museo Giannettino Luxoro.

Trasporti

Per raggiungere i parchi dal centro della città si possono impiegare le linee 15, 17 e 517 dei bus dell'AMT, oltre alla stazione ferroviaria di Genova - Nervi.

A piedi si può accedere ai parchi sia dalla passeggiata a mare Anita Garibaldi sia da via Aldo Felice Casotti, che attraversa la parte orientale della delegazione.

Il polo museale dei parchi nerviesi

Galleria d'arte moderna di Genova

Museo Giannettino Luxoro

Raccolte Frugone

Wolfsoniana

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

castello d'Albertis

Castello · Genova

castello d'Albertis

Il castello D'Albertis è una dimora storica di Genova, sede del Museo delle culture del mondo e del Museo delle musiche dei popoli. Fatto edificare nel 1886 su di un antico bastione delle Mura trecentesche dal capitano di mare Enrico Alberto d'Albertis, il castello è oggi una delle case-museo più apprezzate del capoluogo ligure.

Situato sulla collina di Montegalletto (o Monte Galletto) nel quartiere di Castelletto, al pari dell'omologo castello Mackenzie domina la città di Genova affacciandosi con una vista aperta sul mar Ligure. Scrisse il cronista del Supplemento al giornale "Il Caffaro" il giorno 1º maggio 1892:

Leggi tutto su castello d'Albertis (725 parole)

Il castello è raggiungibile da piazza Acquaverde-via Balbi (stazione ferroviaria di Piazza Principe) con l'ascensore Castello d'Albertis-Montegalletto, oppure con le linee di autobus AMT n. 36, 39 e 40. Un particolare servizio favorisce il trasporto e la visita al museo da parte di persone disabili. In auto è raggiungibile per chi proviene dalle autostrade uscendo al casello di Genova-Ovest.

Storia

Il toponimo Montegalletto è da intendersi come "monte delle ginestre", una zona un tempo brulla e priva di alberi per il passaggio delle mura trecentesche della città, che faceva parte della parrocchia di San Tommaso e chiudeva a monte il sestiere di Prè. Quando fu edificato il castello, vi era stata recentemente aperta la parte finale della Circonvallazione a Monte, una lunga concatenazione di viali a mezza costa destinati dall'espansione urbanistica ottocentesca alle abitazioni signorili per l'agiata borghesia cittadina.

Ideato dallo stesso capitano d'Albertis, che ne fece la sua dimora, con un gusto del collage architettonico in grado di mescolare castelli valdostani e palazzi fiorentini, il castello si richiama prevalentemente allo stile medioevale revival architettura neogotica ottocentesca, riprendendo e sintetizzando i particolari degli edifici medioevali di Genova (tra cui la torre degli Embriaci e le polifore del Palazzo San Giorgio).

Fu edificato sui resti delle antiche fortificazioni trecentesche rinforzate nel XVI secolo (la torre a pianta quadrata era stata sostituita dal bastione cinquecentesco) dagli ingegneri Graziani e Francesco Parodi, con il supporto degli scultori Allegro e Marc'Aurelio Crotta per la parte decorativa, con la supervisione dell'architetto Alfredo d'Andrade. Le opere di edificazione avvennero tra il 1886 e il 1892 e l'inaugurazione fu fatta coincidere con le celebrazioni per il quattrocentesimo anniversario della scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo.

Il capitano d'Albertis, alla sua morte avvenuta nel 1932, donò il castello e le sue collezioni alla città di Genova, che poté così beneficiare della dimora del capitano fantasiosamente arricchita di rimandi esotici, neogotici ed ispano-moreschi; delle collezioni etnografiche frutto dei suoi numerosi viaggi e del bastione della cinta muraria cinquecentesca contenente i resti basamentali di una torre della precedente cinta medievale, su cui è andata a poggiarsi la costruzione del castello stesso.

Un non meno importante truciolo di storia — come ebbe a sottolineare un anonimo cronista nel supplemento al "Caffaro" del 1º maggio 1892 — lega le mura fortificate di Monte Galletto alla storia locale: su queste mura, infatti, nel 1747 il popolo genovese trascinò (per l'ascesa di Pietraminuta) "i cannoni destinati a [far] battere la ritirata al nemico [austriaco]", a dimostrazione che, "anche strategicamente, [questa altura] è stata sempre un punto di grande importanza".

Il restauro

Dopo anni di semi-abbandono (durante gli anni settanta il parco veniva utilizzato nella stagione estiva, sull'onda delle serate romane a Massenzio, come café chantant), il castello è stato oggetto di un accurato intervento di restauro edilizio per l'adeguamento della struttura alle esigenze di una fruizione pubblica moderna.

In corrispondenza dell'apice geometrico del bastione è stata sostituita la copertura del tetto con una struttura in vetro ed è stato svuotato il bastione cinquecentesco dal riempimento di terra, liberando le strutture murarie al suo interno e recuperando in questo modo non solo un nuovo spazio espositivo, ma anche le diverse componenti architettoniche dell'intero complesso; questo ha permesso inoltre di afferrare in un solo colpo d'occhio i resti trecenteschi, la sobria spazialità dell'architettura rinascimentale e, in alto, bene stagliate contro il cielo, le merlature e la torre di invenzione ottocentesca.

Circolano alcune leggende sul castello. Pare ci sia una porta che, anche se lasciata sempre chiusa a chiave dai gestori del castello, di tanto in tanto, sempre di notte, sbatte violentemente e si apre, costringendo i custodi a tornare a chiuderla a chiave. Un'altra leggenda dice che il capitano d'Albertis avesse fatto costruire un tunnel sotterraneo che conduceva dalle sue stanze direttamente al porto, alla sua nave, nel caso avesse dovuto fuggire improvvisamente. Tale tunnel sarebbe poi stato usato dalla resistenza durante la seconda guerra mondiale.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Da dove vengono queste informazioni

Questa guida è composta da basi di conoscenza aperte. Niente è scritto da noi e niente è inventato: dove una fonte tace, il campo semplicemente non c'è.

Ultimo aggiornamento il 30 agosto 2026