Bari

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Aprile, Maggio, Giugno, Settembre, Ottobre

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 13° 73 mm
Febbraio 14° 45 mm
Marzo 15° 75 mm
Aprile 18° 11° 39 mm
Maggio 22° 15° 51 mm
Giugno 27° 20° 36 mm
Luglio 30° 23° 17 mm
Agosto 30° 23° 29 mm
Settembre 26° 20° 50 mm
Ottobre 22° 15° 55 mm
Novembre 18° 12° 80 mm
Dicembre 14° 53 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Bari è un comune italiano di 315 921 abitanti, capoluogo della regione Puglia e dell'omonima città metropolitana. È la città più popolosa ad affacciarsi sull'Adriatico. Si tratta del nono comune italiano per popolazione.

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Guida pratica di Bari

6.618 parole scritte da viaggiatori, da Wikivoyage.

Da sapere

È il nono comune italiano per popolazione, terzo del Mezzogiorno dopo Napoli e Palermo e primo della regione. È il cuore di un'area metropolitana di circa 1.250.000 di abitanti. È famosa soprattutto per essere una delle porte d'uscita dall'Italia, da dove i viaggiatori partono con i traghetti per i paesi limitrofi. Le autorità cittadine, tuttavia, si stanno impegnando per valorizzare il suo profilo turistico e far conoscere il centro storico di Bari, che ha conservato la sua antica pianta medievale e custodisce numerosi edifici e siti storici. Il centro storico, cuore pulsante della Bari preromana e romana, è oggi un'area un tempo buia e pericolosa, ricca di bar e ristoranti alla moda aperti "dal tramonto all'alba".

Cenni geografici

La città si affaccia sul Mare Adriatico per una lunghezza di circa 40 km, fra i comuni di Giovinazzo, a nord, e Mola di Bari, a sud. Si estende in senso latitudinale per circa 13 km, partendo dalla zona portuale fino all'estremo quartiere Loseto a sud-ovest.

Cenni storici

La città presentava forti influenze greche e, una volta passata sotto il dominio romano nel III secolo a.C., acquisì importanza strategica come crocevia tra la strada costiera e la Via Traiana e come porto per i commerci verso est; da Barium partiva una diramazione stradale per Taranto. Il suo porto, menzionato già nel 181 a.C., era probabilmente il principale centro abitato in epoca antica, come lo è ancora oggi, e rappresentava un importante polo di pesca. Il primo vescovo di Bari di cui si ha notizia storica fu Gervasio, citato al Concilio di Sardica nel 347. I vescovi erano subordinati al Patriarca di Costantinopoli fino al X secolo.

Come orientarsi

La parte storica della città di Bari, detta Bari Vecchia dai suoi abitanti, è compresa all'interno delle antiche mura, ed è così denominata, a partire dal XIX secolo, in contrapposizione alla città nuova (la cui edificazione è iniziata a partire dal 1813 sotto il regno di Gioacchino Murat).

1 Piazza Mercantile — Nei fine settimana, nella piazza si tiene un mercato dove i contadini locali vendono i loro prodotti. Di fronte alla piazza si trova la sede del Consiglio dei Nobili di Bari (Cedile). Nella parte nord-orientale della piazza si trova la Colonna della Giustizia, dove i condannati (di solito debitori) venivano legati a una colonna e flagellati.

Quartieri

1 Bari Vecchia è situata nella penisola racchiusa tra i due porti di Bari (il porto vecchio e il porto nuovo), delimitata a sud da Corso Vittorio Emanuele. Presenta un intricato labirinto di strade con numerosi vicoli stretti e tortuosi. Ospita numerose chiese, tra cui le due più importanti: la Basilica di San Nicola e il Duomo. Questa parte della città può essere esplorata a piedi.

2 quartiere Murat — il centro pulsante della città, con strade a reticolo ortogonale. È delimitata a ovest dalla via Quintino Sella, a nord da Bari vecchia, a est da Corso Cavour e a sud dalla stazione. Nel XIX secolo rappresentò la prima grande espansione urbana di Bari ed è localmente conosciuto come "Centro". La sua pianta stradale a griglia rende l'orientamento molto agevole. Sebbene sia già una sfida esplorarlo interamente a piedi, le principali vie dello shopping, Via Sparano e Corso Cavour, si trovano vicino al centro storico. Qui, e nelle vie laterali, si trovano innumerevoli negozi indipendenti che offrono una vasta selezione di abbigliamento per tutte le tasche. Negli ultimi anni, molte attività commerciali di Via Sparano hanno lasciato il posto a grandi catene e marchi di lusso, determinando una certa uniformità rispetto alle vie dello shopping di altre grandi città.

3 Quartiere Umbertino

4 Quartiere Madonnella

Come arrivare

In aereo

L'1 aeroporto di Bari-Palese (IATA: BRI), intitolato a Karol Wojtyla, è situato a nord-ovest del centro, a una distanza di 8 km circa, nel territorio di Palese.

In auto

Da nord: provenendo dall'autostrada Adriatica , uscire allo svincolo Bari-Nord, seguire le indicazioni per la tangenziale di Bari in direzione Brindisi-Lecce-Taranto, imboccare la tangenziale di Bari .

Da sud: provenendo dall'autostrada Adriatica , uscire allo svincolo Bari-Sud, seguire le indicazioni per la tangenziale di Bari in direzione dello Stadio San Nicola, imboccare la tangenziale di Bari .

In nave

2 Porto di Bari. Traghetti collegano periodicamente, soprattutto durante la stagione estiva, Bari alle coste balcaniche e greche di Patrasso e Igoumenitsa. Se viaggiate con Eurorail in bassa stagione, il costo è di 16 €, in media stagione di 31 €. Un biglietto normale per Igoumenitsa costa circa 29 € sul ponte, sempre in bassa stagione. Ci sono anche traghetti per Antivari e Cattaro (Montenegro), Dubrovnik (Croazia) e per Durazzo e Valona (Albania). Le compagnie di navigazione sono Superfast Ferries, Blue Star Ferries e Jadrolinija. Un sito web aggiornato con gli orari dei traghetti internazionali è disponibile qui.

In treno

Bari è raggiunta dai treni Trenitalia Le Frecce, presso la 3 stazione di Bari Centrale in Piazza Moro, che coincide con il capolinea dell'autobus.

4 Stazione di Bari Parco Sud.

5 Stazione di Bari Ceglie-Carbonara.

In autobus

È possibile utilizzare la compagnia Onbus per viaggiare dalla Sicilia alla Puglia. Gli autobus Touring collegano la Germania alla Puglia.

Come spostarsi

Con mezzi pubblici

La città di Bari è servita da numerose stazioni ferroviarie la principale delle quali è la stazione di Bari Centrale situata in piazza Aldo Moro. Le Ferrovie Appulo Lucane e la Ferrotramviaria hanno proprie e distinte stazioni ferroviarie.

L'AMTAB gestisce i servizi di trasporto pubblico urbano via autobus (in passato erano operativi collegamenti per mezzo di filobus, in diverse zone della città è ancora possibile osservare la rete di fili).

Metropolitana

Nell'area urbana i servizi ferroviari sono organizzati su sei linee convergenti nella stazione di Bari Centrale, gestite da quattro diversi operatori, che costituiscono il servizio ferroviario metropolitano di Bari.

Ferrovie Nord Barese

4 linee, con capolinea in piazza Aldo Moro nella stazione Bari Nord, (gestita dalla società Ferrotramviaria) collegano il centro della città con il settore nord della periferia barese, l'aeroporto di Bari-Palese e i comuni di Bitonto, Corato, Terlizzi, Ruvo di Puglia, Andria e Barletta.

FR1 Ferrovia Regionale 1 Bari-Barletta (via Palese Macchie)

FM1 Ferrovia Metropolitana 1 Bari-San Paolo

FR2 Ferrovia Regionale 2 Bari-Barletta (via Aeroporto)

FM2 Ferrovia Metropolitana 2 Bari-Aeroporto-Bitonto

Autobus

La rete dell'AMTAB è composta da 34 linee urbane, 2 circolari e 5 navette Park & Ride che collegano le aree parcheggio al centro della città.

La tariffa minima, al costo di 1,20 € (giugno 2019), permette di viaggiare per 75 minuti su tutti i bus della rete fatta eccezione delle linee a servizio speciale (ad esempio le linee impegnate durante le manifestazioni presso la Fiera del Levante o gli eventi sportivi allo Stadio di San Nicola richiedono biglietti a tariffa speciale)

Il servizio autobusviario non gode di un'ottima reputazione poiché le vetture sono spesso sporche, affollate o usurate e le corse poco puntuali, tuttavia l'AMTAB offre collegamenti più frequenti e capillari del resto dei mezzi pertanto rimangono quelli più utilizzati.

In auto

Nella città sono presenti 5 park&ride gestiti da AMTAB, che con 1 € (giugno 2019) di biglietto consentono di parcheggiare e di usufruire del servizio bus navetta, al costo eventuale di 0,30 € (giugno 2019) nel caso di passeggeri diversi dal conducente dell'auto parcheggiata.

La città dispone di diversi parcheggi "Park & Ride", tra cui Vittorio Veneto (Nord), 6 Pane e Pomodoro (Sud) e Largo 2 Giugno (Centro-Sud). Con una tariffa giornaliera fissa (circa 1,00 €), l'autista riceve un biglietto di andata e ritorno per il bus navetta verso il centro città. I ​​passeggeri aggiuntivi pagano un piccolo supplemento (circa 0,30 €).

7 Parcheggio Piazzale Cristoforo Colombo.

8 Parcheggio Via Ruggero Il Normanno.

9 Garage Ceglie, Via Melo da Bari, 10/14. 4€ l’ora. Piuttosto caro come parcheggio.

10 Garage Vittoria, Via de Rossi, 10. Vengono lasciate le chiavi agli addetti.

Cosa vedere

La Provinciale Museo Pinacoteca, in cui sono esposti dipinti e opere d'arte dal XI al XX secolo. I quadri sono esposti nel palazzo della provincia. La basilica di San Nicola della chiesa normanna fu costruito nel XII secolo. Soprattutto i portali montati esternamente con le loro belle figure valgano la pena di vedere. Innumerevoli pellegrini visitano ogni anno le reliquie di San Nicola Santo, che sono alloggiate nella cripta a Bari.

Bari vecchia

1 Cattedrale di San Sabino, Largo San Sabino. Tra gli esempi più fulgidi del romanico pugliese, venne edificata a partire dal 1087 per ospitare le reliquie di san Nicola, che alcuni marinai baresi avevano traslato da Myra su ordine dei Normanni. Fu visitata da papa Urbano II nel 1089 per collocare le reliquie nicolaiane, e nel 1098 per il II Concilio di Bari. Oggi è un importante centro ecumenico, meta di pellegrinaggi di cristiani ortodossi provenienti specialmente dalla Russia che qui hanno fondato una cospicua e attiva comunità. Alla severa facciata a salienti, tripartita e affiancata da due torri campanarie, corrisponde un luminoso interno a croce latina commissa, nel quale spiccano il ciborio e la sedia episcopale dell'abate Elia e il monumento alla regina di Polonia Bona Sforza. Negli archivi della chiesa è conservato un celebre Exultet (codice miniato) anteriore al 1025 e contenente la liturgia del Sabato Santo.

2 Chiesa di San Nicola, Piazza San Nicola. Lun-Sab 6:30-20:30, Dom 6:30-22:30. La basilica fu costruita tra il 1087 e il 1197, durante la dominazione italo-normanna della Puglia, sul sito di una chiesa bizantina. Ricostruita negli ultimi decenni del XII secolo, in seguito alla distruzione della città ad opera di Guglielmo il Malo nel 1156. La costruzione della basilica è legata alle reliquie di San Nicola Taumaturgo, sepolto nel 343 a Myra (in Turchia). Nel 1087, mercanti italiani riuscirono a impossessarsi delle reliquie del santo e a trasferirle a Bari, dove fu proclamato patrono della città. Le reliquie del santo sono attualmente conservate a Bari e a Venezia. La cattedrale è una delle più maestose creazioni dell'architettura romanico-pugliese i cui elementi caratterizzanti si ritrovano nella facciata tripartita da lesene, nel esaforato del fianco sinistro, nelle testate del transetto. La chiesa presenta un'architettura quadrata, che ricorda un castello. Questa impressione è accentuata dalla presenza di due imponenti torri che incorniciano la facciata. L'interno è una navata delimitata su entrambi i lati da una fila di colonne e pilastri in granito. Il portale d'ingresso è decorato con intagli. Il portico del portale è sorretto da colonne poggianti su figure di tori; la lunetta presenta un rilievo del carro del sole e una figura trionfante che simboleggia Gesù Cristo. Il frontone è coronato da una sfinge alata. La basilica è ornata da decorazioni scultoree, alcune delle quali riprese da edifici bizantini più antichi. L'interno, con pianta a croce latina a tre navate, presenta un pulpito e un ciborio (considerato il più antico della regione) ricomposti con frammenti originari del XI e XIII secolo e ospita le reliquie di san Sabino e santa Colomba, l'icona della Madonna Odegitria e il rotolo dell'Exultet, anteriore al 1050. La cripta custodisce le reliquie di San Nicola. Dal 1969, in conformità con la politica ecumenica del Concilio Ecumenico Vaticano II, come segno di amicizia, rispetto e profonda unione con gli ortodossi, ai cristiani ortodossi è stato concesso il diritto di celebrare messa insieme nella cripta della basilica. Inoltre, una volta alla settimana (il giovedì), nella chiesa principale si celebrano funzioni religiose "secondo il rito bizantino-russo".

3 Chiesa di Sant'Anna, via strada palazzo di città (nella Giudecca, vicino al porto cittadino e alla Cattedrale). L'edificio risale all'XI secolo e all'epoca si trovava sulla via Franchigena, una delle più vivaci arterie dell'antica Bari. Si tratta di una chiesa di grande interesse architettonico per la commistione di culture ed etnie diverse legate alle vicende storiche della città. Fu costruita tra il 1246 e il 1247 come sinagoga, nota come "Scola Grande". Successivamente fu convertita in chiesa cristiana e affidata alla Confraternita di Sant'Anna. Infine, nel 2009, la chiesa è diventata un museo. La sua storia affonda le radici nell'antichità, quando in Puglia esisteva una significativa comunità ebraica, composta principalmente da commercianti e agricoltori. Durante l'Alto Medioevo, la cultura ebraica conobbe un'intensa crescita e in Puglia sorsero diverse scuole talmudiche. Rabbenu Tam le considerava istituzioni di grande prestigio, affermando: "Poiché da Bari esce la Legge e da Otranto la parola del Signore". Nell'XI secolo la Puglia passò sotto il dominio dei Normanni e, dopo un paio di secoli, degli Svevi, con Federico II, detto anche "Stupor Mundi", che protesse la comunità ebraica e concesse agli ebrei diritti in virtù della loro presenza in politica e della loro storia personale. Gli angioini, invece, ordinarono la conversione forzata della maggior parte degli ebrei al cattolicesimo e, quando Napoli e parte dell'Italia meridionale caddero in mano agli spagnoli nel 1510, la comunità ebraica fu completamente espulsa.

4 Castello normanno-svevo, Piazza Federico II di Svevia. Il Castello normanno-svevo sorse intorno al 1131 per volontà di Ruggero il Normanno. Reperti risalenti all'epoca romano-greca hanno indotto gli esperti a riallacciare l'esistenza della fortezza barese già ad epoche antiche. Nel 1156 Guglielmo I di Sicilia lo distrusse quasi completamente e Guido il Vasto, per volontà di Federico II di Svevia, si occupò della sua ricostruzione. Il possente e grandioso castello consta di due parti distinte: la prima comprendente il mastio, di origine bizantino-normanna e trasformato da Federico II tra il 1233 e il 1240, a pianta trapezoidale con due torri delle quattro originarie; la seconda che ingloba i baluardi a scarpata con torrioni angolari a lancia sul fossato che furono addizionati nel XVI secolo sui tre lati dalla parte terrestre. Il lato Nord, quello marittimo, conserva il portale ogivale (ora murato) e le graziose bifore della costruzione duecentesca. Ampliato nel XVI secolo, quando divenne dimora di Isabella d'Aragona, nel XIX secolo il castello venne prima adibito a prigione e successivamente a caserma.Al castello si accede dal lato sud, varcando il ponte sul fossato ed entrando nel cortile tra i baluardi cinquecenteschi e il mastio svevo, sulle cui torri e cortine costruite in bozze di pietra scura, si notano diverse monofore. Sul lato ovest un portale gotico scolpito immette in un atrio su colonne con volte a crociera, dal quale si passa nel cortile interno, quadrilatero, di impianto rinascimentale, assai rimaneggiato. In questo interno, sulla sinistra in un salone terreno è presente la gipsoteca all'interno della quale sono accolti numerosi calchi che ritraggono le più interessanti sculture architettoniche e decorative dei monumenti romanici di Puglia. Accanto, una interessante sala con volta a botte costolonata a sesto acuto, adibita ad archivio.Al piano superiore, nel lato meridionale del castello, vi sono vari ambienti ove è ubicata la Soprintendenza alle Gallerie. Il lato Nord ospita, in due ampie sale al piano superiore, i dipinti restaurati.

5 Fortino di Sant'Antonio, Lungomare Imperatore Augusto. Il Forte di Sant'Antonio abate fu eretto per scopi difensivi. La data di costruzione non è accertata; tuttavia talune fonti citano il forte a partire dal XIV secolo. Distrutto dai baresi nel 1463, fu ricostruito nel XVI secolo per volere di Isabella d'Aragona (1470-1524). Una graziosa statua lignea del santo a cui è dedicata la costruzione si trova in una cappella sotto l'androne. Unico giorno in cui la cappella è visitabile, è il 17 gennaio, giorno in cui viene aperta per celebrare cerimonie religiose. Nella cappelletta è inoltre degno di nota un quadro di autore ignoto raffigurante Sant'Antonio abate. I suoi spazi vengono attualmente utilizzati per eventi culturali, spesso molto interessanti.

6 Museo Archeologico di Santa Scolastica, Via Venezia 73 (alla fine della muraglia di bari), ☎ +39 080 0990882, museoarcheologico@cittametropolitana.ba.it. biglietto intero €5,00 biglietto ridotto €3,00. Lun chiuso Mar-Sab 09:00-19:00 Dom 09:00-13:00. Museo archeologico di Santa Scolastica, situato nella città di Bari. Istituito nel 1875 per poi essere aperto al pubblico nel 1890. Sono esposti vasi e opere di bronzo provenienti dalla regione Puglia. Il Museo Archeologico si trova nel Palazzo dell'università.

7 Chiesa di Santa Chiara, Via Santa Chiara. La chiesa sorge sul luogo della medievale chiesa di Santa Maria degli Alemanni o Santa Maria Theotonicorum. Nel 1429 passò alle Clarisse e nel 1539 subì una serie di rifacimenti. All'inizio del XVIII secolo fu ricostruita in veste barocca.

8 Chiesa di San Gregorio, Piazza San Nicola. Gratuito. Chiesa del XI secolo-XII secolo.

Palazzo de Gemmis. Palazzo ottocentesco dei Baroni de Gemmis, neoclassico. Sulla facciata è posta una lapide marmorea in ricordo di Giuseppe Garibaldi, accolto nel suo arrivo a Bari dal Barone patriota Nicola de Gemmis, primo Sindaco di Bari. Il Palazzo ospitò anche la raccolta del bibliofilo ing. Gennaro de Gemmis, fondatore della omonima biblioteca, la più ampia sulla storia della Puglia. Il Palazzo fu requisito per usi militari durante la Seconda guerra mondiale.

9 Museo civico di Bari, Strada Sagges 13, museo.storico@comune.bari.it.

10 Chiesa di San Marco dei Veneziani, Chiesa di San Marco dei Veneziani.

11 Chiesa di Santa Teresa dei Maschi.

12 Chiesa di San Domenico.

Chiesa di Santa Scolastica.

13 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù.

Chiesa della Vallisa.

Quartiere Murat

14 Palazzo dei magazzini Mincuzzi, via Sparano (all'angolo tra via Sparano e via Putignani). Nel cuore del quartiere Murat, Aldo Forcignanò elaborò nel 1923 uno spettacolare progetto con soluzione d'angolo per l'edificio, che mantiene tuttora chiare finalità commerciali. La facciata è un coacervo di colonne, lesene bugnate, capitelli ionici e mascheroni tra i quali si sviluppano le molte finestre. Gli interni, ricchi di decorazioni Liberty, sono dominati da un monumentale scalone e illuminati dalla cupola vetrata che sovrasta l'edificio. Sempre di proprietà della famiglia Mincuzzi, il palazzo è affittato al mega store del brand Benetton dal 2002.

15 Palazzo delle Poste e Telegrafi. L'architetto ministeriale Roberto Narducci nel 1931 scelse linee razionaliste per l'edificio, caratterizzato da una scalinata angolare che conduce a un portico dall'andamento curvilineo, speculare a quello delle prospiciente marciapiede. L'ingresso è sovrastato da una cupola lucernario che illumina un ampio vano circolare.

Quartiere Umbertino

16 Palazzo Atti, corso Cavour 24 angolo Via Cognetti. Della residenza privata, che sorge lungo il prestigioso Corso Cavour, fondamentale asse viario che separa l'originario quartiere Murat dal lungomare, salta all'occhio l'abbondanza delle decorazioni: ghirlande di fiori, motivi geometrici, persino un imponente gruppo scultoreo sulla loggia nobile al di sopra del portone principale. L'ingegner Ettore Patruno che ne curò il progetto nel 1915 intese così celebrare il trionfo dello stile eclettico in voga in quegli anni.

17 Albergo Cineteatro Oriente, corso Cavour (vicino al palazzo Atti). Accanto al palazzo Atti, tra il 1918 e il 1928 l'ingegner Orazio Santalucia progettò e diresse la costruzione di un edificio destinato a ricettività alberghiera e pubblici spettacoli, adottando un telaio in calcestruzzo sotto una decorazione eclettica. I solai con travi da 15 metri lo rendono tuttora un esempio notevole di quella tecnica, per l'epoca, innovativa.

18 Palazzo Stoppelli, Corso Cavour. Palazzo Stoppelli sorse nel 1919 con finalità commerciali e residenziali. Esso presenta i medesimi stilemi dell'albergo Cineteatro Oriente, con il quale condivideva progettista e committente.

19 Palazzo Fione-Saponaro, lungomare di levante. Eretto nel 1925 in prossimità del lungomare Nazario Sauro su progetto di Giovanni Logroscino, questa residenza privata si caratterizza per un'impronta classicheggiante, nella quale non mancano però elementi dell'eclettismo. I cinque piani della facciata bicroma sono ripartiti da paraste sormontate da capitelli corinzi. I parapetti dei balconi sono colonnine in muratura al piano nobile e maglie di ferro battuto con motivi floreali agli altri piani.

Palazzo Dioguardi-Durante. Costruito nel 1925 dall'architetto Saverio Dioguardi a scopo di residenza privata, il palazzo Dioguardi-Durante si trova in posizione angolare presso piazza Eroi del Mare. Tutti i cinque piani che compongono la facciata dalle morbide linee curve in stile eclettico si connotano per i balconi aggettanti e le ampie finestre affacciate verso l'Adriatico.

20 Palazzo Pollice. L'architetto Sabino Calderazzi adottò soluzioni razionaliste per la facciata di questa residenza privata posta ad angolo in pieno quartiere Murat. La mole dell'edificio, di ben sei piani, e l'uso di balconi arrotondati ne facevano al momento della costruzione (anni trenta del XX secolo) un elemento di spicco nel panorama urbano.

21 Palazzo dell'Acquedotto Pugliese, Via Salvatore Cognetti, 36. visita all'interno: Sab-Dom 10:00-12:00 (solo su prenotazione tramite il sito internet). Nel 1924 l'Ente Acquedotto Pugliese si dotò di una sede centrale, affidando a Cesare Vitantonio Brunetti un edificio in Via Cognetti, a poca distanza dal mare. L'imponente candida facciata bugnata che corre attorno ai quattro lati dell'edificio dona l'aspetto inespugnabile di una fortezza. Tuttavia, varcato l'accesso, si possono ammirare gli splendidi interni scaturiti in ogni minimo particolare dalla fantasia liberty di Duilio Cambellotti: il tema dominante è quello dell'acqua, che viene proposto nei grandi affreschi della Sala del Consiglio, nei pavimenti, negli intarsi in legno e madreperla degli oltre 140 mobili originari.

Caserma della milizia volontaria per la sicurezza nazionale. L'edificio fu costruito sul Lungomare Vittorio Veneto, a nord di Barivecchia, tra il 1933 e il 1937 su progetto dell'architetto barese Saverio Dioguardi. La lunga e simmetrica facciata, al centro della quale si innalza un torrino, mantiene tuttora lo stile architettonico dell'epoca fascista. Edificato come caserma della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, ospita attualmente un comando militare.

Quartiere Madonnella

22 Palazzo Colonna, Largo Adua. Il contrasto tra il bugnato della base e le tonalità pastello dei piani superiori connota l'ampia facciata del palazzo Colonna, sul lungomare Araldo di Crollalanza. Il torrino munito di orologio alleggerisce il profilo superiore dell'edificio, che fu costruito dall'architetto Vincenzo Bavaro nel 1925 per essere utilizzato a scopo residenziale e commerciale.

23 Palazzo Noli. La bicromia della facciata, a dominante bianca alla base e ocra ai volumi superiori, caratterizza questa residenza privata, costruita negli anni 1932-1939 in via Signorile su progetto dello stesso proprietario. La mole massiccia dell'edificio è ingentilita dal profilo a spioventi del piano attico.

24 Palazzo della Provincia di Bari, Lungomare Nazario Sauro. Nell'ambito del più vasto progetto di trasformazione monumentale del Lungomare Nazario Sauro a sud della città, l'Amministrazione Provinciale nel 1930 commissionò la progettazione della sua sede definitiva, alla quale parteciparono i più brillanti architetti della città coordinati da Luigi Baffa. L'edificio, terminato nel 1936, è caratterizzato dall'eclettismo che richiama l'architettura civile neomedievale. Al centro del basamento bugnato si aprono cinque grandi archi a tutto sesto che danno accesso ad un portico in marmo bicromo. Oltre i piani superiori, svetta in posizione asimmetrica una torre munita di orologio, allusione al campanile della Cattedrale, anch'esso visibile dal Lungomare Nazario Sauro. Danneggiato in maniera grave durante il secondo conflitto mondiale, oggi l'edificio ospita gli uffici e l'aula consiliare dell'Amministrazione Provinciale, la Pinacoteca provinciale di Bari e l'Archivio. Al piano terra si trova anche un bellissimo portico colonnato, sede di tanto in tanto di mostre temporanee, dominato da due enormi statue risalenti al dopoguerra.

25 Caserma Chiaffredo Bergia. Risalente anch'essa agli anni trenta, il palazzo è sede del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri della Regione Puglia. L'imponente facciata dell'edificio sul Lungomare Nazario Sauro, opera di Cesare Bazzani si compone di tre distinti corpi di fabbrica raccordati da un basamento continuo in pietra, e richiama in numerosi elementi le architetture militari.

26 Palazzo del Comando della III Regione Aerea, Lungomare Nazario Sauro 35-39, ☎ +39 080 5418111, fax: +39 080 5418587, aeroscuoleaeroregione3@aeronautica.difesa.it. Nel 1932 il Ministero dell'Aeronautica Militare commissionò a Saverio Dioguardi e Aldo Forcignanò il palazzo destinato ad ospitare il Comando della "Terza Regione Aerea". L'edificio occupa tre lati di un isolato e oppone la facciata al mare, sulla quale la lunga teoria di finestre prive di cornice è interrotta al centro da quattro pilastri in ordine gigante che superano in altezza il resto della facciata e simulano l'ingresso. Gli ingressi sono in realtà in posizione angolare, mimetizzati dai porticati sui quali si innalzano due torri svettanti.

Altre zone

27 Palazzo Fizzarotti, C.so Vittorio Emanuele II, 193. radicalmente ampliato negli anni 1905-1907 da Ettore Bernich e Augusto Corradini, si presenta come un imponente edificio in stile eclettico. Molti degli stilemi del romanico pugliese vengono fusi con diverse tradizioni architettoniche. La facciata, composta da tre piani in stile veneziano sui quali si apre un leggero loggione colonnato, è un omaggio alla liberazione della città occupata dai Saraceni compiuta dalla Serenissima nel 1002. Gli interni, accessibili mediante un suggestivo androne marmoreo, ospitano diverse decorazioni che richiamano l'epoca federiciana, allegorie delle attività economiche della Puglia e simboli esoterici. L'edificio oggi è adibito ad uso residenziale, ma ospita anche un centro polifunzionale con sale per esposizioni.

28 Liceo Ginnasio Orazio Flacco, BAPC13000V@istruzione.it. Costruito in epoca fascista su progetto di Concezio Petrucci, le linee razionaliste furono asservite alla celebrazione di Mussolini, a partire dalla pianta a corte interna che fu brillantemente resa a forma di M.

29 Ingresso monumentale della Fiera del Levante, Piazzale Vittorio Emanuele III. Tra le diverse realizzazioni architettoniche del quartiere fieristico della città, tutte realizzate in vista dell'organizzazione Fiera del Levante, l'ingresso monumentale conserva ancora integri i tratti originari del progetto del 1929 di Augusto Corradini. Si tratta di un'imponente costruzione simmetrica: due torri merlate insolitamente munite di bifore e trifore, stringono un ampio portale d'accesso che riecheggia un arco di trionfo della tradizione classica. L'affaccio sul lungomare Starita è significativo della originaria vocazione mediterranea della campionaria.

30 Chiesa di San Nicola (Chiesa russa), corso Benedetto Croce.

31 Sacrario dei caduti d'oltremare di Bari.

Cosa fare

1 Palaghiaccio, Via Caldarola 6 (uscita 14/A SS16 direzione Brindisi), ☎ +39 080 5461848, palaghiacciobari@hotmail.it. Lun-Ven 8€, Sab 10€, Dom 8/10€. Lun-Ven 16:30-24:00, Sab 17:00-01:00, Dom 16:30-24:00. Pista da pattinaggio sia a livello agonistico che per divertimento.

2 Acquapark, Via Caldarola 6, ☎ +39 080 5461291, acquaparkbari@libero.it. Parco acquatico perfetto per turisti e passare giornate divertenti.

Vita da spiaggia

Pane e Pomodoro, Lungomare A. Perotti. È la spiaggia urbana di Bari, ad accesso gratuito, che offre spazi esterni attrezzati, parco giochi e giardini, oltre che a un chiosco utile per una bibita fresca in una mattina afosa o per degustare una pizza sul bagnasciuga.

Torre Quetta, Lungomare Di Cagno Abbrescia. Un'altra spiaggia libera, aperta nel 2010, in cui predominano ciottoli e scogli. Sulla costa sono presenti altri piccoli chioschi adibiti a bar o rosticcerie, che danno poi spazio a serate in discoteca all'aria aperta. È presente anche un parcheggio a pagamento che consente l'accesso diretto al mare.

San Giorgio. Da questo lido, si possono raggiungere il villaggio turistico "Baia San Giorgio" o accedere a "Cala Pantano", foce di Lama San Giorgio. Il lungomare ospita due chiesette, esercizi commerciali e non possono certo mancare le pescherie, oltre che al piccolo "Lido San Giorgio".

Torre a Mare (Raggiungibile attraverso il servizio di trasporto pubblico urbano AMTAB). Offre due spiagge nominate dai baresi come "Due colonne" e "Bunker". Proseguendo lunga la costa si incontra il "Lido Azzurro", una spiaggia privata, e infine si avvia una schiera di calette sabbiose come "Cala Colombo", "Cala Settanni" e "Cala Sant'Andrea", fino a raggiungere Mola di Bari con la quale confina.

3 Lido San Francesco alla Rena, Via Giuseppe Verdi, 59 (Nella zona nord-ovest della città, con servizio AMTAB), ☎ +39 080 5341542. 8:30-19:00. Storico stabilimento balneare. Con una spiaggia di sabbia finissima che si estende per circa 400 metri, offre un ambiente ideale per famiglie, coppie e gruppi di amici in cerca di relax.

Eventi e feste

Bari International Film Festival (Bif&st). marzo. Si tratta di un festival cinematografico annuale che si tiene dal 2009.

Festa di san Nicola patrono di Bari. 6-8 maggio. Il Santo della città celebrato dalla chiesa cattolica è San Nicola. A Bari numerose masse si riuniscono la mattina presto (4:00) del 6 dicembre. Una grande folla e molte bancarelle ricoprono la vecchia città durante la notte. La città celebra la festa principale di San Nicola dal 6 all'8 maggio con ricostruzioni storiche, musica popolare e due giorni di gare d’artificio. Per questo evento molti pellegrini vengono da tutto il mondo.

1 Fiera del Levante (Fire du Levande in dialetto barese), Lungomare Starita, 4, ☎ +39 080 536 61 11, messaggi@fieradellevante.it. ingresso autorizzato solo se muniti di biglietto, che costa 3€; tuttavia dalle 19:30 alle 21:00 l'ingresso è gratuito per tutti. Lun-Ven 10:00-21:00, a settembre. Questa grande fiera ha raggiunto nel 2016 la sua 80 edizione, è una delle principali fiere italiane e del Mediterraneo. La fiera si svolge sempre nel quartiere di Marconi-San Girolamo-Fesca. Nel corso dell'anno il quartiere fieristico ospita circa trenta manifestazioni internazionali tra esposizioni, congressi ed eventi. La manifestazione principale è la "Campionaria di settembre". Il principale obiettivo dichiarato della fiera è l'internazionalizzazione dell'economia meridionale, contando su un mercato costituito dalle regioni del sud d'Italia, del sud est europeo, dei Balcani, del Medio Oriente e dell'Africa settentrionale. Nel corso degli anni sono sorte anche alcune interessanti iniziative collegate alla fiera; ad esempio, l'ingresso - già di per sé abbastanza economico - diventa gratuito se si arriva al quartiere fieristico in bicicletta, anziché usare i mezzi. A tale scopo il comune ha messo a disposizione da qualche anno delle biciclette pubbliche, noleggiabili in diversi punti della città in cooperazione con alcune associazioni che lavorano per una Bari più bike-friendly. I biglietti, necessari per l'ingresso in fiera, sono acquistabili all'entrata o tramite il sito Vivaticket.

Acquisti

1 Zafar Trading, Corso Italia 3, ☎ +39 329 792 6854. Lun-Ven 08:30, Dom 09:30-21:30. Supermercato di prodotti etnici e d'importazione, spesso affollato.

2 la Feltrinelli, via Melo da Bari, 119, ☎ +39 02 91947777, fax: +39 080 5207550. Lun-Sab 09:30-21:00, Dom 10:00-13:30 e 16:30-21:00. laFeltrinelli è una libreria dotata di poltrone dove sedersi per leggere. C'è anche un bar dove fermarsi.

3 Nike, Via Argiro 97, ☎ +39 0 238591453. Lun-Sab 09:00-20:30.

4 Zara, Via Sparano da Bari 58, ☎ +39 02 3828 7157. Lun-Sab 09:30-21:00, Dom 10:30-21:00.

5 Lush, Via Sparano da Bari, 34, ☎ +39 080 889 0532. Lun-Dom 10:00-20:30.

6 LEGO Store, Via Argiro 51, ☎ +39 080 472 9877. Lun-Dom 10:00-20:00.

7 Libreria Laterza, Via Dante Alighieri, 49/53, ☎ +39 080 521 1780, libreria@laterza.it. Lun-Sab 09:30-13:30 e 16:30-20:30. Libreria con vasta scelta di generi, per tutte le età, di proprietà della casa editrice con sede a Bari.

8 Footlocker, Corso Cavour 99/101, ☎ +39 080 521 1629. Lun-Dom 10:00-20:00.

9 OVS, Via Abate Giacinto Gimma 87, ☎ +39 080 850 3774. Lun-Dom 10:00-20:00.

10 Zucchero filato, Via Napoli 6, ☎ +39 347 800 1944. Lun-Ven 7:30-14:30 e 17:30-20:00. Negozio di dolci di ogni tipo.

11 Cartoleria Santacroce, Via Andrea da Bari, 30-32, ☎ +39 080 523 2228, santaxcarta@hotmail.it. Articoli per party e festività varie. Differenti tipi di carte e scatole. Altri articoli vari.

Dove mangiare

La cucina locale si basa su tre prodotti agricoli tipici della regione Puglia, ovvero grano, olio d'oliva e vino, ed è ulteriormente arricchita dalla grande varietà di frutta e verdura prodotte localmente.

La farina locale viene utilizzata per la produzione casalinga di pane e pasta, tra cui spiccano le famose orecchiette, note anche come recchietelle o strascinate, molto apprezzate accompagnate dalle cime di rapa, ma anche le chiancarelle e i cavatelli. Con l'impasto fatto in casa si preparano i calzoni ripieni di cipolle, acciughe, capperi e olive.

Panzerotti fritti con mozzarella, la famosa focaccia alla barese con pomodori, taralli salati, friselle e sgagliozze, fette di polenta fritte: tutto questo fa parte del ricco repertorio culinario barese.

Il minestrone di verdure, i ceci, le fave, la cicoria, il sedano e il finocchio vengono spesso serviti come primi piatti o contorni. I piatti di carne e il ragù barese tipico della zona includono spesso agnello e maiale.

La pasta al forno è un piatto di pasta al forno molto popolare a Bari e storicamente era un piatto domenicale, oppure un piatto consumato all'inizio della Quaresima, quando per motivi religiosi si dovevano utilizzare ingredienti più ricchi come uova e maiale. La ricetta prevede solitamente penne o altri formati di pasta tubolare simili, salsa di pomodoro, piccole polpette di manzo e maiale e uova sode tagliate a metà. La pasta viene poi ricoperta di mozzarella o formaggio simile e cotta in forno per ottenere la sua caratteristica consistenza croccante.

Altri cibi tipici includono patate riso e cozze e i famosi panzerotti.

Prezzi modici

1 Mozzarella e basilico, Piazza Giuseppe Massari, 8, ☎ +39 080 5227935. Lun-Dom 12:00-16:00 e 18:00-00:00. Pizzeria accogliente e di qualità. Prezzi coerenti. Personale disponibile.

2 Pizzeria Bari Napoli, Via Piccinni, 187/189, ☎ +39 080 9905452, info@barinapoli.it. Lun-Ven 12:45-15:45 e 20:00-02:00, Sab-Dom 20:00-02:00. Pizze farcite con ingredienti selezionati, in tanti gusti per una cena con gli amici, un pranzo veloce oppure una serata con tutta la famiglia.

3 Pasticceria Rex dal 1960, Corso Vittorio Emanuele II 146, ☎ +39 080 523 2296, pasticceriarex@tiscali.it. Lun-Sab 06:30-20:30, Dom 06:30-14.

4 Gelateria Gentile, Piazza Federico II di Svevia 33, ☎ +39 080 528 2779. Lun-Dom 11:00-01:00. Gelateria nella città vecchia.

5 Nagoya, via Principe Amedeo 162, ☎ +39 080 5210780. Lun-Dom 10:30-15:30 e 18:30-00:30.

6 Yogo, Corso Vittorio Emanuele II 9, ☎ +39 080 522 2074. Lun-Ven 17:00-02:00, Sab 17:00-04:00, Dom 17:00-03:00.

7 La Brace Accesa, Strada Tommasicchio 8, ☎ +39 328 358 1502. Lun-Ven 10:00-16.15 e 18:00-00:00, Sab-Dom 10:00-17:00 e 18:00-00:30.

8 Pizzeria La Rosa Dei Venti, Via Principe Amadeo 537, ☎ +39 080 579 7852. Lun-Sab 06:00-20:00 Dom aperto.

9 Caffè Meli (Bar Meli), Via Prinicpe Amedeo, 300-BARI, ☎ +39 0803217180. Lun-Ven 6:00-20:00. Caffè Meli è un luogo perfetto per iniziare la giornata con un caffè di qualità, rilassarsi con un aperitivo o trascorrere momenti piacevoli in compagnia. Atmosfera accogliente, ottimi drink e uno staff sempre a soddisfare ogni esigenza.

10 Pizza e Mare, Str. Detta della Marina, 16/B, 70126 Bari BA, ☎ +39 3289525304. Lun-Sab 20:00-23:30, Dom 12:30-15:30. Pizza e Mare è un ristorante situato a Torre a Mare, una località sul mare di Bari, che propone piatti tipici della cucina barese. Il locale offre un’ampia selezione di piatti tradizionali a base di pesce fresco e frutti di mare, accompagnati da pizze cotte nel forno a legna, preparate secondo la tradizione pugliese. Grazie alla sua posizione privilegiata e all’atmosfera accogliente, Pizza e Mare rappresenta una meta ideale per chi desidera gustare i sapori autentici della cucina barese con vista sul mare.

Prezzi medi

11 La Parilla De Juan, Piazza Mercantile 21, ☎ +39 080 524 5692. Cibo messicano.

12 Ai due Ghiottoni, ☎ +39 080 5232240, prenotailristorante@ai2ghiottoni.it. Prezzi elevati. Lun-Sab 12:00-15:30 e 19:00-23:00, Dom 12:00-16:00 e 19:00-23:00. Ristorante e pizzeria. Locale con servizio al coperto. Menu misto, prevalentemente a base di frutti di mare. Luogo accogliente per le famiglie e le coppie, inoltre adatto ad ogni preferenza alimentare.

Osteria del porto, Via Orfeo Mazzitelli, 258/A, ☎ +39 080 3324002. Lun-Dom 12:30-15:30 e 20:00-23:30. Ristorante a base di pesce. Consumazione sul posto - Da asporto - Consegna a domicilio. Gli orari o i servizi potrebbero variare.

13 Xuan, Via, Largo Adua, 10/14, ☎ +39 080 5739035, ristorantexuan@hotmail.com. 20/23€. Mar-Dom 12:30-15:30 e 19:30-23:50. Il luogo è accogliente e spazioso, pareti decorate in legno, tavoli presenti all'interno e anche all'esterno. Il menù comprende pietanze non solo giapponesi ma anche di origine orientale. Il menù è sia all you can eat che alla carta.

14 Ristorante l'aragosta, Largo Di Santo Spirito Cristoforo Colombo 235, ☎ +39 080 533 5427, ristorante.laragosta@libero.it. Mar-Dom 12:00-15:30 e 17:00-24:00. Spazio aperto e al chiuso, molto luminoso, con vista mare.

La Muraya Ristorante, Corso Vittorio Emanuele, 140, ☎ +39 080 986 4581, ristorantelamuraya@hotmail.com. Lun-Dom 13:30-15:00 e 19:45-23:00. La perculiarità di La Muraya Ristorante sono i piatti cucinati con pesce fresco locale.

15 Fabulà, Corso Vittorio Emanuele 9, ☎ +39 353 415 6005. Mar-Sab 12:30-15:30 e 19:30-23:30, Dom 12:30-15:30 e 19:30-24:00.

16 Jerome, Corso Cavour 197, ☎ +39 080 914 9298. EUR. Lun-Dom 07:00-21:00.

17 Alla Tortuga, Via Napoli 52, ☎ +39 320 303 8905. Lun-Dom 19:00-23:30.

18 Al pescatore, Piazza Federico II di Svevia, 6/7, ☎ +39 080 523 7039, info@alpescatorebari.com. Lun-Sab 13:00-15:00 e 20:00-23:00, Dom 13:00-15:00 e 20:30-23:00. Dall'entrata del ristorante si può scorgere la Cattedrale di Bari. Questo ristorante è famoso per l'eccellente qualità del pesce. C'è la possibilità di mangiare all'esterno.

19 Crema e Cioccolato, Strada Tommasicchio 12, ☎ +39 351 199 1045. Lun-Ven 8:30-23:30, Sab-Dom 9:00-00:00.

20 Pizzeria La Rosa Dei Venti, Lungomare IX Maggio,36, ☎ +39 080 534 8341. Lun-Ven 08:00-13.30 e 19:00-02:00, Sab-Dom 10:00-13:30 e 19:00-02:00.

21 La Uascezze, Vico Sant'Agostino 2/4 (Imboccare la stradina tra la sede della Croce Rossa e la Guardia di Finanza arrivando da Piazza Mercantile, girare a sinistra al primo arco), ☎ +39 080 523 6023. Lun-Dom 20-24. Ristorante di specialità tipiche a Bari Vecchia con ambiente rustico.

Come divertirsi

Spettacoli

1 Stadio San Nicola (a 3 km a sud del centro città). Il Bari SSC è retrocesso nel 2026 e ora milita in Serie C, la terza divisione. Il suo stadio, San Nicola ha una capienza di 58.000 posti.

Teatri

2 Teatro Kursaal Santalucia, Largo Adua, 5. Edificato nel 1924 dall'ing. Orazio Santalucia come residenza privata, questo edificio vicino al mare fu ben presto adibito dal progettista, che ne era anche proprietario, a sala per proiezioni. Le soluzioni formali della facciata come degli interni sono improntate al tardo Liberty, sebbene l'edificio si presenti rispettoso delle volumetrie compatte tipiche del quartiere Murat. In anni recenti Paolo Portoghesi ha riportato il Kursaal ai fasti di un tempo, preservandone le decorazioni interne originarie.

3 Multicinema Galleria, Corso Italia 15, ☎ +39 080 521 4563. Situato nel pieno centro di Bari vicino alla stazione, il cinema ha 7 sale più una all'aperto, l'Arena Quattro Palme.

4 Teatro Petruzzelli, Corso Cavour, 12, ☎ +39 080 975 2810, botteghino@fondazionepetruzzelli.it. È il teatro più grande di Bari, nonché il 4° più grande d'Italia. È stato costruito a partire dal 1902. È stato ricostruito in seguito ad un incendio avvenuto nel 1991.

5 Teatro Margherita, Piazza IV Novembre. Il Teatro Margherita è uno dei teatri storici della città di Bari, costruito nel 1914 da Francesco De Giglio. È stato oggetto di ristrutturazioni ed ha riaperto nel dicembre 2018.

6 Teatro Piccinni, Corso Vittorio Emanuele II, 84. Teatro storico, costruito da Antonio Niccolini nel 1854, fu inaugurato nel 30 maggio dello stesso anno. Ha una capienza di 785 posti e ha riaperto nel 2019, dopo un periodo di ristrutturazione.

Locali notturni

La vita notturna si concentra principalmente intorno alle due piazze, Piazza del Ferrarese e Piazza Mercantile e al Corso de Vittorio Emanuele II, ai margini del centro storico. Nei bar del centro storico, i cicchetti costano tra 1 e 1,50 euro, mentre una birra in bottiglia costa tra 1 e 2,50 euro.

7 Snooker Bowling, Via Giovanni Amendola, 112/A, ☎ +39 080 5542748. Lun-Sab 09:00-13:00 e 15:00-00:00, Dom 11:00-13:00 e 15:00-00:00. Locale accogliente, dove è possibile trovare una varietà di divertimenti, tra cui bowling, biliardo, ecc.

8 Fix it radio, Via Gaetano Salvemini, 10, ☎ +39 333 222 2412. Lun-Dom 20:00-03:00. Locale dove è possibile bere in compagnia cocktail e birre.

Dove alloggiare

Prezzi modici

Bari soffre della scarsità di alloggi economici. Ciononostante, le opzioni a basso costo disponibili sembrano tutte pulite e moderne, anche se forse un po' care rispetto al resto d'Italia.

1 Olive Tree hostel, Via Scipione Crisanzio, 90, ☎ +39 331 196 3949. €20. Wi-Fi, armadietti, colazione gratuita, proprietario cordiale.

2 B&B Cavour 124, Corso Camillo Benso Conte di Cavour, 124, ☎ +39 345 135 4782. Questo B&B è vicinissimo alla Cattedrale di Bari e il centro di Bari dista solo 1 km dalla struttura.

3 Room 110 Bari, Corso Cavour, 110, ☎ +39 345 135 4782. La camera 110 si trova vicino al centro di Bari, a pochi passi da Piazza Ferrarese.

Prezzi medi

4 B&B ApuliaBlue Apartments, Via Napoli 389 A (a Palese a circa 4 km dall'Aeroporto Karol Wojtyla), ☎ +39 338 440 9617. B&B e appartamenti situato a pochi metri da una spiaggia riservata. La struttura offre parcheggio privato interno e connessione Wi-Fi ad alta velocità gratuiti, oltre a una terrazza panoramica, un giardino attrezzato e un bar. Propone una ricca colazione a base di specialità locali e torte artigianali fatte in casa e mette a disposizione servizi benessere come massaggi e una navetta aeroportuale attiva h24. Le sistemazioni sono moderne, climatizzate, insonorizzate e dotate di TV a schermo piatto, minibar e macchina del caffè, con alcune camere che vantano un balcone con vista mare. Servizi extra: Noleggio biciclette e supporto per la prenotazione di tour ed escursioni

5 Hotel Boston, Via Nicolò Piccinni, 155 (A un isolato da Corso Vittorio Emanuele II, a dieci minuti dal centro storico), ☎ +39 080 521 6633. €90 doppia. Le camere sono spaziose ma piuttosto semplici. Colazione abbondante. C'è un piccolo supermercato di fronte.

6 Hotel Adria, Via Luigi Zuppetta, 10 (A 70 metri da Corso Cavour), ☎ +39 080 524 6699. Anche il centro storico e la Cattedrale di San Nicola sono molto vicini all'hotel.

7 Hotel Cristal, Via Gian Battista Trevisani, 190 (A 5 minuti a piedi dal centro di Bari.), ☎ +39 080 521 8467.

Prezzi elevati

8 Parco dei Principi Hotel & SPA, Via Vito Vasile, Prolungamento Viale Europa 6 (stazione "Europa" Ferrovie Nord-Barese), ☎ +39 080 539 4811, info@parcodeiprincipibari.it. Hotel a 4 stelle, situato a 1.5 km dall'Aeroporto Karol Wojtyla, offre parcheggio e connessione WI-FI gratuiti e spazi per conferenze con 10 sale riunioni insonorizzate al piano terra e al 1° piano. La struttura ospita un centro SPA e Benessere, che comprende una piscina coperta con idromassaggio, una palestra attrezzata, una sauna, un bagno turco, propone inoltre una colazione a buffet e 2 ristoranti in zona aperti sia a pranzo che a cena. Le camere sono luminose, insonorizzate e accoglienti adatte alle famiglie.

9 Grande Albergo Delle Nazioni, Lungomare Nazario Sauro, 7, 70121 Bari BA, ☎ +39 080 592 0111, frontoffice.nazioni@ih-hotels.com. Check-in: 15:00 - 8:00, check-out: entro le 10:00. Albergo a 5 stelle. Posto simbolicamente sul lungomare a guardare verso la costa orientale dell'Adriatico, la mole bianca dell'albergo costruito nel 1932, negli anni che seguivano l'inaugurazione della Fiera del Levante è caratterizzata da una soluzione planimetrica e volumetrica incentrata sulla simmetria angolare, sebbene l'edificio abbia uno sviluppo solo in una direzione. Si tratta delle realizzazioni più riuscite dell'architetto Alberto Calza Bini.

10 Hotel Terranobile Meta Resort, Via Bitritto, 101 (tangenziale di Bari - Uscita 10 A), ☎ +39 080 5053081, info@terranobile.it. Resort termale a pochi chilometri dal centro città, con centro benessere e piscine.

11 Hotel Oriente Bari, Corso Cavour, 32, ☎ +39 080 5255100, fax: +39 080 5255777, booking@orienteHotelbari.it. Check-in: 15:00, check-out: 10:00. Struttura a quattro stelle situata alle spalle del celebre Teatro Petruzzelli, nel centro storico, a pochi isolati dal mare; dispone di 75 camere suddivise tra doppie classiche, deluxe e suite, ampi spazi comuni, connessione internet, sale riunioni e da ballo e una terrazza panoramica. Disponibile anche per matrimoni ed eventi speciali.

12 The Nicolaus Hotel Bari, Via C.A. Ciasca, 27, ☎ +39 080 5682111, info@nicolausHotel.com. A 3,7 km dal centro storico di Bari. Alcune camere offrono una splendida vista sulla città.

13 Palace Hotel Bari, Via Lombardi, 3, ☎ +39 080 5216551, info@palaceHotelbari.it. A 1 km dal centro di Bari e a 0,6 km dalla Basilica di San Nicola.

Sicurezza

Bari Vecchia è un quartiere bellissimo, ma a causa delle vie strette e affollate e della presenza di turisti, è un luogo prediletto dai borseggiatori locali. A volte, di notte, si possono trovare persone ubriache nella zona della vita notturna.

Ospedali

2 Policlinico, Piazza Giulio Cesare, 11 (Bari), ☎ +39 080 5595164. Lun-Dom 00:00-24:00.

3 Ospedale San Paolo, Via Capo Scardicchio (Bari), ☎ +39 080 5843394. Lun-Dom 00:00-24:00.

Nei dintorni

Nei dintorni di Bari si possono visitare incantevoli cittadine come Matera, Gravina, Martina Franca e Alberobello. Trani (con la sua cattedrale davvero imponente), Molfetta e Giovinazzo a nord, mentre Mola di Bari , Polignano a Mare e Monopoli a sud sono più vicine a Bari e meritano sicuramente una visita.

4 Castel del Monte (10 km a sud di Andria e circa 40 km a sud-ovest di Bari), pm-pug.casteldelmonte@beniculturali.it. Il castello sorge su una collina e presenta una singolare pianta ottagonale (con un cortile ottagonale) e due piani. Gli arredi interni sono andati perduti, ma la ricchezza delle decorazioni può essere apprezzata dai portali, dalle colonne e dalle finestre in marmo ancora esistenti. Non è del tutto chiaro se il castello avesse una funzione difensiva o fosse utilizzato come residenza di caccia.

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Cosa vedere a Bari

  1. basilica di San Nicola
  2. parco nazionale dell'Alta Murgia
  3. cattedrale di Santa Maria Assunta
  4. Castello Normanno-Svevo
  5. Pinacoteca metropolitana di Bari
  6. Palazzo della Provincia
  7. sacrario dei caduti d'oltremare di Bari
  8. Ponte Adriatico
  9. Orto botanico dell'Università di Bari
  10. Museo archeologico di Santa Scolastica
Mappa di Bari con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

basilica di San Nicola

Basilica minore · Bari

basilica di San Nicola

La basilica di San Nicola, nel cuore della città vecchia di Bari, è un importante edificio di culto della Chiesa cattolica, tra i principali luoghi dell'ecumenismo tra le Chiese cristiane.

Costituisce uno degli esempi più significativi di architettura del romanico pugliese.

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Si tratta di una basilica pontificia, ossia il suo affidamento ad un determinato ordine religioso spetta direttamente alla Santa Sede. Questo nuovo status giuridico risale al 1929 (Patti Lateranensi), quando lo Stato italiano, incamerando tutte le proprietà della basilica, rinunciava alla "palatinità" (gestione diretta del re sulla vita del clero) e immetteva la Santa Sede in questa giurisdizione.

Nel 1951, ponendo fine all'istituzione del capitolo dei canonici che serviva nella chiesa dalla prima metà del XII secolo, la basilica fu affidata all'Ordine domenicano che ancora presta il suo servizio prestando una particolare attenzione agli aspetti ecumenici.

Storia

L'edificazione della basilica è legata alle reliquie di san Nicola, trafugate, almeno per la parte più consistente, da sessantadue marinai baresi dalla città di Mira, in Licia, e giunte a Bari il 9 maggio 1087. Le reliquie vennero ospitate provvisoriamente presso il monastero di san Benedetto retto dall'abate Elia, il quale promosse subito l'edificazione di una nuova grande chiesa per ospitarle. Fu scelta l'area che sino a pochi anni prima aveva ospitato il palazzo del catapano (governatore) bizantino, distrutto durante la ribellione per le libertà comunali e che Ruggero Borsa, figlio e successore di Roberto il Guiscardo, aveva donato l'anno prima all'arcivescovo di Bari Ursone. I lavori furono avviati a luglio dello stesso anno. Il 1º ottobre 1089 le reliquie furono trasferite nella cripta della basilica da papa Urbano II giunto appositamente a Bari.

La costruzione della basilica, della quale sono ravvisabili almeno tre fasi consequenziali, si concluse entro il 1197, anno a cui risale una pergamena che parla della Basilica già constructa. La lapide di consacrazione del 1197, che alcuni interpretano come fine dei lavori, era un atto devozionale dell'imperatore Enrico VI che, in suffragio del padre Federico Barbarossa, partiva per la Crociata chiedendo la benedizione di san Nicola.

Nel corso dei secoli la Basilica fu teatro di importantissimi eventi: nel 1098, non ancora ultimata, ospitò il Concilio di Bari II. Nel 1557 vi si tenne invece il funerale di Bona Sforza, regina consorte di Polonia e ultima duchessa di Bari, la quale riposa nel prezioso mausoleo addossato all'abside. Tra XVII e XVIII secolo fu soggetta a ingenti ristrutturazioni, che alterarono l'originario aspetto romanico e le diedero un aspetto barocco.

Fino al Concordato del 1929 la basilica era chiesa palatina come un altro grande centro spirituale pugliese, il Santuario di Monte Sant'Angelo; era cioè di patronato Reale ed esente dalla giurisdizione dei vescovi locali. Disponeva inoltre di un ingente patrimonio feudale, fino alle modifiche amministrative imposte dal nuovo Stato Italiano, in ultimo nel 1915.

Sul finire del XIX secolo l'area circostante la Basilica, fino ad allora transennata e appartenente al Capitolo Nicolaiano, fu acquisita dal Comune di Bari, che fece costruire delle case popolari addossate al corpo di fabbrica principale; questo comportò la perdita del finestrone absidale, il quale, seppur in seguito parzialmente recuperato, risulta oggi irrimediabilmente incompleto. La basilica ricevette inoltre importanti restauri tra il 1925 e il 1930 e ancora negli anni '50, durante i quali furono rimosse le sovrastrutture barocche, fu restaurata la cripta che conserva le reliquie del santo e fu ripristinato lo stile romanico pugliese. In occasione dell'ultimo restauro furono abbattute le case popolari, ripristinando l'aspetto originario degli esterni.

Nel 1968 Paolo VI elevò il tempio alla dignità di basilica pontificia promulgando la costituzione apostolica Basilicae Nicolaitanae, motivato dal contributo e "dall'impulso al movimento ecumenico".

Descrizione
Esterno

La basilica, considerata uno dei prototipi delle chiese romanico-pugliesi, sorge isolata a poca distanza dal mare; conserva tuttora l'aspetto di una massiccia cittadella circondata da una propria cinta muraria, il cui accesso originario si trovava in corrispondenza della Corte del Catapano, una loggia a esedra, unica rimanenza dell'antico palazzo catapanale, che si trova in corrispondenza della facciata posteriore.

La facciata principale, semplice e maestosa, è inquadrata tra due massicce torri campanarie mozze, di diversa fattura. La facciata è a salienti, tripartita da lesene e coronata da archetti; in basso si aprono tre portali: quello centrale, a baldacchino su colonne, è riccamente scolpito e decorato. Notevoli i buoi stilofori e la sfinge sulla cuspide del protiro. In corrispondenza dei portali sono tre finestroni, in corrispondenza di altrettante nicchie in cui un tempo erano alloggiate delle statue. L'ordine superiore è invece scandito da cinque bifore, in cima alle quali, poco sotto la cuspide, si trova un semplice rosone tondo. Molte decorazioni della facciata principale, specialmente quelle scultoree, sono di reimpiego e provengono dall'antico palazzo catapanale.

I fianchi della Basilica presentano profonde arcate cieche, al di sopra delle quali corrono loggette a esafore e due portali laterali. Tra essi spicca il cosiddetto Portale dei Leoni, così chiamato per via dei due leoni stilofori che lo fiancheggiano; ricchissima la sua decorazione, con motivi fitomorfi e animali fantastici. Di particolare pregio le due formelle ai lati dell'archivolto, rappresentanti la Mietitura e la Vendemmia, e soprattutto la scena a bassorilievo che si sviluppa sul bordo della lunetta in esso inscritta: essa rappresenta una scena di battaglia, che è stata interpretata come un episodio del Ciclo Arturiano. Questi elementi hanno permesso di mettere in correlazione il Portale dei Leoni con la Porta della Peschiera del Duomo di Modena.

Arcate cieche e bifore animano le alte testate del transetto e la parete absidale, ornata al centro da un grande finestrone. La decorazione originale, scalpellata negli anni '20 del XX secolo per permettere la costruzione di abitazioni popolari a ridosso dell'edificio, è stata ripristinata in tempi recenti, adoperando le rimanenze del materiale originale; notevoli i due elefanti che sostengono le colonne della strombatura, di ispirazione bizantineggiante, comparabili per fattura alla Cattedra di Ursone nella Basilica di San Sabino a Canosa di Puglia e, più in generale, agli stilemi di Acceptus.

Sul lato nord della Basilica è un cortile chiuso, un tempo riservato ai canonici: nella strombatura del portale che vi si apre permangono lacerti di affresco risalenti al XV secolo. Occorre infine notare che lungo le mura perimetrali sono visibili numerose epigrafi di vario genere; notevoli sono quelle in caratteri arabi, forse pertinenti a edifici costruiti nel periodo dell'Emirato di Bari, e soprattutto alcuni nomi propri di persona: la tradizione vuole che si tratti di quelli dei 62 marinai che trafugarono il corpo di San Nicola, e che si trovino in corrispondenza delle loro tombe o di monumenti a loro intitolati. In realtà è più probabile che si tratti di clerici, benefattori della Basilica o di segnaposto che indicavano le bancarelle di mercanti e banchieri: l'intera area, un tempo suddivisa in quattro grandi cortili, veniva infatti concessa dal Capitolo a venditori ambulanti e cambiavalute. A riprova di questa ipotesi c'è la presenza di un cubito per le misurazioni a ridosso del portale principale, e analoghe iscrizioni sulle pareti perimetrali della vicina cattedrale, ov'è riportanto anche il mestiere dei dedicatari.

Interno

La basilica presenta uno sviluppo planimetrico a croce latina commissa; per un effetto ottico sembra avere uno sviluppo longitudinale. L'interno si presenta oggi in forme sobrie e solenni in seguito ai restauri del XX secolo, durante i quali furono eliminati gli innesti tardobarocchi e gran parte delle decorazioni scultoree e pittoriche ritenute non pertinenti al periodo romanico. La pianta è suddivisa in tre navate da dodici colonne di spoglio, sei per lato, con le prime quattro binate. Il ritmo della navata centrale, con copertura a capriate, è scandito da tre arconi trasversali, aggiunti nel XV secolo in seguito a un terremoto che aveva reso pericolante l'intera costruzione. Mentre i primi due si impostano sulle prime quattro coppie di colonne binate, l'ultimo arcone è retto da due massicci pilastri compositi, posti circa a metà della navata stessa.

Sulle navate laterali si impostano i matronei, scanditi da trifore. Il soffitto a capriate presenta una copertura in legno intagliato e dorato, nella quale sono incastonati dei riquadri dipinti nel XVII secolo da Carlo Rosa, raffiguranti episodi della vita di san Nicola.

Tre solenni arcate, impostate su graziose colonne, dividono la navata centrale dal presbiterio. A ridosso dell'abside centrale, degno di nota è il pavimento con tarsie marmoree e con motivi orientaleggianti dei primi decenni del XII secolo assieme alla vigorosa sedia episcopale marmorea del 1105, nonché il monumento funebre di Bona Sforza, regina di Polonia e duchessa di Bari, opera di scultori del tardo Cinquecento.

Nell'altare dell'abside destro è presente un trittico di Andrea Rizo da Candia del XV secolo; nella parete retrostante sono resti di affreschi trecenteschi. Sulla destra il ricco altare di San Nicola, in lamina d'argento sbalzato del 1684. Nell'abside sinistro campeggia una pala d'altare raffigurante la Madonna col Bambino in trono e i santi Giacomo, Ludovico, Nicola di Bari e Marco, sovrastata una cimasa in cui è rappresentato Cristo in pietà fiancheggiato dai santi Gregorio e Francesco, eseguita da Bartolomeo Vivarini nel 1476.

Ciborio

L'altare maggiore è sormontato da un ciborio del XII secolo, detto di Eustazio dal nome del suo committente, realizzato nell'XI secolo e considerato il più antico in Puglia. Quattro colonne di marmo antico, le antistanti in breccia rossa, le posteriori in breccia viola, sostengono il baldacchino, composto da due tiburi piramidali a base ottagonale sovrapposti, sorretti da due serie di colonnine con articolati capitelli. L'elaborato riprende un motivo romano, affermando in tal modo esplicitamente richiami al classicismo. Splendidi sono i capitelli che concludono le colonne databili del terzo decennio del XII secolo. Quelli anteriori recano figure angolari di angeli, quelli posteriori sono ornati, uno da pròtomi di ariete e uccelli, l'altro da motivi vegetali.

Sul bordo corre un'elegante epigrafe; al centro della stessa era incastonata una preziosa placca smaltata raffigurante San Nicola che incorona un re normanno. La placca, oggi sostituita da una copia, è conservata nel vicino Museo Nicolaiano.

Cattedra dell'abate Elia

All'interno della basilica è conservato uno dei maggiori capolavori scultorei del romanico pugliese: una cattedra episcopale realizzata al termine dell'XI secolo.

La cattedra è ubicata dietro al ciborio, al centro del presbiterio e del mosaico che la riveste. Caratterizzata da un'ornamentazione molto curata, operata in parte a niello, ha il sedile elegantemente traforato negli alti braccioli, sostenuto da espressive figure in altorilievo e a tuttotondo, i telamoni. Sul dorso ci sono due leonesse intente a sbranare due uomini.

Da un'iscrizione posta sul retro del sedile, che lega l'opera alla figura dell'abate Elia, arcivescovo di Bari e Canosa, si è fatto risalire il lavoro agli anni tra il 1098 e il 1105. Se tale datazione fosse accertata, la cattedra costituirebbe uno dei primi lavori del romanico pugliese. In realtà l'opera è da collocarsi più probabilmente nella prima metà del XII secolo per la vitalità e la maturità dei rilievi.

Cripta

Due scaloni al termine delle navate laterali conducono nella cripta triabsidata, vasta quanto il transetto e sostenuta da 26 colonne abbellite da capitelli romanici. Sotto l'altare centrale della cripta riposa il corpo di san Nicola. Una delle absidi laterali è destinata al culto ortodosso. Vi sono, inoltre, 36 campate con le corrispondenti volte a crociera. La zona dell'altare dove riposano le reliquie del santo è rivestita da un ricco mosaico pavimentale realizzato con materiali provenienti da diverse aree geografiche. Nell'angolo vicino all'ingresso di destra si trova la cosiddetta colonna miracolosa legata al culto di san Nicola. Appena oltre questo ingresso si trova la tomba murale dell'Abate Elia, la cui placca a bassorilievo è in realtà la facciata di un sarcofago del III o IV secolo raffigurante dei filosofi togati. Al di sopra di essa, un'iscrizione dell'XII secolo esalta le virtù del defunto.

Il 21 maggio e il 28 luglio 2017, per la prima volta negli ultimi nove secoli alcune reliquie di San Nicola il Taumaturgo da Bari sono state (temporaneamente) traslate in Russia, a Mosca e a San Pietroburgo.

Cappella delle reliquie

In fondo alla navata destra, a ridosso della controfacciata, si apre una piccola aula rettangolare, talvolta impropriamente citata come l'antico battistero della Basilica; essa, ricavata in realtà durante i lavori del XII secolo, ospitava in realtà le sepolture dei canonici di san Nicola. Negli anni '50 del XX secolo essa fu riadattata per l'esposizione del tesoro, una collezione di preziosi oggetti donati al Capitolo da ospiti illustri, comprendente vasellame, ostensori, reliquiari, paramenti sacri e dipinti databili a un periodo compreso tra XIV e XX secolo. A partire dal 2010, il tesoro è stato trasferito nel vicino Museo nicolaiano; a far data da quel momento, la cappella ospita preziose reliquie di proprietà della Basilica. Tra gli oggetti in esposizione, vi sono le rimanenze della cassetta di legno in cui furono originariamente deposte le spoglie di san Nicola.

I cristiani ortodossi a Bari

San Nicola di Myra, che da secoli riposa nella basilica omonima, è uno dei santi maggiormente venerati fra i cristiani ortodossi, soprattutto tra gli appartenenti alla Chiesa ortodossa serba.

La basilica rappresenta uno dei pochi luoghi frequentati contestualmente da fedeli appartenenti a diverse confessioni cristiane. Dopo la fine dei regimi comunisti e la conseguente apertura dei paesi dell'Europa dell'Est al turismo e ai rapporti con il mondo estero, ha rappresentato uno degli snodi privilegiati del turismo legato ai pellegrinaggi religiosi.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Lago Abate Elia 13
Orari
Mo-Sa 06:30-20:30; Su 06:30-22:00
Come arrivare
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parco nazionale dell'Alta Murgia

Area protetta · città metropolitana di Bari

parco nazionale dell'Alta Murgia

Il parco nazionale dell'Alta Murgia, abbreviato in PnAM, è un parco nazionale istituito nel 2004 situato in Puglia, nelle province di Bari e di Barletta-Andria-Trani. La sede amministrativa del Parco è a Gravina in Puglia, in Via Firenze n. 10.

Da settembre 2024 fa parte del sistema di geoparchi mondiali UNESCO.

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Storia

L'ente Parco nazionale dell'Alta Murgia è stato istituito mediante il decreto dal Presidente della Repubblica il 10 marzo 2004.

Territorio

Il parco ha un'estensione di 68.033 ettari. Si estende nella parte più elevata dell'altopiano delle Murge di nord-ovest.

Coincide con una parte della più estesa zona di protezione speciale istituita per proteggere la steppa a graminacee, habitat del falco grillaio (sito di importanza comunitaria).

Punti d'interesse

Tra le principali attrazioni del parco va annoverato Castel del Monte, uno dei più famosi castelli del meridione italiano nonché patrimonio dell'umanità.

Il parco presenta attrazioni di diversi tipi:

Le miniere di bauxite in località Murgetta in territorio di Spinazzola;

Il castello svevo di Gravina in Puglia;

Il museo erbario di Ruvo di Puglia

Il parco comunale Robinson con l'annessa pineta di Gravina in Puglia;

La pineta Galietti di Santeramo in Colle;

Il bosco Mesola di Cassano delle Murge;

La pineta comunale Lagopetto di Grumo Appula

la foresta Mercadante nel territorio di Cassano delle Murge e di Altamura

la grotta di Lamalunga, una cavità che ospita l'Uomo di Altamura uno scheletro di uomo di Neanderthal vissuto 150 mila anni fa. Nella stessa grotta sono stati ritrovati reperti faunistici datati tra i 500 e i 400 mila anni fa.

la cava dei dinosauri, ad Altamura, dove nel 1999 sono state ritrovate circa trentamila orme di dinosauri che ne fa il giacimento più ricco al mondo;

il Pulo di Altamura, rappresentante la più grande dolina carsica del territorio, a circa 6 chilometri a nord della città di Altamura;

il Pulicchio di Gravina, una dolina carsica molto estesa, a 10 km dall'abitato di Gravina in Puglia;

la Grave di Faraualla, un profondo inghiottitoio di origine carsica nel territorio di Gravina in Puglia;

il parco archeologico di Botromagno e Padre Eterno di Gravina in Puglia;

la gravina di Gravina in Puglia: dove nascono le gravine della Basilicata e dell’arco ionico tarantino;

la necropoli di San Magno a Corato;

la grotta di Santa Maria degli Angeli a Cassano delle Murge;

particolari sono gli jazzi, costruzioni rupestri utilizzate durante i periodi di transumanza, frequenti soprattutto nel territorio di Andria, Gravina, Ruvo, Minervino e Spinazzola.

Comuni

Ne fanno parte i comuni di:

I dati sono aggiornati al 01/01/2016

Gestione amministrativa
Presidenti

Cesareo Troia - da maggio 2017 (Vicariato)

Cesare Veronico - dal febbraio 2012 a febbraio 2017

Francesco Tarantini - da luglio 2019 a luglio 2024

Flora

La vegetazione dell'Alta Murgia cambia a seconda della zona. Questo habitat è un susseguirsi di formazioni rocciose, fitti boschi e vaste distese steppiche. In queste praterie rocciose ritroviamo alberi tipici della vegetazione mediterranea quali il cipresso comune e il pino d'Aleppo (frutto di rimboschimenti), oltre ad aree più o meno estese di querceto.

Nei boschi della Murgia oggi si ritrovano perlopiù esemplari di roverella, fragno, la quercia spinosa, il leccio, il cerro il farnetto e quercia della Palestina. In compenso sono molto diffuse specie di erba bassa e media nelle aree steppiche, come l'asfodelo la ferula la stipa e le numerose specie di orchidee dei generi Serapias, Orchis e Ophrys. Di recente scoperta è la specie Ophrys murgiana..

Il sottobosco è ricco di piante come il caprifoglio, il biancospino, il pungitopo, il cisto e il mirto, lentisco e ilatro. Sulle rocce è facile trovare le piante di cappero, coi loro bei fiori, oltre a piante aromatiche quali la pianta del rosmarino e dell'origano. La vegetazione arboreo-arbustiva caratterizzante i pascoli naturali è costituita dall'asparago, il noce, il fico, il mandorlo, il ramno, il nespolo, il prugnolo, il lampone, la mora selvatica, l'olivastro, la marruca, il perastro, il mandorlo selvatico.

Numerose i fiori quali la clematide, il ciclamino, la rosa canina, il gigaro e la rosa di San Giovanni e la peonia. Tra le specie fungine troviamo il fungo cardoncello e la gallinella, fungo commestibile dall'intenso colore giallo, oltre a numerose altre specie non commestibili.

Bosco di Acquatetta

Il Bosco di Acquatetta è un bosco, in parte artificiale, situato tra i comuni di Minervino Murge e Spinazzola, di elevata importanza naturalistica. Si tratta di un lembo delle foreste che dovevano ricoprire la fossa bradanica prima della messa a coltura.. Si trova incluso nel territorio del Parco nazionale dell'Alta Murgia e con i suoi 1083 ettari è il più esteso della Provincia di Barletta-Andria-Trani, nonché uno dei più grandi di Puglia.

Nel bosco si è verificato uno sviluppo spontaneo di esemplari di roverella e di specie tipicamente mediterranee come la quercia spinosa o il leccio.

Verso la fine dell'undicesimo secolo la zona era sotto il dominio di un tal principe normanno Corvo che successivamente donò i terreni alla comunità monastica di Santangelo in Vulture, presso Melfi.

Fauna

Nel parco nazionale alberga una buona varietà di fauna, soprattutto di piccole e medie dimensioni, che possono trovare una discreta gamma di alimenti in questo singolare e vasto ambiente, caratterizzato dall'alternarsi di vaste distese erbose, formazioni rocciose, campi coltivati e fitte selve. Altro fattore agevolante per gli animali è la presenza di numerose grotte, anfratti e formazioni rocciose, che offrono loro rifugio. È da far notare la mancanza di corsi d'acqua d'altronde un po' tipica di tutta la Puglia.

Artropodi

Fra le altre specie di artropodi presenti nell'area del parco sono presenti: Prionotropis Appula, l'insetto stecco, la lucciola, la vedova nera mediterranea e il crostaceo Triops cancriformis, dalle sembianze di un fossile vivente con una morfologia che rimane piuttosto invariata da almeno 200 milioni di anni.

Mammiferi

Tra la popolazione di mammiferi si attestano le seguenti specie: donnole, faine, istrici, lepri, scoiattoli, piccoli roditori (quali il moscardino, il ghiro, il topo quercino, il mustiolo, l'arvicola di Savi, il topo selvatico), volpi , tassi e puzzole. Di particolare interesse naturalistico risultano i grossi e schivi gatti selvatici. Notevole anche la presenza di diverse specie di chirotteri quali il ferro di cavallo maggiore, il ferro di cavallo minore, il ferro di cavallo mediterraneo, il miniottero, e il vespertilio maggiore.

In passato era nota la presenza di lupi, generalmente provenienti dall'Abruzzo o dalla più vicina Lucania in cerca di greggi per sfamarsi, che in seguito al drastico aumento del numero di cinghiali hanno ricominciato a riaffacciarsi nel parco come attestano le documentazioni fotografiche, gli avvistamenti e i diversi ritrovamenti di resti di animali come pecore, volpi o cinghiali predati da questo cacciatore. Ultimamente sembrano essere di stanza nel parco, con una popolazione ancora non ben identificabile ma che si sta comunque riadattando ad un habitat dove vi erano stati nel corso della seconda metà del ventesimo secolo solo sporadici avvistamenti. Sembra che vengano proprio dalla murgia i lupi che stanno tornando a riaffacciarsi e a cacciare nelle aree del Brindisino e del Tarantino (precisamente nelle aree di Ostuni, Ceglie Messapica, Cisternino e Martina Franca).

Rettili

Tra i rettili possiamo annoverare, oltre alla comunissima lucertola campestre ed alla testuggine comune la presenza del ramarro, del geco di Kotschy e di vari serpenti, tra cui la vipera, il cervone, il biacco, la biscia dal collare e il colubro leopardino.

Anfibi

Anche gli anfibi sono presenti, nonostante l'ambiente arido non lo farebbe supporre: accanto ad alcune specie di anuri più comuni come il rospo comune, il rospo smeraldino e la rana di Uzzell, è stato rinvenuto, in un unico sito, l'ululone appenninico, e quale unico urodelo del parco, il tritone italiano.

Uccelli

Numerose sono le specie di uccelli presenti nel parco, alcune di notevolissima importanza conservazionistica quali l'occhione, mentre è in corso un progetto per la reintroduzione della gallina prataiola.

Si rinvengono varie specie di tordi, di merli, il culbianco, l'upupa, l'usignolo, il verzellino, il pettirosso ma anche corvidi come il corvo imperiale, la taccola e la cornacchia grigia o la gazza. È possibile anche ritrovare con una certa frequenza il picchio rosso e il picchio verde.

Varie specie selvatiche di columbidi sono avvistabili, quali il colombo selvatico, la tortora selvatica e quella dal collare.

Inoltre, possono osservare la calandra, la calandrella, la cappellaccia, il rigogolo, lo scricciolo, la capinera, la tottavilla, la cesena, lo strillozzo, la cinciallegra, la cinciarella, la cincia bigia, lo zigolo nero, il tordo bottaccio, il merlo, il fringuello, il pettazzurro, l'allodola.

Non è rarissimo, in alcuni periodi, imbattersi nel fagiano e nella quaglia.

Alti nel cielo dell'aspro territorio murgiano si incontrano numerosi rapaci: il gheppio, il nibbio bruno, il falco lanario e il falco pellegrino. Importantissima la presenza del falco grillaio, adattatosi all'ambiente urbano al punto di nidificare sui campanili romanici e sugli edifici più alti dei centri storici. Sempre più frequenti sono gli avvistamenti, in più zone del parco, della grande aquila reale. Presenti anche la poiana, il nibbio reale, il biancone, l'albanella minore e il falco di palude. Tra i rapaci notturni troviamo il barbagianni, la civetta, l'allocco, il gufo comune e l'assiolo.

Nelle poche aree umide è possibile incontrare l'airone cenerino, che costruisce i suoi nidi a partire da febbraio, e alcuni uccelli migratori, come la marzaiola; nei periodi di passo non è rarissimo avvistare qualche cicogna.

I progetti di conservazione

L'Ente Parco, in collaborazione con il Centro Studi Naturalistici onlus sta realizzando uno studio di fattibilità per valutare la possibilità di reintrodurre la Gallina prataiola (Tetrax tetrax) nell'ambito del territorio delle Murge.

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Sito ufficiale
www.parcoaltamurgia.it

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cattedrale di Santa Maria Assunta

Basilica minore · Bari

cattedrale di Santa Maria Assunta

Il duomo di Bari, il cui nome ufficiale è Basilica cattedrale metropolitana di San Sabino, è la cattedrale di Bari, in Puglia, sede vescovile dell'arcidiocesi cattolica di Bari-Bitonto e monumento nazionale italiano.

== Storia ==

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L'istituzione della diocesi di Bari risale quantomeno al V secolo, quando è attestata la partecipazione del vescovo barese Concordio al Concilio di Roma (465). Nell'area oggi occupata dalla Cattedrale esisteva un'antica chiesa episcopale databile al VI secolo, i cui resti si trovano sotto la navata centrale: ne rimane un mosaico pavimentale che riporta un'iscrizione in cui compare il nome del vescovo Andrea (758-761). Strutturata a tre navate, con pilastri quadrati e volte a crociera costruite con blocchi di pietra posti a spina di pesce, la chiesa occupava uno spazio prospiciente all'attuale cripta. Probabilmente l'edificio era stato costruito al di sopra di una chiesa addirittura più antica, come confermerebbe il ritrovamento di fondazioni di un edificio absidato il cui asse doveva essere disposto in posizione obliqua rispetto a quello dell'attuale cattedrale.

In sostituzione di questa chiesa, nella prima metà dell'XI secolo l'arcivescovo Bisanzio (1025-1035) fece costruire una nuova chiesa, portata a termine sotto i suoi successori Nicola I (1035-1061) e Andrea II (1061-1068). Questa chiesa fu poi abbattuta da Guglielmo il Malo, il quale ordinò la distruzione dell'intera città nel 1156. L'unico edificio a essere risparmiato fu la Basilica di San Nicola. Del duomo bizantino è oggi possibile osservare, a destra del transetto, parte del pavimento originario che si estende sotto la navata centrale.

L'edificio attuale fu costruito tra il XII e il XIII secolo per volontà dell'arcivescovo Rainaldo, sulle rovine del duomo bizantino. Per la fabbrica dell'edificio attuale furono reimpiegati materiali provenienti dalla chiesa precedente e da altri edifici distrutti nel 1156. Consacrata il 4 ottobre 1292, la chiesa riprende lo stile della Basilica di San Nicola. A partire dal XVIII secolo l'edificio ha subito una serie di rifacimenti, demolizioni ed aggiunte: in particolare la facciata, le navate, l'interno della Trulla (l'antico battistero del XII secolo, oggi sacrestia) e la cripta furono rifatte in forme barocche su progetto di Domenico Antonio Vaccaro. L'arredo interno fu riportato alle antiche fattezze romaniche durante una serie di restauri negli anni '50 del XX secolo, durante i quali furono eliminate le aggiunte tardobarocche.

Descrizione
Esterno

La Cattedrale di Bari costituisce un importante esempio di tardo romanico pugliese; costituisce un unico blocco edilizio con l'adiacente episcopio e il seminario, entrambi risalenti al XVIII secolo.

La semplice facciata a salienti è scandita da lesene che riprendono la sezione delle navate; il coronamento ad archetti poggia, nelle ali, su mensole figurate. Sui bordi della parte mediana corrono due fregi, a racemi bizantineggianti il superiore, a rosette e archetti l'inferiore, interrotto dal grande rosone provvisto di una cornice strombata semicircolare ornata di figure grottesche, in gran parte reimpiegate da apparati d'epoca gotica. La bifora sottostante ha cornice a dentelli e corona di rosario, come le piccole monofore che inquadrano il rosone.

I tre portali barocchi sono le sole parti sopravvissute dei rimaneggiamenti del secolo XVIII, ma inglobano anche elementi degli antichi portali architravati della cattedrale dell'XI secolo. Di particolare pregio il portale principale, sovrastato da una mensola su cui poggiano le statue di due santi orientali, forse san Sabino e san Nicola di Bari. Al centro, in un'elegante nicchia, la Vergine Maria. Nel muro a destra della facciata, a ridosso del palazzo episcopale, si aprono un'edicola e una rosetta barocca: si tratta delle rimanenze di un oratorio, detto del Sacro Cuore di Gesù, costruito nell'800 e abbattuto nei restauri degli anni '50.

Sul fianco nord si aprono profonde arcate sulle quali corrono gallerie esafore, edificate nel XVIII secolo. Il portale laterale incorpora negli stipiti resti di decorazione della chiesa precedente. L'ultimo tratto del fianco è occupato da una costruzione cilindrica, popolarmente denominata la Trulla: sebbene sia stato identificato come l'antico battistero episcopale, non è possibile identificarne la corretta destinazione d'uso fino al '700, quando fu trasformato in sacrestia.

La testata del transetto presenta tre coppie d'arcate cieche, che racchiudono ciascuna due coppie d'arcatelle minori, due piani di bifore e una rosetta. Al di sopra di essa s'innesta il campanile, alto 68,90 m), elegante e aggraziato, dotato di tre ordini di bifore, uno di trifore e uno di quadrifore, sovrastato da una cuspide piramidale di restauro.

La facciata posteriore, che ingloba le absidi, presenta sul lato sud i resti di una seconda torre campanaria, crollata durante un terremoto nel 1613. Al centro si apre un finestrone ad arco strombato, importante esempio della scultura pugliese della fine del XII secolo: l'ampia apertura centinata, a doppia cornice, è racchiusa in un baldacchino su colonne pensili; cornici, sottarco, parapetto e mensole sono coperti d'una fitta decorazione a motivi vegetali e animali d'ispirazione orientale, lavorata a traforo, mentre le figure a tutto tondo (elefanti e sfingi) sono sculture di classica plasticità. Il finestrone è stato messo in relazione con lo stile di Acceptus, che molto probabilmente lavorò alla fabbrica della Cattedrale, ed è stata addirittura proposta un'attribuzione alla sua mano per le sculture a tutto tondo.

La testata del transetto sud presenta una doppia archeggiatura cieca che ne divide lo zoccolo, eleganti bifore fiancheggiate da sculture zoomorfe su mensole, e una grande rosa realizzata nel XVI secolo a imitazione delle forme romaniche. Il fianco destro riprende nello stile quello sinistro, a eccezione del portale, preceduto da un portico con colonne primitive e arcate cieche trecentesche. La sommità del muro della navata maggiore, aperto da monofore, è coronata da un fregio simile a quello della facciata. Sulla crociera si eleva un tiburio ottagonale, d'ispirazione orientale, che ingloba la calotta della cupola: scandito da esili lesene con archetti falcati, è coronato da un bel fregio a intrecci vegetali.

Lungo i muri perimetrali della cattedrale si possono incontrare epigrafi riportanti nomi propri di persona. In passato si è pensato fossero riferiti a persone sepolte in un presunto cimitero che circondava l'edificio (ipotesi proposta anche per la vicina Basilica di san Nicola); in realtà l'area veniva concessa in uso da canonici a mercanti e banchieri: lo testimoniano un'epigrafe sul lato nord, in cui il nome proprio è preceduto dall'accezione procurator, e i resti di un cubito inciso sulla facciata posteriore, adoperato per misurare le stoffe. Le epigrafi indicherebbero quindi gli stalli concessi ai banchi dei mercanti.

Interno

L'interno della cattedrale si presenta oggi quasi del tutto priva di decori, in gran parte eliminati durante i restauri novecenteschi. La pianta è scandita in tre navate separate da due file di otto colonne slanciate, provenienti con ogni probabilità dall'edificio bizantino. Sopra gli archi a doppio profilo si aprono finti matronei con ampie trifore racchiuse in grandi archi di scarico. I capitelli in stucco e il soffitto a travature scoperte sono rifatti secondo il modello dell'unico capitello originario, in stile tardo corinzio.

Lungo le navate laterali, assieme a statue e dipinti d'epoca contemporanea, sono collocate le formelle bronzee della via Crucis dello scultore Francesco Nagni (1897-1977). Da menzionare è poi il pulpito, collocato nella settima campata della navata destra, ricostruito nel '900 con materiali originari dell'XI e XII secolo; anche questi ultimi sono stati messi in relazione con lo stile di Acceptus, in particolare il leggio a forma di aquila che è stato addirittura attribuito alla sua stessa mano.

Il transetto è sopraelevato e limitato verso la navata mediana da plutei del XIII secolo a motivi orientaleggianti, appartenenti al recinto presbiterale firmato da Peregrino da Salerno; ai lati della scalinata che sale al presbiterio sono collocati due leoni d'epoca romanica. Prospicienti alla parete del transetto destro sono i resti di un mosaico, messi in relazione con l'antico duomo bizantino; al di sopra si scorgono i resti del ballatoio pensile che recingeva ambedue le testate del transetto e la navata centrale. Sopra il presbiterio si eleva la cupola, alta 35 metri e poggiante su tre barconi e sulla calotta dell'abside; quattro cuffie raccordano il quadrato di base al tamburo ottagonale, separato dalla calotta circolare per mezzo di un cordoncino di nicchie.

Il ciborio dell'altare maggiore è stato ricomposto con i resti dell'originario, opera di Alfano da Termoli databile al 1233. Il primo gradino presenta una serie di formelle squadrate a motivi floreali, il secondo intrecci di forme geometriche nelle cui campiture s'inserisce costantemente un pavoncella; il terzo reca un'iscrizione. Le tre absidi semicircolari riproducono le proporzioni delle navate; in quella centrale, su cui si apre un finestrino centinato, gira un coro marmoreo che inquadra la cattedra episcopale, entrambi ricomposti su base dei resti originali. Nell'abside sinistra insistono resti di affresco (XIII-XIV secolo).

Dalla navata sinistra è possibile accedere alla Trulla, di pianta dodecagonale, nella quale insiste un apparato decorativo di stile tardobarocco e dei dipinti risalenti al XIX secolo. Nella sagrestia di destra è collocato un altare con un dipinto raffigurante, probabilmente, san Mauro, ritenuto primo vescovo di Bari.

Sul pavimento della navata centrale, a ridosso della gradinata del presbiterio, è visibile un rosone musivo in marmi policromi, che riprende forme e dimensioni di quello sulla facciata principale. Esso è riemerso durante i restauri del 2002, permettendo di osservare nuovamente un raro fenomeno astronomico: durante il tramonto del solstizio d'estate la forma del rosone della facciata disegnata dai raggi solari raggiunge lentamente il rosone sul pavimento, fino a sovrapporvisi perfettamente.

Cripta

Dalle scalinate che si aprono sulle navate laterali a ridosso del transetto si accede alla cripta. Essa è stata con ogni probabilità realizzata rialzando e ristrutturando degli ambienti dell'antico duomo, i cui resti si trovano a essa adiacenti; a pianta rettangolare absidata, presenta 24 colonne disposte in tre file che conservano l'apparato decorativo in legno e stucchi realizzato nel '700. Sull'altare maggiore, all'interno di un pregiato apparato in marmo, è esposta la tavola bizantineggiante della Vergine Odegitria, patrona principale della città insieme a san Nicola, secondo la tradizione giunta dall'Oriente nell'VIII secolo, ma in realtà d'epoca più tarda; nell'absidiola laterale sono invece conservate alcune reliquie, tra cui ci sarebbero le spoglie di san Sabino.

Nella cripta sono inoltre conservati il sarcofago del vescovo Romualdo Arsione (morto nel 1309) e il presunto corpo incorrotto di santa Colomba di Sens precedentemente conservato nello scomparso Convento di San Vincenzo e completamente restaurato nel 2005.

Succorpo

L'attuale Cattedrale insiste su un succorpo costituito dalle preesistenze archeologiche dell'antico Duomo bizantino e delle strade e degli edifici a esso prossimi. Alcuni di questi ambienti si sono preservati nel corso dei secoli poiché in età moderna sono stati utilizzati come fosse e ossari comunicanti con gli altari privilegiati del tempio soprastante. In epoca recente sono stati effettuati rilievi archeologici in seguito ai quali l'area del succorpo è stata musealizzata, ed è oggi visitabile.

Vi si accede da un ingresso a ridosso delle scale che portano alla cripta; è possibile visitare i resti dell'antico Duomo, comprendenti una porzione piuttosto estesa del mosaico policromo che adornava il pavimento, alcuni ambienti funerari, resti di una strada di epoca romana e le vestigia di due piccole chiese bizantine, delle quali permangono brani di affresco.

Museo diocesano

Nel palazzo della curia diocesana, adiacente alla cattedrale, ha sede il museo diocesano, che custodisce statue e decori dismessi dall'attuale edificio, paramenti sacri, preziosi dipinti e soprattutto gli Exultet, preziose pergamene d'ispirazione bizantina, finemente miniate, con testo in latino prodotto in scrittura beneventana. L'Exultet 1, in particolare, è sicuramente anteriore al 1025, per via della presenza della dedica, con raffigurazione dipinta, ai due imperatori bizantini Basilio II "Bulgaroctono" e Costantino VIII, i quali co-regnarono appunto fino al 1025.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza dell'Odegitria
Orari
Mo-Sa 08:00-12:30, 16:00-19:30; Su 08:00-12:30, 17:00-20:30
Come arrivare
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Castello Normanno-Svevo

Museo del Ministero della Cultura italiano · Bari

Castello Normanno-Svevo

Il castello normanno-svevo di Bari (popolarmente detto Castello Svevo,u Castídde in barese), è un antico edificio della città di Bari, situato ai margini della città vecchia.

== Storia ==

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La città di Bari fu dotata di una fortificazione già in epoca romana: negli Annali di Tacito viene riportata la cronaca di prigionia e assassinio di Decimo Giunio Silano Torquato in Barium, suggerendo la presenza di un castrum militare. Le evidenze archeologiche portano tuttavia a localizzare quest'ultimo in una zona più a est rispetto al fortilizio odierno, dove in età bizantina (V-X secolo) fu edificato il kastròn bizantino e poi la Basilica di San Nicola. Nella stessa epoca, l'area ove attualmente sorge il Castello ospitava una zona urbana densamente abitata, dotata di cisterne, chiese e strade lastricate.

Una prima fortificazione fu costruita nel 1132 per volere del re normanno Ruggero II: tale edificio fu distrutto nel 1156 da Guglielmo il Malo, che fece radere al suolo l'intera città. Nel 1233 l'imperatore Federico II ne ordinò la riedificazione e il rafforzamento: il nuovo Castello sorse quindi sulle fondamenta del precedente. Subite numerose trasformazioni in epoca angioina, divenne di proprietà di Ferrante d'Aragona; fu poi da questi donato alla famiglia Sforza, duchi di Bari, i quali disposero l'ampliamento e l'ingentilimento della rocca. La duchessa Isabella d'Aragona fece costruire una nuova cinta muraria esterna, rispondente alle più moderne tecniche di difesa; sua figlia Bona, regina di Polonia, dimorò nel Castello e vi morì nel 1557. Nel 1696 un fulmine colpì una delle torri angolari, adibita a deposito d'artiglieria: si scatenò una violenta esplosione che danneggiò anche le case vicine, e la torre, completamente distrutta, non fu più riedificata.

Nel XIX secolo a ridosso della cinta muraria furono costruite delle case popolari in tufo e pietrame, eliminate nei primi decenni del XX secolo; gli interni furono invece adibiti a carcere. Queste modifiche comportarono la perdita quasi totale degli antichi decori e delle vetrate d'epoca rinascimentale. Dal 1929 il Castello ospita alcuni uffici della Marina Militare Italiana, mentre a partire dal 1937 ha ospitato a fasi alterne uffici distaccati della Soprintendenza storico-artistica di Bari e la sua biblioteca; a partire dal 2010 è stato disposto il trasferimento della stessa nel vicino convento di San Francesco, per consentire la ristrutturazione e la musealizzazione del Castello, il quale, già a partire dagli anni '90, era stato reso fruibile per mostre temporanee e spettacoli. Dal dicembre 2014 il Ministero della cultura lo gestisce tramite la Direzione regionale Musei della Puglia, e a far data dal 3 ottobre 2017 è stato stabilmente riaperto alle visite.

Descrizione
Esterno

La pianta attuale del Castello vede la costruzione originaria sveva inglobata (e talvolta obliterata) dalle fortificazioni d'età rinascimentale. La cinta muraria d'epoca aragonese, circondata su tre lati dall'antico fossato, ha una forma squadrata irregolare, coi bastioni del lato ovest (rivolto verso la città) dalla tipica forma "a punta di lancia"; quelli prospicienti al lato orientale, un tempo bagnato dal mare, si ingrossano invece a forma trapezoidale. Al castello si accede oggi dal lato sud-occidentale, valicando un ponte di pietra che sovrasta il fossato. Alcuni saggi effettuati nel XXI secolo sul fronte est della muratura esterna hanno permesso di scoprire, all’interno dello spessore murario, un camminamento di ronda coperto di epoca sveva, lungo quarantacinque metri e fornito di saettiere: è dunque ipotizzabile che anche la fortezza federiciana fosse dotata di una cinta muraria esterna, ribassata e meno spessa rispetto a quella attuale, costruita non ex novo ma reimpiegando la precedente.

La fortezza interna, corrispondente grossomodo al nucleo normanno-svevo, ha pianta trapezoidale; tre delle quattro torri angolari a bugnato sono sopravvissute fino ai nostri giorni: quella sul lato sud-ovest è detta dei Minorenni per aver ospitato in passato la sezione minorile del carcere di Bari, mentre quella sul lato nord-est è denominata di San Francesco o del Monaco, in accordo con la tradizione secondo la quale tale santo vi avrebbe soggiornato. La torre sul lato sud-est è stata intitolata a Bona Sforza in tempi recenti.

Interno

A ridosso del cortile interno del Castello, sul lato ovest, si apre il cosiddetto Portale Federiciano, corrispondente all'ingresso originario della fortificazione; esso si configura come un arco a sesto acuto il cui archivolto presenta formelle a bassorilievo scolpite con figure fitomorfe e antropomorfe e, al centro, l'aquila imperiale. Nell'atrio d'ingresso, oggi quasi del tutto spoglio, si ravvisano alcuni capitelli scultorei a figure zoomorfe e antropomorfe; da una porta si accede alla Sala Pappacoda, ampia e dalla volta a botte affrescata, oggi adibita a sala conferenze.

Dal portale federiciano si accede al cortile interno, dalle eleganti forme rinascimentali. Su di esso, al pianterreno, affacciano la Cappella Palatina dedicata a san Stanislao (lato est), la Sala Sveva (lato nord) e soprattutto, sul lato ovest, la gipsoteca, contenente i calchi in gesso di importanti monumenti della Terra di Bari, realizzati nel 1911 dagli scultori Pasquale Duretti e Mario Sabatelli, in occasione dell’Esposizione Etnografica Regionale per il Cinquantenario dell’Unità d’Italia. La Cappella Palatina (oggi sconsacrata) e la Sala Sveva vengono adoperate come sedi di mostre temporanee; la seconda ospita inoltre un'installazione multimediale. Sul cornicione del lato ovest corre un'iscrizione in latino dedicata a Bona Sforza.

Una doppia scalinata preceduta da sculture in pietra di leoni conduce al piano superiore, ove si susseguono le sale Angioina e Aragonese (lato nord), Bona Sforza (lato ovest) e Federico II (lato est), pertinenti alla dimora cinquecentesca; esse ospitano oggi un'installazione multimediale che ripercorre la storia di Bari e l'esposizione permanente di oggetti rinvenuti nel Getto (discarica) del Castello, databili tra X e XX secolo. Le sale ospitano anche eventi e mostre temporanee. Negli ambienti sono ancora presenti camini, tubazioni e rosoni d'epoca cinquecentesca, mentre sono andati perduti i decori, a eccezione, nella Sala Bona Sforza, di due formelle a bassorilievo raffiguranti due servitori a grandezza naturale e in abiti cinquecenteschi, intenti ad aprire i tendaggi del finestrone centrale invitando gli osservatori al silenzio. Sul muro interno della Torre dei Minorenni è invece stato rinvenuto un graffito raffigurante San Nicola di Bari, ascrivibile al XIX secolo.

Aree archeologiche

Dal pianterreno è possibile accedere a due aree archeologiche, entrambe riferibili a un'epoca compresa tra il V e X secolo. Nella prima area, raggiungibile dalla Sala Pappacoda, sono visibili le fondazioni di edifici d'epoca bizantina, principalmente abitazioni e tratti di strada; nella seconda sono invece riscontrabili i resti di un'antica chiesa absidata e dotata di un sepolcreto: essa è stata identificata come la chiesa di Sant'Apollinare, citata nei resoconti di Guglielmo Appulo. In entrambe le aree sono stati rinvenuti manufatti e oggetti d'arte, tra cui due capitelli a stampella a figure zoomorfe riconducibili agli stilemi di Acceptus, oggi esposti nella mostra stabile del Castello.

Nella cultura di massa

Nel 1980 le Poste Italiane dedicarono al castello un francobollo da 300 lire, facente parte della raccolta nota come "Castelli d’Italia".

Il film La riffa di Francesco Laudadio (1991) mostra il castello in numerose scene.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza Federico Secondo di Svevia
Biglietto
10.00 EUR
Come arrivare
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Sito ufficiale
museipuglia.cultura.gov.it

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Pinacoteca metropolitana di Bari

Museo di un ente pubblico · Bari

Pinacoteca metropolitana di Bari

La Pinacoteca metropolitana di Bari "Corrado Giaquinto" è un importante museo artistico italiano.

Fu istituita il 12 luglio del 1928 ed inizialmente ospitata nel locale Palazzo del Governo.

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Nel 1936 la sua sede fu trasferita nelle sale del Palazzo della Provincia, ora sede della Città metropolitana di Bari, sul Lungomare di Bari, dov'è tuttora custodito il suo ingente patrimonio artistico.

La Pinacoteca è intitolata al pittore pugliese settecentesco Corrado Giaquinto. Essa offre al visitatore un ampio e articolato panorama della cultura artistica pugliese o in rapporto diretto o indiretto con la Puglia.

Il percorso espositivo si snoda in ordine cronologico al quarto piano del palazzo della Provincia, documentando l'articolato insieme di esperienze artistiche maturate in ambito pugliese dall'Alto Medioevo al XX secolo. Le prime stanze raccolgono materiale scultoreo dell'XI e XII secolo, affreschi medievali del XIII-XIV secolo provenienti dalle chiese di gran parte della Puglia e una nutrita raccolta di icone bizantine medievali. Tra le sezioni di particolare interesse spicca la pregevole raccolta di dipinti veneti che spaziano dal XV secolo al XVI secolo, provenienti anch'essi da un gran varietà di chiese e monasteri della Terra di Bari, che testimoniano dell'intensità degli scambi culturali tra la regione pugliese e la Repubblica di Venezia: si possono ammirare quindi tavole e polittici di Antonio Vivarini, Alvise Vivarini e Bartolomeo Vivarini, tra i maggiori rappresentanti della pittura rinascimentale a Venezia del XV secolo, nonché importanti testimonianze del Cinquecento veneziano, quali il San Pietro martire di Giovanni Bellini, la Sacra Conversazione, monumentale pala d'altare di Paris Bordon e le tele di Jacopo Tintoretto, Palma il Giovane e Paolo Veronese. La molteplicità degli indirizzi artistici presenti in Puglia in epoca moderna è invece documentata dal cospicuo nucleo di dipinti di Tuccio d'Andria, Donato Antonio d'Orlando e Nicola Gliri. La pinacoteca presenta anche una significativa sezione dedicata alla fiorente stagione della pittura napoletana del XVII secolo, influenzata dal caravaggismo, del quale offre un gran numero di testimonianze grazie a opere di Massimo Stanzione, Pacecco De Rosa, Andrea Vaccaro, Paolo Finoglio. Il periodo barocco a Napoli a cavallo tra fine Seicento e Settecento è invece ben documentato dalle tele del massimo rappresentante della scuola partenopea dell'epoca, Luca Giordano, e dai suoi allievi Andrea e Nicola Malinconico, per poi passare alle opere dei suoi maggiori successori sulla scena artistica locale, Francesco Solimena e Francesco De Mura, e ai più giovani esponenti della stagione rococò con Pietro Bardellino, Lorenzo De Caro e Domenico Mondo.

Il materiale esposto comprende: una sezione medioevale; dipinti veneti del XV e XVI secolo provenienti da numerose chiese di tutta la Puglia; pittura pugliese tardo medioevale e di scuola napoletana alto medioevale; una sezione di dipinti di Corrado Giaquinto; un'importante raccolta di pittura napoletana e meridionale del XIX secolo; dipinti di Macchiaioli toscani; maiolica pugliese medioevale; presepi napoletani; capi d'abbigliamento antico; importanti dipinti del XIX, XX e XXI secolo, nonché altre opere d'arte contemporanea. La collezione conserva opere di artisti quali Bartolomeo Vivarini, Paris Bordon, Giovanni Bellini, Tintoretto, Palma il Giovane, Pacecco De Rosa, Luca Giordano, Corrado Giaquinto, Francesco De Mura, Giuseppe De Nittis, Raffaele Armenise, Silvestro Lega, Giovanni Boldini, Francesco Netti, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Spalato 19
Orari
Tu-Sa 09:00-19:00; Su 09:00-13:00
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.pinacotecabari.it

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Palazzo della Provincia

Palazzo · Bari

Palazzo della Provincia

Il Palazzo della Provincia è uno storico edificio di Bari situato sul lungomare Nazario Sauro, 27, sede della Città metropolitana di Bari. Il palazzo ospita la Pinacoteca Metropolitana dedicata a Corrado Giaquinto.

== Storia ==

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Il palazzo venne eretto tra il 1932 e il 1935 secondo il progetto dell'ingegnere Luigi Baffa su commissione dell'Amministrazione provinciale di Bari. Collaborarono allo sviluppo del progetto, realizzato dal 1930 sotto la direzione di Baffa, all'epoca ingegnere capo dell'Ufficio Tecnico Provinciale, alcuni tra i migliori architetti, progettisti e artigiani pugliesi del tempo, tra cui Saverio Dioguardi. Non è ancora chiaro in che misura attribuire il progetto all'uno o all'altro.

Descrizione

Il palazzo, eretto in stile eclettico, si configura come un imponente edificio dalla planimetria a forma di quadrilatero irregolare. Elemento distintivo del palazzo è la sua torre dell'orologio, la cui altezza, inizialmente prevista di 48,5 metri, venne ulteriormente innalzata di 14 metri. Chiaramente visibile dal mare, caratterizza lo skyline cittadino.

Pinacoteca

Informazioni pratiche

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sacrario dei caduti d'oltremare di Bari

Manufatto di archeologia industriale museo · Bari

sacrario dei caduti d'oltremare di Bari

Aperto dal 10 dicembre 1967, commissionato dal Ministero della difesa, disegnato dall'Arch. Ing. Col. Paolo Caccia Dominioni, il sacrario militare dei caduti d'oltremare, è situato a Bari, in "via Giovanni Gentile" nel quartiere Japigia. La struttura ospita le spoglie di circa 75.000 militari italiani caduti in terra straniera, negli anni che vanno dal 1940 al 1945, riportati in patria a seguito della dismissione dei cimiteri di guerra, costruiti a loro tempo nei territori stranieri.

== Storia ==

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Il complesso non solo custodisce le spoglie dei militari, 40.000 dei quali ignoti, ma è anche sede del museo dei cimeli di guerra, appartenenti appunto alle truppe italiane di quel periodo.

I resti, provengono dai territori dove operarono le truppe italiane durante la prima e la seconda guerra mondiale: Balcani, Africa settentrionale e Orientale, Mediterraneo. Recentemente sono stati sistemati anche i resti di militari e civili deceduti in campi di concentramento o di lavoro dell'ex Repubblica Democratica Tedesca.

Attualmente il sacrario è anche sede di cerimonie commemorative: tra le principali, nei giorni 25 aprile e 4 novembre. Tra le autorità presenti, è stato invitato anche il presidente della Repubblica.

Caratteristiche

L'opera, costruita in pietra di Trani, è immersa in un ampio parco e si articola su due piani: il piano terra e il piano rialzato, al quale è possibile accedere tramite l'ampia scalinata centrale.

Il sacrario di Bari, è il secondo per dimensioni in Italia, dopo quello di Redipuglia.

Il piano terra e il museo storico

Il giardino è adibito a parco delle rimembranze, nel quale sono riposti lungo tutto il perimetro alcuni antichi veicoli da combattimento, pezzi d'artiglieria, lapidi e statue dedicate ai militari defunti. L'ingresso alla Zona Sacra è delimitato da catene e dall'ancora della nave Orsa.

Ai lati del parco, sono stati ricostruiti due elementi che caratterizzavano il dismesso sacrario militare di Tripoli, costruito alla fine degli anni '50:

a sinistra, un tronco dell'acquedotto romano a sette archi, dove l'arco centrale più grande, raffigurava l'ingresso al Sacrario di Tripoli;

a destra del parco, vi sono gli archi delle battaglie, dove sono ricordate con otto lapidi, le principali battaglie combattute in Africa dal 1911 al 1943.

Alla destra della scalinata, su appositi sostegni, è collocata la campana donata da enti ed associazioni di Bari e della Puglia, i cui nove solenni rintocchi al tramonto ricordano i caduti. Nel bronzo della campana è scolpita la frase Victi vivimus e cioè viviamo anche da vinti.

Sempre alla destra del parco, è situato il museo storico, che ricostruisce le varie fasi delle guerre combattute e che custodisce uniformi, fotografie, armi, documenti e cimeli privati appartenuti alle forze armate del periodo. In particolare, sono riportate le seguenti guerre:

Campagna del Nordafrica

Campagna dell'Africa Orientale Italiana

Campagna italiana di Grecia

Campagna italiana di Russia

Conquista della Somalia 1891-1931

Difesa del traffico navale con l'Africa Settentrionale

Guerra d'Etiopia 1935-36

Guerra d'Eritrea 1882-1900

Operazioni militari italiane in Libia (1922-1932)

Resistenza italiana

La rievocazione è integrata dalla proiezione di documentari e filmati dell'epoca, nell'apposita sala delle proiezioni con 72 posti a sedere.

Sempre al piano terra c'è la cripta, corrispondente al centro del chiostro centrale, adibito a piccola cappella. Sui muri ci sono varie lapidi che ricordano i nomi dei caduti, accertati ma non individuati. Una particolare lapide è dedicata ai 140 fedeli Ascari, eritrei e libici, i cui resti sono stati trasferiti in Italia nel 1972. Sulle pareti che racchiudono le tombe dei 45.000 militari ignoti è riportata l'epigrafe latina Et nomen cum sanguine pro Patria dedimus, che si traduce con Insieme col sangue anche il nome dedicammo alla Patria.

Infine accanto al museo, è situata la sala liturgica, luogo di convegno per celebrazioni eucaristiche e di preghiera a disposizione del pubblico. Nella parte posteriore, uffici della direzione e della segreteria, completano la struttura a pian terreno.

Il piano rialzato

Al piano rialzato, si trovano le spoglie dei militari, precisamente nel chiostro centrale. Alla destra dell'ingresso c'è l'Albo d'Onore, ove sono situati quattro armadi di bronzo, che contengono i volumi con i nominativi in ordine alfabetico, dei caduti situati nel Sacrario.

Al centro del cortile è posto un altare in marmo per la Santa Messa all'aperto e alle spalle spicca una colonna di 25 metri con quattro croci, una per ogni punto cardinale.

Caduti

Nel chiostro sono riportate le epigrafi: "I loro corpi sono sepolti in pace ed il ricordo vivrà in eterno", "Ottennero il regno della gloria e la mano del Signore li protegge". I loculi, nei quali riposano i caduti disposti in ordine alfabetico, sono sigillati con una lastra di bronzo che riporta il nome, il grado e le eventuali ricompense al valor militare.

Sono raggruppati in settori:

Germania

ex Jugoslavia (1940-45)

Grecia e Albania (1940-45)

Marocco, Tunisia e Algeria (1940-45)

Africa Settentrionale e Libia (1911-39 e 1940-43) e uomini dell'equipaggio del sommergibile Scirè

Africa Orientale

Albania (1915-18)

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www.esercito.difesa.it

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Ponte Adriatico

Ponte · Bari

Ponte Adriatico

Il Ponte Adriatico è un ponte strallato situato a Bari e inaugurato nel dicembre 2016. Attraversa la ferrovia collegando via Tatarella con via Sangiorgi.

== Sviluppo ==

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La costruzione del ponte ha avuto un costo di 32 milioni di euro, di cui 31 forniti dalla regione Puglia. Ad aggiudicarsi il contratto per la costruzione è stata Cimolai, azienda specializzata nella costruzione di ponti.

Il ponte è di tipo strallato ad arpa, con un singolo pilone centrale alto 78 m caratterizzato dalla forma a Y capovolta e sghemba di 60°. Ha un totale di 30 cavi, 15 per lato, 7 da una parte e 8 dall'altra, arrivando ad una lunghezza totale di 626 m ed una luce strallata di 225 m, divisa in due campate di 112,5.

Il Ponte Harambe

Inizialmente, il nome del ponte sarebbe stato deciso da un sondaggio su Internet. Qualche mese prima, tuttavia, avvenne l'uccisione del gorilla Harambe nello zoo di Cincinnati e, come conseguenza dell'ondata di reazioni su Internet suscitate dalla tragedia, il nome vincitore del sondaggio fu proprio Ponte Harambe, con oltre 100.000 voti a favore. Successivamente, il comune di Bari decise di ignorare il sondaggio e chiamò il ponte col nome attuale. Il nomignolo Ponte Harambe, tuttavia, è rimasto molto comune tra gli abitanti della zona.

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Orto botanico dell'Università di Bari

Orto botanico · Bari

L'Orto botanico dell'Università di Bari, o Hortus botanicus barensis, è un giardino botanico che si estende per una superficie di 11.500 m², situato in via Edoardo Orabona 4 a Bari, in Puglia. È aperto dal lunedì al venerdì mattina.

== Storia ==

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Il giardino fu istituito nel 1955, aperto nel 1960 e nel 1964 raddoppiò le sue dimensioni. Il giardino, dotato di un idrofitario, di una zona sperimentale a disposizione dei ricercatori e di una roccaglia, comprende anche una serra che si estende per una superficie di circa 145 m², un erbario] con circa 40.000 esemplari, e l'Herbarium Horti Botanici Barensis, che conta circa 37.000 piante essiccate.

Specie

Oggi le specie vegetali sono, tra le altre:

Quattro aiuole occupate dai generi Abies, Cedrus, Pinus e Cupressus

Quattro aiuole - disposte simmetricamente e affiancate da viali da tutti i lati - dedicate prevalentemente alle latifolie delle specie Acer, Sophora, Acacia, Cercis, Quercus e Tilia

Piante acquatiche

Aizoaceae - Lithops (circa 60 taxon) e generi simili (Conophytum, Dinteranthus e Gibbaeum)

Orchidaceae - 33 generi dei distretti pugliesi del Gargano, Murgia nord-occidentale, Salento e Valle d'Itria. I generi includono Aceras, Barlia, Cephalanthera, Dactylorhiza, Himantoglossum, Ophrys, Orchis, Platanthera e Serapias

Piante ornamentali e utili - collezioni di Cycadaceae, Leguminosae e Musaceae. Circa 115 gruppi di flora prevalentemente italiana, tra cui Grindelia robusta, Levisticum officinale e Rumex acetosa

Palmae - tra cui Arecastrum romanzoffianum, Butia capitata, Chamaerops humilis, Erythea armata, Jubea chilensis, Livistona chinensis, Rhapis humilis, Sabal palmetto, Phoenix roebelenii, Phoenix dactylifera, Phoenix canariensis, Trachycarpus fortunei e Washingtonia filifera

Piante pugliesi - piante regionali tra cui Campanula garganica, Cistus clusii e Viola graeca

Piante di papiro, alcune alte persino tre metri

Piante sarmentose come glicini, gelsomini e buganvillee

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Museo archeologico di Santa Scolastica

Museo di un ente pubblico · Bari

Museo archeologico di Santa Scolastica

Il museo archeologico di Santa Scolastica, noto in passato come museo archeologico di Bari o museo archeologico provinciale di Bari, è un museo archeologico sito nella città di Bari. La collezione comprende materiali e reperti delle civiltà indigene della regione (Daunia, Messapia, Peucezia), risalenti a periodi che vanno dalla preistoria all'età del bronzo, oltre a monili di età greca, bizantina, arabo-normanna e medievale.

== Storia ==

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Istituito nel 1875 con pochi reperti raccolti dal professor Nitto De Rossi, fu aperto al pubblico il 18 maggio 1890 nella sede del palazzo Ateneo (che dal 1925 ospitò anche l'università), dove è rimasto sino al 2000.

Il museo, all'epoca sotto la gestione della Commissione di Archeologia e Storia Patria, ampliò col tempo la collezione nel tempo grazie a donazioni private, acquisizioni e reperti da scavi in varie zone della Puglia. Sotto le direzioni del tedesco Maximilian Mayer (1894-1903) e di Michele Gervasio (1909-1957) si realizzarono la compilazione dell’inventario, diversi studi specialistici e la realizzazione di importanti campagne di scavo.

Ai primi del '900 risalgono gli acquisti di pregevoli reperti quali i reperti della tomba Varrese di Canosa di Puglia, la collezione Polese e il monetiere Maselli.

Nel 1957 la gestione del museo fu trasferita dall'amministrazione provinciale a quella statale, sotto l'egida della Soprintendenza delle Antichità della Puglia e del Materano, al fine di destinarne i reperti derivanti dalle campagne di scavo nella provincia di Bari. Nel 1957 e 1958 furono eseguiti scavi a Monte Sannace e Conversano, mentre tra la fine degli anni '70 e '80 nuovi reperti furono reperiti a Monte Sannace, Acquaviva delle Fonti, Canosa di Puglia, Rutigliano, Conversano e Turi.

Nel 1985 il complesso di Santa Scolastica, affidato all’Università degli Studi di Bari, è oggetto di un accordo con convenzione, tra la stessa Università e la Regione Puglia, per la costituzione di un Centro Documentazione dei Beni Culturali della Puglia.

Tra il 1994 e il 2000 il museo fu chiuso per lavori di adeguamento. Nel 2001 la gestione tornò nuovamente in carico alla provincia di Bari, trasferendo le collezioni presso il complesso dell'antico monastero di Santa Scolastica, incorporato in un bastione delle mura cittadine, nel cuore della città vecchia. Nel 2010, dopo un lungo iter amministrativo, cominciarono i lavori di restauro e sistemazione funzionale dell'ex-monastero in chiave museale, incluso il recupero della vicina area archeologica di San Pietro. I lavori, finanziati del Ministero per i Beni e le attività culturali e della Regione Puglia, si conclusero nel 2018 quando le prime sale del nuovo complesso museale furono riaperte al pubblico.

Collezione

La collezione del museo conta circa 30 000 reperti, classificati secondo le seguenti sezioni:

materiale preistorico comprendente strumenti litici, ceramica impressa;

ceramica indigena geometrica dauna, peuceta e messapica;

ceramica apula di derivazione greca a vernice nera, sovradipinta, a figure rosse e dello stile di Gnathia;

ceramica greca, corinzia e attica;

terrecotte figurate e architettoniche;

sculture in pietra;

bronzi comprendenti vasi, armi, armature, utensili;

oreficerie;

epigrafi greche e latine;

monete greche, romane, bizantine, medievali e moderne;

gemme incise;

oggetti di osso e di avorio;

vetri e ambre.

Sezioni

La riorganizzazione degli spazi espositivi ha permesso la creazione di un percorso che si snoda dall'ingresso del complesso monastico fino all'area archeologica di San Pietro, percorrendo alcune sale al pian terreno di Santa Scolastica, in attesa della futura apertura delle sale al piano superiore.

Il percorso offre al visitatore informazioni sulle valenze storico-archeologiche della città e, in progressione, su quelle della Terra di Bari e dell’intera regione, transitando per sei sezioni.

Alle origini di Santa Scolastica: Bari bizantina

La prima sezione è situata all'interno del bastione con resti della chiesa bizantina dei Santi Giovanni e Paolo e supporti multimediali riferibili alle testimonianze architettoniche e artistiche della Bari bizantina, con dettagli e testimonianze della vita monastica negli edifici rinvenuti nel corso degli scavi nella città vecchia.

Prima di Santa Scolastica: l’archeologia in Terra di Bari.

La sezione è ospitata in un porticato dove sono esposte le testimonianze archeologiche individuate nel sito di Santa Scolastica e i luoghi esemplificativi dell'archeologia in Terra di Bari. Sono inoltre presenti reperti provenienti dalla collezione provinciale e da collezioni statali:

ceramiche e industrie su osso e pietra dalle capanne dell'età del bronzo dall'area di S. Pietro (XVIII sec. a.C.),

corredo funerario di età arcaica (VI sec. a.C.) dall'area di S. Pietro,

corredi di età classica (V sec. a.C.) dall'area di Santa Scolastica,

oggetti uso comune di età romana dall'area di S. Francesco della Scarpa ed epigrafi di età romana da vari siti di Bari.

Archeologia di Puglia

La sala si configura come uno spazio con contenuti multimediali dedicato all'archeologia di tutto il territorio pugliese.

Santa Scolastica oggi

Questa sezione è dedicata all'esposizione di reperti di recente acquisizione.

Gli itinerari di visita nella città vecchia

La sala illustra i percorsi a disposizione del pubblico all'interno della città vecchia di Bari, con particolare attenzione alle stratificazioni monumentali conservate nel tessuto urbanistico.

Dalla collezione del Museo Archeologico di Bari

L'ultima sezione raccoglie reperti particolarmente significativi della storia della formazione della collezione del museo archeologico della provincia di Bari, comprese le integrazioni dei reperti statali, fra cui:

Dolmen della Chianca di Bisceglie (scavi primi '900): corredi funerari dell'età del bronzo (XVIII sec. a.C.) (ceramiche ed elementi ornamentali in bronzo, osso e ambra)

Noicattaro (scavi primi '900): corredo funerario di età arcaica (VI sec. a.C.) (ceramiche indigene a decorazione geometrica e ceramica ed elementi di armatura in bronzo di importazione dalla Grecia)

Noicattaro: pendaglio e dischi maurei (VI sec. a.C.)

Bari città: cratere a figure rosse fliacico (IV sec. a.C.) con la raffigurazione della nascita di Elena dall'uovo

Monete da Bari e altre località di età classica e medievale

Bari, S. Pietro: erma bifronte in marmo di età romana (I sec.)

Monete di età classica e medievale da Bari e altre località

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Venezia 73
Orari
Tu-Sa 09:00-19:00; Su,PH 09:00-13:00; Mo off
Telefono
+39 080 099 0882
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.museoarcheologicosantascolastica.it

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Nei dintorni di Bari

15 luoghi nei dintorni, a città metropolitana di Bari, Altamura, Monopoli, Gravina in Puglia, Bitonto, Molfetta

Mappa dei dintorni di Bari
Dati della mappa © OpenStreetMap

cattedrale di Santa Maria Assunta

Cattedrale · Altamura

cattedrale di Santa Maria Assunta

La chiesa di Santa Maria Assunta è il duomo di Altamura e la cattedrale della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti.

== Storia ==

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La città di Altamura fu ripopolata dall'imperatore Federico II nella prima metà del XIII secolo. In questo stesso periodo, tra il 1232 ed il 1254, fu eretta, per volere dello stesso imperatore, la cattedrale dedicata all'Assunta, primo e più antico monumento cittadino, con la facciata rivolta originariamente verso ovest (le chiese antiche infatti erano concepite per fare in modo che i fedeli e il sacerdote pregassero rivolti verso est, cioè verso il sorgere del sole, e questo imponeva che la facciata delle chiese rivolgesse verso ovest). Quasi tutte le aperture hanno archi gotici a sesto acuto, senza esclusione di un influsso immediato dell'architettura arabo-normanna. Federico la edificò come chiesa palatina, e dunque con privilegi di esenzione da qualsiasi giurisdizione che non fosse quella del sovrano. I successivi sovrani confermarono questi privilegi fino al 1929, quando, in seguito ai Patti Lateranensi, per la prima volta un papa di Roma poté nominare il vescovo della cattedrale.

Secondo quanto tramandato da alcuni storici locali dei secoli precedenti, la Cattedrale di Altamura sarebbe stata edificata su un preesistente tempio pagano. Domenico Santoro (1688) ipotizza che possa essere stato un tempio dedicato a Castore e Polluce, dal momento che erano visibili almeno fino al Settecento, sui capitelli del coro della cattedrale, due statue di Castore e Polluce. Scavi archeologici recenti hanno confermato l'influenza della Magna Grecia nell'area della città di Altamura, in particolare tra il IV e il III secolo a.C.

Il sacerdote don Vitangelo Frizzale (1755), invece, riporta che il precedente tempio era un tempio di Giano bifronte, quindi una divinità prettamente romana. Questa notizia era avallata, secondo alcuni, dalla presenza di un'erma bifronte sulla cuspide dell'antica facciata della cattedrale.

I recenti lavori di pulizia e restauro della cattedrale hanno messo in evidenza come si tratti, invece, di una scultura in pietra della testa di un saraceno. La scultura aveva funzione apotropaica, e rievocava i timori di un'invasione saracena, divenuta nel XVI secolo una vera minaccia per l'Europa cristiana.

In un'iscrizione in latino in caratteri gotici sopra la cosiddetta porta angioina (in passato chiamata anche "porta delle spezierie") c'è scritto che la chiesa crollò il 29 gennaio 1316 e fu ricostruita con l'aiuto di maestranze bitontine (i figli di Mastro Consiglio da Bitonto). Il primo a leggere e a tradurre correttamente l'iscrizione in latino fu Ottavio Serena, come lui stesso afferma nella sua "Storia di Altamura" (seconda metà dell'Ottocento). Gli storici precedenti avevano tradotto male l'iscrizione (che già di per sé è rovinata e scritta in un latino un po' sgrammaticato) e creduto che l'iscrizione si riferisse a un privilegio di cui Altamura godeva per il quale ogni anno il sindaco di Bitonto veniva ad Altamura per prendere la lista dei prezzi dei vari alimenti per divulgarla all'intera provincia.

Nel 1485 la chiesa fu elevata al rango di insigne collegiata e ciò comportò l'aumento del numero dei sacerdoti che officiavano nella cattedrale e dunque la necessità di aumentare lo spazio della zona del presbiterio e del coro. Si discute tra studiosi e storici sulla presunta inversione dell'orientamento della chiesa attuata nel Cinquecento per conseguire una maggior profondità del coro: alcuni sostengono che l'intera facciata, con portale e rosone, fu smontata e riposizionata dov'è ora; altri invece sostengono l'impossibilità di tale operazione e dunque affermano che l'attuale prospetto conserva una fisionomia molto vicina all'originale federiciano.

La realtà dei fatti, alla luce dell'ultimo restauro, è che la facciata non è stata mai spostata (a prova di ciò durante il restauro delle capriate sono stati rinvenuti gli "archetti pensili" romanici che adornavano la facciata originaria del XIII secolo), ma semplicemente quella attuale non è altro che il riadattamento del prospetto che in epoca federiciana racchiudeva i tre absidi (di cui uno oggi è visibile essendo l'alloggio del grande battistero, a sinistra del portale trecentesco). A questa operazione seguirà, più tardi negli anni, l'ampliamento del coro. Esso è visibile dall'esterno per la spiccata diversità dei conci. Quel limite oggi ben visibile per chiunque visita la basilica dal suo sagrato, è il punto preciso in cui sorgeva nel XIII secolo la prima facciata.

Nel XVI secolo, al campanile già esistente, se ne aggiunge uno simmetrico; in seguito vennero allungati ed ultimati con l'aggiunta di due celle campanarie nel XVIII secolo. Sempre al Settecento risale la ricca decorazione degli altari laterali e l’altare maggiore (1793). Invece è frutto del lavoro di ammodernamento realizzato tra il 1850 ed il 1860 dall'architetto Travaglini la decorazione in stile neogotico che riguarda tutta la chiesa (navata centrale e navate laterali) in bicromia alternata ai dorati e agli stucchi.

Durante la cosiddetta Rivoluzione di Altamura (1799), il sacerdote della cattedrale Nicola Popolizio, che prese parte attiva alla rivolta, fu torturato fino alla morte nel portico antistante alla stessa cattedrale; il canonico Celio Colonna fu sgozzato all'interno della cattedrale mentre pregava nella cappella di San Giuseppe.

Un'altra cappella degna di nota è quella di Santa Rosalia, che si deve all'arciprete della cattedrale Pietro Magri (1622-1688), originario di Palermo.

Con regio decreto n. 1746 del 21 novembre 1940, la cattedrale di Santa Maria Assunta di Altamura è riconosciuta come monumento nazionale italiano.

Nel 1929, con il Concordato, la cattedrale di Altamura (a capo di una prelatura nullius) smise di essere chiesa palatina e quindi non fu più di nomina regia, per poi diventare cattedrale della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti eretta il 30 settembre 1986 per l'unione della stessa prelatura con la diocesi di Gravina e con la Cattedrale palatina di Acquaviva.

Descrizione
Esterno

La facciata della cattedrale è caratterizzata dai due alti campanili a due ordini (in quello sinistro tre, con il primo romanico) raccordati tra loro da una loggetta balaustrata sovrastata da un timpano, visibili anche dall'esterno della stessa Altamura; dalla piccola loggia si affaccia una statua della Vergine Immacolata, mentre le statue dei Santi Pietro e Paolo si trovano ai lati sul timpano.

Sotto la loggetta v'è il rosone del Trecento, con una raggiera a 15 raggi ed al centro il bassorilievo raffigurante l'Agnus Dei. A sinistra del rosone vi sono tre stemmi: quello centrale apparteneva all'imperatore asburgico Carlo V. Gli altri due stemmi sono stati voluti da Pietro da Toledo e dall'arciprete Salazar, a cui si devono i lavori di ristrutturazione ed ampliamento del Cinquecento. Spostandosi ancora a sinistra vi si trova una bifora con raffinati decori di ascendenza orientale, espressioni del linguaggio del gotico federiciano. Tale bifora adornava l'antica facciata al posto del rosone, che solo in epoca gotica diventerà un elemento caratteristico delle facciate.

La facciata culmina con il portale del Trecento, racchiuso all'interno di un protiro sporgente sostenuto da due colonne appoggiate su due leoni (del 1533), e terminante in un timpano, al centro del quale si trovano due stemmi, quello degli Angiò di Napoli e quello dei principi di Taranto e signori di Altamura: questi permettono di datare il portale tra il 1356 ed il 1374. Il portale è un vero trionfo di decorazioni e sculture, con soggetti biblici: nella lunetta è raffigurata la Vergine in trono con Bambino e due angeli; nell'architrave è raffigurata l'Ultima cena; negli archi sono scolpite 22 scene evangeliche della vita di Gesù, dall'Annunciazione alla Pentecoste.

Nel 1858 (solo tre anni prima dell'Unità d'Italia), fu costruita la torre dell'orologio, su progetto dell'architetto Corradino de Judicibus.

Interno

La basilica è a tre navate, suddivise da colonne e pilastri, con matronei. I capitelli di stampo bizantiniano e le relative verticalizzazioni (pilastri e colonne) sono (insieme ai matronei e all'abside posto a sinistra del portale) le uniche testimonianze ancora visibili della cattedrale federiciana del XIII secolo. Il ricco soffitto ligneo è decorato con stucchi d'oro. La navata centrale termina con l'imponente altare maggiore settecentesco, iniziato dal marmorario Ghetti nel 1736 ed ultimato nel 1793. La pala d'altare è di Leonardo Castellano e raffigura la Vergine Assunta (1546). Il presbiterio è poi arricchito da uno sfarzoso coro in legno di noce datato 1543, di impronta manierista; dall'ambone in pietra, con scolpite scene della vita di Gesù; e da un pulpito ligneo anch'esso del Cinquecento. Di grande importanza sono le cappelle delle navate minori. Sono sei per ogni lato, e nello specifico la prima e la quarta della navata sinistra sono le più ampie. La prima contiene un presepe in pietra policroma del 1587, e la quarta è dedicata a San Giuseppe. Essa è in stile barocco, e contiene un altare (in marmo policromo anch'esso), sopra cui si erge la statua di San Giuseppe (patrono minore della città) che tiene per mano il Bambin Gesù, entrambi racchiusi in un baldacchino che si incastra nella parete di fondo che assume l'andamento "concavo/convesso" tipico barocco. Quattro pennacchi decorati con pregiati stucchi reggono una piccola cupola (non estroflessa all'esterno) a base ovale che si chiude con una piccola "lucerna".

Nella basilica è conservata inoltre una tela di Domenico Morelli raffigurante la Conversione di San Paolo (1876).

Evoluzione architettonica

La Cattedrale di Altamura ha subito alcune modifiche nel corso dei secoli. In particolare, inizialmente aveva una specie di tiburio (si veda la figura) contenente la cosiddetta casa dell'arlogio (orologio), contenente pesi e contrappesi, e quindi non una semplice meridiana. Il tiburio fu prima demolito nella prima metà del XVII secolo e poi ricostruito, tanto da essere nuovamente visibile in un dipinto del XVIII secolo esposto nella sala consigliare del Comune di Altamura.

Nello stesso dipinto è visibile un fulmine che colpisce le torri della cattedrale, un ovvio riferimento a ciò che accadde nel 1726. Secondo quanto riportato, i fulmini colpirono per ben due volte la cattedrale, causando ingenti danni sia all'interno che all'esterno della cattedrale. Nei tre anni successivi furono eseguiti sulla cattedrale lavori di restauro e le torri della cattedrale furono prolungate. Furono anche aggiunte le cupole su ciascuna delle due torri (come si nota dai disegni antecedenti, le cupole erano assenti). Inoltre, in corrispondenza dell'attuale torre dell'orologio, sopra il seggio, la Cattedrale di Altamura aveva anche un rosone e delle finestre, oggi non più esistenti.

Nel 1729 furono anche realizzate le statue dell'Assunta e di santi Pietro e Paolo, e successivamente aggiunte. Negli anni successivi, la cosiddetta "casa dell'arlogio", cioè quella specie di tiburio centrale tra le due torri si trasformerà nella loggia barocca che oggi è possibile vedere.

Restauri

La cattedrale di Altamura è stata in più occasioni oggetto di lavori di restauro. Il restauro esterno, eseguito nel periodo luglio-novembre 2006 dall'impresa Cobar S.p.A. ne ha restituito il colore bianco originale.

Nel 2017 è stato eseguito un altro restauro riguardante la pavimentazione, l'impianto d'illuminazione, i tre portoni di ingresso e altre strutture lignee.

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basilica concattedrale di Maria Santissima della Madia

Concattedrale · Monopoli

basilica concattedrale di Maria Santissima della Madia

La Basilica Minore Cattedrale di Maria Santissima della Madia è la chiesa concattedrale della diocesi di Conversano-Monopoli; è monumento nazionale italiano.

Nell'ottobre del 1921 papa Benedetto XV la elevò al rango di basilica minore.

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Storia

Il luogo su cui sorge la basilica cattedrale della Madonna della Madia in Monopoli si è rivelato, grazie agli scavi archeologici avviati in loco nel 1986, zona di antiche e complesse stratificazioni temporali che, partendo dal 4500 a.C. circa giungono fino ai nostri giorni.

La prima fase: Età del bronzo

Il luogo su cui sorge la basilica della Madonna della Madia in Monopoli presenta tracce di frequentazione umana fin dall'età del bronzo, come testimoniano i fori di palificazione scavati nella roccia sottostante il pavimento dell'antica cripta della cattedrale romanica, edificata a partire dal 1107 probabilmente sui resti di un antico tempio pagano dedicato al culto delle divinità mediterranee Maia e Mercurio. Sotto la suddetta cripta sono state del resto ritrovate testimonianze di frequentazione messapica della zona come una sepoltura di cui è visibile la controfossa, all'interno della quale - esemplare unico nel suo genere - è stata ritrovata una trozzella in materiale bronzeo e non di terracotta, come invece per gli altri ritrovamenti dello stesso genere. Ancora, sono stati rintracciate numerose tombe a camera di età messapica e corridoi sotterranei utilizzati forse come vie per giungere al tempio di Mercurio/Ermes.

La seconda e terza fase: Epoca ellenistica e secoli VII - XI

La seconda stratificazione temporale visibile al di sotto della cripta è determinata dalla presenza di alcune fosse votive, di Epoca ellenistica, di cui particolare è risultata la presenza di uno scheletro completo di infante con orecchini circolari in filo d'argento e una sepoltura d'adulto con corredo in vasellame. La successiva stratificazione rivela un sepolcreto di età alto medioevale e dunque sepolture cristiane: le fosse, scavate nella roccia e orientate in direzione ovest - est (con il capo rivolto verso il sole nascente, simbolo di rinascita - Risurrezione), presentano una parte inferiore slargata e un rialzo nella parte superiore, dove probabilmente appoggiava il capo il defunto, a mo' di cuscino di roccia.

La chiesa romanica

La cattedrale romanica di Monopoli fu costruita abbattendo un precedente edificio di culto dedicato a san Mercurio di età paleocristiana o altomedievale, sorto intorno al 256 d.C. È tradizione che questo antico tempietto fosse stato innalzato sulle rovine di un tempio pagano dedicato alla divinità omonima Mercurio e a Maia, come leggibile in un'epigrafe in greco oggi visibile nella sagrestia della chiesa settecentesca.

La cattedrale sorse nel XII secolo in stile romanico, su iniziativa del vescovo Romualdo (1077-1118) e con il contributo del duca Roberto d'Altavilla, ma ben presto i lavori furono interrotti per la mancanza del materiale adatto alla costruzione del tetto. Secondo la tradizione, nella notte del 16 dicembre 1117 una zattera approdò nel porto della città all'ingresso del porto canale fatto insabbiare dal normanno Ugo Tutabovi primo conte di Monopoli (1042-1049), trasportando l'icona della Madonna della Madia, e con le travi della zattera, trentuno secondo la testimonianza del Glianes, fu ultimata la chiesa. Essa fu consacrata solo il 1º ottobre 1442: l'impianto basilicale era a tre navate, con transetto e abside. Le dimensioni erano in lunghezza di 31,90 m e in larghezza di 17 m.

A partire dal Cinquecento furono apportate significative modifiche alla cattedrale. Infatti nel 1501 tra l'altare maggiore e l'abside fu edificato un retablo a 16 nicchie con altrettante statue, e sopra di questo fu ricavata una piccola cappella sopraelevata per la custodia dell'icona venerata. Per la prima volta veniva adottata questa disposizione di una cappella sopraelevata al posto dell'abside. La nuova cattedrale fu consacrata il 31 luglio 1513 dal vescovo di Polignano Cristoforo Magnanini.

Tra il Cinquecento ed il Seicento furono aggiunte otto cappelle laterali, quattro per parte. Nell'ordine, partendo dalla navata destra in prossimità del portale:

Cappella di San Michele, della famiglia Galderisi

Cappella di San Giacomo, della famiglia Borrassa

Cappella del Santissimo Sacramento, della Confraternita del Santissimo Sacramento: presentava una cupola alta 13 metri e una Pietà in pietra.

Cappella della Concezione

Cappella di Maria Santissima della Madia (al centro, dietro l'altare di pietra)

Cappella di Sant'Anna

Cappella della Circoncisione con monumento funebre del vescovo Antonio Pignatelli

Cappella di San Giacomo

Cappella di San Lorenzo.

In seguito, poiché la cappella sopraelevata della Madonna della Madia era giudicata di dimensioni ridotte in quanto limitata dall'abside romanica, tra il 1642 ed il 1643 fu abbattuta l'intera zona dietro l'altare maggiore per costruire una nuova struttura che consentiva nella parte superiore la realizzazione di una più ampia cappella e nella zona sottostante la sacrestia. A questa struttura, della quale ad oggi si possono notare solo le imponenti fondazioni a livello della cripta romanica, nel 1693 fu addossato un nuovo campanile, in stile barocco in sostituzione di quello romanico crollato in seguito a un fulmine.

La chiesa barocca

Nel Settecento l'intero edificio romanico e le strutture successive, eccetto il campanile, da poco ultimato, furono demolite per costruire la nuova chiesa in stile barocco, opera iniziata nel 1742 e portata a termine nel 1772. Le motivazioni che portarono i canonici del capitolo a volere una nuova chiesa furono molteplici: in primo luogo l'esigenza di un tempio sacro che rispondesse alle esigenze di una popolazione in costante aumento; in secondo luogo la volontà di seguire la moda barocca del tempo e di eliminare una chiesa ormai fatiscente e che comunque avrebbe richiesto l'impiego di ingentissime risorse per un lavoro di rattoppamento di cui i canonici non vollero prendersi carico. Si decise così a favore della distruzione totale dell'antico tempio romanico: per l'erigenda chiesa barocca furono chiamati due maestri muratori e ingegneri, Michele Colangiuli di Acquaviva delle Fonti e Pietro Magarelli di Molfetta che costruirono una chiesa perfettamente aderente ai dettami del Capitolo: ampia, spaziosa, in cui troneggiasse l'Icona della Beata Vergine della Madia.

Nel 1786, tredici anni dopo la consacrazione, per proteggere il sagrato dal forte vento proveniente dal mare, fu edificato sul lato destro della facciata un muro alto trentatré metri, comunemente definito muraglione, ad opera di Giuseppe Palmieri, dove trovarono posto 10 delle 12 statue dell'antico retablo cinquecentesco (come San Francesco, San Domenico, Isaia, Geremia, Ezechiele) probabilmente opera di Ludovico Fiorentino, attivo nel XVI secolo. Alcune statue presentano deformazioni causate da un fulmine che cadde il giorno di Natale del 1519 sull'altare maggiore.

Agli inizi del 1800 fu edificata la Cappella dei Martiri e nel 1850 venne completata la cappella superiore; alla fine del XIX secolo l'abate Domenico Capitanio realizzò a sue spese il pavimento marmoreo del presbiterio.

Agli inizi del Novecento venne realizzato il pavimento in marmo delle navate, venne dipinto il soffitto della navata centrale e della cupola, furono decorati i pilastri con marmo e fu inserito il nuovo organo che sostituì quello settecentesco. Nel 1959 fu realizzato il sottopassaggio che unisce piazza Manzoni al sagrato della chiesa.

Descrizione
Esterno

La facciata, sopraelevata rispetto al piano stradale di sette gradini, ricca di elementi barocchi, è divisa orizzontalmente in due parti: nella parte inferiore vi sono i tre portali d'entrata: al di sopra di quello centrale vi è un timpano, sorretto da colonne ad ordine composito, che rappresenta un elemento di divisione dalla parte superiore, dove si apre una grande finestra al posto del rosone e un frontone semicircolare in cui è inserito un cartiglio con il monogramma della Madonna. Ai lati del portale principale vi sono una serie di paraste ioniche ornate da ghirlande che lo separano dagli ingressi laterali, anch'essi sovrastati da timpani ornanti di anfore. Tipicamente barocche le volute a ghirlanda, i pinnacoli, gli ovali a decorazione delle finestre laterali. Al fianco sinistro della zona absidale si trova il campanile a sei ordini, costruito tra il 1688 ed il 1693: l'antica cattedrale romanica aveva tre campanili, che andarono distrutti uno dopo l'altro.

Interno

L'impianto interno è a croce latina a tre navate suddivise da pilastri, con doppio transetto, volta lunettata in quella centrale ed otto cappelle laterali, quattro per navata. Altre quattro cappelle sono collocate agli estremi dei due transetti, il secondo sopraelevato di tre gradini rispetto al piano basilicale. La navata centrale e quelle laterali sono separate da una serie di pilastri cruciformi a tarsia marmorea. All'intersezione tra la navata centrale il primo "braccio" della croce latina, detto transetto, sorretta da quattro grandi pilastri, si erge una cupola alta 31 m con un diametro di circa 9 m Ai margini della cupola vi sono gli affreschi raffiguranti i quattro Evangelisti.

Cappelle

Partendo dalla navata destra, dal portale, si incontrano:

Cappella delle Travi: in un grande armadio a muro, sono visibili ed esposte le travi della Madia, secondo la tradizione zattera su cui giunse l'icona mariana nel 1117.

Cappella di San Michele Arcangelo: sull'altare è visibile la tela di Jacopo Palma il Giovane, del 1675, raffigurante San Michele e il demonio.

Cappella dell'Immacolata: nella nicchia, sull'altare, è visibile una statua di marmo dell'Immacolata, un tempo posta nell'omonima cappella della cattedrale romanica.

Cappella di San Giacomo di Compostela: Sull'altare si trova l'opera di Carlo Rosa con La battaglia di Clavijo, databile al terzo quarto del Seicento. San Giacomo vi è raffigurato, chiome al vento, annientatore feroce delle schiere musulmane: raffigurazione evidentemente suggerita dal clima controriformistico.

Cappella del Santissimo Sacramento: la cappella, ricostruita nel XVIII secolo, presenta al centro, sulla parete di fondo, una grande tela di Francesco de Mura (1696 - 1782) con una bellissima rappresentazione della Cena di Emmaus e due tele di minor dimensioni raffiguranti a sinistra il Sacrificio di Isacco e a destra il parallelo tra il sacrificio dell'Antico Testamento e quello, rinnovato, del Nuovo Testamento.

Cappella dei Martiri: ultima per costruzione, presenta ai lati dell'altare una grandissima quantità di reliquie incassate e visibili nelle urne sul muro. Vi si vede la tela di Palma il Giovane con la Madonna in gloria con San Rocco e Sebastiano. Più in alto è una tela raffigurante la Circoncisione di Cristo, opera del 1570 circa di Marco Pino.

Cappella di Sant'Anna: nei due ovali che sormontano l'altare sono raffigurati Sant'Elisabetta e San Zaccaria. Di scuola napoletana la Sant'Anna sull'altare.

Cappella della Madonna del Rosario: sulla pala d'altare sono raffigurati la Vergine con i Santi Domenico e San Francesco da Paola, Vincenzo Ferrer e Santa Caterina. Intorno è presente una cornice di ovali con i quindici misteri del Rosario.

Cappella del Redentore: presente una tela raffigurante l'episodio del Vangelo di Matteo Gesù e i Figli di Zebedeo di Giovanni Bernardo Lama e Silvestro Buono.

Cappella del Crocifisso: la cappella contiene un Crocifisso attribuito a un artista locale del XVI secolo: il materiale utilizzato è una misteriosa mistura di gesso e legno.

Cappella di San Francesco da Paola: vi è la sostituzione della pala d'altare con un grande tabernacolo in legno dorato su cui è raffigurato il santo protettore della città, curvo come un vecchio contadino.

Cappella del Fonte Battesimale: presente un dipinto raffigurante Giovanni Battista in preghiera. Sullo sfondo il battesimo di Cristo in ambiente boschivo che fa pensare a un'impronta manieristica pugliese.

Tramite due rampe di scale simmetriche, si accede alla cappella della Madonna della Madia, sopraelevata di metri 6,5 rispetto al piano di calpestio del presbiterio: essa affaccia direttamente sull'altare maggiore.

Cappella della Madonna della Madia

La costruzione della nuova cappella a metà del Settecento determinò la distruzione del retablo cinquecentesco. Essa fu evidenziata con due archi all'inizio e alla fine del presbiterio. La sua decorazione richiese quasi un secolo di tempo per essere portata a termine, a causa soprattutto dei costi del ricco materiale utilizzato: essa fu ultimata con la messa in opera della pavimentazione in marmo nel 1856.

La cappella, che tipicamente rappresenta il Trionfo della Vergine, presenta un pregevole altare con alternanza di marmi policromi, alzato da quattro colonne di marmo verde, su piedistalli di discreta altezza, sormontate da fregi. L'icona della Vergine, dalle fattezze simili alle tante Madonne bizantineggianti in Puglia, domina l'intera cappella: ai lati dell'Icona, su piccole mensole, si ergono le statue di san Michele e san Giuseppe di Giuseppe Sanmartino, autore del famoso Cristo Velato. Del 1720 è la cornice d'argento dell'immagine della Madonna della Madia.

La cappella è arricchita da diverse tele settecentesche con Storie della Vergine Maria di Michele del Pezzo e da due quadri di Pietro Bardellino raffiguranti la Lotta iconoclasta, quasi motivo eziologico dell'arrivo dell'icona sulle rive monopolitane, ed il Miracolo della zattera, che presenta l'ambientazione inusuale dell'approdo in una mattina d'estate, forse per contrasto con l'oscurità barbarica del primo dipinto. Un ciclo pittorico dal titolo Miracolosa Venuta della Madonna della Madia, un tempo posto nella sagrestia della cappella, è ora visibile di fronte alla cappella dei Martiri.

Organi a canne

Nella concattedrale si trovano due organi a canne.

Lo strumento principale è collocato sulla cantoria in controfacciata, e venne costruito dall'organaro Francesco Consoli di Locorotondo nel 1922 e restaurato nel 2005 dalla ditta Brondino Vegezzi-Bossi. A trasmissione pneumatica tubolare, dispone di 30 registri; il materiale fonico è interamente racchiuso entro cassa lignea neoclassica riccamente decorata con intagli e dorature. La consolle, anch'essa in cantoria, ha due tastiere e pedaliera.

Nella cappella della Madonna della Madia, a pavimento, vi è un organo positivo proveniente dalla chiesa di Santa Teresa, costruito da Pietro De Simone junior nel 1762; integro nelle sue caratteristiche foniche originarie, ha 7 registri ed unica tastiera e pedaliera.

Cripta
La riscoperta della cripta della cattedrale romanica e del connesso sito archeologico

Nel 1972, in occasione di alcuni restauri del tempio settecentesco, si presentò l'opportunità di tentare una precisa localizzazione dell'antica cattedrale romanica. La via più semplice e diretta era l'esplorazione dei sepolcreti dei vescovi, da circa un secolo inaccessibili a causa della sovrapposizione del pavimento in marmo alle botole di accesso. L'ostacolo fu aggirato riaprendo vecchie brecce nella zona inferiore della chiesa accessibili da stalle private e da un ambiente utilizzato come “teatrino”.

Nel corso dei lavori di restauro della cattedrale, iniziati nel 1986 nell'ambito della L.R.37/79, venivano fatte emozionanti scoperte. Col preciso intento di ritrovare la cripta della cattedrale del vescovo Romualdo, si iniziava a scavare nel grande ambiente sotterraneo al di sotto del transetto della cattedrale barocca; appena rimosso il pavimento veniva alla luce l'intera zona absidale di una cripta romanica, tombe altomedievali, di epoca romana, ellenistica e messapica, sovrapposte a resti di insediamenti dell'età del bronzo. Appariva particolarmente suggestivo l'ininterrotto utilizzo a fini sacri, per almeno 2400 anni, di una zona abitata già dalla preistoria, inoltre diveniva inconfutabile l'antichità delle origini della città.

I resti della cripta portati alla luce erano inquadrabili nell'ambito dell'architettura romanica matura e collegabili a un'importante chiesa a pianta basilicale, coperta a capriate, sotto il cui transetto era localizzata una cripta a navatelle, con volte a crociera. È stato possibile dimostrare (grazie alla perfetta rispondenza delle misure dell'edificio ritrovato con quelle riportate nella vista pastorale del 1740 da Mons. Della Gatta) che la cripta ritrovata apparteneva alla cattedrale costruita da Romualdo nel 1107.

Il riuso museale della cripta della cattedrale romanica e del connesso sito archeologico

Gli interventi di riuso, concordati tra la parrocchia della basilica concattedrale, la Regione Puglia e le Soprintendenze Archeologica, Architettonica e Archivistica, hanno portato alla creazione di un ricco e inconsueto spazio museale.

La cripta della cattedrale romanica, connessa recentemente con la cripta della Confraternita del Santissimo Sacramento, conserva preziosi resti scultorei e decorativi romanici, gotici, rinascimentali appartenuti all'antico Tempio di Romualdo demolito nel 1742. Nei locali della cripta è inoltre esposto l'interessante materiale archeologico rinvenuto nel corso degli scavi e della realizzazione del museo, o ritrovato in passato nell'ambito del territorio monopolitano.

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concattedrale di Santa Maria Assunta

Ex cattedrale · Gravina in Puglia

concattedrale di Santa Maria Assunta

La Concattedrale di Santa Maria Assunta è il principale luogo di culto cattolico di Gravina in Puglia, Concattedrale della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti. Dal 1940 ha la qualifica di monumento nazionale italiano e, nel 1993, è stata elevata da S.S Giovanni Paolo II al rango di Basilica minore a testimonianza della sua particolare rilevanza storico-religiosa in tutta la zona.

== Storia ==

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La Chiesa Cattedrale di Gravina, sita in Piazza Benedetto XIII, è ubicata ad est della città e domina dall'alto a cavaliere i due sottostanti più antichi Rioni dell'abitato: Piaggio e Fondovico.

Essa, in ordine cronologico, è la quarta Cattedrale della Diocesi di Gravina, che vanta la sua costituzione nel 1° millennio dell'era cristiana (i documenti storici la dicono già esistente con certezza nel sec. IX) ed ebbe come prima Sede Vescovile la Chiesa a cinque navate, scavata nel tufo: San Michele delle Grotte; la seconda fu quella di San Marco; la terza quella di San Giovanni Battista.

Sfogliando la «Visita Pastorale» di Monsignor Vincenzo Ferrero (1725-1730) del 1727 si legge che l'attuale Cattedrale fu costruita nel 1065 «come si ricava da antichi documenti di Gravina e dalla iscrizione posta nel frontespizio alla fascia superiore, nella particella destra laterale».

Tra L'XI e il XII secolo la città era sotto il dominio dei Normanni, feudatari di Gravina, che vollero la Cattedrale annessa al Castello feudale, facendola costruire in stile romanico, su pianta regolare, con lunghezza doppia della larghezza e a tre navate con le laterali terminanti nelle due torri quadrate del suddetto castello.

Essa fu affrescata con figure bizantineggianti, affiorate accidentalmente sotto l'intonaco, durante i lavori di restauro dell'edificio negli anni '60. Questa parte primitiva della Cattedrale ha non pochi elementi in comune con le linee architettoniche della Basilica di San Nicola di Bari. Per cui si è arrivati a supporre che a costruirla siano state le stesse maestranze che elevarono il Sacro Tempio del Santo di Mira.

Ma nel sec. XV, per gli incendi verificatisi verso il 1447 o per il terremoto della notte del 5 dicembre 1456, che devastò varie regioni d'Italia ed in particolare il Regno di Napoli, la primitiva quarta Cattedrale di Gravina andò quasi completamente distrutta.

Ma pochi decenni dopo, lo zelo del Vescovo Monsignor Matteo D'Aquino (1482-1508), sollecitato e sostenuto dalla «civitas» gravinese, nonché dall'apporto generoso del Capitolo e del Duca di Gravina Francesco Il Orsini, diede il via alla ricostruzione del maestoso Tempio. La ricostruzione del monumento fu continuata dai Vescovi, che a Monsignor D'Aquino si succedettero sulla cattedra episcopale di Gravina, sì che il Tempio poté essere consacrato da Monsignor Arcasio Ricci (1630-1636) il 9 Maggio 1632, nel secondo anno del suo Episcopato, come si legge sulla lapide commemorativa, posta all'interno della facciata centrale, sotto lo stemma dello stesso Presule, che così dice:

ARCASIUS RICCI DE PISCIA

EPUS GRAVINEN AN. II SUI PRAES.

HANC CONSACRAVIT ECCLESIAM

DIE IX MAJI MDCXXXII

Con la consacrazione e la dedicazione della Cattedrale in onore della Vergine Assunta in Cielo, non si esaurì l'impegno per ulteriori rifiniture e per l'abbellimento del grande Tempio, con l'apporto sempre determinante del Capitolo Cattedrale e della famiglia dei Duchi Orsini, cui si aggiunse, in un certo momento, particolarmente dovizioso quello del loro più grande figlio: il Cardinale Fra Vincenzo Maria Orsini, poi Papa Benedetto XIII (1724-1730).

Tra il XVII ed il XVIII secolo ha subito all'interno vari interventi barocchi. Oggi la chiesa si presenta come una sintesi di diversi stili architettonici: il tardo-romanico, il rinascimentale ed il barocco.

Con regio decreto n. 1746 del 21 novembre 1940, la Concattedrale di Santa Maria Assunta di Gravina in Puglia è riconosciuta come monumento nazionale italiano, mentre il 19 agosto 1993 Papa Giovanni Paolo II la elevò alla dignità di Basilica minore.

Descrizione
Esterno

La facciata, tripartita da due lesene, è composta da tre portali, di cui quello centrale più grande ma incompiuto, e da un rosone, resto dell'antica chiesa romanica, al cui centro è collocato un bassorilievo dell'Assunta. I due portali laterali sono abbelliti da altorilievi e da due piccole statue raffiguranti il Cristo; il portale di sinistra è datato 1495. Il portale centrale è opera recente: essa è composta di 24 pannelli che raccontano episodi evangelici. Un altro ingresso è posto sul lato sud della cattedrale: nel frontespizio è un bassorilievo della Madonna col Bambino affiancato dalle statue tardo-cinquecentesche raffiguranti i santi Pietro e Paolo. Il campanile è stato ultimato nel 1698 dal cardinale Vincenzo Maria Orsini con la costruzione del "cipollone" sulla sua sommità.

Sporgente dalla navata sinistra e a strapiombo sulla gravina è il cosiddetto cappellone, costruito nella prima metà del XVII secolo, a due piani: al piano inferiore è l'oratorio della Santa Croce, sede una volta della confraternita omonima; al piano superiore, al livello della cattedrale, è la cappella del Santissimo Sacramento. Questa struttura fu voluta dal vescovo Arcasio Ricci, il cui sepolcro marmoreo è conservato nella stessa cappella, il busto che lo raffigura è opera di Francesco Mochi.

Interno

L'interno della chiesa è a tre navate divise da colonne con capitelli di spoglio. Il soffitto è in legno intagliato e dorato, in stile barocco: su di esso furono applicati nel Seicento quattro grandi tele. Diverse sono le cappelle laterali, tra cui quella dedicata a San Michele Arcangelo, patrono della città; queste cappelle sono impreziosite da altari di marmi policromi, per lo più del 1700, ed opera del napoletano Francesco Cimafonte. Nel presbiterio è un importante coro ligneo del 1561 e un grande organo.

La sagrestia, che conserva un bancone in legno intarsiato della seconda metà del XVI secolo, è stata costruita sui resti di parte dell'antico castello normanno.

Sotto la Cattedrale si trova un'altra chiesa a tre navate dedicata alla Santa Croce, conosciuta come “soccorpo della cattedrale”. In essa vi sono resti di affreschi del Cinquecento ed un altare in pietra del Seicento. In origine era un ossario, liberato nel 1633 dal vescovo Arcasio Ricci e trasformato in chiesa; in essa sono conservati sculture sepolcrali di vescovi locali del Cinquecento.

Organi a canne

L'organo a canne della Cattedrale è stato costruito nel 1907 dall'organaro cremasco Pacifico Inzoli ed in seguito restaurato dai suoi eredi.

Lo strumento è a trasmissione elettro-meccanica, con consolle avente due tastiere di 61 note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di 32 note. Il materiale fonico è situato in parte sulla cantoria alle spalle dell'altare maggiore, entro la cassa settecentesca (Pedale), e alla destra (Grand'Organo, prima tastiera) e alla sinistra (Espressivo, seconda tastiera) degli stalli lignei dei coro, nelle navate laterali.

Organo della cappella del Santissimo Sacramento

Nella cappella del Santissimo Sacramento, a pavimento, si trova un organo a canne costruito nel 1853 da un organaro anonimo.

Lo strumento è a trasmissione integralmente meccanica, con consolle a finestra avente un'unica tastiera di 49 note con prima ottava cromatica estesa e una pedaliera a leggio di 12 note costantemente unita al manuale e priva di registri propri. La cassa, in legno dipinto, è caratterizzata dalla mostra, composta da canne di principale disposte in cuspide unica, chiusa da due portelle.

Campane

Nel campanile della basilica sono presenti quattro campane utilizzate per le funzioni liturgiche e un sonello inutilizzato.

Particolari della cattedrale

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concattedrale di Bitonto

Concattedrale · Bitonto

concattedrale di Bitonto

La cattedrale di Bitonto, nota anche come duomo di Bitonto, è la chiesa concattedrale dell'arcidiocesi di Bari-Bitonto e monumento nazionale italiano. Principale luogo di culto della città di Bitonto, è dedicata a san Valentino da Viterbo e a Santa Maria Assunta. Sebbene sia ispirata al modello della basilica di San Nicola di Bari, la ricchezza delle decorazioni, esterne ed interne, e la sua coerenza stilistica ne fanno l'esempio più completo e maturo dell'architettura romanica pugliese.

L'edificio conserva i resti di una chiesa paleocristiana con una pavimentazione musiva dell'XI secolo perfettamente conservata.

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Storia

La fondazione di un edificio precedente all'attuale, e di cui si sono rinvenuti i resti negli ultimi restauri, è data al 1087 e compiuta nel 1095, dando fede a quanto contenuto in un documento della chiesa di San Silvestro; nel 1114 è avvenuta la consacrazione, probabilmente riferita a questo primo edificio.

L'attuale costruzione fu innalzata nel centro della città tra il XII secolo e il XIII secolo. L'impianto generale dell'edificio fu terminato entro la fine del XII secolo. Entro la metà del duecento venne completata la decorazione interna ed esterna, per esempio l'ambone, il portale maggiore ed il finestrone nell'abside.

La costruzione, in stile romanico pugliese su modello della basilica di San Nicola di Bari, segue le forme mature del romanico pugliese; sono rilevanti il portale riccamente scolpito e il rosone, il primo in Puglia con sovrarco sormontato da una sfinge e fiancheggiato da due leoni su colonnine pensili. Nella cripta è stato rinvenuto un mosaico raffigurante un grifone. La struttura doveva essere preceduta da un portico, come attestano i resti d'imposte d'archi sui piloni della facciata, ma in realtà non fu mai costruito.

L'esistenza della diocesi di Bitonto, secondo le fonti scritte, risale al 1089, quando era guidata dal vescovo Arnolfo, ed è perdurata sino al 1986, quando è stata unita all'arcidiocesi di Bari.

È sede della parrocchia di Santa Maria Assunta.

Esterno

La facciata, a salienti, è tripartita da lesene per tutta l'altezza della navata centrale, che idealmente delimitano. Ciascuna delle tre parti presenta un portale. Quello centrale raggiunge un livello di complessità narrativa, scultorea e artistica unico nel romanico pugliese. Si presenta più grande di quelli laterali e incorniciato da un doppio archivolto, ornato con figure animali e vegetali, su cui si erge un sovrarco, riccamente scolpito con foglie d'acanto e sormontato da un pellicano, uccello che, nella leggenda, offre il suo cuore ai figli affamati e simboleggia pertanto la generosità della Chiesa. Il sovrarco è retto da una coppia di grifoni di pietra che tengono una preda fra gli artigli. Il tutto è a sua volta sostenuto da colonne, terminanti con capitello corinzio, poggianti su due leoni in pietra di dimensioni reali.

A rendere così prezioso il portale sono le decorazioni dell'architrave e della lunetta. Nella prima sono scolpiti a bassorilievo scene dell'infanzia di Gesù: Annunciazione, Visitazione, Epifania, Presentazione di Gesù al Tempio, ciascuna affiancata da iscrizioni esplicative. Nella lunetta è invece rappresentata, sempre in bassorilievo, un'Anastasis, la discesa agli Inferi, tema iconografico medievale della resurrezione di tradizione bizantina. Tutto in realtà è unito a formare un messaggio teologico di rara complessità e coerenza: per liberare dal peccato il mondo terreno, rappresentato dagli archivolti, Dio si è fatto uomo, come mostrano le scene dell'architrave, e ha sconfitto la morte nell'Anastasi della lunetta.

I restanti due portali sono più piccoli di quello centrale ma presentano entrambe stipiti ed architrave scolpiti e lunetta ad arco falcato. La lunetta del portale a sinistra di quello centrale è chiusa da una transenna.

Il registro superiore della facciata è incorniciato da archetti pensili ed è arricchito con quattro bifore: una nelle sezioni laterali mentre le altre due sono affiancate nella sezione centrale. Queste due sono adornate con due colonnine che sostengono il rispettivo sovrarco. Sulle bifore si erge un rosone a sedici bracci, inquadrato da un'edicola arcuata con sovrarco sormontato da una sfinge e sorretto dalle sculture di due leoni.

Il fianco meridionale, che si affaccia sulla piazza, presenta un loggiato formato da sei esafore, con colonnine e capitelli scolpiti con protomi (teste) umane tutte differenti tra loro. Sotto ogni esafora si apre una profonda arcata, chiusa da una finestrella ogivale, tranne l'ultima, che presenta un portale detto Porta della scomunica. Sopra il portale si erge una monofora chiusa da transenna.

Il fianco settentrionale differisce per la presenza, al posto delle esafore, di sei monofore disposte in modo simmetrico.

La copertura segue il profilo della facciata, sicché la navata centrale si trova delimitata nella parte alta da due pareti esterne. Queste ultime sono aperte da quattro monofore equidistanti, anch'esse chiuse da transenne, e coronate da archetti pensili. Le testate del transetto continuano idealmente le pareti della navata centrale. Le facciate presentano sulla parte superiore quattro bifore, le due in basso adornate con doppi archivolti.

La testata meridionale differisce dall'altra per la presenza di un rosone, anch'esso, come quello della facciata, con sovrarco sormontato da una sfinge e retto da due grifoni ma meno scolpito e decorato. Al suo posto la testata settentrionale presenta un foro rotondo.

La zona absidale è chiusa da tre pareti: due che vanno ad unirsi con quella anteriore delle testate, e il muro posteriore.

La parte settentrionale di queste pareti ingloba il campanile, più volte rimaneggiato (nel 1486-88 e nel 1630) e rifatto in tempi recenti.

Una serie di arcate cieche, racchiuse due a due da un arco più ampio a mo' di bifore, si aprono, in basso, nella parte posteriore della concattedrale: le pareti laterali contano tre coppie di arcate cieche, mentre il muro posteriore ne conta quattro, con le due interne separate da un'arcata singola. Sopra di essa si erge un gran finestrone con ornamento simile al portale principale: due leoni che sorreggono due colonne e, sui capitelli, due grifi che sorreggono un sovrarco riccamente scolpito. Più in alto compare un grande arco di tipo moresco.

Tra la concattedrale e il palazzo De Lerma, adiacente alla parte destra della facciata della concattedrale, si erge una loggia cinquecentesca con soluzione ad angolo. La loggia realizzata dal vescovo Carafa è in pieno stile rinascimentale ed è chiamata loggia delle benedizioni.

Interno

L'impianto della chiesa è basilicale a croce a croce latina immessa, diviso cioè in due navate laterali ed una centrale, più larga, tutte terminanti con un'abside semicircolare. Il transetto è invece iscritto, non sporge cioè dalle pareti esterne delle navate laterali. L'interno si presenta debarocchizzato con copertura a capriate realizzate alla fine dell'Ottocento su progetto di Ettore Bernich. Come molte chiese pugliesi infatti, anche la concattedrale di Bitonto è stata rivestita nel XVIII secolo da stucchi e decori barocchi, ma l'aspetto originario venne ripristinato nel corso dei restauri ottocenteschi.

Ai lati dell'abside centrale, più grande di quelle laterali, si notano due pilastri che avrebbero dovuto sostenere una cupola mai costruita. La navata centrale e il transetto sono coperti da un soffitto a capriate lignee con decorazione policroma, mentre le navate laterali, sormontate da matronei, sono coperte con volte a vela. La navata centrale è retta su entrambi i lati da sei colonne a capitello corinzio su cui poggiano sei archi falcati. Sopra i sei archi sono presenti sei trifore che decorano i matronei. Sotto la seconda arcata destra si trova la monolitica vasca battesimale. Essa è ricamata con arcatine che presentano motivi vegetali ed è sostenuta da una colonna decorata con arcatine a motivi vegetali diversi dalla vasca. Di particolare pregio è il capitello nella fila di sinistra, raffigurante l'ascesa in cielo di Alessandro Magno sul carro trainato da due grifoni e la successiva rovinosa caduta: è il cosiddetto "Volo di Alessandro", un'iconografia molto frequentata nel romanico, derivata da un episodio della tradizione antica del Romanzo di Alessandro dello Pseudo-Callistene.

Lungo la parete interna della facciata, all'altezza del portale principale, è situato un ballatoio con parapetto a transenne in pietra, ideato dall'architetto Ettore Bernich. Lungo la base del ballatoio corrono cinque archetti.

Ai lati del portale sono collocati due sepolcri in stile barocco, a destra quello del vescovo Musso mentre a sinistra quello del vescovo Barba.

Il pulpito in marmo è la ricostruzione settecentesca di pezzi erratici dell'ambone e del ciborio di Gualtiero da Foggia (1240). Si presenta come una cassa rettangolare sostenuta da quattro colonne. La facciata anteriore è composto da frammenti scultorei di grande qualità e presenta motivi geometrici e vegetali e vetri colorati. Un pezzo importante è l'ambone scolpito e decorato con intagli e trafori di grande qualità.

Cripta e succorpo paleocristiano

Al di sotto della chiesa maggiore si estende la cripta, coperta da volte a crociera, sostenute da 36 colonne di riuso, provenienti dall'antico tempio di Minerva, con capitelli decorati con motivi zoomorfi e fitomorfi.

Dalla cripta si accede alla chiesa paleocristiana che conserva i resti di una chiesa precedente (V-VI secolo). Gli scavi hanno portato alla luce blocchi calcarei databili tra il IX e il X secolo.

I pavimenti della chiesa più antica, a causa della sua lunga frequentazione, subirono diversi restauri, uno dei quali comportò il rifacimento in grandi tasselli calcarei. Durante i lavori archeologici condotti nella struttura a partire dal 1991 è riemerso il pavimento musivo della precedente chiesa paleocristiana e in particolare un mosaico dell'XI secolo rappresentante un grifone, realizzato con la tecnica dell'opus sectile., risalente all'XI secolo e in ottimo stato di conservazione. La sua doppia natura (corpo di leone e testa di aquila) simboleggia la natura umana e divina di Cristo. Sono evidenti le affinità stilistiche della figura musiva sopravvissuta con l'opera del presbitero Pantaleone nel mosaico di Otranto. Secondo gli storici inoltre è plausibile l'ipotesi che la cripta sia stata a sua volta costruita sui resti di un'altra chiesa.

Negli scavi sono stati rimessi in luce anche reperti di epoca precristiana, quali alcune ceramiche protostoriche e delle monete di epoca romana oltre a resti decorativi e scultorei che sono stati musealizzati in loco e sono visitabili in un percorso che attraversa l'intero edificio paleocristiano.

Ambone

L'ambone, oggi sistemato sul lato destro della navata centrale, ma in origine posto tra le ultime due colonne a sinistra della stessa navata è uno dei pezzi più importanti della concattedrale. Realizzato quasi interamente in marmo, possiede un lettorino riccamente scolpito con preziosi intagli e trafori, a cui si appoggia la scultura di un'aquila, sostenuta da una cariatide umana.

Sull'ambone sono scolpiti i simboli dei quattro evangelisti e sul parapetto della scala, gli imperatori svevi Federico I Barbarossa, Enrico VI, Federico II e suo figlio Corrado. L'iscrizione posta sotto il lettorino (HOC OPUS/FECIT NICOLAUS/SACERDOS ET MAGIS/TER ANNO MILLESIMO/DUCENTESIMO VICESIMO/NONO ĨDICTIONIS SECUNDE) attribuisce la realizzazione dell'ambone al prete Nicola, che partecipò anche alla costruzione del campanile della cattedrale di Trani, e lo data al 1229. La forma si rifà a importanti esempi ottoniani, come il pulpito di Enrico II nella cattedrale di Aquisgrana.

Un altro fattore importante è la tecnica di lavorazione molto avanzata e non riscontrabile in altri pezzi di altre chiese pugliesi. Questo avvalora l'ipotesi della presenza di una scuola d'arte molto importante nel centro bitontino.

Federico II probabilmente visitò Bitonto in occasione di un dictamen pronunciato dall'abate e diacono barese Nicolaus, all'interno della concattedrale di Bitonto, in lode all'imperatore. La data della visita è tuttora incerta ma è collocabile tra 1229 e il 1236. Probabilmente, l'ambone è stato realizzato proprio in onore dell'arrivo in città dell'imperatore.

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Indirizzo
Piazza Cattedrale 19
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cattedrale di Santa Maria Assunta

Cattedrale · Molfetta

cattedrale di Santa Maria Assunta

La cattedrale di Santa Maria Assunta è il principale luogo di culto cattolico di Molfetta, nella città metropolitana di Bari. È dal 1785 cattedrale della diocesi di Molfetta, (dal 1986 della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi) e monumento nazionale italiano.

== Storia ==

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L'attuale cattedrale molfettese fu costruita dai Gesuiti nel corso del Seicento e dedicata al loro fondatore, Ignazio di Loyola. Iniziata nel 1610 fu ultimata solo nel 1744 con la costruzione della facciata. Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1767 la chiesa rimase per alcuni abbandonata, finché nel 1785, debitamente restaurata ed ampliata, fu eretta a nuova cattedrale diocesana, al posto dell'antica chiesa, l'odierna chiesa di San Corrado, o “duomo vecchio”. In questa occasione furono traslate nella nuova cattedrale le reliquie del santo patrono cittadino, san Corrado di Baviera.

Descrizione
Arte e architettura

La facciata della chiesa, con paramento murario in pietra, è a salienti, percorsa verticalmente da lesene composite lisce, anch'esse in pietra. Al centro, si apre il portale, con sopra una finestra rettangolare. La parte superiore della facciata è caratterizzata da un profilo ad arco a tutto sesto ed ospita al centro, all'interno di una finta finestra, una statua marmorea raffigurante Sant'Ignazio di Loyola.

L'interno della chiesa è a croce latina, con volta a botte lunettata affrescata nel 1887 dal pittore molfettese Michele Romano; in corrispondenza della crociera, vi è una volta a vela con stucchi che formano a finta cupola. Il presbiterio è cinto da una balaustra marmorea ed ospita gli stalli lignei del coro e l'altare maggiore. Alle spalle di quest'ultimo, nell'abside semicircolare, si trova un altorilievo raffigurante l'Assunzione di Maria. Fra le altre opere custodite nella cattedrale vi sono la Dormitio Mariae attribuita allo Scacco (XVI secolo), il monumento sepolcrale del naturalista e storico molfettese Giuseppe Maria Giovene, posto a sinistra dell'altare dedicato a San Corrado e, su questo, la tela di Corrado Giaquinto raffigurante l'Assunzione di Maria.

Organo a canne

Sulla cantoria in controfacciata, si trova l'organo a canne, costruito nel 1961 dai Fratelli Ruffatti riutilizzando la cassa e parte del materiale fonico del precedente strumento, di Francesco Criscuolo che lo realizzò nel 1866.

L'organo è a trasmissione elettrica e la sua consolle ha due tastiere di 61 note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di 32 note. La mostra è composta da canne di principale disposte in più campi a cuspide, con bocche a mitria dorate e allineate. La cantoria lignea presenta un parapetto riccamente decorato con rilievi scolpiti.

Informazioni pratiche

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concattedrale di Acquaviva delle Fonti

Concattedrale · Acquaviva delle Fonti

concattedrale di Acquaviva delle Fonti

La concattedrale di Sant'Eustachio Martire è il duomo di Acquaviva delle Fonti. È sede di una delle parrocchie della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, in solidum, nonché una delle sue concattedrali.

== Storia ==

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Dove ora sorge la concattedrale di Sant'Eustachio Martire, un tempo era probabilmente collocata una chiesa voluta dal feudatario normanno della universitas di Acquaviva Roberto Serguglione. Essa fu costruita tra l'XI e il XIII secolo ed era stata disegnata seguendo i modelli del Romanico pugliese. Essa era inizialmente dedicata all'Assunzione della Vergine Maria, più tardi a sant'Eustachio.

La primitiva chiesa, ormai malandata e insufficiente alle necessità dell'aumentata popolazione, fu ricostruita su esortazione di Cesare Lambertini, vescovo di Isola e arciprete di Acquaviva, a partire dal 1529, quando era feudatario di Acquaviva Giovanni Antonio Donato Acquaviva. Ultimata e aperta al culto nel 1594 durante il governo di Alberto Acquaviva, la nuova chiesa fu consacrata nel 1623 di nuovo in onore di sant'Eustachio, patrono di Acquaviva delle Fonti, dall'arcivescovo di Bari e Canosa e patriarca titolare di Costantinopoli Ascanio Gesualdo.

Sin dall'origine fu detta palatina, cioè appartenente al re (dal latino palatium che significa "palazzo reale"), probabilmente per preservarla dalle mire degli arcivescovi di Bari. Le chiese palatine per la loro giurisdizione non dipendevano dall'ordinaria potestà ecclesiastica, ma dal sovrano, il quale di solito nominava chierici di suo gradimento e da lui remunerati. Attualmente sul suolo pugliese se ne contano quattro: la cattedrale in questione ad Acquaviva, la cattedrale di Santa Maria Assunta ad Altamura, la basilica di San Nicola a Bari e il santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo. Rimase chiesa palatina fino alla sottoscrizione dei Patti Lateranensi.

Il 13 gennaio 1859, dopo una sosta ad Acquaviva e di passaggio per Bari per il matrimonio del principe ereditario con Maria Sofia di Baviera, il penultimo re del Regno delle Due Sicilie Ferdinando II assiste alla messa piana nella cripta della cattedrale.

Con regio decreto 21 novembre 1940, n. 1746, la concattedrale di Sant'Eustachio Martire di Acquaviva delle Fonti è riconosciuta come monumento nazionale italiano.

Quella di Sant'Eustachio è stata la prima chiesa parrocchiale acquavivese e l'unica fino al luglio 1945, quando fu elevata a parrocchia anche la chiesa di San Domenico.

Tra il 2014 e il 2015 la cripta è stata soggetta di un restauro conservativo e tra il 2020 e il 2022 anche la chiesa superiore ha subito due ulteriori interventi, il primo consistente nella ripittura delle volte, mentre il secondo nella pulizia delle facciate.

Descrizione

La muratura portante dell'edificio è interamente in pietra calcarea; esternamente è tutta in vista, mentre internamente è lasciata in parte nuda, come la controfacciata, e in parte è intonacata o coperta da lastre di marmo, rispettivamente come le pareti delle navate laterali e quelle delle cappelle del Santissimo Sacramento e del Purgatorio.

Esterno

Stilisticamente sono presenti dei riferimenti generali ad architetture religiose abruzzesi, in particolare alla basilica di Santa Maria Assunta di Atri e alla chiesa di Santa Giusta e alla basilica di Santa Maria di Collemaggio dell'Aquila, caratterizzate da una facciata squadrata — escluso il timpano nel caso del duomo acquavivese — e dalla presenza di un rosone centrale. Con la concattedrale di Atri è presente un'analogia anche per quanto riguarda le facciate laterali.

Facciata principale

La facciata principale monocuspidata, tripartita da lesene e divisa in due ordini (il primo è corinzio, il secondo dorico), è nell'insieme di stile rinascimentale, mentre il resto delle facciate ha uno stile architettonico che richiama il Romanico pugliese.

Al centro del prospetto frontale si apre un rosone rinascimentale, tendente al manierismo, composto da sedici colonnine disposte a mo' di raggi e collegati da archetti. Sotto questi ultimi è presente un'alternanza di valve di conchiglia e teste di puttini alate. Dal centro del rosone sporge una figura litica fitomorfa.

Il portale principale possiede un protiro finemente decorato. Le colonne che sorreggono il frontone di esso poggiano su due leoni stilofori.

I portali laterali sono sovrastati da due nicchie oggigiorno vacanti. Ognuna di esse ha installato sul vertice un bassorilievo raffigurante un'antica versione dello stemma di Acquaviva delle Fonti.

L'archivolto del suddetto portale presenta un bassorilievo raffigurante la conversione di sant'Eustachio.

La facciata termina superiormente con un'ampia quinta triangolare, nel cui mezzo è infissa una lapide che commemora il termine della costituzione della nuova chiesa. Sui tre vertici sono collocate sculture in pietra, rappresentanti san Pietro e san Paolo nei laterali e Maria Vergine seduta con il Bambino sulle ginocchia su quello centrale.

Interno

L'interno, con pianta a croce latina, è suddiviso in tre navate con copertura a volte a botte per le navate laterali e a volta a lunetta per quella centrale. La volta maestra è sostenuta da grandi archi, che poggiano su pilastri in pietra con delle colonne a metà sporgenza in direzione dei suddetti archi. I muri perimetrali presentano delle colonne sporte a metà, sormontate da finti pilastrini sostenenti degli archetti che formano sette campate per parete. Queste si dividono orizzontalmente in due fasce; quella inferiore riporta un'ulteriore campata, a mo' di cappella, mentre quella superiore funge da cleristorio, infatti per campata è posta una monofora. Sotto ogni finestra — eccezion fatta per le prime destra e sinistra, il cui spazio è occupato dalla cantoria e dall'organo — è posta una serie di tele a olio raffiguranti, uno a dipinto e a figura intera, i santi Giuda Taddeo, Simone, Matteo, Marco, Luca, Paolo, Pietro, Filippo, Giovanni, Giacomo, Tommaso e Bartolomeo.

Le volte, come pure i pilastri e le colonne, sono ornati da stucchi. L'altare maggiore, risalente al XVI secolo, è dedicato alla Vergine di Costantinopoli.

Durante i restauri ottocenteschi all'interno della chiesa, oltre alle diverse marmorizzazioni e stuccature, furono attuati dei cambiamenti anche per quanto riguarda l'arredo: molti altari sussidiari furono eliminati o trasposti in altre chiese acquavivesi, l'Incoronazione della Vergine e Trinità con san Francesco di Sales, san Filippo Neri, san Michele Arcangelo e anime purganti (una tela a olio di Andrea Miglionico) e il baldacchino ligneo — riadattato a bussola in nuova sede — furono trasferiti nella chiesa di San Domenico, mentre l'originaria fonte battesimale in pietra scolpita fu inizialmente conservata nel Palazzo Vescovile e poi installata nella seconda cappella sinistra della chiesa di Santa Maria Maggiore. Molte altre tele, invece, sono andate perse.

L'organo monumentale fu donato alla chiesa dal vescovo Tommaso Cirielli.

Cripta

La cripta è a forma di parallelogrammo ed è coperta da ventiquattro volte a crociera, sostenute da quattordici colonne marmoree di ordine ionico al centro e da pilastrini poco sporgenti dai muri perimetrali. Addossati al muro posteriore sono tre pregevoli altari. Sul primo di essi è collocato un quadro raffigurante sant'Eustachio, ai cui lati poggiano su mensole due sculture in marmo realizzate nel 1744 da Matteo Bottiglieri che rappresentano rispettivamente la moglie del santo, Teopista, e il gruppo dei figli Teopisto e Agapio.

L'altare centrale, costruito nel 1693 e dedicato al Santissimo Sacramento, è circondato da balaustre in breccia di Francia. Il paliotto, tutto in doppia lamina d'argento, presenta un tempietto ottagonale sormontato da una cupoletta e diviso in tre piani ornati da varie figurazioni. Sull'altare risalta un grande tabernacolo.

Il terzo altare, realizzato nel 1753 e dedicato alla Vergine di Costantinopoli, è rivestito interamente di lamine d'argento. Nella sua cona è conservata la Madonna di Costantinopoli, un dipinto attribuito al pittore putignanese Francesco Palvisino raffigurante la suddetta Madonna che tiene in braccio il Bambino. Le immagini della Madonna e del Bambino sono ornate da due corone auree donate dal Capitolo Vaticano.

Organo

Sulla cantoria in controfacciata si trova l'organo a canne, costruito nel 1905 da Carlo Vegezzi Bossi; lo strumento, nel corso del tempo, è stato oggetto di importanti restauri e rifacimenti, tra cui quello del 1968, condotto da Leonardo Consoli, e quello del 2001–2004 condotto dalla ditta organaria Continiello, durante il quale, tra le altre cose, è stata rimossa la cassa lignea, opera dell'acquavivese Paolo Tritto ed è stata fornita la nuova consolle mobile.

Lo strumento, a trasmissione elettrica, dispone di 44 registri; la sua consolle, mobile indipendente, è situata a pavimento nell'aula ed ha tre tastiere di 58 note ciascuna e una pedaliera concavo-radiale di 30.

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Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza dei Martiri del 1799
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basilica di Santa Maria Assunta

Basilica minore · Conversano

basilica di Santa Maria Assunta

La cattedrale di Conversano, dedicata alla Beata Vergine Maria Assunta, è la chiesa cattedrale della diocesi di Conversano-Monopoli e monumento nazionale italiano.

In stile romanico, l'edificio venne iniziato tra l'XI e il XII secolo, fu rinnovato nel 1358-1379 mantenendo le forme originali e poi restaurato pesantemente prima nel XVIII secolo e poi nel 1911, a seguito di un incendio.

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Nel giugno del 1997 papa Giovanni Paolo II l'ha elevata alla dignità di basilica minore.

Storia

Le origini dell'edificio attuale sono databili presumibilmente alla fine dell'XI secolo, quando si avviò la riedificazione della cattedrale sullo stesso luogo dove sorgeva una chiesa precedente, probabile riadattamento di un edificio di culto precristiano.

Nel corso dei secoli, la cattedrale fu oggetto di ripetuti interventi di restauro. Nel 1359 il vescovo Antonio d'Itri promosse il completamento dell'arredo scultoreo, in particolare intervenendo sulla facciata. Nel periodo barocco, gli interni della chiesa furono radicalmente trasformati secondo il gusto dell'epoca: le pareti interne furono coperte di stucchi, il soffitto fu ribassato e dipinto con immagini sacre e motivi ad arabeschi, ulteriori altari alterarono la scansione degli spazi nelle navate laterali.

Nel 1877 l'architetto locale Sante Simone propose di restituire alla cattedrale la bellezza delle linee dell'originale tempio romanico. Tale progetto, che venne fortemente avversato dall'opinione pubblica locale, fu attuato accidentalmente qualche decennio dopo, a seguito delle ingenti distruzioni generate nel 1911 dall'incendio che distrusse completamente gli interni della chiesa. A parte pochi arredi salvati dalle fiamme, fu possibile recuperare solo la facciata e la parte absidale. La ricostruzione, promossa dai vescovi Antonio Lamberti e Domenico Lancellotti, fu completata nel 1926 quando la cattedrale venne riaperta al culto.

Descrizione

Dedicata a santa Maria Assunta, sorge sull'acropoli cittadina, ben all'interno delle antiche mura megalitiche, e presenta i suoi quattro lati completamente isolati dalle costruzioni circostanti.

Arte e architettura

Lo stile architettonico attuale segue i canoni del romanico pugliese, con una pianta a croce patibulata, ossia a T, e le absidi rivolte a oriente. La facciata a capanna, con un accenno a salienti e archetti pensili nella cornice, è tripartita da lesene e caratterizzata nella parte superiore da un rosone quattrocentesco a dodici raggi e doppia cornice, e ai lati di questo, da due oculi più piccoli. Lungo la facciata si aprono tre portali: quello centrale presenta una ricca decorazione scultorea con due leoni stilofori che reggono idealmente un protiro a timpano.

All'interno, le tre navate, munite di matronei, corrispondono alle tre absidi semicircolari del presbiterio. Un affresco quattrocentesco di scuola pisana ricopre l'intera abside sinistra. Ai lati delle navate si aprono degli archi ciechi dove hanno sede, tra gli altri decori, i due più importanti arredi scampati alle distruzioni dell'incendio del 1911: un crocifisso ligneo del XV secolo e l'icona della Maria Santissima della Fonte, protettrice della città.

Tra le tante stranezze presenti nell'urbanistica di Conversano e nella locazione dei suoi edifici, spicca la posizione dell'ingresso della cattedrale; esso infatti, contrariamente alla tradizione, non è posto sulla piazza principale ma in un largo a parte, di fronte a Corte Altavilla, antica sede dei conti di Conversano. Tale disposizione fu dettata dal fatto che la cattedrale dovesse essere rivolta a ovest, ma il castello attorno al quale è locata la piazza principale non aveva lo stesso orientamento. Sul lato della cattedrale che dà sulla piazza è presente un solco che serviva da unità di misura per il mercato locale. Altra particolarità è il campanile: quello originale fu bloccato a metà costruzione con un atto notarile da parte delle badesse del monastero di San Benedetto, quello che ora è considerato il campanile vero e proprio è di costruzione successiva; l'orologio ivi presente non era lì in origine e fu aggiunto successivamente, una volta ottenuto il consenso e le autorizzazioni necessarie.

Organo a canne

EDIFICIO: Basilica cattedrale di Santa Maria Assunta

COSTRUTTORE: Balbiani Vegezzi Bossi di Milano

ANNO: 1935

UBICAZIONE: su cantoria lapidea, in transetto. La consolle è collocata a livello del pavimento

NOTE: Lo strumento voluto dalla strenua volontà di Mons. Luigi Gallo, alla cui memoria era intestata una targhetta metallica posta originariamente sulla cassa dello strumento eliminata al fine di collocare le canne nell'attuale sede in un intervento non meglio precisato. Le informazioni qui riportate sono riscontrabili sul testo Organi e organisti a Conversano tra XVI e XX secolo di Claudio Ermogene Del Medico (Conversano, Arti Grafiche Scisci, 2008).

DISPOSIZIONE FONICA:

I TASTIERA

- Principale 8'

- Bordone 8'

- Ottava 4'

- Ripieno 5 file

II TASTIERA (in cassa espressiva):

- Eufonio 8'

- Flauto 4'

- Voce Celeste

PEDALE

- Subasso 16'

- Basso 8'

TRASMISSIONE: elettrica

TASTIERE: cromatiche, 2 composte da 58 tasti.

PEDALIERA: concava, composta da 30 pedali.

ACCESSORI: con pistoncino sotto la tastiera del Grand'Organo, combinazioni fisse: ANN/ P/ MF/ F. Con pedaletto, unioni: PED-I/ PED- II/ II-I/ RIPIENO/ TUTTI. Staffe per il CRESCENDO e SCHWELLWERK.

MANTICERIA: 2 mantici a lanterna, posti nel retro dello strumento. Valvola a tendina. elettroventilatore "Daminato".

Informazioni pratiche

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concattedrale di Ruvo di Puglia

Concattedrale · Ruvo di Puglia

concattedrale di Ruvo di Puglia

La concattedrale di Ruvo di Puglia, dedicata a Santa Maria Assunta, è uno dei più importanti esempi di romanico pugliese. Fu costruita tra il XII e il XIII secolo con varie modifiche successive. L'edificio si pone come la chiesa matrice e più importante di Ruvo ed è il fulcro del centro storico. È connessa al palazzo vescovile poiché è stata sede, fino al 1986, della diocesi di Ruvo.

== Storia ==

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Ferdinando Ughelli nella sua Italia sacra riporta due diverse ipotesi riguardo alla costruzione della prima chiesa a Ruvo. Secondo alcuni infatti, il primo edificio religioso cristiano fu costruito al di sopra della cripta di San Cleto fuori dalle mura cittadine; secondo altri invece la prima chiesa fu eretta da San Cleto ed intitolata a San Pietro, costruita non troppo distante dall'odierno sito della Cattedrale. Tuttavia lo stesso Ughelli individua erroneamente nell'anno 1000 il momento di fondazione della chiesa matrice. Ettore Bernich invece ritiene che Ruvo, così come Bari e Conversano, abbia avuto ben tre cattedrali delle quali la prima fu la chiesa della Santissima Trinità, la seconda quella di San Giovanni Rotondo e infine l'attuale Cattedrale dell'Assunta.

Molto probabilmente fu deciso da Roberto II di Bassavilla, signore di Ruvo, assieme al vescovo Daniele di innalzare definitivamente una Cattedrale dopo che la città venne rasa al suolo dalle invasioni barbariche e dagli eventi bellici del XII secolo. I lavori si conclusero nel XIII secolo.

In età moderna la Cattedrale subì vari cambiamenti tanto che, come emerge dalle relaziones ad limina del vescovo Gaspare Pasquali, nel 1589 poteva contare su dodici altari laterali poi divenuti quattordici. Nonostante i numerosi altari e l'esistenza della sacrestia e del connesso episcopio (si hanno notizie del palazzo vescovile solo dal 1452), la prima cappella attestata dalle fonti risale soltanto al 1640: essa era dedicata al culto del Santissimo Sacramento, del quale si occupava l'omonima confraternita fondata nel 1543 e ora non più esistente. A questa cappella se ne aggiunse una seconda consacrata al culto di San Biagio di Sebaste e delle sue reliquie, entrambe collocate sulla navata sinistra. Nel XVII secolo il clero entrò in continuo contrasto con la famiglia Carafa, la quale acquisì il feudo di Ruvo nel 1510 con il cardinale Oliviero Carafa. Sotto il dominio del Duca di Andria e Conte di Ruvo Ettore Carafa senior fu abbattuto l'altare maggiore per sostituirlo con il trono dello stesso Conte. Tuttavia nel 1697 fu costruito un nuovo altare mentre nel 1725 il vescovo Bartolomeo Gambadoro riedificò e ampliò il palazzo vescovile. Ancora nella prima metà del Settecento la Cattedrale fu soggetta a lavori di ampliamento: nel 1744 la facciata fu allungata di 2,40 metri per lato e sotto l'episcopato di Giulio De Turris la chiesa madre si dotò nel 1749 del controsoffitto ligneo decorato e di tre tele di Luca Alvese, inoltre presentava varie cappelle su entrambe le navate: sulla navata sinistra erano disposte le cappelle del coro di notte, del Crocifisso, di San Biagio, del Santissimo Sacramento e di San Lorenzo, mentre sulla destra furono edificate le cappelle dell'Addolorata, dei Santi Medici, della Madonna di Costantinopoli, di San Michele Arcangelo e della Madonna di Pompei.

Nella prima metà del Novecento si mirò ad eliminare tutte le aggregazioni e le aggiunte strutturali dell'epoca barocca cercando di ripristinare la chiesa originaria. Tra il 1901 e il 1925 fu costruito un nuovo ciborio sul modello di quello della Basilica di San Nicola a Bari da parte di Ettore Bernich, fu apposta una vetrata policroma raffigurante l'Immacolata. Inoltre fu liberato del palco il basamento della Cattedrale inserito a causa del dislivello di un metro tra il pavimento della chiesa e il manto stradale dovuto alla distruzione di Ruvo del Medioevo. Nel 1925 fu riedificato l'Episcopio dall'ingegnere Sylos Labini. Furono eliminate tutte le cappelle di cui l'ultima, quella del Santissimo Sacramento, solo nel 1935 ricostruendo così il muro delle due navate e conferendo una maggiore spazialità interna. Inoltre le tombe dei vescovi sepolti nella Cattedrale e collocate sul pavimento furono addossate alle pareti.

Descrizione
Facciata

La facciata è a salienti, tipicamente romanica, con tre portali opera di artisti locali: il centrale è il più grande ed è arricchito con bassorilievi nell'intradosso. Nell'arco esterno sono raffigurati il Cristo affiancato da due pellegrini, dalla Madonna e da San Giovanni Battista e attorno a loro sono disposte delle figure angeliche e i dodici apostoli. Nel secondo arco è centrale la figura dell'Agnus Dei (simbolo dell'innocenza del Cristo) affiancata dai simboli dei quattro Evangelisti. Nell'arco interno sono scolpiti due pavoni nell'atto di beccare un grappolo d'uva, simbolo dell'eucaristia. Il portale centrale è inoltre fiancheggiato da due colonnine sormontate da grifi (simboli del volo dell'anima verso Dio) che poggiano su dei leoni stilofori (simbolicamente di guardia alla chiesa) a loro volta sostenuti da dei telamoni. I due più piccoli e poveri portali laterali sono individuati da due mezze colonne che forniscono l'appoggio per due archi a sesto acuto.

La facciata è adornata con vari manufatti lapidei e trova la sua decorazione migliore in una bifora con il bassorilievo dell'Arcangelo Michele che sconfigge il demonio preceduto da un piccolo rosone centrale traforato e circondato da creature demoniache e angeliche, interpretabile come ruota della fortuna. Sono presenti vari archetti pensili con figure umane, zoomorfe e fitomorfe. Il grande rosone a dodici colonnine, lavorate variamente e sovrapposte ad una lamina metallica lavorata finissimamente al traforo in una bottega locale, risalente al Cinquecento, è il protagonista della facciata. Sopra il rosone si trova il sedente figura enigmatica da taluni identificato come Roberto II di Bassavilla (il finanziatore della chiesa). Al culmine della facciata è presente la statuetta del Cristo Redentore che impugna una bandierina segnavento.

Dettagli della facciata nelle foto di Paolo Monti, 1970
Interno

L'interno è suddiviso in tre navate, sfocianti in tre absidi, e in un transetto trasversale alle navate seguendo dunque la pianta a croce latina. La navata centrale è la più grande ed è circondata in alto da un falso ballatoio (si tratta in realtà di una mensola-cornicione interno) che si poggia su due file di colonne, ognuna diversa dall'altra e di diversa provenienza. Inoltre le colonne di destra sono cruciformi e di maggior valore artistico rispetto a quelle squadrate di sinistra. Sulle colonne destre sono rappresentate scene e storie i cui protagonisti sono uomini o animali mitologici mentre su quelle sinistre sono rappresentati motivi floreali. In fondo alla navata centrale vi è il bellissimo ciborio realizzato nel XIX secolo su disegno dell'architetto Ettore Bernich e che si ispira a quello della basilica di San Nicola a Bari. Inoltre la navata centrale e il transetto sono coperti da una copertura a capriate, mentre le navate laterali da una volta a crociera.

L'aspetto odierno della costruzione è il risultato dei restauri dell'inizio del XX secolo che furono attuati all'insegna del ritorno alle forme medievali. Con i restauri furono abbattuti quasi tutte le cappelle e di questi lavori rimangono solo due rientranze nella navata sinistra e sono la nicchia del Sacro Cuore di Gesù (XIX secolo) e l'attuale cappella del Santissimo Sacramento (da non confondersi con lo storico Cappellone intitolato allo stesso Culto).

Numerose sono le opere d'arte custodite: la statua in legno policromo e intagliato di San Biagio, patrono della città, fine lavoro d'ebanisteria del XVI secolo lavorato finemente con lamina d'oro, rappresenta il santo in abito vescovile dotato di un pastorale proveniente dall'oreficeria napoletana e donato dal vescovo Andrea Taccone; il reliquario dello stesso santo di Sebaste in argento; un affresco raffigurante la Vergine col Bambino e San Sebastiano risalente al XV secolo, la tavola firmata ZT della Vergine di Costantinopoli commissionato dalla famiglia Pagano-De Leo; lo splendido crocifisso ligneo del XVI secolo; la statua in pietra del XVI secolo di San Lorenzo; l'affresco del XV secolo la Madonna in trono con il Bambino e il Martirio di S. Sebastiano; una tela della bottega di Marco Pino da Siena raffigurante l'Adorazione dei pastori; tracce di affreschi raffiguranti alcuni santi e la Madonna della misericordia.

Tesoro

Del tesoro della concattedrale fanno parte numerosi pezzi d'argenteria e di manifattura tessile (paramenti sacri); tra i primi sono da notare un ostensorio con statua fusa a figura intera della Fede, una croce astile d'argento e varie suppellettili sacre d'argento quali calici, patene e pissidi. Nella Cattedrale è inoltre conservata una statua argentea di San Rocco, opera del napoletano Giuseppe Sammartino.

Ipogeo

Il patrimonio sotterraneo della cattedrale di Ruvo è rimasto nascosto per secoli fino al 1925, quando durante i lavori di ristrutturazione emersero alla luce alcune monofore. Tuttavia nel 1935 con l'abbattimento della cappella del Santissimo Sacramento occorse abbassare la quota di calpestio del transetto e delle navate. La nuova pavimentazione però si rivelava in continuazione umida e bagnata, così le indagini condotte tra il 1974 e il 1975 portarono alla scoperta del ricco sottosuolo. Si può dunque ritenere che la cattedrale fu costruita sulle macerie di un luogo da sempre frequentato nel corso dei secoli da peuceti, romani e dalla popolazione medievale. Nell'ipogeo infatti furono ritrovate tombe risalenti a queste civiltà e sepolture di affiliati alle confraternite locali. Dell'età peuceta sono pervenute alcune tombe con uno scarso corredo funebre ma che possono far pensare ad una zona adibita a necropoli e abitato per via della presenza di una fornace. All'epoca romana risalgono invece i due pavimenti a mosaici ritrovati, i quali possono ricondurre all'esistenza di una domus sorta nel II secolo e ampliata nel III. Dall'età medievale provengono le due tombe ricche di monili, inoltre alla stessa epoca risalgono alcuni pilastri di un antico edificio o chiesa sui quali poggia la stessa cattedrale.

Campanile

Il campanile fu costruito intorno all'anno 1000, prima della concattedrale, con funzione di torre difensiva e di vedetta tanto che da questa struttura era possibile tenere sotto controllo la pianura fino all'Adriatico. Inizialmente la torre era composta di soli tre piani, poi nel XVIII secolo furono aggiunti altri due piani copiando lo stile dei vani originari. La torre dunque rientrò nel sistema difensivo dell'antico borgo di Ruvo per poi diventare campanile con l'edificazione della Concattedrale, il cui transetto dista solo 2,5 metri. Il fabbricato misura 6 metri per lato ed è alta 36,85 metri. A 5 metri al di sotto del livello del suolo è presente una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana, all'epoca indispensabile per la sopravvivenza in caso di assedio. Nel periodo post-unitario il campanile fu dichiarato monumento nazionale italiano. La torre, a pianta quadrata, regge tre campane di 18 quintali.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Largo Cattedrale
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Tomba delle Danzatrici

Tomba · Ruvo di Puglia

Tomba delle Danzatrici

La tomba delle Danzatrici è una tomba ubicata a Ruvo di Puglia decorata originariamente con un ciclo di affreschi.

== Storia ==

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La tomba venne costruita intorno al IV secolo a.C., nel periodo greco di Ruvo di Puglia, lungo una strada che collegava la città con Canosa di Puglia, dove sorgevano altre tombe realizzate tra il V e il IV secolo a.C.: apparteneva quasi certamente a un guerriero, una figura di spicco locale, economicamente agiato, come è possibile evincere dall'uso di coloranti per pitture particolarmente pregiati come il cinabro.

Venne scoperta il 15 novembre 1833: tuttavia i primi documenti sul suo ritrovamento risalgono all'anno successivo sul Bullettino di Corrispondenza Archeologica di Theodor Panofka, a cui seguì nel 1835 l'esecuzione di un acquerello che raffigurava l'interno e le pitture della tomba, anche se tale opera risulta essere controversa per il modo inusuale in cui il defunto era stato sepolto, diverso dalle altre sepolture della zona. Al momento del suo rinvenimento mancava di una parete, andata distrutta in epoca medievale durante la costruzione di un pozzo, così come era totalmente assente sia il corredo funerario che lo scheletro, probabilmente depredati nello stesso periodo; l'unico reperto recuperato fu il frammento di un vaso sul quale era raffigurato un guerriero a cavallo. Le pitture interne vennero staccate nel 1838 per essere restaurate e vendute dal canonico Michele Ficco a Ferdinando II delle Due Sicilie il quale le espose al Real Museo Borbonico, poi divenuto Museo archeologico nazionale di Napoli.

Descrizione

Si tratta di una tomba a semicamera, di forma rettangolare, costituita da lastre di tufo e coperta orizzontalmente da lastre dello stesso materiale disposte a incastro, in origine sostenute da travi in legno; è posta a una profondità che varia tra i 4 e i 5 metri e ha una lunghezza di 3,18 metri, una larghezza di 1,59 metri e un'altezza di 1,32 metri.

Le pareti della tomba presentavano una zona inferiore di colore giallo, una fascia mediana in nero, una zona superiore in giallo e bianco con la raffigurazione di una processione di donne e una parte alta con decorazione a tre fasce di colore bianco, nero e rosso. Il ciclo di affreschi, realizzato direttamente sul tufo, rappresenterebbe una processione funebre o una danza, da cui la tomba prende il nome, per alcuni archeologi intesa come la tratta per altri la gheranos.

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Castello normanno-svevo di Gioia del Colle

Museo del Ministero della Cultura italiano · Gioia del Colle

Castello normanno-svevo di Gioia del Colle

Il castello normanno-svevo di Gioia del Colle è un castello di origine normanna situato nel centro storico di Gioia del Colle.

Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo lo gestisce tramite il Polo museale della Puglia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.

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Storia
Origini bizantine

Il nucleo più antico del Castello, corrispondente all'ala Nord, è di epoca bizantina, risalente al IX secolo. Esso consisteva di un recinto fortificato di forma rettangolare in pietra calcarea. Era presente un piccolo cortile, adiacente alla muraglia meridionale, che si apriva verso l'esterno in quella che adesso è piazza dei Martiri del 1799. Il Castello aveva la funzione principale di dare riparo alla popolazione in occasione di scorrerie di genti nemiche.

Periodo normanno

Tra l'XI e il XII secolo il Castello venne ampliato da Riccardo Siniscalco, della dinastia normanna degli Altavilla (Siniscalco è titolo di alto funzionario reale presso i Normanni), Duca di Puglia e primo feudatario del territorio dell'odierna Gioia del Colle. Il documento più antico in cui viene fatta menzione del Castello risale al 1108: sembrerebbe quindi ancora precedente l'intervento di ampliamento normanno. Riccardo Siniscalco trasformò il fortilizio bizantino in una roccaforte feudale, allargando il cortile verso Sud e recintandolo con un solido muro, e costruendo un mastio nell'angolo Sud-Ovest, successivamente denominato "Torre De' Rossi”. Il Re di Sicilia, Ruggero II, sempre di stirpe normanna, modificò parzialmente la fortificazione, con l'aggiunta di altre due torri negli angoli Nord-Est e Nord-Ovest, non più esistenti.

Il Castello e l'abitato circostante sarebbero stati, poi, distrutti da Guglielmo I il Malo, quando questi recuperò il potere sulla terra di Bari.

Periodo svevo

La sistemazione attuale si deve a Federico II di Svevia, il quale attorno al 1230 rifondò il castrum di ritorno dalla Sesta crociata in Terrasanta, aggiungendo una torre nell'angolo Sud-Est, cosiddetta "Torre Imperatrice", innalzando cortine murarie nel cortile, per ricavarne ambienti chiusi, di servizio al piano terra (cucina, depositi, stalle, scuderie), di rappresentanza e residenziali al primo piano.

In tal modo l'edificio assunse una struttura grossomodo quadrangolare, con cortile interno e quattro torri angolari, tipica dei castelli federiciani.

Il Castello così voluto dall'Imperatore faceva parte della rete di residenze e fortificazioni disseminate nel territorio dell'Italia Meridionale, dalla Capitanata fino alla Sicilia, destinate al controllo militare delle fertili regioni del Regno. Per tutta l'età sveva, infatti, il Castello di Gioia del Colle fu sede di una guarnigione militare e solo pochi ambienti erano lasciati liberi e a disposizione del sovrano. Da alcune cronache e testimonianze, seppure posteriori, sembra, tuttavia, che il puer apuliae amasse risiedere nel Castello di Gioia per le sue battute di caccia nei boschi della Silva Regia.

Periodo angioino, aragonese ed età moderna

Con la sconfitta di Manfredi nella battaglia di Benevento del 1266, l'egemonia sveva sull'Italia meridionale terminò. Il Castello di Gioia del Colle seguì le medesime sorti. Dopo gli Svevi, esso passò sotto il dominio degli Angioini e degli Aragonesi.

Dopo l'uccisione di Manfredi, secondo la leggenda nato a Gioia del Colle, il Castello divenne quindi proprietà dei Principi di Taranto fino al '400, dei Conti di Conversano fino al '600 e dei Principi di Acquaviva fino agli inizi del '800.

Nel corso di questi secoli il Castello fu gradualmente trasformato da costruzione militare a dimora residenziale ed adattato alle nuove esigenze abitative, avendo perso ogni importanza militare e civile, pur mantenendo il suo impianto strutturale.

Dal '600, perdendo a mano a mano importanza, il Castello cominciò una lunga fase di degrado e a subire deturpazioni, mantenendo tuttavia la struttura originaria a differenza di altri castelli di Puglia, che subirono vari adattamenti adeguandosi a nuove esigenze militari. Per questa ragione il Castello di Gioia del Colle costituisce una delle testimonianze più fedeli del periodo normanno-svevo.

Età contemporanea

Il Castello divenne di proprietà di Donna Maria Emanuela Caracciolo nel 1806 fino al 1868. Nel 1884 fu comprato dal canonico Daniele Eramo, mentre agli inizi del XX secolo passò al marchese di Noci, Orazio De Luca Resta, il quale richiamò l'attenzione sul monumento, promuovendone il restauro, ed in seguito ne propose la donazione al Comune di Gioia del Colle.

A questo periodo risalgono i primi lavori di restauro effettuati dal 1907 al 1909 da parte dell'architetto Angelo Pantaleo, che miravano a recuperare l'aspetto originario, effettuando tuttavia delle ricostruzioni arbitrarie impostate su un'immagine stereotipata del Medioevo: tra queste alcune monofore, bifore e la trifora nella cortina muraria interna del lato Sud, nonché il trono e gli arredi in pietra dell'omonima sala. Nelle sue ricostruzioni, comunque, l'architetto adoperò materiale di reimpiego, anche di notevole pregio, scrupolosamente recuperato nelle demolizioni delle superfetazioni - strutture posteriori, risalenti ad epoche di degrado - presenti nel cortile.

Nel 1955 il Castello, molto malridotto, perché tenuto in uno stato di abbandono dagli eredi del Marchese De Luca Resta, venne acquistato dal Ministero della pubblica istruzione e annoverato tra i monumenti nazionali.

Tra il 1969 ed il 1974 il Castello è stato nuovamente restaurato, a seguito di alcuni crolli successivi all'intervento del 1907, questa volta ad opera dell'ingegnere Raffaele De Vita, che recuperò la funzionalità dei locali al piano terra, rendendolo infine visitabile come monumento ma anche atto ad ospitare attività culturali.

Dal 1977 il Castello è sede del Museo archeologico nazionale di Gioia del Colle. Per un breve periodo, inoltre, il Castello ha ospitato la Biblioteca comunale don Vincenzo Angelillo.

Descrizione

Il Castello consta di un cortile interno attorno al quale sorgono gli ambienti, organizzati in due piani. Ai due angoli del lato sud sorgono due torri (denominate “De' Rossi” e “dell'Imperatrice”, alte rispettivamente 28 m e 24 m), delle quattro originariamente presenti. Riferimenti a queste torri sono contenuti negli scritti di Honofrio Tangho del 1640 e di Gennaro Pinto del 1653.

L'aspetto esteriore risente degli apporti stilistici dei differenti proprietari del Castello; il contributo di Federico II di Svevia è tuttavia quello che maggiormente ha impattato sull'aspetto finale. L'opera federiciana si presenta infatti ecletticamente ricca di apporti diversi, tipica della tendenza dell'Imperatore di affiancare stili molto differenti tra di loro, con un particolare riguardo all'architettura islamica. Questo si nota nella varietà di motivi artistici all'interno del cortile e delle sale, ispirati appunto a modelli arabi filtrati attraverso modelli crociati, a cui si aggiunge il vistoso apparato di bugne che conferisce una nota di monumentalità alla severa ed austera costruzione normanna. Questo procedimento architettonico, di valore esclusivamente decorativo, si evidenzia nelle bianche cornici calcaree a bugnato lungo gli spigoli delle torri e nelle originali aperture esterne sulla facciata delle cortine e delle torri.

Il materiale di costruzione del Castello è prevalentemente pietra calcarea e carparo rosso. La muratura esterna è costituita di tre diversi tipi di strutture murarie che denunciano tre epoche diverse di realizzazione: piccoli conci lapidei di pietra calcarea, sulla cortina nord e nord-est; bugne rettangolari a bauletto con canaletti incavati, sulla Torre dell'Imperatrice; bugne rettangolari poco aggettanti e schiacciate molto consunte dal tempo, su tutto il resto della costruzione. In particolare, il carparo rosso è stato utilizzato per realizzare le cortine e la parte alta delle torri; fino a 4,50 m di altezza su di queste ultime, infatti, sono state utilizzate bugne di pietra calcarea molto chiara, oltre che agli angoli delle torri e nell'incorniciatura di portali, finestre e di alcune feritoie.

Numerose monofore, bifore, una trifora (quest'ultima risalente al restauro del Pantaleo del 1907) e feritoie si aprono in maniera disordinata sulle cortine e sulle torri, confermando le diverse fasi costruttive.

Le cortine alte circa 12 m sono divise in due piani; quelli inferiori mostrano numerose strette feritoie, quelli superiori diverse finestre di varia forma.

Ingressi

Esistono vari ingressi: il principale è costituito da un ampio portale situato sul lato ovest, un secondo è poco più di una porta sul lato sud. Entrambi sono sormontati da una corona di bugnato a raggiera. Caditoie a due canne incombono al di sopra degli ingressi.

Un terzo ingresso è stato portato alla luce attraverso la cortina nord.

Cortile

Dal portone principale, con il suo arco ogivale, si accede al cortile trapezoidale, dove si trovano la scala per l'accesso al piano superiore nonché i vari locali del pian terreno. La scalinata presenta dei bassorilievi rappresentanti animali e scene di caccia.

Al centro del cortile si trova un pozzo cisterna per la raccolta dell'acqua piovana. Le cortine interne sui lati nord ed est del cortile sono state ricostruite.

Sale del museo archeologico

Dal cortile si accede ai locali al piano terra destinati in antichità alle stalle, alla servitù e agli uomini d'arme, nonché al deposito di grano e vettovaglie.

Queste ultime sale presentano le esposizioni del Museo archeologico nazionale di Gioia del Colle, che raccoglie i reperti provenienti dagli scavi archeologici effettuati nelle aree di Monte Sannace e Santo Mola.

Sala del forno e prigione

Sul lato meridionale del cortile si trova l'accesso alla Sala del Forno, dalla quale si scende in un piccolo sotterraneo, adibito in antichità a prigione, su una parete della quale sono scolpite due rotondità, che secondo la leggenda riproducono i seni di Bianca Lancia, amante di Federico II di Svevia.

Stando alla medesima leggenda, l'Imperatrice partorì Manfredi, avuto dalla relazione con Federico II di Svevia, nella prigione del Castello.

Questo ambiente è situato alla base della Torre Imperatrice.

Sala del Trono

Dalla scalinata monumentale del cortile si sale al primo piano, dove sono presenti altri locali, a cominciare dalla Sala del trono. In fondo a questa si trova un trono in pietra, costruito nel corso del restauro del 1907, con frammenti scultorei recuperati nel Castello in seguito alle demolizioni. Un fregio a bassorilievo costituito da una serie di falchi disposti di profilo a coppie e interrotti da croci decora lo schienale del trono.

Un arco presente verso l'estremità della sala serviva a suddividere idealmente il locale in due settori, destinati, uno all'Imperatore, l'altro ai sudditi e dignitari che venivano ricevuti in udienza.

La copertura in legno originaria, ricostruita dal Pantaleo, è crollata negli anni '30 e nel corso dell'ultimo restauro è stata sostituita con una struttura metallica, mentre il pavimento è stato ricoperto di elementi lignei.

Nella sala sono presenti un camino e vari sedili in pietra, anch'essi risalenti al restauro del Pantaleo.

Sala del Camino

Dalla Sala del Trono si accede alla Sala del Camino, cosiddetta per la presenza di un camino rinascimentale. La sala, illuminata da una trifora, ricostruita dal Pantaleo in luogo di una grande finestra originaria, era probabilmente adibita a sala da pranzo della corte. Una porta, sormontata da uno stemma araldico, conduce alla Sala del Gineceo, probabilmente ad uso della regina e delle cortigiane, che vi trascorrevano gran parte della giornata; una seconda porta, invece, conduce alla Torre De' Rossi.

Torre De' Rossi

La torre è il mastio costruito in epoca normanna e poi inglobato nell'impianto federiciano. Il nome deriva da una nobile famiglia toscana, che vi alloggiò quando venne a Gioia del Colle ad omaggiare l'Imperatore.

Una porta sul lato ovest conduce alle scale interne verso i piani superiori della torre e quindi alla terrazza.

La volta che copre la sala è formata da dodici archetti acuti pensili, uniti da una sottile cornice quadrata con motivi fitomorfi; ai quattro angoli, nei vani degli archetti, sono quattro elementi decorativi a conchiglia. Essa fu probabilmente realizzata nel XVI secolo.

Torre dell'Imperatrice

Dalla Sala del Gineceo, per mezzo di una scala, si accede a quella che probabilmente era la camera da letto dei reggenti del Castello, all'interno della cosiddetta Torre dell'Imperatrice, posta all'angolo sud-est del Castello. La torre risale al periodo svevo ed è stata realizzata facendo largo uso della locale pietra calcarea molto chiara. Il nome della torre rimanda a Bianca Lancia, amante di Federico II e madre di Manfredi, nato secondo una leggenda nelle segrete del Castello, dove l'Imperatrice fu rinchiusa con l'accusa di tradimento.

Gli ambienti della torre erano riservati alla famiglia. Ad essa erano destinati i servizi igienici ricavati in uno stanzino sul lato nord del locale, dotati di sbocco all'esterno.

La torre era composta di tre piani, di cui restano solo le mensole, su cui poggiavano le travi dei solai in legno, crollati ma non ricostruiti. Ai piani superiori si accedeva tramite scale a pioli in legno. Dall'ultimo piano si raggiungeva la piattaforma esterna, attraverso una scala a chiocciola in pietra, poggiante su una lastra sporgente dal muro.

Leggenda di Federico II e Bianca Lancia

Bianca Lancia, della famiglia dei conti di Loreto, riuscì a conquistare il cuore di Federico. I due si conobbero nel 1225, durante il matrimonio con Isabella II di Gerusalemme.

Non potendo convolare a nozze, i due mantennero una relazione clandestina da cui nacquero i figli Costanza, Manfredi e forse anche Violante.

Secondo una leggenda che ci è stata tramandata da padre Bonaventura da Lama e ripresa dallo storico Pantaleo, durante la gravidanza di Manfredi per gelosia Federico tenne rinchiusa l'amante in una torre del castello di Gioia del Colle. La principessa non poté resistere all'umiliazione; vinta dal dolore, si tagliò i seni e li inviò all'Imperatore su un vassoio assieme al neonato. Dopo di che, conclude il cronista, "passò ad altra vita". Da quel giorno, ogni notte, nella torre del Castello detta ora Torre dell'Imperatrice si ode un flebile, straziante lamento: il lamento di una donna offesa che protesta all'infinito la propria innocenza.

Se questa è leggenda, la storia è un po' più controversa ma non meno toccante. Secondo alcuni nel 1246 Federico — nel frattempo vedovo della terza moglie Isabella — si trasferì da Foggia al Castello di Gioia del Colle, dove trovò l'amante assai sofferente. La donna gli chiese allora di legittimare i tre figli nati dal loro amore, unendosi a lei con un regolare matrimonio: cosa che avvenne e che consentì a Bianca di essere per pochi giorni un'Imperatrice.

Il Castello come location cinematografica

Nel 1964 Pier Paolo Pasolini scelse il Castello per girare alcune sequenze del film Il Vangelo secondo Matteo: la reggia di Erode e la danza di Salomè, che si svolse nella Sala del Trono; il saluto di Erode ai Re Magi ai piedi della scala monumentale nel cortile.

Nell'estate 2014 il Castello di Gioia del Colle è stato scelto come prestigiosa location per le riprese di altri due film, di carattere storico - letterario: Francesco, sul Santo d'Assisi, della regista Liliana Cavani, che ha ambientato nella Sala del Trono il celebre episodio dell'incontro di San Francesco con il Sultano e nella Torre Imperatrice brevi sequenze relative alla malattia di Francesco; le scene d'interno del film Il racconto dei racconti del regista Matteo Garrone, ispirato all'opera seicentesca Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza dei Martiri
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Sito ufficiale
museipuglia.cultura.gov.it

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concattedrale di Santa Maria Assunta

Concattedrale · Giovinazzo

concattedrale di Santa Maria Assunta

La cattedrale di Santa Maria Assunta è il duomo di Giovinazzo e una concattedrale della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

È monumento nazionale italiano.

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Storia

L'attuale cattedrale, che sorge sul luogo di un edificio più antico, chiamato dalle fonti Santa Maria de Episcopio, fu costruita nel corso del XII secolo in età normanna, databile tra il 1125 (inizio della costruzione della cripta) ed il 1180 (completamento della chiesa superiore). L'edificio fu consacrato solo un secolo più tardi, il 23 maggio 1283. La cattedrale romanica era a tre navate suddivise da colonne, con soffitto a capriate, falsi matronei e pavimento musivo. Di questa chiesa restano oggi poche tracce, a causa dei lavori di ristrutturazione dell'edificio nel corso del Settecento (tra il 1730 ed il 1752 sotto il vescovo Paolo de Mercuzo), che hanno portato al totale rifacimento degli interni secondo il gusto barocco: appartengono all'antica chiesa romanica il prospetto posteriore, chiuso tra due torri campanarie (di cui la più piccola però è del Seicento), parte della zona del presbiterio e la cripta.

Descrizione

All'interno la chiesa è a tre navate suddivise da pilastri, con ampio transetto, tre cappelle laterali per lato, ed ampio altare maggiore. L'abside è completamente ricoperta da tele del pittore giovinazzese Carlo Rosa del 1676, che raffigurano Maria Assunta ed altri santi. Nel braccio destro del transetto e nell'area presbiteriale, nel corso dei lavori di restauro degli anni Novanta del secolo scorso, sono state riportate alla luce tracce di mosaici dell'antica pavimentazione romanica della cattedrale, databili alla fine del XII secolo.

Gli altari delle cappelle laterali sono dedicati al Santissimo Sacramento, a Santa Maria delle Grazie, al beato Nicola Pagla, al Crocifisso, a Santa Maria di Loreto e a San Francesco Saverio. La più importante è la cappella del Santissimo Sacramento, edificata nel 1768 da Gennaro Sammartino e di Crescenzo Tronchese. Di particolare pregio storico-artistico sono due tavole: una duecentesca, di fattura bizantina, raffigurante la Madonna di Corsignano; e l'altra quattrocentesca raffigurante il Redentore.

Dalla navata di sinistra si scende nella cripta, la parte più antica della cattedrale. Essa è composta di 10 colonne di spoglio e 12 pilastri sporgenti dai muri perimetrali. Lastre tombali sono presenti nelle pareti e nel pavimento; fra queste quella del giovane Antonio Sindolfi del 1386.

Informazioni pratiche

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Casa dei Cavalieri di Malta

Palazzo italiano · Bitetto

Casa dei Cavalieri di Malta

La Casa dei Cavalieri di Malta, a Bitetto, è un edificio storico sito nel Borgo Antico che secondo la tradizione è appartenuto all'Ordine dei Cavalieri di Malta.

== Storia ==

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Attribuzione all'Ordine dei Cavalieri di Malta

Di questo edificio si sa pochissimo, tanto che la stessa attribuzione ai Cavalieri Ospitalieri (detti poi di Rodi e, quindi, di Malta) viene dalla tradizione popolare. Studi recenti attestano, tuttavia, la presenza di numerosi possedimenti di quest'Ordine cavalleresco in Contrada Bavotta (nell'agro di Bitetto), dove i Melitensi erano tenutari di una masseria denominata "Calcara alla Bazia". La presenza, inoltre, di una vistosa croce ottagonale sulla soglia dell'antico 'hospitale' di S.Giacomo, a pochi metri dalla casa-torre, parrebbe confermare la tradizione popolare. La data 1610 sull'epigrafe sottoscritta allo stemma cavalleresco sovrastante uno degli ingressi al pianoterra, costituisce verosimilmente una sovraincisione di epoca posteriore, tenuto conto che l'epigrafe riproduce un celebre emistichio federiciano scolpito sull'antica Porta di Capua, distrutta nel 1557: "Intrent securi qui querunt vivere puri" ("Entrino sicuri coloro che anelano a vivere puri"). A Capua, avamposto più settentrionale del Regno di Sicilia, sorgeva una delle tre grandi sedi priorali dell'Ordine Melitense nell'Italia Meridionale.

Nonostante le ricerche effettuate presso l'Archivio di Stato di Napoli, non è stato rintracciato alcun cittadino bitettese membro dell'Ordine. Altre ricerche a Barletta, sede del Priorato della Puglia, le cui carte sono state versate all'Archivio di Stato di Bari, non hanno avuto esito poiché le prove sono andate distrutte nell'incendio che ha colpito l'archivio. Abbiamo tuttavia la certezza che la famiglia Della Marra vestì l'abito di Malta nel 1381, mentre Giovanni della Marra era stato feudatario di Bitetto dal 1305 fino alla morte nel 1311.

Proprietari e abitanti noti
Ottavio de Nicolò

Sulla facciata è presente uno stemma gentilizio bipartito che raffigura sulla parte sinistra un castello a due torri sul mare (identico a un altro stemma presente nel cortile della Concattedrale di Bitonto), sulla parte destra la faccia di un moro barbuto e, in basso, un giglio. La presenza delle iniziali O. N. permettono di ricondurlo a Ottavio de Nicolò o Nicolai, che combatté nella Guerra di restaurazione portoghese e divenne viceammiraglio della Marina di Giovinazzo.

Seminario di Conza

Il palazzo, nel XVII secolo ospitò alcuni religiosi del seminario di Conza. Il seminario fu un centro di studi per trentotto anni; in vari documenti sono state ritrovate notizie della sua chiusura nel 1648. Ancora nel 1753, però, un suo procuratore, amministratore di beni, era ospitato nel palazzo.

Casa Fazio

La Casa dei Cavalieri di Malta è anche definita come Casa Fazio come riportato nel Blasonario Generale di Terra di Bari (1912) scritto da Edgardo Noya di Bitetto.

Descrizione

Il palazzo, in conci ambrati e a due piani, si sviluppa su tre livelli, intorno ad una corte interna, con due lati disposti ad angolo retto prospicienti la strada.

Si trova ad angolo tra via S. Antonio e via Leonese, dove si trova la facciata principale. Essa presenta l'ingresso, sormontato con un architrave con cornice a denti di sega, al primo piano, raggiungibile tramite un profferlo; al secondo piano una bifora ogivale, ai cui lati sporgono due mensole decorate e forate, ingentilisce la parete spoglia. Il lato orientale presenta due ingressi ogivali al piano terra. L'intero edificio ha sul retro una corte di servizio, grazie al quale si scopre l'impianto "a tau" della casa poiché, perpendicolarmente al corpo della fabbrica, si innesta un'ala occultata da edifici successivi, anch'essa a due piani.

Molto interessanti sono le finestre con architravi in pietra decorati a motivi geometrici. Di notevole pregio sono le due bifore all'ultimo piano, di cui una composta da due archetti trilobati sormontati da un archivolto ad ogiva con lunetta traforata a losanga.

Informazioni pratiche

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duomo di Terlizzi

Concattedrale · Terlizzi

duomo di Terlizzi

La concattedrale di San Michele Arcangelo è il principale luogo di culto cattolico di Terlizzi, concattedrale della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

== Storia ==

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L'attuale cattedrale terlizzese fu costruita tra il 1783 e il 1872 al posto della precedente chiesa, di epoca romanica (XIII secolo). Essa fu realizzata in stile neoclassico da Michelangelo Bonvino.

L'antico duomo fu edificato in età sveva tra il 1236 e il 1287 e dedicato a san Michele arcangelo. Di questo esempio di architettura romanico pugliese non è rimasta traccia, ad eccezione del portale d'ingresso: la chiesa infatti fu completamente distrutta per fare spazio alla nuova; importanti resti di quella chiesa si possono riscontrare in vari edifici della città e della campagna circostante. È possibile ammirare l'antica cattedrale in una tela conservata nella biblioteca del palazzo dei principi Grimaldi di Monaco, in cui un artista anonimo dipinge la chiesa al centro dell'antico nucleo di Terlizzi nei primi anni del Seicento.

Descrizione

L'unico elemento architettonico rimasto dell'antica chiesa romanica è l'antico portale opera di Anseramo da Trani, inserito nel fianco laterale della chiesa di Santa Maria del Rosario. Nell'architrave della porta sono scolpite di seguito tre scene evangeliche: l’Annunciazione, la Visita dei Magi alla grotta di Betlemme, la Crocifissione con Maria e Giovanni. L'architrave sorregge una lunetta, nella quale è scolpita la scena dell’Ultima cena, in cui Gesù non è raffigurato al centro, ma sull'estremo lato sinistro. Al centro della lunetta è la scritta latina che ricorda l'autore della composizione. I due leoni che un tempo affiancavano l'antico portale sono oggi utilizzati come abbellimento del portale centrale della moderna chiesa del Rosario. Nella parte laterale dell'attuale duomo si possono trovare resti di colonne e frammenti di statue appartenenti alla vecchia chiesa madre.

La facciata è scandita da quattro coppie di colonne, che reggono una trabeazione sopra la quale si erge il timpano. Tre i portali che si aprono, di cui quello centrale più grande dei due laterali, sormontati entrambi da una finestra.

Internamente la chiesa è a tre navate, con un ampio transetto e abside. Il soffitto è a volta a botte. La chiesa presenta una cupola centrale, alla congiunzione fra transetto a navata centrale, e quattro piccole cupole nella parte terminale delle due navate laterali. Il presbiterio è coronato da un semicerchio di colonne che sorregge il catino absidale; tra le colonne e la parete dell'abside è posto il coro ligneo.

Tra le opere artistiche, meritano particolare menzione le quattro tele del pittore romantico Michele De Napoli collocate nel transetto: la Disputa del Sacramento, l’Invenzione della Madonna di Sovereto, la Maddalena penitente e il Ritorno delle Marie al calvario.

Nella concattedrale si trova un organo positivo costruito da Francesco Giovannelli nel 1745.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Via Don Tonino Bello
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Museo nazionale Jatta

Museo nazionale italiano · Ruvo di Puglia

Museo nazionale Jatta

Il Museo nazionale Jatta fu costituito in alcune stanze di Palazzo Jatta di Ruvo di Puglia e rappresenta l'unico esemplare in Italia di collezione privata ottocentesca rimasta tuttora inalterata dalla concezione museografica originaria. I reperti conservati nel museo furono raccolti dall'archeologo Giovanni Jatta nei primi anni dell'Ottocento, successivamente venne arricchita dall'omonimo nipote e venne ceduta allo Stato nel 1993.

Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Puglia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.

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Dal 2021 al 2023 il Museo è stato soggetto di restauro, che l'ha riportato alla sua conformazione originale. Il restauro ha previsto il rinnovo dell'impianto elettrico, il restoro delle stanze e dei piedistalli delle opere. Durante il restauro, il museo è rimasto aperto gratuitamente con una mostra chiamata "Collezionauta", allestita nel Grottone di Palazzo Jatta, ovvero un'antica cantina del Palazzo nata con lo scopo di ripostiglio. La mostra Collezionauta prevedeva la mostra di alcuni dei maggiori vasi di epoca magna-greca e di oggetti personali del XIX secolo, appartenuti ai membri della famiglia Jatta.

Storia della collezione Jatta

L'anno 1822 portò Ruvo di Puglia sulla bocca di tutti i cittadini del Regno delle Due Sicilie. Come ricorda Giovanni Jatta junior:

La scoperta fortuita nel 1820 del patrimonio vascolare presente nel sottosuolo scatenò una vera e propria caccia al tesoro e tutta Ruvo fu messa a soqquadro non tanto con l'interesse di costituire un museo o di ricavare informazioni storicamente utili, ma con l'intento di vendere i pezzi pregiati al fine di un personale tornaconto. Due anni dopo si verificò il boom degli scavi e anche i primi intellettuali cominciarono ad interessarsi ai reperti. Oltre ai saccheggi dell'antica necropoli e al mercato sorto attorno alle anticaglie, alcune famiglie nobili ruvesi, quali Caputi, Fenicia, Jatta, Lojodice e altri, istituirono dei musei privati. Tuttavia tutte queste famiglie, ad eccezione degli Jatta, hanno poi disperso il loro patrimonio archeologico vendendolo ai privati e spesso all'estero, determinando così una dispersione delle ricchezze storiche rubastine. L'eccezione fu rappresentata dagli Jatta, soprattutto da Giovanni Jatta senior, magistrato presso il foro di Napoli, il quale finanziò vari scavi privati con l'intento di allargare la sua piccola collezione, per lo più composta da monete.

Aiutato dal fratello Giulio, nel 1844, anno di morte di Giovanni Jatta la raccolta contava circa cinquecento reperti. L'erede di questo ingente patrimonio fu il nipote Giovannino, figlio di Giulio Jatta e Giulia Viesti, tuttavia nel testamento il giureconsulto aveva ordinato all'erede di cedere le ricchezze al Re dell'epoca in modo da conservarle nel Museo Archeologico di Napoli. Ma a Giovannino, essendo ancora troppo piccolo, subentrò sua madre Giulia che, morto anche il marito, decise di chiedere al Governo Reale di lasciare la collezione Jatta a Ruvo in modo da essere esposta in un edificio adibito ad abitazione e museo. Nel 1848 il re acconsentì alle richieste della signora Viesti. Con la maggiore età di Giovanni Jatta junior, la collezione era già passata ai duemila esemplari e toccò proprio a lui sistemare tutti i reperti nelle quattro stanze predisposte per il museo e in una quinta dedicata a monili e monete: la disposizione stanza per stanza dei reperti è giunta intatta fino a noi. Nei secoli successivi si aggiunsero alcuni pezzi scoperti e rinvenuti da Antonio Jatta. Nel 1991, la collezione privata Jatta fu acquistata dallo Stato con un indennizzo alla famiglia di 9 miliardi di lire dovuto alle spese sostenute dalla famiglia negli anni per la cura del patrimonio.

Il museo è tutt'oggi disposto secondo il volere dei fondatori ed è diviso in quattro sale ma fino ai primi del Novecento le sale erano ben cinque. La quinta sala conteneva un ricco medagliere, rubato nel 1915 e non più ritrovato.

I reperti inoltre sono disposti in ordine di importanza infatti la prima sala ospita delle terrecotte mentre l'ultima ospita il pezzo più importante e famoso, il vaso di Talos.

Nel 1993 con decreto ministeriale il Museo Jatta è stato dichiarato nazionale, mentre l'11 giugno dello stesso anno il Museo è stato riaperto al pubblico.

Alle sale si accede tramite l'antico portone di legno presente nell'atrio.

Percorso espositivo
Prima sala

Nella prima sala è posta un'iscrizione in latino che ricorda i fondatori del Museo. Principalmente sono presenti vasi in terracotta con decorazioni geometriche e risalenti all'età peuceta del VII e VI secolo a.C.. Al centro della stanza trova posto un gigantesco orcio ricomposto ed un tempo utilizzato per la raccolta dei liquidi alimentari. Sotto la grande finestra è stato ricostruito un sarcofago in tufo con all'interno dei reperti non verniciati. Accanto al sarcofago sono poste due iscrizioni incise su lastre sepolcrali di età romana risalenti al II secolo: la prima raccoglie la dedica dei coniugi Marcus Licinius Hermogenes e Licinia Charite al figlio morto all'età di sette anni; la seconda iscrizione riporta la dedica di Julia Eutaxia per il marito.

Nelle vetrine adiacenti sono conservati resti frammentari di decorazioni architettoniche, statuette dette oranti per la posizione delle braccia, una lunga serie di utensili e di statuette di divinità. Destano curiosità i tintinnabula, animaletti in ceramica contenenti un sassolino ed utilizzati dai più piccoli come giocattoli.

Seconda sala

La seconda sala, la più grande, contiene circa 700 vasi di produzione greca o locale. I vasi sono stati creati con la tecnica delle figure rosse, ovvero immagini rosse su sfondo nero. All'ingresso della sala è possibile ammirare un grande cratere a mascheroni del IV secolo a.C. rappresentante Apollo nell'atto di scagliare le frecce contro i Niobidi, opera del pittore di Baltimora. Il vaso è fiancheggiato da due anfore dello stesso periodo ma opera del pittore Licurgo: la prima reca le scene di Eracle nel tempio con Antigone e Creonte e della lotta tra amazzoni e guerrieri attorno ad Eracle; la seconda invece la consegna delle armi ad Achille da parte delle Nereidi. Degno di nota è il cratere attico a campana raffigurante l'ascesa di Eracle all'Olimpo.

Le vetrine disposte tutt'intorno custodiscono una grande varietà di reperti che vanno da anfore e vasi di sempre minori dimensioni ad oggetti di uso funebre e quotidiano. Inoltre in questa stanza è conservato un'iscrizione latina che ricorda la costruzione delle mura della Rubi romana.

Terza sala

Nella terza sala, contenente oltre quattrocento pezzi, spicca il bianco del busto marmoreo di Giovanni Jatta junior al quale si deve la fondazione del Museo. Il primo vaso collocato è un cratere protoitaliota a volute del IV secolo a.C. sul quale sono rappresentati Cicno ed è inoltre ripresa la biga di Ares con un'interessante prospettiva frontale. Su di un altro cratere protoitaliota è invece raffigurato Bellerofonte su Pegaso affiancato da Atena e Poseidone, opera del ceramografo chiamato pittore di Ruvo. Un terzo cratere di Licurgo riporta ben tre scene: il giardino delle Esperidi sulla facciata anteriorie; un sacrificio ad Apollo sul posteriore; Eracle contro il toro ed un rito dionisiaco sul collo del vaso. Su una colonna mozzata è inoltre presente un ulteriore cratere a volute su cui è dipinto il mito di Fineo ed è opera del pittore Amykos. Altri crateri posti sulle colonne raffigurano Teseo e Piritoo puniti da Minosse e il ratto delle Leucippidi.

Nelle vetrine sono conservati un gran numero di rhyta, bicchieri con forma di teste umane o animali, tra cui alcuni attici e alcuni appuli. È inoltre presente una pelike che rappresenta l'incontro tra Paride ed Elena mediato da Venere, un kantharos con figura di anziano barbuto e un askos.

Quarta sala

La quarta sala, nonostante sia la più piccola, raccoglie i reperti più preziosi, duecentosettanta circa. Anche qui è presente un busto marmoreo ma qui è raffigurato Giovanni Jatta senior in toga. È conservato un pelike che riprende il mito delle Nereidi e due esemplari di lebete. Sono inoltre presenti due crateri a volute di cui uno rappresenta Bellerofonte nell'atto di leggere la sua condanna a morte ed un altro sul quale è dipinta una corsa di quadrighe.

Nelle vetrine sono conservati rhyta bifacciali ma anche collane e balsamari in pasta vitrea. Importante è anche la kylix con figura di giovane nudo. Accanto è posto un lekythos raffigurante la gara di canto tra Tamiri e le Muse. La seconda vetrina raccoglie reperti del neolitico e dell'età del ferro. La terza ed ultima vetrina conserva opere di importazione corinzia databili tra il VII e il VI secolo a.C., come alcuni tipi di alabastron e ariballo.

Altri vasi custoditi sono del tipo a figure nere e dunque appartenenti alla prima fase della ceramica attica, quali l'oinochoe rappresentante Eracle contro il leone Nermeo e Teseo che rincorre il Minotauro. L'ultima ceramica, la più pregiata, è il vaso di Talos opera del cosiddetto pittore di Talos. Il Museo e la stessa città di Ruvo devono la loro fama a questo vaso considerato uno dei più importanti capolavori ceramografici attici per via delle innovazioni artistiche presenti come le ricerche coloristiche e prospettiche del V secolo a.C.. Sul vaso è dipinto l'episodio narrato da Apollonio Rodio nelle Argonautiche riguardo all'uccisione di Talos da parte di Medea, sostenuto morente dalle braccia di Castore e Polluce. Nella stanza inoltre ci sono oggetti di metallo e parti di armature.

Grottone

Il Grottone di Palazzo Jatta nasce originariamente, all'interno del Palazzo, come ripostiglio. Durante il restauro del Museo, avvenuto tra il 2021 e il 2023 che ha riportato le quattro sale alla loro conformazione originale, rinnovando gli impianti elettrici e il restauro delle sale e dei piedistalli delle opere, il Grottone è stato ripulito, rinnovato, e ha aperto le sue porte al pubblico per la prima volta nella storia del Palazzo, per ospitare la mostra provvisoria di Collezionauta, mostra che prevedeva la vista di alcuni dei vasi più eccellenti già precedentemente esposti nell'originale Museo, e di moltissimi pezzi ed oggetti personali appartenuti ai membri della famiglia Jatta durante il XIX secolo.

Alla riapertura delle quattro originali stanze del Museo, il Grottone è rimasto comunque visitabile, con l'intento di ospitare collezioni esclusive nel corso del tempo ed eventi per i visitatori.

Informazioni pratiche

Indirizzo
Piazza G. Bovio 35
Orari
Mo-Fr 08:30-13:30; Sa 14:30-19:30; Su [1,3] 08:30-13:30; Su [2,4] off
Telefono
+39 080 361 2848
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
musei.puglia.beniculturali.it

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Grotta di Lamalunga

Museo di un ente pubblico · Altamura

Grotta di Lamalunga

La Grotta di Lamalunga è un sito archeologico vicino Altamura in provincia di Bari, noto per essere il luogo di ritrovamento dell'Uomo di Altamura.

== Caratteristiche ==

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Questa struttura carsica è situata nella zona delle Murge alte, contesto morfologico caratterizzato da lame, da doline a pozzo e dalla dolina di crollo, denominata Pulo di Altamura. Il paesaggio è caratterizzato da una successione di aride pietraie e da una quasi totale assenza di vegetazione.

Gli affioramenti geologici della zona sono individuabili come Calcare di Altamura (Cretaceo medio superiore).

L'andamento medio della grotta non è mai molto profondo, lo spessore della copertura rocciosa si presenta infatti con valori mai superiori ai 25-30 metri.

Nell'evoluzione della grotta è evidente una fase freatica insieme a fasi più recenti di crollo e di ciclicità nella stratificazione di sedimenti.

L'analisi morfologica della grotta fa ipotizzare la presenza in origine di vari accessi, anche se attualmente sono limitati a uno solo. L'esistenza di almeno un altro ingresso è dimostrata dal sottostante cono detritico, nella zona prossima all'ingresso attuale. Spesso questi pozzi carsici si trasformavano in trappole naturali per animali e uomini. Questo sembra essere accaduto anche nel nostro caso a giudicare dai resti degli animali sparsi sul fondo della grotta e dallo scheletro dell'Uomo di Altamura che sembra essersi trascinato con il radio e una scapola fratturata fino al fondo di uno stretto cunicolo, forse alla ricerca di una via di uscita.

All'interno della grotta, oltre all'Uomo di Altamura, sono presenti anche molti resti di animali sparsi su gran parte della grotta. Sebbene non esistano studi approfonditi su di essi, si è visto che sono rappresentati principalmente da cervidi; in particolare la specie più rappresentata è il Daino, seguita dal Cervo rosso. Pochi resti sono attribuibili invece a Equini, Ienidi (genere Crocuta o Hyaena), Lupo, Bovini (genere Bos o Bison), oltre che a micromammiferi e Lagomorfi non meglio classificati..

Scoperta

La grotta fu scoperta ed esplorata per la prima volta nel 1989 da alcuni speleologi del Centro Altamurano Ricerche Speleologiche (CARS), che si limitarono tuttavia solo a un primo ambiente poiché un tappo di fango chiudeva il collegamento con gli altri ambienti, facendo sembrare la grotta limitata a questo unico ambiente. Nel 1991 durante un'altra discesa nella grotta gli speleologi del CARS si accorsero che vi era una corrente d'aria proveniente dall'altra parte del tappo di fango, facendo intuire che la grotta non fosse circoscritta a quell'unico ambiente. Iniziarono così i lavori di scavo di un tunnel che permettesse l'accesso e l'esplorazione della restante parte della grotta; tali lavori durarono circa due anni e la prima esplorazione della galleria principale e di parte delle diramazioni fu fatta il 26 settembre 1993. Presenti a quella prima esplorazione c'erano gli speleologi del CARS, Gianni Dinardo, Manilo Porcelli, Giovanni Ragone, Vito Sardone, Angelo Squicciarini e il socio del Gruppo Speleologico Vespertilio C.A.I. di Bari Walter Scaramuzzi, su invito di Squicciarini. L'esplorazione della camera principale terminò il 30 settembre di quello stesso anno, quando dopo un centinaio di metri gli operatori del CARS raggiunsero il fondo della galleria sul quale si aprivano due diramazioni, il ramo ovest e il ramo est, parzialmente occlusi da grossi massi crollati dalla volta.

La mattina del 7 ottobre 1993, sette speleologi del CARS scesero nuovamente nella grotta dividendosi in due gruppi; un gruppo si sarebbe occupato dei rilevamenti topografici mentre l'altro gruppo di un'ulteriore esplorazione e dei rilevamenti fotografici. I due gruppi furono raggiunti, a metà mattinata, dai soci del Gruppo Speleologico Vespertilio C.A.I. di Bari, Walter Scaramuzzi, Lorenzo di Lisio e Marco Milillo, scesi per effettuare alcune riprese. Durante tali operazioni Lorenzo di Lisio, seguito dagli altri due soci C.A.I., si insinuò in uno dei due cunicoli della diramazione est, caratterizzato da molti resti faunistici, in fondo al quale, in quella che è stata poi soprannominata abside, scoprì il giacimento osseo con un cranio chiaramente attribuibile a una forma umana (Uomo di Altamura).

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Ultimo aggiornamento il 30 agosto 2026