Bologna

Bologna è un comune italiano di 392 052 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana e dell'Emilia-Romagna.

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Aprile, Giugno, Settembre, Ottobre

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 40 mm
Febbraio 12° 81 mm
Marzo 15° 57 mm
Aprile 19° 57 mm
Maggio 23° 13° 126 mm
Giugno 29° 18° 59 mm
Luglio 32° 21° 39 mm
Agosto 32° 20° 47 mm
Settembre 26° 16° 72 mm
Ottobre 21° 12° 74 mm
Novembre 14° 87 mm
Dicembre 59 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Bologna è un comune italiano di 392 052 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana e dell'Emilia-Romagna.

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Guida pratica di Bologna 12 sezioni

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Da sapere

Ci sono tre parole che vengono usate per descrivere Bologna. Bologna è chiamata la "grassa", per via della sua cultura gastronomica ricca e calorica, la "dotta" per l'antica Università e la "rossa", come il colore dei muri delle sue case. Bologna è una città di medie dimensioni che si trova in una posizione strategica rispetto ad altri centri di interesse turistico, come Venezia, Padova, Firenze, Milano, Modena, Ravenna e Ferrara. La sua posizione la rende una buona base per spostarsi in giornata in tante altre città interessanti.

Presso la maggior parte dei turisti non gode della fama che possono avere altre città d'arte simili per dimensioni come Firenze. Poco è rimasto dell'epoca romana, ma vanta un centro storico molto ben conservato, ricco di palazzi nobiliari del '500, torri medievali, basiliche gotiche, una Pinacoteca di valore nazionale e strade caratteristiche fiancheggiate da portici.

Manca il capolavoro assoluto in grado di attirare il turista "medio", ma per potersi godere le opere d'arte del passato, la vivacità del quotidiano (a cui contribuiscono le decine di migliaia di studenti universitari) e le prelibatezze gastronomiche, una visita deve impegnare alcuni giorni.

Cenni geografici

Bologna è situata nella Pianura Padana, a ridosso dei colli appenninici, fra lo sbocco della valle del Reno a ovest e quella del Savena a est.

Il territorio provinciale si estende dai margini meridionali della Pianura Padana confinante con Ferrara ai monti dell'Appennino tosco-emiliano, spaziando dai 29 m s.l.m. della frazione Corticella, ai 54 del centro storico del capoluogo, fino ai 300 m s.l.m. di Sabbiuno e del Colle della Guardia (sempre in territorio comunale) ai 1945 m s.l.m. del Corno alle Scale (in territorio provinciale).

Quando andare

I periodo migliori per visitare Bologna sono la primavera e l'autunno, da un punto di vista climatico.

Durante il periodo estivo, dalla seconda metà di luglio la città inizia a svuotarsi, svariati esercizi commerciali chiudono e il caldo è pesante; l'Università chiude ad agosto, contribuendo a ridurre la vita quotidiana e notturna bolognese. Tante però le iniziative culturali che animano la città nel periodo estivo.

Cenni storici

Abitata già nell'età del ferro, nel X secolo a. C, urbanizzata dagli Etruschi, fortificata dai Galli Boi, diventata Municipio con i Romani, è stata attraversata da Unni, Goti, Longobardi, Carolingi, Austriaci, Francesi, ognuno dei quali ha lasciato tracce ancora visibili nella città.

Sempre in bilico tra Imperi, Regni, Chiesa ed autonomia; dominata da due Signorie, Pepoli e Bentivoglio, feudo papale, guelfa con animo ghibellino, Bologna è sempre stata in lotta per la libertà. Primo Comune italiano e fra le prime città del mondo, ad approvare un atto che aboliva la servitù: il Liber Paradisus nel 1256; deve la sua grande apertura, in primo luogo, al fermento sorto intorno all'Università: l'Alma Mater, la più antica del mondo.

La fondazione è datata 1088 e la sua fama ha fatto confluire qui studenti da tutto il mondo.

Bologna dal 2006 è Città Creativa della Musica Unesco e la musica pulsa in ogni suo angolo: dal Teatro Comunale all'Orchestra Mozart, fondata da Claudio Abbado; dalla musica Jazz dal vivo delle Osterie ai concerti di Piazza; dal Conservatorio alla Scuola dell'Opera per finire con le centinaia di Associazioni musicali presenti sul territorio.

È stata patria di personalità come Padre Martini, personaggio illustre e complesso del settecento musicale europeo, grande erudito e collezionista, compositore e maestro di contrappunto che ebbe tra i suoi allievi anche Bach e Mozart. Il Museo della Musica raccoglie collezioni e testimonianze del tempo. Nell'800 i nomi più illustri del tempo: Rossini, Verdi, Brahms, Wagner, Puccini, Liszt, si sono intrecciati con l'Accademia Filarmonica.

La sua storia, la sua vitalità, hanno fatto si che grandi della storia abbiano lasciato qui tracce indelebili, non solo nella musica ma nella scienza, nelle arti, nell'architettura. Scienziati come Galvani e Marconi, pittori ed artisti come Morandi, Guido Reni, il Guercino, i Carracci, Leonardo, sul quale naturalmente non manca una leggenda che lo vede dipingere qui la Monna Lisa; Giotto, di cui purtroppo i bolognesi in lotta con il Papa hanno distrutto una cappella interamente affrescata che sorgeva nell'area di Piazza XX settembre; Cassini che ci ha lasciato nella Basilica di San Petronio la più lunga ed importante meridiana del mondo; Michelangelo, del quale rimangono diverse sculture, in particolare nella Basilica di San Domenico; Napoleone, che ha reimpostato urbanisticamente la città, Carlo V incoronato Imperatore nella Basilica di San Petronio.

Ogni angolo qui testimonia di un passato glorioso, “Bologna è tra le città più belle d'Italia e d'Europa. Non esiste città che le assomigli e che possa sostituirla” Guido Piovene in Viaggio in Italia.

Come orientarsi

Centro Storico

L'area del centro storico è facilmente riconoscibile: dove prima sorgevano le mura cittadine è ora presente una circonvallazione di viali, intervallati da dodici porte che conducono ad alcune delle strade principali.

Una volta entrati nel centro orientarsi, al contrario, non è così semplice. Dalle vie maggiori si diramano dedali di strade più piccole tra le quali è facile perdersi, anche per l'omogeneità architettonica della città. L'uso di una mappa è particolarmente raccomandato, ma non bisogna disperare: l'area del centro storico non è così estesa, e da qualsiasi punto si può riuscire abbastanza facilmente a raggiungere1 Piazza Maggiore.

Dando le spalle alla stazione centrale si imbocca Via Indipendenza, una delle principali strade del centro. Percorrendola tutta si arriva nel cuore di Bologna: davanti a voi troverete Piazza Maggiore, con l'inconfondibile Fontana del Nettuno, sulla sinistra via Rizzoli e sulla destra via Ugo Bassi (queste due formano, insieme a via Indipendenza, la cosiddetta zona T).

Imboccando via Rizzoli si arriva davanti alle due torri, uno dei simboli della città. Da qui si diramano le cinque strade principali della zona est della città: via Zamboni (che conduce alla zona universitaria), via San Vitale, Strada Maggiore, via Castiglione e, da quest'ultima, via Santo Stefano.

Da via Ugo Bassi ci si sposta verso la zona ovest della città. Percorrendola tutta arriverete in 2 Piazza Malpighi (non fatevi trarre in inganno dal fatto che non sembra una piazza!), da dove si diramano via Marconi (che vi riporterà non troppo distanti dalla stazione), via San Felice, via del Pratello (una delle zone da tenere d'occhio per la vita notturna), via Sant'Isaia e via Nosadella, che conduce al quartiere residenziale Saragozza.

Quartieri

Bologna è suddivisa in 6 quartieri:

Borgo Panigale - Reno;

Navile;

San Donato - San Vitale;

Savena;

Santo Stefano;

Porto - Saragozza.

Come arrivare

In aereo

L'1 Aeroporto Guglielmo Marconi (IATA: BLQ) offre collegamenti con le maggiori località europee ed internazionali. Dista circa 6 km dal centro città ed è direttamente collegato alla Stazione Centrale grazie alla navetta Aerobus BLQ al prezzo di 6€ (al gennaio 2018). Per raggiungere la stazione è possibile anche prendere l'autobus numero 81/91 con direzione Stazione Centrale alla fermata Birra, distante 950 metri dall'aeroporto, al prezzo di 1,30€ (a febbraio 2018).

L'aeroporto di Bologna è anche un comodo punto di arrivo per visitare Firenze perché le due città sono collegate direttamente da un comodo servizio navetta che si chiama Appennino Shuttle, il quale ha un prezzo competitivo (20€ solo andata a febbraio 2018) rispetto al classico collegamento ferroviario (25€ per il treno più 6€ per l'autobus; sempre a giugno 2013).

In treno

2 Stazione FS di Bologna – A Bologna si fermano i treni provenienti da Milano, Torino, Venezia, Firenze, Roma, Napoli e Rimini.

La Stazione Centrale di Bologna, nodo di collegamento importante per l'intero sistema ferroviario italiano, è facilmente raggiungibile in quanto offre collegamenti diretti con quasi tutte le più grandi città italiane.

Situata in centro città offre collegamenti con numerose linee bus urbane ed extraurbane.

Bologna è servita dalla linea ferroviaria Alta Velocità. I treni Frecciarossa di Trenitalia la collegano con Firenze, Milano, Napoli, Roma e Torino.

I Treni Italo collegano invece Bologna con Milano, Firenze, Roma, e Napoli.

In autobus

3 Autostazione di Bologna, Piazza XX Settembre 6. Offre numerosi collegamenti autobus nazionali ed internazionali, oltre ad essere capolinea per molte linee bus extraurbane e regionali, nonché di linee urbane scolastiche

I punti principali di partenza delle linee urbane sono la Stazione di Bologna Centrale, Via delle Lame, Via dei Mille e Piazza Cavour. I servizi urbani ed extraurbani sono garantiti da Tper.

In auto

Bologna è un nodo autostradale importantissimo per l'Italia, ed è raggiungibile con molta facilità, in quanto vi partono e vi arrivano diverse strade e autostrade.

Autostrade

Autostrada A1 Milano-Napoli. Chiamata anche Autostrada del Sole permette di raggiungere Firenze, Roma, Napoli percorrendola verso sud, oppure Modena, Piacenza, Milano percorrendola nel verso opposto.

Autostrada A13 Bologna-Padova. Da Bologna si raggiunge Padova passando per Ferrara e Rovigo., e quindi al resto del Veneto grazie alla A13.

Autostrada A14 Bologna-Taranto. Detta anche Autostrada Adriatica inizia a Bologna e termina a Taranto: permette di attraversare tutta l'Italia sul lato del Mar Adriatico.

Carpooling

Molti di coloro che decidono di raggiungere Bologna in auto, optano per il Carpooling Bologna .

Un modo innovativo ed ecologico di spostarsi, risparmiando tempo e denaro.

Parcheggi

A Bologna le strisce bianche non indicano sosta gratuita ma sono riservate ai residenti: si sconsiglia di parcheggiare.

4 Parcheggio Apcoa, Piazza 8 agosto 33 (centro). Aperto tutto il giorno. Parcheggio interrato multipiano a pagamento non custodito controllato da telecamere.

5 Parcheggio Apcoa Riva Reno, Via Azzo Gardino 61b - Via del Rondone 2 (centro). Parcheggio interrato a pagamento non custodito controllato da telecamere.

6 Parcheggio Saba S. Orsola, Via Pietro Albertoni 8 (centro). Parcheggio multipiano a pagamento.

7 Garage S. Orsola, Via G. Bentovogli 11 (centro).

8 Parcheggio Staveco, Viale Enrico Panzacchi 10 (centro). Parcheggio a pagamento non custodito.

9 Parcheggio Tanari, Via Luigi Tanari 17 (Vicino alla stazione FS. Decentrato ma collegato al centro con le navette 29 B e con la stazione con la navetta C). tariffa è 0,5 €/h (tariffa massima giornaliera 5 €). Parcheggio a pagamento non custodito.

Come spostarsi

La grande maggioranza dei luoghi interessanti è concentrata all'interno dei viali di circonvallazione, che ricalcano il percorso delle non più esistenti mura medievali; pur non essendo un'area piccola, una visita ideale si svolge a piedi, magari con l'ausilio dei mezzi pubblici.

Dal 12 maggio 2012 ogni weekend - dalle 8,00 di sabato alle 22,00 di domenica - e tutti i giorni festivi - dalle 8,00 alle 22,00 - la zona T (via Rizzoli, via Indipendenza e via Ugo Bassi) rimane aperta esclusivamente a pedoni e biciclette, perciò molte linee urbane di bus sono deviate ed effettuano un percorso diverso da quello dal lunedì al venerdì. Durante i T-Days si accede al centro storico solo tramite le due navette "T1" e "T2", le quali collegano le principali fermate degli autobus arrivando comodamente fino agli ingressi dell'isola pedonale.

Arrivando in auto, considerando che il centro è in parte pedonalizzato o a traffico limitato (con controllo elettronico Sirio ai varchi di accesso), si può usufruire dei vicini parcheggi ben collegati a mezzi pubblici. Alcuni sono gratuiti se si prende l'autobus, il taxi o la bicicletta.

Con mezzi pubblici

TPER, ☎ +39 051 290 290. 1,50 € biglietto ordinario (75 minuti), 5 € biglietto giornaliero (area urbana). L'azienda degli autobus bolognese offre un servizio capillare con corse frequenti durante l'arco della giornata. Il biglietto si può acquistare anche sull'autobus in area urbana a 2,0 € con validità di 75 minuti, tramite appositi distributori che accettano monete da 10, 20, 50 centesimi, 1 € e 2€ - la macchina non dà resto, premunirsi di spiccioli. Sui mezzi più moderni una voce registrata segnala le fermate durante il tragitto. In ogni caso, se si necessita di chiarimenti gli autisti sono disponibili.

In bicicletta

10 Dynamo la velostazione di Bologna, Via Indipendenza, 71/Z, ☎ +39 051 1990 0462, info@dynamo.bo.it. Lun-Ven 06:00-22:00. È possibile noleggiare city-bike, mountain bike e bici per bambini a due passi dall'autostazione e dalla stazione dei treni.

In taxi

C.A.T. Radiotaxi Bologna, ☎ +39 051 4590, +39 333 333 0749 (Cellulare), info@taxibologna.it. È possibile prenotare un taxi effettuando una chiamata, mandando un sms con la via e il numero civico in cui ci si trova, oppure online. Disponibilità di pulmini allestiti per trasporto disabili.

COTABO Taxi Bologna, ☎ +39 051 372727. È possibile prenotare un taxi effettuando una chiamata oppure online. Disponibilità di pulmini allestiti per trasporto disabili.

In auto

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Cosa vedere

Edifici religiosi

3 Basilica di San Petronio, Piazza Maggiore, ☎ +39 051231415. Ingresso libero. Doveva essere la più grande chiesa del mondo e doveva avere la forma di un'enorme croce latina, ma venne completato solo il braccio lungo e non venne portata a termine nemmeno la facciata. La basilica è comunque uno dei più splendidi esempi dello stile gotico italiano ed è uno dei massimi monumenti della città.

4 Basilica di Santo Stefano, Via Santo Stefano 24, ☎ +39 051 3209065699. Ingresso libero.

Edifici civili

5 Palazzo dei Notai, via Pignattari, 1 (Si affaccia direttamente su Piazza Maggiore). L'interno non è visitabile. Eretto nel 1381 dalla "Società dei Notai" allo scopo di farne la propria sede e completamente restaurato nel 1908 da Alfonso Rubbiani. All'interno sono custoditi affreschi quattrocenteschi oltre allo stemma dei Notai, e da ammirare sono le grandi ed eleganti vetrate a rulli, recentemente rimesse a nuovo. Al secondo piano, detto anche piano nobile, vi è una grande Sala denominata Sala dei Notai, usata per diverse iniziative dal Comune di Bologna.

6 Palazzo d'Accursio (Palazzo comunale), Piazza Maggiore 6 (Si affaccia su Piazza Maggiore). Ingresso libero. Edificato in diverse fasi tra il XIII e il XVI secolo, subendo rimaneggiamenti e restauri fino alle soglie del XXI secolo. Il Palazzo si presenta come un vasto complesso architettonico che occupa all'incirca 15.000 mq nel pieno del centro storico di Bologna.La facciata su Piazza Maggiore è quella più riccamente adornata: oltre al maestoso portale cinquecentesco completato nella parte superiore da Domenico Tibaldi, e sopra al quale si trova la statua bronzea di Gregorio XIII realizzata da Alessandro Menganti, si trova quasi di fronte alla Fontana del Nettuno una grande finestra a balcone realizzata dall'Alessi nel 1553; Particolarità è l'inserimento di due aquile in marmo rosso di Verona delle quali una attribuita popolarmente a Michelangelo.Inoltre il fronte è adornato dalla Madonna di Piazza con Bambino, opera in terracotta di Nicolò dell'Arca realizzata intorno al 1478. Sulle pareti prospicienti la Fontana del Nettuno è possibile trovare i riferimenti per le antiche unità di misura bolognesi e il Sacrario dei partigiani, nato in maniera spontanea nel luogo dove avvenivano le fucilazioni da parte delle truppe naziste che occupavano la città.Al suo interno ospita le Collezioni comunali d'arte, mentre da Piazza del Nettuno si trova l'ingresso della Biblioteca Salaborsa, inaugurata nel 2000 nell'attiguo edificio della Sala Borsa.

7 Palazzo dei Banchi, Via dell'Archiginnasio (Sul lato est di Piazza Maggiore, a lato della Basilica di San Petronio). Non si visita all'interno. Si tratta dell'ultimo edificio costruito in Piazza Maggiore. Tra il 1565 e il 1568 fu progettata la facciata su disegno di Jacopo Barozzi detto il Vignola, con lo scopo di dare alla piazza maggior uniformità dato che il prospetto era formato da aggregati di edifici medievali. L'effetto di magnificenza doveva coprire le retrostanti vie del mercato. Il palazzo trae il suo nome dai banchi che durante i secoli XV e XVI esercitavano l'arte cambiaria.

8 Palazzo del Podestà, Piazza Maggiore, 1 (Si affaccia su piazza Maggiore). Non si visita all'interno. Il palazzo del Podestà venne eretto nel 1200 circa, insieme a Piazza Maggiore come edificio per svolgere le funzioni pubbliche e quindi sede del podestà e i suoi funzionari. L'assetto attuale è molto differente dall'originario anche perché il Palazzo Re Enzo fu costruito successivamente.Si tratta di un grande complesso architettonico attraversato da due strade che si incrociano sotto il Voltone del Podestà, sopra il quale si erge la cosiddetta torre dell'Arengo, torre quadrangolare in cotto realizzata da Alberto di S. Pietro nel 1259 in sostituzione dell'originaria struttura lignea risalente al 1212, la cui campana richiamava il popolo in caso di eventi straordinari.Nel 1453 Aristotile Fioravanti collocò l'attuale campana (detta il campanazzo) e rinnovò la facciata romanica con uno stile rinascimentale per volere di Giovanni II Bentivoglio, seppure non terminando mai la realizzazione a causa della cacciata della famiglia Bentivoglio dalla città.La parte inferiore del palazzo è decorata con centinaia di formelle con motivo floreale, tutte diverse tra di loro.La torre dell'Arengo è il campanile civico della città di Bologna ed è alta 47 m. Situata sul Voltone, non ha la solidità delle strutture coeve, che venivano edificate anche a scopo difensivo, ma rappresenta un caso unico nel panorama bolognese. La costruzione risale al XIII secolo, ma l'aspetto attuale è frutto di diverse ricostruzioni e opere di consolidamento avvenute nei secoli successivi.

9 Palazzo Re Enzo, Piazza del Nettuno 1/c (Aperto in concomitanza con eventi). Fu costruito tra il 1244 e il 1246 per volere del podestà Filippo Ugoni come ampliamento degli edifici comunali del Palazzo del Podestà e per questo chiamato Palatium Novum, ma le sue vicende storiche l'hanno da sempre legato alla figura di Re Enzo di Sardegna.Nel 1386 Antonio di Vincenzo realizzò in muratura la Sala del Trecento, poi adibita ad archivio comunale. L'ultimo piano fu pesantemente ristrutturato nel 1771 ad opera di Giovanni Giacomo Dotti.Nel 1905 Alfonso Rubbiani ripristinò l'aspetto gotico dell'edificio ricostruendo le originarie merlature, le arcate del pianterreno, la scala quattrocentesca e riaprendo le finestre a trifora, operando tuttavia numerose aggiunte di fantasia dettate dalla moda neo-medievalista dell'epoca. Sulla destra del palazzo si trova ancora l'accesso alla cappella di Santa Maria dei Carcerati, in cui si recavano i condannati a morte.Le facciate esterne del Palazzo Re Enzo si affacciano sulla Piazza del Nettuno, via Rizzoli e Piazza Re Enzo e sono state sottoposte a restauro conservativo nel 2003.

Piazza Maggiore di Bologna

10 Palazzo dell'Archiginnasio, Piazza Galvani, 1, ☎ +39 051 276811.

11 Palazzo della Mercanzia, Piazza Della Mercanzia,4, ☎ +39 051 6093111.

Musei

12 Collezioni Comunali d'Arte (Le Collezioni sono all'interno di Palazzo d'Accursio e vi si accede dalla Sala Farnese al secondo piano), Piazza Maggiore 6, ☎ +39 051 2193998. €6 intero; €3 ridotto (Settembre 2020).

13 Museo civico archeologico, Via dell'Archiginnasio, 2 (Allestito all'interno di Palazzo Galvani), ☎ +39 051 2757211, mca@comune.bologna.it. 7€ (dicembre 2025). Lum, Mer-Ven 9:00-18:00, Sab-Dom 10:00-19:00. Il Museo Civico Archeologico di Bologna ospita una ricca collezione di antichità. Inaugurato nel 1881 nella suggestiva sede di Palazzo Galvani, il Museo si è formato inizialmente grazie al contributo di eminenti collezionisti (in primis l'eminente artista bolognese Pelagio Palagi, la cui raccolta è stata acquisita dal Comune di Bologna nel 1861), poi attraverso la raccolta ed esposizione, in momenti successivi, dei reperti rinvenuti nel corso degli scavi in area urbana, che dalla seconda metà dell'Ottocento hanno messo progressivamente in luce le fasi villanoviana, etrusca, celtica e romana della città e del territorio di Bologna. Le sezioni del Museo sono: la sezione egizia al piano inferiore, il lapidario romano al piano terra e nel chiostro, le sezioni pre-protostorica, villanoviana, etrusca, greca, celtica e romana al piano superiore. Fino alla primavera 2019 il piano superiore del Museo non è accessibile a causa di importanti lavori di ristrutturazione del tetto.

14 Museo Civico Medievale, Via Alessandro Manzoni 4, ☎ +39 0512193930. Allestito nel Palazzo Ghisilardi Fava, uno degli esempi più illustri di palazzo rinascimentale bolognese.

15 Museo Civico d'Arte Industriale e Quadreria Davia Bargellini, Strada Maggiore, 44. Il museo è ospitato all'interno del Palazzo Davia Bargellini

16 Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, Strada Maggiore, 34.

17 Museo civico del Risorgimento, Viale Carducci 5.

18 Museo d'Arte Moderna di Bologna (MAMbo), Via Don Minzoni, 14. Uno dei principali musei italiani di arte moderna e contemporanea

19 Casa Morandi, Via Fondazza 36, ☎ +39 051 6496611. Ingresso libero. Appartamento e studio del pittore Giorgio Morandi situato in via Fondazza. Al suo interno sono conservati oggetti, fotografie, libri e opere d'arte appartenute al pittore.

20 Pinacoteca Nazionale di Bologna, Via delle Belle Arti, 56. La Pinacoteca Nazionale è ospitata nell'ex noviziato e chiesa gesuita di Sant’Ignazio. Al suo interno è esposta una ricca collezione di opere d'arte di artisti bolognesi come Vitale da Bologna, i Carracci e Guido Reni e di artisti italiani che hanno operato per edifici religiosi della città. Di notevole interesse sono il polittico di Giotto e l'Estasi di Santa Cecilia di Raffaello.

21 Museo Ebraico, Via Valdonica, 1/5.

22 Museo della Storia di Bologna - Palazzo Pepoli, Via Castiglione, 8.

23 Palazzo Fava - Palazzo delle Esposizioni, via Manzoni 2 (Allestito all'interno del Palazzo nobiliare Fava Ghisilieri), ☎ +39 051 19936305.

24 Musei Universitari - Museo di Anatomia Comparata, Via Selmi, 3, ☎ +39 051 2094243, +39 051 2094140. Lun-Ven 9:00-17:00; Sab-Dom 10:00-18:00.

25 Musei di Palazzo Poggi, via Zamboni 33. Il palazzo ospita la sede centrale dell'Università di Bologna. l'interno è decorato con affreschi di Pellegrino Tibaldi, A piano terra è situata la Sala dell'Ercole adorna della statua dell'eroe scolpita da Angelo Piò nel 1730. Sul fianco nord del Palazzo sta la monumentale Aula Magna del 1756. Sempre all'interno di Palazzo Poggi sono stati allestiti numerosi Musei Universitari. Nella Biblioteca Universitaria di Bologna è conservata la "Quadreria" con oltre 600 pregevoli ritratti di una collezione iconografica iniziata nel 1754.

26 Museo della Specola, ia Zamboni 33. Il museo è allestito all'interno della torre astronomica eretta all'inizio del Settecento su Palazzo Poggi, sede storica del Dipartimento di Astronomia

27 Orto botanico, Via Irnerio 42. 10:00-19:00. Gestito dall'Università di Bologna fu fondato nel 1568 da Ulisse Aldrovandi ed è tra i giardini botanici più antichi d'Europa.

28 Museo Ottocento Bologna, Piazza San Michele 4/C (Si trova in una laterale di strada Maggiore), ☎ +39 051 4989511, info@mobologna.it. Nel museo sono visibili opere di artisti bolognesi che vanno dalla metà dell'Ottocento al primo Novecento.

Le torri di Bologna

29 Torre degli Asinelli (Piazza Ravegnana) (L'accesso alla torre è sospeso dal 23 ottobre 2023 e fino a data destinarsi per manutenzione dell'area.), ☎ +39 0516583111. intero €5, ridotto €3. Dal 1 Marzo al 5 Novembre: Tutti i giorni 9:30–19:30, ultimo accesso ore 18:30; dal 6 Novembre al 28 Febbraio: tutti i giorni 9:30–17:45, ultimo accesso ore 17:00. Dalla cima si vedono Bologna e la città di Cento, ma quando il cielo è terso anche l'Adriatico e le Prealpi venete. Un tempo era alta circa 100 metri, in seguito fu abbassata di qualche metro fino ai 97,20 m. attuali.

30 Torre Garisenda (Piazza Ravegnana). Sorge accanto alla Torre degli Asinelli; sono note col nome di "Due torri" o "Torri pendenti" e sono il simbolo più famoso della città. La Garisenda è così pendente che Dante la descrisse nell'inferno, raccontando che in alto spuntava un angolo delle fondamenta della torre. Proprio per questo motivo anche la Garisenda fu abbassata di una ventina di metri.

31 Torre Prendiparte (Piazzetta Prendiparte 5), ☎ +39 335 5616858. Bed and breakfast e spazio per eventi, ospita anche spettacoli e presentazioni aperti al pubblico.

32 Torre Azzoguidi (via Altabella 15).

Edifici

Palazzo del Monte di Pietà, Via Indipendenza 11.

Palazzo dell’Ex Seminario, Via Indipendenza 8. Ora Grand Hotel Majestic, “già Baglioni”.

Palazzina Majani, Via Indipendenza, 4.

Palazzo Ghisilieri, Via Ugo Bassi, 14.

Teatri storici

33 Teatro Comunale.

Arena del Sole.

Teatro Duse.

Teatro di Villa Aldrovandi Mazzacorati.

Teatro Alessandro Guardassoni.

Teatro Eden.

Teatro San Salvatore.

Teatrino della Verzura.

Gallerie d'Arte

De' Foscherari, Via Castiglione 2/B. Spazio storico per l'arte contemporanea a Bologna.

Forni, Via L.C. Farini 26. Riferimento per pittura e scultura figurative del 1967.

L'Ariete artecontemporanea, Via M. D'Azeglio 42. Dal 1983 propone protagonisti e artisti emergenti del panorama internazionale.

Otto Gallery. Fondata nel 1992, da sempre qui l'inaugurazione di una mostra è quasi sempre per incontrare gli artisti.

Fondoantico. Propone rassegne, dipinti antichi, spesso di notevole interesse storico e di autori.

Altro

34 La finestra di via Piella, Via Piella (Fra i numeri 16 e 18). C'è una Bologna segreta sottoterra: è la città delle acque. La finestrella di via Piella è un'apertura, collocata nel centro storico di Bologna, che si affaccia sul canale di Reno, uno dei pochi corsi d'acqua oggi visibili della città. Dalla finestrella si può vedere il corso d'acqua fiancheggiato da alcuni edifici dai colori vivaci da un lato e da un'altra serie di strutture in mattoni non verniciati dall'altro.Nel Medioevo la città di Bologna presentava numerosi canali utilizzati a per il trasporto delle merci e delle persone. Il canale di Reno, visibile dalla finestrella, è in buona parte nascosto tra gli edifici. Il tratto del canale su cui si affaccia la finestrella serviva ad alimentare il fossato difensivo in corrispondenza di porta Govese e vi si trovavano numerosi lavatoi privati. Nel corso dei secoli, con il mutare della struttura economica, la maggior parte dei corsi d'acqua venne coperta dagli edifici e le strade fatti costruire su di essi. La finestrella è oggi una nota attrazione turistica.

35 Il ponte di via Matteotti. Binari che si intrecciano fino a sparire in lontananza e la stazione.

I Portici di Bologna

I portici del centro storico. Oltre 38 km di lunghezza, permettono di girare la città al riparo dalle intemperie d'inverno e all'ombra d'estate. Il portico più lungo di Bologna e del mondo è quello che porta a San Luca. È composto da 666 archi e si arrampica sul Colle della Guardia. Dal 2021 i portici bolognesi sono un bene culturale italiano nominato come “patrimonio dell'umanità” dall'UNESCO.

Musei

36 Museo per la Memoria di Ustica, Via di Saliceto 3/22 (Bus nº 25 da via San Vitale/Rizzoli/Ugo Bassi/Stazione FS e scendere fermata Cignani ed accedere al Parco Pubblico).

37 Museo del patrimonio industriale di Bologna, Via della Beverara, 123.

38 Museo del tessuto e della tapezzeria "Vittorio Zironi", Via di Casaglia, 3.

39 Cimitero monumentale della Certosa di Bologna, Via della Certosa, 18 (Raggiungibile dal centro storico con bus n° 19, fermata Chiesa Certosa). 3 novembre-28 febbraio Lun-Dom 8:00-17:00; 1 marzo-2 novembre Lun-Dom 7:00-18:00.

40 Villa Aldini, Via dell'Osservanza, 35/a, ☎ +39 051 2193930 (biglietteria). Museo Civico Medievale.

41 Fondazione MAST, Via Speranza, 42. gratis. Fondazione che ospita mostre fotografiche a tema industriale.

Musei e aree archeologiche

42 Scavi archeologici Salaborsa.

Museo Civico Archeologico Luigi Fantini, Via del Museo, 2 (A Monterenzio), ☎ +39 051 929766, +39 329 1949532 (mobile), fax: +39 051 929766, museomonterenzio@unibo.it. Intero 5 €, ridotto (6-14 anni, scolaresche, universitari di Bologna) 3 €, grauito (0-5 anni, accompagnatori turistici, di disabili e di scolaresche). Mer-Gio 9:00-13:00, Sab-Dom 10:00-18:00, Mar e Ven ingressi su prenotazione.

Area archeologica di Monte Bibele (A Monterenzio), ☎ +39 051 929766, +39 329 1949532 (mobile), fax: +39 051 929766, info@montebibele.eu.

43 Museo della civiltà Villanoviana (MUV), Via Tosarelli, 191 (A Castenaso. Ingresso via V. Golinelli), ☎ +30 051 780021, +39 051 6059125 (aperture straordinarie). Biglietto intero: 5 €. Biglietto ridotto: 3 € residenti a Castenaso, over 65, 14/18 anni, studenti universitari, possessori YoungERCard, possessori Card Cultura, soci Coop, gruppi oltre 10 persone. Biglietto gratuito: persone con disabilità e accompagnatore, under 14 anni, insegnanti, giornalisti, guide turistiche, funzionari del Ministero. Visita guidata 2,5 €/pax; 1,5 €/pax per gruppi superiori a 5 persone. Mar-Mer e Ven-Sab 9:00-13:00 (Mar su richiesta), Gio 9:00-13:00 e 15:30-18:30, Dom 15:30-18:30.

Sito archeologico della città romana di Claterna.

Altro

Certosa di Bologna. Cimitero storico monumentale.

Ospedale di Santa Maria della Morte.

44 Santuario della Madonna di San Luca. In treno o in autostrada San Luca appare a vegliare sulla città dal colle della Guardia.

45 San Michele in Bosco. Si può prima visitare l'antico complesso monumentale, poi vedere il panorama della città oltre il verde del parco.

Panorama dalla Collina Di Monte Donato.

46 Torre Unipol. Fal 2012, alta 125 m è la nuova primatista in altezza nello skyline emiliano romagnolo.

Fiera di Bologna.

47 Stadio Comunale "Renato Dall'Ara" con la Torre di Maratona.

Eventi e feste

ArteFiera. A gennaio/febbraio. Mostra mercato dedicata all'arte moderna e contemporanea.

Arte e Scienza in Piazza. A febbraio.

Fiera del Libro per Ragazzi (Bologna Childen Book's Fair). A marzo.

Future Film Festival. A marzo.

Youngabout International Film Festival. A marzo.

Live Arts Week. Ad aprile.

AngelicA. A maggio.

Bè Bologna Estate. A giugno.

Biografilm Festival. A giugno.

Festival di Santo Stefano. A giugno.

Il Cinema Ritrovato. A giugno.

Porretta Soul Festival. A luglio.

Sotto le Stelle del Cinema. A luglio.

Concerto del 2 Agosto. Ad agosto.

Cersaie. A settembre.

Danza Urbana. A settembre.

Notte Bianca del Jazz. A settembre.

Sana. A settembre.

Wine Food Festival. A settembre.

La città dello Zecchino. A settembre.

Festa di San Petronio. A ottobre.

Gender Bender Festival. A ottobre.

Saie. A ottobre.

Trekking Urbano. A ottobre.

Archivio Aperto, Via Sant'Isaia 18 (Presso l'archivio nazionale del film di famiglia), ☎ +39 051 3397243, info@homemovies.it. A ottobre/dicembre.

Bologna Jazz Festival. A novembre.

Cioccoshow. A novembre.

Zecchino d'Oro. A novembre/dicembre.

Birrai Eretici, info@birraieretici.it. A maggio. Festival di birra artigianale.

Acquisti

Mercati

Il venerdì e il sabato, si può visitare il più grande mercato di Bologna, detto dai bolognese "Piazzola", che offre davvero qualsiasi tipo di merce, ed è situato su Piazza VIII agosto, e sul parco della Montagnola, nei pressi della stazione e di via Indipendenza.

La Piazzola, Parco della Montagnola e Piazza VIII Agosto, ☎ +39 335 496292. Ven e Sab dall'alba al tramonto.

Al mercato della Piazzola potete trovare veramente di tutto. A fare da padroni sono gli articoli d'abbigliamento (dalle scarpe agli accessori, dall'etnico al made in Italy passando per il vintage e la moda low-cost), ma si trovano anche articoli per la casa, oggettistica e cosmetici.

Mercato Antiquario Città di Bologna, Piazza antistante la Basilica di Santo Stefano e nelle vie adiacenti. Il secondo sabato e la seconda domenica del mese.

Mercato del collezionismo (ex Celò Celò Mamanca), Piazza VIII Agosto. Gio 8:30-17.00 d'inverno e 8:30-18:00 d'estate.

Mercato dell'antiquariato. Primo Mar del mese (luglio-agosto esclusi) e terzo Mar del mese (gennaio-febbraio e luglio-agosto esclusi). 8:30-17.00 d'inverno e 8:30-18:00 d'estate.

Mercatino del Vintage, Piazza Puntoni. Martedì dalle 9.00 alle 16.00.

DecoMela Art, Via San Giuseppe. Dalle 9.30 alle 19.30, secondo un calendario definito annualmente.

San Giuseppe Colors, Piazza San Giuseppe. Dal mattino al tramonto, secondo un calendario definito annualmente.

Kurbis, Via Del Monte. Dal mattino al tramonto, secondo un calendario definito annualmente.

Mercato di Mezzo, Via Drapperie, ☎ +39 051 2960801. Lun-Mer Ven-Sab 7:00-13:00 e 16:15-19:30; Gio 7:00-13:00 (gli orari sono flessibili).

Mercato delle Erbe, via Ugo Bassi. Lun-Sab 7:00-13:15, Lun-Mer e Ven 17:30-19:30. Chiuso Dom e festivi.

Campagna Amica, via del Gomito, 30, ☎ +39 051 6388648. Mer 14:30-18.30 d'inverno, 16:00-20:00 d'estate.

Mercato di Piazza San Francesco, Piazza San Francesco. Mar 8:00-13:00.

Fiera del Libro, Piazza XX Settembre. Marzo-maggio e ottobre-novembre 9:00-19:00.

Fiera dell'Antiquariato, Voltone del Podestà, lato Piazza Re Enzo. 12-24 dicembre 8:30-19:00.

Fiera di Natale, via Altabella. Dal penultimo giovedì di novembre al 7 gennaio (la data di chiusura potrebbe variare leggermente) 9:30-20:00.

Fiera di Santa Lucia, Strada Maggiore (portico monumentale della Chiesa dei Servi). dal sabato precedente il 25 novembre al 1 gennaio (la data di chiusura potrebbe variare leggermente) 9:30-20:00. Da visitare per acquistare qualche pensierino di Natale: si trova oggettistica, artigianato, accessori e simili, a prezzi generalmente contenuti. Sono inoltre presenti diversi banchetti che vendono dolci, caramelle e snack di vario genere, per rinfrancarsi durante lo shopping -assolutamente da provare la pizza fritta!

Shopping enograstronomico d'autore

Atti, Via Capraie, 7. Locale storico d'Italia, è uno degli indirizzi migliori per acquistare specialità locali.

Enoteca Italiana, Via Marsala, 2/B. Non solo enoteca ama anche wine bar, dove si può sostare per pranzo o per l'aperitivo gustaindo i taglieri di salumi e formaggi di grande qualità.

Majani, Via de' Carbonesi, 5. Tappa d'obbligo per gli amanti del cioccolato.

Le sfogline, Via Belvedere, 7/B. Una delle più apprezzate botteghe artigianali di pasta all'uovo.

Simoni, Via Drapperie, 5/2A. Salumeria pilastro della cucina bolognese.

Tamburini, Via Caprarie, 1, ☎ +39 051 234726. Negozio con annesso ristorante dove è possibile trovare i prodotti tipici della tradizione.

Banchi, Botteghe, Boutique

Via Pescherie Vecchie. Ogni metro è una bottega.

Il Pavaglione. Ci si muove a passo lento di fronte a vetrine di gioielli e abbigliamento.

Via d'Azeglio. La storica via pedonale di Bologna.

Via San Felice. Centrale, ma fuori dai grandi flussi del passeggio,. Abbigliamento, accessori, e modernariato.

Via Santo Stefano. Una interessante zona dello shopping, affollatissima nel week end.

Dove mangiare

I Bolognesi che vogliono mangiare bene oggigiorno non si dirigono verso il centro, bensì nei paesi dei dintorni, in cerca di locali di qualità e rispettosi della tradizione culinaria. Tra i numerosi ristoranti, enoteche, pub, trattorie spiccano le tipiche osterie, che rappresentano, oggi come ieri, il fulcro della vita notturna della città. Icone storiche della città, già prima del 1300 se ne contavano oltre 150.

A Bologna cucinare è un rito e la tavola è un luogo di condivisione.

La gastronomia si distingue per l'alto numero di prodotti tradizionali consolidatisi nei secoli dal confluire in città delle specificità culinarie degli studenti provenienti da tutto il mondo. È la prima provincia italiana per numero di prodotti DOP e IGP. Gli elementi cardine della cucina sono il maiale e la pasta all'uovo. Diversi i piatti tipici registrati: la mortadella, insaccato di origine medievale; le tagliatelle, la cui pasta deve obbligatoriamente essere tirata a mano; le lasagne verdi, che devono la colorazione all'uso di spinaci o ortica; il ragù, sapiente mistura di carne, odori e verdure che rimane sul fuoco a bollire per ore prima di essere pronto come condimento; i tortellini, di piccole dimensioni e con un ripieno a base di carne; il fritto misto, che comprende carne, verdure, frutta e crema; la cotoletta, ricoperta da prosciutto e mozzarella; ed il friggione; ma molti altri ne compongono le specialità.

I cibi tipici della città sono:

I tortellini in brodo

I tortelloni di ricotta

Il ragù alla bolognese (condimento per le tagliatelle)

Le lasagne

Il friggione - è un misto di cipolle e pomodori

Il panspeziale (o Certosino) è il parente ricco del panone di campagna

La crescenta - è una focaccia che può essere arricchita da prosciutto crudo o ciccioli

La crescentina - è una pasta salata fritta

Le tigelle - sono piccoli pani circolari che prendono il nome dalle formelle in pietra refrattaria

I ciacci - che ricordano le piadine ma sono di diametro inferiore

Le zampanelle (dette anche borlenghi) - crepes farcite con un condimento di lardo

Contrariamente a quanto si aspettano molti turisti stranieri, a Bologna non si possono degustare gli Spaghetti Bolognese, piatto ibrido creato all'estero dalla combinazione degli spaghetti napoletani e dal ragù alla bolognese. Il ragù, a Bologna, si usa per condire le tagliatelle.

La carta dei vini dei Colli Bolognesi comprende: Pignoletto, vero Re dei Colli, che si accompagna con i tortellini col brodo di carne; Chardonnay, aperitivo perfetto, si sposa con pesce e uova; Sauvignon, per antipasti, pasta in brodo pesce fritto e grigliate; Riesling Italico, ottimo con il prosciutto; Bianco Colli Bolognese, che valorizza le grigliate; Cabernet Sauvignon, per cacciagione e selvaggina; Barbara, molto pregiato se invecchiato di qualche anno; Merlot, indicato per bolliti e funghi.

Prezzi modici

Pizza Altero, Via Indipendenza, 33; via Ugo Bassi, 10, ☎ +39 051 234758, +39 051 226612. lun-gio, dom 9:00-00:30, ven 09:00-01:30, sab 09:00-02:30. Per uno spuntino veloce durante lo shopping o una passeggiata in centro non si può non andare da Altero, la più famosa pizzeria take-away di Bologna.

Panificio Al Mi Furner, Via Saffi, 1, ☎ +39 051 550054. Per lo spuntino notturno, tra dolce e salato, è la tappa fissa dei bolognesi.

1 Trattoria da Me (ex Trattoria Danio), Via San Felice, 50/A, ☎ +39 051 555202. Mar-Dom 12:00-14:30 e 19:30-22:00. Questa trattoria, frequentata dai bolognesi DOC, dal 1937 propone piatti tipici (tagliolini, cappelletti, carni e pesce), con sfoglia tirata a mano cucinati secondo tradizione. Prezzi sotto i 10€ per un primo piatto di pasta fresca.

Trattoria del Rosso, ☎ +39 051 236730, info@trattoriadelrosso.com. 12:00-15:00, 19:00-23:00. Altra trattoria con piatti tipici della cucina emiliana, propone un menù alla carta a prezzi abbordabili, ma soprattutto un menù fisso a 10 € comprensivo di un primo, un secondo con contorno e, a scelta, dolce o caffè. Raccomandata se avete fame, ma pochi soldi da spendere!

Rosticceria Babilonia, Via del Pratello, 17. In questa piccola rosticceria potrete trovare ottimi piatti di cucina italiana e internazionale (soprattutto mediorientale), nonché -a detta di molti- il miglior gyros di Bologna servito con un'ottima pita fatta sul momento.

2 Bounty Ristopub, Via delle Moline 6/A, ☎ +39 051 6593997. Lun-dom 12:00-02:30, aperitivo 28:00-21:00. Se la vostra priorità non è mangiare qualcosa di tipico ma semplicemente mangiare tanto, questo è il posto che fa per voi. Oltre al pranzo a buffet per 10 €, l'evento notevole è l'aperitivo, dove con 7 € avrete accesso a un buffet ricchissimo e continuamente rimpinguato, con primi, secondi e contorni.

3 Pane Georgiano, Via Sebastiano Serlio, 32a, ☎ +39 051 468 4366. Mar-Dom 12:00-23:00. L'unico ristorante georgiano in Italia. Khachapuri cotto nel forno tipico. Molte opzioni per vegetariani.

4 Il Panino, Via Galliera, 91/A, ☎ +39 051 039 4249. 10€. Lun-Sab 11:30-15:30 e 18:30-22:00. Paninoteca gourmet con prodotti di qualità.

Prezzi medi

Trattoria Fantoni, Via del Pratello, 11, ☎ +39 051 236358, +39 051 236358. Lun-Sab 12:00-14.30, Mar-Sab 20:00-22:00. Pasta fresca fatta a mano.

Al Montegrappa da Nello, Via Monte Grappa, 2, ☎ +39 051 236331. Mar-Dom 12:00-15:00 e 19:00-23:00. Cucina tradizionale bolognese ed emiliana con pasta e dolci fatti in casa.

Trattoria Da Vito San Luca, Via di Monte Albano, 5, ☎ +39 051 437711, +39 331 8716591, vito@vito.it. Mer-Lun 12:00-00:00, festivi 09:00-00:00. Ristorante che accetta animali al suo interno.

5 La Buca di San Francesco, Piazza Malpighi, 14, ☎ +39 051 484 7322. 25€. Lun, Mar, Gio 19:00-22:30, Ven-Dom 12:00-15:00 e 19:00-22:30. Tipica trattoria bolognese.

6 Da Thiago a Mare, Via Giovanni Amendola, 8/2. 25€. Lun-Dom 12:00-15:00 e 19:00-00:00. Pizzeria napoletana e ristorante.

7 The House of Pizza, Via Maurizio Padoa, 6h, ☎ +39 351 519 5285. 25€. Mar-Dom 19:00-23:00. Pizzeria napoletana contemporanea con impasto molto idratato e ingredienti di qualità.

8 Trattoria Paradisino, Via Coriolano Vighi, 33, ☎ +39 051 566401. 25€. Lun-Dom 12:30-14:30 e 19:30 22:30. Trattoria tipica in una zona comoda per parcheggiare, utile se siete di passaggio.

Trattoria Da Giampi e Ciccio, Via Farini, 31, ☎ +39 051 268032. 25-30€ con primo e secondo. Lun-Sab 12:30-14:30 e 19:00-22:30, Dom 12:00-14:30. Trattoria tipica bolognese in centro.

Trattoria dell'Autotreno, Via della Secchia, 3, ☎ +39 051 558007. 20-25€ con primo e secondo. Mar-Sab 12:30-14:30 e 19:00-22:00, Dom 12:30-14:30. Cucina tradizionale bolognese in trattoria tipica in stile anni '70 in zona Saffi.

Prezzi elevati

9 Ristorante Diana, Via Volturno, 5, ☎ +39 051 231302, diana@softer.it. Mar-Sab 12:15-14:30 e 19:15-22:30, Dom 12:15-14:30. Ristorante tradizionale.

Come divertirsi

Spettacoli

Bologna è anche città di Eventi, di Fiere, di Cultura.

Nell'ambito dell'articolato e ricchissimo panorama che compone il calendario delle manifestazioni ricorrenti, spicca la vocazione musicale con: la stagione dell'Orchestra Mozart, diretta da Claudio Abbado; i concerti di musica classica di Bologna Festival; la rassegna Musica Insieme di concerti da camera; il festival di musica contemporanea Angelica; la rassegna che si tiene nella struttura monastica millenaria di Santo Stefano; il Jazz Festival.

La Cineteca ogni anno propone i festival: il Cinema Ritrovato, dedicato alla riscoperta di film rari e Sotto le Stelle del Cinema, che ospitano film proiettati su uno schermo gigante in Piazza Maggiore; il Biografilm Festival, evento interamente dedicato alle biografie e ai racconti di vita e il Future Film Festival, sulle nuove tecnologie del cinema d'animazione.

Nell'ambito dell'editoria e dell'arte ricorrono appuntamenti di richiamo internazionale come Arte Fiera, mostra mercato di arte contemporanea; Artelibro, festival sul libro d'arte e da collezione; Bilbolbul, festival internazionale dedicato al fumetto d'autore; Fiera del libro per Ragazzi, il più importante appuntamento del mercato dei copyright per ragazzi.

Altri eventi di un grande rilievo sono i festival: Danza Urbana, danza nei paesaggi urbani; Gender Bender, identità di genere; Netmage, dedicato alle arti elettroniche.

Il numero, la varietà e la qualità degli otto Musei Comunali ad entrata gratuita, di quelli Universitari, Ecclesiastici e Privati; le Gallerie d'Arte, le Piazze, le Chiese, i Monumenti, i Palazzi e gli itinerari, consentono, a visitatori di ogni età, di trovare sempre occasioni preziose di conoscenza, arte, cultura e divertimento.

1 Arena del Sole, Via Indipendenza, 44, ☎ +39 051 2910910, fax: +39 051 2910915. È il maggiore teatro stabile della città, offre spettacoli teatrali, musica, danza e performance ospitando artisti famosi sia del panorama nazionale che internazionale.

Teatrino degli Illusi, Vicolo Quartirolo, 7, ☎ +39 051 272697, info@teatrinodegliillusi.com. In una cornice pittoresca e affascinante -il locale meriterebbe una visita già di per sé- vengono proposte diverse tipologie di spettacolo (dalla musica al teatro) da gustare seduti ai tavolini mentre si sorseggia un drink, come nella tradizione del cafè chantant francese.

Locali

Le due strade con maggiore concentrazione di locali sono via Petroni, nel cuore della zona universitaria e più marcatamente studentesca, e via del Pratello, nella zona ovest della città, ma potete trovare bar, pub e osterie un po' ovunque.

1 Birreria del Pratello, Via del Pratello, 24, ☎ +39 051 238249. Un'ampia selezione di birre alla spina e in bottiglia, luci soffuse e tavoli di legno: non manca proprio niente. Perfetto per gruppi numerosi. Presente anche la sala fumatori.

L'Ortica, Via Mascarella, 26. Mar-Sab 10:00-02:00. Dom-Lun chiuso la mattina. Un locale per gli amanti del bio, con una lunghissima carta dei vini e una discreta selezione di birre artigianali. Offre (pochi) giochi da tavola, (a volte) mostre fotografiche, ma soprattutto la connessione wi-fi!

Camera a Sud, Via Valdonica, 5, ☎ +39 051 0951448. Lun-Sab 12:00-01:00, Dom 17:00-01:00. L'arredamento del locale compensa la fatica necessaria per trovarlo. Colori caldi, un lampadario luccicante e grandi finestre sulla strada: se girando per il ghetto ebraico capitate qui davanti, entrate a riposarvi con un ottimo bicchiere di vino!

The Lord Lister (Disco Pub), via Zamboni, 56, ☎ +39 335 123 2968. Lun, Mer 17:00-3:00, Mar, Gio-Dom 18:00-3:00. Sebbene la selezione musicale non sia particolarmente ricercata, può offrire una serata divertente. Il locale è frequentato per la maggior parte da studenti, di cui molti erasmus. Sono anche presenti giochi da tavolo.

Empire (Disco Pub), via Zamboni, 24, ☎ +39 051 224275, fax: +39 051 224275, empire.bologna@gmail.com. Altro locale frequentato prevalentemente da studenti ed erasmus, offre serate karaoke, disco e talvolta musica dal vivo.

Per un aperitivo in zona universitaria (via Zamboni), c'è La Scuderia in piazza Verdi (aperitivo con spuntini al tavolo dalle 18.30)

Ecco un elenco dei pub più frequentati dai giovani e non solo a Bologna.

Celtic Druid, Via Caduti di Cefalonia (In pieno centro).

Le Stanze, Via del Borgo di San Pietro (in pieno centro.).

Mc Willows, via Saffi (Appena fuori del centro).

Pub Number Ten. il Pub più antico di Bologna

Locali gay

2 Cassero (Circolo Arcigay), Via Don Minzoni 18, ☎ +39 051 09 57 200, fax: +39 051 6495015. Lun-Mar 9:00-24:00; Mer-Ven 9:00-19:00; Sab 23:00-5:00; Dom 21:00-24:00. Una delle pietre miliari del movimento LGBT di Bologna, al Cassero potrete trovare eventi culturali, feste e un'interessante biblioteca. Ingresso con tessera arcigay.

Dove alloggiare

Prezzi modici

Appartamenti San Lorenzo, intercoop@hannil.com. 50-120 € per appartamento al giorno. Situati vicino a Bologna, gli alloggi sono circondati da un parco privato con piscina e barbecue, e dalla quiete. Gli appartamenti sono spaziosi per 4 persone, dotati di cucina. Permanenza minima 4 giorni.

Ospiti da Fabrizio, Via S.Anna 20, ☎ +39 3407048188, ospitidafabrizio@gmail.com. 30 € a persona per notte (minimo 2 giorni). Appartamento dotato di ogni comfort, compreso collegamento Wireless gratuito, situato in un'antica corte bolognese” Vicino ai negozi e ai mezzi di trasporto.

Bed & Breakfast Margherita, Mura di Porta D'Azeglio 5, ☎ +39 3333939951, +39 3343560004, bbmargherita@hotmail.it. 30-40 € a persona per notte. Situato nel centro di Bologna in una palazzina liberty del 1911, si colloca in una posizione strategica per la visita della città, a due passi da Piazza Maggiore e dalle principali attrazioni turistiche. Nel prezzo è compresa la prima colazione e l'accesso wi-fi illimitato.

1 Combo, Via de' Carracci, 69/14, ☎ +39 051 039 7930. Ostello.

Prezzi medi

Hotel Touring Bologna, Via de' Mattuiani 1/2, ☎ +39 051 584305, fax: +39 051 334763.

Hotel Porta San Mamolo, Vicolo del Falcone 6/8, ☎ +39 051 583056, fax: +39 051 331739.

2 Hotel NH Bologna De La Gare, Piazza XX Settembre, 2, ☎ +39 051 281611, nhbologna@nh-hotels.com. L'hotel NH Bologna De La Gare è una scelta ideale, e non solo per chi viaggia per affari: si trova in una posizione perfetta anche per i turisti che desiderano scoprire questa città giovane e allo stesso tempo storica. L'hotel è situato nel centro di Bologna, a pochi passi dalla stazione ferroviaria, vicino ai più importanti monumenti e alle principali vie dello shopping della città.

Hotel NH NH Bologna Villanova, Via Villanova, 29/8. 40055 Villanova di Castenaso. Bologna, ☎ +39 051 604311, nhbolognavillanova@nh-hotels.com. L'hotel NH Bologna Villanova è la vostra porta d'accesso alle ricche tradizioni di questa storica città italiana. Meta rinomata a livello mondiale per tutte le sue attrazioni, da musica e gastronomia alle esposizioni d'affari, Bologna è un luogo apprezzato da viaggiatori di ogni genere.

Hotel Imperial, Via del Gomito 16, ☎ +39 051 327183, fax: +39 051 4187076.

Hotel Donatello, Via dell' Indipendenza 65, ☎ +39 051 248174, fax: +39 051 244776.

Hotel Astor, Via Aristotile Fioravanti, 42/2 (Vicino alla stazione centrale e a pochi minuti dalla Fiera), ☎ +39 051 356663, fax: +39 051 352202, info@astor-hotel.it. Ideale per soggiorni di svago o di lavoro.

3 4 Star Apartments, Viale Angelo Masini 20/22 (A meno di 500 metri dalla Stazione), ☎ +39 353 353 3799. Check-in: 14:30, check-out: 11:00.

Prezzi elevati

Grand Hotel Elite, Via Aurelio Saffi 36, ☎ +39 051 6459011, fax: +39 051 6492570. Hotel a 10 minuti dal quartiere fieristico e a 5 minuti dalla stazione e dall'aeroporto.

Executive Suite Hotel, Via Ferrarese 161, ☎ +39 051 372960, fax: +39 051 372127.

Sicurezza

Bologna non è generalmente una città pericolosa. Trattandosi di una città di più di 350.000 abitanti, si raccomandano comunque le dovute precauzioni, soprattutto sugli autobus (furti).

Le zone del centro in cui prestare più attenzione sono quella attorno alla stazione centrale e piazza dei Martiri. Inoltre si verificano spesso episodi di spaccio di sostanze illegali nel parco della Montagnola nelle ore notturne. Non desta invece preoccupazioni la "libertina" piazza Verdi, che anzi è considerata il centro della vita notturna universitaria, frequentata a qualsiasi ora del giorno e della notte dagli studenti, con una presenza costante di almeno una pattuglia della polizia municipale.

Quartieri considerati generalmente poco sicuri sono inoltre il Pilastro, San Donato e Corticella, ma si tratta di zone comunque poco interessanti per il viaggiatore.

Nei dintorni

Ferrara — la città è patrimonio mondiale dell'umanità e conserva numerose testimonianze artistiche legate al dominio Estense; è presente un'importante cattedrale di originale medievale.

Firenze

Imola

Modena

Parma — Città d'arte fra le maggiori dell'Emilia, mantiene con grande evidenza aspetto, signorilità e modi di vita da Capitale, come lo fu per secoli. La reggia Farnese della Pilotta, la Cattedrale romanica, la chiesa della Steccata sono alcune delle emergenze monumentali che caratterizzano la città; di gran fama il suo Teatro, la sua tradizione musicale (Giuseppe Verdi), la sua scuola di pittura (Correggio, Parmigianino), il suo amore per la buona tavola (prosciutto crudo di Parma, salumi, parmigiano reggiano, lambrusco).

Piacenza — Emiliana ma anche un po' lombarda, nodo stradale e ferroviario sulla sponda destra del Po, conserva un bel centro storico con considerevoli monumenti - il Palazzo comunale (il Gotico), il Duomo - e un impianto urbanistico signorile. Fu co-capitale del Ducato di Parma e Piacenza.

Ravenna

Reggio nell'Emilia

Comacchio e valli e lidi omonimi

Itinerari

Via degli dei. Cammino di 130 km da Bologna a Firenze percorribile a piedi o in mountain bike.

Via della Lana e della Seta. Cammino di 130 km da Bologna a Firenze percorribile a piedi o in mountain bike.

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Cosa vedere a Bologna

  1. basilica di San Petronio
  2. Fontana del Nettuno
  3. santuario della Madonna di San Luca
  4. Piazza Maggiore
  5. Palazzo Re Enzo
  6. teatro comunale di Bologna
  7. cattedrale di San Pietro
  8. basilica di San Domenico
  9. Pinacoteca Nazionale di Bologna
  10. palazzo del Podestà
  11. Palazzo d'Accursio
  12. Palazzo dei Banchi
  13. Museo civico archeologico di Bologna
  14. palazzo dei Notai
  15. Torre degli Asinelli
  16. Palazzo dell’Archiginnasio
  17. Palazzo Bentivoglio
  18. Palazzo Magnani
  19. Due torri
  20. orto botanico di Bologna
  21. Palazzo Poggi
  22. collegio di Spagna
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basilica di San Petronio

Edificio storico · Bologna

basilica di San Petronio

La basilica di San Petronio è la chiesa più grande di Bologna, in Emilia-Romagna, di cui domina l'antistante in piazza Maggiore. Le sue imponenti dimensioni (132 metri di lunghezza e 60 di larghezza, con un'altezza della volta di 44,27 metri, mentre sulla facciata tocca i 51 metri) ne fanno la sesta chiesa più grande d'Italia (la quinta, se si esclude San Pietro, che dal 1929 fa parte del territorio dello Stato della Città del Vaticano). Con il suo volume di 258.000 m³, la basilica è la chiesa gotica costruita con mattoni più grande del mondo. Ha il titolo di basilica minore.

Non è comunque la chiesa episcopale di Bologna, titolo che spetta alla vicina cattedrale metropolitana di San Pietro.

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Storia

Dedicata a San Petronio, il santo patrono della città, la sua fondazione risale al 7 giugno 1390 con la posa della prima pietra in una solenne processione.

Nel 1388, il Consiglio del Seicento del Comune di Bologna, in riconoscimento dell'impegno speso dal Vescovo Petronio (V secolo), elevato al rango di Patrono della città nel 1253, decise di iniziare la costruzione di un tempio a lui dedicato.

Si tratta dell'ultima grande opera tardo gotica d'Italia, iniziata poco dopo il Duomo di Milano (1386).

Il contesto politico

Nel XIV secolo la borghesia artigiana, mercantile e professionistica, aveva sviluppato una sempre maggiore coscienza politica. Imponendosi di fronte alle maggiori famiglie, riuscirono a far risorgere l'antico mito di governo popolare: "il governo del popolo e delle arti", il quale poi formerà il primo Consiglio dei Quattrocento, con sedici gonfalonieri posti a capo dell'organizzazione cittadina e, successivamente, dei Seicento. Il nuovo governo si occupò ben presto di rilanciare il culto di San Petronio (sembra che le prime ipotesi di erigere una chiesa dedicata al santo risalgano al 1307, ma per diverse vicissitudini politiche non ne venne considerata la realizzazione). Nella seconda metà del Trecento erano sorti importanti edifici cittadini: la basilica e l'elegante portico dei Servi per opera di Andrea Manfredi da Faenza, la loggia della Mercanzia e il palazzo dei Notai realizzati da Antonio di Vincenzo. A quel tempo Bologna era una delle città più popolose d'Europa e non poteva rimanere impassibile nei confronti dei due poli politici più vicini: Firenze e Milano. Firenze già da un secolo aveva iniziato la costruzione della sua cattedrale, mentre Milano aveva avviato la fabbrica del duomo nel 1386. Tuttavia, nel caso di Bologna, l'edificio non sarebbe stato costruito per volontà ecclesiastica come Duomo cittadino (peraltro già esistente), ma per volontà civica, come atto sia di fede religiosa che politica, per rappresentare, come un vero e proprio monumento, gli ideali comunali di libertà e autonomia. Alla fine del 1388 viene presa la decisione della costruzione, inserendola il 1º gennaio 1389 in un'apposita rubrica negli statuti della città.

Il finanziamento

Nella rubrica vengono fissati anche i primi cespiti per il finanziamento dell'impresa, fra cui una "decima sui legati pii" (una tassa del 10% che colpiva in particolar modo gli ecclesiastici), che rimase in vigore fino al 1741. Non essendo stati interpellati per partecipare alla realizzazione della chiesa, gli ecclesiastici furono molto contrariati, anche e forse soprattutto, per un'iniziativa così diretta e autonoma di intransigente giurisdizionalismo. Nel XV secolo, per aumentare le entrate della fabbrica, vennero create imposte, in base alle pene inflitte, per ogni tipo di grazia da condanna, dai giocatori d'azzardo fino ai condannati a pena capitale. Il 31 gennaio 1390 vengono raccolti i primi fondi.

Il progetto originale di Antonio di Vincenzo

Il 26 febbraio il Consiglio commissiona a maestro Antonio di Vincenzo la progettazione con la consulenza di padre Andrea Manfredi da Faenza. L'architetto realizza un enorme modello in legno e scagliola in scala 1/12 (circa 15 metri di lunghezza), basandosi su disegni già elaborati, visto che si era già interessato alla progettazione dell'edificio da prima del 26 febbraio. Il modello, incomprensibilmente distrutto assieme ai disegni nel 1402, verrà posizionato nel cortile di Palazzo Pepoli.

Così del progetto originario di Antonio di Vincenzo non si sa nulla se non le dimensioni annotate nei verbali custoditi nella fabbriceria. Si apprende che la Basilica al completo avrebbe dovuto essere lunga 183 metri e con un transetto largo 137 metri. Quindi a croce latina, a tre navate con cappelle laterali (anche nel transetto) e presumibilmente 4 campanili. Adottando il modulo diagrammatico "ad quadratum", la pianta della navata maggiore sarebbe stata cadenzata da 10 campate (ognuna di circa 19 metri di lato) per la lunghezza e da 7 campate per il transetto (con cupola a tiburio esterno). La nona e decima campata avrebbero formato il coro con deambulatorio absidale e cappelle radiali (come nella Chiesa di San Francesco). Ognuno dei 4 campanili si sarebbe dovuto trovare nella rispettiva cappella d'angolo fra il corpo principale ed il transetto. Tuttavia, considerando le 10 campate di 19 metri di lato, è ipotizzabile una lunghezza totale finale di poco oltre i 190 metri per 133 metri di larghezza nel transetto. L'architetto, per gli interni, non voleva eccessi decorativi come fregi, statue o guglie, tipici del gotico ortodosso, che avrebbero fatto perdere il senso strutturale dell'insieme, bensì attraverso la grandiosità, la luminosità delicatamente diffusa, le linee semplici ed essenziali, creare un'atmosfera di sovra realtà, di spazi visivamente indeterminati che riportassero nella mente del visitatore la solennità e compostezza dell'antica Roma. Un concetto che verrà ripreso da Brunelleschi per la grandiosa cupola del Duomo di Firenze e per gli interni delle basiliche di San Lorenzo e di Santo Spirito e che sancirà l'inizio del Rinascimento.

I lavori ebbero inizio con le complesse operazioni di esproprio e abbattimento di numerose insulae della città medievale prospicienti piazza Maggiore; contrariamente alla prassi costruttiva del tempo, il cantiere si sviluppò dalla facciata verso l'abside. Inizialmente vennero realizzate le navate laterali e le relative volte, e sul paramento in mattoni grezzi della facciata fu realizzato un basamento marmoreo, con formelle a bassorilievo (I Santi protettori, secondo la prima versione del progetto 1393) eseguite da maestranze della bottega dei fratelli Dalle Masegne.

Tra il 1401 ed il 1402 muore Antonio di Vincenzo, con le sole due campate compiute, le navatelle e le quattro cappelle laterali. Nel 1403 il Legato pontificio Baldassarre Cossa, acerrimo nemico del Comune e fervente oppositore alla costruzione della basilica, approfittando della morte dell'architetto, vende le pietre, il legname e tutto il materiale edile atto alla continuazione dell'edificazione della chiesa. Nel Concilio di Pisa viene eletto papa (antipapa) Alessandro V ma alla sua morte gli succede proprio il Cossa col nome di Giovanni XXIII. L'antipapa Giovanni XXIII verrà poi deposto dopo il Concilio di Costanza per simonia, scandalo e scisma (e per i fatti di San Petronio). Nel 1425 lo scultore senese Jacopo della Quercia fu incaricato di decorare il portale maggiore con rilievi, che nel 1438 furono però interrotti dalla sua morte.

I lavori di costruzione procedettero a singhiozzo, ma da un documento datato 1469 per la messa in posa della pavimentazione, si apprende che l'altare maggiore era posto a circa 75 metri dalla porta principale, quindi nella quarta campata, per cui a questa data si evince che l'edificio era stato sicuramente completato fino alla quinta campata dov'era situato il momentaneo coro e che fossero già iniziati i lavori per la sesta campata (che sarà poi anche l'ultima). Le cappelle verranno completate successivamente.

La grande statua in bronzo di Michelangelo

Nel 1507 i Fabbricieri di San Petronio incaricarono l'architetto Arduino Arriguzzi, nominato ingegnere della fabbrica, di continuare i lavori della Basilica, soprattutto curando la definizione della decorazione del paramento marmoreo di facciata e la realizzazione dei portali minori (tra il 1518 e il 1530). Il 21 febbraio 1508 viene posta sulla facciata la grande statua in bronzo di papa Giulio II realizzata da Michelangelo (l'unica che fece in bronzo assieme al perduto David De Rohan). Fu un gesto politico chiaro e inequivocabile: con la statua il papa voleva sottolineare che, nonostante la basilica fosse stata creata per volontà civica come simbolo di libertà e autonomia, la città era sotto il dominio papale. La statua venne così distrutta nel 1511 da seguaci dei Bentivoglio (la famiglia venne precedentemente cacciata dopo la conquista di Bologna da parte proprio di Giulio II) mentre i figli di Giovanni erano impegnati nel tentativo, poi fallito, di riappropriarsi della città. I frammenti vennero venduti al duca di Ferrara, Alfonso d'Este, il quale poi li fuse per farne una colubrina alla quale diede il nome di "Giulia".

Il progetto di Arduino degli Arriguzzi

Il 14 marzo, l'Arriguzzi fu mandato a Firenze per vedere e studiare la cupola del Duomo realizzata da Brunelleschi. Il 30 aprile 1514, ricevette l'incarico di completare la parte meridionale dell'edificio, avviando così la nuova fase incentrata sulla costruzione di una grandiosa cupola poggiante su otto enormi e poderose pilastrate, sulla definizione del transetto con quattro campanili ai lati delle relative facciate, l'ampia abside con deambulatorio e dodici cappelle radiali. Il progetto è documentato da una serie di piante e da un modello ligneo, il tutto visibile al pubblico all'interno del Museo di San Petronio. Il nuovo progetto avrebbe dovuto portare la chiesa a ben 224 metri di lunghezza, e 158 metri di larghezza, per diventare così la più grande basilica della cristianità. Bologna, soprattutto grazie allo Studium (così l'Università era chiamata sino al 1800), era già una delle città più grandi d'Europa, e questo primato avrebbe largamente consolidato il suo potere. Il progetto non verrà mai portato a termine, tuttavia si possono vedere sulle fiancate esterne, vicino all'abside, le bifore d'angolo che avrebbero contraddistinto l'inizio del transetto.

L'incoronazione di Carlo V Imperatore

Nel 1530 la Basilica godette di un momento di grande notorietà: fu scelta da Carlo V come sede per l'incoronazione a imperatore del Sacro romano impero da parte di Clemente VII il 24 febbraio di quell'anno. A seguito del sacco dei lanzichenecchi, avvenuto nel 1527, l'ipotesi di una incoronazione a Roma era stata scartata e Bologna, che era la seconda città per importanza dello Stato Pontificio, con la magnifica (per quanto largamente incompiuta) basilica di San Petronio, era parsa la scelta più opportuna, anche se fu un modo, neanche troppo mascherato, di ribadire la dominazione papale della città.

La fine del cantiere: l'Archiginnasio

Papa Pio IV decise di dare la priorità alla costruzione di edifici circostanti, fra cui l'Archiginnasio. L'Archiginnasio, palazzo finanziato interamente da risorse pontificie e completato nel 1562, venne edificato a soli 12 metri dalla basilica, parallelamente alla navata principale, in modo da sovrapporsi interamente, tagliandolo, al luogo dove avrebbe dovuto essere edificato l'imponente transetto sinistro. In questo modo la realizzazione dell'ambizioso progetto a croce latina veniva di fatto reso impossibile.

Dalla costruzione dell'Archiginnasio, il cantiere conobbe una lunga stasi dovuto soprattutto alla volontà quasi febbrile di vedere ultimata la facciata. Il problema verteva su come terminare il vecchio progetto di Domenico da Varignana, sostenuto a suo tempo da Arduino Arriguzzi. Sarà solo dal 1587 che si inizierà a discutere della copertura della navata centrale.

Le volte

Sul completamento delle volte viene inizialmente presentata una relazione firmata anche da Francesco Morandi detto il Terribilia, il quale riceve l'incarico per la realizzazione. I lavori cominciano dalla quinta campata (l'ultima fino ad allora costruita), innalzando una crociera la cui chiave di volta si trova a 105 piedi e mezzo d'altezza, ovverosia a circa 40 metri. Una volta terminata iniziano lunghissime e violente diatribe sul proseguimento dei lavori. Si costituiscono due parti: una capeggiata dal Terribilia e l'altra da Carlo Carrazzi detto il Cremona, il quale sosteneva che l'altezza delle volte doveva corrispondere all'altezza del triangolo equilatero avente come base la larghezza della facciata, suggerendo un'altezza di 50,73 metri per le volte (da quello che si sa, Antonio di Vincenzo per gli alzati si basò proprio su una diagrammazione "ad triangulum"). Venne così incaricato Floriano Ambrosini di costruire due modelli lignei (visibili nel museo della basilica) accompagnati da un disegno (dal quale venne fatta anche un'incisione), per valutare meglio le due soluzioni. Tuttavia non si pervenne ad una decisione, fino a quando il 7 giugno 1594, Papa Clemente VIII dispose che venisse chiuso il cantiere e venne venduto tutto il materiale edile.

Solo nella prima metà del Seicento ci fu una ripresa del progetto: venne incaricato un architetto forestiero, il romano Girolamo Rainaldi, il quale suggerì, tra il 16 maggio 1625 e il 27 febbraio 1626, una soluzione di compromesso fra il progetto del Terribilia e quello del Cremona, con le volte ad una altezza pari a 116 piedi e mezzo, cioè 44,27 metri, proposta che fu poi finalmente accettata dai fabbricieri. Bisognerà aspettare però una ventina d'anni prima che i lavori inizino e nel 1646, sotto la direzione di Francesco Martini, iniziò il completamento delle volte cominciando dalla prima campata, secondo il progetto di Rainaldi. La quinta campata costruita dal Terribilia venne demolita e la sesta campata venne completata nel 1658. Le volte vennero costruite in muratura, sostituendo man mano la temporanea copertura in legno, in stile gotico nonostante fosse ormai passato di moda, mantenendo così uno stile unitario con il resto della basilica.

Nel 1656 fu costruita l'abside attuale, a chiusura delle navate, senza più ovviamente proseguire i lavori dei transetti, che sono ancora attualmente ben visibilmente solo abbozzati, e incompiuti. Nel 1658 viene pagata la fattura del vetraio per i finestroni del coro e nel 1659 quella per la scalinata dell'altare maggiore. Nel 1662 viene innalzato il ciborio sopra l'altare maggiore e terminato nel 1663. I lavori di edificazione si concludono a questa data.

La basilica, voluta e compiuta dal libero Comune di Bologna, fu trasferita alla diocesi solo nel 1929 e consacrata nel 1954; dal 2000 conserva le reliquie del santo patrono, fino ad allora conservate nella basilica di Santo Stefano.

Scrive Luigi Vignali alla fine del suo libro (La basilica di San Petronio):

"La realizzazione nella nordica Bologna della Basilica petroniana segna la fine di un'era, di un indirizzo stilistico, di una filosofia progettuale, dell'egemonia culturale gotica e quindi del mondo esoterico. Si conclude un'epoca ed ha inizio quel luminoso processo rinascimentale che dall'Italia raggiungerà tutte le contrade d'Europa."

La facciata

La facciata incompiuta di San Petronio misura 60 metri di larghezza per 51 metri d'altezza, ed è divisa in due fasce orizzontali: quella inferiore, con le specchiature marmoree eseguite tra la fine del Trecento e gli inizi del Cinquecento, e quella superiore, con materiale laterizio a vista e dal profilo sfaccettato, che avrebbe dovuto consentire l'ancoraggio del rivestimento decorativo.

La parte inferiore decorata è composta dal basamento tardo gotico disegnato da Antonio di Vincenzo dove sono inseriti dei rilievi polilobati raffiguranti santi realizzati da Paolo Di Bonaiuto, Giovanni di Riguzzo e dal tedesco Giovanni Ferabech (Hans von Fernach). Dal rivestimento superiore in pietra bianca d'Istria e marmo rosso di Verona su disegno di Domenico Aimo da Varignana in stile tosco-fiorentino e vi si aprono tre portali.

Quello centrale è opera dello scultore Jacopo della Quercia per la realizzazione del portale maggiore, rimasto parzialmente incompiuto (è privo della cuspide): Jacopo scolpì le formelle a bassorilievo sugli stipiti del portale che raffigurano Storie della Genesi (studiate attentamente da Michelangelo, che dimostrò di avere appreso la lezione nelle pose di alcune figure della Cappella Sistina), l'architrave istoriato con Scene del Nuovo Testamento e il gruppo a tutto tondo della lunetta con una Madonna col Bambino e i santi Petronio e Ambrogio (Michelangelo la definì "la più bella Madonna del Quattrocento"). I profeti nell'arco al centro sono invece opera di Antonio Minello e Antonio da Ostiglia, tranne il Mosè al centro, opera di Amico Aspertini.

I due portali laterali furono disegnati tra il 1524 e il 1530 da Ercole Seccadenari e sono decorati da formelle di numerosi autori, tra i quali il Tribolo, Alfonso Lombardi, Girolamo da Treviso, Amico Aspertini, Zaccaria da Volterra e lo stesso Saccadenari. I pilastri ospitano Scene bibliche, e gli architravi Storie del Nuovo Testamento. La lunetta del portale di sinistra è decorata dalla Resurrezione del Lombardi, e quella destra presenta un Cristo deposto dell'Aspertini, una Vergine del Tribolo e un San Giovanni del Seccadenari.

Ad ognuna delle estremità della facciata, posto in opera nell'ultimo decennio del Trecento, si trova un pilone trilobato che si sviluppa attorno ad un nucleo quadrangolare, innestato diagonalmente sull'angolo e il contorno mistilineo della planimetria, richiamando quello delle formelle o dei reliquiari gotici. Probabilmente sarebbe stato terminato con una o più guglie.

Nel '500 furono studiate numerose varianti al progetto della facciata, inserendo o meno il basamento del Vincenzi: importanti architetti del tempo (Giacomo Ranuzzi, Il Vignola, Baldassarre Peruzzi, Giulio Romano e poi Domenico Tibaldi e il Palladio) hanno lasciato interessanti disegni, oggi custoditi nel Museo diocesano di San Petronio. Tuttavia il rivestimento marmoreo della facciata rimarrà incompleto, sia a causa delle diatribe su come completarla (dovute soprattutto alla discordanza stilistica fra il basamento tardo gotico su fondo rosso del Vincenzi e il rivestimento superiore rinascimentale su fondo bianco del Varignana), sia a causa delle alterne vicende della città e della mancanza di finanziamenti.

I progetti ottocenteschi

Nel 1830 sorse in Francia un movimento per il restauro del patrimonio medievale, di cui il maggiore esponente fu Eugène Viollet-le-Duc. Questo movimento si diffuse poi in tutta Europa ed in Italia. Esempi noti di questo "revival" medievale, furono i completamenti delle facciate del Duomo e della Basilica di Santa Croce a Firenze e il completamento del Duomo di Milano. Anche Bologna si aprì a questo movimento neomedievalista di cui il maggiore portavoce fu Alfonso Rubbiani. Nel 1887 fu varato un concorso promosso dal Comitato esecutivo dell'Opera della Facciata della Basilica, per la progettazione del completamento della facciata, a cui parteciparono numerosi architetti fra cui: Giuseppe Ceri, Edoardo Collamarini, Alfonso Rubbiani, Emilio Marcucci e altri, ma che poi non ebbe seguito. Neppure successive proposte nel 1933-35 per completare la decorazione marmorea del tempio furono prese in seria considerazione. Un noto oppositore al completamento fu l'avvocato Giuseppe Bacchelli, che nel suo scritto del 1910 dichiarò:

Il restauro del 1972-1979

Il più importante restauro della facciata di San Petronio venne realizzato tra il 1972 e il 1979 dalla Soprintendenza per i beni artistici e storici. L'importanza dell'impegnativo restauro non consistette semplicemente nel solo recupero dell'opera, bensì costituì il primo esempio di una nuova impostazione scientifica multidisciplinare per la conservazione dei materiali lapidei, assumendo quindi un significato storico.

Situazione storica dei restauri

Il deterioramento dei materiali lapidei è un fenomeno naturale conosciuto fin dall'antichità, menzionato nei più importanti trattati d'architettura come in quelli di Vitruvio, Alberti, Vasari fino a quelli ottocenteschi. In questi trattati vengono suggeriti metodi e accorgimenti, per lo più empirici, su come proteggere dagli agenti atmosferici le superfici lapidee con idrorepellenti quali cera, olio o resine. In San Petronio anche lo stesso Jacopo della Quercia usò trattamenti di questo tipo, come è documentato negli atti. A partire dalla seconda metà dell'Ottocento vennero proposti vari metodi empirici, atti non solo a prevenire i danni ma anche a proteggerli, con spessi strati di materiale intonacante o con sostanze quali i fluosilicati, che però alla distanza spesso si sono rivelati assai dannosi. Un principio di abbandono di questi metodi empirici avvenne prima e dopo la seconda guerra mondiale. Vennero condotte ricerche scientifiche atte a fornire notizie più precise sulle cause di alterazioni e sull'influenza dell'inquinamento atmosferico quale fattore accelerante, tuttavia non furono collegate allo studio e al controllo dell'efficacia di specifici trattamenti conservativi. Tutto ciò produsse una situazione di paralizzante incertezza su come procedere nella salvaguardia dell'immenso patrimonio storico-architettonico italiano, bisognoso di un urgente intervento restaurativo, compresa ovviamente anche la facciata di San Petronio, la quale si trovava in uno stato di precarie condizioni.

L'intervento di Cesare Gnudi

Va a Cesare Gnudi il merito di avere affrontato nel modo più rigoroso il complesso problema del restauro dei materiali lapidei, associando sia studi scientifici che metodologici, poco considerati nel passato ma di fondamentale importanza. A tale scopo fondò a Bologna il Centro per la conservazione delle sculture all'aperto (intitolato oggi a suo nome), non solo per condurre ricerche scientifiche, ma anche per stabilire contatti con ricercatori di tutto il mondo, reperire e divulgare informazioni, promuovere discussioni tra scienziati, tecnici, conservatori e storici dell'arte. Quest'attività venne dimostrata in pratica con il pionieristico intervento di restauro della facciata di San Petronio, che per gli approfonditi studi scientifici preliminari e le metodologie applicate non ha precedenti a livello mondiale, costituendo un modello di riferimento per i futuri restauri in tutto il mondo. Il restauro suscitò grande interesse, tanto che venne affidato al Centro bolognese il restauro della porta centrale della basilica di San Marco a Venezia e i portali della cattedrale di Chartres in Francia.

Fiancate, campanile e campane

Le fiancate della basilica sono decorate dall'alternanza tra contrafforti e finestroni in marmo traforato, dove all'interno si vedono le vetrate delle cappelle. I mattoni delle fiancate sono "sagramati", cioè a vista nonostante l'intonaco. Sul fianco sinistro, in corrispondenza del transetto incompiuto, si trova oggi una bifora a libro. Probabilmente si tratta della parte più originale e geniale di tutto l'intero progetto del Vincenzi: l'uso misto in prevalenza di mattoni rispetto ai marmi pregiati (mentre la facciata invece avrebbe avuto una decorazione totale). Questo avrebbe permesso un migliore inserimento della basilica nel contesto urbano degli altri edifici adiacenti, senza distaccarsi esteticamente troppo per eccesso di decorativismo che l'avrebbe resa sicuramente più magnifica, ma nello stesso tempo decisamente più isolata e decontestualizzata.

All'altezza dell'undicesima cappella di destra si innalza il campanile di Giovanni da Brensa (1481-1495), alto 65 metri. Nella torre campanaria è installato un concerto di 4 campane risalente al XV secolo e così composto:

Le campane (che vennero limate nel 1818 da Gaetano Brighenti per migliorarne l'accordo) sono suonate manualmente dalle associazioni campanarie cittadine, secondo l'antica tecnica tradizionale bolognese, nata probabilmente nel campanile stesso nella seconda metà del 1500. La prima tecnica ideata fu quella del "doppio a trave", dove i bronzi (equipaggiati di uno specifico armamento atto allo scopo) vengono fatti ruotare a tempo da campanari (detti "travaroli") collocati in piedi sopra le travi del castello che, partendo con le campane con la bocca rivolta verso l'alto, con una manovra specifica, alternando le rotazioni e le pause nella posizione "in piedi" dei vari bronzi ottengono precise sequenze codificate, restituendo all'ascolto un suono ritmico e solenne, con le campane nella loro massima espressione sonora (a "slancio").

La "mezzanella" è anche detta "la scolara", perché scandiva l'inizio delle lezioni universitarie al vicino Archiginnasio. La "mezzana", pur essendo la più "giovane" del complesso (1584) presenta una forma allungata, tipica delle campane di epoca arcaica; questo fa supporre che il fonditore Antonio Censori sia stato incaricato di replicare un bronzo più antico, andato perduto.

Le quattro campane sono ad azionamento completamente manuale, prive di qualsivoglia impianto di elettrificazione che possa in qualche modo sostituire la bravura e l'abilità dei maestri campanari locali, che nelle principali solennita' e nelle ricorrenze più significative della Basilica sono qui convocati per dar voce, con la loro arte, a questi secolari bronzi.

Il poderoso "castello" in legno che sorregge le campane è del tipo "a capriate", ed è stato progettato dal celebre architetto Francesco Morandi (detto "il Terribilia") nel 1569. I perni delle tre campane minori ruotano ancora nelle antiche "bronzine", mentre in anni recenti la campana maggiore è stata dotata dei cuscinetti a sfere, in modo da garantire al bronzo una maggior scorrevolezza e ai campanari un maggior praticità nel suono. Anche qui, come nella vicina Cattedrale di San Pietro, per ragioni logistiche visto il peso considerevole, la campana maggiore viene normalmente sempre mantenuta "in piedi", cioè "puntellata" con la bocca verso l'alto.

Per molti anni il servizio di campanari e di custodi della torre venne svolto dalla famiglia Maggi, che risiedeva in loco; in particolare l'esponente Raffaele era ottimo suonatore e organizzatore e, in quegli anni, insostituibile punto di riferimento per tutti i cultori e i praticanti dell'arte campanaria a Bologna.

Nella saletta sottostante la cella campanaria ha la sua sede storica dal 1920 (8 anni dopo la sua fondazione, avvenuta il 21 aprile 1912) l'Unione Campanari Bolognesi, storica associazione locale che raggruppa i praticanti, i cultori e i sostenitori della particolare tecnica di suono a doppio "alla bolognese" adoperandosi per salvaguardare in ogni modo questa tradizione squisitamente locale e di perpetuarne l'attività garantendo il servizio di suono solenne delle campane presso le varie parrocchie e formando nuovi allievi campanari in modo da garantire alla stessa un'esistenza futura.

I servizi fissi di suono "a doppio" sulla torre di San Petronio seguono attualmente il seguente calendario (suscettibile di variazioni in caso di eventi eccezionali e non prevedibili):

Pasqua di Resurrezione (domenica a data variabile);

Vigilia della festa patronale di San Petronio Vescovo di Bologna (3 ottobre);

Festa patronale di S.Petronio Vescovo di Bologna (4 ottobre);

Vigilia della solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (7 dicembre);

Solennita' dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (8 dicembre);

Vigilia del Natale del Signore (24 dicembre);

Natale del Signore (25 dicembre);

Te Deum di fine anno presieduto dal Cardinale Arcivescovo (31 dicembre);

Interno

L'interno della basilica presenta sei campate a pianta quadrata di circa 19 metri di lato della navata centrale, alle quali corrispondono altrettante campate laterali divise in due parti: sei mezze campate a pianta rettangolare corrispondenti alle navatelle su cui, per ciascuna, si aprono una coppia di cappelle. La sesta campata della navata centrale è occupata dal presbiterio, che esorbita fino a metà della quinta campata con l'ampio ciborio del Vignola. La suddivisione in navate è realizzata tramite enormi pilastri in mattoni sagramati, con basi elaborate e capitelli a foglie in arenaria. Lo spazio alla fine delle campate è violentemente interrotto da un muro di testata che blocca il "naturale" svolgimento dello spazio interno, dimostrando palesemente l'incompiutezza dell'edificio, mentre la navata centrale si conclude in un'abside, priva però di vetrate verticali tipiche dello stile gotico. La particolarità dell'edificio sta nel fatto di non essere orientato in maniera tradizionale con l'abside a est e la facciata ad ovest, bensì rispettivamente a sud e a nord. Questo ha fatto in modo che le fiancate, essendo loro rivolte a est e ovest, venissero penetrate dalla luce solare durante tutto l'arco della giornata, inondando con una luce particolarmente diffusa tutto l'interno, senza esaltare i contrasti.

La tensione del pilastro dell'architettura gotica ortodossa d'oltralpe, con le caratteristiche fasce di nervature portanti che spingono verso l'alto, qui semplicemente non esiste, nonostante l'elevatissimo slancio verticale (circa 45 metri alle volte). In San Petronio c'è il rifiuto di qualsivoglia tensione lineare, realizzando uno slancio verticale con i muri privi di segni figurativi di tensione e con i pilastri che si presentano come strutture portanti, regalando uno spazio enorme di superba coerenza nei rapporti interni fra pianta e alzato, con notevoli giochi cromatici fra tutte le parti e, non ultimo, le vetrate policrome.

In controfacciata è un monumento sepolcrale in cotto eseguito da Zaccaria Zacchi (1526).

Sui robusti pilastri alcuni pannelli ad affresco con Santi della prima decorazione pittorica del tempio (prima metà del secolo XV).

Le cappelle

Le ventidue cappelle che si aprono nelle navate laterali conservano interessanti opere d'arte.

Le cappelle della navata sinistra

I. Cappella di S. Abbondio, già dei Dieci di Balia, restaurata in falso gotico nel 1865: nel 1530 vi fu incoronato imperatore Carlo V dal Papa Clemente VII. Nella cappella sono visibili gli affreschi di Giovanni da Modena raffiguranti l'Allegoria della Redenzione e il Trionfo della Chiesa sulla Sinagoga.

II. Cappella di S. Petronio, già Cospi e Aldrovandi, progettata da Alfonso Torreggiani, destinata a contenere la reliquia del capo di san Petronio.

III. Cappella di S. Ivo, già di S. Brigida dei Foscherari: statue di Angelo Piò e i dipinti Madonna di S. Luca e santi Emidio e Ivo di Gaetano Gandolfi e Apparizione della Vergine a santa Francesca Romana di Alessandro Tiarini (1615).

Sul pilastro, due orologi, tra i primi in Italia fatti con la correzione del pendolo (1758).

IV. Cappella dei Re Magi, già Bolognini: transenna marmorea gotica disegnata da Antonio di Vincenzo (1400); sull'altare Polittico ligneo con ventisette figure intagliate e altre dipinte, opera di Jacopo di Paolo. Le pareti furono affrescate da Giovanni da Modena e Francesco Alberti con un ciclo raffigurante Episodi della vita di san Petronio, nella parete di fondo; nella parete destra, Storie dei Re Magi; nella parete sinistra, in alto, il Giudizio Universale con l'Incoronazione della Vergine in mandorla, Il Paradiso e in basso l'Inferno, raffigurazione di tipo dantesco, con una gigantesca figura di Lucifero e con la rappresentazione del profeta Maometto nell'Inferno. Tra i peccatori all'inferno, i lussuriosi sono infilzati nello spiedo, gli invidiosi bersagliati da frecce e gli avari costretti a ingoiare, con la testa reclinata all'indietro, una colata di oro fuso.

V. Cappella di S. Sebastiano, già Vaselli.

VI. Cappella di S. Vincenzo Ferrer, già Griffoni, Cospi e Ranuzzi: monumento bronzeo del cardinale Giacomo Lercaro eseguito da Giacomo Manzù (1954). Qui era conservato il Polittico Griffoni, capolavoro di Francesco del Cossa ed Ercole de' Roberti, smembrato attorno al 1725 dal cardinale Pompeo Aldrovandi, divenuto proprietario della cappella.

VII. Cappella di S. Giacomo, già Rossi e Baciocchi: sull'altare Madonna in Trono, capolavoro di Lorenzo Costa (1492); allo stesso autore sono attribuiti i disegni della vetrata policroma. Monumento funebre con le spoglie del principe Felice Baciocchi e di sua moglie Elisa Bonaparte (1845);

VIII. Cappella di S. Rocco o Cappella Malvezzi Ranuzzi: San Rocco e un donatore del Parmigianino (1527).

IX. Cappella di S. Michele già Barbazzi e Manzoli: dipinto l'Arcangelo Michele che scaccia il demonio di Denis Calvaert (1582).

X. Cappella di S. Rosalia, già dei Sedici del Senato, ora del Municipio: tela Gloria di santa Barbara di Alessandro Tiarini.

XI. Cappella di S. Bernardino: ante della cassa dell'organo quattrocentesco di Lorenzo da Prato dipinte nel 1531 da Amico Aspertini con Quattro storie di san Petronio.

La cappella maggiore

Sull'altare della Cappella Maggiore vi è un Crocifisso ligneo quattrocentesco. Sul fondo dell'abside affresco Madonna con san Petronio di Marcantonio Franceschini e Luigi Quaini, su cartoni del Cignani (1672). Il ciborio dell'altare maggiore fu eretto nel 1547 dal Vignola. Di rilievo anche il coro ligneo quattrocentesco di Agostino De Marchi. Nella navata di destra sono presenti anche due bassorilievi rotondi rappresentanti una santa Clelia in terracotta e un Padre Pio in bronzo, opere dello scultore Cesarino Vincenzi.

Le cappelle della navata destra

XII. Cappella delle Reliquie, già Zambeccari, sulla quale è impostato il campanile.

XIII. Cappella di S. Pietro Martire, già della Società dei Beccari, con transenna marmorea di Francesco di Simone (fine secolo XV);

XIV. Cappella di S. Antonio da Padova, già Saraceni e Cospi: statua di S. Antonio da Padova attribuita a Jacopo Sansovino.

XV. Cappella del Santissimo, Malvezzi Campeggi, rifatta nell'Ottocento.

XVI. Cappella dell'Immacolata, già Fantuzzi: decorazioni art nouveau di Achille Casanova.

XVII. Cappella di San Girolamo, già Castelli: sull'altare San Girolamo attribuito a Lorenzo Costa.

XVIII. Cappella di S. Lorenzo, già Garganelli, Ratta e Pallotti: famosa Pietà di Amico Aspertini. Nella cappella è sepolto Mons. Bedetti dov'è presente un busto ad opera di Federico Monti.

XIX. Cappella della Santa Croce o Cappella Rinaldi: affreschi devozionali con Santi di Francesco Lola, Giovanni di Pietro Falloppi e Pietro di Giovanni Lianori (secolo XV). La vetrata fu realizzata dal beato frate Giacomo da Ulma su disegno di Michele di Matteo.

XX. Cappella di S. Ambrogio, già Marsili: affresco nello stile del Vivarini (metà Quattrocento).

XXI. Cappella di S. Brigida, già Pepoli: polittico di Tommaso Garelli (1477).

XXII. Cappella della Madonna della Pace: Madonna in pietra d'Istria di Giovanni Ferabech (1394) proveniente dal basamento della facciata e incorniciata da un frontale dipinto da Giacomo Francia (1525 ca.).

La meridiana
La meridiana di Danti

La prima meridiana costruita in San Petronio venne realizzata da Egnazio Danti fra il 1575 e il 1576, (dopo aver iniziato, senza completare, quella della Basilica di Santa Maria Novella a Firenze), chiamandola "grande gnomone". Di essa sono rimasti un foglio illustrativo dello stesso Danti, le descrizioni e gli schizzi di Giovanni Riccioli, pubblicati nelle sue opere del 1651 e 1655. Il Riccioli verificò l'orientamento dello gnomone assieme al confratello gesuita Francesco Maria Grimaldi e constatò che declinava verso ponente rispetto alla direzione del sud, di 9°, 6 minuti d'arco e un terzo. Questo però non impediva di verificare l'inizio delle varie stagioni lungo la striscia marmorea, dov'erano incisi anche i segni dello zodiaco.

La meridiana di Cassini

Come riportato negli atti della fabbriceria, il 12 giugno 1655 viene incaricato l'astronomo Giovanni Domenico Cassini di realizzare una nuova meridiana in sostituzione della precedente, questo perché il Riccioli fece presente che lo gnomone del Danti, essendo la basilica ancora in fase di completamento, avrebbe cessato di funzionare, cosa che avvenne nel 1656 quando poi venne demolito il muro di fondo della navata sinistra.

La meridiana di Cassini venne terminata nel dicembre del 1657. Le sue misure sono eccezionali: con una lunghezza pari a 66,8 metri, ancora oggi ne fanno la meridiana più grande al mondo. Per la realizzazione, Cassini decise di sfruttare la massima altezza possibile e riuscì a fissare la lastra col foro gnomonico ad un'altezza pari a "1000 once del piede regio di Parigi" (all'epoca l'unità di misura lineare usata normalmente dagli scienziati europei), corrispondente a 27,07 metri, più volte verificata per via di piccoli cedimenti strutturali o a terremoti. Il foro della lastra, avendo un diametro (1 Oncia Francese, cioè 27,07 mm) inferiore a quello apparente del Sole, assumeva la funzione di un vero e proprio foro stenopeico, proiettando sul pavimento non una semplice macchia di luce, ma l'immagine stessa del Sole rovesciata come in una camera oscura (il 30 giugno 1973, ad esempio, si poté osservare l'eclisse parziale di Sole con la classica immagine, rovesciata, a mezzaluna). Le ore all'italiana erano indicate in lastrine sporgenti a est e a ovest, indicando la lunghezza del meridiano dal "punto verticale" in secondi e terzi d'arco. Una volta certo di tali misure, Cassini fece scolpire sul marmo a grandi lettere che la lunghezza della Linea corrispondeva alla seicentomillesima parte del meridiano terrestre, ponendo così per la prima volta una corrispondenza fra una misura lineare e la dimensione della Terra, esattamente come verrà fatto alla fine del Settecento, quando il metro sarà usato quale unità di misura internazionale rapportandolo alla quarantamilionesima parte del meridiano terrestre. Alcuni anni dopo il Cassini venne richiesto a Parigi dal re Luigi XIV per dirigere il nuovo Osservatorio Astronomico appena terminato. Soltanto nel 1695 ritornò a Bologna in occasione di un suo viaggio per Roma in compagnia del figlio Jacques e con la collaborazione di Domenico Guglielmini provvide al restauro della Meridiana: alcuni degli strumenti utilizzati allo scopo sono ancora conservati nel Museo della Basilica. La determinazione del giorno dell'equinozio di primavera allora effettuata dissipò i dubbi relativi all'opportunità di omettere il bisestile nell'anno 1700, come previsto dalla riforma gregoriana.

Una completa ricostruzione della Meridiana avvenne nel 1776 ad opera di Eustachio Zanotti, il quale, pur mantenendo le caratteristiche della Linea, sostituì completamente i marmi realizzando quanto ora vediamo: oltre ai marmi che recano i segni dello zodiaco con funzione di fornire una orientativa informazione mensile, la lunga Linea (a cui venne sostituita la verga centrale in ferro con barre d'ottone e rame) riporta una doppia scala numerica. La prima scala, descritta da una lapide come PERPENDICVLI PARTES CENTESIMÆ (Centesime Parti della Perpendicolare), indica la percentuale dell'altezza gnomonica, al fine di rilevare con precisione l'altezza solare meridiana. La seconda scala (HORÆ ITALICÆ MERIDIEI, Ore Italiche del Mezzodì) converte l'ora del mezzogiorno locale nell'antico sistema dell'Ora italica di Campanile, in cui le ore 24 coincidevano con mezz'ora dopo il tramonto del Sole, cioè con le campane dell'Ave Maria.

Sia per le dimensioni che per l'elevata accuratezza costruttiva, la meridiana rese possibile di effettuare nuove importanti misure sulla rifrazione, cioè sulla deviazione che subisce la luce di un astro attraversando l'atmosfera e che lo fa apparire più alto sopra l'orizzonte di quanto non sia. Inoltre Cassini riuscì a calcolare, con una precisione mai raggiunta prima, alcune grandezze astronomiche fondamentali come l'obliquità dell'eclittica (che egli determinò in 23°29ʹ15ʺ, di soli 22ʺ superiore a quella reale), la durata dell'anno tropico, la posizione di equinozi e solstizi.

Nel 1736 Eustachio Manfredi, analizzando ottant'anni di osservazioni eseguite mediante la meridiana, dimostrò che l'obliquità dell'eclittica non è costante, e ne valutò la diminuzione in poco meno di un secondo d'arco all'anno (solo in epoca moderna si è scoperto che l'obliquità oscilla tra 22.2° e 24.4° con periodo di circa 41.000 anni).

Cassini battezzò la meridiana "eliometro" e se ne servì per misurare il diametro del Sole, ottenendo probabilmente la prima verifica sperimentale della seconda legge di Keplero, che sostiene che la Terra ha una velocità maggiore quando è più vicina al Sole e si muove più lentamente quando è più lontana o, più precisamente, che la linea che congiunge il pianeta al Sole descrive aree uguali in intervalli di tempo uguali. Per deciderlo bisognava osservare se il diametro del Sole diminuisse nello stesso modo in cui diminuiva la sua velocità, il che avrebbe voluto dire che certamente la diminuzione di velocità era solo apparente. Riuscì a determinare le variazioni del diametro solare, con la precisione di circa un minuto d'arco, misurando le dimensioni dell'immagine proiettata sul pavimento della chiesa: da 168 × 64 cm d'inverno a 28 × 26 cm d'estate. Si dimostrò, così, che il diametro apparente del Sole diminuiva man mano che aumentava la distanza dalla Terra, ma non diminuiva, tuttavia, nello stesso modo con cui diminuiva la sua velocità. Questo significava che la disuniformità apparente del moto solare corrispondeva ad una disuniformità reale.

Agli inizi del Novecento, il geodeta Federigo Guarducci verificò la direzione della linea meridiana, rilevando che declinava verso est di un minuto d'arco e trentasei secondi e mezzo, cioè che il mezzogiorno locale vero era indicato con un ritardo di sei secondi e mezzo al solstizio d'inverno e di due secondi e mezzo al solstizio d'estate. L'orizzontalità della Linea si era invece mantenuta dal 1776 pressoché perfetta.

Nel 2005, in occasione delle manifestazioni dell'Anno Cassiniano tenutesi nel 2005 per ricordare i 350 anni della tracciatura della Meridiana, lo gnomonista Giovanni Paltrinieri ha promosso una nuova verifica dello strumento a distanza di un secolo da quella del Guarducci, i cui risultati sono stati pubblicati sulla Strenna Storica Bolognese 2005. Sostanzialmente sono emersi i seguenti dati: calando un filo a piombo dal foro gnomonico al suolo, è risultato che l'attuale Punto Verticale è spostato rispetto a quello antico di cm 1,8 verso Nord, e cm 0,7 verso Est. Inoltre, pur rilevando dei comprensibili abbassamenti della Linea in occasione delle colonne, globalmente, rispetto all'inizio della medesima, si riscontra sulla piastra del Solstizio Invernale un abbassamento di quasi mm 42, contro i 7 trovati sempre da Guarducci.

Ancora oggi dunque questo antico strumento è in grado di determinare quasi ottimamente il Mezzodì Vero Locale, il cui orario di Tempo Civile è anche indicato su una tabella posta a lato dell'Orologio Meccanico a doppio quadrante realizzato nel Settecento dal Fornasini: ovviamente, in una giornata di sole.

Organi a canne

Ai due lati dell'altar maggiore, sopra delle apposite cantorie, si trovano i due organi a canne della basilica, tra i più antichi in Italia.

Il più antico è quello situato sulla cantoria in cornu Epistulae, sul lato destro del presbiterio: è un capolavoro di Lorenzo di Giacomo da Prato, venne costruito tra il 1471 e il 1475 e, pur essendo stato rimaneggiato nei secoli, è il più antico degli organi italiani giunti fino a noi, oltre ad essere il primo a registri indipendenti. L'organo in cornu Evangelii, sul lato opposto, venne costruito invece, più tardi, nel 1596, da Baldassarre Malamini.

Nel corso dei secoli, entrambi gli strumenti hanno subito alcune modifiche: quello di destra venne ampliato nel 1852 da Alessio Verati; quello di sinistra, invece, una prima volta da Francesco Traeri nel 1691 e da Vincenzo Mazzetti nel 1812. Nel 1986 è stato effettuato dalla ditta Tamburini un restauro dei due organi.

L'organo costruito da Lorenzo da Prato ha un'unica tastiera di 54 note (Fa-1-La4), mancante delle prime due note cromatiche e dotata di alcuni tasti spezzati; la pedaliera a leggio è di 20 note (Fa-1-Re2), mancante delle prime due note cromatiche e costantemente unita al manuale. La trasmissione è quella meccanica originaria.

L'organo costruito da Baldassarre Malamini ha un'unica tastiera di 60 note (Do-1-Do5) con prima ottava scavezza e alcuni tasti spezzati; la pedaliera a leggio è di 18 note (Do-1-La1) con prima ottava scavezza e costantemente unita al manuale. La trasmissione è quella meccanica originaria.

Le quattro croci

La basilica custodisce le storiche "Quattro Croci" che, secondo la tradizione, furono poste su antiche colonne di epoca romana da Sant'Ambrogio o San Petronio fra il IV e il V secolo, appena fuori dalle porte della prima cerchia di mura di selenite, a spirituale difesa della Città. Le croci, in seguito racchiuse in piccole cappelle e assai venerate da generazioni di bolognesi, furono trasferite nel 1798, unitamente alle reliquie rinvenute ai piedi delle colonne, all'interno della basilica lungo le pareti delle navate laterali, rispettando l'originaria collocazione che avevano nel piccolo tessuto urbano della città. Le croci ora visibili non sono quelle dell'epoca petroniana: furono rinnovate nel corso dei secoli e le attuali risalgono ad un periodo compreso fra i secoli X e XII.

Entrando in basilica, a sinistra, si trova la Croce dei Santi Apostoli ed Evangelisti (rinnovata nel 1159, era collocata nei pressi di piazza di Porta Ravegnana). Di fronte vi è la Croce dei Santi Martiri (era collocata a metà dell'attuale via Monte Grappa). In corrispondenza dell'Altare Maggiore si trovano la Croce delle Sante Vergini (era collocata all'incrocio dell'attuale via Farini con via Castiglione) e, di fronte, la Croce di tutti i Santi (era collocata alla confluenza delle attuali via Carbonesi e via Barberia). Sopra la Croce dei Santi Martiri vi è una grande lapide in marmo, che ricorda la loro antica originaria collocazione nella città e il trasferimento in basilica per interessamento dell'Arcivescovo, Cardinale Andrea Gioannetti.

Il museo e archivio storico

L'archivio storico di San Petronio è allestito all'interno della basilica. In esso sono contenuti tutti i documenti relativi all'amministrazione della fabbrica fin dalla sua ideazione. Nel corso dei secoli i documenti sono stati via via ordinati e classificati e consta di 724 pezzi fra volumi, buste e mazzi. Le serie principali sono quelle degli statuti, regolamenti, atti e delibere dei fabbricieri seguiti dai documenti riguardanti le fonti di introito (come la decima sui legati pii). Particolarmente ricco è anche il materiale relativo alla contabilità generale che vanno quasi ininterrottamente dal 1421 al 1810 affiancati dai "quaderni di cassa" tra il 1439 e il 1938, i libri mastri dal 1429 al 1935 e i libri dei creditori e debitori dal 1415 al 1921.

La Cappella musicale
Dimensioni
Curiosità

In una delle due grandi corti dei calchi (cast courts) nel Victoria and Albert Museum di Londra è presente il calco integrale in scala 1:1 della Porta Magna eseguito nel 1886 da Oronzo Lelli, acquistato poi dal museo inglese. La sezione espositiva sorse per mostrare al grande pubblico impossibilitato a viaggiare all'estero una selezione dei maggiori capolavori dell'arte europea, soprattutto italiana.

Il 4 ottobre 2024, in occasione della festa patronale, è stata esposta, nella cappella di Santa Brigida, l'opera, olio su tela, del pittore Alessandro Fantera, San Petronio e l'angelo.

Informazioni pratiche

Orari
08:30-13:00,14:30-18:00
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.basilicadisanpetronio.org

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Fontana del Nettuno

Fontana · Bologna

Fontana del Nettuno

La fontana del Nettuno è una struttura in onore dell'omonima divinità, situata in piazza del Nettuno a Bologna: in ragione delle dimensioni, è soprannominata al Żigànt ("il Gigante") in dialetto felsineo.

Frutto della collaborazione tra Giambologna e Tommaso Laureti, l'opera fu voluta da Pier Donato Cesi per glorificare il governo pontificio del papa Pio IV e fu terminata nel 1566.

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Storia

La fontana fu voluta da Pier Donato Cesi, vicelegato pontificio a Bologna, per abbellire la nuova piazza del Nettuno (aperta dopo l'abbattimento di un gran numero di piccole costruzioni) con un'opera che simboleggiasse la munificenza del buon governo pontificio di Pio IV. La commissione venne assegnata il 2 agosto 1563 al fonditore bolognese Zanobio Portigiani, all'architetto palermitano Tommaso Laureti (al quale venne delegata l'esecuzione della struttura architettonica dell'opera) e infine allo scultore fiammingo manierista Giambologna, incaricato di realizzare la statua bronzea del Nettuno e le parti scultoree con una retribuzione di mille scudi d'oro. Il tema del Nettuno, particolarmente in voga nelle fontane del Cinquecento, venne già affrontato dal giovane ma ferrato Giambologna nel concorso per la fontana di piazza della Signoria a Firenze, poi vinto da Bartolomeo Ammannati.

La fontana, inizialmente alimentata unicamente da un condotto proveniente dalla sorgente denominata fonte Remonda nei pressi della collina San Michele in Bosco, venne portata a compimento nel 1566. Prima che la fontana venisse terminata, nel 1563, venne edificata la Conserva di Valverde per incrementare l'alimentazione d'acqua, diventata insufficiente. Sebbene concepita con fini prettamente ornamentali, la fontana venne prontamente utilizzata dai bolognesi per scopi eminentemente pratici, in ragione dell'iscrizione «Populi Commodo» posta su uno dei lati del basamento. Fu così che la fontana del Nettuno venne presa d'assalto dai venditori di ortaggi della vicina piazza Maggiore, che la utilizzavano per pulire i propri prodotti, e dalle lavandare bolognesi che ivi accorrevano per lavare il proprio bucato. Neanche un provvedimento promulgato il 30 marzo 1588 (che sottoponeva quanti usassero la fontana come lavatoio a «cinquanta staffilate, oltre la perdita di vasi, bugate e ogni altra cosa» o a «tre tratti di corda» in base al sesso) riuscì a dissuadere i bolognesi dai loro propositi.

La situazione precipitò quando la fontana iniziò ad essere utilizzata illegalmente come vespasiano: complice il «grandissimo fetore» dovuto alle illecite minzioni, nel 1604 attorno all'opera venne innalzata un'alta recinzione, che effettivamente riuscì a prevenire atti di vandalismo e di indecenza. La cancellata venne poi rimossa dall'amministrazione comunale solo nel XIX secolo, precisamente nel 1888.

Restauri

Nel corso della sua storia la fontana del Nettuno è stata sottoposta a numerosi restauri: già nel 1705 il Senato di Bologna iniziò a preoccuparsi del mantenimento dell'efficienza del monumento, malamente compromessa da un'avanzante stato di degrado. Un primo restauro avvenne nel 1708 per mano del custode Carlo Fagottini, che rappezzò le fessure più vistose ed unse la statua del Gigante così da favorire lo scorrimento delle acque meteoriche. Nuove riparazioni furono effettuate nel 1728 dall'architetto comunale Francesco Maria Angelini. Per il primo intervento significativo, tuttavia, bisognerà attendere il 1762, quando il fonditore Rinaldo Gandolfi procedette all'impermeabilizzazione della gamba sinistra del Gigante con una colata di cera fossile e intervenne sulla sua statica aggiungendovi altri ferri interni a supporto di quelli originari, ormai deteriorati. L'inarrestabile deterioramento della fontana e le polemiche scatenatesi sui giornali costrinsero il Comune a promuovere nuovi interventi di pulitura nel 1887, i quali furono però aspramente criticati per i loro metodi eccessivamente invasivi e pertanto sospesi.

Il monumento fu oggetto di ulteriori restauri nel 1907 per mano dello scultore Enrico Barberi, che per la pulitura fece ricorso a martelletti in bronzo zigrinati così da non intaccare la superficie della fontana (già gravemente compromessa). Durante la prima guerra mondiale "il Gigante" venne trasferito presso i magazzini di palazzo d'Accursio. Nel 1935 i fratelli de Stefanis procedettero alla levigatura del monumento con tecniche che suscitarono aspre critiche. Tra il 1943 e il 1945 "il Gigante" fu rimosso dalla fontana a causa dei pericoli legati alla seconda guerra mondiale; prima di essere ricollocato nella sua sede fu sottoposto a un intervento condotto dal fonditore Bruno Bearzi, il quale rimosse le incrostazioni ed eseguì una patinatura per rallentare l'evolversi dei processi corrosivi. Il primo restauro condotto con moderni metodi scientifici ebbe inizio nel febbraio 1988, sotto la supervisione di Giovanni Morigi e Ottorino Nonfarmale, e si protrasse per circa due anni. In quest'occasione la statua del Nettuno venne nuovamente rimossa e ricoverata nel Cortile d’Onore di palazzo d'Accursio, all’interno di una struttura in legno disegnata dallo scultore e scenografo Mario Ceroli nota come la "Casa del Nettuno".

Un'ulteriore opera di restauro ha avuto luogo a partire dal 2016, concludendosi poi nel dicembre 2017.

Descrizione

La fontana del Nettuno, definita dal critico d'arte Giulio Carlo Argan un «soprammobile da piazza», poggia su una base di tre gradini, al di sopra dei quali è collocata una vasca in macigno locale ricoperto da marmo di Verona. Al centro della vasca, lo zoccolo è fiancheggiato alla base da quattro nereidi che si sorreggono i seni, è decorato con emblemi pontifici, con ornamenti di foggia fantastica e con quattro putti che reggono delfini, in riferimento al Gange, al Nilo, al Rio delle Amazzoni e al Danubio, che simboleggiavano le «quattro parti del mondo», cioè i continenti allora conosciuti. Al centro del piedistallo si erge maestosa la figura serpentiforme del Nettuno del Giambologna, che in esso ha voluto esprimere la tipica teatralità manieristica.

L'altezza della sola statua del Nettuno è di circa 320 cm. Un modello in bronzo della statua di dimensioni ridotte (cm. 78,4), è conservato a Bologna presso il Museo civico medievale.

Il Nettuno, che con grande slancio verticale e simmetria tende la mano sinistra contro il vento, quasi come se volesse placare i flutti, trasmette in realtà un esplicito messaggio di esaltazione dinastica del papa Pio IV, diventando in questo modo un simbolo del potere politico della Chiesa su Bologna: così come Nettuno domina le acque, il Papa domina il mondo. Il dio Nettuno, infatti, rimanda per via simbolica al potere che, sceso dal trono, dispensa ricchezza e fertilità intorno a sé; il riferimento è quindi a un governo munifico ma inviolabile, con lo sguardo dritto e fiero e non rivolto alla piazza (e quindi al volgo).

L'aneddotica bolognese narra di un espediente messo in atto dal Giambologna, che intendeva trovare un modo per realizzare il Nettuno con i genitali più grandi, senza essere scoperto e ammonito dalla Chiesa. Secondo questa leggenda, lo scultore realizzò la statua in modo che, da una particolare angolazione, il pollice della mano tesa del Nettuno sembri spuntare dal basso ventre, così da sembrare il genitale eretto. Questo fatto sembrerebbe confermato dall'esistenza, nella pavimentazione della piazza, di una pietra nera detta «della vergogna» (posta ai piedi della scalinata d'ingresso della biblioteca Salaborsa): da quel punto la visione dell'effetto ottico è migliore.

Iscrizioni

Ai lati della vasca di marmo, quattro iscrizioni in latino illustrano le finalità della fontana:

Fori Ornamento (fatta per ornare la piazza);

Aere Publico (fatta con soldi pubblici);

Populi Commodo (fatta ad uso del popolo);

MDLXIIII (eseguita nel 1564; la data, in realtà, è errata siccome l'opera fu portata a compimento nel 1566).

Sulla fontana sono incisi anche i nomi dei committenti, riportati in lettere capitali latine nei quattro cartigli posti tra le sirene:

Pius IIII Pont. Max (Pio IV Pontefice Massimo);

Petrus Donatus Caesius Gubernator (Pier Donato Cesi, Cardinale Vice Legato);

Carolus Borromaeus Cardinalis (Carlo Borromeo, Cardinale Legato);

S.P.Q.B. (Senatus Populusque Bonononiensis, ovvero il Reggimento di Bologna).

Simbolismo

Il tridente della fontana ha ispirato il pittore Mario Maserati, unico dei sei fratelli non in azienda, nella creazione dello stemma utilizzato per la loro prima vettura, la Maserati Tipo 26, che successivamente verrà adottato come logo della casa automobilistica.

Copie

Della fontana esistono diverse copie, come quella a Laeken, sobborgo di Bruxelles, voluta nel 1903 dal re del Belgio Leopoldo II, quella a Palos Verdes Estates in California e quella a Batumi in Georgia.

Esiste una copia della statua del Nettuno anche all'ingresso del museo navale Yamato Museum di Hiroshima; un calco in gesso della statua del Giambologna, realizzato nel 1907, è invece custodito all'interno del Museo civico archeologico di Bologna.

In Italia, a Livorno in piazza Modigliani si trova una fontana ispirata all’omonima fontana di Bologna, copia in bronzo di dimensioni ridotte di quella bolognese del Giambologna.

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santuario della Madonna di San Luca

Edificio storico · Bologna

santuario della Madonna di San Luca

Il santuario della Madonna di San Luca (San Lócca in bolognese) è una basilica dedicata al culto cattolico mariano e si eleva sul colle della Guardia, uno sperone in parte boschivo a 280 m s.l.m. a sud-ovest del centro storico di Bologna. È un importante santuario nella storia della città, fin dalle sue origini meta di pellegrinaggi per venerare l'icona della Vergine col Bambino detta "di San Luca". Il santuario è raggiungibile da porta Saragozza attraverso una lunga e caratteristica via porticata, che scavalca via Saragozza con il monumentale Arco del Meloncello (1732) per poi salire ripidamente fino al santuario.

== Storia ==

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La storia del santuario è legata all'icona custodita al suo interno, che diede origine alla leggenda sulla fondazione del santuario stesso e ne determinò la fortuna nei secoli, facendone una meta di pellegrinaggi.

La leggenda di Teocle

La leggenda riguardante l'arrivo dell'icona raffigurante una Madonna col Bambino è raccontata tardivamente nella cronaca di Graziolo Accarisi, giureconsulto bolognese del XV secolo. Essa narra di un pellegrino-eremita greco che, in pellegrinaggio a Costantinopoli, avrebbe ricevuto dai sacerdoti della basilica di Santa Sofia il dipinto, attribuito a Luca evangelista, affinché lo portasse sul "monte della Guardia", così come era indicato in un'iscrizione sul dipinto stesso. Così l'eremita si incamminò in Italia alla ricerca del colle della Guardia e solo a Roma seppe, dal senatore bolognese Pascipovero, che tale monte si trovava nei pressi di Bologna. Arrivato nella città emiliana, fu accolto dalle autorità cittadine e la tavola della Madonna col Bambino venne portata in processione sul monte.

Col tempo la leggenda si arricchì di particolari dettati dalla fantasia o dalle supposizioni dei cronisti. Il primo fu, nel 1539, Leandro Alberti che diede alle stampe la Cronichetta della gloriosa Madonna di S. Luca del Monte della Guardia di Bologna, dove ipotizzava, come data d'arrivo dell'icona, l'anno 1160. Nel 1603 la scrittrice veneziana Lucrezia Marinelli pubblicò una raccolta di rime sacre contenenti un poemetto sull'icona, nel quale il pellegrino greco viene chiamato Eutimio. Il frate Tommaso Ferrari, nel 1604, aggiunse il particolare che l'icona fosse stata ricevuta dall'eremita e portata sul monte dal vescovo bolognese Gerardo Grassi. Infine, è un falso documento, prodotto probabilmente da don Carlo Antonio Baroni (1647-1704) e datato 8 maggio 1160, a raccontare della consegna dell'icona da parte del vescovo Grassi a due sorelle, Azzolina e Beatrice, figlie di Rambertino Guezi, fondatrici nel 1143 di un eremo sul colle della Guardia consistente di una capanna e una piccola cappella dedicata a San Luca. Quest'ultimo documento falso, dava anche un nome al pellegrino: Teocle Kmnya (o Kamnia).

Angelica Bonfantini e Santa Maria della Guardia

I documenti ritenuti autentici ci parlano invece di un'altra figura femminile, Angelica Bonfantini, figlia di Caicle di Bonfantino e di Bologna di Gherardo Guezi, che in un documento datato 30 luglio 1192, decise di darsi alla vita eremitica sul Monte della Guardia, con il proposito di costruirvi un oratorio e una chiesa. Professò così i voti nel ramo femminile dei canonici di Santa Maria in Reno, donando loro dei terreni di sua proprietà sul monte della Guardia, chiedendo in cambio un aiuto nella costruzione della chiesa e gli alimenti per la canonica. Tuttavia si riservava l'usufrutto e la rendita dei beni ceduti e di quelli che avrebbe ottenuto dalle offerte dei fedeli.

L'anno seguente, Angelica ottenne l'interessamento del papa Celestino III, il quale con un documento datato 24 agosto 1193 ordinò al vescovo di Bologna Gerardo di Gisla di porre, su richiesta di Angelica, la prima pietra della «nuova chiesa da costruire sul monte della Guardia», portata direttamente da Roma e benedetta dal Pontefice stesso. Essa fu posata il 25 maggio 1194.

La disputa con i canonici renani

Il nuovo santuario presto divenne meta di pellegrinaggio e, con il crescere dell'importanza del luogo, nacque una disputa fra Angelica e il clero di Santa Maria in Reno, riguardo all'interpretazione giuridica dell'atto di donazione del 1192. I canonici renani, infatti, sostenevano che Angelica, in quanto canonichessa, avrebbe dovuto subordinarsi alla congregazione dei canonici, lasciando loro i diritti relativi alla comunità eremitica, nonché alle offerte e donazioni fatte alla comunità e alla chiesa di Santa Maria della Guardia. Angelica reagì rivendicando i diritti, anche economici, che si era riservata con l'atto di donazione. La controversia crebbe al punto di spingere Angelica a chiedere l'intervento del Papa, dal quale si sarebbe recata di persona per ben sette volte prima che la disputa venisse definitivamente risolta.

Una prima sentenza a favore di Angelica giunse il 25 febbraio 1195, da parte di Celestino III, alla quale però i renani si opposero. Recatasi a Roma, Angelica ottenne dal papa un'altra bolla, che obbligava il vescovo di Bologna e l'abate del convento dei Santi Naborre e Felice a riportare all'obbedienza i canonici di Santa Maria in Reno. Anche grazie agli appoggi nella curia romana di cui godeva il clero renano, esso si rifiutò nuovamente di ottemperare alla bolla, rifacendosi a cavilli giuridici.

Una svolta alla situazione giunse quando il papa, con bolla datata 20 novembre 1197, prendeva sotto la sua protezione «la chiesa e le persone della stessa, con tutti i beni che possiede», in cambio di un tributo annuale di una libbra d'incenso. Quest'atto, pur ponendo le eremite della Guardia de facto dipendenti solo dal Pontefice, non risolveva il fatto che, de iure, esse fossero ancora il ramo femminile dei canonici di Santa Maria in Reno.

L'8 gennaio 1198 Celestino III moriva e al suo posto fu eletto papa Innocenzo III, il quale confermò la protezione papale e risolse la diatriba giuridica, stabilendo che l'accordo di Angelica con i renani non era da considerare come professione religiosa ma come semplice promessa. I renani si appellarono nuovamente finché, dopo numerose sconfitte, cercarono l'accordo.

La controversia si chiuse il 13 marzo 1206, con la resa dei terreni, della chiesa e dei relativi diritti ad Angelica da parte dei canonici renani.

Angelica inoltre presentò nel 1210 una lista dei danni economici subiti a causa della vertenza con i canonici renani, fra cui la ragguardevole cifra di 1 000 lire di bolognini per mancate oblazioni (il che dà un'idea, se pur probabilmente gonfiata, del quantitativo di offerte che giungevano al santuario).

Dopo la morte di Angelica, avvenuta attorno al 1244, il cardinale Ottaviano Ubaldini affidò la gestione della chiesa, «tutte le ragioni, i privilegi e le pertinenze» ad alcune monache agostiniane provenienti dall'eremo di Ronzano, fra cui suor Balena, suor Dona e suor Marina. Il 28 gennaio 1258 esse ottennero da papa Alessandro IV l'esenzione della chiesa di Santa Maria del Monte della Guardia dal controllo del vescovo di Bologna. La controversia si riaprì brevemente nel 1271, ma senza alcun reale esito.

L'assoggettamento al monastero di San Mattia

Nel 1278, per volere del cardinale fra Latino, le monache agostiniane vennero affiliate all'ordine domenicano. Nel 1290 alle monache fu permesso di edificare fuori Porta Saragozza (dove oggi sorge la chiesa di San Giuseppe) un nuovo monastero intitolato a San Mattia, distrutto nel 1357 ma ricostruito dentro le mura nel 1376. Le due comunità di monache erano governate da un'unica Superiora che risiedeva a San Mattia, mentre il Monte della Guardia era governato da una Vicaria coadiuvata da nove suore, che si avvicendavano ogni due anni. A causa della crescente prosperità del monastero di San Mattia, il 3 marzo 1438 papa Eugenio IV ordinò che Santa Maria della Guardia gli fosse assoggettata.

Il "miracolo della pioggia" e il rifacimento quattrocentesco

Dopo anni di decadenza, a causa dell'instabilità politica bolognese e della posizione decentrata, il santuario conobbe nuovamente fortuna grazie al crescente pellegrinaggio sviluppatosi a seguito del cosiddetto "miracolo della pioggia" del 5 luglio 1433, quando le piogge primaverili, che rischiavano di danneggiare il raccolto, cessarono all'arrivo di una processione che portava in città l'icona.

Le numerose donazioni da parte di privati e della Compagnia di Santa Maria della Morte (a cui era stata affidata la cura dell'immagine sacra durante la permanenza in città) permisero quindi, nel 1481, di rinnovare completamente l'edificio, costituito da un vano rettangolare, coperto da volte a crociera e dotato di una cappella a pianta poligonale dove era custodita l'icona. Sul lato meridionale rimaneva il monastero dove si trovavano le monache provenienti dal monastero di San Mattia, incaricate della custodia del santuario.

Ampliamenti successivi

Tra il 1603 e il 1623 venne ampliata e decorata la cappella maggiore e tra il 1609 e il 1616 fu ricostruito il campanile. Grazie al lascito testamentario del cardinale legato pontificio Lazzaro Pallavicini, nel 1696 venne aperto un nuovo cantiere, che portò a un ulteriore ampliamento e allungamento della chiesa, oltre che all'aggiunta di quattro cappelle laterali.

Dal 1708 i lavori furono diretti da Carlo Francesco Dotti e Donato Fasano, che portarono alla realizzazione di una nuova e più ricca cappella maggiore, adorna di un nuovo altare barocco in marmi policromi, progettato da Giovanni Antonio Ferri e realizzato dai tagliapietre Angelo Rangheri. Il cantiere fu terminato nel 1713.

L'edificio attuale

L'edificio attuale è il risultato di un nuovo intervento, più radicale, deciso nel 1723 e dettato dal contrasto fra la nuova cappella maggiore e il resto della costruzione. Essa fu demolita e ricostruita sotto la guida dello stesso Carlo Francesco Dotti, seguendo l'idea del frate servita Andrea Sacchi, che prevedeva una pianta ovale. I lavori si svolsero senza turbare l'arrivo di pellegrini: i muri del nuovo complesso, infatti, furono innalzati attorno al vecchio edificio, che fu abbattuto solo a lavori ultimati, nel 1743. Si procedette infine a realizzare la decorazione interna, terminata nel 1748 e l'anno successivo venne nuovamente riadattata la cappella maggiore.

Il 25 marzo 1765, dopo 42 anni di lavori, il cardinale arcivescovo Vincenzo Malvezzi inaugurò il nuovo santuario. La cupola, la facciata e le tribune esterne laterali furono terminate da Giovanni Giacomo Dotti nel 1774, su disegni lasciati dal padre.

Le leggi napoleoniche abolirono, l'11 febbraio 1799, il monastero domenicano di San Mattia e le suore, alle quali era affidato il santuario, dovettero abbandonarlo. A loro subentrarono i domenicani fino al 1824, quando fu assoggettato direttamente all'arcivescovo, dal cardinale Carlo Opizzoni. Da allora il santuario è gestito da sacerdoti diocesani diretti da un vicario arcivescovile.

Nel 1815 nuovi lavori portarono al rivestimento in marmo della cappella maggiore e alla costruzione di nuovi altari marmorei, su disegni di Angelo Venturoli.

Il santuario di San Luca fu dichiarato monumento nazionale nel 1874 ed ebbe la dignità di basilica minore da papa Pio X nel 1907.

Dal 1888 al 1889 fu attiva la funicolare di San Luca, che partiva dal Meloncello.

Fra il 1922 e il 1932 si realizzò la decorazione della cupola, la cui affrescatura fu affidata al pittore fiorentino Giuseppe Cassioli. Il piazzale antistante fu risistemato tra il 1938 e il 1950 su progetto dell'ingegnere Giuseppe Gualandi e del figlio Francesco per volere del cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca, il quale commissionò anche la costruzione di una cripta.

Dal 1930 al 1994 è stato attivo un orfanotrofio femminile, ospitato prima nei locali sottostanti il santuario stesso e successivamente trasferito in una nuova costruzione lungo il porticato, tuttora chiamata "le orfanelle".

Dal 1931 al 1976 era possibile raggiungere il santuario mediante una funivia panoramica, dismessa nel 1976, il cui capolinea inferiore era posto in prossimità dell'odierna fermata Funivia del trasporto pubblico locale.

Il santuario
L'esterno

Lo stile dominante è il barocco, testimoniato da forme e volumi dinamici e curvilinei alternati in continue sporgenze e rientranze. Il corpo dell'edificio è costituito, in massima parte, dal grandissimo tiburio ellittico, spoglio e compatto, sormontato al centro da una grande cupola con lanterna, che ospita un osservatorio a 42 metri d'altezza.

La facciata, che non copre completamente le forme retrostanti, è costituita da un avancorpo modellato sulle forme classiche del pronao: un ordine di paraste giganti in stile ionico sorreggono un frontone, sotto il quale si apre un grande arco centrale. Raccordato ai lati della facciata, il porticato si sviluppa con due ali curvilinee che racchiudono il piazzale antistante e che si concludono con due tribune pentagonali a edicola. Il portale d'ingresso è affiancato dalle statue di San Luca e di San Marco di Bernardino Cametti, eseguite nel 1716 e in origine collocate nel presbiterio.

Il corpo del vecchio monastero domenicano e il campanile quattrocentesco sono incorporati nel lato meridionale della costruzione. Nella cella di quest'ultimo è custodito un prestigioso concerto di cinque campane di cui le quattro minori (che formano il classico "quarto maggiore" bolognese, in nota Sol3-La3-Si3-Re4) sono state fuse nel 1835 da Giuseppe Brighenti, mentre la maggiore (in nota Re3) è stata aggiunta nel 1893 da Clemente e Giuseppe Brighenti, a formare con le quattro preesistenti l'intonazione detta "sesta", molto solenne e tipica di basiliche e santuari. In cella è presente anche una piccola campana antica, fuori concerto. Tutte le campane sono montate "alla bolognese" e sono ad azionamento completamente manuale.

L'interno

L'interno è caratterizzato da una pianta ellittica sulla quale si innesta una croce greca (formata dall'asse centrale e dalle due cappelle maggiori laterali) e presenta un presbiterio rialzato, sulla cui sommità è posta l'icona della Vergine col Bambino. Gli archi principali sono sostenuti da pilastri a fascio composti da tre colonne corinzie giganti.

Fra le opere che si trovano all'interno, vi sono le pale d'altare di:

Donato Creti (L'Incoronazione della Vergine, seconda cappella a destra, e La Vergine e i Santi Patroni di Bologna, seconda cappella a sinistra);

Guido Reni (La Madonna del Rosario, terza cappella a destra);

Guercino (una versione del Cristo che appare alla Madre, sacrestia maggiore);

Domenico Pestrini (sacrestia maggiore).

Gli affreschi sono di Vittorio Maria Bigari (cappella maggiore) e di Giuseppe Cassioli (cupola). Gli stucchi sono opera di Antonio Borrello, Giovanni Calegari, con le statue di Angelo Gabriello Piò.

La cripta

La cripta fu costruita per volere del cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca, le cui spoglie sono qui conservate in una tomba monumentale, opera di Bruno Boari. Sono inoltre ospitate nella cripta alcune tombe appartenenti alle famiglie che hanno contribuito con donazioni alla costruzione del santuario.

All'interno della cripta si trova inoltre un modello in scala del santuario risalente al Settecento e un busto in cera dell'architetto Carlo Francesco Dotti che ultimò la costruzione del santuario. Sono custoditi anche degli oggetti sacri come il manto con cui viene cinta l'icona della Vergine e il baldacchino fiorito che la racchiude quando viene portata in processione in città.

La cupola

Secondo il progetto originale del Dotti, la cupola si presentava inizialmente priva di affreschi, per esaltare lo spazio architettonico. Fu nel 1918 che venne commissionata la decorazione dell'interno della cupola, affidata al pittore e scultore fiorentino Giuseppe Cassioli. I lavori iniziarono nel 1922, per concludersi due anni dopo.

Il soggetto rappresenta una composizione allegorica incentrata sull'invocazione alla Madonna da parte di papa Benedetto XIV. Il pontefice è circondato da numerosi prelati, fra cui si riconosce Nasalli Rocca, all'epoca elemosiniere pontificio. È raffigurato inoltre l'evangelista Luca, in abiti orientali e con l'icona a lui attribuita dalla leggenda.

Cassioli progettò la propria opera cercando di allinearsi allo stile degli affreschi realizzati dal pittore Vittorio Maria Bigari oltre centocinquant'anni prima. Attenendosi allo schema già utilizzato da Bigari nella volta della cappella maggiore, Cassioli impostò perciò la composizione con una prospettiva dal basso, concentrando le figure alla base della cupola.

Il portico
Storia

La via che, inerpicandosi per il colle della Guardia, porta al santuario, fu inizialmente ciottolata nel 1589 dal governo cittadino. L'abitudine dei pellegrini di appendere immagini con i Misteri del Rosario agli alberi lungo il percorso, indusse nel 1640 la vicaria Olimpia Boccaferri a iniziare la costruzione di quindici cappelle.

Per proteggere i sempre più numerosi pellegrini dalla pioggia, si decise di costruire il lunghissimo portico. Un primo modesto progetto fu redatto da Camillo Saccenti nel 1655, ma la scarsità di risorse economiche fece abbandonare il progetto, ripreso nel 1673 da un gruppo di privati (fra cui il cappellano dell'Ospedale per i pellegrini di San Biagio, don Lodovico Zenaroli, e il marchese Girolamo Albergati, confratello di Santa Maria della Morte) che crearono un comitato per la raccolta dei fondi necessari alla costruzione. Alla sua edificazione parteciparono cittadini di ogni classe dal 1674 al 1721, sotto la direzione dell'architetto Gian Giacomo Monti. Alla morte di questi, i lavori furono completati da Francesco Monti Bendini e dallo stesso Carlo Francesco Dotti, che progettò l'Arco del Meloncello nel 1721.

A causa della costruzione delle botteghe sovrastanti la parte pianeggiante del portico, fu necessario eseguire lavori di consolidamento nel 1791. Altri interventi di restauro vennero effettuati nel 1819 e nel 1955. Durante questi ultimi, molti stemmi dipinti che decoravano le lunette degli archi andarono perduti. Nuovi lavori di restauro sono stati iniziati nel 2019. Nel 2021 il portico di San Luca è stato incluso dall'UNESCO fra i portici di Bologna riconosciuti come Patrimonio dell'umanità.

Caratteristiche

Il portico consta di un numero di archi fra i 658 e i 666 (a seconda del metodo di conteggio) e di 15 cappelle. Con i suoi 3 796 m risulta essere il portico più lungo al mondo. Il tratto in pianura, che va dall'Arco Bonaccorsi (antistante porta Saragozza) fino a quello del Meloncello, costeggia la via Saragozza ed è composto da 316 arcate ed è lungo 1,52 km. Il tratto collinare, che dal Meloncello conduce al Santuario, è composto da 350 arcate, fra cui quindici cappelle con i Misteri del Rosario, poste a cadenza regolare (circa ogni 20 archi) ed è lungo 2,276 km. Il portico è punteggiato di lapidi ed epigrafi commemorative di varie epoche, con fine devozionale (ex voto per grazie ricevute), oppure a espressione di gratitudine per donazioni.

Secondo la tradizione, non sarebbe casuale il fatto che esso sia composto (secondo un certo conteggio) da 666 archi: il numero diabolico (cfr. Apocalisse di Giovanni, 13, 18) simboleggerebbe il "serpente", ossia il Demonio, associato al porticato sia per la sua forma a zigzag, sia perché, terminando ai piedi del santuario, ricorda la tradizionale iconografia del Diavolo sconfitto e schiacciato dalla Madonna sotto il suo calcagno (cfr. Genesi, 3, 15).

Il culto mariano
Il "miracolo della pioggia"

Nel 1433, durante l'episcopato del beato Niccolò Albergati, la primavera fu estremamente piovosa, minacciando di rovinare i raccolti. Per scongiurare la prospettiva di una carestia, il giureconsulto Graziolo Accarisi (autore della sopracitata cronaca sulla leggenda riguardo all'arrivo dell'icona a Bologna) promosse presso il Consiglio degli Anziani la discesa dell'icona della Madonna col Bambino per implorare davanti all'immagine attribuita a San Luca la grazia per la fine delle piogge; ciò fece a imitazione di quanto facevano i fiorentini, che si rivolgevano sempre alla Madonna di Impruneta, pure attribuita a San Luca. Durante l'ingresso dell'icona in città il 5 luglio, la pioggia cessò; si fece allora una grande festa con una processione di tre giorni per la città, poi si riaccompagnò l'immagine al santuario. Per voto cittadino, da allora queste celebrazioni furono ripetute ogni anno.

Le celebrazioni

Il trasporto dell'immagine, durante le annuali discese in città, fu affidato ai Padri Gesuati di San Girolamo e Sant'Eustachio, ordine soppresso nel 1669 da Clemente IX, mentre la Confraternita di Santa Maria della Morte ne aveva la responsabilità durante la permanenza in città. A partire dal 1629 la Confraternita ebbe anche l'incarico del trasporto dal monte, con precise regole stabilite dalle monache di San Mattia. L'immagine, proveniente dal colle della Guardia, scendeva in città per essere portata nell'ex chiesa di San Mattia, dove le suore domenicane la addobbavano di fiori e gioielli. Da lì si recava nella chiesa di Santa Maria della Morte (dove oggi si trova palazzo Galvani, sede del Museo civico archeologico), per poi essere trasportata in diverse chiese cittadine fino a giungere, alcuni giorni dopo, presso la basilica di San Petronio.

Nel 1476, per volere di Giovanni II Bentivoglio, le celebrazioni per la Madonna di San Luca vennero spostate dalla prima domenica di luglio alla domenica delle Rogazioni Minori dell'Ascensione, mentre nel 1718 il cardinale Giacomo Boncompagni stabilì di anticiparle al sabato. Le leggi napoleoniche soppressero, nel 1796, la compagnia di Santa Maria della Morte e nel 1799 il monastero di San Mattia: da allora l'icona viene portata nella cattedrale di San Pietro.

Tuttora le celebrazioni iniziano, con la discesa dell'immagine, il sabato precedente la quinta domenica dopo Pasqua. L'icona viene portata a Bologna attraverso il porticato di San Luca da una solenne processione di clero e fedeli e, passando per le strade del centro, raggiunge la cattedrale accompagnata dai doppi suonati dai campanili vicini al corteo. Il mercoledì precedente l'Ascensione l'immagine viene portata processionalmente alla basilica di San Petronio, dal cui sagrato si impartisce dal 1588 una solenne benedizione alla città.

Dopo che l'immagine è rimasta in città una settimana, una medesima processione la riaccompagna al santuario. Fino al 1976 l'immagine sacra veniva riportata al santuario il giovedì dell'Ascensione. Dal 1977, con la promulgazione della legge 5 marzo 1977, n. 54 che aboliva, tra le altre, la festività infrasettimanale dell'Ascensione, le celebrazioni sono state posticipate alla domenica successiva.

Solamente due volte non fu possibile celebrare la discesa della Madonna: nel 1849, durante l'occupazione austriaca del colle, e nel 1944, durante la seconda guerra mondiale.

L'icona

Centro della devozione popolare, l'icona raffigura una Madonna col Bambino secondo la classica iconografia orientale di tipo odighítria o hodigitria, cioè di "Colei che indica la Via", considerata la "Madonna dei viaggiatori".

La redazione attualmente visibile dell'icona, forse collocabile tra la fine dell'XII e l'inizio del XIII secolo, sembra attribuibile a una mano occidentale, ma certamente appartenente a un clima culturale bizantineggiante, come del resto gran parte della cultura figurativa del periodo.

L'icona misura 65 × 57 cm e ha uno spessore di circa 2 cm. È eseguita a tempera e foglia d'argento, su tela di lino applicata a una tavola centrale di pioppo, a cui sono aggiunte due tavole di testa in olmo e castagno.

Secondo la consolidata iconografia, la Madonna, rappresentata a mezzo busto, tiene in braccio Gesù benedicente. La Vergine porta una veste di colore blu-verde, sotto la quale si intravede una sottoveste rossa. I tratti del viso sono allungati, le dita della mano affusolate. Il Bambino, dalla testa piccola rispetto al corpo, ha il braccio destro atteggiato nel gesto di benedizione, mentre la mano sinistra è chiusa a pugno. La tunica del Bambino è dello stesso colore rosso della sottoveste della Vergine. Sullo sfondo si notano filari di piccole foglie d'edera, inseriti l'uno nell'altro e intervallati da piccole perle. Due fasce laterali di circa 4 cm decorate con motivi floreali contornano la tavola, mentre la parte superiore appare tagliata.

A seguito di studi anche radiografici, si è appurata l'esistenza di un altro dipinto, più antico, sotto l'immagine oggi visibile. Lo stile, in questo caso, è bizantino e presenta numerose affinità con le copie superstiti della Vergine in Santa Sofia a Costantinopoli, datate presumibilmente fra il X e l'XI secolo. La supposta origine orientale del primo dipinto, inoltre, è supportata dall'uso dell'indaco per il colore della veste della Vergine, in uso in Asia Minore, ma non in Italia.

Nell'immagine originaria, la Vergine presenta un setto nasale più sottile e la narice piccola e rialzata; la bocca ha entrambe le labbra carnose, mentre l'occhio appare più grande e allungato. Il Bambino, invece, risulta meno proporzionato, più solido e tornito, nel gesto enfatico di benedizione, pare alla greca, al contrario dell'immagine attuale, dove è alla latina.

Nel 1603 la Madonna fu incoronata dall'arcivescovo Alfonso Paleotti. Dal 1625 il dipinto è ricoperto da una lastra d'argento che lascia scoperti solo i volti, opera di Jan Jacobs di Bruxelles. Nel 1857 ricevette un prezioso diadema da papa Pio IX.

Sport
Ciclismo

La strada che corre parallela al porticato di San Luca, nel tratto in salita, è stata spesso affrontata da corse ciclistiche. In particolare, negli ultimi anni costituisce la difficoltà finale del Giro dell'Emilia, che la percorre per cinque volte. Nel 1956 invece vi si è svolta una cronoscalata del Giro d'Italia (vinta da Charly Gaul); nel 1984 vi è stato posto l'arrivo di una tappa in linea del Giro d'Italia (vinta da Moreno Argentin). Nel 2009 il Giro d'Italia del centenario ha toccato San Luca in occasione della 14ª tappa, vinta da Simon Gerrans. La salita del San Luca è stata la grande protagonista del crono-prologo del Giro d'Italia del 2019 e della seconda tappa del Tour de France 2024, vinta da Kévin Vauquelin.

La salita inizia al Meloncello (55 m s.l.m.): da qui al santuario sono circa 2 km, con una pendenza media del 10,8% e massima intorno al 18%. Il tratto più ripido si incontra a metà salita, poco dopo il punto in cui la strada passa sotto il colonnato (la curva è nota come delle orfanelle, in quanto antistante a un ex orfanotrofio femminile). La quota di arrivo è di 270 m s.l.m. mentre il dislivello è di 215 m.

Si può salire al santuario anche per la strada che ascende per il lato opposto del colle (via Casaglia). Questo versante è più lungo, ma decisamente più agevole.

Podismo

Dal 1977 si corre la gara podistica internazionale su strada Casaglia-San Luca che, risalendo il colle della Guardia per la via di Casaglia, raggiunge il santuario e ridiscende il colle fiancheggiando il porticato storico. La gara, disputata di notte, copre un percorso di 10,2 km, con un dislivello massimo in salita di 376 m s.l.m. e in discesa di 385 m.

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Piazza Maggiore

Piazza · Bologna

Piazza Maggiore

Piazza Maggiore (Piâza Granda o Piâza Mażåur in dialetto bolognese) è la piazza principale della città di Bologna.

Misura 115 metri in lunghezza per 60 metri in larghezza ed è circondata dai più importanti edifici della città medievale.

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Piazza Maggiore è la piazza più importante della città.

Descrizione

Il più antico edificio affacciato sulla piazza è il Palazzo del Podestà, che chiude la piazza a nord; risale al XIII secolo ed è sormontato dalla Torre dell'Arengo, che suonando la sua campana chiamava il popolo a raccolta. A questo fu aggiunto in breve il Palazzo Re Enzo, sotto al quale si apre la volta a crociera di un quadrivio pedonale.

La piazza è chiusa ad ovest dal Palazzo Comunale (o d'Accursio), un monumentale complesso architettonico di origine trecentesca, attualmente sede del comune di Bologna, delle Collezioni Comunali d'Arte e del Museo Morandi, che costeggia anche l'attigua piazza del Nettuno, al centro della quale sorge la fontana omonima (detta anche del Gigante) realizzata nel 1565 dal Giambologna.

A sud, di fronte al Palazzo del Podestà si eleva la facciata incompiuta della basilica di San Petronio, un esempio di gotico italiano, iniziata sul finire del Trecento e mai terminata.

Chiude infine a est il Palazzo dei Banchi, in realtà una semplice facciata eretta tra il 1565 e il 1568 su disegno di Giacomo Barozzi detto il Vignola, che sostituì elegantemente le povere costruzioni preesistenti che si affacciavano sulla piazza, rispettando gli sbocchi delle vecchie strade ivi confluenti. La prosecuzione del portico del Palazzo dei Banchi è il portico dell'Archiginnasio, sede medievale dell'Università di Bologna, ora una delle più fornite biblioteche italiane ed europee; questo portico viene comunemente chiamato "il Pavaglione" (da una voce dialettale che significa "padiglione") e per secoli fu la sede dei commerci dei bachi da seta.

Il "crescentone"

La parte centrale della piazza è caratterizzata da una piattaforma pedonale, soprannominata "crescentone", costruita nel 1934. Si tratta di un rettangolo rialzato, dell'altezza di 15 cm, costruito in granito bianco e rosa. Il nome deriverebbe dalla crescente, la tipica focaccia salata della cucina bolognese.

Sul lato orientale del crescentone, si notano alcuni visibili danni: la tradizione vuole che siano stati provocati da un carro armato statunitense il 21 aprile 1945, giorno della liberazione della città. Alcune immagini, però, mostrano come, al termine della guerra, non vi fosse alcun danno; si ritiene che i danneggiamenti siano invece stati causati negli anni settanta, in occasione di una fiera agricola nazionale, quando una mietitrebbiatrice in esposizione vi salì dal lato orientale e ne discese dal lato meridionale: questi mezzi agricoli sono molto più pesanti di un carro armato, e sono per di più sprovvisti di cingoli ammortizzati; oltretutto, sembrerebbe che nel 1945 fossero anche state apposte delle rampe davanti al crescentone per agevolare la salita e la discesa dei carri armati.

Edifici

Gli edifici che circondano piazza Maggiore sono:

il Palazzo dei Notai, costruito tra il 1384 ed il 1422, su progetto di Antonio di Vincenzo;

il Palazzo D'Accursio (Palazzo Comunale), costruito nel 1290 e ristrutturato dopo un incendio (1425) dall'architetto Fioravante Fioravanti: nell'edificio hanno sede le Collezioni Comunali d'Arte di Bologna ed il Museo Morandi. Una lapide in marmo sul Palazzo Comunale riporta le antiche unità di misura utilizzate a Bologna (la più importante delle quali era il piede bolognese, di circa 38 centimetri). Queste misure erano esposte pubblicamente di modo che tutti potessero verificarle, peraltro la piazza fu sede del più grande mercato cittadino fino al 1877. Sopra a questa lapide si trovano due aquilotti in terracotta. Secondo una tradizione non comprovata dai documenti, uno di questi aquilotti (non è chiaro quale) sarebbe stato realizzato dal giovane Michelangelo durante il suo soggiorno bolognese, ma quello che si vede oggi sarebbe una copia, dato che gli originali sono andati distrutti in una sommossa popolare del 1511;

il Palazzo del Podestà, costruito nel 1201 e ampiamente ristrutturato fra il 1472 ed il 1484 dai signori Bentivoglio;

il Palazzo dei Banchi, del 1412, dove operavano cambiavalute e banchieri, ristrutturato nel 1568 su progetto del Vignola con il suo caratteristico portico soprannominato dai bolognesi Pavaglione;

la basilica di San Petronio, iniziata nel 1390 su progetto di Antonio di Vincenzo e mai terminata.

Storia

L'area che adesso conosciamo come Piazza Maggiore, che in realtà nella toponomastica è senza nome, venne costruita a partire esattamente dal 1200, quando i bolognesi sentirono l'esigenza di avere spazio da adibire a mercato e non solo. I molti edifici popolari, fra cui anche diverse torri, che sorgevano nella zona furono acquistati dal Comune e poi abbattuti. È una delle primissime piazze, se non la prima, ad essere costruita in Italia dopo la caduta dell'impero romano, quando le "piazze" erano le basiliche e i fori. È proprio in questo periodo che in Italia si ritorna al concetto di "piazza" come luogo pubblico d'incontro e aggregazione. Le piazze di Firenze e Siena verranno infatti costruite qualche anno o decennio dopo Piazza Maggiore.

Solo nel Quattrocento la piazza assunse la forma attuale mentre nel XVI secolo l'intera area fu risistemata per volontà papale tramite il Cardinale Legato Carlo Borromeo: vennero costruite le adiacenti Piazza del Nettuno con la splendida fontana del Giambologna ed il Palazzo dell'Archiginnasio.

Nel 1860 Piazza Maggiore fu intitolata a Vittorio Emanuele II fino al 1943 quando il monumento equestre del re venne trasferito ai Giardini Margherita dove tuttora si trova. Dal 1943 al 1945 cambiò nome in Piazza della Repubblica e prese il nome attuale a partire dal giugno 1945.

Nella cultura popolare e di massa

Secondo alcuni, ma anche secondo lo stesso Dalla, la canzone Piazza Grande (1972) di Lucio Dalla, dedicata a un senzatetto, si riferisce a Piazza Maggiore, altri invece ritengono che sia dedicata a Piazza Cavour sempre a Bologna dove il cantautore ha anche abitato da giovane, secondo quanto dichiarato da Gianfranco Baldazzi, nel corso della puntata de La storia siamo noi, dedicata a Lucio Dalla, del 18 novembre 2011. Un attento ascolto della canzone parla, infatti, di panchine, che in Piazza Maggiore sarebbero i gradoni della Basilica di San Petronio, ma di contro parla di gatti che non han padrone (non c'è mai stata infatti in piazza alcuna colonia felina).

Durante il mese di luglio in Piazza Maggiore ha luogo una rassegna cinematografica promossa dalla Cineteca di Bologna e dal Comune, intitolata Sotto le stelle del Cinema. Nella piazza viene allestito un cinema all'aperto in grado di ospitare fino a 4000 posti a sedere.

La sera del 2 agosto di ogni anno, in Piazza Maggiore si tiene il concerto finale del Concorso internazionale di composizione "2 Agosto", evento finale della giornata di commemorazioni in ricordo della strage alla stazione di Bologna del 1980.

Nella letteratura

Giosuè Carducci scrisse la lirica Nella piazza di San Petronio che si trova nella raccolta Odi barbare.

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Palazzo Re Enzo

Edificio storico · Bologna

Palazzo Re Enzo

Il palazzo Re Enzo è un palazzo storico di Bologna risalente al XIII secolo.

Fu costruito tra il 1244 e il 1246 per volere del podestà Filippo Ugoni come ampliamento degli edifici comunali del Palazzo del Podestà (assieme al Palazzo del Capitano del Popolo) e per questo chiamato Palatium Novum, ma le sue vicende storiche l'hanno da sempre legato alla figura di Re Enzo di Sardegna.

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Storia e descrizione

Appena tre anni dopo la sua costruzione, il Palatium Novum divenne la dimora coatta di Re Enzo di Sardegna, figlio dell'imperatore Federico II di Svevia, fatto prigioniero nei pressi di Modena durante la battaglia di Fossalta, che vide la vittoria dei bolognesi sulle truppe imperiali di Enzo di Svevia. Dopo la cattura, Re Enzo fu tenuto per alcuni giorni nel castello di Anzola dell'Emilia (dove si può ancora visitare quella che fu la sua prigione) e in seguito fu trasferito a Bologna, dove rimase per ventitré anni, dall'agosto del 1249 fino alla sua morte avvenuta il 14 marzo 1272, probabilmente in ambienti opportunamente adibiti al secondo piano.

Al pian terreno venivano custoditi il carroccio e le macchine da guerra, mentre al primo piano vi erano gli uffici del pretore e la cappella. Nel 1386 Antonio di Vincenzo realizzò in muratura la Sala del Trecento, poi adibita ad archivio comunale. L'ultimo piano fu pesantemente ristrutturato nel 1771 ad opera di Giovanni Giacomo Dotti.

Nel 1905 Alfonso Rubbiani ripristinò l'aspetto gotico dell'edificio ricostruendo le originarie merlature, le arcate del pianterreno, la scala quattrocentesca e riaprendo le finestre a trifora, operando tuttavia numerose aggiunte di fantasia dettate dalla moda neo-medievalista dell'epoca. Sulla destra del palazzo si trova ancora l'accesso alla cappella di Santa Maria dei Carcerati, in cui si recavano i condannati a morte. A partire dal 1910, nell'ambito dello sventramento del Mercato di Mezzo per l'allargamento di via Rizzoli, vennero demoliti numerosi edifici che, nel corso dei secoli, gli erano cresciuti intorno, fra cui casa Campogrande e il voltone della corda, situato fra i due edifici.

Le facciate esterne del Palazzo Re Enzo si affacciano sulla Piazza del Nettuno, via Rizzoli e Piazza Re Enzo e sono state sottoposte a restauro conservativo nel 2003.

La leggenda di Re Enzo

Numerose sono le leggende divulgate dai cronisti a proposito della cattura e della prigionia di re Enzo.

Si parla di una mancata fuga dal castello di Anzola dell'Emilia prima ancora che il re venisse portato a Bologna e successivamente di un riscatto che il padre avrebbe pagato ai bolognesi, col quale si sarebbe potuta erigere tutta la cerchia muraria della città ma che i bolognesi rifiutarono.

Pare che durante la prigionia Re Enzo passasse il giorno insieme ad altri prigionieri ma durante la notte venisse isolato in una gabbia appesa al soffitto e sorvegliato a vista.

Il Comune consentiva altresì ad Enzo di ricevere visite femminili: Enzo ricorda nel suo testamento tre figli naturali. Una leggenda postuma gli attribuisce un quarto figlio nato dall'amore per una contadina, Lucia di Viadagola. Al bambino sarebbe stato dato il nome di Bentivoglio (per le parole che Enzo soleva dire alla sua amata, Amore mio, ben ti voglio), il quale sarebbe il capostipite leggendario della casata bolognese dei Bentivoglio.

Si racconta anche di una tentata fuga in una brenta, usata per trasportare il vino, fallita grazie ad una vecchia signora che vide i lunghi capelli biondi del re.

Dopo 23 anni di prigionia Enzo morì e fu sepolto nella Basilica di San Domenico come lui stesso aveva desiderato e dove ancora oggi è presente la sua tomba.

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teatro comunale di Bologna

Edificio storico · Bologna

teatro comunale di Bologna

Il Teatro comunale di Bologna fu costruito da Antonio Galli da Bibbiena nel luogo in cui, un tempo, sorgeva Palazzo Bentivoglio, distrutto nel 1507. Una parte dei resti formano gli attuali Giardini del Guasto, compresi tra via del Guasto e Largo Respighi, dove invece c'è l'ingresso artisti.

== Storia ==

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Dai disegni conservati nella Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna datati circa alla metà del Seicento, viene documentato in maniera straordinaria come durante le sfarzose feste barocche quali l'annuale festa della porchetta, la piazza principale della città venisse delineata in spalti disposti a semicerchio, come se si trattasse di un edificio concluso vero e proprio, dotato di un ordine inferiore e uno superiore e con il pubblico ivi posto, che senza saperlo era già in un vero e proprio teatro d'opera. Inoltre venivano usate per la prima volta complesse macchine a pantografo, antesignane di quelle che poi verranno usate nel Teatro pubblico, ponti e delle strutture esterne che diventeranno poi le torri sceniche.

Dopo l'incendio del febbraio 1745 che distrusse il Teatro Malvezzi, costruito nel 1651, la città promosse la costruzione di un nuovo teatro, il «Teatro Pubblico», come venne inizialmente chiamato il teatro comunale.

Fu il primo esempio di teatro dell'opera edificato con fondi pubblici e affittato dalla municipalità.

Realizzato su progetto di Antonio Galli da Bibbiena, la costruzione iniziò nel 1756 e il teatro fu inaugurato il 14 maggio 1763 con l'opera seria Il trionfo di Clelia, su libretto di Pietro Metastasio, con musica di Gluck, scritta per l'occasione davanti ad un pubblico di 1 500 persone.

Nel 1764 avviene la prima assoluta di Alessandro nelle Indie di Gregorio Sciroli, nel 1768 di L'isola disabitata di Tommaso Traetta, nel 1769 L'inglese in Italia di Antonio Maria Mazzoni, nel 1770 di La Nitteti di Josef Mysliveček, nel 1816 di Clato di Pietro Generali, nel 1821 di Maria Stuarda di Saverio Mercadante, nel 1829 di Il serto votivo, nella terza versione di Gioachino Rossini, nel 1850 di È foriera la Pace ai mortali di Rossini e di Mazeppa di Fabio Campana, nel 1857 di La sorrentina di Emanuele Muzio, con Raffaele Mirate, nel 1858 di Lidia di Bruxelles di Giovanni Pacini, con Antonietta Fricci e nel 1861 di Mazeppa di Carlo Pedrotti, diretta da Angelo Mariani con Leone Giraldoni.

Nel 1867 avviene la prima rappresentazione italiana del Don Carlo, nella traduzione di Angelo Zanardini, diretta da Mariani, con Teresa Stolz, la Fricci, Antonio Cotogni e Giuseppe Capponi (tenore) e nel 1869 la Messa solenne (la seconda versione della Petite messe solennelle) di Rossini, diretta da Muzio.

1871: Wagner e Bologna

Il teatro fu il primo in Italia a rappresentare in assoluto un'opera di Richard Wagner mettendo in scena con successo nel 1871 il Lohengrin nella traduzione di Salvatore Marchesi, diretta da Mariani con Italo Campanini e altre opere quali: il Tannhäuser e la gara poetica dei cantori sulla Wartburg, nella traduzione di Marchesi, diretta da Mariani (1872), Rienzi, l'ultimo dei tribuni, nella traduzione di Arrigo Boito, con Adelina Stehle (1876), Il vascello fantasma (Der fliegende Holländer) (1877), Sigfrido, Das Rheingold, Il crepuscolo degli dei e Die Walküre, dirette da Anton Seidl (1883), Tristano e Isotta, nella traduzione di Boito, diretta da Giuseppe Martucci (1888), I maestri cantori di Norimberga, nella traduzione di Zanardini, diretta da Arturo Toscanini, con Giuseppe De Luca (1904), Parsifal, nella traduzione di Zanardini, diretta da Rodolfo Ferrari, con Giuseppe Borgatti (1914), "prima" non solo italiana ma anche europea al di fuori di Bayreuth, dove fino ad allora l'opera era stata rappresentata in esclusiva, tanto che Bologna venne soprannominata città "wagneriana" (venne concessa al compositore tedesco persino la cittadinanza onoraria). Storica è la rivalità fra il Teatro alla Scala di Milano e quello bolognese, dove nel primo venivano rappresentate le opere di Verdi e nel secondo quelle di Wagner, così come fra l'editore Giulio Ricordi e Francesco Lucca, dovuto però più a motivi concorrenziali. È famoso l'aneddoto che, durante la terza recita del Lohengrin, vede Verdi seduto su un palco del Teatro comunale in completo anonimato, con in mano la partitura del rivale e Luigi Monti (agente Ricordi a Bologna) che, sapendo della presenza di Verdi, dopo il secondo atto lo addita gridando "Viva Verdi!", suscitando l'ovazione del pubblico alla quale Verdi, però, non replicò.

Toscanini vi dirigeva dal novembre 1894 con Falstaff.

Il XIX secolo vide la presentazione di venti opere di Gioachino Rossini, mentre sette delle dieci opere di Vincenzo Bellini furono ivi rappresentate negli anni trenta del secolo.

Vari rinnovamenti del teatro furono eseguiti tra il 1818 e il 1820, e in seguito nel 1853.

Nel 1873 avviene la prima assoluta di Il mercante di Venezia di Ciro Pinsuti e del grande successo di I Goti di Stefano Gobatti, nel 1875 di Ettore Fieramosca di Cesare Dall'Olio, diretta da Emilio Usiglio, con Campanini e di Luce di Gobatti, diretta da Usiglio, con Teresina Brambilla, Erminia Borghi-Mamo e Campanini e nel 1876 di La catalana di Guglielmo Branca.

Il 30 settembre 1877 uno scoppio da gas danneggia il soffitto del foyer durante la prova generale di Aida.

Nel 1878 avviene la prima assoluta del successo di La creola di Gaetano Coronaro, diretta da Franco Faccio, con la Fricci e Giuseppe Kaschmann, nel 1881 di Cordelia di Gobatti, diretta da Luigi Mancinelli, nel 1890 del successo di La pellegrina di Filippo Clementi, diretta da Ferrari, con la Stehle ed Antonio Cotogni, nel 1893 di Vandea di Clementi, nel 1895 Consuelo di Giacomo Orefice, con Cesira Ferrani, nel 1901 di Parisina ed Emigranti di Vittore Veneziani, con Gualtiero Tumiati, nel 1905 di Cassandra di Vittorio Gnecchi, diretta da Toscanini, con Solomiya Krušel'nyc'ka, nel 1907 di Paolo e Francesca di Luigi Mancinelli, con Giuseppe Pacini, nel 1909 di Rosellina dei Vergoni di Francesco Balilla Pratella, nel 1910 di Semirâma di Ottorino Respighi e nel 1911 di Aretusa di Respighi.

Nel 1919 Beniamino Gigli è Faust in Mefistofele, diretto da Tullio Serafin e nel 1921 andò in scena la prima assoluta di Sakùntala di Franco Alfano.

1931: lo "schiaffo" a Toscanini

Il teatro fu protagonista di un fatto che vide coinvolto il celebre direttore d'orchestra Arturo Toscanini. Il 14 maggio 1931 doveva dirigere un concerto in memoria di Giuseppe Martucci, tuttavia si rifiutò di eseguire l'inno fascista "Giovinezza" e la Marcia reale al cospetto del ministro Costanzo Ciano e del gerarca Arpinati e venne perciò aggredito e schiaffeggiato da una "camicia nera" di fronte all'ingresso artisti del teatro, venendo poi spintonato a terra. Fu questo il motivo che gli fece prendere la decisione di lasciare l'Italia.

Nel novembre 1931 Ebe Stignani è Preziosilla ne La forza del destino, con Bianca Scacciati e Giacomo Vaghi e nel novembre 1937 Tito Schipa è Nemorino ne L'elisir d'amore, diretto da Antonio Guarnieri, con Mercedes Capsir e Giuseppe De Luca.

Nell'ottobre 1946 Giuseppe Di Stefano è Elvino ne La sonnambula, con Margherita Carosio e Tancredi Pasero, in novembre Renata Tebaldi è Elsa in Lohengrin, diretta da Franco Ghione con Cloe Elmo, Max Lorenz (cantante) ed Andrea Mongelli, nel novembre 1947 Gianandrea Gavazzeni dirige La fanciulla del West, con Maria Carbone, Mario Del Monaco, Gino Del Signore e Giuseppe Nessi e nel marzo 1948 Boris Christoff canta nel Messiah, diretto da Vittorio Gui, con Gabriella Gatti, Giulietta Simionato e Petre Munteanu.

Nel 1949 avviene la prima assoluta di L'arcangelo di Guido Guerrini, diretta da Oliviero De Fabritiis, con Gino Penno, Piero Guelfi e Tancredi Pasero e nel 1957 Sergiu Celibidache dirige la Sinfonia n. 5 (Beethoven) e la Sinfonia n. 6 (Beethoven).

Nel 1958 avviene la prima scenica di L'isola del tesoro di Vieri Tosatti, con Fiorenza Cossotto, Alfredo Mariotti, Enrico Campi e Plinio Clabassi, nel 1965 del Concerto n. 7 di Goffredo Petrassi, diretto da Piero Bellugi, nel 1966 di Il canto di Natale di Lino Liviabella, con Alvinio Misciano, nel 1968 di Ombre di Giacomo Manzoni, nel 1973 di Limbale di Davide Anzaghi, nel 1975 di Per Massimiliano Robespierre di Manzoni, nel 1981 di Lectura Dantis di Salvatore Sciarrino, con Carmelo Bene, nel 1982 di Feria di Franco Donatoni e di Nox apud Orpheum di Sciarrino.

Nell'aprile 1983 Vladimir Delman dirige La dama di picche, con Oslavio Di Credico e nel dicembre 1986 Riccardo Chailly dirige La traviata, con Fiamma Izzo, Anna Caterina Antonacci e Paolo Coni.

Nel 1990 avviene la prima assoluta di Il viaggio di Fabio Vacchi, con Armando Ariostini e nel maggio 1991 Christian Thielemann dirige Capriccio di Richard Strauss, con Rajna Kabaivanska, Bruce Ford, Roberto Frontali e Florindo Andreolli.

Nel 1998 avviene la prima assoluta di Codice Mosè di Claudio Scannavini e nel novembre 2000 Daniele Gatti dirige Der fliegende Holländer, con Vittorio Grigolo.

Il teatro al giorno d'oggi realizza in una stagione quasi 80 spettacoli lirici e 30 concerti sinfonici.

Architettura

L'auditorium, a forma di campana, è composto da quattro ordini di palchi con un palco reale e un loggione, e fu realizzato principalmente in muratura per prevenire gli incendi. Il teatro rimase per molto tempo incompleto, in particolare le attrezzature ospitate dietro le quinte furono terminate solo nel 1805, mentre la facciata fu completata da Umberto Rizzi nel 1933. All'interno di molti palchi vi sono ancora le decorazioni che i palchettisti del Settecento e Ottocento facevano fare secondo i propri gusti.

Il meccanismo a pantografo del sottoplatea

Nel teatro, fin dall'inizio, si effettuarono spettacoli d'ogni genere: opere serie e buffe, commedie e tragedie, cerimonie, balli e persino numeri da circo. A tal proposito venne concepito come una vera e propria macchina meccanica dove tutto si doveva muovere. Di particolare interesse infatti è l'inconsueto sottoplatea, ove è collocata una grandiosa macchina a pantografo la quale serviva a sollevare, abbassare e basculare l'intera platea. Il meccanismo è formato da una puleggia che, facendola girare sul proprio asse, fa muovere una ruota, la quale demoltiplica il movimento a due "rocchetti" di minori dimensioni posti sui due lati opposti; a loro volta, girando, muovono un bilanciere che con un movimento a pantografo tira verso il basso o spinge verso l'alto (a seconda di come e quale "rocchetto" viene fatto girare) la platea soprastante. Il parallelismo fra i due elementi del bilanciere consente anche il basculaggio. Tutte le varie parti del meccanismo sono collegate da una corda. Non essendo più necessari questo tipo di movimenti, oggi il meccanismo è stato bloccato, tuttavia sarebbe ancora perfettamente funzionante.

Orchestra e Coro

In seno al teatro, il 4 febbraio 1956 nasce l'Orchestra stabile, sotto forma di associazione. Nel corso degli anni, l'orchestra ha ospitato nelle sue esibizioni grandi musicisti, fra cui Igor' Fëdorovič Stravinskij e Aaron Copland, e ha partecipato a tournée internazionali, come quella in Giappone nel 1993 accolta con enorme entusiasmo.

L'orchestra, che si avvale della partecipazione di 95 professori d'orchestra, a cui si aggiungono i 70 elementi del coro, svolge un'intensa attività concertistica in tutto il mondo, e opera anche nell'ambito delle colonne sonore: ha eseguito, per esempio, l'intermezzo della Cavalleria rusticana nel film Toro scatenato di Martin Scorsese.

Nel 1998 l'orchestra del Teatro comunale di Bologna riceve dal sindaco Walter Vitali, il Nettuno d'oro, una delle massime onorificenze della città.

Nel 2008 dall'orchestra nasce la Filarmonica del Teatro comunale di Bologna.

Direttori dell'Orchestra

Sergiu Celibidache (1956-1973, direttore principale)

Zoltán Peskó (1974-1976, direttore principale)

Vladimir Delman (1980-1983, direttore stabile)

Riccardo Chailly (1984-1993, direttore principale)

Christian Thielemann (1993-1997, direttore ospite)

Daniele Gatti (1997-2007, direttore musicale)

Michele Mariotti (2008-2018, direttore principale e dal 2014 direttore musicale)

Oksana Lyniv (2022-2025, direttrice musicale)

Direttori del coro

Alla direzione del coro si sono succeduti Gaetano Riccitelli, Leone Magiera, Fulvio Fogliazza, Fulvio Angius, Piero Monti, Marcello Seminara, Paolo Vero, Lorenzo Fratini, Andrea Faidutti, Alberto Malazzi, e dal 2021 Gea Garatti Ansini.

Inaugurazioni Stagioni operistiche

Stagione operistica 1763/64: Il trionfo di Clelia di Christoph Willibald Gluck

Stagione operistica 2005/06: La traviata di Giuseppe Verdi

Stagione operistica 2006/07: La carriera di un libertino di Igor' Fëdorovič Stravinskij

Stagione operistica e balletto 2007/08: Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi

Stagione operistica 2008/09: Der Vampyr di Heinrich Marschner

Stagione operistica e balletto 2010: Salomè di Richard Strauss

Stagione operistica e balletto 2011: Tannhäuser di Richard Wagner

Stagione operistica e balletto 2012: Turandot di Giacomo Puccini

Stagione operistica e balletto 2013: Macbeth di Giuseppe Verdi

Stagione operistica e balletto 2014: Parsifal di Richard Wagner

Stagione operistica e balletto 2015: Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi

Stagione operistica e balletto 2016: Attila di Giuseppe Verdi

Stagione operistica e balletto 2017: Il ratto dal serraglio di Wolfgang Amadeus Mozart

Stagione operistica e balletto 2018: La bohème di Giacomo Puccini

Stagione operistica e balletto 2019: Il trovatore di Giuseppe Verdi

Stagione operistica e balletto 2020: Tristano e Isotta (opera) di Richard Wagner

Stagione operistica e balletto 2022: Tosca (opera) di Giacomo Puccini

Stagione operistica e balletto 2023: L'olandese volante (opera) di Richard Wagner

Stagione operistica e balletto 2024: Manon Lescaut di Giacomo Puccini

Stagione operistica e balletto 2025: La fanciulla del West di Giacomo Puccini

Opere rappresentate nelle stagioni operistiche

2005-2006: La traviata, Ascanio in Alba, West Side Story, Il barbiere di Siviglia, Tosca, Nabucco, Paolo e Francesca

2006-2007: The Rake's Progress, La bohème, Boris Godunov, L'italiana in Algeri, Falstaff, Phaedra/Les illuminations/Dido and Aeneas

2007-2008: Simon Boccanegra, Orphée et Eurydice, Lucia di Lammermoor, Norma, Samson et Dalila

2008-2009: Der Vampyr, I puritani, La rondine, La gazza ladra, Rigoletto, Don Pasquale, Madama Butterfly, La bohème

2009-2010: Salomè, Idomeneo Re di Creta, L'elisir d'amore, Carmen, Edgar, La traviata, Powder her face, Orfeo 9

2010-2011: Tannhäuser, Don Giovanni, Risorgimento!/Il prigioniero, Ernani, La Cenerentola

2011-2012: Turandot, La traviata, Jakob Lenz, L'italiana in Algeri, Le nozze di Figaro, Cavalleria rusticana/Pagliacci, Il trovatore

2013: Macbeth, Olandese Volante, Norma, Il trionfo di Clelia, Divorzio all'italiana, Nabucco, The turn of the screw

2014: Parsifal, Tosca, Evgenij Onegin, - Qui non c'è perché -, Così fan tutte, Guillaume Tell, Cassandra, Lady Macbeth del Distretto di Mcensk

2015: Un ballo in maschera, Madama Butterfly, Don Pasquale, Jenůfa, Die Zauberflöte, Il suono giallo, Macbeth, Elektra, L'Elisir d'amore

2016: Attila, Vangelo, Carmen, Il barbiere di Siviglia, Le nozze di Figaro, Rigoletto, Werther

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cattedrale di San Pietro

Cattedrale cattolica · Bologna

cattedrale di San Pietro

La cattedrale di San Pietro è il principale luogo di culto della città di Bologna, in Emilia-Romagna, chiesa madre dell'Arcidiocesi omonima.

Si trova in via Indipendenza, nel cuore del centro storico della città, non distante dalla Basilica di San Petronio e dall'Archiginnasio.

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Storia

La prima chiesa che alcuni studiosi ipotizzano fungesse da cattedrale, posta al di fuori delle mura, dedicata in origine ai Santi Nabore e Felice e probabilmente risalente al IV secolo, venne distrutta in un incendio nel 906. Si decise così di riedificare la nuova cattedrale dentro le mura di selenite che proteggevano una piccola porzione dei resti della Bononia romana dalle incursioni barbariche. L'edificazione in prossimità della Porta di San Cassiano (poi denominata Porta di San Pietro o Piera), a fianco di un campanile paleocristiano di estrazione ravennate, ellittico nella base e rotondo alla cima, facente parte di un preesistente complesso cultuale probabilmente del VI secolo, deve essere collocata tra il X e l'XI secolo. In un disegno-rilievo di Giuliano da Sangallo, custodito nella Biblioteca Vaticana, attinente ad un battistero che sorgeva nelle immediate vicinanze, si vede chiaramente che la planimetria ad ottagono, con 4 portali corrispondenti ai punti cardinali e 4 absidiole, coinciderebbe quasi del tutto con il Battistero degli Ariani a Ravenna. Questo ha fatto supporre che il battistero e il campanile elicoidale (costruito così per essere orientato contro l'azione dei venti predominanti), facessero parte di un perduto complesso dedicato al culto degli Ariani coevo a quello di Ravenna. La chiesa misurava 57 metri di lunghezza, ma un incendio divampato il 1º agosto 1141, la lesionò così gravemente da consigliarne la ricostruzione totale. I lavori di ricostruzione e ampliamento furono affidati al Magister Albertus e la nuova cattedrale venne consacrata da papa Lucio III nel 1184. La nuova chiesa, realizzata in laterizio, misurava 70 metri di lunghezza, 26,80 metri di larghezza per 23 metri di altezza e si presentava nel tipico stilema romanico di tipo lombardo-emiliano con la facciata tripartita a salienti, a 3 navate con archi a sesto acuto sostenuti da pilastri polistili e 3 absidi corrispondenti alle 3 navate. Contemporaneamente fu sopraelevato il campanile da 31 metri a 40 metri.

Nel 1220 Maestro Ventura (maestro campionese o comacino) iniziò la costruzione di un nuovo portale marmoreo sul fianco meridionale della chiesa, detto Porta dei Leoni. Sia Leandro Alberti che il Vasari rimasero molto stupiti e ammirati da questo portale tanto che lo stesso Vasari, nonostante la sua nota avversione verso le opere medievali, lo descrisse nella seconda edizione delle Vite. L'Alberti riferisce che era composto da 2 leoni per lato, in marmo rosso, da cui si innalzavano 2 colonne terminanti in un arco. Sopra di esso c'erano 2 telamoni per lato raffiguranti un giovane e un vecchio seduti chini, con le mani poggianti sulle gambe incrociate, i quali a loro volta sostenevano delle colonne tortili terminanti in un ulteriore arco. Nella lunetta vi era scolpito il Cristo con a destra San Pietro e a sinistra San Paolo.

Il rovinoso terremoto che causò il crollo del tetto della chiesa nel 1222 e del tetto del coro nel 1228, spinsero il capitolo ad affidare nuovi restauri a Maestro Tura che si conclusero nel 1234. Negli anni successivi il Maestro Alberto edificò il rosone sulla porta della facciata (1252) e il nuovo altare maggiore (1261). Con le nuove grandi basiliche dei nascenti ordini mendicanti che si stavano costruendo e completando in città (San Domenico e San Francesco), si impose un incremento di dimensioni della cattedrale, la quale subì diverse manomissioni e ampliamenti nel corso dei secoli successivi.

Nel 1396 fu costruito un alto protiro (portico) sulla facciata, ricostruito tra il 1467 e il 1500. Dal 1477 circa vi lavorarono i pittori ferraresi Francesco del Cossa ed Ercole de' Roberti nella Cappella Garganelli; il loro ciclo di affreschi ebbe notevole influenza su Niccolò dell'Arca e Michelangelo (perduti con la riedificazione, si salvò solo un frammento ora conservato nella Pinacoteca Nazionale di Bologna).

Dietro ordine del cardinale Gabriele Paleotti, a partire dal 1575 l'edificio fu radicalmente ristrutturato all'interno, iniziando dalla parte absidale e dal coro. I lavori furono affidati a Domenico Tibaldi prima e a Pietro Fiorini poi, ma queste modifiche furono talmente profonde e così invasive da far crollare le volte nel 1599. Domenico Tibaldi fu influenzato dal fratello maggiore Pellegrino, che interpretò il progetto di riforma dell'architettura ecclesiastica elaborato da san Carlo Borromeo (1538-1584), prima studente nella città e in seguito legato pontificio negli anni dal 1560 al 1565, mentre era del Vicelegato Pier Donato Cesi.

Nel frattempo nel 1582 la chiesa era stata elevata al rango di "chiesa metropolitana" (sede vescovile con giurisdizione sui vescovi e sulle diocesi del medesimo territorio) da papa Gregorio XIII.

Fu infine riedificata all'inizio del XVII secolo su progetto di Giovanni Mazenta e Nicolò Donati col nuovo stilema gotico: vennero modificate l'abside, le volte (da capriate a crociera), gli archi delle pilastrate con dei nuovi a sesto acuto tipici del gotico; le pareti laterali vennero demolite per fare spazio a cappelle e sacelli, snaturando completamente l'originale iconografia romanica. Durante i lavori venne demolita la porta dei leoni. Oggi si possono ammirare solo uno dei telamoni con la colonna tortile nella cappella settecentesca del battistero all'interno della cattedrale e i 2 leoni utilizzati come acquasantiere.

Sistemato l'interno in maniera quasi definitiva, tra il 1743 e il 1747 sotto la direzione dell'architetto Alfonso Torreggiani e per volere di papa Benedetto XIV già arcivescovo di Bologna, venne abbattuto il vecchio portico, recuperato 2 cappelle, una per parte, ed eretta la nuova facciata. Nel 1776 Francesco Tadolini ricostruì in forma classica il timpano che minacciava di cadere.

Alla fine del XIX secolo, a causa degli sventramenti per la realizzazione di via Indipendenza, venne cancellato per sempre lo slargo antistante la chiesa, noto, appunto, come piazza San Pietro o piazza Duomo.

Descrizione
Esterno

La facciata è tipicamente barocca, con struttura a salienti e paramento murario in mattoncini rossi e decorazioni in marmo. Essa è suddivisa in due fasce sovrapposte da un alto cornicione: la fascia inferiore, è divisa da lesene corinzie in cinque sezioni. Quelle laterali, chiuse, coincidono con le navate laterali, mentre le tre centrali presentano tre portali, che si aprono tutti sulla navata centrale. Il portale centrale è più grande e sormontato da un frontone contenente lo stemma di Benedetto XIV sorretto da due colonne; la fascia superiore, invece, ospita, al centro, un grande finestrone ed è divisa da lesene corinzie in tre settori e negli spioventi sulla fascia inferiore presenta, a sin., enorme scultura di San Pietro, opera di Agostino Corsini e a destra scultura di San Paolo, opera del fiammingo Peter Verschaffelt, terminate attorno al 1750. La facciata termina con un frontone classico triangolare.

Il campanile paleocristiano a base irregolarmente rotondeggiante e cima rotonda non fu mai demolito e oggi si può ancora ammirare all'interno dell'altro che gli fu costruito attorno. Più alto (circa 70 metri) a base quadrata è un capolavoro di sagramatura nel medesimo stile della chiesa. Furono aggiunti oltre i 40 m, tre vani il più alto dei quali, illuminato da una quadrifora per lato, costituisce la cella campanaria. I lavori di edificazione terminarono nel 1227 se si esclude la guglia di legno coperta di piombo che fu costruita nel 1254 e rifatta in muratura al posto del legno nel 1426. La torre campanaria ospita la più grossa campana suonabile "alla bolognese", detta "la nonna", pesante ben 33 quintali, che insieme ad altre tre campane forma un concerto di 65 quintali. L'elevato peso, comporta un'onda molto forte, specialmente in fase di "scappata" e "calata". Tant'è che spesso "la nonna" viene lasciata puntellata con la bocca verso l'alto al termine dei doppi, e solo raramente si effettuano "scappate" e "calate" con tutte e quattro le campane, che richiedono una squadra di ben ventitré campanari. Il semplice suono "a trave" partendo con le campane già "in piedi" (forma di suono semplificata normalmente impiegata nei servizi ordinari) richiede una squadra di ben undici suonatori.

Questi i dati tecnici delle campane:

Il concerto è accordato sull'intonazione detta "Sesta" (considerato l'intervallo tra la nota più grave (grossa) e quella più acuta (piccola), intervallo detto appunto di "sesta maggiore". Tale accordo, nel bolognese, visto l'effetto particolarmente solenne ed austero, è tipico dei grandi complessi basilicali.

Il maestoso complesso campanario, magistralmente installato su un robusto castello in legno di epoca settecentesca, risulta il maggiore per dimensioni dell'intera città e Arcidiocesi, nonché tra quelli suonabili col sistema "alla bolognese". I bronzi (i cui perni di rotazione sono ancora alloggiati nelle vecchie "bronzine") sono privi di qualsivoglia impianto di elettrificazione, automazione o riproduzione elettronica, e il loro suono è udibile solo grazie alla bravura e alla perizia dei maestri campanari locali, che nelle principali solennità sono chiamati a dar voce a questa importante torre.

Analogamente ai Maggi in San Petronio, tra 1700 e 1800 anche San Pietro poté vantare una dinastia di campanari-custodi cui era affidata la cura e il suono dei bronzi di questa importante torre: si tratta dei Rasori, il cui esponente Angelo fu anche fonditore di campane (a lui si devono "mezzanella" e "piccola" del concerto della cattedrale, rispettivamente del 1789 e 1788).

Le suonate "a doppio" sul campanile della Cattedrale di San Pietro seguono attualmente il seguente calendario (suscettibile di variazioni in caso di eventi eccezionali e non prevedibili):

1º gennaio, (Maria Santissima Madre di Dio, per la S. Messa Episcopale presieduta dal Cardinale Arcivescovo alle 17.30);

6 gennaio (Epifania del Signore, per la "Messa dei Popoli" presieduta dal Cardinale Arcivescovo alle 17.30)

Canto del "Gloria" della Solenne Veglia Pasquale presieduta dal Cardinale Arcivescovo (sabato, a data variabile) solitamente in forma ridotta con la campana maggiore battuta da ferma;

Pasqua di Resurrezione (domenica, a data variabile), per la S. Messa Episcopale presieduta dal Cardinale Arcivescovo alle 17.30;

Settimana di presenza della Sacra Immagine della Beata Vergine di San Luca in Cattedrale (la settimana antecedente la solennità dell'Ascensione del Signore); appuntamenti fissi sono al sabato all'arrivo della processione in Cattedrale; quindi il mercoledì pomeriggio per la processione in piazza Maggiore con benedizione dell'Arcivescovo dal sagrato della Basilica di San Petronio (ove sono solitamente presenti anche le campane autotrasportate), il giovedì mattina (Solennità della Beata Vergine di San Luca, prima della S.Messa delle 11.15, servizio svolto solitamente con in forma ridotta con la campana maggiore battuta), il sabato (vigilia dell'Ascensione) e infine la domenica della Solennità dell'Ascensione sia la mattina che al pomeriggio, per i secondi Vespri e la partenza della processione che riaccompagna la Sacra Immagine al Santuario sul Colle della Guardia;

Solennità dei Santi Pietro e Paolo (29 giugno);

Ordinazioni Presbiterali (solitamente un sabato di settembre)

Vigilia del Natale del Signore (24 dicembre);

Natale del Signore (25 dicembre), per la Santa Messa Episcopale presieduta dal Cardinale Arcivescovo alle 17.30.

Interno
Navata centrale

L'interno, in contrapposizione alla tripartizione dell'esterno, è un enorme spazio, molto largo (m 42,89) in rapporto alla lunghezza (m 89,60), racchiuso da una volta a botte lunettata e diviso in tre navate, di cui le due laterali anguste e buie di poco più di 5 m e quella maggiore larga 25, quasi come la basilica vaticana, luminosissima per sette grandi finestroni, tre sulla parete di destra, tre su quella di sinistra e uno in controfacciata, e rigorosa se non per i quattro coretti aggiunti dal Torreggiani nel 1755. Il pavimento, ricco, fu collocato tra il 1902 e il 1905 su disegno di Silvio Gordini.

La controfacciata disegnata dal Torreggiani fra il 1743 e il 1747 mostra un portale longilineo ed elegante ornato da statue di Lorenzino del Mazza che rappresentano il compimento della chiesa e i doni ricevuti dal papa Benedetto XIV sopra la porta e nelle nicchie laterali quattro Dottori della Chiesa. Ai lati della porta maggiore, due antichi leoni stilofori, provenienti dalla Porta dei Leoni, sorreggono altrettante acquasantiere.

Navate laterali

Le cappelle laterali, cinque per lato nella navata, sono intervallate da ambulacri sormontati da coretti che si aprono con cantorie sulla navata maggiore. La prima a sinistra, Cappella del Battistero, oltre a presentare la colonna tortile della Porta dei Leoni, non ha altare ma soltanto una grande vasca battesimale marmorea, opera del 1698 del lorenese Ferdinand de Saint-Urbain. Alla parete di fondo, entro una finta architettura di Stefano Orlandi, Il battesimo di Cristo di Ercole Graziani, della metà del Settecento.

La seconda, Cappella del Sacro Cuore, angusta perché si trova all'interno di un robustissimo sistema architettonico di sostegno che si ripete in tutte le cappelle pari, è decorata con stucchi di Ferdinando Rossi e da una pala d'altare di Giuseppe Cassioli del 1925 che rappresenta Gesù in trono, che mostra il Sacro Cuore alle sante monache Margherita Maria Alacoque e Geltrude.

La terza, Cappella del Santissimo Sacramento o Cappella Lambertini, fu ristrutturata intorno al 1731 dal Torreggiani che pose marmi e fusioni in bronzo su cui al centro spicca la pala del 1737 di Donato Creti raffigurante Sant'Ignazio di Loyola.

La quarta, Cappella delle reliquie, presenta nell'ancona un'ornato marmoreo di Pietro Fiorini realizzato a cavallo tra la fine del 1500 e l'inizio del 1600 con sulla cimasa due angeli in marmo attribuiti a Lazzaro Casario, morto nel 1588. Nella grande nicchia giacciono delle reliquie del cardinale Paleotti coperte dalla replica di un'immagine mariana venerata in Roma presso la basilica di San Lorenzo in Damaso. La decorazione interna è di Carlo Boldi del 1918 mentre gli stucchi policromi sono di Ferdinando Rossi del 1925.

La quinta, Cappella di Sant'Ambrogio, mostra una pala di Giuseppe Marchesi detto Sansone raffigurante Sant'Ambrogio del secolo XVIII, inserita in una maestosa architettura dipinta da Luigi Samoggia nel 1883.

Nella navata destra, la prima Cappella del Beato Nicolò Albergati presenta la balaustra e la quadratura di Stefano Orlandi che risalgono al periodo della sua costruzione (1750 circa) e la pala Consacrazione episcopale del beato Nicolò Albergati di Antonio Rossi del 1748, mentre di fronte al 1992 è stato collocato il gruppo scultoreo in terracotta detto Compianto sul Cristo morto, di Alfonso Lombardi, plasmato fra il 1522 e il 1526 in un equilibrato classicismo.

La seconda, Cappella di Sant'Anna, mostra una prospettiva in marmi policromi di Davide Venturi del 1906 con un tempietto al centro che contiene la reliquia di Sant'Anna in rame dorato e smalti, donata dal re d'Inghilterra Enrico IV al cardinale Niccolò Albergati, con una cupoletta affrescata da Cesare Mauro Trebbi.

La terza, Cappella di Sant'Apollinare, con altare e ancona neoclassici di Angelo Venturoli e la decorazione di Flaminio Minozzi della metà del Settecento, contiene la pala Sant'Apollinare consacrato vescovo da san Pietro dipinta nel 1737 da Ercole Graziani il Giovane.

La quarta, Cappella di San Rocco, ha una decorazione realizzata da Giuseppe Antonio Ambrosi. Nella pala collocata al centro dell'altare progettato da Camillo Rusconi, la Sacra Famiglia con i santi Rocco e Giacomo Maggiore di Marcantonio Franceschini dipinto fra il 1727 e il 1728. Contestualmente nel sottarco Franceschini dipinge San Petronio e san Pancrazio. Nella cupola sopra la navata Apparizione al santo papa Celestino I di san Pietro che lo induce ad eleggere san Petronio vescovo di Bologna di Vittorio Bigari del 1730.

La quinta, Cappella di San Carlo Borromeo, con architettura illusoria di Luigi Samoggia del 1883 vi è la pala San Carlo che distribuisce l'elemosina dipinta da Donato Creti nel 1740.

Dal fondo delle navate minori, dalla parte opposta della controfacciata, si esce dalla chiesa attraverso due porte su cui risalta in quella di sinistra la Memoria di papa Gregorio XV Ludovisi dello scultore Gabriele Brunelli e in quella di destra un medaglione dorato, opera di Giuseppe Maria Mazza degli inizi del XVIII secolo. Di fianco alla porta una Leonessa seduta che allatta due leoncini, in marmo rosso veronese, forse proveniente dalla Porta dei Leoni. Interessanti le statue di medie dimensioni che compongono un presepio, che vengono collocate durante il periodo natalizio, realizzate negli anni 40 dallo scultore Cesarino Vincenzi.

Cappella maggiore e cripta

La tribuna è interamente occupata dal presbiterio, opera di Domenico Tibaldi, sopraelevato di alcuni gradini dal resto della chiesa, e si articola in un corpo a pianta quadrata coperto con volta a crociera che si apre con due absidi, una per ogni lato, e dall'abside vera e propria, semicircolare. Al di sopra del colossale arco trionfale, due Angeli reggono lo stemma di papa Gregorio XV. La cappella maggiore appare riccamente decorata: nella crociera e negli arconi l'Eterno Padre, affresco di Prospero Fontana del 1579, nel catino dell'abside Cristo che consegna le simboliche chiavi a san Pietro affrescato da Cesare Fiorini e Cesare Aretusi a cavallo tra il 1500 e il 1600, e nel lunettone di fondo sotto la volta, l'Annunciazione di Maria dipinta da Ludovico Carracci nell'ultimo anno della sua vita, il 1619.

L'altare maggiore in marmi policromi è opera di Alfonso Torreggiani ed è sormontato da una pregevole Crocifissione romanica in legno di cedro del XII secolo, costituita dalle statue di Gesù sulla croce, della Maddalena e di San Giovanni Evangelista.

Dalla cappella maggiore si accede alla cripta che fa da base alla cappella maggiore. Nel sacello è stato collocato un Cristo risorto bronzeo, opera moderna di Paolo Gualandi, mentre sono visibili anche una pala d'altare rappresentante Sant'Orsola di Gian Giacomo Sementi della prima metà del XVII secolo, nella nicchia delle reliquie la Resurrezione della carne di Gian Pietro Cavazzoni Zanotti della metà del XVIII secolo e una pala con una Pietà dell'inizio del secolo XVI.

La cripta ospita il sepolcro di Giovanni Acquaderni, fondatore (assieme a Mario Fani) della Società della Gioventù Cattolica Italiana, poi diventata Azione Cattolica Italiana.

Sagrestie

Dietro il campanile si trovano la sagrestia e la sagrestia capitolare. La prima contiene diversi dipinti tra i quali Cristo legato alla colonna di Giovan Luigi Valesio degli inizi del XVII secolo, Testa di Cristo coronato di spine e due testine d'angelo di Guido Aspertini della fine del XV secolo, S. Pietro liberato dal carcere, tela di Girolamo Negri detto Boccia della fine del XVII secolo, la Beata Vergine con il Figlio in gloria, fra i santi Domenico ed Antonio, opera tarda di Elisabetta Sirani dipinta tra il 1664 e il 1665, il Crocifisso fra i santi Pietro, Maria Maddalena e Giacomo di Bartolomeo Ramenghi detto Bagnacavallo il Vecchio del 1522, il Beato Ludovico Morbioli di Giulio Morina del 1593, una copia abbastanza affrettata eseguita da Alessandro Tanari attorno al 1614 dei mirabili affreschi della cappella Garganelli, perduta e Papa Gregorio XIII in preghiera davanti alla Pietà, alla presenza di S. Rocco, opera di Giovanni Maria Tamburini del 1640.

Al centro della volta, poi, S. Pietro in gloria tela di Giovanni Francesco Spini del 1680.

Nel mezzo della volta della Sagrestia capitolare, S. Pietro piangente davanti alla Vergine opera tarda (1616) di Ludovico Carracci e alle pareti quattro intensi ovali della metà del XVIII secolo rappresentanti S. Pietro, S. Paolo, S. Zama e S. Petronio di Ercole Graziani il Giovane. Degni di nota anche un espressivo busto di S. Pietro del secolo XIX e il bel Crocifisso in bronzo dorato del secolo XVII.

In sagrestia anche paramenti antichi e gli arazzi tessuti a Roma su disegno di Anton Raphael Mengs donati da Benedetto XIV.

Organi a canne

Nella cattedrale si trovano tre organi a canne:

il vecchio organo maggiore, in abbandono dal 1995 ma integro nel suo materiale fonico, venne costruito nel 1925-1929 dall'organaro cremonese Giuseppe Rotelli, con riutilizzo delle canne dei precedenti organi Gatti; a trasmissione elettropneumatica, dispone di 50 registri su tre manuali e pedale e si articola in tre corpi, uno per ciascuna delle tre absidi e due sulle tribune della navata più vicine al presbiterio; tale strumento include il materiale fonico di due precedenti, costruiti rispettivamente da Vincenzo Sormani e Giovanni Battista Greppi nel 1637-1641 (sulla cantoria alla sinistra del presbiterio) e da Giuseppe, Filippo e Francesco Gatti nel 1748-1752 e nel 1756-1757;

l'attuale organo fu costruito nel 1997-2000 dalla ditta organaria Paccagnella con materiale di Laukhuff; è situato in corpo unico a pavimento sotto l'arco che mette in comunicazione la navata con l'ambulacro tra la seconda e la terza cappella laterale, e dispone di 54 registri su tre manuali e pedale, con trasmissione meccanica per manuali e pedale, servo-assistita per i registri;

l'organo della cripta, a pavimento nel transetto di sinistra, venne costruito da Antonio Bartolotti nel 1785; ha 8 registri su unico manuale e pedaliera a leggio.

Museo della Cattedrale di San Pietro

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basilica di San Domenico

Edificio storico · Bologna

basilica di San Domenico

La basilica patriarcale di San Domenico (Baṡéllica d San Mêneg in bolognese) si trova a Bologna ed è il santuario che custodisce le spoglie mortali dell'omonimo santo, fondatore dell'Ordine dei frati predicatori, morto nel 1221 in una cella dell'annesso convento, da lui stesso istituito, e dove si tennero i primi Capitoli Generali che diedero forma all'ordine.

Il sepolcro marmoreo, noto come Arca di san Domenico, meta di pellegrinaggi, è opera di Nicola Pisano e allievi, con contributi di Niccolò dell'Arca, Michelangelo Buonarroti, Alfonso Lombardi e Jean-Baptiste Boudard.

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Storia

Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III approvò la regola dell'ordine fondato da Domenico di Guzmán, che così l'anno successivo crebbe fino a riuscire ad inviare frati nei principali centri europei, primi fra i quali Bologna e Parigi, città popolose e sedi di università. Domenico giunse a Bologna nel gennaio del 1218, stabilendosi insieme ai suoi compagni nel convento di una chiesa che allora era fuori mura, dedicata a Santa Maria della Purificazione, nota col nome della Mascarella (ora all'angolo tra via Irnerio e via Mascarella e ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale).

Avendo necessità di spazi più ampi, nel 1219 Domenico si stabilì definitivamente nel convento di San Nicolò delle Vigne (lo stesso luogo ove ora sorge la basilica domenicana). Qui (tra il 1220 ed il 1221) Domenico presiedette personalmente ai primi due capitoli generali destinati a precisare gli elementi fondamentali dell'ordine. Sempre qui, il 6 agosto 1221, Domenico morì e fu sepolto dietro l'altare di San Nicolò.

L'ingrandimento duecentesco

A partire dal 1228 la chiesa fu ingrandita con demolizione dell'abside ed ampliamento della navata preesistenti. I lavori di costruzione della nuova basilica furono pressoché terminati nel 1240 con la costruzione di una sobria fronte romanica. La Basilica di San Domenico, da allora, diventò il prototipo di numerose chiese domenicane nel mondo. La basilica fu consacrata da papa Innocenzo IV il 17 ottobre 1251, esibendo con l'occasione il celebre crocifisso di Giunta Pisano (1250 circa) conservato ancora in basilica. Più precoce fu l'ampliamento del convento, che tra il 1219 ed il 1243 fu trasformato in un grande complesso conventuale.

Nel 1233, mentre i lavori di costruzione della basilica e del convento erano in corso, i resti di Domenico furono collocati in una cassa di cipresso, a sua volta racchiuso in un semplice sarcofago marmoreo, e collocati dietro l'altare di una cappella laterale della navata destra (dove ora sorge la seicentesca Cappella di San Domenico). L'anno successivo, precisamente Il 13 luglio 1234, Domenico fu canonizzato da papa Gregorio IX. Allo scopo di rendere visibile il sepolcro ai fedeli, accorrenti sempre più numerosi dopo la canonizzazione del santo, nel 1267 i suoi resti furono posti in un monumento più insigne decorato ad opera di Nicola Pisano e dei suoi allievi.

La chiesa duecentesca originale era composta di due parti:

la parte posteriore (verso la facciata) chiamata chiesa primitiva o esterna destinata ai fedeli

la parte anteriore (verso l'abside), detta chiesa interna riservata ai frati

Le due parti erano separate da un tramezzo, in cui era ospitato il crocifisso di Giunta Pisano e in cui nel corso del Quattrocento fu posto il coro ligneo di Damiano da Bergamo (ora nel coro).

I rimaneggiamenti gotici e rinascimentali

Nel tempo, sulla base del nucleo originario, furono fatti numerosi rimaneggiamenti e adattamenti. Nel Trecento si aggiunsero alcune cappelle e la torre campanaria (del 1313, in stile gotico). Nel XV secolo furono edificatate sul fianco settentrionale le cappelle Pepoli, Odofredo e Guidotti (dalla seconda metà del XVI secolo detta "del Rosario").. In seguito furono aggiunte anche le rinascimentali cappelle Volta e Solimei (ora escluse dalla chiesa e suddivise in diversi locali).

Fra il 1530 ed il 1534 venne costruita, a sinistra della facciata, la rinascimentale cappella Ghisilardi. La cappella fu finanziata dal nobile bolognese Ludovico Ghisilardi in cambio dell'annullamento, ottenuto da Papa Clemente VII, di una clausola testamentaria del padre che lo escludeva dall'eredità del palazzo di famiglia in mancanza di figli legittimi. Progettata dal senese Baldassarre Peruzzi durante il suo soggiorno bolognese tra il 1522 ed il 1523, la cappella fu realizzata sotto la direzione del bolognese Jacopo Ranuzzi, il quale non sempre seguì il progetto originario. Nel 1531 Ludovico Ghisilardi commissionò ad Alfonso Lombardi l'esecuzione dell'apparato decorativo della cappella, mentre l'altare fu aggiunto da Pietro Fiorini alla fine del XVI secolo.

Nel 1551 quattro piccole cappelle gotiche della navata sinistra furono sostituite da una seconda cappella Pepoli, a pianta cruciforme, su progetto di Antonio Morandi detto il Terribilia. Fra il 1597 e il 1605 la cappella trecentesca di San Domenico fu ricostruita su disegno di Floriano Ambrosini.

Il nuovo assetto barocco e i restauri novecenteschi

Nel Seicento, in seguito alle prescrizioni del Concilio di Trento, fu eliminato il tramezzo che divideva le due parti della chiesa, e il coro ligneo fu spostato dietro all'altare maggiore.

Negli anni 1728-1732 modifiche e restauri di rilievo vennero eseguiti da Carlo Francesco Dotti col patrocinio di Papa Benedetto XIII, in modo da ampliare gli interni (fondendo i due nuclei medievali, con gusto barocco). Dotti fece inoltre costruire un portico addossato alla facciata, congiungendolo al braccio pre-esistente lungo il convento. Entrambi i bracci del portico furono abbattuti per volere del Comune di Bologna nel 1874. Le demolizioni rimossero anche il protiro quattrocentesco, che era rimasto incorporato nel portico del Dotti.

Nel maggio del 1884 papa Leone XIII elevò la chiesa alla dignità di basilica minore.

Fra il 1909 e il 1910 Alfonso Rubbiani diresse il restauro della facciata, basandosi sul progetto del 1894 di Raffaele Faccioli, portando la facciata allo stato attuale, ricostruendo il grande rosone ad imitazione del probabile aspetto originario.

Descrizione
Esterno
Piazza San Domenico

L'antistante piazza San Domenico è pavimentata in ciottoli di fiume, similmente alla non lontana piazza Santo Stefano, com'era in uso nel Medioevo. Essa era usata per contenere le grandi folle che si radunavano ad ascoltare le prediche dei frati domenicani, ed era in origine separata dalla strada da un muro.

Nella parte posteriore della piazza è presente una colonna in pietre e rame, opera di Giulio Cesare Conventi (Madonna del Rosario, 1632), che commemora la fine della epidemia di peste che in quegli anni afflisse la città, mentre nella parte anteriore si eleva la colonna con la statua di San Domenico.

Molto caratteristiche sono le tombe del glossatore Rolandino de' Passaggeri (1305) e quella di Egidio Foscherari (1289). Una terza tomba, quella della famiglia Muzzarelli, simile alle altre due, sorgeva a fianco della tomba di Rolandino. Simili tombe si trovano in un'altra piazza bolognese, adiacente alla Basilica di San Francesco.

Facciata

Terminata nel 1240 come ultimo elemento della chiesa originaria duecentesca, la facciata subì diverse alterazioni nel corso dei secoli. L'attuale aspetto si deve ad un progetto dall'architetto Raffaele Faccioli, realizzato da Alfonso Rubbiani fra il 1909 e il 1910 per restituire l'originario aspetto romanico, ripristinando la forma a capanna e il rosone.

La facciata è monofastigiata (o a capanna), interamente costruita in laterizi come voleva lo stile povero degli ordini mendicanti, e ornata sotto la linea di gronda da archetti pensili di coronamento. Al centro si apre un grande rosone traforato in marmo bianco diviso in dodici coppie radiali di colonnine, sopra al quale si trova una croce greca. Sulla facciata si apre un unico portale leggermente strombato e dotato di un protiro appena sporgente. Ai due lati del portale si aprono due monofore.

Il mosaico che si trova nella lunetta del portale, raffigurante San Domenico che benedice la città di Bologna, è una riproduzione in mosaico di un quadro settecentesco di Lucia Casalini Torelli che si trova all'ingresso del convento.

Dalla sinistra della facciata sporge la rinascimantale Cappella Ghisilardi, aggiunta nel XVI secolo su disegno di Baldassarre Peruzzi, mentre a destra si innestano in senso longitudinale le strutture del convento, che protrudono ben oltre il piano della facciata.

Interno

La chiesa, è a tre navate (una centrale e due laterali), numerose cappelle laterali, un transetto e un coro.

Cappella di san Domenico

Si apre sulla destra del corpo longitudinale della basilica (pressoché a metà altezza di questo) e contiene la preziosa Arca di san Domenico in cui sono conservati i resti del santo. Fu costruita in stile barocco nel primo terzo del XVII secolo dall'architetto Floriano Ambrosini, che sostituì la più antica cappella gotica duecentesca che ospitava i resti del santo sin dal 1233. È larga 13,60m lunga 23,80m e alta 38m ed è sopraelevata di 1.5 m rispetto al pavimento della basilica. È a pianta quadrata e contiene un'abside semicircolare e un tamburo con cupola. Al centro è posta l'arca di san Domenico.

Le quattro tele addossate alle pareti laterali raffigurano miracoli operati da San Domenico. Le prime due tele dopo l'entrata sono di Lionello Spada (a sinistra) e di Alessandro Tiarini (a destra) e raffigurano, rispettivamente, il miracolo del libro che resiste al fuoco, avvenuto nel Sud della Francia, e il miracolo del fanciullo risuscitato, avvenuto a Roma. Le due tele successive, più grandi, sono di Giovanni Andrea Donducci (detto il Mastelletta) e raffigurano il miracolo della resurrezione di Napoleone Orsini, avvenuto a Roma e il miracolo della resurrezione dei pellegrini annegati, avvenuto nel Sud della Francia. Tutte e quattro le tele sono del 1613-1615.

L'affresco del catino absidale raffigura la Gloria di San Domenico ed è di Guido Reni (1613-1615).

Le sette statue collocate sulla parete di fondo entro nicchie sono di Giovanni Todeschi (1617-1631). Raffigurano le 3 Virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) e le 4 Virtù cardinali (Temperanza, Fortezza, Giustizia, Prudenza). Una targa presente nell'abside sotto una delle statue commemora la visita di papa Giovanni Paolo II (XX secolo).

Arca di san Domenico

Il primo nucleo dell'Arca fu costruito nel 1267 ad opera di Nicola Pisano e dei suoi allievi, che decorarono il nuovo sarcofago marmoreo (che racchiudeva la cassa di cipresso con i resti del santo) con 6 pannelli descriventi i maggiori episodi della vita del Santo. Il sarcofago fu addossato all'altare soltanto con l'intervento di Niccolò dell'Arca, quando gli originari sostegni furono sostituiti da pilastrini in marmo rosso visibili dal sottostante sacello. Il sarcofago parallelepipedo in origine poggiava su quattro (forse sei o otto) staute-colonna, alcune delle quali si conservano oggi fuori contesto (Museo del Bargello a Firenze, Museum of Fine Arts a Boston, Victoria and Albert Museum di Londra e Museo del Louvre a Parigi).

Nei secoli successivi furono eseguite modifiche e lavori sull'arca.

Gli artisti che hanno contribuito all'opera sono Niccolò da Bari (o "Pugliese" o ancora "d'Apulia", detto appunto dell'"Arca"), che eseguì la decorazione della cimasa e realizzò l'angelo reggitorcia di sinistra (1469-1473); il giovane Michelangelo Buonarroti, che contribuì con alcune piccole statue, quelle di San Petronio e San Procolo e l'angelo reggitorcia di destra (1494); Alfonso Lombardi, che eseguì il pannello centrale sotto il sarcofago e sopra l'altare descrivente l'adorazione dei Magi e i pannelli laterali con scene della vita del santo (1532); Jean-Baptiste Boudard, che eseguì infine il bassorilievo sotto l'altare con la morte di San Domenico (1768).

Alla sommità si vede Dio Padre che sorregge il mondo con la mano sinistra tenendolo vicino al cuore.

Più in basso si vedono i simboli della creazione: i festoni di frutta stanno a significare la terra, i due putti si riferiscono al cielo e gli otto delfini al mare.

Ancora più in basso troviamo il mistero della Redenzione. Gesù morto è rappresentato in mezzo a due angeli, a destra quello dell'Annunciazione e a sinistra quello della Passione.

Allo stesso livello degli angeli i quattro evangelisti (san Matteo, san Marco, san Luca e san Giovanni) che hanno diffuso al mondo intero il messaggio di Redenzione operato da Gesù Cristo.

Poco sotto si trovano, appoggiate a una cornice, otto statue che raffigurano i protettori di Bologna (nella parte anteriore: san Francesco, san Petronio, san Domenico e san Floriano; nella parte posteriore: sant'Agricola, san Giovanni Battista, san Procolo e san Vitale). Sotto la cornice che contiene le statue ci sono i 6 pannelli di Nicola Pisano che avvolgono tutt'intorno il feretro e che rappresentano gli episodi più importanti della vita del santo.

Ancora sotto troviamo una stele con l'adorazione dei magi (al centro) e scene della vita del santo (ai lati). Sotto l'altare abbiamo infine un bassorilievo con la morte di San Domenico.

Dietro l'arca è conservato anche il prezioso reliquiario trecentesco di Jacopo Roseto da Bologna (1383) contenente il capo di san Domenico, che veniva portato in processione per le vie della città in occasione della festa del Santo.

Cappella del Rosario

Si apre sulla sinistra del corpo longitudinale della basilica (pressoché a metà altezza di questo) proprio sul lato opposto rispetto alla Cappella di San Domenico. Fu voluta inizialmente dal nobile Giovanni Guidotti, come cappella per la sua famiglia (1460-1465) e della sua realizzazione furono incaricati Francesco Abaco ed il comasco Giovanni di Pietro.

Nella seconda metà del XVI secolo la cappella venne ottenuta dalla Confraternita del Santo Rosario, nata in seno all'Ordine domenicano nel secolo precedente (la pratica della Preghiera del Rosario venne introdotta proprio da Domenico). In quell'occasione la cappella mutò il nome in “Cappella del Rosario”, in onore alla “Madonna del Rosario”. A tale scopo fu rifatto l'altare da Floriano Ambrosini (1589). Questo accoglie al centro la veneratissima immagine della “Beata Vergine del Rosario” e ai lati quindici formelle dipinte raffiguranti i “Quindici Misteri del Rosario”, terminate nel 1601 da vari artisti di scuola perlopiù bolognese, quali Ludovico Carracci, Guido Reni, Bartolomeo Cesi, Denijs Calvaert, Lavinia Fontana, Francesco Albani e Domenichino.

Dopo la metà del XVII secolo la volta della cappella fu ristrutturata. In quell'occasione furono aggiunti gli affreschi sulla volta e sulla conca absidale da parte di Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli (1655-1657). Questi raffigurano, rispettivamente, l'Assunta e il Cielo e la terra che rendono gloria alla Madonna del Rosario. I due artisti decorarono anche le pareti laterali, anche se i loro lavori vennero rifatti nel XVIII e XIX secolo. Le due cantorie furono realizzate da Carlo Francesco Dotti (1736).

A destra dell'altare si trova l'organo su cui Wolfgang Amadeus Mozart studiò nel periodo in cui fu ospite a Bologna come allievo di padre Giovanni Battista Martini per sostenere l'esame per l'aggregazione all'Accademia Filarmonica di Bologna. L'organo è stato costruito da G. Giovagnoni nel

1760 e restaurato nel 2003 da Seri e Ungarelli. Ha una tastiera di 45

tasti con prima ottava scavezza e pedaliera di 18 pedali anch'essa con

prima ottava scavezza ed è composto da 10 registri.

Sepoltura di Guido Reni ed Elisabetta Sirani

Nella cappella del Rosario trovarono sepoltura i due pittori Guido Reni ed Elisabetta Sirani, deceduti nel 1642 e 1665 rispettivamente.

Transetto sinistro

Nel transetto sinistro trovano posto il settecentesco cenotafio di Enzo di Sardegna, che in questa chiesa fu sepolto nel 1279, e il sepolcro del vescovo domenicano Martino di Opavia. Qui riposa anche il beato Giacomo da Ulma (m. 1491), artista domenicano autore di pregevoli vetrate gotiche nella Basilica di San Petronio.

Nella cappella di San Michele, che si apre nella parete destra del transetto, alle spalle dell'altare marmoreo, è collocato il prezioso Crocifisso del 1250 circa di Giunta Pisano, un tempo posto sul tramezzo per onorare, probabilmente, la consacrazione della basilica da parte di papa Innocenzo IV (avvenuta il 17 ottobre 1251).

Sulla parete sinistra della cappella, invece, vi è un affresco staccato di scuola bolognese attribuito a Jacopo Benintendi detto il Biondo raffigurante San Tommaso d'Aquino e Sant'Antonio Abate (?), dipinto attorno alla metà del Trecento. San Tommaso d'Aquino, sulla sinistra, è raffigurato in abito domenicano con nella mano sinistra un libro aperto e in quella destra il modellino della chiesa; Sant'Antonio Abate, talvolta identificato come San Benedetto, sulla destra, indossa l'abito benedettino ed impugna nella mano sinistra un libro chiuso e in quella destra un pastorale.

Di lato una ricomposizione cinquecentesca del Monumento a Taddeo Pepoli che conserva le lastre marmoree scolpite ad altorilievo con quattro scene della vita del signore di Bologna realizzate da scultore pisano intorno al 1347.

L'abside e il coro

La navata centrale termina con la profonda abside poligonale, illuminata da grandi finestroni rettangolari.

L'altare maggiore attuale è opera settecentesca del Torreggiani, e sostituisce l'altare originale, capolavoro di Giovanni di Balduccio (1330), un allievo di Giovanni Pisano, formato da un grande polittico scolpito con la Madonna con il bambino al centro e otto statuette ai lati (secondo la descrizione del Vasari). Quest'opera monumentale proveniva dalla cappella maggiore del Castello di Porta Galliera, ed era stata commissionata dal legato pontificio Bertrando del Poggetto. Oggi le sue parti superstiti sono disperse tra il Detroit Institute of Arts (la Madonna), il Museo civico medievale (San Pietro Martire), il museo di Santo Stefano (San Petronio), il Musée Grobet Labadié di Marsiglia (San Domenico), la Pinacoteca comunale di Faenza (il profeta Baruch) e la collezione privata Raule e Poggi-Cavalletti (la formella della natività un tempo collocata nella predella).

Dietro all'altare, nell'abside, si trova il preziosissimo e monumentale coro ligneo, uno straordinario lavoro di intarsio in tipico stile rinascimentale, opera di fra Damiano da Bergamo.

Le scene sono ispirate all'Antico Testamento (parte destra) ed al Nuovo Testamento (parte sinistra).

Fra Damiano dal 1541 al 1549 eseguì, con magistrali intarsi, le Storie bibliche del coro maggiore, su suggestione di una serie di disegni di Jacopo Barozzi da Vignola. Il lavoro fu terminato da Bernardino da Bologna.

L'opera è ricordata da Giorgio Vasari nelle Vite (IV, 94).

L'abside è dominata dal polittico, opera del bolognese Bartolomeo Cesi, racchiuso all'interno di una ricca cornice lignea scolpita e dorata. Al centro, si trova raffigurata l'Adorazione dei Magi, con la sottostante Ultima Cena.

Campanile e Campane

Sul retro della Basilica, ben visibile dal chiostro interno, si eleva l'elegante campanile, diviso in tre ordini (il più basso illuminato da monofore, quello intermedio da bifore e quello più alto - la cella campanaria - da trifore). La torre culmina in una slanciata guglia (molto simile a quella del campanile di Santa Maria dei Servi), raggiungendo l'altezza di metri 52.

Nella cella campanaria è custodito un possente concerto di 5 campane, con queste caratteristiche:

1^ Campana (Grossa) Nota: Mib3; diametro: cm 127; fonditori: Antonio e Pietro Francesco Censori; anno: 1603; peso: circa kg 1500

2^ Campana (Mezzana) Nota: Lab3; diametro: cm 93,2; fonditori: Giacomo e Antonio Bonettini; anno: 1707; peso: circa kg 600

3^ Campana (Mezzanella) Nota: Sib3; diametro: cm 83; fonditore: Antonio e Pietro Francesco Censori; anno: 1615; peso: circa kg 450

4^ Campana (Piccola) Nota: Do4; diametro: cm 75,5; fonditore: Clemente Brighenti; anno: 1857; peso: circa kg 300

5^ Campana (Piccola del Maggiore) Nota: Mib4; diametro: cm 62,5; fonditore: Domenico Fantuzzi; anno: 1782; peso: circa kg 170

Il concerto dà la possibilità di comporre due "quarti": uno in "tono di sesta" se si utilizzano le quattro campane più grosse e uno in "tono maggiore" se si utilizzano le quattro campane più piccole.

Le 5 campane sono montate "alla bolognese", su mozzi e castello in legno (le due minori si trovano nella parte alta della cella, sovrapposte alle tre maggiori). Dai primi anni '90 è presente un impianto di elettrificazione a catene per il suono "a distesa" dei bronzi, facilmente isolabile per consentire le esecuzioni manuali "a doppio" da parte dei campanari. Sono presenti anche gli elettrobattenti per il suono "a tocchi".

Altre opere di rilievo

Fra le altre numerose opere si distinguono:

Il Matrimonio mistico di santa Caterina d'Alessandria di Filippino Lippi (1501), nella cappellina (Casali) a destra dell'altare maggiore.

Sepolcro di Alessandro Tartagni, opera di Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, nel voltone laterale d'ingresso, che prende a modello i monumenti sepolcrali fiorentini di Bernardo Rossellino e Desiderio da Settignano, maestro del Ferrucci.

San Raimondo di Peñafort attraversa il mare sul suo mantello di Ludovico Carracci (inizi Seicento), nella seconda cappella a sinistra.

San Vincenzo Ferreri resuscita un fanciullo Donato Creti, nella seconda cappella a destra.

San Tommaso d'Aquino del Guercino (1662), nel transetto destro.

Organi a canne

Nella basilica di San Domenico si trovano tre organi a canne:

sulla cantoria alla destra del presbiterio si trova un organo di Adeodato Bossi Urbani costruito nel 1851 riutilizzando la cassa e le canne di facciata di un precedente strumento di Giuseppe Gatti del 1739;

sulla cantoria alla sinistra del presbiterio si trova un organo dei Fratelli Rasori costruito nel 1854 riutilizzando la cassa e le canne di facciata di un precedente strumento di Giuseppe Gatti del 1739 che a sua volta era stato modificato nel 1760 da Pietro Nacchini e Francesco Dacci;

nella cappella del Rosario, sulla cantoria di destra (su quella opposta vi è una mostra finta), si trova un organo costruito da Petronio Giovagnoni nel 1759-1762, sul quale Wolfgang Amadeus Mozart studiò nel periodo in cui fu ospite a Bologna come allievo di padre Giovanni Battista Martini per sostenere l'esame per l'aggregazione all'Accademia Filarmonica di Bologna. Ha una tastiera di 45 tasti con prima ottava scavezza e pedaliera di 8 note anch'essa con prima ottava scavezza ed è composto da 10 registri.

Museo, convento e biblioteca

La basilica di San Domenico ha un piccolo museo, in cui sono custodite opere d'arte e reliquie, fra cui ad esempio:

Il reliquiario di Luigi IX di Francia, esempio di oreficeria in stile gotico del XIII secolo

Madonna col Bambino (detta "del Velluto"), tavola mirabile di Lippo di Dalmasio (1408)

resti della Pietà in terracotta (1495) di Baccio da Montelupo (opera citata dal Vasari nelle Vite)

Busto di San Domenico, terracotta di Niccolò dell'Arca (1474)

resti di un affresco (Madonna con Bambino e San Domenico, XIV secolo) di un artista bolognese sconosciuto (forse Cristoforo da Bologna)

Madonna con Bambino, San Domenico e Vincenzo Ferreri (circa 1773), uno dei migliori lavori di Ubaldo Gandolfi (1728-1781)

Numerosi intarsi di fra Damiano da Bergamo.

Molto interessante anche l'adiacente convento con chiostri del XIV, XV e XVI secolo e numerose opere d'arte.

La biblioteca rinascimentale, che risale al 1466, strutturata a navate su colonne come una basilica, contiene preziosi manoscritti. Verso ovest è affiancata dal grande salone Bolognini, in cui è conservata la tela L'estasi di San Tommaso di Marcantonio Franceschini (1648-1729).

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Vittorio Veneto
Telefono
+39 0835 334182
Come arrivare
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Pinacoteca Nazionale di Bologna

Museo del Ministero della Cultura italiano · Bologna

Pinacoteca Nazionale di Bologna

La Pinacoteca nazionale di Bologna è un museo statale italiano. Ha sede a nel centro storico cittadino, all'interno dell'ex noviziato gesuita, edificio storico che ospita anche l'Accademia di belle arti, e una sede distaccata presso Palazzo Pepoli Campogrande. La pinacoteca offre una vasta panoramica della pittura emiliana dal XIII al XVIII secolo; non mancano tuttavia testimonianze fondamentali di artisti non bolognesi che ebbero contatti con la città.

È di proprietà del Ministero della cultura, che dal 2019 la ha annoverata tra gli istituti museali dotati di autonomia speciale.

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Il Palazzo Pepoli Campogrande è temporaneamente chiuso per restauro, la riapertura è prevista per il 2026.

Storia
Le origini: l'Accademia Clementina e l'Appartamento del Gonfaloniere

Primo nucleo della futura Pinacoteca fu l'acquisto nel 1762, da parte di monsignor Giacomo Zambeccari, di otto tavole del primo Cinquecento provenienti dalla demolizione della chiesa di Santa Maria Maddalena, per l'Istituto delle Scienze e destinate ad essere conservate nell'Accademia Clementina, la sezione artistica dell'Istituto scientifico. Nel 1776, sempre per l'Accademia Clementina, fu acquistata una dozzina di tavole trecentesche e di icone bizantine provenienti dal lascito di Urbano Savorgnan, già colloxare nell'Oratorio di San Filippo Neri.

Altro polo di conservazione cittadino fu l'Appartamento del Gonfaloniere nel Palazzo Pubblico, dove, accanto a opere come la Pala del Voto di Guido Reni, lì conservate per l'alto significato civico, furono incamerati, fin dall'ultimo scorcio del Seicento, dipinti della scuola di Raffaello, di Lavinia Fontana e di Annibale Carracci.

Quadreria dell'Accademia di belle arti

Nel 1796 con la caduta del regime pontificio e con la nuova legislazione repubblicana, che portò alla soppressione di numerosi conventi, di tutte le corporazioni dei mestieri e allo smantellamento delle sedi dell'antico regime, il Senato bolognese decise di raccogliere i dipinti delle chiese e dei conventi soppressi e dell'Accademia delle scienze in un'unica collezione, raccogliendo quasi un migliaio di opere, sistemate prima nell'ex Convento di San Vitale; poi nel 1803 presso l'ex noviziato gesuita di Sant'Ignazio nel Borgo della Paglia, attualmente via delle Belle Arti 56, realizzato nel 1726 da Alfonso Torreggiani, come quadreria della neonata Accademia nazionale di belle arti.

Otto e Novecento

Con la caduta dell'Impero napoleonico nel 1815, molte opere requisite dai francesi a seguito delle spoliazioni napoleoniche ritornarono dal Louvre in città. A quel tempo risale il primo intervento di ampliamento ad opera di Leandro Marconi. Del 1826 fu il primo catalogo ad opera di Gaetano Giordani. Ampliata nel 1844, includendovi la cappella del Convento, affrescata nella volta con l'Apoteosi di Sant'Ignazio. Tra il 1867-68, vennero incamerati molti dipinti provenienti da altre soppressioni, nel 1875 venne aperta regolarmente al pubblico, nel 1882 la Quadreria venne resa autonoma dall'Accademia e, nel 1884, vennero acquistate le Collezioni Zambeccari.

Enrico Panzacchi è stato direttore della pinacoteca dal 1891 al 1896.

Ai primi del Novecento venne realizzata una nuova ala su progetto di Edoardo Collamarini. Alla fine degli anni sessanta, sotto il soprintendente Cesare Gnudi e su progetto di Leone Pancaldi, venne realizzato il Salone del Rinascimento e vennero collocati gli affreschi staccati della chiesetta di Sant'Apollonia di Mezzaratta. Nel 1997 la Pinacoteca è stata completamente rinnovata e adeguata agli standard europei, dotandola inoltre di uno spazio espositivo adibito esclusivamente alle mostre temporanee e all'attività didattica. La pinacoteca è oggi da annoverare tra le più moderne e importanti gallerie nazionali, conosciuta e apprezzata anche all'estero.

Opere principali
Atrio e scalone

Gaetano Gandolfi, Le Nozze di Cana (1775), grande tela dal refettorio del convento di San Salvatore.

Dal Duecento al Gotico

Maestro giuntesco, Crocifisso

Vitale da Bologna, San Giorgio e il drago (1330-1335 circa)

Vitale da Bologna, Storie di sant'Antonio abate, quattro tavole, (1340 circa)

Pseudo Jacopino di Francesco, Incoronazione della Vergine e santi, polittico

Giusto de' Menabuoi, Sant'Ambrogio

Simone dei Crocifissi, Madonna col Bambino, angeli e il donatore Giovanni da Piacenza (1378 circa)

Simone dei Crocifissi, Sant'Elena in adorazione della Croce ed una monaca (1375-1380)

Simone dei Crocifissi, Polittico, (1365-1370) già in S. Domenico

Giovanni di Pietro Falloppi (Giovanni da Modena), Crocifisso su tavola sagomata, dalla chiesa di San Francesco

Andrea de' Bartoli, Madonna col Bambino e Angeli, trittico (1360 circa)

Jacopo di Paolo, Crocifissione di Cristo (1400-1410)

Saletta di Giotto e dei "forestieri"

Giotto, Madonna col Bambino e Santi, polittico (firmato) dal monastero degli Angeli;

Rinaldo di Ranuccio, Crocifisso su tavola sagomata, dalla collezione Volpi.

Lorenzo Monaco, Madonna col Bambino in trono e angeli (1402-1403 circa)

"Il tramonto del Gotico"

Lippo di Dalmasio, Madonna col Bambino e santi, trittico;

Pietro di Giovanni Lianori, Madonna col Bambino in trono e santi (firmato e datato 1433), polittico;

Michele di Matteo, Crocifisso su tavola sagomata;

Giovanni di Pietro Falloppi, (Giovanni da Modena), Crocifisso, tempera su tavolo e oro;

Giovanni di Pietro Falloppi, (Giovanni da Modena), San Bernardino da Siena e storie della sua vita, tempera su tela.

Salone degli affreschi

Francesco da Rimini, Miracolo di san Francesco, dal convento di San Francesco

Vitale da Bologna, Ultima cena (1340 circa), dal convento di San Francesco

Vitale da Bologna, Madonna col Bambino, detta Madonna del Ricamo

Pseudo Jacopino di Francesco, San Giacomo alla battaglia di Clavijo (1315-20 ca.), dalla chiesa di San Giacomo.

Sale di Mezzaratta

Sinopie e affreschi staccati dalla chiesa di Santa Apollonia di Mezzaratta:

Vitale da Bologna, Annunciazione, Natività e Battesimo di Cristo

Simone dei Crocifissi, Jacobus, Pseudo Jacopino di Francesco (attr.), Cristoforo da Bologna (attr.), Jacopo Avanzi, Storie del Vecchio Testamento e Storie della vita di Cristo.

Sezione del Rinascimento

Antonio e Bartolomeo Vivarini, Polittico della Certosa (1450)

Cima da Conegliano, Madonna col Bambino

Francesco del Cossa, Madonna col Bambino in trono fra i santi Petronio e Giovanni Evangelista e il committente Alberto Cattani, Pala dei Mercanti (1474)

Ercole de' Roberti, Volto di Maddalena piangente, frammento degli affreschi della Cappella Garganelli (1478-1490)

Ercole de' Roberti, San Michele Arcangelo (1470-1480 circa)

Lorenzo Costa, Madonna col Bambino in trono tra i santi Petronio e Tecla (Pala di Santa Tecla) (1496)

Lorenzo Costa, Sposalizio della Vergine e i santi Francesco e Anna (1505)

Francesco Francia, Madonna col Bambino in trono e santi e la cimasa con Cristo in pietà fra due angeli (Pala Felicini) (1490 circa).

Francesco Francia, Madonna col Bambino in trono e i santi Giorgio, Giovanni Battista, Agostino, Stefano e un angelo (Pala dei Manzuoli), dalla chiesa della Misericordia.

Francesco Francia, Madonna col Bambino in trono e i santi Paolo, Francesco e Giovannino (Pala Scappi) (1495 circa)

Francesco Francia, Il Bambino adorato dalla Vergine, dai santi Giuseppe, Agostino e Francesco e da due Angeli alla presenza di Anton Galeazzo e Alessandro Bentivoglio (Pala Bentivoglio) (1498-1499)

Amico Aspertini, Adorazione dei Magi (1499 circa) dalla chiesa di Santa Maria Maddalena

Amico Aspertini, Madonna col Bambino in trono, i santi Giovanni Battista, Girolamo, Francesco, Giorgio, Sebastiano, Eustachio e due committenti (Pala del Tirocinio) (1503-1504)

Pietro Perugino, Madonna in gloria e santi, dalla chiesa di San Giovanni in Monte

Raffaello, Estasi di Santa Cecilia, 1514-1516, dalla chiesa di San Giovanni in Monte

Innocenzo da Imola, Madonna col Bambino in gloria e i santi Michele Arcangelo, Pietro e Benedetto (1517 circa)

Bartolomeo Ramenghi (il Bagnacavallo), Sacra Famiglia con i santi Benedetto, Paolo e Maddalena (1524 circa)

Tiziano Vecellio, Gesù Cristo e il buon ladrone (1563 circa)

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, Visitazione con i santi Giuseppe e Zaccaria (1550 circa), dalla chiesa di San Pietro Martire.

Sezione del Manierismo

Parmigianino, Madonna di Santa Margherita (1529-1530)

Denijs Calvaert, Flagellazione di Cristo

Bartolomeo Cesi, Madonna col Bambino in gloria adorata da santi

Giorgio Vasari, Gesù Cristo in casa di Marta

El Greco, Ultima Cena (1568)

Sala dei Carracci

Annibale Carracci Assunzione della Vergine (1592)

Annibale Carracci, Madonna col Bambino in trono e i santi Ludovico, Alessio, Giovanni Battista, Caterina, Francesco e Chiara (Madonna di San Ludovico) (1590-1592), dal monastero di clausura dei santi Lodovico e Alessio

Annibale Carracci, Madonna col Bambino in trono e i santi Giovannino, Giovanni Evangelista e Caterina d'Alessandria (Pala di San Giorgio) (1593)

Annibale Carracci, Cristo incoronato di spine (o Cristo deriso) (1598-1600)

Ludovico Carracci, Annunciazione (1584 circa)

Ludovico Carracci, Predica del Battista (1592), da San Gerolamo della Certosa

Ludovico Carracci, Probatica piscina (1595-1596), da San Giorgio in Poggiale

Ludovico Carracci, Conversione di Saulo (Caduta di San Paolo) (1587-1588), dalla Basilica di San Francesco

Ludovico Carracci, Madonna dei Bargellini (1588)

Agostino Carracci, Comunione di san Girolamo (1592), da San Gerolamo della Certosa.

Sala del Reni

Guido Reni, Strage degli innocenti (1611), dalla Basilica di San Domenico

Guido Reni, Sansone vittorioso (1611), dal Palazzo Pubblico

Guido Reni, Gesù Cristo in pietà pianto dalla Madonna e adorato dai Santi Petronio, Francesco, Domenico, Procolo e Carlo Borromeo, detta "Pala dei Mendicanti" (1616)

Guido Reni, Madonna col Bambino in gloria e i Santi Protettori di Bologna Petronio, Francesco, Ignazio, Francesco Saverio, Procolo e Floriano, detta "Pala della Peste" o "Pala del voto" (1631–1632)

Guido Reni, San Sebastiano (1640-1642)

Sale del Seicento

Simone Cantarini, Madonna in gloria e i Santi Giovanni Evangelista, Eufemia e Nicola da Tolentino (1630-1640)

Giacomo Cavedoni, Madonna col Bambino in gloria e i Santi Alò e Petronio (1614)

Domenichino, Martirio di San Pietro da Verona (1619-1621)

Domenichino, Madonna del Rosario (1617-1625)

Guercino, Madonna del Passero (1615-1616)

Guercino, San Bruno in adorazione della Madonna col Bambino in gloria (1647)

Guercino, San Guglielmo d'Aquitania riceve l'abito religioso da San Felice Vescovo, detto anche Vestizione di San Guglielmo (1620)

Guercino, San Sebastiano curato da Irene (1619)

Lucio Massari, Il ritorno del figliuol prodigo (1614)

Mastelletta, Storie di santi (1610-1612)

Mastelletta, Gesù Cristo servito dagli angeli (1615-1617)

Mattia Preti, Sacrificio di Isacco (1650-1651)

Elisabetta Sirani, Madonna col Bambino e San Giovannino e di Sant’Antonio da Padova in adorazione del Bambino (1662)

Alessandro Tiarini, Compianto su Cristo morto (1617)

Alessandro Tiarini, Sposalizio mistico di Santa Caterina e le Sante Barbara e Margherita (1630 circa)

Sale del Settecento

Vittorio Maria Bigari, Convito di Baldassarre, (1740)

Vittorio Maria Bigari, Salomone incensa gli idoli, (1740 circa)

Giuseppe Maria Crespi, Scena di fattoria (1709-1710)

Giuseppe Maria Crespi, Cristo deriso (1735-1740)

Giuseppe Maria Crespi, Ritratto di cacciatore (1730 circa)

Donato Creti, San Giovanni Nepomuceno che stringe il Crocifisso

Donato Creti, Tomba allegorica di Boyle, Locke e Sydenham (1729)

Marcantonio Franceschini e Luigi Quaini, Le quattro stagioni (1716)

James Barry, Filottete ferito sull'isola di Lemno (1770)

Informazioni pratiche

Orari
Jul-Aug: Tu, We 08:30-14:00; Th-Su 13:45-19:30; Sep-Jun: Tu-Su, PH 08:30-19:30; Mo off; Jan 1 off; Dec 25 off
Biglietto
10 EUR
Telefono
+39 051 420 9411
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.pinacotecabologna.beniculturali.it

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palazzo del Podestà

Edificio storico · Bologna

palazzo del Podestà

Il palazzo del Podestà (Palâz dal Pudstè in bolognese) a Bologna si affaccia su piazza Maggiore, nel pieno centro della città, assieme al Palazzo Comunale e alla basilica di San Petronio.

== Storia ==

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Il palazzo del Podestà venne eretto nel 1200 circa, insieme a Piazza Maggiore come edificio per svolgere le funzioni pubbliche e quindi sede del podestà e i suoi funzionari. L'assetto attuale è molto differente dall'originario anche perché il Palazzo Re Enzo fu costruito successivamente, tra il 1244 il 1246.

Si tratta di un grande complesso architettonico attraversato da due strade che si incrociano sotto il Voltone del Podestà, sopra il quale si erge la cosiddetta torre dell'Arengo, torre quadrangolare in cotto realizzata da Alberto di S. Pietro nel 1259 in sostituzione dell'originaria struttura lignea risalente al 1212, la cui campana richiamava il popolo in caso di eventi straordinari.

Nel 1453 Aristotile Fioravanti collocò l'attuale campana (detta il campanazzo) e rinnovò la facciata romanica con uno stile rinascimentale per volere di Giovanni II Bentivoglio, seppure non terminando mai la realizzazione a causa della cacciata della famiglia Bentivoglio dalla città.

Il grande Salone del Podestà al piano nobile, un tempo aula di giustizia, venne utilizzato dal 1581 al 1767 come Teatro Pubblico (dove, nel 1616, andò in scena la seconda versione dell'Euridice) e, in seguito, come campo di gioco del pallone. Venne affrescato completamente da Adolfo De Carolis agli inizi del XX secolo con "I Fasti della Città di Bologna" in stile michelangiolesco. Il ciclo pittorico vuole illustrare i protagonisti e gli episodi più importanti della città, dalla fondazione da parte degli etruschi, l'arrivo dei romani, l'Università e il libero Comune con la cattura di re Enzo (fra cui un affresco intitolato Abolizione della servitù in ricordo degli avvenimenti del 1256 e del Liber Paradisus). Gli affreschi del soffitto furono staccati dopo la seconda guerra mondiale per essere restaurati e purtroppo non furono più ricollocati in sito.

La parte inferiore del palazzo è decorata con centinaia di formelle con motivo floreale, tutte diverse tra di loro. Il palazzo del Podestà fu affiancato da Palazzo Re Enzo nel 1245, dopo soli 40 anni, in quanto si rivelò inadeguato ad ospitare la massiccia partecipazione popolare al governo della città.

Tra il Palazzo del Podestà e il Palazzo Re Enzo si trova il Voltone del Podestà, una volta a crociera sostenuta agli angoli da quattro pilastri sormontati da altrettante statue in terracotta rappresentanti i santi protettori della città, san Petronio, san Procolo, san Domenico e san Francesco, tutte realizzate da Alfonso Lombardi nel 1525. Il Voltone del Podestà era noto anticamente come luogo in cui venivano eseguite le impiccagioni, chiaramente visibili dal lato della Piazza Maggiore come monito per il popolo; si possono ancora notare le travi a cui venivano fissate le funi. Curiosa la peculiarità dell'acustica del Voltone: infatti se si parla a bassa voce rivolti contro uno dei quattro angoli del Voltone, chi sta in uno degli altri angoli opposti, sempre rivolto verso il muro, può sentire chiaramente quanto sussurrato.

Tra Palazzo Re Enzo e Palazzo del Podestà è possibile vedere una residenza, che si appoggiava sui due edifici storici e che è stata comprata nel 1924 dal Comune di Bologna, con l'intenzione di espandere gli spazi dei due edifici storici. Guardando da Via Rizzoli il blocco costituito da Palazzo Re Enzo e Palazzo del Podestà è possibile vedere una antica torre, la Torre Lambertini.

Torre dell'Arengo

La torre dell'Arengo è il campanile civico della città di Bologna ed è alta 47 m. Situata sul Voltone, non ha la solidità delle strutture coeve, che venivano edificate anche a scopo difensivo, ma rappresenta un caso unico nel panorama bolognese.

La costruzione risale al XIII secolo, ma l'aspetto attuale è frutto di diverse ricostruzioni e opere di consolidamento avvenute nei secoli successivi.

La grande campana di bronzo, detta anche Campanazzo, è stata realizzata nel 1453 da Aristotele Fioravanti; da allora i rintocchi della campana hanno scandito la vita pubblica della città e chiamato a raccolta la popolazione in caso di guerra. Il campanazzo ha suonato anche il 25 luglio 1943 per festeggiare la caduta del Fascismo, e il 21 aprile 1945 per segnare la liberazione della città e la fine della guerra. Ogni anno, il 21 aprile alle ore 10 in punto, il campanazzo rintocca per ricordare questo importante evento , oltre ad altre occasioni eccezionali. Sulla Torre, di fianco al Campanazzo, si trova anche un'altra campana, molto più piccola, fusa nel 1653 e alla quale venne dato il nome di "Cavaliera". Entrambe le campane sono fisse all'intelaiatura di sostegno e possono essere suonate solo mediante la percussione dei relativi battagli interni, il che viene effettuato da parte di personale addetto nelle occasioni sopracitate.

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Palazzo d'Accursio

Palazzo comunale · Bologna

Palazzo d'Accursio

Palazzo d'Accursio, detto anche Palazzo Comunale (in dialetto bolognese Palâz senza articolo) è un palazzo storico di Bologna, sede municipale sin dal medioevo. Si affaccia su piazza Maggiore e fu edificato in diverse fasi tra il XIII e il XVI secolo, subendo rimaneggiamenti e restauri fino alle soglie del XXI secolo.

== Storia ==

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Prime testimonianze

Le prime testimonianze del palazzo risalgono al 14 febbraio 1287 quando Francesco d'Accursio, figlio del noto giurista Accursio, vende al Comune di Bologna quella che doveva essere l'abitazione del padre. Dal celebre maestro di diritto quindi prenderà nome l'intero edificio pubblico. Successivamente grazie ad ulteriori acquisti il Comune diventa proprietario di tutto l'isolato circostante e inizia la demolizione dei fabbricati esistenti, lasciando solo la Torre di Accursio. Viene così costruito il primo nucleo dell'attuale palazzo, che prenderà il nome di Palazzo della Biada poiché si ritiene fosse adibito al deposito pubblico delle granaglie.

Palazzo delle magistrature comunali

Nel 1336 cambia destinazione d'uso e diventa la sede degli Anziani Consoli, massima magistratura cittadina dell'epoca, ospitati fino a questo momento in Palazzo Re Enzo. Essi rimanevano in carica per un mese (successivamente due) ed erano obbligati a risiedere nel palazzo.

Con l'avvento della Signoria Viscontea nel 1350 vengono ospitati nel palazzo il Capitano luogotenente dei Visconti e il Vicario che presiedeva il collegio degli Anziani Consoli. Contestualmente all'innalzamento di alcune opere di fortificazione della città il palazzo subisce alcune modifiche e viene acquistata la Torre dei Lapi. Con il passaggio di mano allo Stato Pontificio dieci anni più tardi, subisce ulteriori rimaneggiamenti per opera del Cardinale Anglico de Grimoard. È in questo periodo che assume maggiormente la connotazione di una fortezza civica, tanto più che il Grimoard fa innalzare un poderoso muro di cinta attorno all'area del palazzo ulteriormente circondato da un fossato.

Il 15 settembre 1425 le costruzioni poste a nord di Palazzo d'Accursio subiscono un incendio, e viene offerta così un'opportunità di ampliamento. L'architetto Fioravante Fioravanti viene incaricato dal legato pontificio Louis Aleman di innalzare un nuovo edificio sulla destra rispetto all'ingresso principale di Piazza Maggiore. Nel 1444 la torre degli Accursio viene sopraelevata e nel 1451 viene installato un orologio pubblico che nel 1498 verrà completato da un carosello di automi che sfilavano ad ogni cambio d'ora, funzionante fino al 1796. Nella lanterna alla sommità del cupolino della torre è collocata una grossa campana (del diametro di cm 136) fusa nel 1493, collegata al sottostante orologio e che, percossa da un martello esterno, batte lo scoccare di ogni ora (con eccezione delle ore notturne), con la caratteristica di ripetere il battito anche un minuto dopo l'ora precisa.

Sotto il dominio pontificio

Ancora nel XVI secolo subisce ulteriori ampliamenti: nel 1508 viene innalzato su volere di Papa Giulio II, che aveva da poco conquistato la città, il Torrione all'incrocio tra le attuali Via Ugo Bassi e Piazza del Nettuno. Contestualmente venne costruito un muro di recinzione che chiudesse il palazzo fino al Torrone di nord-ovest. Ma era solo l'inizio: nel palazzo vennero concentrati tutti gli affari di governo. Il più antico nucleo del Palazzo d'Accursio fu sede del Senato di Bologna e delle magistrature ad esso collegate come il Gonfaloniere di Giustizia e gli Anziani Consoli. Nella nuova parte quattrocentesca si installeranno gli appartamenti e le stanze per i Legati pontifici e da essi prenderà il nome di Palazzo del Legato. Il già citato Torrone posto nell'angolo nord-occidentale diventerà la sede delle prigioni e del tribunale criminale, che da esso per antonomasia diverrà il Tribunale del Torrone.

Nel 1568 l'illustre botanico Ulisse Aldrovandi installa l'orto o Giardino dei semplici nel cortile dove ora sorge la Sala Borsa. Sempre a metà del '500 viene realizzata la cappella del Legato da Galeazzo Alessi e affrescata da Prospero Fontana. Lo stesso Alessi diede forma al monumentale portale d'ingresso su Piazza Maggiore, rimasto immutato al giorno d'oggi, sormontato da un timpano curvilineo dove fu posta la grande statua di bronzo raffigurante Papa Gregorio XIII. Inoltre nel 1565 viene edificata sul lato settentrionale una fontana pubblica ad opera di Tommaso Laureti.

Palazzo d'Accursio fu vittima dell'occupazione napoleonica, quando venne spogliata dei beni del Cardinal Legato e furono distrutte alcune statue e stemmi ricordanti l'Ancien Régime pontificio. Durante il XIX secolo fu oggetto di restauri anche invadenti, soprattutto per quanto riguarda il prospetto orientale. Tra il 1885 e il 1887 fu riaperto il portico della parte più antica, chiuso già dopo il XIV secolo. Nel 1886 viene edificata la Sala Borsa nel cortile che ospitava l'orto botanico. Altri lavori furono effettuati all'inizio del XX secolo e negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, in seguito ai danneggiamenti subiti dai bombardamenti aerei.

Storia contemporanea

Nella storia recente il palazzo è tristemente famoso per la strage avvenuta il 21 novembre 1920. Mentre il sindaco neoeletto, il socialista Enio Gnudi, presiedeva la seduta inaugurale della consiliatura e la piazza era piena di cittadini in festa, gli squadristi entrarono nella piazza. Vennero sparati alcuni colpi di arma da fuoco e la folla si ritrovò fra fascisti che sparavano contro Palazzo d'Accursio e i carabinieri che rispondevano al fuoco. Alcune Guardie rosse risposero gettando delle bombe a mano dalle finestre del palazzo. In tutto ci furono 10 morti, tutti di parte socialista, e 58 feriti. All'interno del palazzo veniva invece ucciso, a colpi di pistola, il consigliere liberale Giulio Giordani. Il tragico avvenimento ebbe grande risonanza a livello nazionale, venendo successivamente indicato come atto di nascita del fascismo agrario.

Nel 2008 molti uffici comunali sono stati trasferiti nella sede di Palazzo Bonaccorso; Palazzo d'Accursio rimane sede della Giunta e del Consiglio Comunale e di altri uffici. Fino al 2012 è stato sede del Museo Morandi, ora ospitato presso il Mambo.

Descrizione

Il Palazzo si presenta come un vasto complesso architettonico che occupa all'incirca 15.000 mq nel pieno del centro storico di Bologna, estendendosi tra le vie IV Novembre a sud, Piazza Roosevelt e Via Giacomo Venezian a ovest, via Ugo Bassi a nord e Piazza Maggiore con Piazza del Nettuno a est.

La facciata su Piazza Maggiore è quella più riccamente adornata: oltre al maestoso portale cinquecentesco completato nella parte superiore da Domenico Tibaldi, e sopra al quale si trova la statua bronzea di Gregorio XIII realizzata da Alessandro Menganti, si trova quasi di fronte alla Fontana del Nettuno una grande finestra a balcone realizzata dall'Alessi nel 1553; Particolarità è l'inserimento di due aquile in marmo rosso di Verona delle quali una attribuita popolarmente a Michelangelo.

Nel Trecento vi si trovava sopra il cosiddetto Balcone degli Anziani una statua in legno e rame raffigurante papa Bonifacio VIII, opera di Manno Bandini da Siena e oggi conservata al Museo civico medievale.

Inoltre il fronte è adornato dalla Madonna di Piazza con Bambino, opera in terracotta di Nicolò dell'Arca realizzata intorno al 1478. Sulle pareti prospicienti la Fontana del Nettuno è possibile trovare i riferimenti per le antiche unità di misura bolognesi e il Sacrario dei partigiani, nato in maniera spontanea nel luogo dove avvenivano le fucilazioni da parte delle truppe naziste che occupavano la città.

Al suo interno ospita le Collezioni comunali d'arte, mentre da Piazza del Nettuno si trova l'ingresso della Biblioteca Salaborsa, inaugurata nel 2000 nell'attiguo edificio della Sala Borsa.

Architettura

Per accedere agli ambienti di palazzo d’Accursio da piazza Maggiore, si oltrepassa il maestoso portale di Galeazzo Alessi sotto la statua bronzea di Gregorio XIII e si raggiunge il primo piano del palazzo percorrendo lo scalone cordonato bramantesco.

Primo piano

Il primo piano di palazzo d’Accursio ospita:

Sala d'Ercole

Il nome deriva dalla statua di terracotta bronzata, realizzata da Alfonso Lombardi, che raffigura Ercole trionfante sull'Idra di Lerna

Sala del Consiglio comunale

Fu affrescata tra il 1675 e il 1677 da Angelo Michele Colonna, con l'aiuto del giovane Gioacchino Pizzoli e contiene la Galleria dei Senatori

Sala Rossa

Prende il nome dal colore delle tappezzerie con cui fu rivestita nella prima metà del Novecento. Attualmente è adibita a sala per i matrimoni civili.

Secondo piano

Il secondo piano, a cui si accede tramite la seconda rampa dello scalone cordonato bramantesco ospita:

Sala Farnese

Fu fatta costruire così nel 1665 dal cardinale Girolamo Farnese. Anticamente era chiamata "sala regia" probabilmente poiché nel 1530, nell'attigua Cappella Farnese, Carlo V venne incoronato Re d'Italia. Le decorazioni della Sala Farnese ripercorrono le vicissitudini della città dal Medioevo al Seicento. In fondo alla Sala Farnese si apre l'accesso alle Collezioni comunali d'arte. Il patrimonio delle Collezioni è distribuito in importanti sale significative sia dal punto di vista storico che artistico.

Cappella Farnese

Anche Cappella del Legato, si apre sulla Sala Farnese. Nel 1530 vi venne incoronato Carlo V re d'Italia con la Corona ferrea. La successiva incoronazione di Carlo V con la corona aurea del Sacro Romano Impero si tenne pochi giorni dopo nella basilica di San Petronio. Gli affreschi della Cappella, che fa parte delle Collezioni Comunali d'Arte, sono di Prospero Fontana del 1562.

Collezioni comunali d'arte

Tra le sale delle Collezioni comunali d'arte si segnalano in particolare:

Sala Urbana

Fu fatta costruire verso il 1630 dal cardinale Bernardino Spada e fu fatta restaurare nel 1852 dal cardinale Gaetano Bedini. Le sue pareti, a metà Settecento, vennero ricoperte da affreschi comprendenti circa duecento stemmi, pertinenti alla serie dei governatori e dei legati pontifici che ressero la città a partire dal XIV secolo.

Sala dei Cavalleggeri

Era destinata alla sosta dei soldati di scorta al Legato papale. Nel 1852 il cardinale Gaetano Bedini la fece trasformare perché accogliesse dipinti sulle pareti a continuazione di quelli della sala Urbana e altri stemmi di Legati e vice-Legati. In onore di Pio IX venne chiamata Aula Pïana.

Galleria vidoniana

Fu fatta costruire dal cardinale Pietro Vidoni nel 1665. Vi è esposto un importante patrimonio di dipinti, mobili, arredi, suppellettili provenienti dalle donazioni fatte al Comune di Bologna nell'Ottocento e nel primo Novecento.

Sala Boschereccia

Sala alla boschereccia decorata a tempera nel 1797, così denominata proprio perché riproduce spazi verdi e ambienti naturali.

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Palazzo dei Banchi

Edificio storico · Bologna

Palazzo dei Banchi

Il palazzo dei Banchi, conosciuto anche come Portico del Pavaglione (Pavajån in dialetto bolognese), è un palazzo di Bologna del XV-XVI secolo.

Il palazzo si trova sul lato est di Piazza Maggiore, a lato della Basilica di San Petronio. Si trova alle spalle del Quadrilatero, ovvero l'area del mercato.

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Origine del nome

Il palazzo trae il suo nome dai banchi che durante i secoli XV e XVI esercitavano l'arte cambiaria. Il termine Pavaglione (in bolognese Pavajån) invece si ricollega al mercato dei bozzoli di bachi da seta, che si teneva inizialmente in una costruzione di legno cintata e coperta.

Storia

Si tratta dell'ultimo edificio costruito in Piazza Maggiore. Tra il 1565 e il 1568 fu progettata la facciata su disegno di Jacopo Barozzi detto il Vignola, con lo scopo di dare alla piazza maggior uniformità dato che il prospetto era formato da aggregati di edifici medievali. L'effetto di magnificenza doveva coprire le retrostanti vie del mercato.

Il 27 giugno 1449 la Camera (di Commercio) decretò che il mercato dei bozzoli di seta si svolgesse in perpetuo in una delle case della Fabbrica di San Petronio (confraternita che si occupava della costruzione e della manutenzione dell'edificio sacro) poste sul retro della chiesa. Nel 1563 Papa Pio IV fece demolire alcune di queste case per ricavare una piazza atta allo svolgimento del mercato dei bozzoli ed il 20 novembre ordinò che si prelevassero ogni anno 150 scudi d'oro dai proventi di giustizia da utilizzare come indennizzo alla Fabbrica stessa. Bologna tenne per secoli il primato della produzione serica in Italia.

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Museo civico archeologico di Bologna

Museo di un ente pubblico · Bologna

Museo civico archeologico di Bologna

Il Museo civico archeologico di Bologna ha sede nel quattrocentesco Palazzo Galvani, in Via dell'Archiginnasio 2, 40124 Bologna, l'antico “Ospedale della Morte”. Inaugurato nel settembre 1881, nasce dalla fusione di due musei: l'Universitario – erede della “Stanza delle Antichità” dell'Accademia delle Scienze fondata da Luigi Ferdinando Marsili (1714) - e il Comunale, arricchitosi della collezione di antichità del pittore Pelagio Palagi (1860) e di numerosissimi reperti provenienti dagli scavi condotti in quegli anni a Bologna e nel suo territorio.

Il Museo Civico Archeologico di Bologna è stato inaugurato il 25 settembre 1881, sotto la direzione del conte archeologo Giovanni Gozzadini.

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Il museo si colloca tra le più importanti raccolte archeologiche italiane ed è altamente rappresentativo della storia locale, dalla preistoria all'età romana. La sua collezione di antichità egizie è una delle più importanti d'Europa. Tra il 1972 e il 2012 il Museo ha ospitato oltre 150 mostre ed esposizioni a carattere archeologico e artistico.

Dal 2012 al 2022 il Museo civico archeologico ha fatto parte dell'Istituzione Bologna Musei, sostituita dal Settore Musei Civici Bologna gestiti dal Comune di Bologna.

Collezioni
La sezione preistorica

Espone materiali preistorici che vanno dal Paleolitico Inferiore (circa 700.000 anni fa) fino all'età del Bronzo Finale (X secolo a.C.). Il Paleolitico è documentato da strumenti in selce e ftanite: bifacciali, punte, raschiatoi e nuclei; più scarse sono le testimonianze per il Mesolitico (da 11.000 anni fa) ed il Neolitico (4.500-3.000 a.C.). Con l'età del bronzo i rinvenimenti si fanno più frequenti, come testimoniano i numerosi esemplari di recipienti in ceramica, gli strumenti in osso, corno e metallo, rinvenuti, insieme alle forme per la fusione, nei grandi villaggi in pianura della metà del secondo millennio a.C. Completano la sezione i materiali preistorici provenienti da località italiane, europee ed extraeuropee.

La sezione etrusca

Questa sezione del museo espone i materiali degli scavi effettuati nel XIX secolo e nella prima metà del XX secolo nel territorio bolognese e consente di ricostruire lo sviluppo dell'antico insediamento etrusco dalle origini (IX secolo a.C.) alla fondazione della città di Felsina (l'insediamento bolognese del periodo etrusco) fra la metà del VI ed il V secolo a.C.

Le fasi più antiche della Bologna etrusca (villanoviana e orientalizzante, IX - metà del VI secolo a.C.) sono illustrate da una vasta scelta dei circa 4000 corredi tombali rinvenuti: vasi dalla caratteristica forma biconica (per la deposizione delle ceneri del defunto), oggetti di uso personale e strumenti in bronzo, nonché vasellame in ceramica e bronzo. Tra i pezzi esposti, si segnalano l'askos Benacci, una tipologia di vasi assai rara utilizzata per contenere l'olio per le lucerne, e il "ripostiglio di San Francesco" ovvero il deposito di una fonderia, costituito da un grande vaso (dolium) che conteneva oltre 14.000 pezzi di bronzo.

La fase urbana di Felsina (metà del VI secolo a.C. – inizio del IV secolo a.C.) è rappresentata prevalentemente da corredi tombali, fra i quali spiccano quelli della "Tomba grande" e della "Tomba dello sgabello" provenienti dalla ricca necropoli dei Giardini Margherita, con pregiati vasi di importazione greca per il consumo del vino e oggetti di lusso, quali un grande candelabro o un sedile in avorio. Da ricordare anche la "Situla della Certosa", un raffinato recipiente in bronzo decorato con scene di vita militare, civile e religiosa.

Alla cultura villanoviana di Verucchio - il sito principale della Romagna della prima età del ferro - è dedicata una sala in cui è esposta una tomba principesca, caratterizzata da tavolini per offerte, vasellame, trono e poggiapiedi in legno, perfettamente conservati.

La sezione gallica

La civiltà etrusca si concluse a Bologna all'inizio del IV secolo a.C. con l'invasione dei Celti (o Galli), che occuparono gran parte dell'Italia a nord degli Appennini e le Marche. Nel bolognese si stanziò la tribù dei Boi. La sezione espone i corredi più significativi delle necropoli galliche del bolognese, caratterizzati dalla presenza di armi in ferro di tradizione transalpina e dall'uso del vasellame da banchetto di fabbricazione etrusca.

Il lapidario

Comprende soprattutto lapidi sepolcrali romane provenienti dalla città e della provincia databili tra la metà del I secolo a.C. e la metà del II secolo d.C. Di particolare interesse la statua con corazza dell'imperatore Nerone (metà del I secolo d.C.) rinvenuta nel XV secolo in Piazza de' Celestini, già sede del teatro romano della città. Nel cortile è presente anche una serie di pietre miliari della via Emilia.

La collezione greca

In questa sala è esposto il reperto maggiormente rappresentativo della Collezione Palagi risalente all'antica greca: la testa dell'Atena Lemnia, copia in marmo di età augustea da una statua di bronzo eseguita da Fidia nel V secolo a.C.; anche gli altri reperti in marmo esposti nella sala sono in gran parte rielaborazioni romane di originali greci. Molto ricca è la raccolta di ceramiche greche, per lo più di fabbricazione attica, insieme a numerosi esemplari di fabbrica magnogreca. Pregevole è pure la raccolta di gemme antiche e moderne e di oreficerie. Due postazioni informatiche sono a disposizione per la consultazione della banca dati relativa alla sezione.

La collezione etrusco-italica

Raccoglie reperti provenienti dall'Italia centrale: di particolare interesse sono i buccheri, gli specchi etruschi a rilievo e incisi, e le urne etrusche in terracotta e marmo.

La collezione romana

La collezione romana comprende una ricca raccolta di vasellame di vetro, di bronzetti figurati e di instrumentum domesticum: chiavi, fibule, aghi, cucchiai, campanelli, pesi, bilance, vasellame. Pregevole la serie di avori paleocristiani (dittici e pissidi), decorati da motivi sacri e profani (V secolo d.C.). Le sculture in marmo comprendono rilievi, statue, ritratti pubblici e privati, documenti dell'attività delle botteghe romane di età imperiale.

La collezione egizia

La collezione egizia del museo è una fra le più importanti d'Europa, ricca di più di 3500 oggetti, tra cui sarcofagi, stele e ushabti che documentano tremila anni di civiltà. Il moderno allestimento suggerisce un percorso di tipo cronologico, a partire dall'Antico Regno fino all'epoca tolemaica, con sezioni di approfondimento su tematiche di particolare interesse, quali il corredo funerario, la scrittura e gli amuleti. Tra i reperti più importanti spiccano i rilievi provenienti dalla tomba di Horemheb a Saqqara (XIII secolo a.C.), monumento riscoperto da scavi recenti, cui è dedicato un video in computer-grafica.

La collezione numismatica

Il Museo archeologico vanta anche un'ampia collezione numismatica composta da circa 100 000 esemplari di monete, medaglie e conii. Tra le sezioni più significative si segnalano il consistente nucleo delle monete romane di età repubblicana e imperiale, la raccolta delle monete delle zecche italiane e il nucleo delle medaglie papali. La banca dati della raccolta, non esposta al pubblico, è consultabile su appuntamento presso il museo.

La gipsoteca

Una raccolta di copie in gesso di celebri sculture greche e romane.

Servizi

Il museo è dotato di: sezione didattica, biblioteca specializzata con sala di lettura, archivio storico (consultabile su appuntamento), archivio fotografico (consultabile su appuntamento o tramite richiesta scritta), laboratorio di restauro, accesso per i disabili, sale per esposizioni temporanee, sala conferenze e libreria.

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palazzo dei Notai

Edificio storico · Bologna

palazzo dei Notai

Il Palazzo dei Notai (Palâz di Nudèr in bolognese) è un edificio storico di Bologna, ubicato in via de' Pignattari 1 e si affaccia su Piazza Maggiore.

== Storia e descrizione ==

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Venne costruito a partire dal 1381 dalla "Società dei Notai" allo scopo di farne la propria sede. Eretto in due momenti differenti: la parte che si affaccia alla Basilica di San Petronio è appunto del 1381 e venne costruita sotto la direzione di Berto Cavalletto e Lorenzo da Bagnomarino ma quella che si affaccia a Palazzo d'Accursio fu rifatta da Bartolomeo Fioravanti nel 1437 circa.

All'interno si possono trovare affreschi quattrocenteschi oltre allo stemma dei Notai, e da ammirare sono le grandi ed eleganti vetrate a rulli, recentemente rimesse a nuovo. Nel 1908 fu completamente restaurato da Alfonso Rubbiani.

Al secondo piano, detto anche piano nobile, vi è una grande Sala denominata Sala dei Notai, usata per diverse iniziative dal Comune di Bologna. Si affaccia direttamente su Piazza Maggiore.

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Torre degli Asinelli

Torre di Bologna · Bologna

Torre degli Asinelli

La torre degli Asinelli (Tårr di Aṡnîl, Tårr Lónga o l’Aṡnèla in dialetto bolognese) è una delle due torri di Bologna, simbolo della città, situate in piazza di porta Ravegnana, all'incrocio tra le antiche strade San Donato (ora via Zamboni), San Vitale, Maggiore e Castiglione. Eretta, secondo la tradizione, fra il 1109 e il 1119 dal nobile Pietro Asinelli, la torre è alta 97,20 metri, pende verso ovest per 2,23 metri e presenta all'interno una scalinata composta da 498 gradini.

La Torre conserva ancora oggi intatta la sua vertiginosa suggestione, accresciuta da una pendenza che la rende la torre inclinata più alta d'Italia e che, assieme alla sua maestosa imponenza, l'ha resa famosa in tutto il mondo attirando numerosi ingressi turistici.

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Storia

Ancora non si può dire con certezza quando e da chi fu costruita la torre degli Asinelli. Si presume che la torre debba il proprio nome a Pietro Asinelli, il nobile cavaliere di fazione ghibellina al quale se ne attribuisce la costruzione, iniziata secondo una consolidata tradizione l'11 ottobre 1109 e terminata dieci anni dopo, nel 1119.

La famiglia illustre di Pietro e Gherardo Asinelli pare vivesse in case nei pressi della loro torre, vicino al torrente Aposa e, stando alle fonti, non fu una famiglia ricchissima, in quanto nel "Liber Paradisus", nell'elenco dei proprietari di servi della gleba del quartiere di porta Ravegnana è menzionato Bencivenne Asinelli il quale possedeva "solo" 10 servi (tre maschi e sette femmine) ed avendo poi aderito gli Asinelli alla fazione politica perdente dei Lambertazzi, scomparvero rapidamente dal novero delle famiglie importanti di Bologna".

Una possibilità di datazione alla seconda metà dell'XI secolo viene invece offerta da una campagna a termoluminescenza condotta sui laterizi alla base dell'edificio: in questo modo la torre sarebbe stata eretta in un periodo di contrasti tra il Papato e Impero, con esponenti di ambedue le fazioni che si arroccavano nelle torri. Appare così altrettanto plausibile l'ipotesi che la famiglia degli Asinelli abbia semplicemente preso possesso legale della torre con il placarsi delle ostilità politiche.

Prendendo per vera questa ipotesi, la famiglia di Asinelli - facendo parte della consorteria nobiliare sorta tra il dissolversi del mondo feudale e l'affermazione del Comune - avrebbe proceduto alla sopraelevazione della torre per una trentina di metri, così da attrezzarla per l'osservazione a distanza di Bologna e delle campagne circostanti. Con il declino degli Asinelli, e il progressivo acquisto di parti della torre, l'intera struttura sul finire del XIV secolo venne acquistata dal comune di Bologna per essere destinata a prigione e fortilizio.

Negli stessi anni intorno alla torre fu realizzata una incastellatura lignea, posta a trenta metri da terra e unita con una passerella aerea alla Garisenda, poi distrutta da un incendio nel 1398.

Danneggiamenti

Nel 1513 la torre fu colpita da una palla di cannone di otto libbre sparata da porta Maggiore in occasione di alcuni festeggiamenti, che però non riuscì a scalfirne la stabilità; la torre fu scalfita anche da numerosi incendi, i quali furono perlopiù innocui provocando solo la distruzione delle scale in legno. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe supporre, le maggiori offese alla torre degli Asinelli furono arrecate dai fulmini, che s'accanirono sulla struttura per oltre sette secoli, fino a quando nel 1824 non venne installato un parafulmine: in precedenza, la protezione dalle scariche atmosferiche era affidata a un'inefficace gabbia di legno ideata da Gianandrea Taruffi nel settembre 1706 e da un San Michele Arcangelo in bassorilievo, opera di Giovan Battista Gnudi, che fu apposto nel 1927 entro una lunetta votiva tutt'oggi visibile.

Utilizzo scientifico

Agli inizi del luglio 1790 lo scienziato Giovanni Battista Guglielmini effettuò un esperimento che consisteva nel lasciar cadere dalla cima della torre delle sfere di piombo e nel misurare la loro deviazione: malgrado le difficoltà (il vento proveniente dai fori della struttura infatti fece fallire diverse prove), il Guglielmini riuscì a raccogliere i risultati dell'esperimento in un'opera denominata De diurno Terrae motu, che suscitò molti consensi nel mondo scientifico italiano.

Suicidi

La cronaca ha registrato, nel corso degli anni, diversi casi di suicidio, fino a che, per fronteggiare quella emergenza, nel 1974 il Comune installò le inferriate di protezione,

che tuttavia non riuscirono a sradicare completamente il fenomeno.

Descrizione

Si tratta di una torre in muratura con una fondazione composta da una base in roccia selenitica (circondata da un portico in muratura) e una base in conglomerato. La struttura della torre si compone da una parte fatta di pareti in muratura a sacco a tre strati, con mattoni in corrispondenza dei paramenti di e un riempimento nella parte interna fatto di residui di mattoni, pietre e malta; e una seconda parte costituita da pareti di muratura piena. La struttura è dotata di una serie di rinforzi metallici sviluppati in due momenti diversi: 1706 e 1913.

Da sempre aperta al pubblico, un tempo con un custode fisso, dal 2014 la torre degli Asinelli è visitabile pagando un biglietto d'ingresso.

Al suo interno è possibile risalire le scale in legno fino alla sommità, percorrendo 498 gradini, per un'altezza di 97,20 metri. Dal terrazzo esterno del tetto si può ammirare il panorama dell'intera città a trecentosessanta gradi: si ricorda che la struttura pende verso Ovest per 2,23 metri, con un'inclinazione di 1,3° rispetto all'asse verticale che la rende la torre pendente più alta d'Italia. Il poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe descrive assai vividamente la vista offerta dalla terrazza in cima alla torre:

Al piano terra sono state ricollocate alcune botteghe di artigianato, per ricordare l'antica funzione commerciale di quest'area.

Dal 28 novembre 2015 la torre degli Asinelli e la vicina Garisenda sono illuminate da uno speciale sistema di luci, che ne permette la visione da ogni angolo di Bologna.

Ipotesi di ascensore

Nel 1888 l'Ingegnere Alessandro Ferretti propose di montare un ascensore all'interno della torre per rendere agevole la salita. Il Comune esaminò il progetto ma lo respinse per paura di danneggiare a livello strutturale l'edificio. Nel febbraio 1902 venne nuovamente presentato un progetto per sostituire le fatiscenti scale con un ascensore, ma ancora una volta il Comune diede esito negativo. Una terza proposta di installazione arrivò nel 1932, ma il Podestà rifiutò in quanto le scale erano state restaurate pochi anni prima. Un ultimo tentativo fu fatto nel 1991, ma anche questo venne respinto.

Leggenda sul nome

La storia della torre degli Asinelli è ricca di eventi curiosi, leggende e curiosità minuziosamente riportate dalle cronache di Bologna del tempo.

In primo luogo il nome stesso della torre è legato ad una antica leggenda, secondo la quale il nome è da attribuirsi a due asinelli che un lontano giorno si imbatterono in un campo con un baule pieno d'oro, rendendo così molto ricco il loro padrone. Poco dopo il figlio del fortunato contadino, si innamorò di una giovane fanciulla aristocratica e volle chiederla in sposa presentandosi dal padre di questa. Il matrimonio si sarebbe svolto a patto che il giovane fosse stato in grado di costruire una torre molto alta. La sfida, lanciata dal padre della fanciulla, metteva a dura prova il giovane in termini di forza e denaro e fu però vinta grazie al baule pieno d'oro ritrovato dai due asinelli. Una ipotesi molto verosimile è che la famiglia che ne rivendicò il possesso viveva trasportando la ghiaia del fiume Reno ai cantieri edili della città, utilizzando dei carretti trainati per l'appunto da piccoli asini.

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Palazzo dell’Archiginnasio

Palazzo italiano · Bologna

Palazzo dell’Archiginnasio

L'Archiginnasio di Bologna è uno dei palazzi più significativi ed importanti della città di Bologna: costruito dall'architetto Antonio Morandi detto "Il Terribilia", è ubicato nel cuore del centro storico; fu sede dell'antica Università ed è ora della Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio.

== Storia ==

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Edificazione

La costruzione dell'Archiginnasio data dal XVI secolo, quando l'area di Piazza Maggiore fu drasticamente ristrutturata per volere papale, negli stessi anni in cui fu costruita tra l'altro anche la fontana del Nettuno.

La realizzazione dell'Archiginnasio fu commissionata da papa Pio IV per mezzo del cardinale legato Carlo Borromeo e del suo vice Pier Donato Cesi che assegnarono il progetto ad Antonio Morandi, il quale terminò il lavoro di costruzione tra il 1562 e il 1563. Obiettivo del progetto era la realizzazione di un luogo unitario dove svolgere gli insegnamenti universitari relativi alle diverse discipline, prima di allora dispersi tra sedi e luoghi diversi.

L'Archiginnasio rimase sede dello Studium bolognese fino al 1803, quando fu trasferita a Palazzo Poggi, dove si trova tuttora.

Trasferimento dell'Università

A partire dal 1838 è sede della Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio, la più grande dell'Emilia-Romagna, che conserva importanti testi nelle discipline storiche, filosofiche, politiche, letterarie, artistiche, biografiche e bibliografiche, una sviluppata sezione dedicata alla cultura bolognese e circa 35.000 manoscritti ed incunaboli.

Bombardamenti del 1944

A seguito dei bombardamenti aerei alleati del 1944 che avevano inflitto ingenti danni all'edificio, partì una campagna di restauro che durò dal 1948 al 1959. Del patrimonio dei circa 7000 stemmi ne risultarono superstiti circa 6000.

Descrizione

Il palazzo è strutturato su due piani con porticata anteriore e cortile centrale a doppio ordine di logge. Al centro del cortile, di fronte all'ingresso, si trova la Cappella di Santa Maria dei Bulgari, che deve il suo nome a una chiesa che sorgeva in "curia Bulgari", cioè presso le case del celebre giurista Bulgaro.

Tra le emergenze storiche principali si annovera il teatro anatomico, costruito su progetto di Antonio Levanti nel 1637. Questo era una sala a forma di anfiteatro dedicata allo studio dell'anatomia, costruita in legno d'abete, con soffitto a cassettoni e decorata con statue, restaurata nel secondo dopoguerra dopo che i bombardamenti alleati del 1944 l'avevano pesantemente danneggiata. È caratterizzato da una cattedra, dove sedeva il professore, sovrastata da un baldacchino retto da due statue di uomini nudi e privati della pelle, detti "Gli spellati", opera settecentesca di Ercole Lelli. Le numerose statue che decorano le pareti rappresentano medici dell'antichità e della contemporaneità, in busto se ritenuti figure minori, a figura intera se considerati eminenti luminari. Le due statue principali, alla destra dell'entrata, raffigurano Ippocrate e Galeno, rispettivamente il più importante medico greco e il più importante medico romano. Una statua interessante, sulla parete opposta alla cattedra, raffigura un medico che regge in mano un naso: si tratta del bolognese Gaspare Tagliacozzi, considerato il precursore della rinoplastica.

Al piano superiore del palazzo sono collocate anche le antiche sale di studio dei Legisti (diritto civile e diritto canonico) e degli Artisti (filosofia, medicina, matematica, scienze fisiche e naturali). Le rispettive aule magne sono la Stabat Mater e la Sala di Lettura dell'odierna Biblioteca Comunale. La Sala dello Stabat Mater venne così chiamata a ricordo della prima esecuzione nazionale dell'omonima opera di Gioachino Rossini tenutavi il 18 marzo 1842 con la direzione di Gaetano Donizetti. Sia i Legisti che gli Artisti disponevano di dieci aule, ma quelle dei Legisti erano tutte disposte lungo il corridoio principale.

A testimonianza della lunga storia universitaria del palazzo è rimasto il più vasto complesso araldico murale al mondo, composto attualmente da circa 6000 (in origine erano oltre 7000) stemmi studenteschi e iscrizioni in onore dei professori. Il complesso fortunatamente si salvò dalla distruzione ingiunta dal governo repubblicano nel 1797 e in parte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

A testimonianza del prestigio delle famiglie che frequentarono l'Università, tra gli oltre 6000 stemmi si distinguono le insegne di illustri casati del territorio bolognese, come i Bentivoglio, i Pepoli, i Biancuzzi e i Malvezzi, che contribuirono alla vita politica e culturale della città.

Galleria d'immagini

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Palazzo Bentivoglio

Edificio storico · Bologna

Palazzo Bentivoglio

Il Palazzo Bentivoglio era un palazzo di Bologna.

== Storia ==

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Il palazzo della famiglia gentilizia bolognese Bentivoglio venne costruito, per volontà di Sante Bentivoglio, in strada San Donato a partire dal 1460 e fu successivamente portato a termine da Giovanni II. Venne chiamato anche Domus Aurea, perché i capitelli e i cornicioni della facciata erano ricoperti di oro zecchino.

L'edificio venne distrutto dalla furia popolare nella primavera del 1507. A deciderne la distruzione furono i nemici dei Bentivoglio. Del resto, anche papa Giulio II era convinto che bisognasse radere al suolo la dimora stessa dei Bentivoglio, se si voleva evitare il loro ritorno. Con la cacciata della famiglia dalla città, il Senato bolognese stabilì che qualsiasi stemma o segno della passata dominazione venisse cancellato. La distruzione del palazzo di strada San Donato fu però una grave perdita per la storia dell'arte italiana. Cronisti contemporanei e studiosi più recenti hanno cercato di ricostruire, sulla base di descrizioni spesso entusiastiche, l'aspetto della domus magna.

Oggi sull'area dove si ergeva il palazzo si trova il Teatro Comunale, alla destra del quale corre la via del Guasto che ricorda, nel nome, le macerie della residenza bentivolesca; nell'area retrostante, in cui si trovava il giardino, sorge oggi il moderno Giardino del Guasto, mentre la costruzione in fronte al Teatro, sul lato opposto della piazza, ospitava le Scuderie dell'antico palazzo. Poco oltre, in via Belle Arti, si erge la mole imponente di un nuovo Palazzo Bentivoglio. Esso fu fatto costruire, a partire dal 1551, da Costanzo Bentivoglio, discendente di un ramo collaterale (non dominante) della famiglia.

Descrizione

Secondo quanto riportato dai cronisti, la facciata principale che dava su via Zamboni misurava 30 metri, mentre i fianchi superavano i 140 metri di lunghezza. Al pianterreno erano situati gli appartamenti degli uomini di casa Bentivoglio, mentre al piano superiore si trovava l'appartamento di Giovanni, riccamente affrescato, e quello ugualmente sfarzoso di Ginevra e delle altre donne di casa. Le sale nobili del palazzo erano riccamente affrescate da noti artisti dell'epoca: nella loggia che dal terzo cortile metteva al giardino, Lorenzo Costa aveva frescato l'incendio di Troia, mentre Francesco Francia aveva decorato la stanza di Giovanni II con pitture che rappresentavano la storia di Giuditta e Oloferne.

Il palazzo ospitava anche guardie e armigeri, senza contare naturalmente le camere per gli ospiti, i magazzini e i depositi di armi.

Complessivamente l'edificio aveva 244 stanze e 5 vaste sale, dove i Bentivoglio ricevevano illustri personaggi e amici, davano feste e pranzi sontuosi.

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Palazzo Magnani

Edificio storico · Bologna

Palazzo Magnani

Il palazzo Magnani, indicato talvolta come Palazzo Magnani Salem, è un palazzo edificato a Bologna nel XVI secolo dalla famiglia Magnani.

== Storia ==

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La costruzione ebbe inizio nel 1577 per volere di Lorenzo Magnani e a seguito della sua investitura senatoriale, e fu affidata all'architetto Domenico Tibaldi, morto nel 1583 e successivamente sostituito da Floriano Ambrosini.

Il palazzo fu ereditato nel 1797 dai Guidotti, che lo vendettero nella seconda metà del diciannovesimo secolo ai Malvezzi Campeggi, di cui porta ancor oggi lo stemma sulla facciata.

Nell 1959 il palazzo divenne sede del Credito Romagnolo e successivamente della banca Unicredit.

Nel 1997 il palazzo fu oggetto di un importante restauro.

Il palazzo è tutelato dal 1909-1910.

Descrizione
Facciata
Interno

All'interno, il salone del piano nobile (o sala senatoria) si adorna di un ampio fregio affrescato con le Storie della fondazione di Roma, eseguito tra il 1590 e il 1592 da Ludovico, Annibale e Agostino Carracci: in 14 riquadri sono narrate le storie di Romolo e Remo entro una illusionistica cornice di finto marmo bianco che sorregge mirabili statue dipinte a monocromo e putti reggifestoni.

Di pari importanza è il camino monumentale, realizzato su disegno di Floriano Ambrosini e ornato dalle statue di Marte e Minerva, plasmate da Gabriele Fiorini, sovrastate dalla rappresentazione dei Ludi lupercali di Annibale Carracci.

Cortile

Nel cortile interno, di fronte all’ingresso, una nicchia del loggiato ospita la statua di Ercole Priapo, altra opera di Gabriele Fiorini raffigurante il volto di Lorenzo, senatore e committente del fregio dei Carracci.

Quadreria di Palazzo Magnani

Il palazzo conserva una notevole quadreria, prevalentemente di scuola bolognese, dal Cinquecento al Settecento.

Nella Collezione d'arte Unicredit si segnalano il San Vincenzo in adorazione della Vergine di Ludovico Carracci, due dipinti del Guercino (La Trinità e Lucrezia), L'apparizione a Santa Francesca Romana di Alessandro Tiarini, La cena del ricco epulone di Luca Giordano (1663), Mosè e il serpente di bronzo e Due pastorelle di Giuseppe Maria Crespi.

Sono presenti inoltre dipinti di Domenico Maria Canuti, Dosso Dossi, Tintoretto, Prospero Fontana, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi ed Ennio Morlotti.

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Due torri

Complesso edilizio · Bologna

Due torri

12th-century buildings in Bologna, Italy

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orto botanico di Bologna

Orto botanico · Bologna

orto botanico di Bologna

L'Orto Botanico di Bologna è un giardino botanico gestito dall'Università di Bologna. Si trova in via Irnerio, all'interno della terza cinta muraria cittadina.

== Storia ==

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Fondato nel 1568 da Ulisse Aldrovandi, il giardino è uno dei più antichi d'Europa, in Italia quarto dopo quelli di Pisa, Padova e Firenze. Sebbene le prime iscrizioni ad indicare un giardino di erbe medicinali a Bologna risalgano al 1365, il giardino che abbiamo oggi nasce dalla proposta del botanico Luca Ghini (1490-1556), che ha poi lasciato l'incarico per creare l'Orto botanico di Pisa, ed è diventato realtà grazie al suo successore Ulisse Aldrovandi (1522-1605). Questi primi giardini erano situati nel Palazzo Pubblico, in un cortile vicino all'odierna Sala Borsa, ma una parte venne trasferita nel 1587 in un sito più grande presso Borghetto San Giuliano (oggi Porta Santo Stefano), con una superficie di circa 5000 m². Nel 1653, sotto la direzione di Bartolomeo Ambrosini, il giardino contava un catalogo di circa 1500 specie.

Nel 1740 tutto il giardino viene trasferito a Porta Santo Stefano, a cui segue nel 1745 la costruzione di un ibernacolo, dove vengono mantenute le piante esotiche durante l'inverno. Alcune serre neoclassiche sono state aggiunte nel 1765, su progetto di Francesco Tadolini, e ancora si trovano in via San Giuliano. Una palazzina dell'orto botanico a San Giuliano conserva nel frontone un anemoscopio o "orologio a vento", probabilmente l'unico a Bologna, opera di Luigi Fabbri.

Nel 1803 il giardino è stato spostato nella sua posizione attuale. Il giardino ha subito un periodo di grave trascuratezza nei primi anni del Novecento, quando era stato coperto da un fitto bosco naturale, e nel 1944 i bombardamenti distrussero l'Orangerie di epoca napoleonica del giardino. Dalla fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, il giardino è stato gradualmente ristrutturato.

Dopo anni di manutenzione ordinaria, ad aprile 2023 è iniziato un importante cantiere per la riqualificazione del percorso museale-espositivo e didattico-scientifico, sulla base del progetto previsto fin dal 2018 e promosso da Sistema museale di Ateneo - Unibo, Comune di Bologna e QN - Il Resto del Carlino, con il sostegno di Intesa Sanpaolo.

Strutture

Il giardino di via Irnerio contiene circa 5.000 campioni rappresentanti oltre 1.200 specie diverse. Il suo sito è più o meno rettangolare, di circa 2 ettari di estensione, con le seguenti caratteristiche principali:

Giardino frontale - soprattutto alberi, tra cui Albizia julibrissin, Ginkgo biloba, Ilex aquifolium, Liriodendron tulipifera, Metasequoia glyptostroboides, e anche Musa basjoo, Phyllostachys viridis, e una fontana.

Giardino posteriore - la ricostruzione di una foresta di latifoglie tipiche locali, con serre, l'Orto dei Semplici, collezioni tematiche (compresi quelli di piante alpine e piante carnivore), e la foresta.

Foresta - Carex pendula, Corylus avellana, Equisetum telmateia, Hedera helix, Lonicera xylosteum, Populus alba, Salix purpurea, Sambucus nigra, ecc.

Laghetto / Zone umide.

Serre tropicali - Bromeliaceae e orchidee, caffè, palme, spezie e piante medicinali, e vegetali di interesse economico.

Serra piante grasse - circa 5.000 esemplari di piante succulente dal Centro e Sud America, Africa, Madagascar e Isole Canarie.

Serra piante carnivore - piante carnivore dei generi Drosera, Pinguicola e Utricularia.

Orto dei Semplici - un giardino di erbe tradizionali, organizzato secondo gli usi più comuni delle piante.

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Biglietto
Ingresso libero
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Palazzo Poggi

Edificio storico · Bologna

Palazzo Poggi

Palazzo Poggi è situato in via Zamboni 33 a Bologna ed ospita la sede centrale dell'Università di Bologna nonché il rettorato della stessa.

== Storia ==

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Eretto tra il 1549 e il 1560, fu la sontuosa abitazione di Alessandro Poggi e del fratello cardinale Giovanni Poggi. All'interno è decorato con gli affreschi di Pellegrino Tibaldi, il quale secondo alcuni fu il progettista del Palazzo (secondo altri fu Bartolomeo Triachini). Al pianterreno un'aula è stata dedicata al poeta Giosuè Carducci, l'"Aula Carducci" in cui il poeta tenne lezioni di lingua e letteratura italiana per 40 anni, e sempre a piano terra è situata la "Sala dell'Ercole" in cui è presente la statua dell'eroe mitologico scolpita da Angelo Piò nel 1730.

Nel Settecento fu aggiunta al Palazzo la monumentale "Aula Magna", ovvero la biblioteca originale dell'Istituto delle Scienze, la prima biblioteca pubblica di Bologna, aperta nel 1756. Tra il 1712 e 1725 fu innalzata la Torre della Specola quando il Palazzo divenne sede dell'Istituto di Scienze e della collegata Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna. Dentro il Palazzo sono inoltre presenti numerosi musei universitari (Museo di palazzo Poggi, Museo della Specola, Museo Europeo degli Studenti), il rettorato, la Biblioteca universitaria di Bologna e la "Quadreria" con oltre 600 pregevoli ritratti, la cui raccolta fu iniziata nel 1754.

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collegio di Spagna

Edificio storico · Bologna

collegio di Spagna

Il Collegio di Spagna, fondato dal cardinale Egidio Albornoz (1310-1367) come Domus Hispanica, anche conosciuto come Reale Collegio Maggiore di San Clemente degli Spagnoli e Reale Collegio di Spagna, è un collegio universitario per studenti spagnoli istituito in epoca medievale presso l'Università di Bologna, certamente il più famoso tra i ventiquattro fondati fra il XIII e il XVII secolo. È il più antico collegio al mondo aperto a studenti stranieri, erede del fenomeno delle nationes nella tradizione dell'Università medievale, ed è anche l'unico, di tale tipo, sopravvissuto nell'Europa continentale (altri esempi sono resistiti solo nel Regno Unito).

È un ente privato che non riceve sovvenzioni pubbliche. L'istituzione gode dei privilegi che derivano dal suo status di extraterritorialità e anticipa la formazione politica della Spagna già nel 1364.

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L’organo di governo del Collegio, in via esclusiva, è la sua Giunta di Patronato, a norma degli Statuti del 1919, che riconoscono la volontà del fondatore, Egidio Albornoz (1310-1367), come statuto fondamentale dell’Istituzione e la condizione del capo del lignaggio (o casata) Albornoz come Presidente "ad perpetuam" della Giunta di Patronato. Il Sig. Iván de Arteaga y del Alcázar, marchese di Ariza e Armunia, è attualmente il Patrono e Presidente della Giunta di Patronato del Collegio, essendo capo del lignaggio (o casata) Albornoz. La Giunta di Patronato è composta da cinque membri: il Presidente è il Patrono "ad perpetuam"; l’arcivescovo di Toledo; un rappresentante del Re di Spagna; uno del Ministero degli Affari Esteri; e, infine, un rappresentante degli ex collegiali. Particolare rilevanza riveste quest’ultimo in quanto il Cardinale Albornoz, nel suo testamento, nomina legatari i collegiali che partecipano al governo dell’Istituzione tramite un loro rappresentante.

Storia

Il cardinale Egidio Albornoz nel 1360 liberò Bologna dal dominio tirannico di Giovanni da Oleggio e fece edificare a sue spese un collegio per studenti spagnoli. Il collegio fu voluto dal cardinale Egidio Albornoz per ospitare studenti fuori sede dello Studium bolognese e fu costruito fra il 1365 e il 1367 grazie al suo lascito testamentario (29 settembre 1364), nel luogo dove sorgevano le antiche case della famiglia guelfa Delfini (Dalfini), già Del Priore/Priori.

Il collegio fu preso a modello per quelli che saranno costruiti in seguito per svolgervi funzioni analoghe, nell'Università di Salamanca, come il Colegio Viejo (o Colegio Mayor de San Bartolomé) del 1401, e quelli che sorgeranno in altre università spagnole fra il XV e il XVI secolo.

Il Collegio ha vissuto momenti molto difficili durante i quasi sette secoli di storia (guerre, cambiamenti politici, tempi di crisi…), ma sempre è riuscito a superarli. Nel 1715 il Rettore e i collegiali chiesero al Senato di poter riaprire il Collegio, rimasto chiuso durante la guerra di successione. Nel 1796, con l'invasione francese, un decreto di Napoleone ne stabilì la soppressione e l'11 aprile 1812 tutti i suoi beni furono avocati e poi venduti. Anche all'inizio del XX secolo il Collegio si è trovato in gravi difficoltà a causa di un assedio attuato nei confronti dell’Istituzione: un serio tentativo di confisca e presa di controllo dei suoi beni, che mise a rischio la sua salvezza. Fortunatamente, l'istituto benefico fu salvato da Joaquín Ignacio de Arteaga y Echagüe, duca dell'Infantado e marchese di Ariza e Armunia, Almirante di Aragona, ecc.., erede del lignaggio albornoziano, il quale esercitò coraggiosamente la sua veste di erede dell’Albornoz.

Fra gli studenti di rilievo che il collegio ha ospitato vi sono Antonio de Nebrija, Antonio Agustín, Hernan Nuñez de Toledo, Pedro Belluga, Antonio Bernabéu, Ignazio di Loyola, Pietro d'Arbués, Miguel de Cervantes e Juan Barahona.

Nel 1530 vi fu ospitato Carlo V d'Asburgo per quattro mesi, in occasione della sua incoronazione a imperatore (avvenuta nella basilica di San Petronio).

Premio Europa Nostra

Il Collegio ha ricevuto nel 2012 il “EU PRIZE FOR CULTURAL HERITAGE” da Europa Nostra, riconosciuta come “the most representative heritage organisation in Europe with members from over 40 countries” per la seguente motivazione: “There could hardly be a finer example of our shared European heritage: a medieval college for Spanish students in an Italian university – the oldest university in the World – using the Italian motif of a loggia around a courtyard, reminiscent of the collegiate architecture of England or France. The Jury admired the beauty and detail of this meticulous restoration, especially of the frescoes, and the courage and determination shown in sustaining both momentum and funding over such a long period”.

Architettura

Progettato da Matteo di Giovannello (detto il Gattapone), il collegio è strutturato su due piani con un cortile centrale porticato - attorno al quale sono distribuiti i locali - che conduce alla Chiesa gotica di San Clemente.

Le camere degli studenti si affacciano sulla parte esterna, con struttura fortificata provvista di merli. La facciata esterna fu successivamente rimodellata in stile rinascimentale. Questa struttura di difesa del territorio privato rende chiaro lo scopo del collegio: avere una relativa autosufficienza rispetto alla città. I collegiali seguivano persino alcuni corsi dentro il collegio "donde se leen las Cathedras, una de Theologia, otra de Canones, otra de Leyes".

Il palazzo ha un pregevole portale del 1525, opera di Andrea da Formigine.

Nel portico era presente un affresco di Annibale Carracci in pessime condizioni di conservazione.

Vi sono inoltre due affreschi di Bartolomeo Ramenghi (detto anche Bartolomeo da Bagnacavallo) mentre quello di Camillo Procaccini, contenuto nell'abside della cappella di san Clemente fu distrutto nel 1914.

Nella cappella è presente un pregevole polittico di Marco Zoppo.

Nel 2011 è terminato un lavoro di restauro durato oltre trent'anni, che ha eliminato le superfetazioni "falso gotiche" e ha restituito pregevoli affreschi. Notevole la "Madonna dell'umiltà" dipinta alla fine del Trecento da Lippo di Dalmasio.

Attività istituzionale

Esso rappresenta l'unico collegio medievale che sia sopravvissuto come tale nell'Europa continentale.

Nel XX e XXI secolo, il Real Colegio de España en Bolonia è gestito come istituzione privata che non riceve sovvenzioni e contributi pubblici di alcun tipo. Ospita studenti dottorali selezionati nelle università spagnole con un concorso su basi meritocratiche: i beneficiari dell'ospitalità del collegio sono conosciuti nel mondo accademico iberico come «bolonios». L'istituzione svolge anche attività accademica e culturale, tra cui seminari e congressi, oltre a concerti di musica ed eventi sociali.

All'interno del Collegio è ospitata una biblioteca in cui sono custoditi anche numerosi codici miniati, resi disponibili in riproduzioni digitali ad alta risoluzione.

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palazzo Malvezzi Campeggi

Edificio storico · Bologna

palazzo Malvezzi Campeggi

Il Palazzo Malvezzi Campeggi è un palazzo rinascimentale situato in Via Zamboni 22, all'angolo sud-ovest con via Marsala, nel centro di Bologna. Si trova di fronte alla Basilica di San Giacomo Maggiore e appena a nord-est di Palazzo Magnani. Attualmente ospita la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna.

== Storia ==

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La costruzione del palazzo iniziò a metà del Cinquecento su una vecchia struttura appartenuta in precedenza a Giovanni II Bentivoglio. Gli architetti erano Andrea Marchesi, detto Il Formigine, e suo fratello Giacomo. Fu venduto all'antica e nobile famiglia Malvezzi.

Il piano nobile fu progettato solo nel XVIII secolo. Il cortile rimase danneggiato durante la seconda guerra mondiale e l'intero palazzo fu restaurato negli anni settanta e ottanta del Novecento a cura della Soprintendenza ai beni artistici e storici di Bologna.

Descrizione

Il cortile interno presenta i tre ordini di colonne sovrapposte: doriche, ioniche e corinzie, con medaglioni raffiguranti i principali imperatori romani. Dal cortile interno si accede al piccolo cortile detto di Ercole, che prende il nome da una grande statua di Ercole scolpita da Giuseppe Maria Mazza, scenograficamente visibile dall'ingresso.

Il piano nobile fu affrescato da Carlo Lodi e Antonio Rossi.

Alcuni degli affreschi esaltano le prodezze militari dei componenti la famiglia Malvezzi, tra cui Emilio Malvezzi, che combatté per il re Sigismondo II di Polonia. Gli stucchi di Carlo Nessi collegano i simboli araldici delle famiglie Malvezzi e Campeggi, uniti nel 1707 dal matrimonio di Matteo Malvezzi e Francesca Maria Campeggi. Altre stanze furono decorate da Vittorio Bigari, Gioacchino Pizzoli e Giovanni Benedetto Paolazzi.

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Palazzo Fava

Edificio storico · Bologna

Palazzo Fava

Palazzo Fava, conosciuto anche come Palazzo Fava-Ghisilieri, è un palazzo storico di Bologna, sito in via Manzoni 2. Ospita il Palazzo delle Esposizioni, con il suo Caffè Letterario Carracci Fava.

== Storia ==

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La famiglia Fava ne entrò in possesso nel 1546 ma il palazzo è di epoca molto precedente. La struttura attuale prese forma nel Rinascimento, con importanti restauri avvenuti sotto l'impulso di Filippo Fava, il quale aveva ricevuto una cospicua dote dalle sue nozze con Ginevra Orsi. Nel 1584 i Carracci, introdotti a Filippo Fava dal proprio sarto Antonio Carracci, padre di Agostino ed Annibale, vennero ingaggiati per decorare tre sale del piano nobile del palazzo con il fregio dedicato al mito di Giasone, di Europa e alcune storie tratte dall'Eneide.

Successivamente vi furono altri rimaneggiamenti per volontà del Conte Carlo Fava, ma fu a fine Settecento che, con la sciagurata volontà di "dar di bianco" alle pareti, si persero numerosi affreschi. Nello stesso periodo si effettuarono scavi archeologici che, probabilmente, hanno portato alla luce le due colonne in marmo di epoca romana situate all'entrata del palazzo.

Una volta estinto il ramo Fava-Ghisilieri, la proprietà passò alla famiglia Medica. L'edificio divenne poi sede dell'Istituto dei Beni Culturali e Naturali dell'Emilia-Romagna, mentre alcune sale, fra cui quelle contenenti l'affresco con il mito di Europa, divennero di proprietà del Grand Hotel Majestic (già Baglioni). Nel 2005 il palazzo venne acquistato dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, con l'intento di ristrutturarlo per realizzare un palazzo delle esposizioni della città.

Dopo il restauro del 2007, dal gennaio 2011 ospita eventi, mostre ed esposizioni.

Descrizione
Architettura
Interno
I cicli pittorici dei Carracci

Tre sale del piano nobile contengono importanti decorazioni ad affresco realizzate dai Carracci.

Palazzo delle Esposizioni

Dopo gli interventi di restauro, il 28 gennaio 2011 si inaugura Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni con una serie di mostre nei vari piani dei nuovi spazi espositivi, con opere tratte dalle Collezioni di Arte Moderna e Contemporanea della Fondazione Carisbo. L'iniziativa rientrava in un evento più ampio denominato Bologna si rivela e curato dal critico d'arte Philippe Daverio. In questa occasione le esposizioni del palazzo si mostravano organizzate in questo modo:

Piano terra: Le Collezioni di Arte Moderna e Contemporanea della Fondazione Carisbo

Piano nobile: Le Collezioni di Arte Antica della Fondazione Carisbo

Piano galleria: Bologna ieri e oggi. Come cambia una città

Biblioteca: Quando la Cina era lontana: 1904-1947

Il palazzo ha una superficie espositiva di 2.600 m² ed è parte del circuito Genus Bononiae. Musei nella Città, nato per iniziativa di Fabio Roversi Monaco, allora presidente della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.

Principali esposizioni temporanee

Il palazzo ospita regolarmente esposizioni temporanee. Fra esse si ricordano:

Tiziano Terzani Clic! 30 anni d'Asia. La mostra, a cura di Folco Terzani (30 giugno 2011 - 16 ottobre 2011).

I 1000 di Garibaldi, quelli che vollero inventare l'Italia (in occasione del 150º anniversario dell'Unità d'Italia), a cura di Philippe Daverio, Massimo Negri e Roberto Guerri (8 luglio 2011 - 20 ottobre 2011).

Quadri di un'esposizione. Pittura barocca nella collezione del maestro Francesco Molinari Pradelli, a cura di Angelo Mazza (21 giugno 2012 - 7 ottobre 2012).

Nino Migliori a Palazzo Fava. Antologica, a cura di Graziano Campanini (18 gennaio 2013 - 28 aprile 2013).

Arturo Martini. Creature, il sogno della terracotta, a cura di Nico Stringa (22 settembre 2013 – 12 gennaio 2014).

La ragazza con l'orecchino di perla. Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt. Capolavori dal Mauritshuis, a cura di Marco Goldin (8 febbraio 2014 - 25 maggio 2014). Con 342.626 visitatori, è stata la mostra più vista in Italia.

Max Klinger. L'inconscio della realtà, a cura di Paola Giovanardi Rossi e Francesco Poli (25 settembre 2014 – 11 gennaio 2015).

Da Cimabue a Morandi. Felsina Pittrice, a cura di Vittorio Sgarbi (14 febbraio 2015 - 30 agosto 2015).

Guido Reni e i Carracci. Un atteso ritorno, a cura di Sergio Guarino (5 dicembre 2015 - 13 marzo 2016).

Edward Hopper, a cura di Barbara Haskell (25 marzo 2016 - 24 luglio 2016).

Bologna dopo Morandi 1945-2015, a cura di Renato Barilli (23 settembre 2016 - 8 gennaio 2017).

Costruire il Novecento. Capolavori della Collezione Giovanardi, a cura di Silvia Evangelisti (23 febbraio 2017 - 25 giugno 2017).

Astrid Kirchherr with the Beatles, a cura di Kai-Uwe Franz (06 luglio 2017 - 09 ottobre 2017).

México. La Mostra Sospesa. Orozco Rivera Y Siqueiros (19 ottobre 2017 - 18 giugno 2018).

Sergio Vacchi. Mondi Paralleli, a cura di Marco Meneguzzo (28 settembre 2018 - 25 novembre 2018).

La Riscoperta di un Capolavoro, a cura di Mauro Natale, Cecilia Cavalca, Adam Lowe, Guendalina Damone e Factum Foundation (18 maggio 2020 - 15 febbraio 2021), che ha riunito per la prima volta tutti i pezzi superstiti del Polittico Griffoni.

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Museo d'arte moderna di Bologna

Museo d'arte moderna · Bologna

Museo d'arte moderna di Bologna

Il Museo d'Arte Moderna di Bologna (conosciuto anche con l'acronimo MAMbo) è un museo d'arte moderna e contemporanea di Bologna. Inaugurato nel 2007, ha sede nell’edificio storico dell’ex Forno del Pane. Dal 2012 ospita temporaneamente la collezione del Museo Morandi.

Il museo ha anche una sede esterna: Villa delle Rose.

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Storia

La storia del Museo d'Arte Moderna di Bologna è indissolubilmente legata alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna, istituzione che ha dato le origini all'attuale museo e sulla quale poggiano le basi della ricerca, del progetto e del dibattito culturale tuttora in evoluzione. È sede dell'Area Arte Moderna e Contemporanea del Settore Musei Civici Bologna.

Dalla donazione alla Galleria

La contessa Nerina Armandi Avogli nel 1916 donò al Comune di Bologna una prestigiosa villa situata nell'elegante quartiere Saragozza, Villa delle Rose, affinché vi venisse istituita “una galleria d'arte moderna”. Aperta al pubblico nel 1925, la Galleria esponeva principalmente opere del XIX secolo, per poi ri-orientarsi alla pittura novecentesca su impulso del direttore Guido Zucchini.

All'avvicinarsi del fronte di guerra a Bologna, tra il 1941 e il 1946 le opere vennero ricoverate in depositi e la Villa viene dapprima adibita ad ospedale e in seguito a comando militare.

Ripresa l'attività espositiva nel dopoguerra, il nuovo direttore Francesco Arcangeli, noto esponente della cultura bolognese, avviò un'importante campagna di acquisti di opere d'arte contemporanea. Nel 1969 il Comune deliberò il trasferimento della Galleria nel nascente quartiere fieristico. La nuova sede della GAM iniziò ad essere edificata nel 1970 su un progetto di Leone Pancaldi.

La sede nel Fiera District

Nel 1975 la GAM inaugurò la nuova sede in piazza della Costituzione, nel Fiera District. Il patrimonio della GAM fu sempre più incrementato, soprattutto nel 1991 quando la sorella di Giorgio Morandi, Maria Teresa, donò al Comune di Bologna un ingente numero di opere del fratello, trasferite due anni dopo al nuovo Museo Morandi, sede distaccata della GAM a Palazzo D’Accursio. Nel 1997 venne attivato all'interno della Galleria lo "Spazio Aperto", un luogo riservato alla sperimentazione e ad artisti emergenti.

La nascita di MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna

Il 5 maggio 2007 venne inaugurata la nuova sede in via Don Minzoni, a seguito di un importante progetto di recupero di un'ampia zona nel quartiere Porto, rinominata "Manifattura delle Arti", comprendente il Museo d'Arte Moderna di Bologna (nell'ex Forno del Pane), la facoltà del Dipartimento Musica e Spettacolo (nell'ex Manifattura Tabacchi), la Cineteca (nell'ex Macello) e il Cassero (nell'ex Salara).

A seguito degli eventi sismici del 2012, il Museo Morandi è stato anch'esso trasferito nell'ex Forno del Pane che ospita il MAMbo, in attesa di collocarlo in una sede autonoma già individuata, nello stesso distretto, nella Palazzina Magnani in via Azzo Gardino, acquistata dal Comune nel 2020 a questo scopo.

Il 1 gennaio 2013 la nuova Istituzione Bologna Musei riunisce tutti i musei civici della città. L'Istituzione raggruppa le sedi museali del Comune in sei diverse aree tematiche. All'Area Arte Moderna e Contemporanea afferiscono il MAMbo, il Museo Morandi, Casa Morandi, il Museo per la Memoria di Ustica e la sede espositiva di Villa delle Rose. Inizialmente la direzione dell'Istituzione Bologna Musei e dell'Area Arte moderna e contemporanea erano in capo alla stessa figura (Gianfranco Maraniello fino al 2015, Laura Carlini Fanfogna nel 2015 - 2016), ma nel 2017 i due ruoli vengono separati e la direzione dell'Area Arte Moderna e Contemporanea viene conferita, in seguito a una procedura selettiva pubblica, a Lorenzo Balbi, attuale direttore del MAMbo.

Dal luglio 2022 il museo è gestito dal Settore Musei Civici Bologna.

L'edificio
Dal panificio alle successive trasformazioni d'uso

Una prima sezione dell'edificio viene costruita nel 1915 dal Sindaco di Bologna Francesco Zanardi con la funzione di panificio comunale per assolvere alle difficoltà di approvvigionamento dei cittadini bolognesi nel corso della prima guerra mondiale. Negli anni quaranta del novecento lo stabile viene ampliato e ospita l’Ente Autonomo dei Consumi fino alla sua definitiva chiusura nel 1958. Nel corso degli anni l'edificio attraversa varie trasformazioni fino al definitivo recupero architettonico atto a trasformarlo in museo.

Il progetto di recupero

La trasformazione e la conversione del vecchio panificio nella nuova sede del MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna prende avvio nella seconda metà degli anni Novanta. Il progetto di recupero si attua attraverso il rispetto e la valorizzazione delle caratteristiche architettoniche preesistenti. Il restauro viene realizzato dal Comune di Bologna tramite la società Finanziaria Bologna Metropolitana con la collaborazione dello Studio Arassociati di Milano rielaborando un progetto ideato da Aldo Rossi.

La sede del MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna

A restauro ultimato l'Ex forno del Pane vede una distribuzione su tre piani. Nell'ampio ingresso al pian terreno si affacciano il Foyer e la Sala delle Ciminiere, completa degli originari camini del vecchio panificio, ora adibita a spazio per le esposizioni temporanee. Sono allo stesso piano Bar/Ristorante e il bookshop, accessibili entrambi anche dal portico esterno. Il livello più basso è condiviso dal Dipartimento educativo e dalla Sala Conferenze, interrati in un lato e con affaccio sul giardino del Cavaticcio e Manifattura delle Arti dall'altro. La Biblioteca-emeroteca d’arte contemporanea è raggiungibile al piano ammezzato. L'intero primo piano è riservato alle sale espositive della Collezione Permanente del MAMbo e del Museo Morandi. Negli altri piani trovano posto gli uffici, i depositi e le aree di servizio del museo. Il MAMbo è collegato esternamente al complesso della Manifattura delle Arti attraverso il giardino del Cavaticcio.

Collezione permanente

Le raccolte ereditate dal MAMbo si sono formate dalla fine del XVIII secolo grazie ai premi istituiti presso l'Accademia di Belle Arti e dal Comune e si sono accresciute nel corso del tempo con lasciti, donazioni, acquisti. Dall'apertura nel 2007, l'esposizione permanente propone al pubblico un’interpretazione dell’arte italiana attraverso la storia della GAM e le successive acquisizioni, dagli anni Cinquanta fino agli sviluppi più recenti. L'incremento del patrimonio ha ricevuto un notevole impulso, negli ultimi anni, grazie all'istituzione di premi banditi dal MIC, come Italian Council e Cantica21, che hanno permesso al MAMbo di acquisire numerose opere di artisti già molto noti o emergenti. Ulteriori integrazioni al percorso espositivo, che si articola in diverse aree tematiche, sono consentite da comodati concessi da soggetti privati. Tra gli autori rappresentati vi sono Lucio Fontana, Giorgio Morandi, Renato Guttuso, Enrico Castellani, Michelangelo Pistoletto, Vittorio Messina e Marco Bagnoli

Mostre temporanee

Nella Sala delle Ciminiere, si tengono spesso mostre temporanee dedicate in particolare alle nuove generazioni di artisti italiani e internazionali, ai media sperimentali. La Project Room, negli spazi della collezione permanente, ospita focus espositivi dedicati alle dinamiche artistiche del territorio bolognese e regionale e mostre di approfondimento su temi legati alle collezioni. Dal 2016 la sede esterna di Villa delle Rose ospita, oltre a collettive e monografiche organizzate in collaborazione con istituzioni straniere, le mostre degli artisti vincitori del progetto di residenza ROSE.

Altre attività

Il MAMbo è anche un luogo di sperimentazione, dove la ricerca artistica si intreccia con progetti educativi e di formazione. MAMbo organizza anche workshops e conferenze, per favorire l'interazione tra arte e pubblico e stimolare il dibattito sulla creatività e sulle sfide del mondo contemporaneo.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Don Giovanni Minzoni 14
Orari
Tu,We,Fr 12:00-18:00; Th,Sa,Su 12:00-20:00
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Galleria d'arte moderna di Bologna

Galleria d'arte · Bologna

Galleria d'arte moderna di Bologna

La Galleria d'arte moderna di Bologna è stato uno dei musei più importanti della città di Bologna fra il 1926 e il 2007, anno in cui è stata trasformata nel Museo d'arte moderna di Bologna e trasferita in una nuova sede.

== Storia ==

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Villa delle Rose

La galleria venne fondata nel 1926 ed ebbe come prima sede Villa delle Rose, un edificio donato al Comune di Bologna dalla contessa Nerina Armandi Avogli nel quartiere Saragozza, affinché vi venisse istituita "una galleria d'arte moderna". Al momento dell'apertura, la Galleria contava circa 160 opere, principalmente di pittura ottocentesca. Nel 1936 la collezione venne riordinata dallo storico dell'arte Guido Zucchini, il quale diede la priorità alle sole opere del Novecento, trasferendo 29 opere ottocentesche alle Collezioni Comunali d'Arte, da poco inaugurate a Palazzo D'Accursio.

Fra il 1943 e il 1946, a causa delle operazioni belliche della seconda guerra mondiale, le opere vennero ricoverate in depositi, mentre la Villa venne adibita ad ospedale e, successivamente, a comando militare, prima tedesco e poi alleato.

Dopo la Liberazione, la Galleria riaprì, sebbene inizialmente su di un solo piano. Nel 1959 venne nominato direttore il critico d'arte bolognese Francesco Arcangeli, che - assieme a Mario De Micheli e Antonello Trombadori - avviò una campagna di acquisti di opere d'arte contemporanea. Presto, grazie a numerose acquisizioni e donazioni, la collezione si ingrandì, tanto che già nel 1961 contava più di 2.000 opere. Ampio spazio venne accordato all'arte regionale, ma anche ad artisti italiani e stranieri di spicco, come Roberto Sebastián Matta, Renato Guttuso, Alberto Burri, Leoncillo Leonardi o Antoni Tàpies, testimonianza del fermento politico e intellettuale della Bologna di quegli anni. Nuove acquisizioni, in occasione della Biennale di Venezia del 1968, arricchirono la Galleria con opere di Gianni Colombo, Enrico Castellani, Bridget Riley e Giovanni Korompay, in linea con l'interesse di quel periodo verso le ricerche spaziali e ambientali.

La GAM nel Fiera District

Per problemi di spazio, nel 1969 il Comune decise di trasferire parte delle opere in un nuovo edificio situato nel nascente quartiere Fiera, in piazza della Costituzione, affidandone il progetto a Leone Pancaldi. La nuova sede della Galleria (o "GAM", come iniziò a essere chiamata) inaugurata nel 1975, aveva una superficie espositiva di circa 2.700 m² e ha ospitato sia la collezione permanente, le cui opere venivano esposte a rotazione, che mostre temporanee. Il direttore Franco Solmi venne affiancato da un nuovo Comitato Direttivo, con i suoi stessi poteri.

Il 1977 rappresentò uno spartiacque per Bologna e l'Italia in generale. In quella stagione, la città era attraversata da un'inedita e proliferante creatività, ma anche da eventi drammatici e repressione poliziesca. In questo contesto, arte e attivismo politico si riversavano negli spazi urbani, dando vita ai cosiddetti "happening". In sintonia con le istanze artistiche del momento, in quell'anno la GAM organizzò la Settimana Internazionale della Performance, presentando - sebbene in un ambito istituzionale - le più innovative esperienze di body art, azionismo e pratiche multimediali, dando spazio ad artisti quali Marina Abramović e Ulay, Gina Pane, Hermann Nitsch e Luigi Ontani.

Quando, nel 1987, la direzione venne assunta da Pier Giovanni Castagnoli, il Comitato Direttivo fu abolito.

Nel 1989 un'ulteriore espansione portò alla riapertura di Villa delle Rose come dépendance espositiva. Nel 1991 la sorella di Giorgio Morandi, Maria Teresa, donò al Comune di Bologna circa 120 opere del fratello, che confluirono nella preesistente collezione morandiana della GAM, per poi essere trasferita solo due anni dopo nel nuovo Museo Morandi.

La GAM di Bologna fu il primo museo italiano ad essere trasformato in Istituzione e dotata di un proprio Consiglio di amministrazione, nel 1995. Nel 1997, sotto la direzione di Danilo Eccher e con il contributo dell'Assessorato alla Cultura della Regione Emilia Romagna, nel 1997 venne creato all'interno della Galleria lo "Spazio Aperto", riservato alla sperimentazione artistica, a mostre di artisti emergenti e a fenomeni di forte attualità. Nel 2001, per volere del sindaco Giorgio Guazzaloca, la direzione passò al bavarese Peter Weiermair, fino all'arrivo, nell'aprile 2005, del napoletano Gianfranco Maraniello, nominato dal sindaco Sergio Cofferati.

Il trasferimento

Negli anni Duemila si decise di spostare nuovamente l'Istituzione, nel nascente polo culturale "Manifattura delle Arti" in una zona riqualificata del quartiere Porto. La GAM abbandonò così il complesso in piazza della Costituzione e il 5 maggio del 2007 venne inaugurata la nuova sede nell'ex Forno del pane di via Don Minzoni, cambiando la denominazione in Museo d'arte moderna di Bologna (MAMbo).

Attualmente, il MAMbo ha cinque sedi espositive: la sede centrale del Museo d'arte moderna di Bologna, Villa delle Rose, il Museo Morandi, la Casa Morandi e il Museo per la memoria di Ustica ed un patrimonio di oltre 3.500 opere d'arte moderna e arte contemporanea. Con l'apertura del nuovo museo in via Don Minzoni si affiancano a tali attività anche eventi musicali, spettacoli, film e incontri con gli artisti. Con i suoi 9.500 m² è uno dei musei italiani più importanti dedicati al contemporaneo.

Collezioni

La galleria era proprietaria di una collezione di scultura e pittura dal XIX secolo in avanti, con particolare riguardo alle correnti artistiche italiane del secondo dopoguerra, e comprende opere di Francesco Hayez, Salvatore Garau, Arnaldo Pomodoro, Alfredo Savini, Giorgio Morandi e molti altri, ora destinata al MAMbo.

Direttori

Guido Zucchini (? - ?)

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Francesco Arcangeli (1959 - 1968)

Carlo Volpe (1968 - 1971)

Franco Solmi (1972 - 1986)

Pier Giovanni Castagnoli (1987 - 1994)

Danilo Eccher (1995 - 2001)

Peter Weiermair (2001 - 2005)

Gianfranco Maraniello (2005 - 2015)

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Giardino della Montagnola

Parco cittadino · Bologna

Giardino della Montagnola

Il giardino della Montagnola è una delle più antiche e centrali aree verdi della città di Bologna, aperto per la prima volta nel XVII secolo.

== Storia ==

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La Montagnola è un rilievo artificiale formatosi dall'accumulo dei detriti del Castello di Galliera, posto nelle immediate vicinanze. Fino a tutto il Settecento fu essenzialmente un grande vuoto urbano. Qui, il 6 gennaio 1798 vennero solennemente tumulate su ordine diretto di Napoleone le salme di Luigi Zamboni e di Giovanni Battista De Rolandis; nel 1799, con l'arrivo degli austriaci, i resti vennero dispersi.

Nel 1805 su ordine dei francesi venne stabilito di destinarlo a giardino pubblico. La progettazione venne affidata a Giovan Battista Martinetti, che disegnò un impianto viario circolare. I lavori dei nuovi giardini saranno conclusi nel 1808.

Descrizione

È situato a nord del centro storico della città, adiacente alle mura dell'ultima cerchia, e sorge sui ruderi del palazzo costruito da Bertrando del Poggetto per ospitare il papa e la sua corte, successivamente distrutto a furor di popolo.

Vi si accede da un lato tramite la scalinata del Pincio, realizzato nel 1896 su progetto di Tito Azzolini e Attilio Muggia, alla cui base si trova una fontana scolpita da Diego Sarti e Pietro Veronesi; dall'altro lato, l'ingresso è posto su via Irnerio, di fronte a piazza 8 agosto, ai lati del monumento al Popolano.

All'interno del parco è collocata una vasca circolare costruita in occasione dell'Esposizione emiliana del 1888 contenente delle sculture di animali ad opera di Diego Sarti.

Nella piazza antistante, piazza VIII Agosto, e nella strada interna del parco, ogni venerdì e sabato si tiene un grande mercato chiamato "La Piazzola", conosciuto anche come "mercato della Montagnola".

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Ultimo aggiornamento il 30 agosto 2026