Zanzibar

Zanzibar ) è una regione semi-autonoma della Tanzania, geograficamente corrispondente all'arcipelago omonimo, composto da due isole principali, Unguja e Pemba, e numerose isole minori. Zanzibar e la parte continentale della Tanzania si uni…

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Giugno, Luglio, Agosto, Settembre

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 31° 26° 61 mm
Febbraio 32° 26° 40 mm
Marzo 31° 26° 110 mm
Aprile 29° 25° 369 mm
Maggio 28° 25° 202 mm
Giugno 28° 24° 55 mm
Luglio 27° 23° 46 mm
Agosto 28° 23° 40 mm
Settembre 29° 23° 43 mm
Ottobre 29° 24° 90 mm
Novembre 30° 25° 125 mm
Dicembre 31° 25° 99 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Zanzibar ) è una regione semi-autonoma della Tanzania, geograficamente corrispondente all'arcipelago omonimo, composto da due isole principali, Unguja e Pemba, e numerose isole minori. Zanzibar e la parte continentale della Tanzania si unirono solo nel 1964, poco tempo dopo la rivoluzione di Zanzibar. In precedenza, Zanzibar era un soggetto politico distinto: prima un sultanato, poi un protettorato britannico e infine, brevemente, una monarchia costituzionale.

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Guida pratica di Zanzibar 4 sezioni

723 parole scritte da viaggiatori, da Wikivoyage.

Da sapere

Il centro storico della capitale di Zanzibar, Stone Town, ricco di testimonianze architettoniche e storiche della cultura swahili, è stato dichiarato patrimonio dell'umanità UNESCO.

Il nome Zanzibar (زنگبار) deriva molto probabilmente dal persiano zanj, con cui i persiani indicavano i neri; zang-i bar significherebbe "Terra dei neri".

Circa il 97% della popolazione da Zanzibar è di fede musulmana.

Con il volgere del terzo millennio Zanzibar ha conosciuto un continuo e rapido sviluppo nel settore turistico, che sfrutta il patrimonio naturale, paesaggistico e culturale dell'isola.

Cenni geografici

Zanzibar geograficamente corrispondente all'arcipelago omonimo, composto da due isole principali, Unguja e Pemba, e numerose isole minori.

Quando andare

I mesi da dicembre a febbraio, sono quelli più adatti per lo snorkeling, perché la temperatura dell'acqua si alza fino a raggiungere i 30°C. I mesi da agosto a settembre, costituiscono la stagione intermedia, con caldo meno afoso e temperature fino ai 30°C. Questo è il periodo ideale per organizzare tour ed escursioni.

I mesi di ottobre e novembre, invece, sono considerati il periodo delle piogge brevi, con precipitazioni di 10 minuti (a volte anche piacevoli).

La posizione geografica equatoriale provoca una bassa escursione termica durante l'anno solare generando temperature medie intorno ai 25 °C.

Il clima a Zanzibar è suddiviso in due stagioni principali, due secche e due piovose:

Le stagioni secche vanno da dicembre a febbraio e da giugno ad ottobre e sono le più calde con temperature che oltrepassano i 30 °C,

Le stagioni piovose, caratterizzate da temporali frequenti ed improvvisi, riguardano il periodo da

Cenni storici

Zanzibar e la parte continentale della Tanzania (allora Tanganica) si unirono solo nel 1964, poco tempo dopo la rivoluzione di Zanzibar; in precedenza, Zanzibar era un soggetto politico distinto, prima un sultanato e poi un protettorato britannico e infine, brevemente, una monarchia costituzionale.

Zanzibar fu anche un luogo centrale del commercio di schiavi a est dell'Africa, nonché della via delle spezie, e ancora oggi una parte significativa della sua economia si basa sulla produzione di chiodi di garofano, noce moscata, cannella, pepe e zenzero.

Lingue parlate

A causa dell'influenza congiunta delle culture arabe, persiane e bantu, e della frenetica attività commerciale che ha legato Zanzibar al Medio Oriente e persino all'India e alla Cina, l'arcipelago è uno dei luoghi più rappresentativi della cultura swahili, la cui lingua fu a lungo quella predominante negli scambi commerciali fra Asia e Africa, e tuttora svolge il ruolo di lingua franca in gran parte dell'Africa orientale.

Come arrivare

In aereo

1 Aeroporto internazionale Abeid Amani Karume (IATA: ZNZ). Compagnie aeree che al 2026 effettuavano voli charter dall'Italia sono riportate di seguito: Neos — Voli stagionali da Milano-Malpensa, Roma-Fiumicino, Verona, Bologna, Catania, - con volo diretto di 9 oreSi possono trovare altri voli con destinazione gli aeroporti di Mombasa, Nairobi, Dar es Salaam. Da questa ultima località è possibile proseguire in traghetto, o con voli locali di breve durata.

In nave

Da Dar es Salaam, esiste un collegamento di linea con Zanzibar, curato dalla compagnia marittima Azam Marine

Cosa vedere

1 Stone Town. È la parte più vecchia di Zanzibar City. Il suo nome tradotto dall'inglese, significa città di pietra, mentre in lingua swahili Mji Mkongwe il suo significato è "città vecchia". Per la sua importanza storica e la sua architettura, la città è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO. Parecchi sono gli edifici che ricordano le dominazioni subite dall'isola. L'Alta Corte di Giustizia I bagni persiani di Hamamni La casa di David Livingston la cattedrale anglicana Chiesa di Cristo La cattedrale di San Giuseppe Il forte arabo Il mercato di Darajani La moschea dell'Aga Khan La moschea di Malindi Il Museo del Memoriale della Pace Il Museo del Palazzo Il Palazzo delle Meraviglie Il tempio shakti Il Vecchio Dispensario

Piantagioni di spezie. Si possono trovare a pochi chilometri della città di Zanzibar, antiche piantagioni di chiodi di garofano, noce moscata, cannella, che hanno visto il loro nascita con il dominio del Sultanato dell'Oman, quando iniziò il commercio degli schiavi.

Cosa fare

Tour delle spezie.

Noleggio moto d'acqua.

Escursione in quad.

Escursione a Kuza Cave. Con sosta al Rock restaurant.

Nuotare con i delfini.

Eventi e feste

Eid al-Fitr.

Zanzibar International Film Festival (ZIFF). Festival cinematografico annuale comunemente considerato uno dei più importanti eventi culturali dell'Africa orientale. Il principale centro del festival è Stone Town, ma per l'occasione vengono anche organizzate proiezioni di film in centri urbani più piccoli, inclusi centri rurali.

Giorno della Rivoluzione. Il 12 gennaio viene festeggiato l’anniversario della Rivoluzione del 1964 con una regata di ngalawa, le tipiche canoe a doppio bilanciere della tradizione swahili, con partenza di fronte al palazzo del popolo.

Da Wikivoyage · leggila alla fonte · CC BY-SA 4.0

Cosa vedere a Zanzibar

  1. St. Joseph's Cathedral, Zanzibar
  2. Cattedrale di Cristo (Zanzibar)
  3. Giardini di Forodhani
Mappa di Zanzibar con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

St. Joseph's Cathedral, Zanzibar

Cattedrale cattolica · Zanzibar

St. Joseph's Cathedral, Zanzibar

Building in Tanzania descrizione disponibile solo in inglese

Anno: 1898

Informazioni pratiche

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Cattedrale di Cristo (Zanzibar)

Cattedrale anglicana · Zanzibar

Cattedrale di Cristo (Zanzibar)

La cattedrale di Cristo (in inglese Christ church) è un edificio religioso anglicano sito in Mkunazini Road a Stone Town, nel centro della città vecchia di Zanzibar. Ubicata in una piazza che in passato veniva utilizzata come mercato degli schiavi, è una chiesa storica, nonché uno degli esempi più importanti di architettura paleocristiana nell'Africa orientale.

== Storia ==

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Fu costruita in sette anni: la posa della prima pietra avvenne il giorno di Natale del 1873 e la chiesa fu inaugurata nel Natale 1879.

Il suo progetto si basa su un'idea di Edward Steere, terzo vescovo anglicano di Zanzibar.

La cattedrale anglicana di Cristo è stata realizzata principalmente in pietra corallina, ha un unico tetto in cemento modellato in un'insolita volta a botte e la sua struttura complessiva mescola dettagli gotici e islamici. La cattedrale fu consacrata nel 1903 e prese il nome di cattedrale di Canterbury.

Edward Steere morì di infarto quando la cattedrale era quasi completata e fu sepolto dietro l'altare.

Descrizione

La chiesa è piccola ed austera e, dal punto di vista architettonico ed artistico, non è eccezionale ma ha un valore simbolico che fa pensare agli orrori della schiavitù e celebra gli sforzi degli anglicani per la diffusione del cristianesimo in Africa.

All'interno della cattedrale, si trova una croce fatta con il legno dell’albero ai cui piedi venne sepolto il cuore di David Livingston, l’esploratore britannico che si stabilì a Stone Town per pianificare il suo ultimo viaggio nell'entroterra della Tanzania, alla ricerca delle sorgenti del Nilo.

Si dice che l'altare si trovi nel punto esatto in cui si trovava il principale "montante" del mercato.

Accanto alla chiesa, è possibile vedere il famosissimo monumento dedicato alla schiavitù, con alcune figure in pietra incatenate con autentiche catene di schiavi.

Si possono visitare anche parte dei condotti sotterranei e le celle, squallide piccolissime cantine senza finestra ed aria fresca o servizi igienici, dove venivano segregati e rinchiusi moltissimi schiavi.

Come molti altri edifici storici in pietra corallina a Stone Town, la cattedrale sperimenta problemi di degrado e strutturali e necessita di essere restauri.

La cattedrale è collegata con la cattedrale di Ely, nella diocesi di Ely, Cambridgeshire, Regno Unito.

Galleria d'immagini

Anno: 1879

Informazioni pratiche

Orari
Su 06:30-08:00, 08:00-09:15, 09:30-11:30, 16:30-18:00
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Giardini di Forodhani

Parco cittadino · Zanzibar

Giardini di Forodhani

I giardini di Forodhani (Forodhani Gardens in inglese), detti anche giardini del Giubileo (Jubilee Gardens), sono un lungomare di Stone Town, a Zanzibar, situato di fronte al forte arabo e al palazzo delle Meraviglie. I giardini sono stati ristrutturati recentemente a spese dell'Aga Khan Trust for Culture e dal 2009 prendono il nome di parco di Forodhani (Forodhani Park). I giardini sono molto frequentati, in particolare la sera, quando ospitano un noto mercato notturno con bancarelle illuminate da lampade a olio, in cui si possono gustare le specialità della cucina zanzibari come mishkaki (il kebab zanzibari), samaki wa kupaka (pesce alla griglia), arrosto swahili, gamberetti grigliati, tentacoli di polpo, pollo fritto, cassava, samosa, frutta, nonché la pizza zanzibarina, una pizza ripiena che è la specialità del luogo.

Intorno al giardino si trovano diversi edifici storici di Stone Town; oltre al forte arabo e al palazzo delle Meraviglie (Beit-el-Ajaib) c'è il Forodhani Orphanage (orfanotrofio di Forodhani), un tempo club britannico e poi scuola indiana) e il palazzo che servì come consolato britannico dal 1841 al 1874.

Informazioni pratiche

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Nei dintorni di Zanzibar

34 luoghi nei dintorni, a regione del Kilimangiaro, regione del Mara, Arusha, regione di Lindi, regione di Rukwa, regione di Arusha

Mappa dei dintorni di Zanzibar
Dati della mappa © OpenStreetMap

Kilimangiaro

Gruppo montuoso · regione del Kilimangiaro

Kilimangiaro

Il Kilimangiaro o Chilimangiaro (in inglese e in swahili Kilimanjaro), con i suoi tre coni vulcanici Kibo, Mawenzi e Shira, è uno stratovulcano in fase di quiescenza, situato nella Tanzania nordorientale. Con i suoi 5.895 metri s.l.m. è il monte più alto del continente africano, la montagna singola più alta del mondo e uno dei vulcani più alti del pianeta oltre ad essere una delle Sette cime del pianeta.

== Descrizione ==

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È uno stratovulcano formato da tre crateri: il più antico, Shira, ad ovest, con un'altitudine di 3.962 metri, il Mawenzi ad est, con un'altitudine di 5.149 metri e, tra i primi due, Kibo, che è il più recente e mostra tuttora segnali di attività, in forma di fumarole. Tra il Kibo e il Mawenzi giace una piattaforma di circa 3.600 ettari, chiamata “la sella dei venti”, che costituisce la maggiore area di tundra di altura in Africa.

Nel 2003 gli scienziati hanno constatato che una certa quantità di magma si trova a soli 400 metri sotto il cratere: si teme quindi che il vulcano possa collassare (o esplodere) come fece il Monte Sant'Elena (Stati Uniti) nel 1980. Anche se non si hanno informazioni precise su quando sia avvenuta l'ultima eruzione, alcune leggende locali fanno pensare che ce ne sia stata una circa 170 anni fa. La sommità del vulcano è ricoperta da un ghiacciaio perenne, il ghiacciaio di Rebmann.

Itinerari

Sul Kilimangiaro ci sono 7 itinerari principali:

Marangu Route: conosciuta come la "via Coca-Cola", è l'unica con rifugi in muratura lungo il percorso. È la più antica e una delle più semplici, anche se l'acclimatazione può essere più difficile a causa del ritmo rapido.

Machame Route: soprannominata la "via Whisky", è più impegnativa della Marangu ma offre paesaggi molto vari e migliori opportunità di acclimatazione.

Lemosho Route: considerata una delle vie più scenografiche, attraversa diverse zone climatiche e offre un'ottima acclimatazione grazie alla sua lunghezza.

Rongai Route: l'unico itinerario che sale dal versante settentrionale, vicino al confine con il Kenya, meno affollato e con un'ascesa più graduale.

Umbwe Route: la via più ripida e diretta, raccomandata solo agli scalatori molto esperti a causa della scarsa possibilità di acclimatazione.

Northern Circuit Route: il percorso più lungo, che compie un ampio anello attorno al Kilimangiaro, offrendo eccellente acclimatazione e viste spettacolari.

Shira Route: simile alla Lemosho ma con una partenza più alta, è ideale per chi è già acclimatato, pur presentando un rischio maggiore di mal di montagna nei primi giorni.

Trekking sulla Lemosho per 8 giorni è considerato il più facile in termini di acclimatazione e il più adatto per i principianti. In questo caso il 95% degli scalatori raggiunge la vetta (il picco Uhuru).

Nome

Le sue vette, insieme a quelle dei Monti Meru, erano state denominate dal mercante greco-romano Diogene Monti della Luna. Diogene le avvistò durante la Spedizione romana alle sorgenti del Nilo, pressappoco intorno al 100 d.C.

Non è noto da dove provenga il nome Kilimangiaro, ma esistono varie teorie. Gli esploratori europei adottarono questo nome nel 1860, affermando che questo era il nome della montagna in lingua swahili, supponendo che Kilimangiaro si potesse scomporre in Kilima (Swahili per "collina", "piccola montagna") e Njaro che, per alcune teorie, è un'antica parola Swahili per bianco o splendente, mentre per altri è una parola di origine non Swahili; ad esempio nel linguaggio Kichagga la parola jaro significa "carovana".

Il problema di tutte queste teorie è che non sono in grado di spiegare perché viene utilizzato il diminutivo kilima, invece della parola più appropriata per indicare montagna, cioè mlima. Un approccio differente suppone che Kilimanjaro derivi dal Kichagga kilemanjaare o kilemajyaro che significa "che sconfigge uccello/leopardo/carovana". Tuttavia questa teoria non può spiegare perché il nome Kilimanjaro non era in uso in Kichagga prima delle esplorazioni europee di metà Ottocento.

Nel 1880 la montagna, chiamata Kilimandscharo in tedesco, divenne una parte dell'Africa Orientale Tedesca dopo che Carl Peters ebbe persuaso i capi locali a firmare i trattati. La diffusa storia che la regina Vittoria donò la montagna a Guglielmo II di Germania è falsa. Nel 1889 il Picco Uhuru sul Kibo fu nominato Kaiser-Wilhelm-Spitze, nome utilizzato nell'Impero tedesco fino alla sua sconfitta nel 1918, quando i territori divennero parte del Territorio del Tanganica, governato dagli inglesi, e il nome venne abbandonato.

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Parco nazionale del Serengeti

Parco nazionale · regione del Mara

Parco nazionale del Serengeti

Il Parco nazionale del Serengeti (in inglese Serengeti National Park, dalla lingua delle popolazioni masai locali, "pianura sconfinata") è una delle più importanti aree naturali protette dell'Africa orientale. Con una superficie di 14 763 km², si trova nel Nord della Tanzania, nella pianura omonima, tra il lago Vittoria e il confine con il Kenya (1.30'-3.20' S, 34.00'-35.15' E), adiacente al parco keniota di Masai Mara, alla riserva naturale di Ngorongoro e ad altre importanti riserve faunistiche.

Dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1981, rappresenta una delle principali attrazioni turistiche della Tanzania ed è la più importante di un sistema di quattro aree naturali protette detto "Northern Safari Circuit", che include anche il Parco nazionale del lago Manyara, il parco nazionale del Tarangire, il parco nazionale di Arusha e la riserva naturale di Ngorongoro.

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Storia

La presenza umana nell'area del Serengeti fin da tempi antichissimi è testimoniata da ritrovamenti paleontologici di straordinaria importanza; nella pianura del Serengeti si trova il celebre sito di Olduvai, dove sono stati trovati i resti dell'Australopithecus boisei, un ominide risalente a circa 1,5 milioni di anni fa.

Prima dell'arrivo degli europei, la pianura del Serengeti era abitata principalmente dai Masai, allevatori e semi-nomadi. Negli ultimi anni dell'amministrazione coloniale tedesca, la regione divenne un'area protetta e un primo nucleo dell'odierno Serengeti, di 2 286 km², fu dichiarato riserva di caccia nel 1929.

L'amministrazione inglese, subentrata ai tedeschi creando il Territorio del Tanganica, istituì il parco nazionale nel 1951, affidandone la gestione al naturalista Bernhard Grzimek, divenuto celebre come uno dei precursori dell'approccio moderno alla conservazione dell'ambiente. Parte dell'opera di Grzimek nel Serengeti è documentata dal suo saggio Il Serengeti non deve morire e dal documentario omonimo (vincitore del premio Oscar), realizzati dallo stesso Grzimek insieme al figlio Michael. Un altro testo sui primi anni del Serengeti è My Serengeti Years, scritto da Myles Turner, che fu uno dei primi guardiaparco e a cui si attribuisce il merito di aver svolto un lavoro fondamentale nella lotta contro il bracconaggio. Il parco comprendeva inizialmente anche il cratere di Ngorongoro, che divenne area protetta indipendente nel 1956.

L'istituzione del parco fu accompagnata dalla rilocazione delle popolazioni locali. La natura coercitiva di questa operazione ha suscitato una controversia tuttora non del tutto sopita. Dopo il raggiungimento dell'indipendenza da parte della Tanzania, l'amministrazione del parco è stata affidata al TANAPA (Tanzanian National Parks). Nel 1981, l'UNESCO ha dichiarato il parco Patrimonio dell'umanità per la sua ricchissima biodiversità.

Geografia

Il parco ha un'estensione complessiva di 14 763 km². Si trova nel Nord della Tanzania; il suo confine settentrionale coincide con quello fra Tanzania e Kenya e lo divide dalla riserva keniota del Masai Mara. Fra i due parchi non esistono recinzioni e la fauna si sposta liberamente dall'uno all'altro; particolarmente note sono le massicce migrazioni stagionali di gnu. Oltre che col Masai Mara, il Serengeti confina a sudest con la riserva di Ngorongoro, a sudovest con la riserva faunistica di Maswa, a ovest con le riserve di Ikorongo e Grumeti e a nord con quella di Lalianda.

Il clima tropicale della zona è caratterizzato da due periodi di piogge stagionali: le "grandi piogge" da aprile a giugno e le "piccole piogge" da ottobre a dicembre. La parte meridionale del parco è costituita da vaste praterie aride, interrotte da collinette di roccia metamorfica spesso circondate da cespugli e alberi, note localmente come kopjes. Queste piccole formazioni rocciose sono affiorate in seguito all'erosione del terreno circostante da parte degli agenti atmosferici. Procedendo verso nord il paesaggio cambia: la maggiore piovosità, che alimenta anche qualche fiumiciattolo permanente, favorisce la crescita di foreste a galleria e la formazione di zone di savana alberata (caratterizzata da boschetti di acacia) e di savana di boscaglia spinosa.

La giraffa modifica l'aspetto del Serengeti: rosicchiando regolarmente le cime delle acacie conferisce loro la caratteristica forma piatta.

Agli inizi del Novecento un'epidemia di peste bovina uccise così tanti erbivori che i pascoli si trasformarono in boscaglie.

Flora

L'erba del parco appartiene soprattutto alle specie Digitaria macroblephara e Sporobolus marginatus. Gli alberi più diffusi sono quelli del genere Commiphora e diverse specie di Vachellia (V. drepanolobium, V. gerrardi, V. seyal e V. tortilis).

Fauna

Il Serengeti è celebre soprattutto per la sua eccezionale ricchezza faunistica, che ne fa una delle regioni più rappresentative dell'ecosistema della savana subsahariana e una delle maggiori attrazioni turistiche dell'Africa orientale. Vi si trovano, tra l'altro, tutti e cinque i cosiddetti "big five": elefante, leone, leopardo, rinoceronte nero e bufalo.

Le mandrie di ungulati (soprattutto zebre e gnu) raggiungono in questa regione numerosità eccezionali e danno luogo a spettacolari migrazioni stagionali fra le praterie del Sud e il Masai Mara. Smuovendo il terreno con gli zoccoli e con le loro feci, questi animali contribuiscono in modo sostanziale al rinnovamento annuale del manto erboso del parco.

Fra il 1969 e il 1976, con la guarigione degli erbivori dalla peste bovina, la popolazione dei leoni del Serengeti quasi raddoppiò.

Galleria d'immagini
Presenza umana e strutture ricettive

Nel parco non sono presenti edifici umani con l'unica eccezione quelli destinati al personale del TANAPA e delle strutture ricettive turistiche e ai team scientifici della Frankfurt Zoological Society. Il quartier generale del TANAPA e la principale pista di atterraggio nel parco, si trova a Seronera.

Fra le strutture ricettive del parco ci sono diversi campi tendati e quattro lodge: il Seronera Wildlife Lodge, il Lobo Wildlife Lodge e i più recenti Seregenti Sopa Lodge e Serengeti Serena Lodge. Tutti e quattro sono posizionati in maniera strategica su piccole colline che dominano la pianura e progettati in modo da garantire un impatto ambientale ed estetico relativamente ridotto. Alcune strutture ricettive organizzano escursioni in mongolfiera, cosa unica per la Tanzania.

Anno: 1940

Informazioni pratiche

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Area di conservazione di Ngorongoro

Area protetta · Arusha

Area di conservazione di Ngorongoro

L'area di conservazione di Ngorongoro è un'area naturale protetta della Tanzania che si estende nella zona della caldera di Ngorongoro situata nella pianura di Serengeti, a nord-ovest della città di Arusha e ad est del parco del Serengeti, con il quale forma un territorio ininterrotto.

L'area attorno al cratere costituisce la riserva naturale di Ngorongoro.

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Il cratere

Il cratere di Ngorongoro si trova a 2.200 metri sul livello del mare, misura oltre 16 chilometri di diametro e occupa un'area di circa 265 chilometri quadrati. Si tratta della più grande caldera intatta del mondo. Sulla corona del cratere corre un'unica strada, sul versante meridionale. Quattro strade collegano la corona con l'interno del cratere; la discesa richiede circa 30 minuti in fuoristrada.

La riserva naturale

Il cratere appartiene all'area più estesa (circa 8300 chilometri quadrati) della riserva naturale di Ngorongoro (Ngorongoro Conservation Area, o NCA). La NCA viene amministrata dalla Ngorongoro Conservation Area Authority, un organismo indipendente dal sistema dei parchi nazionali della Tanzania che amministra l'area in modo diverso; per esempio, all'interno dell'NCA la popolazione dei masai può vivere e spostarsi liberamente (cosa che non avviene in nessun altro parco della Tanzania).

Oltre al cratere omonimo, la riserva di Ngorongoro include due altri crateri minori, Olmoti ed Empakaai, nonché l'importantissimo sito archeologico delle gole dell'Olduvai, conosciute come culla dell'umanità. Qui furono rinvenuti resti di uomini primitivi risalenti a circa 1.75 milioni di anni fa e svariati fossili di animali dell'età della pietra.

L'intera area della NCA è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

Territorio

Grazie alla buona piovosità, agli stagni e ai piccoli laghi e torrenti interni, alla nebbia notturna che circonda e alimenta le foreste dei pendii del vecchio vulcano, la zona è divenuta un vero e proprio ecosistema.

La savana occupa la parte più interna del cratere, alternandosi a tratti di palude, a macchie di acacia e a zone aride semi-desertiche; al centro del cratere si trova un lago.

Fauna

Nel cratere la concentrazione di fauna è impressionante: si calcola che sia abitato da oltre 25000 animali di grossa taglia. L'immagine più tipica è probabilmente quella degli enormi branchi di zebre e gnu, ma nel cratere abitano molte altre specie tipiche della savana: elefanti, leoni (un centinaio, è la popolazione a maggiore densità di tutta l'Africa), bufali, iene, sciacalli, ippopotami, babbuini, ghepardi, nonché alcune piuttosto rare come i rinoceronti neri, ultimi superstiti di una specie che nel resto della Tanzania è sull'orlo dell'estinzione, e i leopardi, che vivono sugli alberi della foresta pluviale che ricopre i pendii del cratere.

Innumerevoli le specie di uccelli attratte dalla riserva, i cui numerosi specchi d'acqua richiamano la fauna migratrice; meritano una segnalazione particolare i fenicotteri, che qui costituiscono una delle colonie più numerose di tutta l'Africa.

Assenti invece le giraffe e gli impala.

Le locali tribù masai hanno il diritto di pascolo in questa zona e può capitare di incontrarle con il loro bestiame.

Strutture ricettive

Sui bordi del cratere ci sono numerosi lodge (Ngorongoro Wildlife Lodge, Ngorongoro Sopa Lodge and Ngorongoro Serena) e anche un campo tendato (Simba).

Anno: 1959

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Sito ufficiale
www.ngorongorocrater.org

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Riserva faunistica del Selous

Riserva di caccia · regione di Lindi

Riserva faunistica del Selous

La riserva faunistica del Selous (Selous Game Reserve) è uno dei più grandi parchi faunistici del mondo, situato in Tanzania, in Africa orientale.

La riserva prende il nome da Frederick Courteney Selous, capitano dei Fucilieri Britannici, che vi trovò la morte nel 1917 durante un combattimento contro l'esercito coloniale tedesco. L'area, divenuta riserva di caccia nel 1905, è oggi una meta turistica di media importanza, ed è ancora in gran parte poco o per nulla battuta da esseri umani. La forte presenza di mosche tse-tse scoraggia infatti gli insediamenti in tutta la zona.

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Descrizione

La superficie complessiva del parco è di 54600 chilometri quadrati. Il Selous è suddiviso in due aree: Selous nord e Selous sud.

I safari fotografici si svolgono nell'area nord (circa il 20% della riserva) mentre il rimanente 80% (Selous sud) è quasi esclusivamente riservato ai safari di caccia.

Alcuni degli animali tipici della savana (per esempio elefanti, ippopotami, licaoni e coccodrilli) si trovano nel Selous in concentrazioni superiori a quelle di qualsiasi altro parco africano.

Luoghi di particolare interesse all'interno della riserva sono il fiume Rufiji (che sbocca nell'Oceano Indiano di fronte all'isola di Mafia) e la gola di Stiegler, un canyon di circa cento metri di profondità e altrettanti di larghezza, attraversato da una teleferica. Attorno alla gola si trova la maggior parte delle strutture ricettive della riserva (campeggi e lodge).

Nella riserva faunistica del Selous è consentito il safari a piedi, vietato nella maggior parte degli altri parchi nazionali africani. La linea di confine, che lascia i giacimenti di uranio della zona all'esterno della riserva, è stata approvata nel 2012.

Anno: 1922

Informazioni pratiche

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Parco nazionale del Kilimangiaro

National park of Tanzania · regione del Kilimangiaro

Parco nazionale del Kilimangiaro

Il parco nazionale del Kilimangiaro (Kilimanjaro National Park) è uno dei principali parchi nazionali della Tanzania. Copre una superficie di 756 km².

Nel 1910 fu dichiarato riserva naturale dal governo coloniale tedesco. Nel 1921 divenne riserva forestale. Nel 1973 l'area montana sopra la linea degli alberi (~2 700 m) fu riclassificata come Parco nazionale e fu aperta al pubblico accesso nel 1977. Il parco fu dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1987.

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Territorio

Il Parco si trova nella parte nordorientale della Tanzania (3°03′32.66″S 37°20′37.97″E3°03′32.66″S, 37°20′37.97″E), al confine con il Kenya. L'ingresso principale del parco, il Marangu Gate si trova circa 30 km a nord della città di Moshi, a 1 870 m di altitudine.

Nell'area del parco si trova il monte Kilimangiaro, con i suoi tre crateri: a ovest Shira, con un'altitudine di 3 962 m, a est Mawenzi (5 149 m) e al centro Kibo, la vetta più alta dell'Africa (5 895 m). Tra il Kibo e il Mawenzi giace una piattaforma di circa 3 600 ha, chiamata "la sella", che costituisce la più estesa tundra di altura del continente. La sommità del vulcano è ricoperta da un ghiacciaio perenne.

Flora

La vegetazione del Kilimangiaro può essere suddivisa in quattro zone:

la zona della foresta pluviale (da 1 801 m a 2 700 m), ricca di rigogliosa vegetazione dominata dagli alberi ad alto fusto;

la zona della brughiera (da 2 700 m a 4 000 m), abitata prevalentemente da specie arbustifere;

la zona del deserto d'alta quota (da 4 000 m a 5 000 m), desertica e desolata;

la zona sommitale (da 5 000 m a 5 895 m), spesso coperta dalle nevi e soggetta a condizioni climatiche estreme.

Zona della foresta pluviale

da 1 800 m a 2 700 m

Questa è certamente la fascia più ricca di specie vegetali, dominata da alberi ad alto fusto dalle chiome rigogliose che ricoprono totalmente i sentieri formando suggestive foreste a galleria. Le specie ad alto fusto maggiormente rappresentate sono: Macaranga kilimandscharica, Albizia schimperiana e Mitragyna rubrostipulata. Accanto a questi veri e propri giganti del regno vegetale crescono alberi di dimensioni più ridotte quali Tabernaemontana holstii, Xymalos monospora e Agauria salicifolia. Tra le specie erbacee si incontrano specie caratteristiche quali le orchidee del genere Polystachya, alcune specie di Impatiens: Impatiens pseudoviola di colore rosa e Impatiens kilimanjari dai fiori rosso scarlatto, e Mimulopsis kilimandscharica, una pianta erbacea con fiori rosa.

Nel versante nord e ovest la foresta riceve meno piogge e qui si incontrano specie differenti: alti e contorti esemplari di ginepro (Juniperus procera), e due specie di olivo, Olea africana, alto fino a 10 metri, e Olea kilimandscharica, alto fino a 30 metri.

Alle quote più elevate gli alberi si diradano. Si osservano esemplari isolati di varie specie di Podocarpus, di Ilex minutus e dei grandi alberi della canfora africana Ocotea usambarensis, che possono raggiungere i 40 metri d'altezza.

Nelle zone più umide e riparate Hagenia abyssinica, rosacea con grandi foglie pennate, si ricopre con eleganti fiori rosso scuro.

Zona della brughiera

da 2 700 m a 4 000 m

Al di sopra della linea degli alberi scompaiono le piante ad alto fusto ma sono tuttavia presenti numerose specie vegetali.

La zona più bassa della brughiera è popolata da fitti cuscini di Erica arborea che creano suggestivi effetti cromatici. Le piante più singolari di questa zona sono comunque i seneci giganti (Dendrosenecio kilimanjari e Dendrosenecio johnstonii), caratteristica pianta dal lungo tronco che regge una ampia e carnosa rosetta fogliare, e la Lobelia deckenii, una specie della famiglia delle Campanulacee che cresce fino ad 3 metri di altezza, con grandi spighe verticali claviformi.

Completano il paesaggio numerose altre specie meno appariscenti ma che offrono una varietà di sfumature cromatiche: gli arbusti di Hypericum revolutum con piccoli fiori gialli, l'Helichrysum kilimanjari con fiori giallo intenso, la liliacea Kniphofia thomsonii, il Gladiolus watsonioides con fiore rosa salmone, l'orchidea Disa stairsii, con bella spiga rosa intenso, l'Anemone thomsonii, il giallo Ranunculus oreophylus, la Scabiosa columbaria dai fiori rosati,

l'Anthospermum usambarensis, cespuglio somigliante al cipresso con fioriture bianche, e la Stoebe kilimandscharica con minuscole foglie grigio-argentate.

Zona del deserto d'alta quota

da 4 000 m a 5 000 m

La vita vegetale in questa zona è limitata ad alcune specie erbacee dalla sviluppata capacità di adattamento a condizioni ambientali poco favorevoli.

Oltre che muschi e licheni lapidicoli è possibile vedere esemplari di Carduus chamaecephalus, di forma appiattita e con foglie pelose e spinose, ciuffi isolati di Pentaschistis minor, detta "erba del deserto" e differenti specie di Helichrysum (H.kilimanjari, H.newii, H.cymosum, H.argyranthum, H.meyeri-johannis).

Haplocarpha rueppellii e Haplosciadium abyssinicum sono altre due specie che, grazie a foglie crassulente e ad un rivestimento di fitti peli argentei, che riflettono le radiazioni solari e riducono le perdite d'acqua e di calore, riescono a sopravvivere a queste altitudini.

Zona sommitale

da 5 000 m a 5 895 m

A causa delle condizioni climatiche estreme di questa zona (basse temperature, radiazioni solari molto intense, ossigeno rarefatto) sono poche le specie vegetali che riescono a sopravvivere.

Tra di esse si possono annoverare l'erbacea Helichrysum newii e i licheni della specie Xanthoria elegans.

Fauna

Il parco è ricchissimo di specie animali: sono state censite oltre 140 specie di mammiferi incluse 7 specie di primati, 25 di carnivori, 25 di antilopi e 24 specie di pipistrelli.

Nella zona delle falde, nonostante il crescente sfruttamento agricolo abbia modificato le caratteristiche del territorio, sopravvive una popolazione di qualche centinaia di elefanti (Loxodonta africana) e non è raro incontrare anche qualche esemplare di bufalo nero (Syncerus caffer) e di leopardo (Panthera pardus). Il rinoceronte nero (Diceros bicornis), una volta presente in questa area, è adesso estinto.

Tra i mammiferi che popolano la foresta pluviale vanno menzionate differenti specie di primati: il

babbuino (Papio cynocephalus), il cercopiteco (Cercopithecus mitis), il colobo orsino (Colobus polykomos), la guereza (Colobus guereza) ed alcune specie di Galago.

Al di sopra della linea degli alberi le specie di mammiferi più significative sono l'antilope alcina (Taurotragus oryx), l'antilope di Abbot (Cephalophus spadix), la Sylvicapra grimmia, il Tragelaphus scriptus e il Cephalophus natalensis.

Sono reperibili inoltre numerose specie di roditori, quali il Dendrohyrax arboreus, e di insettivori.

Sono state censite circa 180 specie di uccelli, la maggior parte delle quali abitano la zona di foresta pluviale: tra esse un cenno particolare merita lo storno di Abbot (Poeoptera femoralis), molto raro al di fuori di questa area. Tra le specie reperibili nelle zone più elevate vengono segnalati: il gipeto (Gypaetus barbatus), la sassicola di Erlanger (Pinarochroa sordida), il beccamoschino di Hunter (Cisticola hunteri), la nettarinia malachite di Johnston (Nectarinia johnstoni) e il corvo collobianco (Corvus albicollis).

Meritano infine una menzione una rara specie di farfalla, la Papilio sjoestedti, nota anche come Kilimanjaro swallowtail, che vive, oltreché sul Kilimangiaro, anche a Ngorongoro e sul Monte Meru, e una sua sottospecie di colore nero, la Papilio sjoestedti ssp. atavus, che si trova solo sul Kilimangiaro.

Trekking
Vie di salita

All'interno del parco nazionale è possibile salire sul monte Kilimangiaro attraverso diversi percorsi ufficiali. Le vie di salita riconosciute comprendono le seguenti:

Marangu

Machame

Lemosho

Northern Circuit

Rongai

Umbwe

Shira

Questi itinerari sono regolamentati dall'amministrazione del parco e richiedono la guida di personale autorizzato e il pagamento dei relativi diritti di ingresso e di scalata.

I principali sentieri per raggiungere la vetta sono sette, la maggior parte dei quali prende avvio dal versante meridionale del vulcano. Le vie di accesso dal versante settentrionale sono riservate agli alpinisti provetti. Il sentiero Mweka è la via più rapida ma è ripido e pericoloso. Lo stesso si può dire del sentiero Umbwe che viene utilizzato prevalentemente per la discesa rapida sulla via del ritorno. Il sentiero di Machame è uno dei più spettacolari, ma non offre molte possibilità di riparo. La via più comoda, e anche la più utilizzata dai turisti, è la Marangu Road.

Salire in cima al Kilimangiaro attraverso la Marangu road non richiede particolari abilità o attrezzature da alpinista. È tuttavia consigliabile una buona preparazione fisica, il supporto di una guida e di portatori locali, oltreché una disponibilità di almeno 6 giorni.

Dal Marangu Gate al Mandara Hut

La visita del parco inizia al Marangu Gate, a 1 870 metri di altezza.

La prima tappa si svolge nello scenario lussureggiante della foresta pluviale e richiede circa tre ore di cammino per arrivare al Mandara Hut (2 700 m). Le caratteristiche di questo rifugio sono analoghe a quelle dei successivi che si incontreranno sulla Marangu road: si tratta di un rifugio molto "spartano", capace di ospitare, in camerate promiscue, una sessantina di persone. La cena si prepara in una cucina comune dove ogni gruppo utilizza le proprie provviste.

Dal Mandara Hut a Horombo Hut

Partendo dal Mandara Hut di buon mattino, la seconda tappa, più impegnativa, si snoda attraverso un sentiero scosceso che attraversa un paesaggio in cui la vegetazione si va sempre più diradando man mano che si procede: la foresta pluviale cede il posto alla brughiera, con macchie di erica arborea e i caratteristici boschetti di senecio gigante. Dopo circa otto ore di cammino si arriva a Horombo Hut (3 720 m) dove si trascorre la notte. A queste quote si possono avvertire i primi segni del mal di montagna (mal di testa, nausea, inappetenza, insonnia). La temperatura si abbassa notevolmente, specie la notte.

Giornata di acclimatamento

Una ascensione troppo rapida rischierebbe di fare acuire il mal di montagna. È questo il motivo per cui è consigliabile, arrivati a questa quota, prevedere una pausa di acclimatamento. La bellezza dei luoghi e i panorami grandiosi rendono estremamente piacevole la sosta. Per abituare l'organismo alla rarefazione dell'ossigeno le guide consigliano di fare una "sgambata" sino a quota 4 000 m, alla base del massiccio Mawenzi (la seconda cima più alta del Kilimangiaro) per poi ridiscendere e trascorrere una seconda notte ad Horombo Hut.

Da Horombo Hut a Kibo Hut

Partenza la mattina di buon ora, otto ore di marcia in un contesto sempre più "estremo" in cui la vegetazione va scomparendo, il paesaggio assume un aspetto desertico e desolato, e la rarefazione dell'ossigeno si fa sentire sempre di più. "Pole pole" (in swahili: "piano piano") suggeriscono le guide. Nel pomeriggio si arriva a Kibo Hut (4 700 m).

Si approfitta dell'austera accoglienza del rifugio (niente acqua corrente, niente riscaldamento, servizi igienici all'aperto) per riposare qualche ora in attesa della ascensione finale alla vetta. Di notte la temperatura si abbassa molto.

L'ascensione a Uhuru Peak

Intorno a mezzanotte si parte alla volta della vetta. Questa è decisamente la tappa più impegnativa: si procede in diagonale lungo i fianchi sabbiosi del vulcano, sino ad arrivare, all'alba, al Gillman Point (5 685 m). Lo spettacolo del sole che sorge sul ghiacciaio ripaga pienamente della fatica! Dopo un'altra ora e mezzo di cammino tra i ghiacciai, con le forze ormai ridotte allo stremo e con temperature che possono arrivare a - 30 °C, si raggiunge la vetta dell'Uhuru Peak (5 895 m), il punto più alto dell'intero continente africano.

Il ritorno alla base

Sotto il cartello indicatore della vetta si trova un registro: è d'obbligo apporvi la propria firma! Esaudita questa inderogabile formalità e scattate le foto di rito si incomincia la discesa. Prima sosta a Kibo Hut per recuperare un po' di energie, quindi discesa sino a Horombo Hut dove si trascorre la notte. L'indomani mattina unica tappa sino al Marangu Gate dove l'avventura si conclude. La maggior parte dei turisti, dopo quest'esperienza, sente il bisogno di fare rotta verso le spiagge assolate di Zanzibar per il meritato riposo.

Strutture ricettive

Si tratta di rifugi molto "spartani", che offrono sistemazioni in camerate promiscue. Non dispongono di servizio di ristorazione: i pasti si preparano in una cucina comune, con fuoco a legna, e ogni gruppo utilizza le proprie scorte alimentari. Lungo la via Marangu si incontrano i seguenti: Mandara Hut (2 700 m), Horombo Hut (3 720 m) e Kibo Hut (4 700 m) ciascuno dei quali è affiancato da una serie di piccole costruzioni in grado di accogliere dignitosamente gli escursionisti.

Anno: 1973

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Lago Rukwa

Soda lake · regione di Rukwa

Lago Rukwa

Il lago Rukwa è un lago endoreico nella valle Rukwa situata nella parte sudoccidentale della Tanzania. Il lago è alcalino e si trova idealmente a metà del percorso tra il lago Tanganica e il lago Niassa, lungo la Rift Valley africana e probabilmente in contatto sotterraneo con questi due laghi. Il lago si trova a 800 m di altezza e è compreso per metà all'interno dell'area della Uwanda Game Reserve.

== Ecologia ==

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Il lago ha subito grandi variazioni di dimensione nel corso degli anni, in seguito alla variazione del volume di acqua che entra nel bacino. Anche in tempi recenti, si è presentato a volte diviso in due bacini, separati più o meno a metà del lago da una barra di terra che emerge nei periodo in cui il livello delle acque scende ed è progressivamente scomparsa dalle mappe dopo il 1980. Ancora oggi esistono mappe che lo riproducono suddiviso in due bacini, con il bacino settentrionale nettamente maggiore di quello meridionale; infatti nei periodi di calo del livello delle acque, emerge una lingua più o meno estesa di sabbia che taglia diagonalmente il lago in direzione SO-NE in corrispondenza della penisola della Uwanda Game Reserve a nord di Ivuna. Attualmente il lago è lungo circa 170 km per 40 km di larghezza media, con una superficie di 5.760 km2. Nel 1929 era lungo solo 48 km, ma già nel 1939 si presentava con una superficie lunga 128 km e 40 km di larghezza. A volte, il lago è certamente stato più alto del lago Tanganica e lo ha collegato al lago Niassa, secondo lo studio dei profili delle rive l'ultima data in cui il lago ha versato le acque nel Tanganica è stata nel 33.000 BP (circa 31.000 a.C.).

La parte settentrionale del lago, scarsamente abitata, si trova nell'eco-regione del miombo, con ampia presenza della mosca tse-tse che spiega la poca propensione all'installazione dei villaggi. D'altra parte, la grande presenza di Brachystegia, la specie predominante nel miombo, con grande potenziale nettarifero, permette lo sviluppo dell'apicoltura tradizionale. Oltre a questo, lungo la costa del lago, le popolazioni coltivano principalmente tabacco per la generazione di reddito e mais per il consumo diretto.

A settentrione della parte terminale meridionale del lago, esiste una ampia zona di estrazione dell'oro, che avviene con tecniche artigianali, che il governo cerca di limitare per i gravi danni che provocano in termini di erosione e di danneggiamento alle poche strade, e non è di fatto considerato molto promettente se si pensa che il villaggio principale, chiamato Makongolosi, non è altro che la storpiatura dell'originale inglese making a loss.

Attorno al lago, sono state identificate tre aree protette: Uwanda Game Reserve, che occupa gran parte della costa meridionale e la parte terminale del bacino a Sud-Est; all'angolo opposto sorge la Rukwa Game Reserve e, subito a seguire, lungo sulla costa settentrionale si trova la Lukwati Game Reserve. Ancora più avanti lungo la valle, verso il lago Tanganica, si trova il Parco nazionale di Katavi.

Un problema particolarmente acuto intorno al lago Rukwa è quello del conflitto tra uomini e coccodrilli, vista la grande estensione di aree protette intorno al lago e le ridotte possibilità di difesa della popolazione a rischio. Si stimano una dozzina di uccisioni all'anno, intorno al lago, oltre alle difficoltà che sorgono di continuo per i danni causati dal coccodrillo alla pesca (pesci predati quando sono intrappolati e conseguenti danni all'attrezzatura).

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Gola di Olduvai

Chine · regione di Arusha

Gola di Olduvai

La gola di Olduvai, importante sito archeologico africano, è un avvallamento lungo circa 40 km, chiuso da ripide pareti, situato nella pianura di Serengeti, nel nord della Tanzania, e collegato alla Grande Rift Valley che si estende lungo l'Africa orientale. La dizione locale originale del nome, oldupai, significa "sisal" in lingua masai: l'area, semidesertica, è infatti cosparsa di piante di sisal e acacia arbustiva.

== Scoperta ==

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Olduvai è uno dei più importanti siti archeologici africani; i ritrovamenti effettuati in questa zona hanno svolto un ruolo importante nella comprensione dello sviluppo e delle origini della specie umana.

Il sito fu scoperto casualmente nel 1911 dall'entomologo tedesco Wilhelm Kattwinkel mentre stava cercando di catturare una farfalla. Riavutosi dalla rovinosa caduta in un dirupo, Kattwinkel si rese subito conto dell'interesse scientifico di questa faglia che metteva in luce una serie stratigrafica databile a qualche milione di anni fa. Da allora i suoi successori hanno continuato a effettuare ricerche in questa gola e a proteggerne le pareti.

Gli scavi incominciarono negli anni trenta condotti da Louis Leakey, e continuano tutt'oggi sotto la supervisione della famiglia Leakey. Nel 1955 furono ritrovati due resti fossili di ominide, un molare e un canino, e nel 1959, la moglie di Louis - Mary - rinvenne il cosiddetto Australopithecus boisei o Zinjanthropus, il cui ritrovamento è commemorato in situ da una lapide. Nel 1972, a circa 40 km dalla gola, vennero scoperte sempre da Mary Leakey le famose "orme di Laetoli": impronte fossilizzate di ominidi più antichi risalenti a circa 3 milioni e mezzo di anni fa.

Stratigrafia

Milioni d'anni fa, il sito ospitava un grande lago con spiagge coperte da cenere vulcanica. Circa 500.000 anni fa, l'attività sismica provocò la deviazione di un piccolo corso d'acqua che, con la sua attività erosiva, ha successivamente aperto una fenditura nei sedimenti, rivelando sette strati sedimentari nella parete della gola. Gli aspetti geologici sono stati studiati in dettaglio da Richard Hay, che lavorò nel sito tra il 1961 e il 2002.

Gli strati di cenere e pietra consentono la datazione radiometrica (basata principalmente su potassio e argo) di manufatti che vi si trovano. La base dei sedimenti risulta avere un'età di oltre due milioni di anni e i primi manufatti sono stati trovati nello strato immediatamente superiore. Fra i primi ritrovamenti a Olduvai vi sono piccoli utensili di pietra, "chopper" e bifacciali, datati circa a due milioni di anni fa, ma sono stati ritrovati anche fossili di antenati della specie umana risalenti a circa due milioni e mezzo di anni fa.

Ritrovamenti

Il più antico deposito archeologico della zona, noto come "Bed I", contiene tracce di accampamenti e utensili in pietra basaltica o quarzo utilizzati anche per produrre scintille; questi utensili sono ora chiamati Olduviani dal nome del sito e si ritiene che questa tecnologia sia cominciata 2,5 milioni di anni fa. Le ossa ritrovate non appartengono a esseri umani moderni ma a ominidi delle specie Australopithecus boisei e Homo habilis.

Nello strato "Bed II", situato subito sopra nella stratigrafia della gola, gli utensili di pietra sono sostituiti da strumenti più evoluti costruiti da una popolazione di Homo ergaster. La datazione non è ancora ben certa, ma si ritiene che sia databile a circa 1,75 e 1,2 milioni di anni fa.

Gli strati "Bed III" e "Bed IV" mostrano ossa fossili e strumenti del periodo acheuleano che risalgono a oltre 600.000 anni fa.

Negli strati ancora superiori sono stati trovati manufatti dell'uomo moderno: tali strati sono stati battezzati "Masek Bed" (formatisi nel periodo di intensa attività vulcanica e formazione di faglie compreso tra 600.000 e 400.000 anni fa), "Ndutu Bed" (da 400.000 a 32.000 anni fa), e "Naisiusiu Bed" (da 22.000 a 15.000 anni fa).

Il fossile di OH 9, un cranio di un ominide della specie Homo erectus, datato a circa 1,47 milioni di anni dal presente, fu scoperto scoperto nella gola di Olduvai nel 1960 da Louis Leakey.

Riferimenti nella cultura

Olduvai è il luogo in cui viene ritrovato il primo monolito nel romanzo 2001: Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke.

Richard C. Duncan si è ispirato alla gola di Olduvai per la sua "Teoria di Olduvai" riguardo al futuro della civiltà industriale e all'utilizzo delle fonti fossili di energia.

L'Olduvai è anche parte fondamentale del romanzo breve fantascientifico di Mike Resnick, intitolato appunto "Nell'abisso di Olduvai" (1994)

L'ultima puntata della serie televisiva Battlestar Galactica (Battlestar Galactica 4x20, parte 2, Daybreak - L'ultimo salto, scritto da: Ronald D. Moore) fa riferimento a questo luogo come la possibile ultima dimora di William Adamo (nome in codice "Husker", Ammiraglio della Flotta Coloniale, Comandante del Galactica) che erige un edificio in ricordo di Laura Roslin (Presidente delle Dodici Colonie). Sempre nella narrazione, nelle vicinanze di questo luogo vengono ritrovati, dopo 150.000 anni, i resti fossili della Eva Mitocondriale (nella serie televisiva sono i resti di ERA, la primogenita di sangue misto umano/Cylone)

Olduvai è, nel film Doom, il luogo dove viene ritrovato un dispositivo di teletrasporto Terra/Marte.

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Parco nazionale del Gombe Stream

Parco nazionale · regione di Kigoma

Parco nazionale del Gombe Stream

Il Parco nazionale del Gombe Stream è un'area naturale protetta della Tanzania, istituita nel 1968.

== Territorio ==

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È il più piccolo parco nazionale della Tanzania: occupa una area di 52 km2 attraversata dal torrente Gombe, vicino alle rive del Lago Tanganica. Situato originariamente in una area di foresta tropicale, oggi il parco è circondato da campi di manioca, piantagioni di palma da olio e insediamenti umani.

Fauna

Fu istituito nel 1968, grazie all'intervento dalla primatologa Jane Goodall, per proteggere una popolazione di alcune migliaia di scimpanzé (Pan troglodytes), di cui oggi sopravvivono meno di un centinaio di esemplari. Tra le altre specie di primati presenti vi sono il babbuino verde (Papio anubis), il cercopiteco nasobianco (Cercopithecus ascanius), il cercopiteco dal diadema (Cercopithecus mitis), il cercopiteco verde (Cercopithecus aethiops), il colobo rosso (Piliocolobus badius) e il galagone gigante (Otolemur crassicaudatus).

Curiosità

Il parco è noto per l'omonimo conflitto, noto anche come guerra dei quattro anni del Gombe, un violento scontro che ha visto contrapporsi per quattro anni due comunità di scimpanzé: Kasakela e Kahama, che occupavano rispettivamente le regioni nord e sud del parco.

Anno: 1968

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Siti di arte rupestre a Kondoa

Grotta · Distretto di Kondoa

Siti di arte rupestre a Kondoa

I Siti di arte rupestre a Kondoa sono una serie di grotte della Tanzania scavate sul fianco di una collina affacciata sulla steppa.

== Descrizione ==

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Queste grotte si trovano sulla parete orientale della scarpata Masai che costeggia la Rift Valley, composta da grotte naturali e lastre sporgenti di roccia sedimentaria percorse da fratture, sui cui pannelli verticali si trovano le pitture.

La fila di grotte è lunga 9 chilometri dall'autostrada che collega Kondoa ad Arusha, circa 20 km a nord di Kondoa. Le grotte contengono pitture rupestri, alcune delle quali databili ad oltre 1500 anni fa secondo il Tanzania Antiquities Department. Le opere mostrano persone allungate, animali e scene di caccia. I turisti possono usufruire delle guide contattabili presso l'ufficio dell'Antiquities Department, nel vicino villaggio di Kolo. Le opere sono state create nell'arco di almeno due millenni.

Ci sono oltre 150 grotte per un totale di 2336 km². Dalle opere si può risalire alla storia di chi ha abitato la zona. Si riconosce il passaggio da una civiltà basata sulla caccia ad una agraria-pastorizia, oltre ai cambiamenti di culto.

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Lago Manyara

Lago · regione del Manyara

Lago Manyara

Il lago Manyara è un lago d'acqua alcalina situato nella parte settentrionale della Tanzania, 100 a sud-ovest di Arusha, ai piedi dell'Escarpment occidentale della Great Rift Valley. È lungo circa 50 km e largo 19 km, con una superficie complessiva di circa 230 km². Il lago e una parte del territorio circostante formano l'area naturale protetta del Lake Manyara National Park.

Il nome "Manyara" deriva dalla parola maasai emanyara, che indica una specie di euforbia, la Euphorbia tirucalli, che viene usata nella zona come siepe per delimitare i recinti del bestiame.

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Popolazione

Il lago si trova nei pressi del villaggio di Mto wa Mbu (in lingua swahili = "fiume delle zanzare"), in cui si trova un mercato locale e che raccoglie numerose etnie: Mgubwe, Iraqw, Gorowa, Irangi, Tatoga e Masai. È forse l'unico luogo dell'Africa in cui si possono sentire parlare lingue di tutte e quattro le principali famiglie linguistiche africane: bantu, khoisan, cuscitiche e nilotiche.

Fauna e flora

Il lago e la zona circostante, inclusa nel parco nazionale, costituiscono un ecosistema rinomato per la ricchezza di specie vegetali e animali. La vegetazione è molto varia, con zone di foresta primaria, foresta a galleria e savana, oltre alla vegetazione lacustre. La fauna comprende numerosi elefanti, babbuini, gnu, zebre, giraffe, ippopotami e altre specie. L'abbondanza di avifauna rende il lago un vero paradiso per il bird watching. Particolarmente noti sono i leoni del Manyara, che hanno in questa zona l'abitudine di arrampicarsi sugli alberi (comportamento che si osserva molto raramente altrove), e i grandi stormi di fenicotteri rosa.

Il Lago Manyara nella cultura

Ernest Hemingway, che descrisse il suo safari in questa zona nel romanzo Verdi colline d'Africa, definì il Manyara "il più bel lago di tutta l'Africa".

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Parco nazionale di Arusha

Parco nazionale · regione di Arusha

Parco nazionale di Arusha

Il parco nazionale di Arusha (in inglese Arusha National Park) è un'area naturale protetta nel nord della Tanzania, situata a 25 km dalla città di Arusha e 35 km dall'aeroporto del Kilimanjaro. Appartiene a un gruppo di parchi noto come "Northern Safari Circuit", che include anche il parco nazionale del lago Manyara, il parco nazionale del Tarangire, il parco nazionale del Serengeti e la riserva naturale di Ngorongoro.

Il nome "Arusha" deriva da Warusha, il nome della popolazione locale della regione. Molti toponimi locali sono legati alla tradizione dei Masai, un altro popolo presente nell'area.

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Territorio

Pur essendo uno dei parchi meno estesi della Tanzania, con un'area di 137 km², il parco comprende numerosi habitat distinti. Si possono distinguere tre aree principali: il cratere Ngurdoto, i laghi Momela (o Momella) e il Monte Meru. Le pendici del Ngurdoto sono coperte da foresta pluviale, mentre all'interno del cratere si trovano paludi e aree di savana; sul Meru, in quota, si trova una vegetazione di tipo alpino.

Fauna

La fauna del parco è altrettanto diversificata. L'avifauna è rappresentata da oltre 300 specie, alcune migratorie e altre stanziali, buona parte delle quali concentrate nella zona dei laghi Momela, in cui si trovano enormi colonie di fenicotteri. Il parco è anche noto per avere la più grande concentrazione di giraffe del mondo. Altri animali presenti sono per esempio gli ippopotami, i bufali, i facoceri, numerose specie di antilopi, leopardi e iene.

Nel parco sono state censite 10 specie di anfibi e 24 specie di rettili.

Turismo

In alcune aree del parco sono possibili safari a piedi (fatto raro in Tanzania).

Anno: 1960

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Parco nazionale di Mikumi

Parco nazionale · regione di Morogoro

Parco nazionale di Mikumi

Il parco nazionale di Mikumi (Mikumi National Park in inglese) è un'area naturale protetta della Tanzania centro-orientale. Il parco fu istituito nel 1967; attualmente copre un'area di 3230 km², ed è il quarto più grande parco del paese dopo il Serengeti, il Ruaha e il Katavi.

== Territorio ==

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Il Mikumi confina a sud con la riserva di caccia del Selous (uno dei più grandi parchi faunistici al mondo); le due aree formano un unico ecosistema, noto come ecosistema di Selous-Mikumi, il più vasto dell'intero continente africano. Altre due aree naturali confinanti sono il parco nazionale dei monti Udzungwa e i monti Uluguru.

È attraversato dalla strada che congiunge Dar es Salaam (a 283 km dal parco) e Iringa; lo si può raggiungere da Dar es Salaam anche con voli charter e in pullman.

Flora

Il paesaggio del Mikumi viene spesso paragonato a quello del Serengeti. La strada che attraversa il parco lo divide in due aree con ambienti parzialmente distinti. La zona nord-occidentale è caratterizzata dalla pianura alluvionale del bacino del fiume Mkata, più ricca di pozze e di fauna. La vegetazione di questa zona è costituita da savana punteggiata da acacie, baobab, alberi delle salsicce, tamarindi e qualche rara palma. In quest'area, nella parte più lontana dalla strada, si trovano le spettacolari formazioni rocciose dei monti Rubeho e Uluguru. La parte sudorientale del parco è meno ricca di fauna, e poco accessibile.

Fauna

La fauna comprende numerose delle specie caratteristiche della savana africana. Secondo le guide locali, a Mikumi le probabilità di vedere un leone che si arrampica su un tronco d'albero sono maggiori che nel Manyara (celebre per essere uno dei pochi posti dove i leoni esibiscono questo comportamento). Nel parco si trova anche una sottospecie endemica di giraffa, che i biologi considerano l'anello di congiunzione fra la giraffa masai (Giraffa tippelskirchi) e la giraffa reticolata (Giraffa reticulata). Altri animali presenti nel parco sono elefanti, zebre, gnu, impala, eland, kudu, antilopi nere, iene maculate, facoceri, babbuini, coccodrilli, leopardi e bufali. A circa 5 km dall'ingresso settentrionale del parco ci sono due pozze abitate da ippopotami. Sono state contate nel parco oltre 400 specie di uccelli.

Turismo

Il Mikuni appartiene al circuito dei parchi faunistici della Tanzania meridionale, meno battuti dal turismo internazionale e maggiormente protetti dal punto di vista ambientale. La maggior parte degli itinerari che attraversano il Mikuni procedono in direzione del Parco nazionale di Ruaha e del Selous. I safari hanno luogo soprattutto nella zona nord-occidentale, dove sono tracciate le piste per i fuoristrada. La stagione consigliata per la visita al parco è quella secca compresa fra maggio e novembre.

All'interno del campo si trovano due lodge, due campi tendati fissi, e tre campeggi. Nella cittadina di Mikumi, ai bordi del parco, ci sono diverse guesthouse.

Anno: 1964

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Laetoli

Sito archeologico · regione di Arusha

Laetoli

Laetoli è un rilevante sito archeologico che si trova a 45 chilometri a sud della Gola di Olduvai, nella riserva naturale del cratere vulcanico del Ngorongoro in Tanzania, noto per diversi ritrovamenti fossili, tra i quali le omonime impronte di ominidi risalenti a 3,5-3,8 milioni di fa.

== Scoperta ==

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Questa zona della Tanzania, all'epoca sotto il dominio coloniale tedesco, fu esplorata nel 1935 dagli archeologi e coniugi Louis Leakey e Mary Leakey, e successivamente tra il 1938 e il 1939 dal medico e paleontologo tedesco Ludwig Kohl-Larsen che, come tanti altri studiosi dell'epoca, era impegnato nella ricerca del cosiddetto uomo primitivo. In una zona non meglio precisata di Laetoli scoprì le prime ossa di quello che più tardi venne chiamato Australopithecus afarensis, compreso il frammento di una mascella superiore Garusi 1, senza che gli fosse chiaro il loro valore.

La zona, fu successivamente esplorata a partire dagli anni’40 da Louis e Mary Leakey, e dal geologo Peter Kent, ma fu oggetto di indagini sistematiche solo dalla metà degli anni’70, portando al recupero di numerosi resti di ominidi risalenti a 3,5-3,8 milioni di anni fa.

Nel 1976 Andrew Hill identificò in situ una serie di impronte animali sullo strato di cenere fossilizzato, denominato in seguito Footprint Tuff (Tufo delle Orme); negli anni seguenti furono condotte nuove campagne di scavo, che misero in luce circa 50.000 impronte di diversi animali.

Nel 1978 Paul I. Abell rinvenne nel tufo del sito identificato come G, un’orma senza alcun dubbio di origine ominide e l’anno successivo, la rimozione dello strato superficiale, portò alla luce due file di circa 27 metri di impronte fossili di ominidi.

Sito archeologico

L'area archeologica di Laetoli, inizialmente, ha dato alla luce reperti archeologici in ben 18 siti dei 33 indagati, siti che sono stati identificati con le lettere dalla A alla R, cui nel 2015 si è aggiunto il sito S, a soli 150 metri dal sito G, dove è stata ritrovata una seconda serie di orme.

Ritrovamenti
Orme fossili di ominidi

Le orme fossili di ominidi sono due serie diverse di orme eccezionalmente conservate, impresse su cenere depositatasi in seguito all'eruzione del vicino vulcano Sadiman, situato a 20 km di distanza. La prima serie di impronte, scoperta nel 1978, sono state lasciate da tre individui della specie Australopithecus afarensis, mentre la seconda serie, scoperta nel 2015, è stata lasciata da due ominidi. Entrambe le serie di orme appartengono allo stesso strato geologico.

Fossili di ominidi

L'antropologo tedesco Ludwig Kohl-Larsen fu il primo a condurre ricerche di fossili umani a Laetoli, e nel 1939 ritrovò il fossile di una mascella, Garusi 1, che negli anni '50 fu classificata come appartenente ad un esemplare di Australopithecus afarensis, di fatto il primo fossile della specie

Nel 1976 furono ritrovati resti, prevalentemente mandibole e denti, attribuibili a 20 individui che mostrano affinità con lo scheletro femminile della celebre Lucy, ritrovata a Hadar in Etiopia, tra i quali la mandibola fossilizzata classificata come LH 4, che rappresenta l'olotipo della specie A. afarensis .

Un cranio pressoché completo (Laetoli 18), ritrovato a Ngaloba nel 1976, è stato datato a più di 120.000-100.000 anni fa. L'anatomia è vicina a quella moderna, anche se la fronte è ancora poco pronunciata e il cranio è allungato antero-posteriormente, con una capacità cranica di circa 1200 cm³.

Impronte fossili animali

Altre impronte identificate indicano la presenza di almeno 20 specie animali, tra le quali la iena, il grande felino Machairodus, il babbuino, il cinghiale, la giraffa, il rinoceronte, diversi tipi di gazzella e antilope, il pony hipparion, il bufalo, l'elefante estinto Deinotherium, la lepre e vari uccelli.

Poche di queste impronte sono sovrapposte le une alle altre, il che indica che sono state rapidamente ricoperte da altri depositi. Nell'area circostante sono stati ritrovati anche alcuni scheletri di questi animali. Si sono conservate anche le impronte lasciate dalle gocce di pioggia che hanno contribuito alla cementificazione.

Fossili animali

Nel sito, sin dai primi scavi, furono riportati alla luce tantissmi fossili animali, di dimensioni variabili dal toporagno all'elefante, tartarughe, una covata di uova splendidamente conservate corrispondenti a quelle della moderna faraona

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Eyasi

Lago · Distretto di Karatu

Eyasi

Il lago Eyasi, detto anche lago Njarasa, è un lago stagionale salato poco profondo endoreico ai piedi della Rift Valley, nel Serengeti in Africa, a sud del parco nazionale del Serengeti.

Il lago è allungato, ed orientato dal sud-ovest verso il nord-est.

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Il principale affluente è il fiume Sibiti che entra da sud-ovest, il secondo è Baray dal nord-est, gli altri affluenti sono stagionali.

Nelle sue vicinanze sono stati trovati fossili di Homo njarasensis.

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Parco nazionale del Tarangire

Parco nazionale · regione di Dodoma

Parco nazionale del Tarangire

Il parco nazionale del Tarangire (in inglese Tarangire National Park) è un'area naturale protetta della Tanzania settentrionale. Si trova un centinaio di chilometri ad ovest di Arusha, sulla strada che conduce a Dodoma, a sudest del lago Manyara. Prende il nome dal fiume Tarangire, che lo attraversa.

== Habitat ==

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Rispetto a parchi come quello del Serengeti, il paesaggio è più verdeggiante; attorno al fiume si trovano estese paludi e pianure alluvionali, ma anche boschi.

Fauna

Soprattutto durante la stagione secca, il parco ospita numerosi animali: zebre, gnu, alcelafi, kudu minori, dik-dik, numerose specie di gazzelle, bufali, giraffe, elefanti,cane selvatico,Ippopotamo,Iena,elandhartebeest, felini quali ghepardi e leoni.

Flora

Una delle specie arboree più caratteristiche è l'acacia ad ombrello (Acacia tortilis).

È il parco tanzaniano con la maggior concentrazione di baobab.

Strutture ricettive

Le strutture ricettive del parco includono campi tendati, campeggi pubblici e lodge.

Anno: 1970

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Sito ufficiale
www.tanzaniaparks.com

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Parco nazionale del Ruaha

Parco nazionale · regione di Iringa

Parco nazionale del Ruaha

Il parco nazionale del Ruaha (in inglese Ruaha National Park), istituito nel 1964, è il primo parco naturale della Tanzania per estensione. Copre una superficie di circa 10.000 km², situata nell'interno della Tanzania, vicino alla città di Iringa.

Le difficoltà di accesso, soprattutto in passato, hanno fatto sì che l'area sia rimasta praticamente incontaminata per vari secoli.

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Territorio

Il parco trae il proprio nome dal fiume Great Ruaha, che costituisce il confine orientale del parco, ed è famoso per le sue gole spettacolari.

Fauna

Il parco ospita tutti i rappresentanti della fauna selvaggia africana: elefanti, bufali, zebre, gnu, antilopi, giraffe, facoceri, scimmie e, naturalmente, leoni, leopardi, ghepardi, licaoni e iene.

Presso il fiume sono facilmente avvistabili numerosi esemplari di coccodrilli e ippopotami.

Il parco ospita oltre 370 specie diverse di volatili, alcuni dei quali non sono presenti in altre zone della Tanzania.

Storia

Nel 2024, la Banca Mondiale ha annunciato di voler sospendere i finanziamenti al Parco nazionale del Ruaha a seguito di alcune denunce di abusi dei diritti umani nell'area.

Strutture ricettive

Ecomiche e adatte a viaggiatori che non hanno pretese sono le bandas, casette installate in un'area del parco controllata dai rangers.

Chris Fox's Mwagusi Safari Camp

Ruaha River Lodge.

Anno: 1964

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Parco nazionale del lago Manyara

Parco nazionale · regione di Arusha

Parco nazionale del lago Manyara

Il Parco nazionale del lago Manyara (Lake Manyara National Park), in Tanzania, è costituito da una striscia di terra lunga circa 50 km e larga tra i 6 e gli 8 km che include il lago omonimo e si estende fino al ripido versante occidentale della Rift Valley. Il parco si colloca non distante dal villaggio Masai di Mto wa Mbu (in swahili: fiume delle zanzare), lungo la strada che porta ai più famosi parchi di Ngorongoro e del Serengeti, a soli 130 km da Arusha. Dal 1981 è riserva della biosfera.

== Territorio ==

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L'estremità settentrionale del parco è occupata da una fitta foresta primaria. Si alternano poi paesaggi tipici della savana, punteggiata da giganteschi baobab, boschetti di acacia, e foreste a galleria lungo i corsi d'acqua. Il parco è infatti attraversato da molti torrenti e dal fiume Endabash. All'estremità meridionale ci sono inoltre le sorgenti d'acqua calda Maji Moto.

Fauna

Il parco offre la possibilità di contatti ravvicinati con numerosi branchi di elefanti, che sono l'attrattiva principale, ma anche con colonie di babbuini, gnu, zebre, giraffe masai, ippopotami e leoni, oltre a numerose varietà di uccelli, tra i quali gli eleganti fenicotteri.

Strutture ricettive

Il Lake Manyara Hotel e il Lake Manyara Serena Lodge, entrambi all'interno del Parco, consentono l'osservazione della fauna stando comodamente seduti sulle terrazze dell'albergo.

L'Hoopoe Adventure Tour's Kirurumu è un lussuoso campo tendato che sorge subito fuori dai cancelli del parco.

Sistemazioni più economiche, tra cui anche un paio di campeggi, si possono trovare nel vicino villaggio di Mto wa Mbu.

Nel periodo tra marzo e maggio a causa delle abbondanti piogge i sentieri possono diventare impraticabili.

Anno: 1960

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Parco nazionale di Katavi

Parco nazionale · regione di Rukwa

Parco nazionale di Katavi

Il parco nazionale di Katavi è una area naturale protetta della Tanzania occidentale situato nell'omonima regione. Con la Uwanda Rukwa Game Reserve e la Lukwati Game Reserve costituisce un continuum che comprende gran parte del lago Rukwa.

== Territorio ==

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Il PN di Katavi è uno dei più remoti e difficili da raggiungere della Tanzania, di conseguenza uno dei meno visitati tra i grandi parchi che ospitano fauna selvatica (poco più di 1.500 visitatori stranieri nel 2012/13 su un totale di 900.000 arrivi registrati) e meglio conservati. Il territorio comprende la parte alta della valle occupata dal lago Rukwa, costituita da pianure inondabili, dove passa il fiume Katuma (con regime fortemente variabile in dipendenza dalle piogge e soggetto a soddisfare i crescenti bisogni degli abitanti di Mpanda) e durante l'epoca delle piogge (Dicembre-Aprile) si formano i laghi Katavi e Chada.

Il PN di Katavi è raggiungibile con voli di circa 3 ore da Dar es Salaam o Arusha, forniti da operatori di safari turistici, oppure per via terra utilizzando la ferrovia fino a Mpanda, via Tabora e poi proseguendo in bus fino a Sitakile, capoluogo dell'area, dove ha sede il parco e punto di partenza per organizzare visite in loco.

Flora

La vegetazione è caratterizzata dall'ecosistema del miombo, in particolare dal bosco di miombo orientale, dove domina la Brachystegia.

Fauna

Il parco, in gran parte paludoso, ospita ampie popolazioni di ippopotami e coccodrilli. La persistenza di ampi specchi d'acqua anche durante la stagione secca (da maggio ad ottobre) ne fa un punto di riferimento per cospicue popolazioni di elefanti, bufali, zebre e diverse specie di antilopi (eland, impala, antilopi nere, topi).

Nella stagione umida il parco ospita oltre 400 specie di uccelli.

Il PN di Katavi fa parte di uno dei corridoi di conservazione della vita selvatica più importanti della Tanzania, che collega l'area del Katavi con il PN di Ruaha, passando attraverso le riserve di Rukwa e di Lukwati e poi sfruttando una zona scarsamente disabitata fino alla riserva di Rungwa e poi al parco nazionale di Ruaha.

Anno: 1974

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Parco nazionale dei monti Mahale

Parco nazionale · regione di Kigoma

Parco nazionale dei monti Mahale

Il Parco nazionale dei monti Mahale è una area naturale protetta della Tanzania che sorge sulle coste del lago Tanganica.

== Territorio ==

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Il parco, esteso su un'area di 1.613 km², si trova circa 128 km a sud della città di Kigoma, sulla costa orientale del lago Tanganica, le cui acque ricadono, per una striscia di circa un miglio, nel territorio dell'area protetta.

L'area è dominata dalla omonima catena montuosa, che con il monte Nkungwe raggiunge i 2.460 m di altitudine, ed è tradizionalmente considerata territorio delle tribù Watongwe e Waholoholo.

Non essendo collegato né percorso da strade, il parco può essere raggiunto solo via battello attraverso il lago.

Flora

Oltre 3/4 della superficie del parco sono ricoperti dalla foresta di miombo, dominata da Brachystegia spp. e Julbernardia spp.

La fascia in cui le montagne degradano verso la riva del lago è ricoperta da una foresta di bassa quota, localmente nota come kasoge, che si estende da 800 m sino a 1.300 m di altitudine, dominata da specie dei generi Canarium, Albizia, Cynometra, Khaya, Xylopia, Pseudospondias, Ficus, Pycnanthus e Garcinia. Al di sopra di essa i fianchi della montagna sono ricoperti da un alternarsi di boschetti di bamboo e di foresta d'alta quota, per molti versi simile a quella del monte Kilimanjaro, con alberi delle specie Podocarpus, Bersama, Nuxiacongesta, Macaranga e Croton. Oltre i 2.300 m la foresta lascia spazio alle praterie d'alta quota.

Fauna

Il parco è noto per il fatto di ospitare una delle più numerose popolazioni di scimpanzé (Pan troglodytes) esistenti in natura, ma oltre agli scimpanzé sono presenti altre 8 differenti specie di primati tra cui il colobo dell'Angola (Colobus angolensis) e il colobo rosso occidentale (Piliocolobus badius).

La fascia di savana che circonda le pendici della catena montuosa ospita inoltre altri mammiferi tipici della fauna africana come il bufalo africano (Syncerus caffer), il leone (Panthera leo), il leopardo (Panthera pardus), l'elefante (Loxodonta africana) la giraffa (Giraffa tippelskirchi), la zebra (Equus quagga), la iena (Crocuta crocuta) ma anche specie più elusive e meno note come la mangusta dalla coda folta (Bdeogale crassicauda), la mangusta striata (Mungos mungo), il cefalofo azzurro (Cephalophus monticola), il nototrago di Sharpe (Raphicerus sharpei), l'oritteropo (Orycteropus afer) e il pangolino (Manis temminckii).

Molto ricca anche l'avifauna, a tutt'oggi censita solo in parte: tra le oltre 300 specie segnalate vi sono l'aquila coronata (Stephanoaetus coronatus), il turaco di Livingstone (Tauraco livingstonii), lo storno alirosse africano (Orychognathus morio), lo storno ametista (Cinnyricinclus leucogaster), la sterna zampenere (Gelochelidon nilotica), la colomba del Camerun (Columba arquatrix) e la faraona crestata (Guttera edouardi).

Merita per finire una menzione l'ittiofauna del lago Tanganica che ospita oltre 250 specie di pesci, la maggior parte delle quali endemiche del lago. In particolare l'ecosistema del lago viene spesso citato quale esempio paradigmatico della radiazione adattativa della famiglia dei Ciclidi (Perciformes), ogni specie della quale occupa una particolare nicchia ecologica.

Anno: 1985

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parco nazionale di Rubondo Island

Parco nazionale · regione di Mwanza

parco nazionale di Rubondo Island

National park in Tanzania descrizione disponibile solo in inglese

Anno: 1965

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parco nazionale di Saadani

Parco nazionale · regione di Tanga

parco nazionale di Saadani

National park in Tanzania descrizione disponibile solo in inglese

Anno: 2005

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Parco nazionale di Kitulo

Parco nazionale · regione di Mbeya

Parco nazionale di Kitulo

Il parco nazionale di Kitulo è un'area naturale protetta di prateria montana sull'altopiano di Kitulo, nelle montagne meridionali della Tanzania. Il parco si trova a un'altitudine di 2.600 m, tra le cime del Kipengere e del Poroto, e copre una superficie di 412,9|km². Il terreno è di origine vulcanica, ben irrigato dalle precipitazioni e si trova a cavallo delle province di Mbeya e di Njombe.

Il parco è gestito dalla Tanzania National Parks (TANAPA) ed è il primo parco naturale in Africa destinato principalmente alla protezione della flora.

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I locali si riferiscono all'altopano di Kitulo come "Bustani ya Mungu" ("Il giardino di Dio"), mentre i botanici lo definiscono come il "Serengeti dei fiori".

Storia

La protezione della flora unica dell'altopiano di Kitulo è stata proposta inizialmente dalla Wildlife Conservation Society (WCS), in risposta al crescente commercio internazionale dei bulbi di orchidea e all'aumento delle attività di disboscamento e commercio del legname nelle foreste circostanti. Nel 2002, il Presidente Benjamin Mkapa ha annunciato la costituzione del parco. Il parco è stato ufficialmente decretato nel 2005, diventando all'epoca il quattordicesimo parco nazionale. La TANAPA ha inoltre dichiarato che in futuro il parco potrebbe espandersi per comprendere le foreste del monte Rungwe.

Flora

Kitulo è prezioso per la sua flora eccezionale, resa possibile dal cima particolarmente fresco, le abbondanti precipitazioni e la diversità degli micro-ecosistemi presenti nell'area. Sull'altopiano di Kitulo sono presenti ampie zone aperte di prateria montana e anche zone forestate, di cui un'ampia porzione risulta di difficilissimo accesso, dato che si tratta di una scarpata che declina in pochi chilometri dai 2.500 metri delle cime dei monti Kipengere (una volta conosciuti come Livingstone), fino ai 500 metri della superficie del lago Niassa. Sono registrate più di 40 specie di orchidee, di cui molte sono endemiche, ma è rilevante anche la bellezza eccezionale delle sue Kniphofia gialle e arancioni, la grande varietà di Aloe, le Protea, i gerani, le lobelie giganti, i gigli, le asteracee di cui 30 specie sono endemiche del sud della Tanzania.

Fauna

I grandi predatori sono assenti e solo pochi esemplari di ruminanti si aggirano nelle zone di prateria aperta (eland e antilope dei canneti montana).

Nel 2005, i ricercatori della WCS hanno scoperto un nuovo primate nella zona intorno al monte Rungwe e nell'area della foresta di Livingstone all'interno del parco. Originalmente battezzata come Mangabey, in seguito il suo nome è stato cambiato con il termine tanzaniano di Kipunji, si tratta di uno dei 25 Primati più minacciati di estinzione sul pianeta.

Dal punto di vista ornitologico, si trovano motivi di interesse: nel parco risiede l'unica colonia tanzaniana della rara otarda di Denham, oltre a una colonia in riproduzione di rondine blu, minacciata di estinzione, e altre specie limitate a ambienti di montagna come la Euplectes psammacromius, Cisticola njombe e Crithagra melanochrous. Infine, sono riportate specie endemiche di farfalle, camaleonti, lucertole e rane.

Accessi

Arrivare al parco di Kitulo affittando una macchina è raccomandabile solo a chi abbia una consolidata esperienza di guida nel paese e qualche nozione basica di swahili per potersi trarre d'impaccio. Alcuni operatori turistici sono in grado di organizzare il viaggio. Per muoversi usando i mezzi di trasporto pubblico, la prima tappa da raggiungere è Iringa, poi Chimala (sulla sinistra andando in direzione di Mbeya) e poi da Chimala inizia la salita che porta a Matamba.

Strutture ricettive

A Matamba, sull'altopiano, si trova la sede del parco e anche un alloggio basico dove pernottare.

Anno: 2005

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Parco nazionale di Mkomazi

Parco nazionale · regione di Tanga

Parco nazionale di Mkomazi

Il parco nazionale di Mkomazi è un'area naturale protetta della Tanzania, istituita nel 2006, partendo da una preesistente riserva creata nel 1951. Si trova nel nord-est del paese, al confine con il Kenya e occupa dei terreni nelle province di Kilimanjaro e Tanga; ai suoi confini geografici si trova il massiccio del Kilimanjaro a ovest e le catene dei monti Usumbara e Pare a est. A nord, è contiguo al Parco nazionale dello Tsavo, in Kenya, costituendo un'area protetta unica per la tutela dei movimenti migratori degli elefanti, degli orici e delle zebre durante la stagione delle piogge: l'unione dei due parchi costituisce uno dei maggiori e più importanti ecosistemi protetti del pianeta.

Il parco nazionale di Mkomazi era stato dichiarato riserva di caccia nel 1951 e poi parco nazionale nel 2006. Il suo nome deriva dalla lingua della popolazione pare dove mwiko significa "cucchiaio di legno" e mazi invece "acqua", il significato complessivo trasmette l'idea della scarsità di acqua della zona, dove anche il fiume Umba, durante la stagione secca, rimane praticamente senz'acqua.

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Storia

All'epoca della sua istituzione come riserva, nel 1951, l'area è molto più difficile da raggiungere rispetto alle aree vicine del Ngorongoro e di Serengeti, per cui non riceve sussidi e attenzioni paragonabili. Solo nel 1989 il governo tanzaniano rivaluta lo stato della riserva e la introduce nelle aree di prioritario interesse nazionale, riconoscendo l'importanza vitale del dito e la sua importanza.

A causa della mancanza di fondi e del basso livello di protezione nel corso degli anni settanta e ottanta, l'habitat e la fauna selvatica dello Mkomazi sono state fortemente danneggiate, minacciata dall'invasione dei bracconieri e degli allevatori. Questo ha comportato la quasi totale sparizione delle popolazioni di elefanti e rinoceronti. Gli incendi intenzionali e il pascolo abusivo, oltre che la caccia, hanno depauperato gravemente la flora e la fauna del parco. A quel punto, la riserva rappresentava un classico esempio di degrado, fino al punto da essere quasi svincolato dalla protezione legale e reinserito nel catasto dei terreni a disposizione dell'agricoltura. Alla fine del 2007, sono state rilevate ancora delle gravi incursioni di bestiame, fino a 10.000 capi.

Quando, nel 1951, Mkomazi è stata dichiarata area protetta, il territorio era abitato principalmente dai Masai con il loro bestiame, piuttosto che dalle famiglie dei gruppi etnici locali. Il governo ha permesso loro di continuare a vivere lì, con diverse migliaia di bovini, capre e pecore, anche il governo post-coloniale rinnova l'autorizzazione presumendo che risiedano lì da molto tempo e non costituiscano una minaccia per l'ecosistema. Con l'andare degli anni, tuttavia, sorgono numerose contestazioni riguardo ai titoli di proprietà della terra, al suo uso, e viene istituito un tavolo di consultazione piuttosto animato tra governo e ambientalisti. Appaiono controversie estremamente lunghe e il dibattito si politicizza. A causa della crescita eccessiva della popolazione, nel 1988 sono stati revocati i permessi di pascolo per indurre lo spostamento delle popolazioni e ridurre la pressione ambientale, fatto salvo per le piccole popolazioni locali.

Stato attuale

A partire dal 1993, il governo tanzaniano, con l'appoggio del George Adamson Trust, ha iniziato la riabilitazione del parco, comprendendo il ripristino dell'habitat, il programma di reintroduzione e di allevamento dei licaoni e del rinoceronte nero. Sono stati avviati programmi di riabilitazione delle infrastrutture della riserva, insieme con attività di attivazione dell'economia locale a favore delle comunità, e con attività di protezione della fauna selvatica e preservazione dell'integrità del parco. Sono state riparate strade, installato pompe per innalzare l'acqua dalle falde e offrire nuovi punti di abbeveraggio. Esiste un piano di formazione per le guardie del parco e anche una pattuglia aerea per combattere il bracconaggio. La società mondiale per la protezione degli animali (WSPA) ha organizzato una squadra mobile lungo il perimetro della riserva dei rinoceronti e nel complesso del parco. Solo nel mese di avvio delle sue attività, la pattuglia ha individuato e distrutto 300 trappole e ha continuato con un buon ritmo a fornire risultati interessanti in termine di conservazione dell'ecosistema.

Mkomazi è l'unico parco della Tanzania dove esistono 7 laghetti artificiali, alcuni ostruiti e altri invece già ripuliti, aumentando considerevolmente la quantità di acqua a disposizione della fauna selvatica. Esiste anche un progetto per la costruzione di mulini a vento per il pompaggio di acque sotterranee, che aumenterà notevolmente la disponibilità di acqua, la cui mancanza è critica per il periodo di siccità.

Il programma di conservazione di Mkomazi prevede iniziative che coinvolgono 200.000 persone, su un'area che copre 41 comunità limitrofe, in tre distretti di due regioni. Grazie a questo sono state attrezzate numerose scuole elementari e cliniche; recentemente è stato lanciato il servizio di bus "Amico del Rinoceronte" (Rafiki che Faru), che gira tra la scuola e i villaggi vicini, iniziando i ragazzi alla strategia di conservazione dei rinoceronti. L'obiettivo è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica e stimolare il desiderio di proteggere le specie autoctone.

Territorio

Il parco nazionale di Mkomazi prende origine da due riserve di caccia. Umba nella parte orientale, fondata nel 1974, situata nel distretto di Lushoto della regione di Tanga e Mkomazi nella parte occidentale, nella regione di Kilimanjaro. Tra le due, Mkomazi la parte maggiore e più ricca di varietà di habitat, mentre Umba occupa una superficie di 1.500 km². Le due riserve di caccia portano il nome comune di parco nazionale di Mkomazi, ma nei documenti governativi a volte appare ancora come parco nazionale di Mkomazi-Umba.

Il parco occupa una superficie totale di 3.245 km² con una topografia variata e un'altitudine che passa da 230 a 1.620 m. Nella parte orientale è pressoché pianeggiante, con una leggera pendenza a oriente, in direzione del fiume Umba, l'unico corso d'acqua permanente, che marca anche il confine sud-orientale. Nel settore nord-occidentale si trova una successione di catene di colline: Kissimee, Ibaya, Maori e Mzara. Nelle colline Tulsa si trovano ancora residui di foresta a galleria.

Il benessere dei boschi ripariali è un indicatore importante delle buone condizioni dell'ecosistema. Nel parco, e intorno ad esso, passano numerose strade, di diverse categorie, dal locale fino a quelle asfaltate di grande traffico e a pochi chilometri di distanza si trova l'arteria forse più trafficata della Tanzania, che collega Arusha a Dar es Salaam.

Popolazione

Il territorio del parco è ricco dal punto di vista culturale e ospita diversi gruppi etnici. L'ambiente è stimolante dal punto di vista antropologico e per i turisti che sono interessati a scoprire la vita delle popolazioni autoctone e poco note. La gente dei Pare (Wapare, Waparezi, Wuasu) appartiene al gruppo dei Bantu. A differenza dei vicini Taveta, Wazegua e Wakamba, sono più alti e fisicamente più forti. La loro occupazione principale è l'agricoltura e l'allevamento del bestiame. Contrariamente ai Masai, sono schivi e meno avvezzi a richiamare l'attenzione dei turisti.

Clima

Il clima di Mkomazi è caratterizzato da due stagioni: secca e piovosa. L'influenza principale sul clima la esercitano le montagne Usambara, che fermano da est le nuvole cariche di pioggia e quindi Mkomazi si trova in una zona di ombra con precipitazioni scarse che trasforma il territorio in savana semi-arida. Le principali fonti di acqua sono due laghetti permanenti e alcuni irregolari che restano a secco per diversi mesi dell'anno e si riempiono solo durante la stagione delle piogge.

Indicatori climatici del parco:

Flora

Il parco nazionale di Mkomazi occupa la propaggine più meridionale dell'area del Sahel. Si caratterizza per la vegetazione di semi-savana, con erbe e arbusti, antichi baobab e colline rocciose isolate. La distesa di cespugli cede gradualmente il passo alle praterie, intervallate da alberi di acacia e valli erbose poco incise. La maggior parte del parco è occupata da pascoli, alcuni dei quali, durante l'epoca delle pogge, si trasformano in paludi. L'area di savana secca è in netto contrasto con le zone limitrofe, nelle colline Pare e Usambara, dove il terreno è ricoperto da vegetazione lussureggiante tipica da foresta pluviale. Il parco si trasforma rapidamente in dolci colline, poi aree boschive, paludi e praterie aperte.

Le foreste sono dominate da acacie tipo Commiphora, che evidenziano l'ecologia peculiare di Mkomazi. Nel parco cresce una grande quantità di alberi di sandalo, principalmente concentrata nella parte di Umba e meno di ebano caratterizzato dal legno nero durissimo.

Fauna

Durante la stagione secca l'acqua scarseggia e il parco non può mantenere una grande quantità di animali, ma nell'epoca delle piogge invece la fauna abbonda: il fiume Umba e i numerosi stagni del parco sopportano un'ampia varietà di fauna selvatica. Il parco abitato dai "big five" (elefante, rinoceronte nero, bufalo, leone e leopardo) ma si sono registrate 8 specie di mammiferi. La zona ricca di branchi di giraffe, zebre, antilopi alcine, gnu, facoceri e altri predatori come il ghepardo e il licaone. Inoltre possono essere avvistati in quantità anche lo sciacallo, iene e molti altri animali.

Mammiferi

Fino all'inizio degli anni settanta, il parco ha ospitato circa 3.500 elefanti, che in seguito sono stati oggetto di caccia indiscriminata. Alla fine degli anni ottanta, dopo due decenni di bracconaggio per l'avorio, c'erano rimasti solo 11 elefanti. A seguito di investimenti, ristabilimento delle priorità volte a aumentare la sicurezza del parco e l'introduzione del divieto del commercio dell'avorio, il numero è risalito, anche se ancora non ha raggiunto il livello precedente. Durante la stagione secca il parco ospita adesso circa 200-300 capi e il oro numero raggiunge il picco durante l'epoca delle piogge raggiungendo i 1.000 animali. Si possono infatti muovere liberamente tra Mkomazi e l'area contigua del parco nazionale di Tsavo e l'ultimo censimento dimostra che il numero aumenta.

Mkomazi è un habitat di vitale importanza per due specie minacciate di estinzione: il rinoceronte nero e il licone o cane selvatico africano. Entrambi sono stati reintrodotti con successo proprio qui. Vagabondi per natura, i cani selvatici possono essere osservati quasi dovunque nel Parco, mentre il rinoceronte nero è limitato all'interno di grandi aree recintate, per garantire la sua sicurezza contro gli appetiti dei bracconieri.

La reintroduzione del cane selvatico africano è un'operazione estremamente complessa a causa dell'organizzazione interna del branco e la necessità di garantire una vasta gamma di animali da preda adatti. I primi 25 cuccioli di licaone reintrodotti sono arrivati all'inizio del 1995, con tre gruppi provenienti da tre diverse famiglie della Masai Steppe, un territorio dove i pastori Masai invece cercano di avvelenarli per proteggere il bestiame. Il programma di assistenza veterinaria di Mkomazi effettua analisi del DNA per osservare l'andamento della diversificazione genetica della popolazione, che per il momento sono promettenti. Ogni animale ha un chip sottopelle in modo da identificare i cuccioli originali secondo la loro famiglia iniziale. Il programma ha registrato un buon successo, dato che nel 2012 sono stati censiti 52 capi, divisi in quattro gruppi.

A Mkomazi vivono alcune specie che anche i Tanzania sono considerate rare: l'Orice con corna molto belle e lunghe, il Kudu minore con le caratteristiche corna a spirale. Il parco è anche la zona protetta che ospita la maggior popolazione dell'insolita gerenuk. che grazie al suo lungo collo esile e in piedi sulle zampe posteriori riesce a raggiungere i rami più alti delle piante di Acacia, inaccessibuili Ad altre specie di antilope. Tra le sottofamiglie di antilopi, sono preseneti la gazzella di Grant, il dik-dik e l'impala. I boschi ripariani ospitano le rare Colobus bianche e nere.

La riserva dei rinoceronti neri

Nel 1991 è stata prevista la costituzione di un santuario dedicato alla protezione del rinoceronte nero, all'interno dell'area del parco, e per questo si sono messi a lavorare in sintonia esperti di conservazione da tutto il continente. I primi quattro esemplari sono arrivati nel 1996. Altre quattro coppie sono state introdotte dal Sudafrica nel 2001. Nel 2009, sono stati trasferiti tre rinoceronti dallo zoo ceco di Dvur Kralove-over-Laban: gli animali hanno viaggiato per 1.000 km fino ad Amsterdam, da dove sono decollati fino a Arusha e poi potai a Mkomazi. Nel giugno del 2012 sono stati trasportati altri rinoceronti provenienti dai parchi naturali di Port Lympne e Howletts, nel Regno Unito.

Gli esemplari allevati per la riproduzione nei parchi di Mkomazi e Tsavo sono una sottospecie del rinoceronte nero africano (Diceros bicornis michaeli). In Tanzania ci sono tre gruppi, piccoli e molto vulnerabili, di questo animale - nel cratere di Ngorongoro, nel Serengeti e nella Riserva di Selous. I rinoceronti sono stati reintrodotti in una zona circondata da una forte recinzione con protezione elettrificata, che copre 45 km² all'interno del parco. L'obiettivo è quello di creare una popolazione di 25 capi, che si considera in condizione di produrre cuccioli da spostare per rafforzare le popolazioni esistenti in Tanzania e in Kenya. Recentemente, il territorio è stato esteso di altri 50 km² all'interno dei quali non sono ammessi i giri turistici.

Oggi, i due parchi di Mkomazi e Tsavo hanno una popolazione di rinoceronti molto elevata, se comparata a quella delle altre zone protette africane, compreso il Sudafrica. Le condizioni di vita sono molto favorevoli perché la vegetazione è abbondante e adatta ai gusti alimentari dei rinoceronti, sufficientemente rigogliosa e diversificata grazie alla natura vulcanica del terreno e al clima bimodale.

Uccelli

Il parco costituisce una destinazione ideale per gli amanti dell'ornitologia, dato che ospita oltre 450 specie di uccelli, tra cui alcuni endemismi come la faraona vulturina (Acryllium vulturinum) e grandi specie terricole come lo struzzo (Struthio camelus), l'otarda di Kori (Ardeotis kori), il serpentario (Sagittarius serpentarius), il bucorvo cafro (Bucorvus leadbeateri). Si possono osservare cormorani, pellicani, fenicotteri, martin pescatore, trampolieri, anatre, l'aquila della steppa (Aquila nipalensis), l'aquila di Wahlberg (Hieraaetus wahlbergi), la faraona mitrata (Numida meleagris), il bucero di Von der Decken (Tockus deckeni), l'astore cantante orientale (Melierax poliopterus), la civetta nana perlata (Glaucidium perlatum), la ballerina (Macronyx aurantiigula), il piccolo pappagallo panciarossa (Poicephalus rufiventris), il pappagallo granatiere giallo-verde (Poicephalus senegalus), lo storno dal petto dorato (Lamprotornis regius), la nettarina di Hunter (Chalcomitra hunteri), il falco pigmeo (Polihierax semitorquatus), la poiana augurale nordafricana (Buteo augur) e l'upupa Phoeniculus damarensis.

Meno frequentemente possono osservate specie della savana arida come il turaco ventrebianco (Corythaixoides leucogaster), il nibbio bianco (Elanus caeruleus), Turdoides aylmeri, Colius leucocephalus, Turdus tephronotus, Rhodophoneus cruentus, Urorhipis rufifrons, Lamprotornis shelleyi, Sylvietta rufescens, Trachyphonus erythrocephalus, Dendroperdix sephaena, Eurocephalus anguitimens, la nettarinia pancianera (Cinnyris nectarinioides) e il pendolino murino (Anthoscopus musculus), uno dei più piccoli uccelli africani, che misura solo 8 cm dalla punta del becco alla coda.

Sempre più raramente è possibile osservare la Mirafra pulpa, una specie rara che abita la Tanzania, il Kenya e la Somalia. Durante l'inverno boreale, il parco ospita alcuni migratori come la cicogna bianca (Ciconia ciconia) e la cicogna di Andimovya (Ciconia abdimii), la ghiandaia marina (Coracias garrulus), l'albanella pallida (Circus macrourus) e altri.

Recentemente sono state riportate osservazioni di uccelli che normalmente non erano rilevati in Tanzania: Tchagra jamesi, Lamprotornis superbus, Sylvietta isabellina, Eremomela flavicrissalis.

Rettili

Nel parco di Mkomazi si può osservare una vasta gamma di rettili locali: pitoni e varie specie di serpenti, lucertole del genere Agama e altre. Nel fiume Umba vive una popolazione di coccodrilli.

Accessi

L'ingresso Zange si trova a 112 km da Moshi, a 120 km dal parco nazionale del Kilimanjaro e a pochi minuti a piedi dalla piccola cittadina. Con un permesso speciale del parco, possibile accedere anche dagli ingressi Njiro, Kivinga e Umba. Il periodo migliore per l'osservazione dei grandi mammiferi e degli uccelli quello tra la fine di giugno e l'inizio di settembre.

Attività

Il parco di Mkomazi è meno visitato di quelli più frequentati del paese e gli animali sono meno abituati alla presenza dei veicoli e dei turisti. Ci sono circa 1.200 visitatori per anno. Nel parco vi è un solo posto di accoglienza, un campo semi-permanente a Babu, che si trova a 11 km dall'ingresso di Zhang su una bella collina punteggiata di alberi enormi di baobab. Si compone di 5 tende grandi, con bagni privati. L'energia elettrica è fornita da generatori super-silenziati, il campeggio è dotato di radio a alta frequenza per l'utilizzo in situazioni di emergenza.

L'esperienza di Mkomazi è molto diversa da quella degli altri parchi, sia in termini ambientali, sia per il tipo di attività proposte. Gli esperti pensano che proprio questa peculiarità di Mkomazi permetta di sviluppare delle proposte in grado di attirare un maggior numero di visitatori.

Anno: 1951

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Kondoa

Sito archeologico · Kondoa Town District

Kondoa

Kondoa è una città e un Town Council della Tanzania situata nella regione di Dodoma.

Il Town Council, forma amministrativa pari ad un distretto, è stato istituito nel 2015 e ha una popolazione di 80 443 abitanti (censimento 2022).

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Suddivisione amministrativa

Il distretto è diviso nelle seguenti circoscrizioni (wards), tra parentesi gli abitanti:

Kondoa Mjini (26 179)

Bolisa (3 919)

Kolo (5 649)

Kilimani (9 629)

Chemchem (8 351)

Suruke (3 734)

Kingale (13 152)

Serya (9 830)

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Cattedrale di San Giuseppe (Dar-es-Salaam)

Cattedrale cattolica · Dar es Salaam

Cattedrale di San Giuseppe (Dar-es-Salaam)

La cattedrale di San Giuseppe (detta anche cattedrale metropolitana di St. Joseph) è la chiesa cattedrale dell'arcidiocesi di Dar-es-Salaam, si trova a Dar-es-Salaam, in Tanzania. La chiesa si trova al numero 40 di Sokoine Drive, poco dopo la White Fathers' House in direzione ovest, ed è uno fra i più importanti edifici storici della città nella zona del porto.

== Storia ==

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La chiesa in stile gotico è stata edificata dai tedeschi in epoca coloniale, fra il 1897 e il 1902, e consacrata nel 1905 come luogo di culto cattolico.

All'interno sono preservate numerose opere d'arte originali di epoca coloniale; fra cui le notevoli vetrate poste dietro l'altare.

Anno: 1897

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National Museum of Tanzania

Museo · Distretto di Ilala

National Museum of Tanzania

Il National Museum of Tanzania (Museo nazionale della Tanzania) è un consorzio di musei della Tanzania che ha lo scopo generale di raccogliere, conservare ed esporre documenti relativi alla storia e all'ambiente naturale della Tanzania. Il consorzio si sviluppò a partire dal National Museum di Dar es Salaam, istituito nel 1934 dal governatore del Tanganica Harold Mac Michael. In seguito sono diventati parte del National Museum il Village Museum (Dar es Salaam), il National History Museum (Arusha), l'Arusha Declaration Museum (Arusha) e il Mwalimu Julius K. Nyerere Memorial Museum (Butiama).

== Dar es Salaam National Museum ==

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Il Dar es Salaam National Museum si trova a Dar es Salaam, in Shabban Robert Street, accanto ai giardini botanici di Dar. Fu aperto nel 1940, sotto l'amministrazione britannica, inizialmente come museo commemorativo di re Giorgio V d'Inghilterra (nel museo si trova ancora un'automobile originale appartenuta al re); un secondo edificio è stato aggiunto nel 1963. Oggi è gestito dal Dipartimento delle Antichità della Tanzania, ed espone documenti e reperti relativi alla storia, all'ambiente e all'etnografia del paese.

La collezione più nota è quella di reperti relativi alla storia naturale dell'uomo; sono esposti nel museo, tra l'altro, alcuni dei resti di Australopithecus boisei ritrovati da Louis Leakey a Olduvai. Un'altra sezione molto ampia è dedicata alla civiltà shirazi di Kilwa, fiorita sulla costa della Tanzania tra il IX e il XV secolo. Altri reperti storici riguardano il periodo coloniale sia tedesco che britannico e la lotta per l'indipendenza. In particolare è conservata la divisa utilizzata dal colonnello Paul Emil von Lettow-Vorbeck durante la campagna dell'Africa Orientale Tedesca (1914-1918) e altri reperti bellicci dello stesso periodo.

Le esposizioni etnografiche comprendono reperti relativi alle diverse culture native della Tanzania. Vi sono poi esposizioni minori su temi eterogenei, inclusa una raccolta di porcellane cinesi e un'esposizione di monete di rame.

Village Museum

Il Makumbusho Village Museum, fondato nel 1996, si trova a Dar es Salaam, pochi chilometri a nord del centro della città in direzione di Bagamoyo. È un museo all'aperto costituito dalla ricostruzione di 16 abitazioni tradizionali di diverse etnie della Tanzania. La terra intorno alle capanne è coltivata con prodotti agricoli tipici, e vengono fatte quotidianamente rappresentazioni delle cerimonie e danze tradizionali.

National History Museum

Il National History Museum di Arusha, aperto nel 1987, si trova in Boma Road. Ci sono due esposizioni permanenti, sull'evoluzione umana e sull'entomologia. Il museo è una attrazione turistica di un certo rilievo nel circuito turistico della Tanzania settentrionale.

Arusha Declaration Museum

L'Arusha Declaration Museum, aperto nel 1977, si trova ad Arusha, in Kaloleni Road. Ospita documenti e materiali relativi alla storia della Tanzania coloniale, alla lotta per l'indipendenza, e alla storica Dichiarazione di Arusha, in cui venne formulata la dottrina del socialismo africano di Julius Nyerere.

Nyerere Museum

Il Mwalimu Julius K. Nyerere Memorial Museum, inaugurato nel 1999, si trova a Butiama, città natale e luogo di sepoltura del primo presidente della Tanzania Julius Nyerere. Il museo espone documenti e materiali relativi alla vita di Nyerere.

Anno: 1934

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Palazzo delle Meraviglie

Costruzione · Stone Town

Palazzo delle Meraviglie

Il Palazzo delle Meraviglie o Casa delle Meraviglie (in inglese Palace of Wonders o House of Wonders, in arabo Beit-el-Ajaib) è uno dei più importanti edifici storici di Stone Town, a Zanzibar. Si trova sul lungomare di Mizingani Road. Deve la denominazione di "palazzo delle meraviglie" al fatto di essere la più grande struttura architettonica di Zanzibar e di essere stato il primo edificio dell'isola a essere dotato di energia elettrica; fu anche il primo edificio in tutta l'Africa orientale a essere dotato di ascensore. Fu edificato nel 1883 come edificio cerimoniale per volere del sultano Barghash bin Said, nella stessa posizione in cui in precedenza sorgeva la residenza della regina zanzibarina Fatuma. Fu usato come residenza reale (dai sultani Hamoud bin Mohammed e Ali bin Hamud), palazzo del governo (dal 1911 fino alla rivoluzione di Zanzibar del 1964) e sede del partito di governo Chama Cha Mapinduzi (dal 1976).

Il palazzo venne bombardato dalla marina britannica durante la guerra anglo-zanzibariana (1896). La struttura principale subì solo danni minori, ma il faro che era posizionato in cima all'edificio fu distrutto; venne in seguito sostituito da una torre dell'orologio.

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Museo del Palazzo delle Meraviglie

Il palazzo ospita oggi un museo ("The House of Wonders Museum"), inaugurato nei primi anni 2000, che contiene esposizioni permanenti su una varietà di temi, tra cui la cultura dei dhow (sambuchi), il mtepe (una imbarcazione tradizionale della cultura swahili, di cui si può osservare una riproduzione in grandezza naturale), l'ambiente naturale della costa, e l'economia dei popoli swahili.

All'ingresso sono oggi esposti due cannoni di bronzo portoghesi del XVI secolo, finemente decorati, catturati dai persiani nel 1622 e in seguito passati nelle mani dei sultani di Oman, che li portarono a Zanzibar. Il più grande dei due cannoni porta il simbolo di re Giovanni III e una incisione con un planisfero.

Nell'interno della struttura sono conservate alcune delle automobili del presidente Abeid Karume, e nel cortile si tiene periodicamente un mercato di artigianato locale.

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Sito ufficiale
www.zanzibarheritage.go.tz

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Museo della gola di Olduvai

Museo · area di conservazione di Ngorongoro

Museo della gola di Olduvai

Il museo della gola di Olduvai è un museo situato all'interno dell'area protetta di Ngorongoro in Tanzania settentrionale, sulla riva della gola di Olduvai. Il museo fu fondato da Mary Leakey, ed appartiene oggi al dipartimento di antichità culturali del governo tanzaniano. Si tratta di un museo dedicato alla gola di Olduvai ed ai siti di fossili di Laetoli.

== Storia ==

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Il museo della gola di Olduvai fu fondato da Mary Leakey alla fine degli anni settanta. In origine avrebbe dovuto ospitare manufatti di interesse paleoantropologico provenienti dall'area circostante. Dopo la morte di Mary Leakey, il museo passò sotto il controllo del Dipartimento di antichità culturali del governo tanzaniano. A metà degli anni novanta il Dipartimento di conservazione del Getty Museum restaurò il museo ed aggiunse nuovi oggetti alla collezione. Tra le aggiunte vi fu una nuova ala contenente un'esposizione del Getty Museum.

Posizione geografica

Il museo della gola di Olduvai si trova nell'area protetta di Ngorongoro, in Tanzania settentrionale, sulla riva della gola di Olduvai, proprio dove la gola si biforca. Si trova a circa 5 km dalla strada principale che porta alle pianure Serengeti, situate a nordovest di Ngorongoro.

Mostra

Le esposizioni del museo cono centrate sulla ricerca paleoantropologica e sui manufatti rinvenuti nell'area circostante. Una piccola sala è dedicata alla famiglia Leakey, con una foto di quando lavoravano nella gola. Questa sala contiene oggetti recuperati nella gola di Olduvai, oltre a carte e mappe che spiegano il processo di scavo dei fossili. Molti manufatti sono originali, mentre altri sono calchi (in particolare i teschi di ominidi). La sala adiacente è dedicata esclusivamente alle impronte fossili di Laetoli. È esposto anche il calco di un'impronta effettuato nel 1996 dal museo dedicato a Jean Paul Getty. Vi sono anche numerose carte e fotografie che illustrano il processo di creazione delle impronte fossili di Laetoli. Una grande immagine raffigura tre australopithecus afarensis che passeggiavano nella zona 3,6 milioni di anni fa. Oltre alle zone chiuse esistono anche due aree conferenze all'aperto, utilizzate per le presentazioni tenute dallo staff del museo.

Staff

Il personale del museo conta circa 120 persone. Il museo ha due curatori: Godfrey Olle Moita Maasai (in loco) e Donatius Kamamba (presso il Dipartimento di antichità culturali del governo tanzaniano). Lo staff è composto soprattutto da componenti della locale tribù Masai. Il personale abita in quello che un tempo era il campo di Leakey.

Visitatori

Il museo viene visitato da circa 150 turisti al giorno durante l'alta stagione dell'ara di Ngorongoro, mentre durante la stagione delle piogge (marzo-agosto) vi sono giorni senza nessun visitatore. I turisti giungono spesso dalla vicina città di Arusha su veicoli da safari.

Anno: 1970

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Museo del Palazzo

Museo · Distretto di Mjini

Museo del Palazzo

Il museo del Palazzo (Palace Museum in inglese), noto anche come palazzo del Sultano o Beit el-Sahel (in arabo), è uno dei principali edifici storici di Stone Town a Zanzibar. È un palazzo a tre piani circondato da mura orlate da merli, e si trova in Mizingani Road, sul lungomare, fra il palazzo delle Meraviglie e il vecchio dispensario.

Il palazzo fu costruito nel tardo XIX secolo per servire come residenza della famiglia reale. Dopo la rivoluzione di Zanzibar del 1964, fu formalmente ribattezzato palazzo del popolo (People's Palace) e usato come sede del governo. Nel 1994 divenne un museo sulla famiglia reale, e fu nuovamente ribattezzato, questa volta col nome attuale.

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Un piano del museo è dedicato al sultano Khalifa bin Harub; un altro alla principessa Salme, nota anche come Emily Ruete, una principessa zanzibarina che fuggì dal sultanato per trasferirsi in Europa con suo marito.

Anno: 1994

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Forte arabo di Stone Town

Sito storico · Stone Town

Forte arabo di Stone Town

Il forte arabo di Stone Town, detto anche Vecchio forte (Old Fort in inglese, Ngome kongwe in swahili), è una massiccia fortificazione in pietra che si trova nel centro di Stone Town, sull'isola di Unguja, la principale isola di Zanzibar. Il forte fu costruito alla fine del XVII secolo dagli arabi del sultanato di Oman, che all'epoca controllavano Zanzibar, per proteggere l'isola dagli attacchi dei portoghesi, a cui gli stessi omaniti avevano sottratto il controllo dell'Africa orientale. Quando il forte venne edificato, la città di Stone Town non era ancora stata fondata, e venne in seguito sviluppata proprio attorno al nucleo del forte. Per questo motivo il forte è oggi circondato di numerosi altri edifici storici di Zanzibar, quali il Palazzo delle Meraviglie e il Palazzo del Sultano.

Il forte svolse la funzione di struttura difensiva per cui era stato progettato almeno in una occasione, durante un tentativo di aggressione da parte dei portoghesi e dei loro alleati, gli omaniti della dinastia Mazrui, che erano rivali della famiglia regnante di Oman. In seguito il forte venne adibito a prigione e poi a caserma, e all'inizio del XX secolo fu usato come deposito del materiale usato per la costruzione della ferrovia fra Zanzibar e Bububu.

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La struttura è costituita da un quadrato di alte mura di pietra, marrone scuro, merlate, che proteggono un piazzale interno. Al suo interno si possono ancora osservare i ruderi di alcune strutture precedenti, in particolare una chiesa portoghese e un'altra fortificazione omanita dell'inizio del XVIII secolo.

Oggi nella struttura si trovano diversi negozi che vendono artigianato locale (come i celebri batik tingatinga tanzaniani) e un centro culturale in cui si tengono corsi di tintura con l'henna, tamburo e cucina zanzibari; il piazzale è adibito a teatro all'aperto, e la sera vi si tengono spesso spettacoli di musica taarab e danze ngoma.

Anno: 1699

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Monumento agli askari

Statua · Dar es Salaam

Monumento agli askari

La scultura in bronzo del Monumento agli askari (in inglese Askari Monument) è una delle più note icone della città di Dar es Salaam. Si trova nel downtown (il centro storico e commerciale della città), nel distretto di Ilala, posizionata al centro della rotonda in cui confluiscono le due grandi vie di Samora Avenue e Maktaba Street.

La statua, inaugurata nel 1927, fu realizzata dallo scultore britannico James Alexander Stevenson dei Morris Bronze Founders di Westminster; Stevenson si firmò con lo pseudonimo di Myrander. Prima di essere portata a Dar dal Regno Unito, la statua fu esposta presso la Royal Academy, ricevendo l'elogio della critica. Rappresenta un askari della prima guerra mondiale, con il fucile con la baionetta puntato verso il porto di Dar. Il monumento fu eretto in memoria dei caduti africani che militarono nei Carrier Corps britannici durante la Grande Guerra. Nella base della statua è incisa una frase commemorativa di Rudyard Kipling, in inglese e swahili.

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Quello di Dar appartiene a un gruppo di tre monumenti agli askari, tutti inaugurati nello stesso anno; gli altri due si trovano a Mombasa e a Nairobi.

Nel luogo dove oggi si trova il monumento agli askari sorgeva in passato la statua del maggiore Hermann Wissmann, esploratore e soldato tedesco che divenne amministratore dell'Africa Orientale Tedesca nel 1895. La statua, eretta nel 1911, rappresentava Wissmann eretto, una mano sul fianco e l'altra alla spada, lo sguardo diretto al porto; ai suoi piedi, un soldato africano che copriva con la bandiera tedesca il corpo sdraiato di un leone. Quando gli inglesi entrarono a Dar es Salaam alla fine della prima guerra mondiale (1916) demolirono la statua di Wissmann insieme ad altre due, che ritraevano Karl Peters e Otto von Bismarck.

Autore: James Alexander Stevenson

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Uhuru Monument

Monumento commemorativo · Dar es Salaam

Uhuru Monument

Memorial in Dar es Salaam, Tanzania descrizione disponibile solo in inglese

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Kitumbeine Volcano

Vulcano · Distretto di Monduli

Kitumbeine Volcano

Mountain in Tanzania descrizione disponibile solo in inglese

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Arusha Declaration Monument

Monumento commemorativo · Arusha

Arusha Declaration Monument

Monument in Arusha, Tanzania descrizione disponibile solo in inglese

Anno: 1977

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Da dove vengono queste informazioni

Questa guida è composta da basi di conoscenza aperte. Niente è scritto da noi e niente è inventato: dove una fonte tace, il campo semplicemente non c'è.

Ultimo aggiornamento il 22 ottobre 2026

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