Catania

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Aprile, Maggio, Giugno, Settembre, Ottobre, Novembre

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 15° 62 mm
Febbraio 15° 59 mm
Marzo 17° 58 mm
Aprile 20° 11° 43 mm
Maggio 24° 15° 30 mm
Giugno 29° 20° 18 mm
Luglio 32° 23° 7 mm
Agosto 32° 23° 15 mm
Settembre 28° 20° 56 mm
Ottobre 24° 17° 75 mm
Novembre 20° 13° 68 mm
Dicembre 16° 58 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Catania è un comune italiano di 296 602 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana in Sicilia; la "città etnea" è il decimo comune italiano per popolazione, il secondo dell'Isola e il primo fra i non capoluoghi di Regione.

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Guida pratica di Catania

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Da sapere

Cenni geografici

La città sorge su una pianura sulle sponde del Mar Jonio, e alle pendici meridionali del vulcano Etna, nella parte settentrionale del Golfo di Catania, sulla costa orientale della Sicilia, a nord della foce del Simeto e della Piana di Catania. Il Comune di Catania fa parte dell'Area geografica Vallo di Noto, della Regione Agraria n. 8 - Piana di Catania e della regione amministrativa Città metropolitana di Catania.

Nel golfo di Catania si riversano i fiumi Simeto, Gornalunga, San Leonardo; e vari torrenti, come l'Acquicella, il Buttaceto, il canalone Forcile e il canale Benante. In corrispondenza del porto di Catania sfocia anche il fiume sotterrato Amenano le quali acque alimentano anche la Fontana dell'Amenano (siciliano: Aqua ô linzolu) in piazza del Duomo.

Quando andare

Il mese più caldo (agosto) ha una temperatura media di 31,5 °C.

Il mese più freddo (gennaio) è molto mite, con una temperatura media di 12,5 °C.

L'umidità relativa media annua è 69,9% e l'umidità relativa media mensile varia dal 64% di luglio al 76% nel mese di dicembre.

Cenni storici

La frequentazione dell'area dove sorge adesso Catania, risulta (al chiaro degli scavi archeologici) risalente all'Età del Rame.

La città di Katane fu una delle prime colonie greche della Sicilia, fondata secondo Tucidide, tra il 728 e il 729 a.C. dai greci calcidesi guidati da Tucle e salpati da Naxos, su un sito già occupato da popolazioni indigene.

Grazie alla vittoria conseguita nelle Guerre puniche nel III-II secolo a. C., gli Antichi romani guadagnarono isole come la Sicilia e la città di Catania fu premiata per la sua fedeltà.

Le invasioni barbariche videro i Vandali arrivare in Sicilia dall'Africa e saccheggiare un po' tutte le città dell'isola.

Nel 535 d. C. la Sicilia venne conquistata dai Bizantini, che lasciarono evidenti tracce nell'architettura religiosa delle chiese; risalirebbe a questo periodo la leggenda di Eliodoro, un mago apertamente combattuto dalla Chiesa, nemico del vescovo San Leone e che finì bruciato al rogo: dal suo nome deriva "U liotru", termine che in dialetto indica l'elefante, simbolo cittadino sin dalla preistoria.

La Conquista islamica della Sicilia cominciò nel 827 d. C. e nel 875 Catania divenne parte del califfato arabo della Sicilia: la città in quel tempo era conosciuta con il nome di Bilad-el-fil e Medinat-el-fil, cioè "città dell'elefante". È a quel tempo che cominciò a prendere forma il paesaggio agricolo catanese con l'importazione di nuove coltivazioni provenienti dall'Oriente, tra cui il limone e l'arancio amaro (l'arancio dolce venne portato nel Mediterraneo cinque secoli dopo dai portoghesi), e di nuove tecniche d'irrigazione.

Nel 1071, i Normanni conquistando la Sicilia si impadronirono di Catania, distruggendo col consenso papale, i minareti e convertendo moschee in chiese, interrompendo inoltre i traffici con l'Africa e impoverendo la città. Anche gli splendidi palazzi arabi sparirono venendo modificati e rendendo impossibile distinguerne la funzione originaria. Nel 1078, i Normanni posero mano all'edificazione della Cattedrale in stile arabo-normanno e inserita nelle fortificazioni, attorno alle quali si venne costruendo il centro cittadino. Grande beneficiario del feudalesimo fu la chiesa, e in particolare a Catania l'ordine Benedettino, il cui abate divenne anche vescovo e signore della città.

Nel 1169, una eruzione di lava scaturita dal fianco meridionale dell'Etna produsse una colata che raggiunse il mare in prossimità dell'odierno quartiere di Ognina. In concomitanza un disastroso terremoto sconvolse e rase al suolo la città e oltre 15.000 cittadini morirono.

Nel 1232, conseguentemente alla partecipazione dei Catanesi all'insurrezione antisveva, Federico II deportò gli abitanti ed ordinò la distruzione dell'allora città consentendo solo la costruzione di case di legno e fango. Tuttavia, appena sette anni dopo, Catania divenne città del demanio regio: condizione che permetteva di sfuggire all'oppressione feudale del vescovo. La città, dichiarata fedele alla corona, ottenne diversi privilegi tra cui la liberalizzazione dal giogo vescovile e la restaurazione dell'antico simbolo, l'elefante, quale vessillo della città. Nella zona meridionale dell'abitato venne edificato inoltre il Castello Ursino, sede di uffici imperiali e residenza del medesimo sovrano.

Nel 1282 la città fu tra quelle che si ribellarono agli angioini durante i Vespri Siciliani, riuscendo quindi a richiedere il dominio aragonese di Pietro III, in quanto sposato con l'unica erede dello Svevo Federico II. A questo periodo risale la leggenda di Gammazita, ragazza che si buttò in un pozzo pur di non cedere ai ricatti di un soldato francese.

Nel 1294 la sede del Parlamento siciliano si fermò a Catania, dove nel 1347, presso il Castello Ursino, venne firmata la pace di Catania per porre fine alla guerra tra angioini ed aragonesi e le relative rivendicazioni territoriali del regno di Sicilia e di Napoli, anche se non si ebbero i risultati sperati, poiché le ostilità ripresero e ci fu anche una battaglia navale al largo del porto Ulisse nel 1356 (lo scacco di Ognina).

Nel 1381 ci fu un'altra eruzione che minacciò la città, ma di cui, al vaglio dei più recenti studi, viene difficile ricostruirne il tracciato.

Nel 1434 la sede del parlamento si spostò di nuovo, questa volta a Palermo, e Catania venne ricompensata dal re Alfonso V d'Aragona (detto il magnanimo) con la costruzione di un'Università, la quale ebbe il nullaosta dal Papa nel 1445.

Nel 1479 cominciò il processo di unificazione dei regni di Castiglia e León e di Aragona nel regno di Spagna, il cui periodo non fu tanto prospero per la città. Nel XVI secolo l'imperatore Carlo V fece costruire le mura di cinta.

Nel 1669, sul fianco meridionale dell'Etna si ebbe una eruzione (durata ben 112 giorni) la cui lava colmò il lago di Nicito, e scorrendo inarrestabile fino al mare lungo il lato sud della città sguarnì i bastioni, colmando anche il fossato del castello.

Nel 1693, un forte terremoto devastò la città, e quasi tutta la Sicilia sud-orientale. Le distruzioni distrussero le tracce dell'antica città determinando una ricostruzione in stile Barocco Siciliano. Durante le operazioni di sgombero delle macerie, furono aperte due ampie vie: la strada Uzeda (oggi Etnea) e la strada Reale o del Corso (oggi Vittorio Emanuele II).

Nel 1713, con la guerra di successione spagnola i possedimenti italiani passarono ai Savoia che cedettero la Sicilia nel 1720 agli Asburgo d'Austria. A seguito dell'avanzata dei Borboni nel 1734 il Regno di Napoli e la Sicilia passarono infine a questi ultimi. Il cambio di stile architettonico della città si deve propriamente a quest'ultimo evento storico: la Sicilia, non più vicereame, ritrovò la sua autonomia, enfatizzata dagli edifici: alla facciata sobria della Cattedrale (disegnata prima del 1734) fece da contraltare la pomposa Porta Ferdinanda (oggi Garibaldi), eretta in onore al matrimonio tra Ferdinando I e Maria Carolina d'Austria.

A seguito dell'avanzata napoleonica in Europa, la Sicilia fu sede di protettorato inglese negli anni 1810. In tale occasione fu promulgata nell'Isola la prima costituzione italiana nel 1812, ispirata al modello della Magna Charta. Durante questo periodo a Catania sorse la sua prima chiesa anglicana e sull'Etna venne inaugurato il primo rifugio (su una preesistente capanna ormai fatiscente) chiamato appunto casa degli inglesi.

Col Congresso di Vienna la Sicilia venne assegnata al governo di Napoli per formare il Regno delle due Sicilie. Colpita da due terremoti (nel 1818 e nel 1848) e dal colera, partecipò ai primi moti insurrezionali europei nei confronti della monarchia borbonica. In questa fase si forma gran parte dei maggiori letterati catanesi, alcuni dei quali considerati padri della letteratura italiana.

Nel 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Marsala liberando l'isola dal dominio borbonico; Catania, come testimoniato anche dal romanzo I Viceré, fu particolarmente attiva nel fronte garibaldino e di lì a poco venne proclamato il Regno d'Italia di cui Catania con tutta l'isola seguì le sorti.

Alla fine del XIX secolo Catania si fece notare per la raffineria dello zolfo, che aveva la sua sede nelle Ciminiere. Nel 1913 il mercato dello zolfo andò sempre più giù a causa della concorrenza di quello texano: per questo la raffineria venne dismessa.

Nel 1924 venne aperto l'Aeroporto di Catania-Fontanarossa, ma per il resto non si ebbero risultati rilevanti per l'economia della città. I bombardamenti subiti durante la Seconda Guerra Mondiale furono evidenti. Nel secondo dopoguerra si ebbe un incremento demografico ed edilizio della città, che fece denominare Catania la Milano del Sud.

Nel 2002, insieme ai sette comuni del "Val di Noto", il centro storico di Catania, è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO per lo splendore dei suoi palazzi in stile barocco.

Catanesità

Se chiedete ad un catanese cosa abbia di speciale la sua città, probabilmente vi descriverà Catania come una bella città, ma Catania è molto più di questo; perché Catania seppur non esente dai problemi, è allo stesso tempo vivace, vitale e accogliente. Come dice la canzone di Giuseppe Castiglia “Catania, figghiozza d'o patri eternu”, Catania benedice gli innamorati, si trucca e si pettina per i forestieri, Catania balla perché è felice. Per i suoi cittadini questo è normale e forse solo chi è abituato a viaggiare e a vedere altre città riesce a capire davvero quanto sia speciale Catania, che è la più vivace città della Sicilia, con una vita notturna (movida) particolarmente frizzante. Questo è dovuto anche al fatto che per la maggior parte i catanesi sanno essere e spesso si mostrano socievoli e sanno come rompere il ghiaccio; e così non di rado parlano con tutti, anche con chi non conoscono. Certo che gente antipatica e solitaria si può trovare anche qui, come nel resto del mondo, ma in generale Catania è una città aperta e sorridente; una “Barcellona della Sicilia orientale” con uno stile siciliano tutto suo.

Come orientarsi

Al punto centrale delle simmetrie e prospettive settecentesche, sulla 1 piazza del Duomo dove si incrociano la 2 via Vittorio Emanuele con la 3 via Etnea, sta la fontana posta dall'architetto Vaccarini a emblema urbano, con l'elefante romano di pietra lavica, per i catanesi il Liotru, ovvero il negromante bizantino Eliodoro.

La via Etnea, Strada di rappresentanza della ricca borghesia cittadina, è un lungo asse viario rettilineo costruito dopo il grande terremoto del 1693. Chiamata originariamente via Uzeda, attraversa da sud a nord Catania, per poi arrivare al Tondo Gioeni con una prospettiva sulla montagna del vulcano Etna.

Poco più a sud di Piazza del Duomo (o Piazza Duomo) stanno la 4 via Pardo e la Piazza Alonzo di Benedetto dove si tiene l'antico mercato del pesce (Piscarìa in siciliano), divenuto una primaria attrazione turistica di Catania. Sempre a sud di piazza del Duomo sta la 5 Piazza Federico di Svevia al cui centro si erge il castello Ursino che ospita il museo comunale.

Altra strada interessante del centro è 6 via Crociferi con andamento parallelo a via Etnea. Realizzata nello stesso periodo, è una delle vie più monumentali; con palazzi settecenteschi e chiese barocche che la fiancheggiano. Al suo inizio, l'Arco di San Benedetto che unisce i due fabbricati della Badia grande.

La stazione ferroviaria di Catania Centrale è più ad est in fondo a 7 Corso Sicilia.

L'asse viario rettilineo più lungo della città, fino al mare, è composto dai due segmenti di 8 Viale XX Settembre, che si allunga sino la vasta 9 Piazza Giovanni Verga, con la Fontana dei Malavoglia, da ove inizia il, più ampio ed alberato, 10 Corso Italia.

Come arrivare

In aereo

La città di Catania è facilmente raggiungibile da diverse città italiane, europee ed extra-europee grazie alla presenza dell'Aeroporto Internazionale "Vincenzo Bellini" Fontanarossa che gestisce i voli nazionali per tutte le città italiane, per le principali mete europee e diverse località internazionali.

Stazioni Trenitalia

1 Stazione di Catania Acquicella, Piazza Stazione Acquicella, 10. Tabella orari. Stazione della categoria argento, gestita da RFI (FS). Stazione senza servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità.

2 Stazione di Catania Centrale (Catania Cle.), Piazza Papa Giovanni XXIII. Tabella orari. Stazione della categoria oro, gestita da Centostazioni (FS). Stazione con servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità (se preavviso telefonico).

3 Stazione di Bicocca, Strada comunale Passo Cavaliere. Tabella orari. Stazione della categoria argento, gestita da RFI (FS). Stazione senza servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità.

4 Stazione di Catania Ognina, Via Feudo Grande, Ognina. Tabella orari. Stazione della categoria bronzo, gestita da RFI (FS). Stazione senza servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità.

5 Stazione di Catania Europa.

6 Stazione di Catania Aeroporto Fontanarossa. La stazione, poco distante dall'aeroporto, è stata realizzata per permettere un collegamento ferroviario diretto dal maggiore scalo aeroportuale siciliano al resto della regione.

In autobus

Le corriere di linea si fermano a Catania nel Parcheggio dell'Autostazione centrale di Catania.

1 Autostazione Catania, via della Libertà, 1-21 (angolo via Archimede). Fermata centrale delle corriere di linea e di alcuni autobus extra-urbani.

Linee di corriera extra-urbane e nazionale con fermate sul territorio comunale di Catania gestite in collaborazione dalle aziende Flixbus, SAIS e Segesta, per le Eurolinee/Eurolines.

Abruzzo. Lun-Dom. Linea 01: Giulianova ↔ Pescara ↔ Avezzano ↔ Messina ↔ Catania ↔ Enna bassa ↔ Caltanissetta ↔ Canicattì ↔ Agrigento.

Campania. Lun-Dom. Linea SAIS Sicilia-Roma: Roma Tiburtina ↔ Napoli ↔ Salerno ↔ Battipaglia ↔ Sala Consilina ↔ Messina ↔ Catania ↔ Caltagirone Mineo ↔ Gela ↔ Licata ↔ Palma Montechiaro ↔ Agrigento ↔ Siculiana ↔ Montallegro ↔ Ribera ↔ Sciacca ↔ Menfi ↔ Castelvetrano ↔ Mazara del Vallo ↔ Marsala.

Emilia-Romagna. Lun-Dom. Linea 03: Piacenza ↔ Parma ↔ Bologna (trasbordo immediato e assistito) ↔ Messina ↔ Catania ↔ Lentini ↔ Comiso ↔ Ragusa ↔ Modica.

Liguria e Toscana. Lun, Mer, Ven in entrambe le direzioni, Sab solo verso la Sicilia. Linea SAIS Agrigento-Pisa-Genova: Genova ↔ La Spezia ↔ Pisa ↔ Empoli ↔ Firenze ↔ Siena ↔ Perugia ↔ Messina ↔ Catania ↔ Enna Bassa ↔ Caltanissetta ↔ Canicattì ↔ Agrigento.

Lombardia. Lun-Dom. Linea SAIS Modica-Milano: Busto Arsizio ↔ Milano Lampugnano (metro) ↔ Milano Rogoredo FS (metro) ↔ Parma ↔ Reggio Emilia ↔ Poggibonsi ↔ Siena ↔ Messina ↔ Catania ↔ Lentini ↔ Comiso ↔ Ragusa ↔ Modica.

Lombardia e Piemonte. Lun-Dom. Linea SAIS Catania-Torino: Torino autostazione ↔ Milano Lampugnano (metro) ↔ Milano Rogoredo FS (metro) ↔ Piacenza ↔ Messina ↔ Catania.

Marche. Lun-Dom. Linea SAIS Catania-Urbino: Urbino ↔ Pesaro ↔ Ancona ↔ Civitanova ↔ Porto d'Ascoli ↔ Giulianova ↔ Pescara ↔ Avezzano ↔ Messina ↔ Catania.

Umbria. Dom-Ven. Linea 08: Perugia ↔ Messina ↔ Catania ↔ Lentini ↔ Comiso ↔ Ragusa ↔ Modica.

Veneto. Lun-Dom. Linea SAIS Catania-Venezia: Venezia ↔ Mestre ↔ Padova ↔ Bologna ↔ Messina ↔ Catania.

In auto

Catania è facilmente raggiungibile tramite collegamenti autostradali:

da nord dall'autostrada Messina-Catania e la .

da sud dalla superstrada Siracusa-Catania.

da ovest dall'autostrada Palermo-Catania.

In nave

7 Porto di Catania, Porto di Catania, ☎ +39 095 531 667 (capitaneria di porto). tariffe per lunghezza. accesso continuo. Il Porto costituito da un bacino artificiale protetto a Est dal molo di levante e a Sud dal molo di mezzogiorno è suddiviso in tre zone: Porto Vecchio – Porto Nuovo – Porto Peschereccio. Fondale: fangoso in banchina da 3 a 8 m. Radio: VHF canale 16 – 11 Catania Capitaneria di Porto Radio, servizio continuo. Divieto di ancoraggio/ormeggio alle banchine commerciali.Il porto di Catania è raggiungibile con collegamenti diretti da Napoli e semi-diretti da Valetta sull'isola di Malta; Valletta - con la Compagnia marittima Virtu Traghetti.I biglietti di imbarco per la Virtu Traghetti si possono comperare da Virtu Ferries, Molo Centrale, Porto di Catania, ☎ +39 095 7031211 (Biglietteria di Catania), +39 0932 811811 (Biglietteria di Pozzallo), catania@virtuferries.com. Aperto 2 ore prima dell'imbarco sul Bus per il porto di Pozzallo, da ove parte il catamarano per Valletta. Inoltre Catania è meta di numerosa navi da crociera, della Costa Crociere e della MSC.

8 Porto di Caito (Porto turistico Rossi), Picanello-Ognina, ☎ +39 095374966, +39 095383992, fax: +39 095382995. tariffe per lunghezza. accesso continuo. Fondale: roccioso in banchina da 1 a 3 m. Lunghezza massima natanti: 25 metri. Radio: VHF canale 16 – 11 Catania Capitaneria di Porto Radio, servizio continuo. I diportisti possono ormeggiare alle banchine e ai pontili per 250 m.

9 Porto di Ognina (Porto Ulisse), Picanello-Ognina (a trè miglia NE dal centro. Si consiglia di entrare passando a circa 30 metri dalla lanterna rossa con direzione nord.), ☎ +39 095494152. tariffe per lunghezza. accesso continuo. Fondale roccioso e fangoso in banchina da 1,5 a 3 m. Radio: VHF canale 16 – 11 Catania Capitaneria di Porto Radio, servizio continuo.

10 Porto di San Giovanni li Cuti. Porticciolo da pesca.

Come spostarsi

Metropolitana e ferrovia Circumetnea

11 Amministrazione Ferrovia Circumetnea (Circumetnea), via Caronda, 352 a, ☎ +39 095541111, fax: +39 095431022, info@circumetnea.it. Parte in centro, da Piazza Stesicoro, come metropolitana. Dopo come prolungamento della metropolitana esce in superficie e si spinge dal centro verso ovest e poi nord (circa 111 Km) circondando il territorio del Monte Etna e giungendo fino a Riposto. È possibile trasportarvi anche biciclette.

Mezzi pubblici di superficie

Nella città di Catania, specialmente nelle zone del centro della città, ci si può spostare con le linee di autobus dall'Azienda Metropolitana Trasporti Catania (AMT).

Azienda Metropolitana Trasporti e Sosta (AMTS), Via Sant'Euplio, 168, ☎ +39 0957519111, ☎ 800 018 696, fax: +39 095509570, urp@amts.ct.it. Biglietto AMTS ordinario 90 minuti: 1€. Biglietto Alibus 90 minuti: 4€. Biglietto Catania Pass 24h/giornaliero, 36h/trigiornaliero o 5 giorni: compresa la linea veloce Alibus (Aeroporto – Centro) e la linea Metropolitana della Ferrovia Circumetnea, consente ulteriormente accessi gratuiti o agevolazioni a musei e sconti ospitalità, negozi e ristoranti convenzionati e altro. Lun-Ven 08:00-14:00. I biglietti consentono l'utilizzo illimitato e ripetuto dei mezzi del trasporto pubblico urbano per la loro intera durata.

In automobile

La circolazione è resa difficile dal traffico nel tardo pomeriggio. D'altra parte, una delle arterie principali della città (Via Etnea) è chiusa per le automobili (senza il permesso per abitanti) durante il giorno.

Autonoleggio

Sono presenti in città tutte le grandi ditte di autonoleggio.

Il numero telefonico che i cittadini possono chiamare per segnalare la presenza di buche nelle strade cittadine è lo +39 095 456 078 (il numero verde 800 594 444 precedentemente comunicato dal comune non è attivo) oppure mandare un fax allo +39 095 206 555 o inviare un email a cataniasenzabuche@comune.catania.it.

Parcheggi

Il problema dei parcheggi è drammatico in città, specie negli orari di punta può diventare davvero un'impresa. Neanche le strisce blu facilitano. Pertanto l'unico suggerimento è quello di lasciare l'auto in uno dei parcheggi a pagamento custoditi e andare a piedi o con i mezzi pubblici.

La consuetudine vuole, a Catania, che migliaia di cittadini paghino il pizzo ai parcheggiatori abusivi che si spartiscono ogni angolo della città, e in cambio, assicurano la custodia dell'auto. Non è un obbligo, ma chi posteggia l'auto lungo un viale e non paga il pizzo rischia di trovarla danneggiata.

Con tour guidati

Trenino di Catania (Proprietario: Tourist Service SpA), ☎ +39 0958204281, +39 0950933385. 5€. Lun-Dom dalle 09:00 (giro di 40 minuti). partenza da Piazza Duomo

Cosa vedere

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Il patrimonio architettonico di Catania è indubbiamente notevole, e per questa ragione la città è stata insignita del riconoscimento UNESCO. Le centinaia di chiese e palazzi, spesso edificati in stile barocco perché posteriori al terremoto del 1693 sono caratterizzate dall'uso della pietra lavica che contrasta con la pietra bianca delle finiture. Al di fuori dalle strade principali tuttavia si nota anche del degrado spesso causato da edifici malandati, di cattivo gusto o deturpati dalle coperture (le cosiddette mutande verdi; le recinzioni che servono per non far vedere il calcinaccio che cade). La maggior parte dei palazzi, edificati dopo il violento terremoto del 1693, per ragioni di utilità commerciale, hanno quasi sempre destinato il piano terreno a bottega.

Per quanto non siano dei monumenti di spicco, la città conserva anche dei resti di edifici di epoca romana come l'anfiteatro, l'odeon e varie terme. Da non perdere il medievale Castello Ursino e le mirabili porte che un tempo si collegavano alle mura cinquecentesche della città.

Un luogo molto importante per la città è il Giardino Bellini (anche detta Villa Bellini), una villa molto grande e bella dedicata al noto compositore catanese Vincenzo Bellini.

La Città possiede un centro storico, alla quale si affaccia piazza duomo con la sua basilica, il municipio (Palazzo degli Elefanti) e al centro nella piazza troviamo una fontana con la statua di un elefante (detto in catanese u Liotru), che è il simbolo della città.

Dietro la statua dell'elefante a sinistra troviamo la fontana dell'Amenano, nella quale scorre il fiume Amenano, dietro questa fontana, troviamo la famosa pescheria di Catania, che è molto popolata.

Dell'epoca romana rimangono le interessanti vestigia dell’anfiteatro romano, parzialmente visibile perché sommerso dalle eruzioni laviche dei secoli, l'Odeon e le varie terme: quelle dell'Indirizzo, le Terme Achilliane e le Terme della Rotonda. L'antica città romana possedeva inoltre un acquedotto che percorrendo i territori comunali di Paternò, Belpasso e Misterbianco raggiungeva il capoluogo etneo. Oggi restano alcune tracce sparse nei vari quartieri a ovest del centro città.

Cosa fare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

1 Etnaland (sulla A18 uscita Misterbianco imboccare la SS121 in direzione "Etnapolis", uscita Valcorrente, seguire indicazioni sulla SP15.), ☎ +39 0957913333. Parco a tema € 25 adulti ed € 20 bambini sopra 140cm, parco acquatico idem + lettini fra i 3,5 e i 4,5 € (dipende dalla posizione). Sul sito presenti varie combinazioni d'ingresso e promozioni. (2015). 9:30-18:30; mesi estivi fino le 00:30. Biglietteria: chiude 3 ore prima della chiusura. Un parco divertimenti situato a Belpasso, nell'Hinterland catanese, molto apprezzato dai cittadini catanesi e dai turisti. Comprende un parco acquatico con scivoli, piscine e giochi d'acqua e un parco a tema. Ristoranti, aree ristoro e shop.

2 Etna Sicily Touring, via Giuseppe Verdi, 155, ☎ +39 3925090298, info@etnasicilytouring.com. Associazione escursionistica leader per l'organizzazione di escursioni con guida in quota sul vulcano e nei dintorni dell'Etna.

EtnaWay (Etna Escursioni), ☎ +39 3281977919, info@etnaway.com. Escursioni guidate sull'Etna, con trasporto da Catania, Giarre o Taormina tramite Jeep e 4x4. Visita dei Crateri Sommitali e dei luoghi più interessanti del Vulcano.

Eventi e feste

Gli eventi in città possono essere consultati sul sito PeriPeriCatania.

2 Festa di Sant'Agata. 3 al 5 feb. Al 5 febbraio la processione di migliaia di fedeli, con le "candelore" (alte costruzioni in legno intagliato e dorato a forma di campanili o piramidi). Indossando il tradizionale abito bianco, i fedeli, portano in processione l'effigie della patrona per le vie del centro storico.

Catania Filmfest (Gold Elephant World – International Film & Musical Festival), Centro fieristico “Le Ciminiere”, ☎ +39 3280246936 (mobile), gewfestival@gmail.com. prima settimana di giugno. Festival Internazionale di Cinema e Musical di Catania, e dal 2016 in sinergia tra “Gold Elephant World” ed “Etna Comics” (fumetto) affiancando il concorso europeo di lungometraggi indipendenti, il concorso europeo di cortometraggi e il concorso di cortometraggi d'animazione, fantasy, fantascienza, thriller, horror e cinema di genere. Già nel 1914 Catania fu battezzata Capitale del Cinema Europeo; con le sue quattro case cinematografiche (Jonio Film, Katana Film, Morgana Film e Sicula Film) che produssero centinaia di film.

Palio d'Ateneo. Metà Maggio. Tradizionale manifestazione sportiva e goliardica organizzata dall'Università degli Studi di Catania (UNICT) dal Centro Universitario Sportivo (CUS). Durante le giornate del Palio, le rappresentanze studentesche dei vari dipartimenti universitari si sfidano in molteplici discipline atletiche e giochi di squadra. L'apertura dell'evento è segnata da una pittoresca e animata sfilata inaugurale che attraversa l'intera via Etnea, coinvolgendo attivamente il centro storico cittadino.

3 Etnacomics, centro Fieristico "Le Ciminiere". prima metà di Giugno. Festival internazionale del fumetto, del gioco e della cultura Pop.

Feste nei d'intorni della città:

Festa della Madonna del Carmelo.

4 Festa di Sant'Anastasia, Santa Anastasia (Provenendo da Palermo ed Enna :Tramite la A19, uscita Motta Santa Anastasia e proseguire sulla SP13 verso Motta S.A. Da Messina e Siracusa, tramite la tangenziale di Catania, uscita Catania circonvallazione - Misterbianco, proseguire sulla SS121 in direzione Paternò ed uscire allo svincolo Misterbianco - Motta Santa Anastasia, o Valcorrente - Motta Santa Anastasia.). Evento gratuito. 22-25 agosto ogni 4 anni e 24-25 agosto ogni anno.

Festa di Santa Rita (S. Rita da Cascia), San Giovanni La Punta (CT). 22 Maggio.

Estate in Città (Festival Estate Catanese). Un programma, realizzato dal Comune di Catania, in collaborazione con alcune organizzazioni che operano sul territorio; che accompagnerà tutta l'estate, con eventi ricchi di cultura, spettacoli di musica, teatro, lirica, danza, circo, cinema, letteratura, arte e anche solidarietà.

Acquisti

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

È possibile fare acquisti in buona parte della città.

La maggior parte dei negozi si concentra nelle vie centrali di Catania, in particolare in Via Etnea, dove vi sono alcuni tra i migliori negozi della città siciliana.

Catania inoltre presenta un elevato numero di centri commerciali, generalmente situati all'esterno della città in sé, nei vari paesi della provincia. Per ovviare alla distanza fisica dal centro della città alcuni di essi hanno dei servizi navetta grazie ai quali i turisti possono raggiungere i centri commerciali con facilità.

Catania ha un'acqua potabile di ottima qualità e una buona mineralizzazione dovuta ai sedimenti lavici. Anche i produttori di bevande ne traggono profitto.

I mercatini rionali sono distribuiti nell'arco della settimana a rotazione, ma ci sono anche quelli giornalieri come quello del pesce che attraggono i turisti per il folkore e la genuinità.

Dove mangiare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Bibite

La più tipica e storica bevanda da gustare al chiosco o al bar è una mistura di seltz, limone e sale particolarmente dissetante e naturale. Seguono e sono molto apprezzate il mandarino al limone, la cedrata, il tamarindo, l'amarena, l'orzata, la menta, lo sciampagnino e altre varianti alla frutta o una semplice ma buonissima acqua i zammù (italiano: acqua e anice) più conosciuta nel palermitano.

Molto famosi sono i chioschi di Catania che non sono semplicemente luoghi dove fermarsi a dissetarsi ma parte integrante della catanesità. Gli sciroppi che i vari chioschi utilizzano per preparare queste bevande sono in genere prodotti artigianalmente e ogni bibitaro conserva gelosamente la propria ricetta.

Vini e uve della campagna catanese sono

L'Etna DOC, nei tipi bianco, rosato o rosso da vigneti sulle pendici del vicino vulcano. Il bianco superiore viene solo prodotto nel comune di Milo.

Le uve di Grecanico Dorato, un'antica varietà di vitigno locale sull'Etna.

Le uve di Nerello Mascalese, di Nerello Cappuccio e di Nocera usate per il vino 'Etna DOC rosso.

Alcuni coltivano anche uve, non nostrane dell'Etna, di Frappato e nero d'Avola che vengono usate assieme per produrre il vino rosso Cerasuolo di Vittoria (presente anche in altri territori).

È inoltre in crescita un nuovo antico vino degli antichi romani, come progetto sperimentale del CNR e dell'Universita di Catania].

Cibi

Piatti catanesi sono:

Le alici e le sarde a beccafico, in cui le sarde vengono bagnate con aceto e poi coperte di aglio, formaggio gratuggiato e prezzemolo. Per poi essere passate nell'uovo e fritte.

Gli arancini, sono dei piccoli timballi di riso farciti con vari ripieni.

I cannelloni alla catanese.

La pasta alla Norma, così battezzata in onore dell'opera belliniana, prelibatezza succulenta catanese a base di spaghetti coperti con fette di melanzana fritta in olio e irrorati con salsa di pomodoro e ricotta salata.

Le polpette al limone.

Il rippidu nivicatu, che è un risotto con il nero di seppia, servito in forma di Etna; sulla sommità una spolverata di ricotta salata a sembrare la neve in vetta e la salsa di pomodoro a sembrare la lava.

La scacciata, di due sfoglie di pasta sovrapposte (come nelle lasagne) racchiudendo acciughe, formaggio, pomodori e cipolla.

Gli sfinci, che sono frittelle alla ricotta o all'acciuga.

Lo zuzo, gelatina di maiale al limone.

Dolci catanesi sono:

Le mammelle di Santa Agata.

Gli ossi di morto.

Gli N'zuddi (in italiano “Vincenzi“), biscotti secchi profumati con scorza di arancia e decorati con una mandorla sopra. Chiamati così perché erano prodotti dalle suore Vincenziane.

La pasta reale.

Il torrone di Santa Agata.

Camion dei panini (paninari). Sono tra i tanti altri posti interessanti che si trovano in molti punti della città. Si vendono principalmente panini con carne e contorno. Una specialità tipicamente catanese è il panino con la carne di cavallo.

Come divertirsi

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani. La città offre una vivace vita notturna con i suoi pub del centro storico e i numerosi concerti dal vivo.

Spettacoli

Gli spettacoli sono parte importante della vita culturale e sociale della città di Catania. Oltre a tanti cinematografi, sono presenti anche circa 25 teatri, ognuno di questi specializzato in tipo particolare di spettacolo: il balletto, l'opera lirica, l'opera dei pupi e il teatro sperimentale.

Molto attive sono anche gli eventi sportivi principalmente quelli calcistici presso lo Stadio Massimino e il Rugby.

Dove alloggiare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

La città offre molteplici possibilità di alloggio, dal modesto alberghetto fino alle strutture di alto livello. La zona più gettonata è ovviamente il centro storico dove si concentrano la maggior parte delle strutture ricettive, ma anche la zona moderna e la periferia offrono valide alternative. Il fatto di aver o meno l'auto può far optare per un alloggio decentrato anche per minimizzare i problemi di traffico e parcheggio.

Bisogna prestare una certa attenzione nella scelta degli alloggi del centro storico perché alcune strutture sono poste in quartieri a poca distanza da piazza duomo ma spesso in un contesto degradato o poco sicuro. Affidatevi alle recensioni e prendete informazioni riguardo al quartiere.

Sicurezza

Catania è una città abbastanza sicura ma sono presenti diverse criticità. Se gli scippi in pieno centro possono avvenire, spesso in occasione di eventi come la Festa di Sant'Agata, in altri quartieri il rischio aumenta. I quartieri del centro ad esempio presentano delle parti degradate dove è sempre meglio evitare di girare da soli di notte: il quartiere San Cristoforo, San Berillo e le zone vicine alla via Plebiscito fino al porto non sono aree molto sicure. Uscendo dal centro i quartieri della periferia sud come Librino, Santa Maria Goretti a ridosso dell'aeroporto sono zone da evitare non per episodi violenti ma per il rischio di incappare in persone poco raccomandabili. Un'altra zona poco sicura è alla foce del Simeto e zona Vaccarizzo.

Un altro fattore da tenere in considerazione è l'auto. La città è piena di parcheggiatori abusivi che chiedono un obolo per controllare l'auto, spesso sono persone poco raccomandabili e fare resistenze potrebbe far rischiare un piccolo danno all'auto. Se non volete contribuire a questo ricatto meglio parcheggiare altrove oppure in un parcheggio a pagamento.

Non lasciate mai oggetti in auto o valigie a vista, le auto sono spesso oggetto di furto, se non proprio viene rubata l'intera auto. Per questa ragione si consiglia di utilizzare un bloccasterzo e di rimuovere l'autoradio qualora sia amovibile.

Polizia municipale, ☎ +39 095531333 (pronto intervento), info.poliziamunicipale@comune.catania.it. Responsabile dell'ordine pubblico urbano locale, in caso di furto e altri reati e l'assistenza nella ricerca di persone scomparse o cani.

Polizia di Stato (Questura di Catania), Piazza Santa Nicolella, 8, ☎ +39 0957367111, gab.quest.ct@pecps.poliziadistato.it. orari uffici. Responsabile per la tutela dell'ordine pubblico, indagini sui crimini e delitti di loro competenza.

Salute

7 Garibaldi (Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione Garibaldi), Piazza Santa Maria di Gesù, 5, Centro storico (Accessibile tramite la strada sulla Via Fabio Filzi), ☎ +39 0957224044. Ospedale con stazione di emergenza e Pronto Soccorso generale e Pronto soccorso pediatrico a Nesima. A questo ospedale sono aggregati i seguenti altri ospedali e presidi ospedalieri.

8 Garibaldi-Centro, ospedale, Piazza Santa Maria di Gesù, 5 (Centro storico, 1ª).

9 Santa Marta, presidio ospedaliero, Via Gesualdo Clementi, 36 (Centro storico, 1ª). Negli "Ospedali Riuniti S. Marta e Villermosa".

10 Ascoli - Tomaselli, ospedale, Via Passo Gravina, 187 (Picanello-Ognina-Barriera-Canalicchio 2ª).

11 S. Luigi S. Currò, ospedale, Viale Alexander Fleming, 24 (Borgo-Sanzio 3ª).

12 Garibaldi-Nesima, ospedale, Via Palermo, 636 (Catania), ☎ +39 095 7591111.

13 Vittorio Emanuele, policlinico (Azienda Ospedaliero - Universitaria "Policlinico Vittorio Emanuele"), Via Plebiscito, 628, Centro storico, ☎ +39 0957431111 (centralino), +39 0957436310, +39 0957436311 (CUP-Centro Unificato Prenotazioni), ☎ +39 800 284 284, fax: +39 095317844. CUP: Lun-Ven 08:30-12:30, Sab 08:00-11:30. Ospedale con un Pronto Soccorso Generale e Pronto Soccorso pediatrico. A questo policlinico sono aggregati i seguenti altri ospedali e presidi ospedalieri.

14 Ferrarotto Alessi, presidio ospedaliero, Via Salvatore Citelli, 21-31 (Centro storico 1ª).

15 Santa Marta, presidio ospedaliero, Via Gesualdo Clementi, 36 (Centro storico 1ª). Negli "Ospedali Riuniti S. Marta e Villermosa".

16 Santo Bambino, presidio ospedaliero, Via Tindaro, 2 (Centro storico 1ª, Entrata da Via Santo Bambino, 56).

17 Vittorio Emanuele, presidio ospedaliero, Via Plebiscito, 628 (Centro storico 1ª).

18 Gaspare Rodolico, presidio ospedaliero, Via Santa Sofia, 78 (Centro San Giovanni Galermo-Trappeto-Cibali 4ª).

Nei dintorni

La città di Catania è il centro culturale della sua omonima Città metropolitana. Esistono, comunque, nelle immediate vicinanze altri centri storici e borghi medievali di eccezionale bellezza risalenti a periodi vari dall'età romana a quella moderna, passando da quella medievale e barocca. Tra le più importanti cittadine bisogna indicare le barocche Acireale, Caltagirone e Militello in Val di Catania, dichiarati patrimoni dell'umanità (UNESCO) nel 2002, del Vallo di Noto (o Val di Noto). Per i borghi medievali e i castelli difensivi costruiti in epoca normanna si possono ricordare Adrano, Paternò, Aci Castello e Motta Sant'Anastasia. In particolare, in quest'ultimo paese, Motta, tra il 23, 24 e 25 agosto si può ammirare la strepitosa Festa di Sant'Anastasia (riconosciuta tra le feste italiane più importanti), nella quale ci si imbatte in esibizioni di sbandieratori, musici e majorette dei tre rispettivi rioni di Motta.

Risalendo le pendici dell'Etna incontriamo Belpasso, Nicolosi, Ragalna, Randazzo, Bronte, quest'ultimo famoso per la produzione del Pistacchio di Bronte, importante nell'economia locale.

Spiagge

Essendo in Sicilia, non possiamo certo dimenticarci delle meravigliose spiagge ioniche di diversa natura.

A sud di Catania esse appaiono basse e sabbiose, tra queste troviamo la Plaja (o Playa), composta da molti lidi e alcune spiagge ad accesso libero e a seguire la spiaggia di Vaccarizzo

A nord di Catania le spiagge sono alte e rocciose (a causa delle eruzioni etnee), con talvolta la presenza di ciottoli e ghiaia. Tra queste troviamo la spiaggia di San Giovanni li Cuti e Ognina.

Proseguendo, al di fuori del comune di Catania, troviamo le Spiagge di Acireale, Riposto, Fiumefreddo di Sicilia, Calatabiano, Aci Castello e Aci Trezza (famosa per i faraglioni).

Per gli amanti dell'abbronzatura integrale vi è una zona non ufficiale per nudisti al Caito sul versante marino roccioso della stazione ferroviaria di Catania Centrale.

Comunque, occorre fare attenzione alla balneabilità, dato che molte spiagge nel catanese (specialmente quelle vicino a porti o foci di fiumi) possono essere inquinate o vigere divieti preventivi di balneazione.

Escursioni

Escursioni di tipo naturalistico possono essere senza dubbio;

Il fiume Alcantara, le cui gole sono rinomate nel mondo per l'unicità della loro struttura (nel quale si ci può anche rilassare con un bel bagno nelle sue acque gelide).

La piana di Catania, la più vasta piana della Sicilia, è un basso alluvionale formato dal fiume Simeto e dai suoi affluenti. Una meravigliosa oasi, fittamente coltivata; con agrumeti lungo il littorale e nelle zone a nord e sud, vigneti sulle pendici dell'Etna, pascoli e seminativi nella parte centrale. Nei suoi centri agricoli nelle quali si possono degustare i piatti tipici locali.

L'Etna conosciuto pure con il nome siciliano di Mungibeddu (lett. Montebello), è il più alto vulcano attivo d'Europa, la sua riserva naturalistica ed i suoi impianti sciistici (aperti nella stagione invernale).

Ad ogni modo la provincia di Catania offre al visitatore molti ambienti, dall'alta montagna al mare ionio celestiale, dai centri ricchi di storia, cultura e tradizione, alla rilassante campagna siciliana.

Itinerari

Sicily Divide — Da questa città termina l'itinerario cicloturistico che parte da Palermo o da Trapani.

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Cosa vedere a Catania

  1. cattedrale di Sant'Agata
  2. castello Ursino
  3. Teatro Massimo Vincenzo Bellini
  4. basilica Maria Santissima dell'Elemosina
  5. chiesa di San Benedetto
  6. monastero di San Nicolò l'Arena
  7. Fontana dell'Elefante
  8. piazza del Duomo
  9. Palazzo Biscari
  10. Anfiteatro romano di Catania
  11. Teatro romano di Catania
  12. chiesa della Badia di Sant'Agata
  13. chiesa di San Giuliano
  14. Palazzo degli Elefanti
  15. chiesa di San Placido
  16. chiesa di San Nicolò l'Arena
  17. chiesa di San Francesco d'Assisi all'Immacolata
  18. chiesa di San Michele Arcangelo ai Minoriti
  19. Porta Garibaldi
  20. chiesa di San Francesco Borgia
  21. Palazzo del Seminario dei Chierici
  22. chiesa di San Biagio
  23. Fontana dell'Amenano
  24. Palazzo dell'Università
Mappa di Catania con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

cattedrale di Sant'Agata

Chiesa · Catania

cattedrale di Sant'Agata

Il Duomo di Sant’Agata, pure noto come Basilica Cattedrale metropolitana di Sant'Agata, è il principale luogo di culto cattolico di Catania, chiesa madre dell'omonima arcidiocesi metropolitana e sede dell'omonima parrocchia.

La cattedrale è dedicata alla vergine e martire Sant'Agata, patrona della città di Catania, ed è situata nel centro storico della città, nel lato sud-est di piazza del Duomo, nello stesso quartiere ("Duomo di Catania" o "Terme Achilliane-Piano di San Filippo"). La cattedrale conserva stili differenti: dal Normanno, al Barocco, fino al Neoclassico.

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Storia
La prima e la seconda cattedrale

La cattedrale originaria, adiacente alle carceri, fu la chiesa di Sant'Agata la Vetere, ove, nel VI secolo, Papa Vigilio aveva tenuto delle ordinazioni sacerdotali.

Nel 1040, Giorgio Maniace, generale inviato dall'imperatore bizantino Michele IV il Paflagone per la riconquista della Sicilia dal dominio arabo, che dal 909 governava l’isola come Emirato di Sicilia, sottrae alla città le reliquie di Sant'Agata gelosamente ospitate nella primitiva cattedrale. Le reliquie furono traslate nella basilica cattedrale di Santa Sofia, a Costantinopoli, e lí custodite per ben 86 anni.

L’attuale cattedrale venne edificata sulle rovine delle Terme Achilliane, risalenti al IV secolo, tra il 1086 ed il 1094, ed era, in origine, concepita come un'"ecclesia munita", ovvero "chiesa-fortezza". Contestualmente, accanto al prospetto meridionale, fu edificato il monastero dell'Ordine Benedettino per il vescovo e per i canonici. L'interno presentava superbe colonne di granito, capitelli, fregi e ornamenti di svariata fattura che indicavano la diversa provenienza e il riutilizzo di parti di templi pagani e rovine romane.

Nel 1091, su iniziativa del conte Ruggero d’Altavilla, giunse, dal monastero benedettino di Sant'Eufemia, in Calabria, l'abate Ansgerio, il quale fu nominato vescovo della ricostituita diocesi della città, proprio dal sovrano normanno. Il canonico, storico e archeologo Tommaso Fazello, tramanda la memoria di un'iscrizione in latino su una tavola di marmo, collocata sulla porta rivolta a settentrione, il testo recitava:

Con diploma datato 1091, approvato da Papa Urbano II, Ruggero I di Sicilia donò i territori del comprensorio Acese, di Paternò, Adernò, Sant'Anastasia, Centorbi, Castrogiovanni, Girgenti, fino ai confini della neocostituita diocesi di Troina, alla diocesi di Catania. Nel 1092, un secondo diploma, integrava il primo includendo l'intera area dell'Etna e le coste di pertinenza, per la contropartita simbolica, da corrispondere limitatamente alle visite del Conte, di un pane e una misura di vino.

Il Medioevo

Nel 1092 la cattedrale iniziò a godere delle rendite della chiesa di Santa Maria della Valle di Josaphat, di Paternò, nel 1093 dei proventi del casale di Ximet, nel 1111 della chiesa di San Giovanni di Fiumefreddo e infine dei fondi donati da Goffredo d'Altavilla, signore di Ragusa, tutte rendite che consentirono il finanziamento del monastero benedettino.

Nel 1094 il vescovo-abate, Ansgerio, inaugura e consacra la cattedrale.

Nel 1124, con le concessioni di Ruggero I, aumentano i privilegi della chiesa e del vescovado catanese, guidato dal vescovo Maurizio, riconoscimenti che includono l'esercizio del potere temporale sui territori dell'antica e soppressa diocesi di Lentini e sul feudo di Mascali (che diventerà poi contea). Il 17 agosto 1126, per opera del francese Gilberto e del calabrese Gosalino, le sacre spoglie di Sant'Agata sono avventurosamente riportate in Sicilia, prima a Messina, per riapprodare poi ad Aci Castello e infine essere traslate nella nuova cattedrale.

Il 4 febbraio 1169 il terremoto catastrofico noto come terremoto di Sant'Agata ne fece crollare completamente il soffitto, uccidendo gran parte dei cittadini riuniti in cattedrale per le festività agatine e lo stesso arcivescovo, Giovanni d'Aiello, che presiedeva le celebrazioni.

Nel 1194, sotto il regno di Enrico VI, un incendio di vaste proporzioni arrecò notevoli danni alla struttura.

Le concessioni e i privilegi ottenuti sotto i normanni sono riconosciuti e riconfermati anche successivamente dagli svevi Enrico VI, Federico II, Corrado IV e Manfredi. Eccezione fatta per l'esercizio della giurisdizione criminale, prerogativa usurpata dall'imperatore, mentre il vescovo Gentile Orsini, per il tramite del legato pontificio, ne rivendicarono la potestà a Carlo d'Angiò.

Sotto gli svevi vengono apportate migliorie al cimitero dei monaci, ad est, ed al monastero sede dei canonici dell'Ordine benedettino, a sud, poi trasformato in battistero, seminario dei Chierici e palazzo vescovile.

Nel 1209 in occasione del matrimonio di Federico II di Svevia con Costanza d'Aragona, una mortale epidemia costrinse la corte palermitana a soggiornare a Catania. Il sovrano, per ricambiare la generosità delle grandi manifestazioni di giubilo, donò alla cattedrale la chiesa di Santa Maria Lo Plano di Aidone.

Età Moderna e ricostruzione

Nel XVI secolo nell'aula e nei vari ambienti del tempio sono documentati innumerevoli altarini. Nel 1420 la famiglia Gravina è titolare della cattedrale e detiene il patronato dell'ambiente situato sul lato destro del coro. Nel 1628, tutte le are de requiem private, furono rimosse per iniziativa del vescovo Innocenzo Massimo.

Nel 1693 il sisma che colpì il Val di Noto la distrusse quasi completamente, lasciando in piedi solo la parte absidale e la facciata.

I resti normanni consistono nel corpo dell'alto transetto, 2 torrioni mozzi e le 3 absidi semicircolari, le quali, visibili dal cortile dell'arcivescovado, sono composte da grossi blocchi di pietra lavica, gran parte dei quali è stata recuperata da un edificio di epoca romana; porzioni di muro d'ambito e il muro di prospetto furono inglobati dalla ricostruzione settecentesca.

Il vescovo Andrea Riggio, nella fase di ricostruzione, favorì la sostituzione delle colonne con poderosi doppi pilastri. Il vescovo Pietro Galletti promosse, invece, la definizione del prospetto: 1734 fece rimuovere il primitivo portale, che fu collocato temporaneamente nella Loggia Senatoria, fino a quando fu definitivamente trasferito e rimodulato nel prospetto della chiesa di Sant'Agata al Carcere, nel 1750. Il vescovo Salvatore Ventimiglia dispose il perfezionamento della facciata con la collocazione di alcune statue.

L'edificio attuale è opera dell'architetto Girolamo Palazzotto, il quale si occupò principalmente dell'interno, mentre Giovanni Battista Vaccarini disegnò e seguì i lavori della facciata con interventi e modifiche protrattisi dal 1734 al 1761; lo stesso architetto fece anche un progetto per la cupola, mai realizzato.

I lavori per la ricostruzione dell'edificio si protrassero per tutto il XVIII secolo e continuarono anche dopo la riapertura al culto della cattedrale. Durante successivi lavori di restauro, dal 1795 al 1804, la chiesa di San Francesco Borgia ricoprì le funzioni di cattedrale.

Età contemporanea

Solo nel 1857 fu completato il campanile ed è pure del XIX secolo l'allestimento attuale del sagrato.

Nel luglio del 1926 venne elevata alla dignità di basilica minore da papa Pio XI.

Esterno
Facciata

Si accede al sagrato attraverso una breve scalinata in marmo che culmina in una cancellata in ferro battuto ornata con 10 santi in bronzo. Il sagrato è diviso dalla piazza del Duomo da una balaustra in pietra bianca ornata con cinque grandi statue di santi in marmo di Carrara.

L'esterno della cattedrale è caratterizzato dalla facciata, la quale presenta evidenti analogie con la coeva facciata di Biagio Amico per Sant'Anna la misericordia a Palermo, come se la Sicilia volesse esprimere un suo modello derivato da Roma ma generato dalle direttive della Chiesa di Sicilia, a est come a ovest.

Il prospetto è a tre ordini compositi in stile corinzio, e attico completamente in marmo di Carrara. Il primo ordine è costituito da sei colonne di granito di fattura antica provenienti forse dal Teatro romano, sormontate dallo stemma della nobile famiglia Galletti cui apparteneva il vescovo Pietro Galletti. Il secondo ordine ha anch'esso sei colonne meno grandi e due piccole poste ai lati dell'ampio finestrone centrale. Tutti gli ordini sono adornati con statue marmoree di sant'Agata al centro sulla porta centrale, sant'Euplio a destra e san Berillo a sinistra. Le due grandi finestre ovali ai lati sono accompagnate dai due acronimi riferiti alle frasi legate al culto della Santa: MSSHDEPL e NOPAQVIE.

Il portone principale in legno è costituito da trentadue formelle, finemente scolpite, illustranti partendo dall'alto a sinistra: nel primo registro sono i tre armoriali del vescovo Ansgerio, di papa Urbano II e di Ruggero I di Sicilia con relative didascalie in quanto i tre protagonisti della fondazione della cattedrale, mentre chiude la serie la riproduzione di un rapace in volo oltre le nubi in tempesta con la didascalia aera imbes quae transcreditur; nel secondo registro sono rappresentati gli armoriali dei corrispettivi protagonisti della ricostruzione della cattedrale (rispettivamente vescovo, papa e sovrano), ossia Pietro Galletti, Papa Clemente XII e Carlo III di Spagna con relative didascalie, chiude la serie lo stemma di Catania con la didascalia dei motti civici; il terzo registro rappresenta quattro attributi della diocesi e rispettive didascalie, ossia un volatile nel nido mentre lede il proprio petto per sfamare i propri pulcini (simile all'icona cristiana del pellicano; il motto è charitas omnia suffert), un uomo barbuto schiacciato da un vulcano alle cui spalle si erge la croce della Risurrezione a cui l'uomo è incatenato per la caviglia (la posa della figura ricorda iconograficamente Atlante, ma si rifà al mito di Tifeo; il motto è subiacet imperio), un albero battuto dai venti (due paffuti volti soffianti) da cui cadono diverse foglie (il motto è solum sicca convellunt) e infine un volatile al rogo in una pira il cui motto è spes sancta crociata nescit; l'ultimo registro rappresenta gli attributi della patrona di Sant'Agata e sono un altare su sono posati una spada delle tenaglie e una corda schiacciate da un piatto su cui sono i seni della santa (il motto è urbis praesidium et munimen), una fornace da cui fuoriescono vampate di fuoco e sovrastata dai seni coronati e dal cuore in fiamme (il motto è inestinguibilis amor), un messale aperto con la dicitura noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est che sovrasta i simboli imperiali (corona e scettro) capovolti (il motto è impietas pietate refellitur), chiude infine un arcobaleno che sovrasta una tavola con le ali spiegate su cui è l'acronimo M.S.S./H.D./et/P.L. (chiaramente indicante la tavola angelica della tradizione; il motto è foedus eternum). Ai lati della porta centrale, su due alti supporti, sono poste le statue in marmo di san Pietro e san Paolo.

Campanile

Un tozzo campanile è documentato in epoca normanna. Una prima costruzione promossa dal vescovo Simone del Pozzo nel 1338, fungeva da torre di guardia. Posta alla sinistra del prospetto, arretrata di circa 7 metri rispetto alla facciata, era alta oltre 70 metri.

La torre a base quadrata misurava circa 15 metri di lato. La sua storia è molto accidentata in quanto subirà diversi crolli e quindi molte riedificazioni. Nel 1662 fu ulteriormente innalzata per l'inserimento di un orologio e fu portata alla vertiginosa altezza di circa 100 metri. Ma l'11 gennaio del 1693, a causa del forte terremoto che investì la città, crollò, travolgendo anche la chiesa: sotto le sue macerie morirono oltre 7.000 fedeli raccolti in preghiera. Fu riedificata assieme alla chiesa dopo il terremoto del 1693, con alla sommità la Campana maggiore fusa nel 1614 dalla fonderia Sanfilippo dall'esponente Giacomo e i figli Domenico e Francesco del diametro di 1.88m, altezza di 2.20m, circonferenza di 5.90m e peso di 7616 kg. Questa campana cadde dalla torre nel corso del terremoto ma rimasta integra, unitamente alla Campana del Popolo fusa nel 1505 sempre dalla fonderia Sanfilippo ma dai fratelli Giorgio e Giovanni del diametro di 1.22m, l'altezza di 1.55m e peso stimato di 1300 kg

La cupola, posta sulla crociera, risale al 1802 su progetto di Carmelo Battaglia su commissione del vescovo Corrado Maria Deodato Moncada, è munita di colonne e ampi finestroni che illuminano l'interno. Tra il 1867 e il 1869 l'architetto Carmelo Sciuto Patti realizzò l'attuale campanile e la lanterna della cupola.

Interno
Navata destra

Le sopraelevazioni degli altari presenti in entrambe le navate, sono costituite da opere pittoriche caratterizzate da monumentali cornici in stile barocco di legno scolpito e dorato. La ricostruzione post terremoto del Val di Noto del 1693 determina l'uniformità degli stili e delle forme pur mantenendo un elevato carattere di magnificenza e opulenza. Pochi dipinti tra i capolavori esposti, hanno superato indenni il disastroso evento sismico, gran parte del patrimonio artistico attuale, in particolare il ciclo fiammingo, è dovuto al mecenatismo attuato da illuminati prelati.

Prima campata: Fonte battesimale. Fusto con vasca ottagonale in marmo rosso coperto da cupolino ligneo sormontato dall'Agnus Dei, sulla parete l'affresco raffigurante San Giovanni Battista e il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano, opera di Giovanni Tuccari del 1728. L'ambiente ricavato in una nicchia dal pavimento rialzato è delimitato da una artistica cancellata.

Seconda campata: Altare dedicato a Santa Febronia, dipinto Martirio di Santa Febronia, opera di Guglielmo Borremans del 1730 commissionata da Pietro Galletti in omaggio alla Patrona di Patti, cittadina precedente sede dell'apostolato del vescovo. Tutte le opere del pittore fiammingo sono realizzate durante il soggiorno catanese dell'artista nel 1730 per l'abbellimento del tempio nuovamente ricostruito. Di fronte all'altare, addossata ad uno dei dodici pilastri che separano la navata da quella centrale, è collocato il monumento funebre del musicista catanese Vincenzo Bellini la cui salma fu traslata il 23 ottobre 1876 dal cimitero parigino di Père-Lachaise. Le sculture realizzate in marmo di Carrara e bronzo sono opera di Giovanni Battista Tassara, la targa reca inciso l'incipit dell'aria de La sonnambula:

Terza campata: Altare dedicato a Santa Rosalia, dipinto Gloria di Santa Rosalia di Guglielmo Borremans del 1730, opera commissionata da Pietro Galletti in omaggio alla Patrona di Palermo.

Quarta campata: Cappella altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù, statua Sacro Cuore di Gesù.

Quinta campata: Altare dedicato a Sant'Antonio di Padova, dipinto Sant'Antonio di Padova opera di Guglielmo Borremans del 1730. Addossato al pilastro il monumento sepolcrale del vescovo Emilio Ferrais † 1930, opera dello scultore Pietro Pappalardo.

Sesta campata: Altare dedicato alla Sacra Famiglia, dipinto Sacra Famiglia opera di Pietro Abbadessa. Dirimpetto a questo altare, addossato al pilastro, è collocato il monumento funebre di Domenico Orlando morto nel 1839.

Settima campata: Altare dedicato a Santa Maria, dipinto Maria Corredentrice opera di Emanuele Di Giovanni del 1961. Sotto la mensa riposa Giuseppe Benedetto Dusmet. Addossato al pilastro il cenotafio del Cardinale, monumento funebre fino alla beatificazione, opera di Filadelfo Fichera.

Navata sinistra

Prima campata: Altare dedicato a San Giorgio, dipinto San Giorgio e il drago opera di Girolamo La Manna del 1624.

Seconda campata: Altare dedicato a san Francesco da Paola, dipinto San Francesco di Paola opera di Giuseppe Guarnaccia.

Terza campata: Altare dedicato alla Madonna delle Grazie, dipinto Madonna delle Grazie e Santi con san Gaetano e san Filippo Neri opera di Giovanni Tuccari del 1741, eseguita su commissione di Pietro Galletti arcivescovo di Catania già vescovo di Patti.

Quarta campata: ingresso navata sinistra con portale esterno opera di Giovan Battista Mazzolo del XVI secolo, per stile più affine alla mano del figlio Giandomenico, già autore delle decorazioni al portale d'accesso della Cappella del Crocifisso.

Quinta campata: Altare di sant'Antonio abate, dipinto Sant'Antonio Abate nel deserto opera di Guglielmo Borremans del 1730, committente Pietro Galletti. Addossato al pilastro il monumento sepolcrale del vescovo Carmelo Patanè † 1952, opera di Raffaele Leone.

Sesta campata: Altare di Sant'Agata, dipinto Martirio di Sant'Agata opera di Filippo Paladini del 1605 commissionata per adornare il primitivo altare della cappella eponima patrocinato dal vescovo Giovanni Ruiz de Villoslada. Addossato al pilastro è collocato il monumento sepolcrale di Corrado Maria Deodato Moncada † 1823, opera concepita da Antonio Calì.

Settima campata: Altare di San Berillo, dipinto San Pietro consacra San Berillo primo vescovo della città, opera di Andrea Suppa. Addossato al pilastro il monumento sepolcrale del cardinale Giuseppe Francica Nava di Bondifè † 1928.

Transetto

Sul pilastro destro dell'arco trionfale fronte presbiterio è collocato il monumento sepolcrale del vescovo Michelangelo Bonadies.

Transetto occidentale destro è collocato il monumento funebre del vescovo artefice dell'ultima ricostruzione del luogo di culto monsignore Pietro Galletti. È il più sontuoso monumento della chiesa, realizzato in marmo, riccamente decorato e intarsiato. Presenta una peculiarità che lo accomuna a diverse altre opere presenti in cattedrale: il legame con le radici normanne di tutto l'impianto basilicale. Il quadro del "DIVO GIORGIO" ricorda il santo protettore delle tante battaglie per riconquista normanna dell'isola, le figure dei mori che reggono il sarcofago del monumento commemorativo rappresentano la sottomissione degli arabi all'opera di ricristianizzazione operata dal casato degli Altavilla. La cruenza di molteplici eventi si traduce nel tempo in duraturi periodi di pacifica e costruttiva convivenza che hanno lasciato impronta d'eccellenza in tutti i campi dello scibile umano. Il messaggio intrinseco odierno non è tanto il senso di oppressione, di dominio, di giogo che il particolare contesto storico d'inizio millennio ha attribuito, quanto il ruolo di base, sostegno, fondamento, pilastro, apporto, contributo che il contesto arabo ha arrecato nel meridione d'Italia.

Sul pilastro sinistro dell'arco trionfale fronte presbiterio è collocato il monumento sepolcrale del vescovo Francesco Antonio Carafa.

Cappella della Vergine

L'ingresso alla Cappella della Vergine o della Madonna del Rosario è delimitato da un portale marmoreo realizzato nel 1545 dallo scultore Giovan Battista Mazzolo altrimenti denominata Porta della Candelora. Lo scultore carrarese esponente del rinascimento siciliano è presente col figlio Giandomenico Mazzolo o Mazzola con tre portali di cui uno esterno. Nel portale sono presenti scena di vita della Vergine, la lunetta sull'architrave raffigura l'Incoronazione della Vergine pertanto la Cappella della Madonna del Rosario è altrimenti citata come Cappella della Vergine dell'Incoronazione.

La sopraelevazione dell'altare illuminata da un'elegante monofora interna realizzata in pietra lavica, è costituita da un arco normanno sorretto da colonne con capitelli corinzi, custodisce la scultura marmorea della Vergine dell'Incoronazione. Il basamento dell'altare presente è stato trasferito nel 2000 dal presbiterio dell'abside maggiore. Nella parte superiore sono incastonate le figure degli Apostoli e scene sacre, nel prezioso paliotto marmoreo in altorilievo è raffigurata Sant'Agata contornata da putti aleggianti su nuvole. L'opera è commissionata da Corrado Maria Deodato Moncada nel 1805, realizzata su progetto dell'architetto Stefano Ittar e portata a compimento sotto l'episcopato del Cardinale Giuseppe Francica Nava di Bondifè nel 1915.

Le dinastie del regno di Sicilia seguono una linea di continuità attraverso i Normanni, Svevi, Aragonesi rappresentati attraverso le casate degli Altavilla, Hohenstaufen, Aragona, eccetto la parentesi Angioina.

Il filo logico strettamente parentale che lega le varie famiglie nobiliari sono le figure del Gran Conte Ruggero, Federico II di Svevia e Federico III di Sicilia, rispettivamente il primo è bisnonno del secondo e questi, a sua volta, bisnonno del terzo.

Nel 1958 all'interno della cappella sono stati collocati i sarcofagi precedentemente incastonati sulle pareti del catino absidale al di sopra del coro ligneo, essi costituiscono rispettivamente i monumenti funerari di:

Costanza d'Aragona († 1363), sorella di Martino I di Aragona e regina consorte di Federico IV di Sicilia. Dal viso della statua riprodotta sul coperchio circa 10 anni dopo la scomparsa della sovrana è stata tratta l'impronta per forgiare il volto del busto - reliquiario di Sant'Agata.

Reali d'Aragona ovvero il ramo dei Sovrani siciliani del Casato degli Aragona.

Il sarcofago tipo "Sidamara" di età romana, custodisce i resti mortali di:

Federico III di Sicilia o "Federico II d'Aragona" o "Federico di Trinacria" († 1337).

Giovanni d'Aragona († 1348) figlio di Federico III di Sicilia.

Ludovico di Sicilia o "Ludovico di Trinacria" († 1355), detto pure Luigi I di Sicilia, figlio di Pietro II di Sicilia e nipote di Federico III di Sicilia.

Maria di Sicilia († 1401), figlia di Costanza d'Aragona e Federico IV di Sicilia, nipote di Pietro II di Sicilia e pronipote di Federico III di Sicilia.

Pietro di Sicilia († 1400), Federico poi detto Pietro, figlio unico di Maria di Sicilia e di Martino il Giovane o "Martino I di Sicilia", nipote di Costanza d'Aragona.

Martino d'Aragona († agosto 1407), figlio di Bianca di Navarra e di Martino il Giovane o "Martino I di Sicilia".

Blasco II Alagona il juniore, sepoltura.

Cappella del Crocifisso

1563, Portale di Giandomenico Mazzolo adornato con 14 bassorilievi raffiguranti scene della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù.

La Cappella del Santissimo Crocifisso ospita un grande Crocifisso inserito in una nicchia reliquiario, contornato dalle statue della Madonna Addolorata e di San Giovanni. Sono presenti una Via Crucis e altri busti sacri. Sepolcro del vescovo Bonaventura Secusio patrocinatore del convento della chiesa di Sant'Agata la Vetere. L'ambiente ospitava la primitiva Cappella di San Silvestro.

Sagrestia

Nel 1657 all'interno dell'ambiente si verificò un furioso incendio che distrusse gran parte dei reperti custoditi. Dell'archivio della chiesa, del capitolo e del vescovado si salvarono solo i documenti relativi ai privilegi e alle concessioni di Ruggero II, di Enrico VI, Federico II, Corrado IV e Manfredi. Nel 1375 circa il vescovo Marziale commissionò il bacolo pastorale in oro, argento e pietre preziose, Pietro Galletti le preziose tappezzerie, paramenti e indumenti in seta.

La ricostruzione fu patrocinata dal vescovo Michelangelo Bonadies, le strutture resistettero al terremoto del Val di Noto del 1693. Oggi custodisce un importante affresco raffigurante l'Eruzione dell'Etna del 1669, opera del pittore Giacinto Platania. È presente un armadio da sagrestia del XVIII secolo.

Abside destra - Cappella di Sant'Agata

In fondo alla navata destra si apre la cappella più cara a tutti i catanesi, autentico scrigno di tesori d'arte. Un'elaborata cancellata in ferro battuto, opera di Salvatore Sciuto Patti del 1926, protegge il maestoso ambiente dedicato a Sant'Agata. In senso orario tre diverse espressioni artistiche (architettura, arte religiosa, statuaria funeraria), opere dell'artista messinese Antonello Freri, realizzate nel biennio 1495-96.

Portale sacello: portale d'accesso alla «Cammaredda» realizzato nel 1495. Monumentale manufatto marmoreo concepito in epoca rinascimentale con influssi di stile catalano - aragonese con rilievi indorati. L'architettura presenta fusti di colonne con decorazione a foglie d'acanto, i rispettivi capitelli reggono mensole sulle quali poggia e si articola un elaborato architrave aggettante ornato da fregio con cherubini alati. Il vano sottostante, caratterizzato dalla volta a cassettoni, ospita il varco d'accesso al sacello protetto da una fitta cancellata sormontata da una raffigurazione della martire sorretta da putti e angeli. Nell'ordine superiore un'edicola fiancheggiata da vasi con fiori stilizzati, racchiude la nicchia contenente la statua della Santa a tutto tondo. Chiude la complessa composizione un lunettone raffigurante Dio Padre benedicente. Sulla parete sinistra appena dietro l'inferriata, coperta da una immagine del busto - reliquiario, è murata la lapide commemorativa l'eruzione dell'Etna del 1669. Completano l'arredo una serie di lampade votive, fra le quali, quella voluta dal viceré di Sicilia Francisco Fernández de La Cueva, duca di Alburquerque.

'A Cammaredda: locale realizzato chiudendo il passaggio interno per l'ingresso dei canonici nel coro. Il vano custodisce le reliquie.

Busto - reliquiario: opera dell'artista senese Giovanni di Bartolo eseguito a Limoges negli anni a cavallo il 1373 e il 1376.

Scrigno: grande cassa d'argento sbalzato e cesellato, capolavoro dell'oreficeria tardogotica europea di argentieri catanesi fra i quali si annovera Vincenzo Archifel e il figlio Antonio, Paolo Guarna, realizzato nel XV - XVI secolo, all'interno sono riposte le teche contenenti le diverse parti del corpo della Santa. Lo scrigno custodisce anche il famoso velo indossato da Agata.

Retablo: Altare di Sant'Agata. L'elevazione marmorea su più ordini, presenta sotto la mensa un bassorilievo raffigurante Sant'Agata realizzato all'interno di una corona fitomorfe sorretta da angeli, ai lati le scene di martirio subiti: l'Asportazione della mammella e il Supplizio dei carboni ardenti. Alle estremità, retti da puttini, sono presenti lo stemma papale con triregno e le insegne cardinalizie con galero e fioccature di nappe. Il tabernacolo è chiuso da sportello argenteo raffigurante l'Agnus Dei delimitato da pannelli con angeli adoranti, fanno corona scene che descrivono il rientro delle sacre spoglie da Costantinopoli. Sulla fascia superiore in sei differenti scomparti, altrettanti angeli presentano i simboli della Passione di Cristo. Il trittico centrale dell'elevazione, ripartito in nicchie, presenta nello scomparto mediano la mandorla riproducente Gesù incorona Sant'Agata presentata dalla Vergine Maria fra putti festanti, ai lati gli apostoli San Pietro e San Paolo. Sulle mensole delle colonnine gli evangelisti Luca, Giovanni, Marco, Matteo, statuette con simbolo allegorico a tutto tondo collocate con sfondo, il cornicione sommitale, ove si alternano agli stemmi della città di Catania e della regnante Casa d'Aragona. Completano la decorazione delle pareti due affreschi seicenteschi che rappresentano Santa Lucia in preghiera sulla tomba della martire catanese e la Vergine Digna incoraggiata al martirio da Sant'Agata corredati da estesi cartigli esplicativi. Nella calotta absidale sovrasta la monofora, la replica dell'Incoronazione di Sant'Agata, opera di Giovanni Battista Corradini del 1628.

Sepolcro De Acuña: monumento funebre. Sepoltura di Fernando de Acuña y de Herrera, conte di Buendía † 2 dicembre 1494. L'opera fu voluta da Donna Maria d'Avila, per ricordare il marito grande devoto della martire Agata, scomparso prematuramente. Due alti plinti fanno da base alle colonne sostenute da due leoncini recanti gli stemmi gentilizi dei De Acuña e degli Avila. I fusti presentano una decorazione a foglie d'acanto, le lesene parietali motivi a candelabra, il vano della parete è occupato da un drappo a baldacchino sorretto da putti con le insegne di Casa d'Aragona e il cristogramma su raggiera. Sull'architrave dell'elevazione sono rappresentati a bassorilievo il Cristo e gli Apostoli, la volta dell'ambiente presenta la decorazione a cassettoni, chiude come coronamento una ghirlanda sorretta da angeli sulla quale è scolpito un monogramma, sormonta lo scudo sommitale una statuetta allegoria della Giustizia. La scultura mostra il viceré vestito di armatura, in ginocchio orante dinanzi ad un leggio drappeggiato di stoffe, su cui sta aperto il libro delle preghiere, adiacente a lui è un paggio col grande scudo che gli ricopre quasi tutta la persona. Un'iscrizione recita: "HOC OPUS ET SEPVLCRVM ILLVDHIVSTRIS DONNI - FERDINANDI DEACVNA PRO REGIS SICILIE MANDAVIT - FIERI EIVS CHARISSIMA VXOR DONA MARIA DE AVILA - ANNO DOM. M. CCCCLXXXXV", e la dicitura autografa "OPVS ANTONI DEFRERI MESSENESIS".

Ai lati dell'altare i monumenti settecenteschi del cardinale Camillo Astalli-Pamphilj e del vescovo Andrea Riggio.

Abside - Altare maggiore

Oltre la crociera, la navata centrale termina con una profonda abside normanna, coperta con volta a botte ogivale e terminante con una parete semicircolare. Mentre esternamente essa presenta ancora l'antico paramento murario in pietra lavica dell'Etna, all'interno è decorata da un ciclo di affreschi opera del pittore romano Giovanni Battista Corradini commissionati da Innocenzo Massimo e risalenti al 1628; l'opera è incentrata sui santi patroni della città di Catania, nei quadroni del catino absidale San Berillo, Sant'Euplio, Santo Stefano protomartire (raffigurato con Ponziano, Fabiano e Cornelio) e Sant'Agata, la cui "Incoronazione" è raffigurata al centro della calotta absidale. Testimonianze dell'epoca normanna sono le due colonne che sorreggono l'arco absidale e la monofora ogivale, chiusa da una vetrata moderna e posta in posizione centrale.

All'interno dell'abside trova luogo la cripta normanna sotterranea e il presbiterio, preceduto da una rampa di scale che lo delimita sulla parte anteriore; esso ospita, in posizione avanzata, i moderni altare maggiore e ambone, realizzati nel 2000; l'antico altare neoclassico in marmi policromi si trova nella Cappella della Madonna del Rosario con accesso nel transetto di destra. Lungo le pareti dell'abside, invece, si trova il pregevole coro ligneo barocco, realizzato dallo scultore napoletano Scipione di Guido alla fine del XVI secolo, comprendente anche la cattedra all'estremità destra, il cui ordine superiore è costituito da 34 stalli. Negli stalli in bassorilievo sono riprodotte scene raffiguranti la vita, il martirio di Sant'Agata e i momenti della traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Catania. Opera commissionata dal vescovo Giovanni Corrionero e perfezionata da Giandomenico Rebiba.

L'attuale altare in bronzo "versus populum" commissionato dal vescovo Luigi Bommarito allo scultore Dino Cunsolo insieme all'ambone e al porta cero pasquale, sostituisce il primitivo altare collocato attualmente nella "Cappella della Vergine" del transetto destro.

Abside sinistra - Cappella del Santissimo Sacramento

Cappella privata della nobile famiglia Gravina – Cruyllas, le lapidi alle pareti e sul pavimento ai piedi dell'altare indicano la sepoltura di alcuni suoi componenti. Già primitiva Cappella di San Benedetto con interventi operati da Bonaventura Secusio.

Organo a canne

La controfacciata della navata centrale è caratterizzata dalla presenza di una cantoria in stile neoclassico, realizzata nel 1926, su progetto di Carmelo Sciuto Patti, la quale ospita un organo monumentale. Quest'ultimo venne commissionato dal cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, all'organaro francese Nicolas Théodore Jaquot, nel 1877, e, una volta terminato, lo strumento venne posizionato nell'abside centrale, alle spalle dell'altare maggiore. Nel 1926, in seguito alla riorganizzazione dell'area absidale, venne costruita la già citata cantoria, nella controfacciata, e su di essa venne trasferito l'organo a spese del cardinale Francica Nava; in tale occasione, lo strumento venne ampliato dalla ditta organaria Laudani e Giudici e dallo scultore Giambattista Sangiorgio. Inutilizzabile per decenni, nel 2012 è iniziato un importante intervento di restauro ad opera della ditta organaria Mascioni, terminato nel 2014.

Lo strumento è a trasmissione meccanica con sistema elettronico di assistenza per le combinazioni, la sua consolle dispone di 2 tastiere di 58 note ciascuna e una pedaliera di 30 note.

Monastero benedettino

Il monastero dell'Ordine Benedettino fu edificato tra il muro meridionale del tempio e la cinta muraria, in seguito all'insediamento dell'abate Ansgerio, primo vescovo della reinsediata diocesi. Nel 1338, il vescovo Simone del Pozzo, finanziò le spese per l'espansione e l'attrezzaggio del porto appena fuori Porta della Marina, in seguito rinominata Porta Uzeda. Nel 1375, il vescovo Marziale, riparò il peristilio e fece restaurare il monastero.

Nel XVI secolo il monastero cessa dignità ed ai monaci subentrano i canonici, il capitolo e i cappellani del clero secolare.

Nel 1614 il Palazzo del Seminario dei Chierici, patrocinato dall'arcivescovo Bonaventura Secusio, è documentato come posto dinanzi alla Loggia Senatoria. In seguito al terremoto del 1693 furono riedificati il battistero, il seminario dei Chierici, perfezionato nella forma attuale, e il palazzo vescovile.

Palazzo vescovile

L'edificio con ingresso su via Vittorio Emanuele II dietro le absidi della cattedrale, presenta 2 prospetti, uno lungo, sulla marina, e uno breve, su via Porticello.

Realizzato insieme alla cattedrale, nell'XI secolo, fu ingrandito nel XVI secolo con la realizzazione dei bastioni a difesa della marina. Nel XVIII secolo, con la ricostruzione post-terremoto - su disegno dell'acese Salvatore Amico -, si divise in Vescovado, sede del recente Museo dell'Arcivescovado, Casa del Fercolo e Porta Uzeda, che raccorda le due ali del Palazzo del Seminario dei Chierici.

Palazzo del Seminario dei Chierici

L'istituzione risale al 1572, mentre, il trasferimento nella attuale sede, al 1614. Il Palazzo del Seminario dei Chierici, ricostruito nel XVIII secolo dopo il terremoto, ad oggi è sede del Museo diocesano di Catania.

Loggia Senatoria

Il Palazzo Senatorio o Loggia Senatoria o Loggia Medievale, ad oggi porta il nome di Palazzo degli Elefanti, e costituisce il municipio della città.

Il primitivo edificio del sacro recinto è da identificare col termine di cattedrale, quando quest'ultimo è utilizzato per indicare la sede delle assise o sessioni itineranti del Parlamento siciliano.

Cimitero dei monaci

Il cimitero dei monaci è documentato ad est, posto dietro le absidi della cattedrale. Nel XVIII secolo, il vescovo Corrado Moncada, perfezionò la galleria in marmo del cimitero.

Cultura
Leggende

Quando nel 1232 la città di Catania aderì ad una rivolta anti-sveva, che aveva unito diverse città siciliane, Federico II di Svevia, re di Sicilia, venne appositamente con un poderoso esercito per punire la città rivoltosa. Secondo la tradizione, re Federico, infuriato, ordinò di distruggere la città e di uccidere tutti i suoi abitanti, ma revocò l'ordine e si pentì del suo intento quando, assistendo ad una messa in cattedrale, lesse la frase miracolosamente apparsa sul suo breviario "Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est".

Letteratura

Il poeta Mario Rapisardi ha dedicato la poesia Vespro d'autunno alla campana della cattedrale di Catania:

Feste religiose

3, 4, 5 febbraio, Festa di sant'Agata.

17 agosto, Festeggiamenti per l'anniversario del rientro delle spoglie da Costantinopoli.

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castello Ursino

Castello · Catania

castello Ursino

Il castello Ursino (in siciliano casteḍḍu Ursinu) di Catania fu costruito dal re Federico II di Svevia nel XIII secolo. Il maniero ebbe una certa visibilità nel corso dei Vespri siciliani come sede del parlamento siciliano e, in seguito, come residenza dei re di Sicilia della dinastia aragonese, fra i quali Federico III. Oggi è sede del Museo Civico della città etnea, formato principalmente dalle collezioni della famiglia Biscari e del Monastero dei Benedettini.

== Storia ==

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Prima del castello

Sul sito dove sorge l'edificio attuale è testimoniato uno dei nuclei più antichi dell'abitato catanese, risalente alla prima fase abitativa della polis greca di Katane. Sebbene in passato sia stata ipotizzata sul luogo la presenza di una torre di epoca normanna - la Torre di Don Lorenzo - non solo di essa non c'è traccia alcuna ma gli studiosi tendono a ritenere l'ipotesi di una preesistenza normanna sul sito del castello priva di fondamenti scientifici ed, eventualmente, di ricercarla in altro sito del centro storico cittadino. Gli studiosi ritengono che il castello sia il castrum menzionato nella lettera indirizzata da Federico II al suo architetto, Riccardo da Lentini, quando il cantiere doveva ancora avviarsi.

Medioevo

Il castello Ursino fu voluto da re Federico II di Svevia e la sua edificazione iniziò nel 1239. L'imperatore aveva pensato il maniero come parte di un più complesso sistema difensivo costiero della Sicilia orientale, che includeva, fra gli altri, anche il castello Maniace, a Siracusa, e quello di Augusta, e come residenza imperiale in città. Il progetto e la direzione dei lavori furono affidati all'architetto militare Riccardo da Lentini. Secondo il Correnti sarebbe stato costruito sulla costa per volontà di Federico II e il nome "Ursino" deriverebbe da Castrum Sinus, ovvero il "castello del golfo". Qualcuno, tuttavia, ritiene che in origine il castello non si trovasse sulla costa e la denominazione Ursino sarebbe legata all’omonima famiglia che, nel corso del XIII secolo, lo avrebbe occupato.

All'interno del castello avvennero alcuni dei momenti più importanti delle Guerre del Vespro. Nel 1295 vi si riunì il Parlamento siciliano, che dichiarò decaduto Giacomo II come re di Sicilia, ed elesse Federico III con il nuovo titolo indipendente di re di Trinacria.

Nel 1296 il castello fu preso dalle truppe francesi di Roberto d'Angiò ma espugnato dagli aragonesi nello stesso anno. Re Federico abitò il maniero a partire dal 1296, facendo di esso il centro della corte aragonese e così fecero anche i suoi successori Pietro II, Ludovico I, Federico IV e Maria. Inoltre, nel 1337, la Sala dei Parlamenti funse anche da camera ardente per la salma di re Federico III. Nel 1347, nella stessa sala, venne firmata la cosiddetta Pace di Catania fra Giovanni d’Aragona e Giovanna I d'Angiò, regina di Napoli, ponendo così fine alle guerre del Vespro.

Il castello Ursino fu dimora reale dei sovrani del casato degli Aragona di Sicilia (ramo parallelo siciliano del casato spagnolo) e ne ospitò tutti i re dal 1296 al 1415, quando ospitò la regina Bianca d'Evreux, di origine normanna, ereditaria del Regno di Navarra e sposa di Martino I.

Nei primi anni del XV secolo l'edificio risulta circondato dalla città e diverse casupole vi si addossano. Sarà re Martino I, nel 1405, a far eseguire lo sgombero dello spazio intorno al maniero per ricavare una piazza d’armi, demolendo, tra gli altri, il convento di San Domenico costruito nel 1313.

Il castello, dimora di Maria di Sicilia, fu teatro del rapimento della regina da parte di Guglielmo Raimondo Moncada, nella notte del 23 gennaio 1379, per evitare il matrimonio di quest’ultima con Gian Galeazzo Visconti.

Alfonso V riunì, il 25 maggio del 1416, nella sala dei Parlamenti del castello, i baroni e i prelati dell'isola per il giuramento di fedeltà al sovrano e fino al 30 agosto vi si svolsero gli ultimi atti della vita politica che videro Catania città capitale del regno di Sicilia. Nel 1434 lo stesso re Alfonso firmò nel castello l'atto con cui concedeva la fondazione dell'Università degli Studi di Catania.

Nel 1460 si riunirà nel castello il primo Parlamento del periodo aragonese-castigliano presieduto dal viceré Giovanni Lopes Ximenes de Urrea. Al suo interno morì, nel 1494, don Ferdinando de Acuña viceré di Sicilia, il quale verrà sepolto in Cattedrale, nella cappella di Sant'Agata.

Età Moderna

Dal XVI secolo, con l'introduzione della polvere da sparo, il castello vide sempre più indebolito il suo ruolo militare, diventando dimora del castellano e, temporaneamente del viceré, mentre parte di esso fu adibita a prigione.

Si deve a questo periodo, in particolare sotto la reggenza di Carlo V, una massiccia manipolazione dell'edificio atta a ricavarne una fortezza integrata con il sistema difensivo moderno: a difesa del castello vengono costruiti il Bastione di San Giorgio, sul lato sud, e il Bastione di Santa Croce, verso nord-est, mentre al suo interno vengono eseguite alcune modifiche nello stile proprio del periodo. L'11 marzo 1669, da una frattura sopra Nicolosi, ebbe inizio la più imponente eruzione dell'Etna di epoca storica che, dopo aver distrutto orti e casali dell’hinterland, giunse alle mura della città, che riuscì a superare da Nord-Ovest, nella zona del Monastero di San Nicolò l'Arena, per poi dirigersi verso il Bastione di San Giorgio. Il 16 aprile la lava arrivò attorno al castello e, pur non intaccandone le strutture, ne colmò il fossato, coprì i bastioni e spostò per alcune centinaia di metri anche la linea della costa.

Infine, il terremoto del 1693 provocò una serie di danni alle strutture e alcuni crolli, compromettendo definitivamente il ruolo militare del castello.

Restaurato all’inizio del XVIII secolo, continuò ad ospitare le guarnigioni militari, prima piemontesi (1714) e poi borboniche, assumendo anche il nome di Forte Ferdinandeo. Rimase tuttavia una prigione fino al 1838, quando il governo borbonico, riconoscendone il ruolo come fortilizio, vi apportò restauri e vi aggiunse nuove fabbriche che finirono con l'occultare sempre di più l'originaria struttura sveva.

In tale stato il maniero rimase fino agli anni 1930, quando fu oggetto di un radicale restauro, in vista della sua trasformazione in Museo civico .

Museo Civico

Acquisito nel 1932 dal comune e sottoposto a restauri, oggi il castello si trova in pieno centro storico e, dal 20 ottobre 1934, è adibito a Museo Civico di Catania. Nel mese di novembre del 2009 sono stati ultimati alcuni lavori di restauro. Conserva ed espone principalmente la collezione della famiglia Paternò Castello di Biscari e del Monastero dei Benedettini.

Architettura

La struttura è a pianta quadrata e ogni lato misura circa 50 m. I 4 angoli sono dotati di torrioni circolari con diametro poco superiore ai 10 m e altezza massima di 30, mentre le 2 torri mediane sopravvissute (in origine erano 4) hanno un diametro di circa 7 m. Le mura sono realizzate, tramite opus incertum, in pietra lavica e presentano uno spessore di 2.50 m. Originariamente il castello presentava, alla base, delle scarpate che lo slanciavano, dandogli un aspetto decisamente imponente. Esse sono visibili nel fossato del lato sud del castello grazie agli ultimi scavi effettuati. Il progetto originale probabilmente non prevedeva una merlatura, rara nei castelli federiciani, ma successive modifiche e ricostruzioni della parte sommitale di alcune torri, hanno probabilmente previsto l'inserimento di merlature. La pianta originale si basa sulla relazione tra quadrato e ottagono, con possibile riferimento alla cabala ebraica.

Nel corso dei secoli la struttura originale non ha subito cambiamenti notevoli. Trovandosi a breve distanza dalla principale via d'accesso a sud della città, la Porta della Decima, sita in località Muro Rotto, e circondato da ruderi di antica memoria (dal Bolano in poi, si identificavano a ovest la Naumachia e ad est il Ginnasio), si integrava con i quartieri meridionali della città, i quali si trovarono addossati all'edificio fino ad inizio del XV secolo. Nel 1405 infatti l’abitato che ormai lo soffocava, venne sventrato e il castello fu dotato, inizialmente di una piazza d'armi e poi di un fossato, venendo fortificato e circondato dalla cortina muraria cittadina lungo la quale, in prossimità del castello, si spingevano i 2 bastioni di San Giorgio e Santa Croce. Sul lato settentrionale, che è quello principale ed è ben conservato, era sita l'entrata principale del castello, difesa da un ponte levatoio e da mura, i cui resti sono ancora visibili nel fossato di fronte all'ingresso. Sempre nel lato settentrionale vi sono 4 finestre che originariamente non erano previste per renderlo meno vulnerabile agli attacchi nemici. Una base a scarpa venne poi realizzata per rafforzare la struttura del castello.

Il lato sud subi alcuni cambiamenti nel tempo, data la scomparsa della torre mediana e delle numerose finestre aperte nel tempo. Qui troviamo una porta secondaria detta "porta falsa" che, per mezzo di uno scivolo (che probabilmente era in legno e pietra), conduceva all'imbarcadero a mare, ricavato oltre il bastione. Le manipolazioni cinquecentesche e la colata lavica del 1669, purtroppo, non ci consentono di stabilire esattamente ove fossero previste eventuali estensioni di mura che raggiungessero il maniero: il lato sud del castello fino alla metà del XVI secolo doveva affacciarsi imponente, pur a una certa distanza, sul mar Jonio, dal quale era separato da una larga riva sabbiosa. La realizzazione del bastione di San Giorgio e della piattaforma di Santa Croce, resero più efficiente l'edificio per l'uso dei cannoni, fortificando il castello e rendendolo parte di un sistema difensivo ben più articolato che non in età medioevale. Il definitivo allontanamento dal mare e l'innalzamento del livello del terreno circostante al castello fu dovuto alla colata lavica del 1669 che lo cinse quasi totalmente e sommerse i bastioni. Il castello così, una volta dominante sul golfo, ne sembrò quasi appiattito al suolo.

Anche il lato est non presenta più la semi torre centrale, ma vi si trova una meravigliosa finestra di fattura rinascimentale con un pentalfa in pietra lavica. I moderni lavori di restauro hanno portato alla luce fino ad ora parte dei bastioni cinquecenteschi, una garitta perfettamente conservata e gli originari basamenti a scarpa che oggi restituiscono l'originaria maestosità alle torri angolari del castello.

L'ingresso, di fattura semplice, si trova nel prospetto nord ed ha sopra, in una nicchia, una scultura raffigurante un'aquila sveva, simbolo del potere di Federico II, che afferra una lepre, erroneamente scambiata talora per agnello. Come si evince dalle planimetrie cinque e secentesche, tale ingresso, nel XVI secolo, venne occultato da una torretta semicilindrica a baionetta aperta sul lato occidentale, di cui oggi resta solo il muro di fondazione.

Al suo interno si sviluppava la corte; ad oggi rimane un cortile con scala esterna in stile gotico, costruita in età rinascimentale. Attorno al cortile interno c'erano le 4 grandi sale fiancheggiate da sale minori, dalle quali si accedeva alle torri angolari. Ogni grande sala è divisa da 3 campate, coperte da volte a crociera costolonate, che si dipartono da semicolonne con capitelli ornati a foglie; tale fuga di crociere quadrate dona l'aspetto di "campate di un maestoso tempio gotico".

Dal piano inferiore al piano superiore si accedeva attraverso scale a chiocciola posizionate all'interno delle semitorri nord e sud. Funzionalmente il castello combinava sia la funzione di reggia (palatium) che quella di maniero (castrum).

L'aspetto complessivo del castello nel suo ambiente circostante è notevolmente cambiato nel tempo; era prossimo al mare nei lati sud ed est, probabilmente in una vasta area aperta ridottasi ad uso agricolo dopo il progressivo abbandono dei quartieri meridionali nel corso della tarda antichità. In seguito, forse nel corso del XIV secolo, durante l'espansione della Giudecca di Catania, la campagna su cui sorgeva venne occupata da fabbricati e conventi, tra cui quello di San Domenico eretto nel 1313. Dal 1405 intorno all'edificio fu ricavata un'ampia piazza d'armi.

Dopo la colata lavica del 1669 il castello si trovò allontanato dalla linea di costa di molte centinaia di metri e con il livello del terreno circostante più elevato di una decina di metri, così che la sua imponenza e la sua magnificenza vennero occultate per sempre.

I graffiti dei carcerati

Il lungo periodo durante il quale il castello fu adibito a carcere, tra il XVI ed il XIX secolo, comportò notevoli modifiche strutturali, poiché il maniero federiciano, nonostante la sua ampiezza, non aveva un numero sufficiente di locali che si prestassero ad essere usati come carceri. Così, le grandi sale del piano terra, furono suddivise da nuovi muri e solai, che crearono ambienti minori, in cui i prigionieri stavano come l'anime dannate nei cosiddetti dammusi, cioè celle piccole, oscure e infestate da topi, scorpioni e tarantole.

Una traccia di questa pagina della storia del castello, si trova nelle centinaia di graffiti che riempiono i muri e gli stipiti di porte e finestre di tutti gli ambienti del piano terra (ad eccezione di quelli sul lato nord) ed il cortile interno.

Disegni: si tratta di stemmi, ma anche di teste e volti generalmente disegnati di prospetto, talvolta con intento caricaturale. Fra le rappresentazioni figurate, quelle di maggiore interesse si trovano nel cortile. Si tratta di una torre merlata e di 4 imbarcazioni a 3 alberi, tipi di galeoni in voga fra XVI e XVII secolo, descritti con grande precisione. Molto frequenti anche i simboli di carattere religioso, in particolare la croce e gli strumenti della Passione, nella cui rappresentazione il carcerato ravvicinava la propria sofferenza a quella di Cristo. L'esempio più interessante si trova nel cortile, una grande croce con Nodi di Salomone ai vertici, con scala, spugna, tenaglie e martello.

Iscrizioni: spesso si tratta solo di un nome, una data (la più antica riporta il 1526) e la frase Vinni carceratu. Ma il repertorio è vastissimo e comprende riferimenti alla colpa attribuita al prigioniero, rispetto alla quale egli si dichiara innocente, vittima di complotti o tradimenti, e poi sentenze o riflessioni dettate dalla durezza della vita in carcere. Fra queste un tale Don Rocco Gangemi, che scrive: Miseru cui troppu ama e troppu cridi. Particolarmente interessanti, sul portale del lato sud del cortile, 2 lunghe frasi che mostrano dei precisi e puntuali riferimenti con la contemporanea produzione dei poeti Antonio Veneziano e Antonio Maura, ed una lapidaria incisione sul senso della vita: Mundus rota est. La lingua di queste iscrizioni è per lo più il siciliano, ma con uso anche del latino, dello spagnolo e di un misto di siciliano e latino.

Il Castello nella cultura di massa

Nel 198 le Poste Italiane dedicarono al Castello Ursino un francobollo da 40 lire, che fa parte della serie nota come "Castelli d’Italia".

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Teatro Massimo Vincenzo Bellini

Teatro d'opera · Catania

Teatro Massimo Vincenzo Bellini

Il Teatro Massimo Vincenzo Bellini è il teatro dell'opera di Catania.

Il teatro dispone di un'orchestra di 105 elementi e di un coro di 84 elementi.

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Il tenore Beniamino Gigli la proclamò la migliore sala di teatro al mondo per l'acustica.

Storia

Nel 1870 fu affidato, all'architetto Andrea Scala, il compito di trovare un sito idoneo per costruire un nuovo Politeama, dopo aver esaminato le varie opzioni si decise per l'area di Piazza Cutelli. Nonostante le incertezze finanziarie, venne approvato il progetto dello Scala che, con l'assistenza dell'architetto milanese Carlo Sada, portava avanti i lavori finanziati dal gruppo di azionisti della Società Anonima del Politeama. Nel 1880 la società finì presto in liquidazione e fu sostituita dal Comune di Catania, che decise di modificare la struttura a teatro lirico, imponendo variazioni al progetto. I lavori iniziarono nel 1883 ed in 7 anni furono terminati. Mancando i fondi per affidarlo ad un impresario si dovette aspettare il 31 maggio 1890 per l'inaugurazione, avvenuta con l'opera Norma del compositore catanese Vincenzo Bellini.

Lo stile del teatro catanese si ispira all'eclettismo francese del Secondo impero, imposto a Parigi da Charles Garnier con l'Opéra di Parigi. Il prospetto del Teatro Bellini è carico di ornamenti e allegorie; molto elegante il portico d'ingresso per le carrozze, chiuso da cancellate in ferro.

La sala a 4 ordini di palchi oltre il loggione, è di grande ricchezza decorativa ed è una delle più belle tra quelle costruite nel XIX secolo in Italia.

Il soffitto fu affrescato dal pittore Ernesto Bellandi con l'apoteosi di Bellini e le allegorie delle sue maggiori opere: Norma, La sonnambula, I puritani e Il pirata. Il sipario storico, illustrante la Vittoria dei catanesi sui libici, è del pittore catanese Giuseppe Sciuti. Nel ridotto, molto ampio ed elegante tutto marmi e stucchi, notevole è la statua in bronzo di Vincenzo Bellini, opera di Salvo Giordano.

Opere messe in atto, di nota, furono: nel 1931 la messa in scena di L'amico Fritz di Mascagni, con Ines Alfani-Tellini; nel 1933 una edizione de La traviata di Verdi, con Mercedes Capsir e Lina Pagliughi; nel 1934 la Carmen di Bizet, con Gianna Pederzini; nel 1935 di Norma, con Gina Cigna, in occasione delle celebrazioni per il centenario dalla morte del cigno catanese, Vincenzo Bellini; Nel 1941 Don Pasquale di Donizetti, con Toti Dal Monte, e la Bohème di Puccini, con Mario Del Monaco.

Successivamente, gli eventi bellici imposero la chiusura del teatro fino al 1944, quando avvenne la ripresa delle rappresentazioni.

Nel 1950 faceva la sua apparizione Maria Callas in Norma, opera con la quale tornerà anche nel 1951. Sempre nel 1951 la Callas fu anche applauditissima interprete di un altro dei capolavori belliniani, I puritani. Nel 1952 vi canterà il ruolo di Violetta Valery ne La traviata di Verdi e nel 1953 il ruolo del titolo nella Lucia di Lammermoor di Donizetti.

Nel 1955 il teatro ospitò, per l'inaugurazione della stagione, il neoeletto Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e per l'occasione fu portato in scena I puritani, con il soprano Virginia Zeani nel ruolo di Elvira. Di quel periodo si ricordano: nel 1959 I dialoghi delle Carmelitane di Poulenc, che lo stesso autore definì come la migliore messa in scena della sua opera; nel 1960 Giovanna d'Arco al rogo di Honegger, con Vittorio Gassman come attore e regista ed Olga Villi (la rappresentazione fu ripresa dalla RAI e trasmessa in TV), ed Il cavaliere della rosa di Strauss, con le scene di Nunzio Sciavarrello.

Nel 1966 la gestione del "Bellini" veniva presa dal Comune di Catania, che debuttava in questo ruolo con una stagione che vedeva la belliniana Beatrice di Tenda diretta da Vittorio Gui, con Raina Kabaivanska (già protagonista l'anno precedente al suo debutto nel ruolo di Imogene ne Il pirata di Bellini) nel ruolo del titolo e Giuseppe Taddei nel ruolo di Filippo Maria Visconti.

Il 17 gennaio 1970 la stagione lirica venne inaugurata dalla prima esecuzione a Catania del Mosè in Egitto di Rossini, diretta da Gianandrea Gavazzeni, con un cast che vedeva Rita Orlandi Malaspina nel ruolo di Anaide, Biancamaria Casoni in quello di Sinaide, David Ward in quello di Mosè e la regia di Enrico Frigerio.

Il 27 gennaio 1972 lo stesso Gavazzeni diresse una storica edizione de I puritani di Bellini, con Alfredo Kraus (Arturo), Adriana Maliponte (Elvira), Piero Cappuccilli (Riccardo) e Ruggero Raimondi (Giorgio), con la regia di Attilio Colonnello.

Il 30 marzo 1976 viene proposta, nella prima edizione del secolo, la Zaira di Bellini nella ricostruzione di Rubino Profeta, con Renata Scotto nel ruolo del titolo, Maria Luisa Nave in quello di Nerestano, Luigi Roni nel ruolo di Orosmane e Giorgio Casellato Lamberti in quello di Corasmino. L'allestimento fu curato da Attilio Colonnello per regia, scene e costumi.

Nel 1979 si segnalano prima l'Anna Bolena di Donizetti, con Katia Ricciarelli nel ruolo del titolo al suo debutto catanese ed il Macbeth di Verdi, con Olivia Stapp (Lady Macbeth), Kostas Paskalis (Macbeth), Carlo Cava (Banco) e Gianni Raimondi (Macduff) nell'allestimento, con regia e scene di Franco Enriquez.

Il 7 aprile 1981 si tenne la prima esecuzione assoluta di Kean di Zafred, con Nicola Tagger nel ruolo protagonista, diretto dal M° Pierluigi Urbani nell'allestimento e con la regia di Lilian Zafred.

Nel 1986 il Teatro Massimo Bellini diventa, con legge della Regione Siciliana, Ente Autonomo Regionale.

Nel 1997 si tiene la prima assoluta di Rinaldo & C. di Corghi, con Valentina Valente (Almirena), Carmela Remigio (Armida) e Federica Bragaglia.

Nel 2002 la Regione Siciliana dà il via alla trasformazione dell'Ente Autonomo Regionale Teatro Massimo Bellini in Fondazione. Nel 2007 l'Assemblea Regionale Siciliana ha riportato con apposita legge il teatro ad Ente Autonomo Regionale.

Nel 2024 nasce l'associazione "Catania per il Bellini".

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Dirigenza attuale

Sovrintendente

Giovanni Cultrera di Montesano

Direttore Artistico

Fabrizio Maria Carminati

Direttore Principale Ospite

Eckehard Stier (dal 2023)

Consiglio di Amministrazione

Enrico Trantino (Sindaco di Catania) - Presidente

Daniela Lo Cascio (Membro)

Antonio d'Amico (Membro)

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Telefono
+39 095 7306111
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Sito ufficiale
www.teatromassimobellini.it

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basilica Maria Santissima dell'Elemosina

Chiesa · Catania

basilica Maria Santissima dell'Elemosina

L'Antichissima Regia ed Insigne Basilica Collegiata di Maria Santissima dell'Elemosina, meglio conosciuta come Basilica della Collegiata, è una chiesa tardo-barocca di Catania, posta lungo il lato ovest della via Etnea, nell'omonimo quartiere Basilica Collegiata: essa è situata poco più a nord del Palazzo dell'Università, il quale si affaccia sulla piazza omonima.

== Storia ==

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La fondazione

La chiesa sorge su un antico tempio pagano dedicato a Proserpina. Nei primi secoli cristiani si costruì nel sito una piccola chiesa dedicata alla Vergine Maria che in epoca bizantina era dedicata al culto della Madonna dell'Elemosina.

La Leggenda tramanda che da principio una immagine di Madonna situata in un angolo di strada era esposta alla pubblica venerazione. Taluni spinti da pietoso fervore, volendo situare la sacra immagine in un luogo più degno, le alzarono per mezzo di questuazione una chiesetta che poco a poco ingrandita occuperà il primo rango dopo la Cattedrale.

Nel 1198 il tempio fu teatro della congiura denominata della Domenica delle Palme, cospirazione volta contro il vescovo Ruggero.

La Regia Cappella e la contesa con la Cattedrale

Nel periodo in cui Catania fu sede della corte reale siciliana, i re di Sicilia dimoravano al Castello Ursino e avevano eletto a loro cappella privata la chiesa in questione; conferendole nel 1396 tutti i privilegi, i diritti e le onorificenze della Cappella Palatina di Palermo; la chiesa assumeva quindi il titolo di "Regia Cappella" che ancora oggi, in forma epigrafica, torreggia nel prospetto della chiesa.

Con bolla del 1446, Eugenio IV, accogliendo le sollecitazioni di re Alfonso I, le riconosce il ruolo di chiesa parrocchiale, e la erige in Collegiata con capitolo composto da un preposto, diciotto canonici, quattro dignità e venti mansionari. Seguono, infatti, a breve scadenza ulteriori provvedimenti in forza dei quali laute prebende vengono assegnate alla Regia Cappella che viene parimenti «decorata al maggiore incremento del culto del titolo, e delle insegne capitolari» con bolla del 13 luglio 1448 di Niccolò V.

Il Re la fa eseguire dai suoi ufficiali, immettendo d'imperio i canonici della Collegiata nel possesso delle rispettive chiese sacramentali e dei relativi benefici, con ciò stesso segnando la prima frattura fra il Capitolo della Cattedrale e la sua chiesa prediletta. Il distretto della Collegiata era infatti vastissimo, comprendendo infatti numerose chiese tra Misterbianco, Mascalucia, Valverde, Tremestieri, Mompilieri ed Aci Catena.

Di pari passo aumentano, nell'altra parte, sospetti, malumori, risentimenti. E mentre nel palazzo vescovile ci si chiede, non senza irritazione, se sia arrivata l'ora dello smembramento della Chiesa di Sant'Agata, e se il vescovo debba considerarsi oramai titolare di una parte soltanto della diocesi, sopraggiunge un rescritto reale. Chiaro e inequivocabile, esso conferma i timori del vescovo: «La chiesa di Santa Maria dell'Elemosina e il distretto che le compete formano una quasi-diocesi riservata alla regal corona […] per cui codesto vescovo non ci si deve in conto alcuno ingerire, anzi ne deve restare immediatamente escluso». La chiesa infatti apparteneva alla Cappellania Maggiore del Regno di Sicilia, una sorta di ordinariato personale del sovrano siciliano in forza dell'Apostolica Legazia.

Ce n'era abbastanza per far precipitare gli eventi. Infatti, le ostilità fra le due chiese scoppiarono apertamente di lì a poco, e si trascinarono con ostinata determinazione nei secoli successivi.

Le prime scaramucce si ebbero nel 1514 sul terreno protocollare: era invalsa l'abitudine, in quel tempo, che il vescovo di nuova nomina, durante la presa di possesso, si accompagnasse a due canonici, uno della Collegiata, l'altro della Cattedrale, i quali, a turno, gli reggessero il bastone pastorale. «Or dovendo il vescovo Gaspare Pau, successore di Ramirez, fare il suo primo ingresso a Catania partendosi dal cenobio di Santa Maria di Nuovaluce, quelli della Cattedrale pretendevano che il vescovo non permettesse questo onore ai canonici della Collegiata, riserbandolo solamente ad essi». Ne nacque una disputa che indusse il vescovo a escludere dalla cerimonia entrambi i pretendenti, con disappunto dei numerosi fedeli che vi partecipavano.

Nel 1669, il vescovo Bonadies vietò ai capitolari della Collegiata l'uso di alcune insegne canonicali di cui si erano finallora fregiati per concessione di Eugenio IV. Portata la materia del contendere innanzi al Tribunale Apostolico, fu sentenziato a favore del vescovo. Inoltre, qualche tempo dopo, Il Capitolo della Collegiata vide pioversi da Roma un rescritto papale in forza del quale veniva ridotto a 12 il numero dei canonici.

La difficile ricostruzione

Arrivò l'11 gennaio del 1693: la Collegiata fu rasa al suolo dal violentissimo terremoto insieme a gran parte della città. I canonici si adoperarono fin da subito nella ricostruzione mettendo da parte la storica rivalità.

Con la ricostruzione della città pianificata da un architetto e ingegnere militare tedesco, Carlos de Grunenbergh, e coordinata da Giuseppe Lanza, duca di Camastra; l'allargamento delle principali arterie cittadine con tracciato rettilineo e reticolo ortogonale tra loro, suggerì il ribaltamento dell'asse della chiesa, fino ad allora con facciata a ponente, affinché la nuova costruzione prospettasse sulla più importante direttrice cittadina. La strada che dal mare attraverso Piazza del Duomo conduceva alla piazza del Mercato fronteggiando la collegiata era denominata Strada della Luminaria, attuale via Etnea. Nel troncone verso settentrione assumeva il nome di Strada Nuova.

A partire dal 1697, data di inizio dei lavori, i canonici della Collegiata inciamparono nei primi intoppi: con gli architetti per divergenze di vedute sugli elaborati tecnici della fabbrica, con i capimastri sull'andamento dei lavori, con le maestranze per questioni di compensi, persino coi ladri che li derubarono del materiale edilizio depositato nel cantiere. Infine, coi limitrofi che contestarono loro area e spazi vitali.

Il più irriducibile fra questi fu don Michelangelo Paternò Castello, barone della Sigona, il quale, credendo d'essere stato leso nel diritto di proprietà, si oppose contro la costruzione del campanile, in quanto, sosteneva a spada tratta il barone, «Il suono delle campane turba la quiete domestica». L'altra parte ribatté che la chiesa sorgeva nella stessa area di prima, avendosi solo mutata la posizione del prospetto centrale, mutato essendo il tracciato della principale strada su cui s'affaccia la chiesa. Il campanile, in particolare, sarebbe stato elevato nello stesso punto di prima, e le campane, uscite indenni dal terremoto, erano e sarebbero state quelle di prima.

La contesa, però, venne posta in essere, malgrado il diverso avviso dei canonici, e sarà formalizzata dinanzi al Tribunale del Real Patrimonio; ne scaturirà una sentenza che dichiarò soccombente l'attore: «Il signor barone della Sigona, avendo impedito di mettersi le campane, sotto il vano pretesto di dare servitù alla sua principesca casa collaterale col detto campanile e chiesa, n'ebbe la contraria sentenza dal magistrato della città....». Ma il barone, pertinace, ricorse in appello alla Real Gran Corte Civile, e anche qui intoppò nel secondo scacco. Ma don Michelangelo, che raramente si dava per vinto, appellò la sentenza presso la Santa Sede e, grazie all'appoggio di alcuni influenti amici di Roma, ottenne come primo provvedimento la sospensione dei lavori nel loro complesso (non solamente quelli relativi alla costruzione del campanile), giungendo infine l'ordine di demolizione dell'intera fabbrica. Solo la morte dell'astioso vicino, sopraggiunta nel 1769, avrebbe fatto rientrare la crisi.

Archiviata la contesa coi vicini, prese le redini della fabbrica l'architetto polacco Stefano Ittar: rapidamente rifece la facciata, dando definitiva collocazione alla torre campanaria. L'altare maggiore fu riconsacrato il 29 maggio 1794 dal vescovo Corrado Maria Deodato Moncada.

Lo scandalo del 1801

Già nel 1747 riesplode più dura che mai l'offensiva della Antichissima Cattedrale contro alle novelle pretenzioni della moderna Collegiata (Giacomo de Antoniis, Napoli, 1750). Fanno immediato riscontro le Ragioni del Rev.mo Capitolo dell'antichissima Regia ed insigne Collegiata contro il Capitolo della Cattedrale (S. Pellegrino). È una lotta sostenuta da scritti roventi, i cui titoli, soli, tradiscono il livore che li brucia e ne lasciano facilmente intuire gli aspri contenuti (si consideri l'aggettivo "antichissima" in contrapposizione al "moderna" nel titolo di sopra, cui fa riscontro una bordata di contrapposti aggettivi della parte avversaria).

L'oggetto del contendere è l'uso di alcuni paramenti liturgici e non, tra i quali la mozzetta e il rocchetto. I canonici della Cattedrale presero a contestare a quelli della Collegiata il diritto a fregiarsi delle dette insegne, e la controversia si trascinò per oltre mezzo secolo, degenerando spesso in aspri litigi. Agli albori dell'Ottocento, un fatto di estrema gravità venne ad aggiungersi ai precedenti, esasperando gli animi e creando scandalo nella pubblica opinione.

Per la Pasqua del 1801, invitato dal vescovo Moncada, il canonico della Collegiata Antonino Mancini, si reca in Cattedrale a predicare il Quaresimale. E, naturalmente, veste le proprie insegne canonicali. Agli occhi sospettosi degli ospitanti, quelle insegne suonano come una smaccata provocazione. E dimenticando che il Mancini era stato invitato dal vescovo, i canonici della Cattedrale decidono di passare a vie di fatto: appena ascesi i primi gradini del pergamo, il malcapitato canonico viene afferrato per le spalle ed estromesso a viva forza, con l'aiuto di un gendarme appositamente chiamato.

Com'era da aspettarsi, la cosa ebbe un seguito. Gli offesi avanzarono ricorso al Re; Ferdinando III intervenne nella questione con un dispaccio al vescovo, in forza del quale gli veniva intimato di «mortificare» i canonici della Cattedrale responsabili dell'accaduto. Contestualmente, il Re «comanda che si tenga quattro o sei giorni carcerato il birro che fece l'intima», confermando ai canonici della Collegiata il privilegio di poter fare uso delle insegne ubique locorum, come loro concesso dalla bolla pontificia di Benedetto XIV.

Epoca contemporanea

Col mutar dei tempi, il declino della battagliera Collegiata si preannuncia prossimo e inesorabile. Nel 1870 si troverà davanti il Demanio del nuovo Stato che la conviene dinanzi al Tribunale Civile della città per privarla di quel poco che ancora le resta; nella fattispecie, un cespite di «596 lire annue e quattro salme d'orzo».

Esclusa da ogni prebenda, oppressa dai debiti, forse anche umiliata, l'antica Cappella dei Sovrani di Sicilia dovrà combattere l'ultima battaglia: quella per la sopravvivenza.

Nel 1886, per la prima volta dopo cinque secoli, Giuseppe Benedetto Dusmet, le porgerà una mano amica e l'aiuterà a vincere quella battaglia. Il Dusmet ottenne dal Papa Leone XIII una «assolutoria a tutti gli errori e a tutte le omissioni» commessi dalla Regia Cappella fino al 1886 oltre ad un certo aiuto finanziario che le permise di sopravvivere.

Nel febbraio 1946 Papa Pio XII elevò la chiesa alla dignità di basilica minore.

Descrizione

Il progetto è attribuito ad Angelo Italia (1628–1700), che ribaltò l'orientamento del nuovo edificio rispetto al precedente distrutto dal terremoto, in modo da farlo prospettare sulla Strada della Luminaria (chiamata poi via Uzeda ed ora via Etnea), prevista dal piano di ricostruzione.

La facciata, progettata dall'architetto polacco Stefano Ittar (1724–1790), è un magistrale esempio di tardo barocco internazionale.

Il resoconto di una visita di ricognizione documenta che nel tempio vi erano cinque cappelle con cinque quadri: uno raffigurante Santa Maria della Grazia, la Madonna della Presentazione ovvero la Candelora, Sant'Apollinare, Sant'Agata una volta Madonna Santissima delle Grazie ovvero San Leonardo, la Madonna Santissima dello Spasimo e degli Agonizzanti, quest'ultimo dipinto posto sull'altare maggiore.

Ha il prospetto di pietra calcare a due ordini. L'interno a tre navi. Il pavimento, gli altari, e le cancellate sono di marmo. Possono ammirarsi la macchina dell'abside minore a sud sostenuta da quattro colonne di verde antico, il quadro di Sant'Apollonia del Sozzi, la statua della Concezione ed il Crocifisso di marmo di buono scarpello.

Esterno

La facciata, di pietra calcare tramezzata con pietra giurgiulena a due ordini corinzio e composito, è su due ordini e nel primo ordine ha sei colonne in pietra calcarea, sormontate da una balaustra. Nel secondo ordine ai lati delle grandi volute a ricciolo di raccordo sono collocate le statue raffiguranti Sant'Agata e Santa Apollonia. La loggia centrale è delimitata da grandi nicchie ospitanti le statue di San Pietro e San Paolo.

La calotta della loggia è sormontata da balaustra e da una cella campanaria centrale decorata da aquila con stemma coronato, angeli musici, putti osannanti, sfere. Chiude la prospettiva una artistica croce in ferro battuto.

Si accede alla chiesa mediante una grande scalinata, sulla quale, a delimitare il sagrato, è posta una cancellata in ferro battuto.

Interno

L'interno è a pianta basilicale a tre navate ripartite da otto pilastri, e tre absidi, delle quali quella centrale è notevolmente allungata per la realizzazione del coro dei canonici, secondo per importanza solo a quello della cattedrale.

Nel 1896 Giuseppe Sciuti dipinse a fresco la volta e la cupola della chiesa con diversi episodi e personaggi biblici: Passaggio dalle tenebre alla luce, Madonna della Misericordia, Pellegrinaggio, Peccati capitali, Assunta, San Matteo, San Luca, San Giovanni, San Marco.

Navata destra

Prima campata: Cappella del Battistero. Fonte battesimale.

Seconda campata: Cappella di Santa Apollonia. Altare con dipinto raffigurante Santa Apollonia, opera di Olivio Sozzi.

Terza campata: Cappella di Sant'Euplio. Altare con dipinto raffigurante Sant'Euplio, opera di Olivio Sozzi.

Quarta campata: Cappella di Sant'Agata. Altare con dipinto raffigurante il Martirio di Sant'Agata, opera di Francesco Gramignani Arezzi.

Navata sinistra

Prima campata: Cappella di San Giovanni Nepomuceno.

Seconda campata: Cappella della Sacra Famiglia.

Terza campata: Cappella di San Francesco di Sales.

Quarta campata: Cappella del Santissimo Crocifisso.

Absidi

Absidiola destra: Cappella dell'Immacolata Concezione. Ambiente delititato da una balaustra in marmo, sull'altare è posta una statua marmorea dell'Immacolata Concezione.

Absidiola sinistra: Cappella del Santissimo Sacramento.

Nell'abside della navata centrale è posto l'altare maggiore con una icona della Madonna con Bambino, copia dell'icona bizantina della Madonna detta dell'Elemosina (della Misericordia) venerata nella basilica collegiata santuario di Biancavilla.

Dietro l'altare maggiore è posto un organo ligneo del XVIII secolo.

Lateralmente un coro ligneo con 36 stalli, e a lato due tele del pittore Giuseppe Sciuti: Frate Geremia davanti a Papa Eugenio IV e Madonna dell'Elemosina.

Organo
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chiesa di San Benedetto

Chiesa · Catania

chiesa di San Benedetto

La chiesa di San Benedetto è una chiesa cattolica di Catania in via dei Crociferi, nel quartiere Terme della Rotonda, ed è dedicata a san Benedetto da Norcia.

È una delle quattro principali chiese-monastero barocche su questa strada; le altre sono San Francesco Borgia, San Giuliano e San Camillo.

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Storia
Epoca aragonese

Un primo monastero femminile dell'Ordine benedettino sotto il titolo di «San Benedetto» è documentato fuori le mura. I fondatori Rugieri la Matina e Alemanna Lumello ne patrocinarono la costruzione nel 1334, istituzione accresciuta con le rendite del Vescovo Simone del Pozzo prima del 1394.

Nel XV secolo le religiose si trasferirono nel sito attuale edificato là dove sorgeva il tempio di Esculapio.

Epoca spagnola

Dopo il terremoto del Val di Noto del 1693 il complesso fu ricostruito tra il 1704 e il 1713. Insieme alle strutture monastiche annesse, segna scenograficamente l'ingresso vero e proprio di via Crociferi, strada alla quale si accede passando sotto l'Arco di San Benedetto che la tradizione vuole "costruito in una notte per imporre al senato catanese il congiungimento delle due parti del monastero".

L'edificio risulta parzialmente completato nel 1747 come attesta il millesimo sulla chiave della porta d'ingresso. Il perfezionamento avviene nel 1763 con i lavori del prospetto di Giovanni Battista Vaccarini e l'apparato pittorico e decorativo interno con la realizzazione degli affreschi, opere di Giovanni Tuccari.

Dopo la soppressione del 1866, in seguito all'emanazione delle leggi eversive, il cardinale Giuseppe Francica Nava di Bondifè, arcivescovo della città, chiamò dal Monastero della Santissima Trinità di Ronco di Ghiffa alcune monache benedettine. Sorse così il centro scolastico femminile, ciclo di studi dalla materna al liceo classico, ancora attivo, denominato "Istituto San Benedet[to".

Epoca contemporanea

Dopo i bombardamenti del 1943 che colpirono duramente l'edificio, riaffiorarono gli splendidi affreschi realizzati a cavallo del 1726 ed il 1729, coperti in buona parte alla fine del XVIII secolo, da spessi strati d'intonaco e imbiancature, opere immediatamente restaurate con il progetto coordinato da Armando Dillon.

Oggi la chiesa è affidata in custodia alle suore benedettine. La comunità monastica è unita all'Istituto di adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.

Dall'aprile del 2013 l'aggregato monumentale è visitabile nell'ambito di un percorso guidato che comprende anche i resti di una domus romana ritrovata in occasione degli ultimi lavori di restauro, del parlatorio settecentesco del monastero di clausura e della Scalinata degli Angeli.

Descrizione

La struttura è celebre soprattutto per la scalinata dell'Angelo, uno scalone marmoreo di ingresso, adorno di statue raffiguranti alcuni angeli. La scalinata è cinta da una bellissima cancellata in ferro battuto. La porta d'ingresso è in legno e sulle formelle sono riportate scene della vita di san Benedetto. La chiesa fa parte del complesso conventuale delle suore benedettine che comprende anche la badia maggiore e la badia minore collegate da un ponte coperto che sovrappassa la via dei Crociferi.

Al suo interno, come da fotografia a lato, si trovano affreschi di Sebastiano Lo Monaco, di Giovanni Tuccari e di Matteo Desiderato.

La chiesa è ad una navata ed ha la volta completamente affrescata con scene della vita di san Benedetto.

Interno
Navata destra

Prima arcata. Dipinto raffigurante l'Immacolata Concezione, opera di Sebastiano Lo Monaco.

Seconda arcata. Passaggio, sull'arcata dimorano i resti di un affresco raffigurante il Martirio di San Placido.

Terza arcata. Dipinto raffigurante Re Totila si prostra dinanzi a San Benedetto, opera di Michele Rapisardi.

XVIII secolo, San Benedetto, olio su tela, opera di Guglielmo Borremans.

Navata sinistra

Prima arcata. Dipinto raffiguranteTobiolo e l'angelo, olio su tela, opera di Matteo Desiderato realizzata nel 1780.

Seconda arcata. Dipinto raffigurante il Martirio di Sant'Agata di autore sconosciuto, risalente al 1726.

Terza arcata: Altare del Santissimo Crocifisso. Sulla parete il Crocifisso attribuito a Giulio Gallo del 1685. Le figure del Calvario riprodotte sulla parete nel XVIII secolo furono ricoperte con impasto di mistura marmorea.

Altare maggiore

L'altare maggiore realizzato in marmi policromi con intarsi di pietre dure e diaspro siciliano, formelle in bronzo, lamine d'argento, inserti patinati in oro su cui troneggia la raggiera con al centro l'Agnello di Dio immolato posto sul libro sacro chiuso con i sette sigilli.

Le formelle argentee dell'altare, attribuito a Giovanni Petrosino del 1789, raffigurano l'Ultima Cena alternate a due medaglioni. Al centro la porticina argentea del tabernacolo raffigura Re Davide che suona la lira, il manufatto è sormontato da un elaborato tempietto coronato.

Monastero

Dopo il trasferimento delle comunità intra moenia si distinguevano:

Badia grande: fino al terremoto del Val di Noto del 1693 costituiva la sede principale dell'istituzione.

Badia piccola, ovvero il primitivo "Monastero di Santa Maddalena", oggi sede del Museo arte contemporanea Sicilia

La ricostruzione della fine del XVII secolo ha determinato l'inglobamento dell'odierna badia piccola, tramite la costruzione dell'arco nel 1704, manufatto che col passare del tempo è divenuto un simbolo della città, oltre che porta d'accesso all'intera via.

Tabulario del monastero di San Benedetto di Catania (1299 - 1633).

1775, Risorto Redentore raffigurato coi discepoli nel castello di Emmaus, quadrone, affresco realizzato nelle volte del refettorio da Giovanni Battista Piparo.

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monastero di San Nicolò l'Arena

Ex monastero · Catania

monastero di San Nicolò l'Arena

Il Monastero di San Nicolò l'Arena (o "la Rena"; dove per rena si intende la rena rossa, termine che indica la sabbia vulcanica presente nel territorio) è un complesso ecclesiastico del centro storico di Catania, situato in piazza Dante, costituito da un importante edificio monastico benedettino e da una monumentale chiesa settecentesca.

Fu fondato da monaci provenienti dall'omonimo monastero situato nei pressi di Nicolosi che a metà del XVI secolo chiesero al senato cittadino l'autorizzazione a edificare entro le mura, poiché minacciati dalle eruzioni dell'Etna e dalla presenza di briganti.

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Data la superficie occupata, circa 210 × 130 m., è ritenuto per estensione il secondo monastero benedettino più grande d'Europa (secondo solo al Monastero di Mafra in Portogallo).

Il monastero fu dichiarato monumento nazionale con regio decreto del 15 agosto 1869. Nel 2002 viene inserito nell'elenco del patrimonio mondiale dell'UNESCO come "gioiello del tardo-barocco siciliano" facente parte all'itinerario del "tardo-barocco siciliano del Val di Noto" e nel 2008 la Regione Siciliana dichiara di “importante interesse artistico” il progetto guida riguardante la ristrutturazione del complesso dei Benedettini a Catania firmato da Giancarlo De Carlo.

Oggi è sede del DISUM - Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Catania.

Storia
L'Ordine Benedettino in Sicilia

Nel VI secolo, in epoca bizantina, Placido, discepolo di San Benedetto, è inviato a gestire i 12 poderi siciliani dell'Ordine Benedettino, donati dal padre di Placido, Tertullo. La prima istituzione benedettina documentata nel catanese è il monastero di San Vito, alle pendici dell'Etna, istituzione ripopolata con i religiosi provenienti dall'Abbazia benedettina di Sant'Eufemia, in Calabria.

Nel 1136 Enrico del Vasto, primo della stirpe degli Aleramici siciliani, dona il monastero Monastero di San Leone da Pannacchio, sito nel territorio di Malpasso, al casale di Paternò. Nel 1143, per volere del conte Simone di Policastro, figlio di Enrico, è fondato il monastero di Santa Maria di Licodia.

Il primo monastero

Nel 1150 una comunità di religiosi riceve in donazione, da Simone di Policastro, una piccola chiesa rurale, la chiesa di San Nicolò l'Arena, con annessi l'ospizio (xenodochio), i vigneti, i pascoli e le terre. La chiesa, grazie al suo ospizio, assunse, negli anni, anche la funzione di ricovero per i monaci infermi dei vicini monasteri di Santa Maria di Licodia e di San Leone. Nel 1156, per volere della contessa Adelasia del Vasto, la chiesa rurale venne trasformata nel Monastero di San Nicolò l'Arena, sito nella contrada di Ruvolo Grosso, pur non portando ancora tale nome. Nel XIV secolo, per volere di Federico III di Sicilia, il monastero venne riorganizzato e costituito come sede principale dei cenobi, prendendo la denominazione di "San Nicolò la Rena" per la devozione dei monaci a San Nicola di Bari e per la caratteristica terra sabbiosa che ricopriva la zona, la rena rossa, da arena che in latino indica la "sabbia". Attorno al monastero prese ben presto forma il paese di Nicolosi, che, probabilmente, prende il nome dal monastero.

Il cenobio negli anni si espanse, accumulando notevoli ricchezze e superando in importanza quello di Licodia (a testimonianza di ciò basti ricordare le numerose visite delle regine Eleonora d'Angiò, che morì nel monastero, e Bianca di Navarra, e il favore sempre avuto dai regnanti a partire da Federico III).

Nel 1358 i monaci di San Leone si aggregano ai monaci di San Nicolò l'Arena.

Nel 1483, i monasteri benedettini di San Placido Calonerò, San Nicolò l'Arena, Santa Maria Nuova e Santa Maria di Licodia, si costituirono in una congregazione, la «Congregazione dei Monaci di San Benedetto in Sicilia». Essa fu approvata da Papa Sisto IV e le furono concessi privilegi simili a quelli goduti dalla «Congregazione benedettina di Santa Giustina». Nel 1504, con l'annessione dell'abbazia di Montecassino, la Congregazione di Santa Giustina mutò nome in Congregazione cassinese. Nel 1506, all'interno di quest'ultima, confluì la congregazione sicula.

Tuttavia, le scorribande dei briganti che imperversavano nella zona, favorite dal relativo isolamento dei monasteri, unite al clima rigido dell'Etna, spinsero i monaci a richiedere, al Senato di Catania, in maniera insistente il trasferimento in città, la quale era più sicura e ben disposta ad accogliere una congregazione così ricca e importante, detentrice della reliquia del Santo Chiodo della Croce, molto venerata dai catanesi, che avrebbe aumentato notevolmente la ricchezza e il prestigio della città. Infine, l'eruzione del 1536-1537, che distrusse il monastero di San Leone, accelerò il processo, così, i 2 cenobi superstiti, quello di Nicolosi e quello di Santa Maria di Licodia, con i monaci di San Leone che vi si erano rifugiati, ottennero il permesso di trasferirsi dentro le mura della vicina città demaniale.

Fondazione del cenobio di Catania

I monaci benedettini, trasferitisi a Catania, ottennero il permesso di costruire la nuova sede del monastero entro le mura della città, nelle aree dette "della Cipriana" e "del Parco", passate in proprietà ai monaci nel 1553. Il 28 novembre 1558 iniziò la costruzione del cenobio alla presenza del viceré di Sicilia Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, e, nel 1578, ancora incompleto, fu occupato dai monaci, e nello stesso anno venne costruita la contigua Chiesa di San Nicolò l'Arena. In tale periodo risulta documentato in cantiere l'architetto Giulio Lasso, anche se non risulta chiaro il suo ruolo progettuale. Nel corso del XVII secolo, con l'aumentare delle ricchezze a disposizione del cenobio, chiesa e monastero furono dotati di apparati sempre più fastosi, come il grande chiostro, che nel 1608 fu dotato di colonne di marmo bianco e ricchi ornamenti.

Nel 1669 la colata lavica della devastante eruzione dell'Etna raggiunse e accerchiò Catania, lambendo le mura del cenobio e lesionandolo, mentre una lingua di lava, staccandosi dalla principale, distrusse la Chiesa di San Nicolò. Fu allora che i benedettini diedero vita ad un'imponente opera di ristrutturazione e completamento del monastero (con l'aggiunta, fra l'altro, della monumentale fontana marmorea nel chiostro di ponente), e di ricostruzione della chiesa di San Nicolò, la quale fu iniziata nel 1687, su progetto dell'architetto romano Giovan Battista Contini.

L'11 gennaio 1693, il terremoto che colpì la Val di Noto, provocò il crollo del monastero benedettino e la morte della maggior parte dei monaci, lasciandone appena 3 in vita. Le strutture della chiesa, ancora in corso di costruzione, furono risparmiate, ma i lavori furono interrotti per circa 20 anni.

Il secolo d'oro

Inizialmente, i monaci superstiti, cercarono di trasferire il cenobio nella vicina località di Monte Vergine e lì cominciarono a costruire il nuovo monastero, ma, costretti dal senato cittadino, ritornarono in zona La Cipriana nel 1702 e lì cominciarono la ricostruzione sulle strutture superstiti. Il progetto fu affidato al messinese Andrea Amato, che ideò un impianto ancor più monumentale del precedente, in sintonia con le idee di ricchezza e grandiosità dei monaci stessi. L'impianto cinquecentesco originale fu ampliato ad est, con la costruzione di un secondo chiostro accanto al più antico, mentre altri 2 chiostri avrebbero dovuto chiudere simmetricamente il complesso, a nord, sull'altro fianco della chiesa.

Nei successivi 20 anni furono completati gli intagli in pietra dei prospetti principali, ma i lavori di costruzione, ampliamento e decorazione continuarono per tutto il XVIII secolo, prima con il chiostro dei marmi o "di ponente" - dove furono rimesse in opera le colonne e la fontana del XVII secolo -, poi con l'ampliamento a nord, ad opera, prima dell'architetto Francesco Battaglia (intorno al 1738) e poi di Giovanni Battista Vaccarini. Se al primo si deve l'avvio del prolungamento settentrionale, verso l'alto banco lavico dell'eruzione del 1669, al secondo spetta la rottura della originaria simmetria progettuale: le sale comuni e di rappresentanza del monastero occuparono infatti l'area del terzo chiostro, preludio al definitivo abbandono del grandioso progetto originale.

L'opera del Vaccarini fu completata dopo il 1747 da Battaglia, che si occupò anche di altre opere all'interno del complesso: il ponte verso la flora benedettina (ossia il giardino dei monaci, ricavato sul banco lavico ad est del complesso, e oggi occupato dall'Ospedale Vittorio Emanuele II), il Coro di Notte e la Chiesa di San Nicolò l'Arena (i cui lavori furono interrotti a causa di crolli e cedimenti strutturali, nel 1755). Nel 1767 nel presbiterio della chiesa veniva inaugurato il grande organo di Donato Del Piano, ma occorsero ancora molti anni prima che venisse voltata l'intera navata. Solo nel 1780 Stefano Ittar portò a termine la cupola, mentre la facciata, progettata da Carmelo Battaglia Santangelo, rimase incompiuta. Sempre Ittar si occupò della sistemazione spaziale del piano antistante la chiesa, l'attuale Piazza Dante Alighieri, progettando, nel 1769, la grande esedra con i 3 monumentali palazzi, non solo per questioni estetiche e religiose (la piazza era teatro di varie feste religiose, soprattutto la processione del Santo Chiodo), ma anche come avvio del necessario risanamento del quartiere circostante, il cosiddetto Antico Corso, fra i più poveri e malsani della città. A questo punto, gran parte del monastero e della chiesa erano già completati, e i monaci si dedicarono nei decenni successivi alla decorazione interna degli ambienti: dotare le cappelle di marmi pregiati e dipinti, e mettere insieme quelle grandi collezioni artistiche, archeologiche, librarie, naturalistiche e scientifiche che lo resero famoso in tutta Europa.

Dal XIX secolo ad oggi

Intorno al 1840 venivano affidati, all'ingegnere Mario Musumeci, i lavori di completamento dei chiostri, gli ultimi interventi architettonici di rilievo prima dell'incameramento al demanio dell'intero complesso, avvenuto nel 1866. Il monastero di San Nicolò l'Arena fu infatti interessato dalle leggi di soppressione delle corporazioni religiose e i monaci furono costretti a lasciare l'edificio: nel 1867 avvenne il passaggio dell'intero complesso dall'ultimo proprietario, l'abate Giuseppe Benedetto Dusmet, divenuto quello stesso anno arcivescovo di Catania, alle istituzioni cittadine.

Negli anni successivi, il grande complesso fu adibito a vari usi e frazionato in più parti. Ospitò caserme, scuole e istituti tecnici, per un certo periodo anche il Museo civico (poi trasferito al Castello Ursino), l'osservatorio astrofisico del professor Pietro Tacchini, nonché il laboratorio di geodinamica di Annibale Riccò, oggi sede del museo della fabbrica, ma soprattutto divenne sede della Biblioteca Civica di Catania, formatasi a partire da quella benedettina e, con i successivi ampliamenti, divenuta l'odierna istituzione delle Biblioteche riunite Civica e A. Ursino Recupero.

Danneggiato nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale, dai bombardanti alleati, l'intero complesso monastico (esclusa la chiesa di San Nicolò che fu restituita ai Benedettini) fu infine ceduto, nel 1977, all'Università degli Studi di Catania, che avviò un vasto progetto di recupero e restauro, condotto, dal professore e architetto Giancarlo De Carlo, dal 1986 al 2004. Tale progetto ha reso possibile l'adeguamento dell'antico complesso monastico a sede delle Facoltà di Lettere e Filosofia e Lingue e Letterature Straniere, oggi accorpate nel Dipartimento di Scienze Umanistiche (DISUM) dell'ateneo.

Descrizione
La chiesa

La chiesa venne costruita su progetto dell'architetto romano Giovanni Battista Contini a partire dal 1687 e conserva - oltre a pregevoli pale di Bernardino Nocchi, Stefano Tofanelli, Vincenzo Camuccini, Mariano Rossi, Ferdinando Boudard - il grande organo barocco di Donato Del Piano e la lunga meridiana (40 metri) opera di Sartorius e Peters. L'immensa fabbrica, passata da Francesco Battaglia al genero Stefano Ittar, rimase incompiuta in facciata, sebbene ancora sia evidente l'intento di portare a Catania il linguaggio architettonico ecclesiale romano.

All'interno è presente il sacrario dei caduti della I e II guerra mondiale, voluto dal col. Pavone e curato dalle Guardie nobili e d'onore ai Sacrari di guerra di Catania. La chiesa a croce latina è considerata una tra le chiese più grandi della Sicilia ed è addirittura più grande della Cattedrale di Sant'Agata; all'esterno si presenta incompiuta con 4 coppie di colonne mozze e il prospetto incompleto. Nonostante i lavori fossero iniziati alla fine del XVII secolo, il progetto non era ancora stato portato a conclusione all'alba del 1866 quando la struttura venne confiscata a seguito dell'emanazione delle leggi dell'Eversione dell'asse ecclesiastico.

Il monastero

Gli edifici monastici di San Nicolò l'Arena occupano un'area enorme, che cinge su tre lati la grande chiesa, e che nonostante i cambiamenti subiti nell'ultimo secolo è ancora perfettamente riconoscibile. Il monastero appare infatti diviso dal resto della città, di cui costituiva l'estremità occidentale, da un alto muro di cinta su cui si aprono i due portali principali: il primo a nord, divenuto alla fine del XIX secolo imbocco di via Biblioteca, è situato in fondo alla via Gesualdo Clementi, continuazione della Via Antonino di San Giuliano, in origine chiamata Via Lanza, in onore di Giuseppe Lanza, duca di Camastra che l'aveva tracciata subito dopo il terremoto del 1693; il secondo, affacciato su piazza Dante, in corrispondenza dell'antico monastero cinquecentesco, di cui i monaci avevano cominciato la ricostruzione dopo il grande sisma.

Da questo secondo portale si accede all'enorme corte esterna che aveva più funzioni, principalmente di filtro tra il mondo esterno laico e quello religioso dell'edificio. Addossati al muro di cinta erano vari locali di servizio comprese le cavallerizze (scuderie), le stalle e le carretterie (rimesse per i veicoli).

Circondato da questo grande cortile sorge in tutta la sua imponenza il monastero vero e proprio, celebrato da Patrick Brydone, in viaggio in Sicilia nel 1773, che lo definì la Versailles siciliana. Esso presenta un basso piano terreno, con porte che si affacciano sul cortile, su cui poggiano i due piani principali. La costruzione del piano terreno, non appartenente alla tradizionale modalità costruttiva delle congregazioni religiose catanesi, fu dovuta alla volontà di allineare il secondo piano al livello del banco lavico del 1669, alto circa dodici metri, dove, nei progetti dell'ambizioso cenobio, dovevano sorgere le altre ali del palazzo. La soluzione, unita al filtro costituito dal muro di cinta che isolava il cenobio dalla città, comportò però anche numerosi accorgimenti, tanto funzionali quanto decorativi, che rendono ulteriormente originale nel panorama degli edifici religiosi catanesi quello benedettino di San Nicolò: il primo piano risultò infatti gerarchicamente simile al secondo, presentando anch'esso grandi balconi alle finestre e una maggiore apertura verso l'esterno tutt'altro che monastica.

Le due facciate meridionale e orientale dispiegano nelle loro superfici tutto il repertorio tardobarocco dei maestri lapicidi accorsi a Catania da tutta la Sicilia per prender parte alla ricostruzione. Un'infinita serie di volute, fiori, frutti, mascheroni mostruosi, putti, e ninfe che adornano le mostre delle finestre e i balconi mentre le paraste giganti, bugnate a punta di diamante e coronate da capitelli corinzi, denunciano la loro natura essenzialmente ornamentale nel cornicione sovrastante che non vi poggia direttamente a causa di una frangia decorativa fatta di volute e conchiglie che sembra pendere dal cornicione.

Al centro della facciata principale, ad interrompere la sua sfarzosa teatralità barocca, Carmelo Battaglia Santangelo verso la fine del XVIII secolo inserì il maestoso portale ormai quasi neoclassico nella sua semplice linearità. La struttura interna dell'edificio appare estremamente simmetrica con i due vasti chiostri quadrati sui cui lati corrono lunghi corridoi che si intersecano tutti ortogonalmente e su cui si aprono le porte delle celle dei monaci e dei frati, dell'appartamento dell'abate e di quello del re, allineati sulle facciate esterne. I collegamenti verticali sono assicurati da numerose scale, tra cui la principale è il grande scalone a tenaglia di Girolamo Palazzotto, adorno di stucchi neoclassici.

I chiostri

Il primo chiostro, quello di levante, è occupato da un folto giardino e circondato per intero di portici retti da pilastri e archi a tutto sesto, con una terrazza continua soprastante. Essi furono inizialmente costruiti da Francesco Battaglia solo sul lato settentrionale a reggere il corridoio del Coro di notte al secondo piano. All'ingegnere Mario Musumeci furono affidati, nel XIX secolo, i lavori di completamento del chiostro di cui coprì con nuovi portici gli altri tre lati replicando quello esistente, risistemò i giardini e aggiunse al centro l'originale Caffeaos neogotico, decorato di maioliche variopinte.

Il secondo chiostro o chiostro dei marmi, a ponente, è il più antico e fu infatti costruito sulle rovine dell'edificio precedente, di cui sono riconoscibili alcuni tratti delle fondazioni cinquecentesche nei sotterranei. In origine non ospitava come l'altro chiostro un giardino, bensì un lastricato monumentale in ciottoli e pietra lavica di cui ancora si intravedono alcune parti sotto lo sterrato, mentre al centro sta ancora la grande fontana marmorea seicentesca. Ai lati sono addossati i portici sorretti da colonne di marmo bianco, anch'esse seicentesche e appartenenti al primo impianto, rimesse in opera nel settecento. Tra i due chiostri corre il cosiddetto corridoio dell'orologio, il più lungo dell'edificio (214 m), che unisce quest'ala del monastero, la parte privata, con quella di rappresentanza, dove si svolgeva la vita comune del cenobio. Nei progetti originari, questa nuova ala avrebbe dovuto presentare due chiostri speculari a quelli più antichi a sud della chiesa, ma con l'affidamento dei lavori di costruzione al Vaccarini a partire dal 1739, dopo che il Battaglia aveva già cominciato la costruzione del noviziato, il progetto fu notevolmente modificato. L'architetto palermitano prolungò il corridoio dell'orologio fino ai suoi limiti ideali già tracciati, ma invece dei chiostri, ai due lati, costruì l'antirefettorio, i due refettori, le cucine, la grande biblioteca e il museo senza seguire alcuno schema simmetrico e ingegnandosi nella scelta di forme sempre diverse per ogni locale, concezione quanto mai barocca.

Il seminterrato seicentesco

In questa parte del monastero particolarmente interessante è la biblioteca universitaria ricavata negli immensi sotterranei del monastero dove, oltre ai resti delle fondazioni cinquecentesche, si possono ammirare, nella Emeroteca, i mosaici di un'antica domus romana risalente al II secolo d.C., tra cui uno in pregiato opus sectile, rinvenuti durante gli scavi negli anni ottanta, riportati alla luce e restaurati. In particolare, è stata rinvenuta una sezione di mosaico in Opus tessellatum appartenente al Peristilio della domus e un Triclinio appartenente ad un'altra domus risalente al II secolo a.C. Il vano che ospita il triclinio è stato ribattezzato come "stanza della tavola imbandita" poiché le pareti presentano un affresco risalente al I secolo d.C. raffigurante un drappeggio per ornare la tavola.

Gli studenti possono fruire comodamente degli ambienti della biblioteca e dell'emeroteca grazie anche ad un ponte sospeso sopra l'area archeologica che funge da corridoio. Il ponte si trova sospeso grazie ad un sistema di tiranti in acciaio che spingono tutti i pesi sulle pareti cosicché non vi sono pilastri che intacchino i mosaici romani.

Il seminterrato durante la confisca si ridusse quasi a magazzino e durante la seconda guerra mondiale fu usato come rifugio antiaereo; soltanto con i lavori di recupero dell'università negli anni novanta emersero i resti archeologici sotto il pavimento del piano cantinato.

Il refettorio grande

La costruzione del noviziato che, come dice lo stesso nome, ospitava i novizi del monastero, per lo più appartenenti alle migliori famiglie aristocratiche catanesi e siciliane, fu cominciata da Francesco Battaglia che riprodusse specularmente l'impianto dei due chiostri esistenti con il corridoio affacciato sul chiostro e le stanze dei novizi allineate sulla facciata esterna, ma la costruzione del grande refettorio sull'altro lato del corridoio da parte del Vaccarini modificò profondamente questa primitiva concezione sacrificando la simmetria alla grandiosità e allo sfarzo.

L'antirefettorio è un'ampia sala rotonda da cui si accede ai due refettori e alle cucine; decorato da massicce colonne tuscanine binate, che reggono una spessa trabeazione e da statue di putti e di personificazioni delle virtù in stucco, è sormontato da una grande cupola riportata solo nel 1981 al suo livello originario; era stata infatti rialzata di cinque metri per ospitare la Specola dell'osservatorio astrofisico. Il refettorio presenta una forma allungata, un rettangolo con due semicerchi alle due estremità, e una volta altissima illuminata da numerose finestre, che fanno sembrare questo grande ambiente più una chiesa che un refettorio. Lungo tutto il perimetro della sala corre una sorta di marciapiede, in cotto siciliano, (come lo definì Federico De Roberto) dove erano collocati i tavoli dove i monaci consumavano i pasti, e al centro vi è un grande tappeto di maioliche siciliane decorate a mano, da qualche anno restaurate, che ridanno vita a quella che era l'originalità della grande sala. L'ampia volta fu affrescata al centro da Giovanni Battista Piparo, con una Gloria di San Benedetto, unica decorazione pittorica sopravvissuta della sala che per il resto oggi, sede dell'Aula Magna "Santo Mazzarino" del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'almo studio catanese, appare uniformemente bianca.

Le biblioteche riunite "civica e A. Ursino Recupero"

Oggi i locali del museo, della biblioteca e del refettorio piccolo sono occupati dalle Biblioteche riunite Civica e A. Ursino Recupero. Nate a partire dalle collezioni librarie benedettine confiscate nel 1866 a cui si aggiunsero le biblioteche delle altre congregazioni religiose catanesi che formarono la biblioteca comunale nel 1869. Ampliate negli anni seguenti con la Biblioteca-Museo Mario Rapisardi e soprattutto con il lascito del Barone Antonio Ursino Recupero nel 1925 essa oggi possiede circa 270.000 volumi oltre a manoscritti, pergamene, corali, erbari (secchi e a stampa), cinquecentine, libri rari e di pregio, disegni, stampe, giornali e periodici e foto. Le antiche sale del museo, unite assieme da grandi arcate mistilinee furono edificate per ospitare le vaste collezioni d'arte dei monaci, poi passate al demanio, con cui fu creato il primo nucleo del museo civico, e trasferite negli anni trenta del XX secolo a Castello Ursino.

Oggi tutte le cinque sale del ex-museo contengono libri e tre di esse sono destinate alla consultazione, lettura, direzione. Il refettorio piccolo è di forma ovale e sormontato da un'alta volta adorna di stucchi, ma l'ambiente certamente più grandioso è la vasta sala della biblioteca, detta Sala Vaccarini, in onore del suo architetto, che sulla porta principale porta la data 1733; rettangolare, su due piani, rischiarata da grandi finestre ovali, con le alte scaffalature e il ballatoio in legno scolpito, il pavimento in maiolica di Vietri e la volta affrescata da Giovanni Battista Piparo con il trionfo delle scienze, delle arti e delle virtù. La Sala è rimasta immutata dal settecento anche nella disposizione dei volumi, divisi per facoltà.

Le biblioteche custodivano il Tabulario del monastero e quello proveniente dal Monastero di Santa Maria di Licodia.

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Fontana dell'Elefante

Fontana · Catania

Fontana dell'Elefante

La fontana dell'Elefante (in siciliano u Liotru) è un'opera monumentale, realizzata tra il 1735 e il 1737 dall'architetto Giovanni Battista Vaccarini, collocata al centro di piazza del Duomo a Catania. Il suo elemento principale è una statua di basalto nero che raffigura un elefante, detto popolarmente U’Liotru, il quale è considerato l'emblema della città siciliana.

== Struttura ==

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La fontana dell'Elefante è stata realizzata da Vaccarini nell'ambito della ricostruzione della città etnea dopo il terremoto dell'11 gennaio 1693. In modo acritico, è stato ribadito che l'architetto palermitano si ispirò all'Obelisco della Minerva di Gian Lorenzo Bernini. In realtà, l'iconografia dell'elefante sormontato da un obelisco con palla sulla sommità, è documentato già nell'Hypnerotomachia Poliphili, pagina 38, (Venezia, 1499), attribuita a Francesco Colonna.

Il basamento è formato da un piedistallo di marmo bianco situato al centro di una vasca, anch'essa in marmo, in cui cadono dei getti d'acqua che fuoriescono dal basamento. Sul basamento due sculture riproducono i 2 fiumi di Catania, il Simeto e l'Amenano. Al di sopra si trova la statua dell'elefante, rivolto con la proboscide verso la cattedrale di Sant'Agata. Questa statua di epoca incerta era originariamente ricavata da un unico blocco di pietra lavica, ma a seguito del sisma del 1693 si frantumarono le zampe posteriori, restaurate dallo stesso Vaccarini in vista della sua collocazione nella piazza. Durante il restauro l'architetto aggiunse i bianchi occhi e le zanne in pietra calcarea. Ai lati dell'elefante cade una gualdrappa marmorea sulla quale sono incisi gli stemmi di sant'Agata, patrona di Catania.

Sulla schiena dell'animale si trova un obelisco egittizzante, alto 3,66 m, in granito, ipoteticamente di Syene; non ha geroglifici, ma è decorato da figure di stile egizio che non costituiscono una scrittura geroglifica di senso compiuto. Di cronologia incerta, l’obelisco era forse una delle due mete dell'antico circo romano di Catania, l'altro, più frammentario, si trova invece nel cortile del Castello Ursino. Sulla parte sommitale dell'obelisco sono stati montati un globo, circondato da una corona di una foglia di palma (rappresentante il martirio) e di un ramo di gigli (rappresentante la purezza), con sopra una tavoletta metallica su cui vi è l'iscrizione dedicata a sant'Agata, con l'acronimo "MSSHDEPL" («Mente sana e sincera, per l'onore di Dio e per la liberazione della sua patria»), e infine una croce.

Storia

Dal 1735 al 1737 Vaccarini lavorò per costruire la fontana, che fu poi completata con l'obelisco egittizzante e con l'iscrizione agatina. Nel 1757 venne ristrutturata per la prima volta, per aggiungere una vasca. Nel 1826 la fontana fu circoscritta da una cancellata di ferro, entro la quale fu realizzato un piccolo giardino. Poco dopo l'unità d'Italia, venne presa la decisione di spostare la fontana dalla Piazza del Duomo a Piazza Palestro: il 30 maggio 1862, però, Bonaventura Gravina organizzò una sommossa popolare che bloccò il trasferimento.

Sono stati 2 i restauri eseguiti nel corso del XX secolo: nel 1905 venne realizzata una seconda vasca e nel 1998 sono stati eliminati la cancellata e il giardino, per cui oggi è possibile sedersi su alcuni gradoni ai piedi del basamento.

U Liotru
Il mito

U Liotru (chiamato anche, più raramente, Diotru) dovrebbe il suo appellativo alla storpiatura del nome Eliodoro. Questi, secondo le leggende popolari, sarebbe stato un nobile catanese, vissuto nell’VIII secolo, che avrebbe tentato senza successo di diventare vescovo della diocesi. Caduto in disgrazia, sarebbe diventato apostata e considerato «discepolo degli Ebrei, negromante e fabbro di idoli». Si sarebbe, quindi, opposto al vescovo Leone II il Taumaturgo, che lo avrebbe condannato ad essere bruciato vivo nel Forum Achelles. Questo fantomatico personaggio sarebbe legato all'elefante perché, secondo la leggenda, fu lui il suo scultore e che addirittura fosse solito cavalcarlo per spostarsi da Catania a Costantinopoli. Sempre secondo la leggenda, il vescovo Leone avrebbe fatto portare la statua fuori dalle mura per farla dimenticare, ma il popolo le avrebbe ugualmente tributato degli onori divini. Tuttavia, tutte le vicende di tal Eliodoro e il relativo legame con l'elefante in pietra, sono da considerarsi mera invenzione.

Indipendentemente dalle fantasiose versioni della vulgata, non solo popolare, la statua dell'elefante, simbolo della Città di Catania, costituisce lo gnomone della meridiana posta al centro della Piazza Duomo. Il monumento è misuratore del tempo con la luce del sole ed è quindi "eliotrico", in dialetto catanese diventato "liotru". Dopo il terremoto del 1693, la ricostruzione di Catania coincise con il periodo di maggior diffusione delle meridiane in Sicilia e in altre parti dell’Italia Meridionale. Carlo Maria Carafa, principe di Butera, è ritenuto il più illustre "gnomonista", esperto cioè di costruzione di meridiane, di quel periodo e non è escluso che abbia partecipato alla realizzazione della meridiana di Piazza Duomo. Secondo il pittore e architetto, Jean Houel: "l'obelisco è egiziano; è fatto di granito e coperto di geroglifici. Secondo una nozione diffusa a Catania, fu messo in una pubblica piazza perché servisse da stilo, o da gnomone, per indicare l'ora con la sua ombra proiettata su di un quadrante tracciato a terra".

L'origine

Non ci sono dati certi su quando e da chi sia stata realizzata la statua dell'elefante. Nel corso dei secoli, vari studiosi hanno cercato di dare una risposta a questa domanda, in alcuni casi rifacendosi anche al mito. Tra questi ultimi si ricorda Pietro Carrera, che, nel 1639, scrisse che il liotru ricordava una vittoria in una guerra tra i catanesi e i libici. La storia, che il pittore Giuseppe Sciuti immortalò nel grande sipario storico del Teatro Massimo Bellini, è però totalmente inventata. Più probabili furono le teorie concepite da Ignazio II Paternò Castello, Santi Consoli e Matteo Gaudioso. Il primo sosteneva che l'elefante provenisse da un circo (successivamente sarebbe stato appurato che in realtà era l'obelisco ad essere stato tra le attrazioni di un antico circo romano), gli ultimi due, invece, sostenevano che fosse il ricordo di una religione di cui oggi si sono perse completamente le tracce. È però ormai accettata, l'interpretazione che venne data dal geografo arabo Al-Idrisi, durante il suo viaggio in Sicilia nel XII secolo. Secondo Idrisi, la statua dell'elefante era stata realizzata durante la dominazione bizantina. Nel periodo in cui egli visitò Catania, l'elefante di pietra lavica si trovava già all'interno delle mura della città e vi sarebbe stato portato dai benedettini del monastero della Cattedre di Sant'Agata, che lo avrebbero posto sotto un arco detto "di Liodoro".

Nel X secolo, sotto la dominazione musulmana, la città era già conosciuta con il nome di Balad-el-fil o Medinat-el-fil, cioè "città dell'elefante".

Nel 1239 la statua dell'elefante fu scelta come simbolo di Catania. Alcuni sostengono che il trasferimento all'interno delle mura avvenne, invece, proprio in quest'occasione.

Nel 1508 venne trasferito sul lato ovest (o nord) del municipio e gli venne affiancata l'iscrizione «Ferdinandus. Hispaniae utriusque. Siciliae. Rege - Elephans erectus fuit a Cesare Jojenio - Justitiario - MDVII». In tale collocazione fu gravemente danneggiato durante il terremoto del 1693; il crollo dei palazzi circostanti infatti provocò la rottura della proboscide e delle zampe, che furono ricostruite da Vaccarini, nel 1735, su sollecitazione di Filippo d'Orville.

L'obelisco, invece, probabilmente fu portato a Catania durante le crociate, proveniente da Syene e, arrivato in città, fu collocato nel Circo Massimo, secondo l'ipotesi di Ignazio Paternò Castello.

Il rapporto dell'elefante con la città

Il legame tra Catania e il liotru è molto antico. Un'antica leggenda narra di un elefante che avrebbe cacciato degli animali feroci durante la fondazione di Kατάvη (Katane).

Il Liotru è diventato simbolo ufficiale della città solo nel 1239: prima di allora, l'emblema cittadino era l'effigie di San Giorgio. I catanesi decisero di cambiare in seguito ad una serie di rivolte per poter passare dal dominio di un vescovo-conte a città demaniale. Dopo aver fallito nei moti del 1195, 1207 e 1221, il successo arrivò con la concessione ufficiale firmata da Federico II. La prima "uscita ufficiale" del nuovo simbolo avvenne in occasione di una seduta del Parlamento siciliano a Foggia, nel 1240.

Successivamente, il pachiderma è stato inserito nello stemma comunale, in quello della città metropolitana e dell'università, e oggi è la mascotte delle principali società sportive locali, tra cui Catania, Amatori Catania, Catania Beach Soccer, Meta Catania C5 ed Elephants Catania.

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piazza del Duomo

Piazza della cattedrale · Catania

piazza del Duomo

Piazza del Duomo di Catania è la principale piazza della città.

In essa confluiscono tre strade, ovvero la via Etnea, la storica asse cittadina, la via Giuseppe Garibaldi e la via Vittorio Emanuele II che la attraversa da est ad ovest. Sul lato orientale della piazza sorge il Duomo, dedicato alla patrona della città festeggiata il 5 febbraio.

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Storia e descrizione

Sul lato nord si trova il Palazzo degli Elefanti, il municipio. Dall'altro lato vi sono la Fontana dell'Amenano (detta popolarmente Acqua o' Linzolu) e accanto il Palazzo del Seminario dei Chierici, contiguo con la Porta Uzeda, che oggi ospita il Museo diocesano di Catania (nella parte attigua al Duomo).

Al centro della piazza si trova il simbolo di Catania, ovvero la Fontana dell'Elefante, detta popolarmente "u Liotru": una statua in pietra lavica raffigurante un elefante, sormontato da un obelisco, posta al centro di una fontana in marmo più volte rimaneggiata.

Sotto la piazza invece, si trovano le terme Achilliane: delle strutture termali sotterranee datate al IV secolo e a 4-5 m al di sotto della superficie, alle quali si accede tramite una breve gradinata (posta tra il Duomo e il Palazzo dei Chierici) di epoche diverse: un corridoio con volta a botte, ricavato nell'intercapedine tra le strutture romane e le fondamenta della cattedrale, consente di fare un viaggio nelle viscere della città, nelle quali scorre il fiume Amenano, le cui acque risalgono in superficie nella vicina fontana. Il nome dell'impianto è dedotto da un'iscrizione su una lastra di marmo lunense ridottasi in 6 frammenti principali molto lacunosi, risalente probabilmente alla prima metà del V secolo, oggi esposta all'interno del Museo civico del Castello Ursino.

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Palazzo Biscari

Palazzo · Catania

Palazzo Biscari

Palazzo Bìscari, noto anche come Palazzo Biscari alla Marina (per non confonderlo con il Palazzotto Biscari alla Collegiata), è il più importante palazzo privato di Catania, situato nel quartiere Civita al centro storico.

== Storia ==

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Il palazzo venne realizzato per volere della famiglia Paternò Castello dei principi di Biscari a partire dalla fine del Seicento e per gran parte del secolo successivo, in seguito al Terremoto del Val di Noto dell'11 gennaio 1693. Il nuovo palazzo venne edificato sulle Mura di cinta di Catania, costruite nel Cinquecento per volere del Sacro Romano Imperatore Carlo V, che avevano in parte resistito alla furia del terremoto: i Biscari furono una delle poche famiglie aristocratiche della città che ottenne il permesso regio di costruire su di esse.

La parte più antica del palazzo fu costruita per volere di Ignazio, III principe di Biscari, che affidò il progetto all'architetto Alonzo Di Benedetto, ma fu il figlio di Ignazio, Vincenzo, succeduto al padre nel 1699, a commissionare la decorazione dei sette splendidi finestroni affacciati sulla Marina, opera dello scultore messinese Antonino Amato. Successivamente il palazzo fu modificato per volere di Ignazio Paternò Castello, V principe di Biscari, il quale lo fece ampliare verso est in base ad un progetto dell'architetto Girolamo Palazzotto e, successivamente, dell'architetto Francesco Battaglia. Tra gli artisti chiamati al perfezionamento degli ambienti vi è Giovanni Battista Piparo per alcuni affreschi. L'edificio fu ultimato nel 1763 ed inaugurato con grandiosi festeggiamenti.

Tra i celebri visitatori del palazzo si ricorda soprattutto lo scrittore Johann Wolfgang Goethe che, nel corso del suo viaggio in Italia, venne ricevuto dal principe di Biscari il 3 maggio 1787, poco dopo la morte del padre Ignazio.

Agli inizi del 2008 il palazzo ha fatto da sfondo al videoclip della canzone Violet Hill della band inglese Coldplay.

Da non confondere con Palazzotto Biscari alla Collegiata, prospiciente via Etnea.

Descrizione
Facciata

Abbondanza, Prosperità, Fertilità e Saggezza sono i temi raffigurati nei gruppi allegorici delle decorazioni del prospetto esterno.

Interno

Al palazzo si accede attraverso un grande portale su via Museo Biscari, che immette nel cortile centrale, adorno di una grande scala a tenaglia.

Ambulacro;

Quadreria:

Sala dei Feudi: ambiente con alle pareti grandi tele rappresentanti i numerosi feudi dei Biscari;

Sala dei ritratti di famiglia.

Salone delle feste o Salone centrale: ambiente in stile Rococò dalla complessa decorazione fatta di specchi stucchi e affreschi dipinti da Matteo Desiderato e Sebastiano Lo Monaco e Luigi Mayer. Il cupolino centrale era usato come alloggiamento dell'orchestra, ed è coperto da un affresco raffigurante la Gloria della famiglia Paternò Castello di Biscari. Si accede alla cupola attraverso una scala decorata a stucco (che il principe Ignazio chiamò "a fiocco di nuvola") all'interno della grande galleria affacciata sulla Marina.

Appartamenti della principessa: appartamenti costruiti da Ignazio V per la moglie, Anna Maria Morso e Bonanno, dei principi del Poggioreale, con boiseries di legni intarsiati e pavimenti di marmo di epoca romana;

Galleria degli Uccelli;

Stanza di Don Chisciotte.

Museo Biscari, dove un tempo era raccolta la grande collezione archeologica del mecenate Ignazio Paternò Castello, V principe di Biscari, grande studioso, archeologo e amante delle arti in genere; dal 1927 la collezione è sita in parte al Museo civico al Castello Ursino.

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Orari
Mo-Sa 10:00-13:00
Telefono
+39 095 32872 01
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Sito ufficiale
www.palazzobiscari.it

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Anfiteatro romano di Catania

Sito archeologico · Catania

Anfiteatro romano di Catania

L'anfiteatro romano di Catania è una imponente struttura costruita in epoca imperiale, probabilmente nel II secolo, ai margini settentrionali della città antica, a ridosso della collina di Montevergine che ospitava il nucleo principale dell'abitato.

La zona su cui sorge l'anfiteatro, oggi parte del centro storico della città, in passato era adibita a necropoli. Del monumento è visibile e visitabile solo una piccola sezione nella parte occidentale di piazza Stesicoro.

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Storia

L'anfiteatro fu probabilmente costruito nel II secolo; la data precisa è, tuttavia, incerta, ma il tipo di architettura fa propendere per l'arco temporale tra gli imperatori Adriano e Antonino Pio, ovvero tra il 117 ed il 161.

Appare evidente un ampliamento datato intorno al III secolo, che ne triplicò di fatto le dimensioni.

Una leggenda popolare, seppur infondata, vuole che l'eruzione dell'Etna del 252 lo abbia raggiunto senza però distruggerlo. Tale tradizione si basa sulla vita di Sant'Agata, riportata negli Acta Sanctorum del Bollando, dove è riportato che ad un anno esatto dalla morte della santa (251), un fiume di fuoco si diresse alle porte della città, e i villani - preoccupati per le loro campagne - giunsero alla tomba di Sant'Agata per prelevarne il velo mortuario, usandolo per arrestare l'avanzata della lava. Tale fonte, del tutto agiografica, indusse persino autorevoli vulcanologi, come il Gemmellaro, ad interpretare erroneamente l'anfiteatro (il quale si trovava alle porte della città) quale punto in cui si arrestò la lava. Recenti studi stratigrafici e di datazione hanno dimostrato chiaramente, che la cosiddetta "colata lavica di Sant'Agata" del 252, ebbe origine dal cono del Monpeloso e, riversandosi quasi per intero nel territorio di Nicolosi, si fermò nel territorio di Mascalucia, a 450 m s.l.m., in direzione di Catania, ma senza mai raggiungerla. L'unica traccia di una presunta colata giunta presso l'anfiteatro, è una sporgenza lavica che si affaccia da uno dei fornici murati dell'edificio; quando però, nel XX secolo, fu compiuto un carotaggio sulle pareti dell'ambulacro interno, per cercare di capire cosa vi fosse al di là, da esso fluirono liquami "a vagonate", segno evidente che il corridoio fosse vuoto: il frammento di roccia vulcanica sporgente è, con tutta probabilità, materiale di riempimento per la gittata delle fondazioni, della facciata, della sovrastante chiesa di San Biagio.

Secondo quanto riferisce Cassiodoro, nel V secolo, Teodorico, re degli Ostrogoti, concesse agli abitanti della città di utilizzarlo quale cava di materiale da costruzione per edifici in muratura, a motivo dell'abbandono del monumento "per lunga vetustà". Secondo alcuni autori, nell'XI secolo, anche Ruggero II di Sicilia ne trasse ulteriori materiali per la costruzione della cattedrale di Sant'Agata, tra cui le colonne in granito grigio che decorano il prospetto e le absidi, su cui si riconoscerebbero ancora le pietre perfettamente tagliate, usate, forse, anche nel Castello Ursino in età sveva.

Nel XIII secolo, secondo la tradizione, furono adoperati i suoi vomitoria (ingressi), da parte degli Angioini, per accedere alla città durante la cosiddetta guerra dei Vespri. Nel secolo successivo gli ingressi furono murati e il rudere venne inglobato nella rete di fortificazioni aragonese del 1302. Nel 1505, il senato cittadino, fece concessione a Giovanni Gioeni di usare il materiale della struttura per la costruzione di abitazioni e di usare l'arena quale giardino. Una messa in sicurezza del rudere si ebbe con la costruzione delle mura della città negli anni 1550, quando vennero abbattuti il primo e il secondo piano, e con le stesse macerie avvenne il riempimento delle gallerie.

Nel XVI secolo i primi studiosi iniziarono a descrivere l'anfiteatro. Il primo a parlare della presenza di un anfiteatro romano a Catania è il Fazello, primo anche a stabilirne le dimensioni inferiori al solo Colosseo di Roma. In seguito, autori come Ottavio D'Arcangelo o Giovanni Battista de Grossis, ne proposero fantasiose ricostruzioni che hanno comunque il valore di essere i primi rilievi dell'edificio.

Dopo il terremoto del 1693 fu definitivamente sepolto, per poi essere trasformato in piazza d'armi. In seguito vennero sfruttati gli estradossi delle gallerie superstiti come fondamenta per nuove abitazioni, nonché per la facciata neoclassica della chiesa di San Biagio, nota anche come ‘A Carcaredda, cioè la fornace.

Nella seconda metà del XVIII secolo, Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, per fugare ogni possibile dubbio sulla sua reale esistenza nel passato, fatto che alcuni visitatori stranieri avevano decisamente negato, impiegò consistenti somme del suo denaro per eseguire degli scavi e, in due anni, ne portò alla luce un intero corridoio e 4 grandi archi della galleria esterna. Tali scavi, tuttavia, non ne preservarono gli ambienti, divenuti ormai ipogei: i fornici, infatti, vennero murati e sfruttati come pozzi neri per i palazzi della ricostruenda città. Nel XIX secolo gli scavi erano ancora visitabili dall'ingresso su via del Colosseo (che il popolino chiamava - e chiama tuttora - Catania Vecchia) e su di essi si ricamava ogni tipo di leggenda. Tra tutte, quella di una scolaresca che, insinuatasi nelle strutture per una visita, non ne era più uscita.Nel 1904, durante l'amministrazione De Felice, si iniziarono i lavori per riportarlo alla luce, ad opera dell'architetto Filadelfo Fichera, i quali si conclusero nel 1906. Tali lavori erano atti all'apertura del monumento per le visite, tramite la realizzazione dello scavo di piazza Stesicoro e la creazione di un percorso, poi sfruttato solo occasionalmente. In questa occasione, venne alla luce una profonda e misteriosa precinzione, probabilmente un ampliamento tardo dell'edificio, che impediva ai posti più prossimi all'arena di vedere bene lo spettacolo e riduceva le dimensioni dell'arena, ma permetteva una migliore prospettiva per un piano supplementare, verosimilmente aggiunto nel III secolo. Nel 1907 si svolse la cerimonia di apertura, a cui fu presente anche il re Vittorio Emanuele III. In seguito, già nel primo dopoguerra, l'anfiteatro venne lasciato decadere nuovamente, al punto che molti edifici soprastanti ne usarono, nuovamente, i cunicoli come fognatura.

Nel 1943, durante il bombardamento degli Alleati che ridusse parte della città in macerie, la struttura (tanto l'ambulacro interno quanto gli stessi pozzi neri) venne adoperata come rifugio antiaereo. Successivamente si sono susseguiti periodi di interesse e di abbandono. Per molti anni, i suoi cunicoli sotterranei, sono rimasti chiusi per generici "problemi di sicurezza", a seguito di presunti episodi tragici legati alla curiosità di visitatori che provavano ad esplorarli. Ristrutturato nel 1997, fu aperto solo durante la stagione estiva e poi richiuso per infiltrazioni di sostanze reflue, delle fognature delle case limitrofe, all'interno dell'anfiteatro. Parzialmente risanato, nel luglio 1999 è stato riaperto al pubblico, per poi essere chiuso nuovamente poco tempo dopo a causa di peggioramenti delle condizioni strutturali. I suoi resti, rappresentanti quasi un decimo dell'intero anfiteatro, sono visitabili dall'ingresso di piazza Stesicoro e dal vico Anfiteatro, dove se ne vede l'altezza fino a parte del terzo piano. Fino al 2007 era possibile vedere una porzione del secondo piano, da Via del Colosseo, quando esso fu interamente coperto dal nuovo terrazzo di villa Cerami. In quest'ultimo edificio, sede oggi della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania, è ancora possibile vedere parte del sistema d'archi che collegava l'Anfiteatro alla collina di Montevergine, l'antica acropoli della città. La restante parte dell'anfiteatro è ancora interrata sotto le zone di via Neve, via Manzoni e via Penninello.

Tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008 l, sono stati effettuati rilievi tecnici, per appurare lo stato di conservazione strutturale dei pilastri esterni. In questa occasione, si è potuta verificare la presenza di un rifacimento e di un ampliamento della struttura durante una seconda fase, motivo per il quale si è eseguito un nuovo rilievo che ha potuto condurre ad una ricostruzione virtuale dell'edificio, maggiormente aderente alla realtà rispetto alle ardite elaborazioni del D'Arcangelo.

L'uso dell'anfiteatro come fognature sembra essere stato la causa dell'indebolimento della struttura, di cui, nel 2014, è stato denunciato il pericolo di collasso in un'interrogazione parlamentare del 1º aprile di quell'anno, in cui venne trattato ciò che già era stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica, a seguito di una videoinchiesta della testata giornalistica CTzen. Il 24 aprile si è costituito un primo tavolo tecnico per stabilire un programma di recupero del monumento, mettendo, allo stesso tempo, in sicurezza il quartiere sorto nei secoli sopra le sue strutture.

Struttura

L'anfiteatro di Catania, strutturalmente il più complesso degli anfiteatri siciliani e il più grande in Sicilia, appartiene al gruppo delle grandi fabbriche quali il Colosseo, l'anfiteatro di Capua, l'Arena di Verona.

L'edificio presentava una pianta di forma ellittica, l'arena misurava un diametro maggiore di 70 m ed uno minore di circa 50 m, i diametri esterni erano di 125 × 105 m, la circonferenza esterna era di 309 metri, mentre la circonferenza dell'arena di 192 metri e si è calcolato che poteva contenere 15.000 spettatori seduti e quasi il doppio, con l'aggiunta di impalcature lignee, per gli spettatori in piedi. Addossato alla vicina collina di Montevergine, ne era separato da un corridoio composto da grandi archi e volte, che facevano da sostegno per le gradinate. Era, probabilmente, prevista anche una copertura con grandi teli per il riparo dal forte sole o nel caso di pioggia. Venne costruito con la pietra lavica dell'Etna ricoperta da marmi ed aveva 32 ordini di posti, mentre la cavea presentava 14 gradoni. Secondo una tradizione incerta e priva di riscontri, si vuole che in essi vi si svolgessero anche le naumachie, rappresentazioni di battaglie navali che venivano eseguite dopo averlo riempito di acqua mediante l'antico acquedotto.

Presenta una struttura realizzata con muri radiali e volte, non addossata al terreno, dove la facciata non si appoggia direttamente ai muri radiali, bensì a una galleria di distribuzione periferica. La tecnica edilizia prevede l'uso dell'opera vittata per le parti interne e dell'opera quadrata per le pareti esterne. Le testate dei pilastri sono in opera quadrata con piccoli blocchi di pietra lavica. I paramenti denotano una certa trascuratezza: i blocchetti in opera quadrata sono a taglio irregolare e appaiono in buona parte di riporto. Gli archi sono realizzati, esternamente, con grossi mattoni rettangolari dal taglio regolare e uniti da malta di buona qualità, mentre, internamente, sono fatti in opera cementizia a grosse scaglie radiali.

Singolare, nonostante la complessiva sobrietà dell'edificio, doveva apparire il contrasto cromatico tra la scurissima pietra lavica dei paramenti e il rosso dei mattoni delle ghiere degli archi. Una nota di prestigio era rappresentata dall'utilizzo del marmo, non solo per il rivestimento del podio, ma anche per alcune decorazioni, come le erme ai lati dell'ingresso principale dell'arena. Molto probabilmente, le gradinate dovevano essere in roccia calcarea, realizzando un forte gioco cromatico tra il bianco dei sedili e il nero delle scalette, così come supponibile dalle ricostruzioni coeve.

Ingresso

Allo scavo dell'anfiteatro si accede mediante una porta di ferro, decorata ad archetti traforati nel registro superiore e totalmente liscia nel registro inferiore. A decorazione del portone metallico, vennero recuperati, nel 1906, alcuni frammenti di colonne marmoree, che in origine dovevano costituire parte del loggiato superiore, 2 capitelli ionici frammentari e parte di un architrave, sulla quale fu incisa la scritta AMPHITHEATRVM INSIGNE.

L'ingresso è così formato: al centro il portone metallico, i cui stipiti sono le colonne con capitello, coronato dall'architrave, le restanti 2 colonne sono situate nelle due estremità laterali e, inserite tra queste e quelle centrali, vi sono due pareti in pietra recanti gli epitaffi simbolici di due illustri personaggi di epoca greca, legati a questa zona, Caronda a sinistra, ricordato anche dall'omonima via, e Stesicoro a destra, che diede il nome in antico alla via Etnea, i quali furono composti dal poeta Mario Rapisardi. La tradizione vuole che il sepolcro di costoro fosse propriamente nella zona prossima all'anfiteatro.

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Teatro romano di Catania

Teatro romano · Catania

Teatro romano di Catania

Il teatro greco-romano di Catania è situato nel centro storico della città etnea, tra piazza S. Francesco, via Vittorio Emanuele, via Timeo e via Teatro greco. Il suo aspetto attuale risale al II secolo ed è stato messo in luce a partire dalla fine del XIX secolo. A est confina con l’odeon della città

== Storia ==

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Prima del teatro

L’area della collina su cui sorge il sito era in origine interessata da un avvallamento, il quale era delimitato dai lembi di un costone lavico affacciato su di una vallata, in essa si trovava uno specchio d’acqua prossimo al mare, identificabile, secondo la tradizione popolare, con il fiume Amenano; dalle vene sotterranee di quest’ultimo, ancora oggi trarrebbe origine la polla d’acqua che costantemente allaga l’orchestra del teatro. Nella parte nord dell’area archeologica, sono state rinvenute tracce di insediamenti umani del Neolitico medio e tardo, costituite da frammenti di vasi, alcuni con decori incisi. Una fase successiva, attribuita agli inizi dell’Età del rame in base alla datazione al radio carbonio, ha restituito resti di un villaggio (piccoli tratti di mura e parti di rivestimenti in argilla bruciata) e di animali da allevamento, oltre che reperti in ceramica con decori incisi o dipinti, e strumenti in pietra e in osso.

Il ritrovamento di un muro di forma poligonale nella parte nord-est dell’area archeologica (Casa dell’Androne), databile tra la seconda metà del VII secolo a.C. e il primo quarto del VI secolo a.C. per spessore e tecnica costruttiva, ha fatto supporre la presenza, in questo sito, di parte della cinta muraria dell’acropoli della colonia di Katane; esso è, infatti, collegabile a tratti murari simili, già individuati in altri punti della collina di Montevergine. Nel corso di successivi scavi, sempre a monte del teatro, è stata individuata un'altra struttura della stessa tipologia, costituita da un lungo muro di età arcaica in forma poligonale, che delimita un’ampia parte dell’area su cui sorge il terzo ambulacro del teatro.

Il Teatro greco

Di un teatro a Catania ne fanno riferimento le fonti classiche, in merito alla consultazione delle polis siceliote da parte di Alcibiade: quest’ultimo tenne, nel 415 a.C., un discorso all'assemblea civica riunita appunto nel teatro. Di questo teatro però non era chiara l'ubicazione e la tradizione tendeva a identificarlo con il teatro di età romana oggi visibile. Tale associazione diede adito a numerose fantasticherie sull'edificio, al punto che è ancora oggi chiamato Tiatru grecu dalla comunità locale, mentre la strada che lo costeggia a nord è chiamata via Teatro Greco. Ciò che ha dunque mosso gli studiosi dell'edificio, sin dai primi lavori di sgombero delle strutture antiche, è stato anche il quesito se il teatro delle fonti antiche fosse il medesimo che si ammira oggi, ossia se su una preesistente struttura greca possa essere nata la struttura romana. Per un certo periodo venne persino messo in dubbio che potesse esistere davvero un teatro in epoca greca, a Catania, e che si trattasse di una errata traduzione delle fonti ad aver generato la credenza di detto edificio. Diverse sono le ipotesi a favore dell'identificazione del teatro romano con quello greco, in particolare il fatto che la posizione é alla base di una collina, a differenza dell'usanza romana di edificare in pianura o con la scena rivolta verso il mare.

Sul monumento però, le fonti sono piuttosto silenti e ne tacciono le vicissitudini storiche, per capirne quindi la storia si fa ricorso ai ritrovamenti archeologici che gettano un po' di luce sull'edificio. Le fasi più antiche testimoniano la presenza di un edificio costruito con grossi blocchi di pietra arenaria, decorate con lettere in greco, in pianta rettangolare, un tipo di planimetria più diffusamente ellenistica che latina. Tale struttura, già identificata negli anni 1884 e 1919, e attribuita a un prototipo di teatro greco del V-IV secolo a.C., potrebbe essere propriamente il teatro in cui, Alcibiade, tenne il discorso ai Katanaioi per convincerli ad allearsi con Atene contro Syracusae.

All’interno dell’area del complesso archeologico, alcuni particolari ritrovamenti indicano che il teatro - o parte di esso - venne edificato su un’area sacra, forse collegato col tèmenos del Santuario di Demetra e Kore, ubicato dagli studiosi nelle vicine piazza San Francesco e via Crociferi. Fra questi, vi sono alcuni resti di strutture e reperti attribuibili all’Età ellenistica (secondo cuneo della media cavea), forse pertinenti a rituali sacri, ed altri reperti (atrio orientale), confrontabili con la coroplastica della stipe votiva del santuario.

Il Teatro romano

Il teatro di epoca greca sarebbe stato dunque restaurato nel corso del I secolo, probabilmente a seguito dell'elevazione a colonia romana di Catania, avvenuta ad opera di Augusto. A questo periodo appartengono un rifacimento della cortina quadrangolare, con la sostituzione dei blocchi in arenaria mancanti con conci lavici squadrati, l'aggiunta della scena e delle gradinate più antiche dell'edificio.

Nel corso del II secolo, forse a seguito di finanziamenti ottenuti da Adriano, assistiamo a un progressivo processo di monumentalizzazione dell'area che coinvolge anche le vicine strutture termali e numerosi edifici cittadini, tra cui anche l'anfiteatro. A questo periodo risale il plinto, conservato nel museo civico del Castello Ursino, in cui è rappresentata una Vittoria che incorona un trofeo su un lato e dei barbari resi schiavi sull’altro; tale plinto potrebbe rappresentare una vittoria sui Germani sotto Marco Aurelio o Commodo. Le tracce della monumentalizzazione si notano anche nell'assunzione di una pianta emiciclica dell'edificio, nella realizzazione di un proscenio decorato da lussuosi marmi, nell'ampliamento della scena e nella realizzazione di 2 massicce torri laterali, atte a ospitare le scale d'accesso ai diversi piani dell'edificio. La struttura si dota in questo periodo di numerosissimi elementi architettonici, tra fregi, statue, bassorilievi e colonne, i quali, nel XVII secolo, verranno spesso trafugati ed usati come materiale da costruzione per gli edifici della città barocca, come ad esempio per la facciata della Cattedrale di Sant'Agata.

Quartiere Grotte

Caduto in declino e abbandonato tra il V e VII secolo, come molti altri edifici monumentali di età classica nel resto d’Europa, venne progressivamente sfruttato per ricavarne modeste abitazioni e altri edifici. In particolare, l'area dell'orchestra fu interessata da una macelleria bovina, mentre, lentamente e inesorabilmente, le strutture del teatro venivano intaccate e scavate per ricavarne nuovi edifici.

Nonostante le dure manipolazioni nel corso dei secoli, tra cui l'aggiunta, nel XVI secolo, di piccole stradine che tagliavano il monumento da parte a parte, l'emiciclo dell'ultimo ambulacro era perfettamente leggibile dall'esterno, e tale veniva riprodotto dai cartografi nel XVI e XVII secolo . Il terremoto del Val di Noto del 1693 danneggió molte abitazioni che erano nate sulla cavea, le cui macerie vennero sfruttate per realizzare le fondamenta di nuove abitazioni. Nel XVIII secolo viene eretta la via Grotte, i cui archeggiati sono ancora visibili a testimonianza della sua esistenza, che tagliava in senso sud-nord l'edificio, mettendo in comunicazione la strada del corso (oggi via Vittorio Emanuele II) con lo spiazzo alle spalle del teatro. La strada, come si nota da alcune fotografie precedenti al suo abbattimento, era in comunicazione con alcune strade minori e persino con una piazza, ricavate sulla cavea tra il XVIII e il XIX secolo.

Monumento archeologico

Sul finire del XIX secolo il proprietario del palazzo che si addossa all'adiacente odeon, il barone Sigona di Villermosa, fece abbattere l'ultimo fornice del medesimo odeon, per ampliare il suo immobile. Questo increscioso avvenimento mobilitò la Soprintendenza alle Antichità per la Sicilia Orientale, all'epoca diretta da Paolo Orsi, che adottò il pugno duro nei confronti di chi abitava sopra i due teatri e avviò una campagna di esproprio e liberazione delle antiche strutture, mai del tutto completata. Da un primo sgombero che interessò quasi esclusivamente l'odeon, si riprese solo negli anni 1950, in misura massiccia, l'opera di sgombero interrotta negli anni 1910.

Dagli anni 1970 fu utilizzato per spettacoli estivi, ma questo utilizzo cessò dal 1998, quando gli fu preferito l'anfiteatro del Centro fieristico le Ciminiere.

Una campagna di scavo venne condotta nei primissimi anni 1980 che restituì, nel 1981, l'ingresso orientale degli attori, costituito da una scaletta e un accesso trabeato, realizzato in grossi blocchi di pietra lavica. Dalla seconda metà degli anni 1990 venne riaperto il cantiere di scavo, con un obiettivo diverso da quello che aveva caratterizzato i lavori fin lì condotti. Il servizio per i Beni Archeologici della Soprintendenza BB. CC. AA. di Catania, sotto la direzione della dottoressa Maria Grazia Branciforti, ha infatti intrapreso una nuova serie di campagne di scavo, demolizione atto allo sgombero, rifunzionalizzazione e restauro, di ciò che rimane ancora ingombrato del monumento, con la finalità di conservare alcuni edifici rappresentativi del proprio periodo, sorti sul teatro e ritenuti utili testimoni della storia del monumento e della città, realizzati successivamente all'abbandono della funzione teatrale della struttura. Sotto quest'ottica infatti sono nati gli ambienti allestiti per ospitare l'Antiquarium regionale del Teatro Romano, con sede in Casa Pandolfo (del XVIII secolo) e in Casa Libérti (del XIX secolo ma realizzata su una struttura del XVI secolo, di cui rimangono 2 eleganti portali), situata nella zona nord-est della summa cavea. Attualmente è quasi interamente visitabile, ad eccezione delle parti ancora in restauro e degli approfondimenti in corso, sulle vestigia greche che si stanno esplorando.

Studi

Il Teatro di epoca romana, ben visibile nel tessuto urbano della città medioevale, venne studiato per primo dal Bolano e dal Fazello, trattato dai vari autori secentisti che si occuparono delle antichità di Catania, così come da Vito Maria Amico. La prima vera indagine archeologica compiuta in un'area adiacente al Teatro venne compiuta nel XVIII secolo dal principe Ignazio Paternò Castello, che in anticipo sui tempi sperimentò nell'area est - forse perché costretto dalla situazione - la trincea di scavo e ad occidente ricolmò lo scavo con il materiale di risulta dello stesso, rendendolo riconoscibile per le future indagini, probabilmente perché - come egli stesso avrà modo di scrivere in proposito - intenzionato a completare le indagini archeologiche qualora ne avesse avuta l'occasione. Lo scavo occidentale mise in luce un lastricato romano che chiudeva nella scala d'accesso orientale dell'edificio, un monumentale arco che venne prontamente rilevato da Sebastiano Ittar, che ne realizzò un rilievo su lamina di rame oggi esposta al Museo civico.

Alla fine del XIX secolo Adolf Holm ne visita la struttura e ne ipotizza per primo la capienza di 7000 persone, un dato poi non più verificato, ottenuto da un calcolo relativo alle dimensioni dell'edificio che poté desumere all'epoca, mettendole a confronto con gli edifici teatrali a lui noti. Nello stesso periodo inizia la lunga opera di sbancamento delle abitazioni che alterarono la natura dell'edificio, coronata nel 1884 dal ritrovamento di un muro in pietra arenaria identificato con parte dell'antico teatro greco delle fonti e successivamente nella campagna del 1919-1920 col rinvenimento di blocchi cui era incisa la sigla KAT, interpretata come l'abbreviazione di Katane, antico nome della città.

Durante gli anni cinquanta vennero compiuti i più impegnativi lavori di sbancamento sotto la direzione di Guido Libertini che riportarono alla luce gran parte della cavea, partendo dal settore orientale, e restituirono una grande quantità di marmi decorativi, accatastati man mano che si procedeva lungo il corridoio nord. Gli scavi, interrotti durante il ventennio successivo, ebbero seguito a partire dal 1980 nel settore orientale e in diversi punti della cavea, oltre che focalizzati sull'orchestra per liberarla dai detriti e dal materiale di crollo del sisma del 1693. In quest'ultima zona si rinvenne un frammento della testa di Marco Aurelio, completata grazie ad un secondo frammento rinvenuto durante la campagna dei primi anni 2000. In quest'ultima campagna, iniziata nel 1998, si sono liberate ampie porzioni del settore occidentale e nel contempo è stato predisposto un percorso visite, preservando diversi ambienti sorti sull'edificio per ricavarne uffici amministrativi o sale espositive. Gli scavi, condotti dall'allora soprintendente ai BB.CC.AA. Maria Grazia Branciforti, hanno anche permesso di conoscere meglio l'edificio nel suo rapporto con la città e con la storia, nel suo evolversi nel tempo e nello spazio, mettendo in luce anche le parti più antiche dell'edificio, quali ad esempio un ambiente chiuso creato con gli stessi blocchi in arenaria siglati kat che hanno permesso di datare meglio le strutture sfruttate dal teatro romano al IV secolo a.C., piuttosto che al V come si credette nel 1919. Inoltre si è potuta ricostruire l'estensione del primo impianto e identificare l'area sacra del tempio cui il teatro era legato.

Con gli ultimi scavi degli anni 2014-2015, diretti da Fabrizio Nicoletti, è stato del tutto liberato l'atrio orientale con la facciata d'ingresso su piazza San Francesco, è stata restaurata la cavea, e, sul lato esterno nord, è stata messa in luce una sequenza stratigrafica di epoca neolitica ed eneolitica.

Descrizione

La struttura teatrale visibile appartiene alle grandi costruzioni del genere di epoca antonina, composta da una complessa scena, originariamente decorata da colonne marmoree in seguito resa monumentale con l'aggiunta di nicchie e finti ambienti prospettici che dovevano creare l'illusione di una più vasta profondità, un pulpitum riccamente strutturato e decorato da marmi, l'orchestra dal diametro di circa 22 metri originariamente rivestita in opus sectile con una fantasia di cerchi inscritti in quadrati, danneggiata più volte e restaurata un'ultima volta malamente nel IV secolo, e sovente allagata da una polla di acqua sorgente scambiata in passato con l'Amenano, i due parodoi fortemente rovinati dai lavori effettuati per ricavarne ambienti e persino scarichi per le acque nere, una delle carceris resa nel XVIII secolo una palazzina privata, l'ampia cavea dal diametro di 98 metri costituita da ventuno serie di sedili, divisi orizzontalmente da due praecinctiones e verticalmente da nove cunei e otto scalette. Le due precinzioni separano le tre parti della cavea: ima (poggiata direttamente sul declivio del colle Montevergine), media e summa (queste ultime messe in comunicazione dagli ambulacri che si aprono verso l'esterno tramite diversi vomitoria ai vari cunei e tra loro con un fitto sistema di scale).

Gli ambienti scenici erano riccamente decorati da marmi, tra colonnati, statue e bassorilievi con un repertorio iconografico legato al mondo mitologico quanto alla celebrazione di eventi o personalità pubbliche. Tra le figure a carattere mitologico spicca il gruppo scultoreo della Leda col cigno copia romana di un originale del 360 a.C. di Timotheos, mentre tra gli ornamenti funzionali del teatro una lastra di marmo bianco rappresentante un delfino, ritenuto quale bracciolo per un seggio d'onore o più probabilmente (vista la certa presenza di almeno altri due delfini identici immortalati dalle foto degli anni trenta) divisori per segnalare la zona riservata al pubblico più importante. In marmo bianco erano pure i rivestimenti dei sedili, costruiti in blocchi di arenaria per la ima cavea e in opus coementitium per le altre due cavee, i quali dovevano creare un singolare aspetto cromatico con il nero delle otto scalinate in pietra lavica. Molti elementi decorativi vennero trafugati o adoperati per la realizzazione della cattedrale del 1094, dove ancora si possono notare alcuni capitelli, colonne o elementi decorativi in marmo. Secondo la ricostruzione di Sebastiano Ittar le colonne - numerose - dovettero costituire un loggiato sulla sommità della scalea, analogamente al teatro antico di Taormina, esemplare più grande e reso famoso dai viaggiatori del Grand Tour. All'esterno si aprivano diversi accessi, molti dei quali sono oggi liberi sebbene non praticabili a causa della mancanza delle scale, chiusi da lesene che creavano un notevole gioco di ombre e luci, tendenza chiaroscurale già presente in Sicilia dai tempi del Teatro di Thermae Himerae; quattro grandi avancorpi emergevano dalla facciata curvilinea dell'edificio e vi erano ricavate altrettante nicchie, probabilmente ospitanti statue di divinità.

La scena è ancora ingombrata da palazzi del XVIII secolo, tra cui una palazzina a un piano che funge da ingresso e che conserva notevoli resti di epoca medioevale, tra cui una scalinata e una colonna, ricollocata a reggere il soffitto ligneo settecentesco. Questa palazzina è anche sede dell'antiquarium, in cui sono esposti i rilievi architettonici dell'edificio, dal I al XVII secolo, e vi si possono osservare i resti di un abitato del XVI secolo dall'orientamento diverso rispetto al Teatro, segno che il tessuto strutturale del medesimo era ormai illeggibile. Sull'orchestra si possono ancora vedere gli archi della vecchia via Grotte, una interessante struttura che testimonia l'edilizia del XVIII secolo. Sulle carceris e su una piccola parte della cavea sono ancora presenti diverse abitazioni, una di esse è il Palazzo Gravina Cruyllas che confina ad est. La media cavea presenta le maggiori manipolazioni subite nei secoli, con ampie parti di sedili asportate per ricavare dei pavimenti piani. Tra le residenze sorte nella zona della summa cavea di notevole importanza è la Casa del Terremoto, una vera e propria capsula del tempo, che ha preservato integro il corredo abbandonato l'11 gennaio 1693: le macerie che la ostruirono vennero quindi sfruttate per ricavare le fondamenta di una casa settecentesca, resa oggetto di discordia tra il comune che intendeva espropriarla e due anziane signore che vi risiedevano. Altre due case che insistono nella zona orientale sono la Casa dell'Androne e la Casa Libérti, entrambe sfruttate come spazi espositivi o per conferenze.

Ai lati due diversi ingressi confinano uno a est con la trincea di scavo effettuato da Ignazio Paternò Castello situata tra le proprietà dei Principi di Valsavoja e i Gravina, l'altro a ovest con l'odeon. A nord-est, all'interno di uno dei locali della Casa dell'Androne si sono rinvenuti i resti di un temenos, il recinto sacro del tempio cui il Teatro era legato. La presenza di una stipe votiva: quella della vicina piazza San Francesco d'Assisi ha fatto pensare che possano essere messi in relazione col culto di Persefone o Demetra.

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chiesa della Badia di Sant'Agata

Chiesa · Catania

chiesa della Badia di Sant'Agata

La chiesa della Badia di Sant'Agata è una chiesa di Catania affacciata sulla via Vittorio Emanuele II, nel quartiere Duomo di Catania o Terme Achilliane - Piano di San Filippo.

== Descrizione ==

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Esterno

La chiesa si trova di fronte al fianco nord della cattedrale di Sant'Agata e occupa, insieme all'annesso monastero (oggi di proprietà comunale), l'intero isolato delimitato da via Raddusa, via Santa Maria del Rosario e via Sant'Agata.

L'edificio è uno dei principali monumenti barocchi della città, opera di Giovanni Battista Vaccarini.

L'edificio poggia sulle rovine dell'antica chiesa e del convento del 1620, su progetto di Erasmo Cicala e dedicati a Sant'Agata, poi crollati a causa del terremoto del 1693.

Interno

La chiesa ha impianto a croce greca, con ingressi e cappelle disposti lungo i lati di un ottagono regolare. Altari e rivestimenti degli ambienti sono in marmo giallo di Castronovo; sui piedistalli posti sulle mense sono collocate statue di stucco lucido, che raffigurano in senso orario San Benedetto, l'Immacolata Concezione, Sant'Agata, San Giuseppe e Sant'Euplio. Le statue in stucco marmorizzato furono realizzate nel 1782 ad opera di Giovan Battista Marino, Mario Biondo e Giovan Battista Amato.

Emiciclo destro

Cappella di Sant'Euplio. Altare dedicato a Sant'Euplio, diacono e martire del IV secolo sotto Diocleziano.

Cappella del Santissimo Crocifisso.

Cappella di San Giuseppe.

Emiciclo sinistro

Cappella di San Benedetto. Altare dedicato a San Benedetto.

Ingresso laterale sinistro.

Cappella dell'Immacolata Concezione.

Abside

Cappellone di Sant'Agata e altare maggiore.

Monastero

Monastero femminile dell'Ordine benedettino sotto il titolo di «Sant'Agata», dal secondo dopoguerra ceduto dalla Curia al Comune, per decenni ha ospitato la tipografia del quotidiano Espresso sera e dal 1991 è stata la sede del Centro sociale occupato Auro, oltre ad accogliere la sede del quotidiano I Siciliani da un paio di anni dopo dell'occupazione.

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chiesa di San Giuliano

Chiesa · Catania

chiesa di San Giuliano

La Chiesa di San Giuliano è una chiesa di Catania tardo-barocca, sita nel lato est di via dei Crociferi, nell'omonimo quartiere San Giuliano.

La chiesa è una delle quattro principali chiese-monastero barocche su questa strada; le altre sono San Francesco Borgia, San Benedetto e San Camillo.

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Storia
Epoca romano-bizantina

Il sito attuale della chiesa, ubicato nella primitiva area greco-romana della città di Catania, sorge sui ruderi di un tempio pagano.

Dal primitivo eremo fuori le mura, ubicato invece sulla collina di Santa Sofia fin dal VI secolo d.C., le monache eremite di Santa Sofia si trasferiscono dentro la città all'inizio del XIII secolo nel quartiere Civita presso la Chiesa di Santa Venera, verosimilmente ubicata nell'attuale sito della Chiesa di San Gaetano alla Marina, fondando un Monastero di Clausura sotto il titolo di "San Giuliano".

Secondo quanto riportato dall'annuario catanese del 1690, l'iniziativa risale al monaco benedettino padre Rainaldo Scalciato.

Epoca aragonese-spagnola

Il Monastero è stato riedificato nello stesso luogo dopo il disastroso Terremoto del Val di Noto del 1693, che uccise 60 delle 74 monache. Le religiose benedettine decisero di spostarsi in un'area più centrale ubicata tra la "Strada Giuseppe Lanza, duca di Camastra", (denominata poi "Via Abramo Lincoln" e successivamente "Via Antonino di San Giuliano"), e la "Via dei Crociferi", denominata all'epoca "Via dei Tre Santi", dove erano ubicate le fabbriche dell'Ospedale San Marco, che saranno permutate nel 1709, insieme alla chiesa annessa, con il vecchio monastero benedettino.

Il finanziamento per la costruzione della nuova chiesa è registrato nell'anno 1735, tuttavia l'acquisto dei rimanenti terreni necessari all'edificazione risale al 1739.

Epoca borbonica

La ricostruzione fu avviata nel 1741 dall'architetto Giuseppe Palazzotto, probabilmente autore di un progetto di ampliamento e rielaborazione spaziale della pianta ideata dal padre crocifero Vincenzo Caffarelli, mentre allo scultore Gaspare Ciriaci fu affidato l'incarico di realizzare il prospetto. Tra il 1743 ed il 1749 è stata completata la facciata su Via dei Crociferi, ispirata a modelli del barocco romano. L'intero edificio fu completato intorno al 1754, corredato nella prima metà dell'Ottocento dal sagrato e dall'elegante cancellata in ferro battuto.

Epoca contemporanea

L'8 aprile 1863 avvenne la solenne consacrazione presieduta dall'arcivescovo Salvatore Ventimiglia.

Il complesso monastico, in seguito all'emanazione delle leggi eversive dell'asse ecclesiastico concernenti la soppressione delle corporazioni religiose, perviene nella seconda metà dell'Ottocento all'amministrazione del Fondo degli Edifici di Culto del Ministero dell'Interno, che lo cedette al Comune di Catania nel 1875.

Dal 1920 il Comune di Catania ristruttura la parte di edificio di sua proprietà e lo destina alla polizia urbana, annona, ufficio del lavoro e leva, nonché sede della federazione dei sindacati fascisti.

Il 25 ottobre 1928 la chiesa fu concessa alla Diocesi di Catania e, per la sua rilevanza culturale, fu sottoposta a vincolo monumentale di interesse storico-artistico nel 1937, divenendo oggetto, fino ad oggi, di diversi progetti ed interventi di restauro da parte della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania.

L'ala ancora a gestione comunale venne nel 1937 adibita a caserma, intitolata a Mussolini e denominata caserma Dux, su progetto dell'ingegnere Luigi Marletta. L'intervento comportò la demolizione di giardino, fontanta centrale e l'ingresso in stile barocco.

Nel 1939 fu restaurata dai Cavalieri dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme della sezione di Catania.

Nel 1944, l'arcivescovo Carmelo Patanè, con proprio rescritto, le conferì il titolo di «Chiesa Capitolare dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro».

Nel 1948, gli spazi della caserma vennero ceduti ad uso della Camera del Lavoro.

Descrizione

La chiesa si trova di fronte al Collegio dei Gesuiti ed è contornata da una preziosa cancellata in ferro battuto. La sua facciata convessa e le sue linee semplici le danno un aspetto di rara eleganza.

Impianto a croce greca, pianta ad ottagono allungato e bracci absidati, aula unica coperta dalla cupola e ornata da stucchi, cornici e modanature con profili in oro zecchino. Vestibolo di ingresso sormontato da cantoria, schermata da raffinatissime grate. Inferiormente al vestibolo, è collocata la cripta, per la sepoltura delle stesse religiose. L'aula è impreziosita dal pavimento settecentesco con raffinati disegni in marmi policromi, opera dello scultore Giovan Battista Marino.

La facciata è probabilmente progettata per essere inscritta in un cerchio ed un esagono regolare. Simili rapporti geometrici sono presenti in altri elementi dell'architettura della chiesa.

La cupola, accessibile anche ai visitatori, costituisce la seconda cupola più alta della città, dopo quella del monastero dei Benedettini.

Interno
Pareti laterali

Sui quattro altari, ridisegnati alla fine del settecento dall'architetto Antonino Battaglia:

Cappella della Madonna delle Grazie: Madonna delle Grazie raffigurata con San Giuseppe e San Benedetto, dipinto opera di Olivio Sozzi.

Cappella di Sant'Antonio Abate: Sant'Antonio Abate in estasi, dipinto opera di Pietro Abbadessa.

Cappella di San Giuliano: San Giuliano con raffigurazioni di scene della sua vita, dipinto di autore ignoto del Settecento.

Cappella del Santissimo Crocifisso: Crocifisso, manufatto in alabastro, collocato al di sopra del gruppo statuario raffigurante la Crocifissione con Maria Addolorata, San Giovanni Evangelista e Santa Maria Maddalena.

Altare maggiore

Nell'abside si eleva su gradini il sontuoso altare maggiore, rivestito in marmi policromi, con elementi in bronzo dorato, realizzato dallo scultore Giovan Battista Marino su modello attribuito a Giovanni Battista Vaccarini. La sopraelevazione è caratterizzata dalle statue allegoriche della Fede e della Carità collocate ai lati, e da due angeli adoranti sul gradino dell'ordine superiore, rivolti verso il raffinato tronetto, opera di Nicolò Mignemi ed espone un'antica croce dipinta.

L'insieme è sovrastato da un baldacchino coronato che raccoglie imponente lo spazio presbiteriale. Nel catino absidale è riprodotto il Dio Padre, la cupola è decorata con la raffigurazione di Dio Padre e San Pietro che consegna l'Evangelo a San Berillo, affreschi realizzati entrambi nel 1842 dal pittore Giuseppe Rapisardi.

Cripta

Ambiente deputato alla sepoltura delle religiose del monastero.

Monastero

Monastero femminile dell'Ordine benedettino sotto il titolo di «San Giuliano».

Prima del terremoto del Val di Noto del 1693 i monasteri cittadini erano quattordici, il vescovo Andrea Riggio li ridusse a sei. Accomunati dalla regola di San Benedetto quelli titolati a «San Placido», «San Giuliano», «Santissima Trinità», «San Benedetto» e «Sant'Agata», il sesto condotto secondo la regola serafica di San Francesco si titolava a «Santa Chiara». Quasi tutte le monache dei sei monasteri appartenevano al patriziato catanese o alla ricca borghesia.

1664, Busto di San Giuliano, opera dell'argentiere messinese Didaco Rizzo su commissione della badessa suor Girolma Gioieni, custodito nel Museo diocesano di Catania.

OESSH

Luoghi sacri di Sicilia custoditi dall'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme:

Chiesa di Sant'Andrea a Piazza Armerina

Chiesa capitolare di San Cataldo di Palermo

Oratorio di Santa Caterina d'Alessandria di Palermo

Chiesa dell'Immacolata Concezione o dell'Immacolatella di Trapani

Chiese a vario titolo correlate all'Ordo Equestris Sancti Sepulcri Hierosolymitani (OESSH):

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Palazzo degli Elefanti

Palazzo italiano · Catania

Palazzo degli Elefanti

Il palazzo degli Elefanti (già palazzo Senatorio, per via del Senato Civico, l'antico nome del Consiglio Comunale) è un edificio storico di Catania, di cui svolge la funzione di municipio: esso è situato sul lato nord della scenografica piazza del Duomo, ha accanto la Cattedrale di Sant'Agata e di fronte il Palazzo del Seminario dei Chierici. Al centro della piazza, fra i 2 palazzi, vi è anche la Fontana dell'Elefante.

== Storia ==

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Epoca aragonese

Il primitivo edificio, posto sul luogo dell’attuale municipio, era chiamato Palazzo Senatorio o Casa Senatoria o Loggia Senatoria o Loggia Medievale, o semplicemente loggia, e aveva la funzione di archivio comunale. I rappresentanti cittadini si riunivano nel peristilio e, talvolta, tra le sue mura si adunava il parlamento siciliano (le assise documentate: 1281, 1296, 1336, 1353, 1397, 1416, 1460, 1475, 1478, 1494, 1552, 1566).

L’edificio, appartenente al sacro recinto al pari degli altri edifici adiacenti, era definito genericamente col termine di cattedrale, per indicare espressamente il luogo dove si svolgevano le assise e le curiae generales convocate dal sovrano. Le sessioni itineranti del parlamento, tenute nelle fedeli roccaforti di Catania, Messina e altre città demaniali o regie della costa orientale siciliana, erano motivate dalla rivalità tra la fazione latina e quella catalana, rivalità fomentata dai vari esponenti della famiglia Chiaramonte, nucleo dichiaratamente ostile ai membri di Casa d'Aragona.

Alla stessa stregua delle signorie rinascimentali della penisola italiana, il Gran Loggiato destinato alle adunanze pubbliche, a Catania, si perfezionò col termine di loggia o portico, appellativo utilizzato per identificare il Palazzo Pubblico. Nel XV secolo Lope III Ximénez, viceré di Sicilia, dispose che i libri dei privilegi della città e le scritture varie, ascrivibili ai sovrani aragonesi e alla regina Bianca di Navarra, fossero raccolti in ogni parte del regno per essere custoditi negli archivi di questo stabile.

Epoca spagnola

I tumulti di Catania, iniziati il 27 maggio 1647, come locale espressione della rivolta antispagnola siciliana, determinarono la parziale distruzione e il depauperamento dell’archivio cittadino.

Alla sua ricostruzione, nel 1696, dopo il terribile terremoto del 1693 che distrusse completamente la struttura, parteciparono numerosi architetti: il progetto originale fu realizzato da Giovan Battista Longobardo, con la collaborazione dell'architetto Vincenzo Caffarelli dell'Ordine dei Crociferi e, dopo il 1757, il progetto fu dell'architetto Giuseppe Palazzotto.

Lo scalone d'onore che si apre sulla corte interna fu realizzato nel XIX secolo da Stefano Ittar.

Epoca contemporanea

Il 14 dicembre 1944 il municipio fu incendiato da un gruppo di manifestanti contro la leva militare obbligatoria, per lo più giovani spinti dal Movimento per l'Indipendenza della Sicilia: l'evento determinò la perdita dei preziosi archivi storici del Comune e di cimeli custoditi nel "Museo del Risorgimento", istituzione ospitata in alcuni ambienti del palazzo.

Dopo l'incendio, le sale interne furono nuovamente arredate nello stile originario e l'edificio fu riaperto il 14 dicembre 1952, ottavo anniversario dell'incendio. Nel 1953, in seguito ai successivi lavori di ristrutturazione, il palazzo è stato adibito nuovamente a sede del municipio.

Esterno

L'edificio ha un impianto rettangolare con sviluppo maggiore sull'asse nord - sud, 3 elevazioni che comprendono il piano nobile al livello intermedio. Prospetta sulla barocca Piazza Duomo, ove fronteggia il Liotru e il Palazzo del Seminario dei Chierici. L'ingresso principale rivolto a mezzogiorno, si apre su via Vittorio Emanuele II (già Strada Reale), quello orientale, corrispondente all'ala con sviluppo maggiore, si apre su via Etnea (già via Uzeda).

Il prospetto meridionale e quello corrispondente presentano una teoria di 3 imposte per ala e livello, quello orientale e quello opposto, invece, 5. Le partizioni, scandite da lesene, mostrano finestre ornate con timpano ad arco al piano terra, finestre-balconi balaustrate, arricchite da timpano triangolare spezzato al secondo piano e semplici finestre con cornice e ringhiera con colonnine al terzo.

La facciata d'impronta barocca presenta pilastri - paraste arricchiti alla base da bugne a diamante e a cuscino fino al primo piano, proseguono a mo' di lesene piatte e lisce fino all'architrave della trabeazione, senza capitelli. Il severo bugnato del primo ordine si equilibra coi caldi intonaci e le nervature verticali, realizzate insieme agli ornati in bianca pietra calcarea di Siracusa.

Il portale è compreso tra coppie di colonne binate in granito, collocate su alti plinti, che sorreggono il grande balcone centrale. Sulle mensole aggettanti dell'importante architrave, si stagliano le statue raffiguranti la Giustizia e la Fede, grande stemma intermedio recante le armi della Città di Catania. Ai lati della cornice sono murate 2 targhe commemorative.

Piano terra

Nell'androne sud del palazzo sono custodite 2 carrozze del XVIII secolo, di cui una berlina, usata durante i cortei, nell'ambito dei festeggiamenti di sant'Agata, per condurre il sindaco alla chiesa di Sant'Agata alla Fornace per la processione del 3 febbraio, volta a rinnovare l'offerta della cera, riproposizione del voto del «Senato di Catania» all'amata patrona e protettrice.

Cortile

Contrariamente allo sviluppo perimetrale esterno, il cortile interno si articola in lunghezza sull'asse est-ovest con i portici settentrionale e meridionale di 5 arcate, ciascuno poggianti su pilastri. Nel cortile e negli altri androni sono esposti alcuni reperti di varie epoche e opere d'arte contemporanea, spicca imponente e solitario nell'androne ovest il monoblocco detto Pietra del Malconsiglio.

XV secolo, Sant'Agata, busto.

XIX secolo, Genio di Catania, bassorilievo marmoreo, opera di Antonio Calì.

?, Epigrafe, lapide con elenco delle solennità da osservarsi da parte del "Senato di Catania".

1985, Giovanni Battista Vaccarini, medaglione bronzeo raffigurante l'artista, opera di Antonio Brancato.

Piano nobile

Scalone d'onore.

Sala Bellini

Sala Giunta intitolata a Giuseppe Sciuti.

Salone. Nel Cammarone settecentesco sono documentati affreschi realizzati da Giovanni Battista Piparo.

Nel salone d'onore ed altri ambienti al primo piano sono custoditi dipinti opere del pittore catanese Giuseppe Sciuti:

1890, Episodio della spedizione di Pisacane a Sapri, olio su tela.

1894, Restauratio Aerarii, olio su tela, Salone Bellini.

1903?, San Sebastiano dopo il primo martirio, olio su tela.

1906, Giulio Cesare, olio su tela, pianerottolo scalone.

1908, Presepe, olio su tela.

?, Adultera, olio su tela, Sala Giunta.

Opere d'arte di Emilio Greco, Francesco Contraffatto.

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chiesa di San Placido

Chiesa · Catania

chiesa di San Placido

La chiesa di San Placido si trova a Catania, nell'omonima piazza nel quartiere Civita, e nelle immediate vicinanze di palazzo Biscari e della cattedrale di Sant'Agata.

== Storia ==

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Epoca romano - bizantina

Al tempo dei romani il sito era occupato da un tempio pagano dedicato a Bacco.

Epoca aragonese

La prima fondazione risalirebbe, secondo il Rasà, al 1409, anno in cui la regina Bianca, figlia del re di Navarra, sposa di re Martino, alle sue seconde nozze, e vicaria del Regno di Sicilia, donò preziosi arredi sacri al monastero delle monache benedettine, ancora da erigere, forse rimanendo a lungo ospite delle consorelle.

Inoltre, nel XV secolo anche Ximene e Paola di Lerida - "coniugi di gran pietà e di nobile e ricco casato catanese" - contribuirono finanziariamente alla costruzione del monastero di San Placido, anche se l'atto di fondazione, datato 4 dicembre 1420, dimostra che fu donna Paola, ormai vedova, la sola ispiratrice della fondazione della casa religiosa.

L'edificazione avvenne sulle rovine di un antico tempio pagano dedicato al dio Bacco, luogo di culto per la tradizione religiosa catanese, poiché si diceva che un tempo vi sorgesse la casa natale di sant'Agata, patrona della città.

Epoca spagnola

La chiesa fu rasa al suolo dal catastrofico terremoto del Val di Noto del 1693, che distrusse la città di Catania e la Sicilia sud - orientale.

Su iniziativa delle uniche tre monache che scamparono alla morte dopo il sisma, fu avviata la ricostruzione, affidata all'architetto Stefano Ittar, e la nuova chiesa venne consacrata nel 1723.

Epoca contemporanea

Nel 1976 il tempio fu chiuso al culto in seguito al riscontro di seri problemi di stabilità della struttura e, dopo circa tre anni di lavori di consolidamento, fu riaperto al culto nel 1979.

Descrizione
Esterno

Il prospetto della chiesa, in classico stile barocco siciliano, si erge in Piazza San Placido ed è realizzato in pietra bianca di Taormina. La facciata è concava al centro e termina ai lati con due puntoni acuti. Ai lati dell'unica porta di accesso sono poste due statue di San Placido e San Benedetto, ai lati, in dimensione più piccola, quelle di Santa Scolastica e Santa Geltrude, opera dello scultore Carmelo Distefano da Chiaramonte Gulfi (I metà sec XIX). La facciata è recintata da un'artistica inferriata in ferro battuto, di forma convessa, portante al centro lo stemma di san Benedetto.

Sulla sommità della facciata vi è una torre campanaria dotata di tre campane.

Il prospetto è impreziosito da sculture, bassorilievi e finestre dotate di grate.

Nella controfacciata, sopra la porta d'ingresso, è collocato l'organo dotato di cantoria nascosta da una grata dorata.

Interno

La chiesa è ad unica navata e lungo le sue pareti laterali sono poste delle semi-colonne scanalate. Le pareti sono impreziosite da marmi e stucchi dorati. I quattro altari laterali sono mornati da bassorilievi marmorei e dotati di quattro grandi dipinti dei pittori Michele Rapisardi e Giuseppe Napoli.

Parete destra

Prima campata: Cappella di San Benedetto. Nell'edicola è collocato il dipinto raffigurante San Benedetto resuscita un contadino, dipinto opera di Michele De Napoli del 1859.

Seconda campata: varco.

Terza campata: Cappella dell'Immacolata Concezione. Nell'edicola è collocato il dipinto raffigurante l'Immacolata Concezione, dipinto opera di Michele Rapisardi.

Parete sinistra

Prima campata: Cappella di San Gedeone. Nell'edicola è collocato il dipinto raffigurante il Sacrificio di Gedeone, dipinto opera di Michele Rapisardi del 1858c.

Seconda campata: varco.

Terza campata: Cappella del Santissimo Crocifisso. Nell'edicola è collocato un Crocifisso.

Opere

1858c., Cena di Emmaus, dipinto opera di Michele Rapisardi.

XVIII secolo, Evangelisti, dipinto, opera documentata di Giovan Battista Piparo.

Presbiterio

L'altare maggiore è un marmo policromo ed è sostenuto da putti anch'essi in marmo. Sulle pareti laterali dell'abside sono posti due grandi dipinti di Michele Rapisardi e sullo sfondo dell'altare due dipinti del pittore Tullio Allegra.

Monastero benedettino di San Placido

In prossimità è documentata la Casa di Sant'Agata alla Civita.

Gli edifici inglobano i resti del palazzo nobiliare "alla marina" della famiglia dei Platamone.

Le strutture del monastero si incuneano tra l'odierna via Vittorio Emanuele II e via Museo Bìscari. Il grande chiostro, addossato alla parete destra del tempio, sviluppa la dimensione maggiore lungo l'asse E - W con porticati sorretti da pilastri (8 luci × 6). Inoltre, il grande ambiente con cortile pavimentato si presta a sede di manifestazioni culturali ed esposizioni, con il nome di "Casa, o Palazzo, della Cultura".

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chiesa di San Nicolò l'Arena

Chiesa · Catania

chiesa di San Nicolò l'Arena

La chiesa di San Nicolò l'Arena a Catania è un edificio di culto cattolico, sito in Piazza Dante. Avente una superficie di oltre 1500 m2 e un'altezza massima di circa 66 m alla cupola, è la chiesa più grande della Sicilia. L'attuale edificio di culto, sorto successivamente all'eruzione dell'Etna del 1669, sostituisce un più antico tempio rinascimentale, risalente al 1578.

Divenuta demanio statale in seguito alle Leggi eversive del 1866, dal XX secolo ospita il Sacrario militare della Città di Catania.

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Etimologia

Il primo tempio eretto dai benedettini a Catania venne titolato Sancti Nicolai de Arenis, letteralmente San Nicola dell'Arena, poi traslitterato nell'attuale denominazione, e prende spunto dalla devozione dei monaci a San Nicola di Bari e dalla terra sabbiosa dell’etna, chiamata rena rossa, che caratterizzava il primo complesso monastico, eretto a Nicolosi, da cui provenivano i monaci che fondarono il grandioso Monastero di San Nicolò l'Arena il 28 novembre 1558. Le denominazioni "rena" e "arena" sono state egualmente usate nei secoli.

Storia
L’Ordine Benedettino in Sicilia

In epoca bizantina Placido, discepolo di San Benedetto, è inviato a gestire i 12 poderi siciliani dell'Ordine Benedettino, donati dal padre Tertullo. La prima istituzione benedettina documentata nel catanese è il monastero di San Vito, alle pendici dell'Etna, istituzione ripopolata con i religiosi provenienti dall’Abbazia benedettina di Sant'Eufemia, in Calabria.

Nel 1136 Enrico del Vasto, primo della stirpe degli Aleramici siciliani, dona la chiesa di San Leone in Pannacchio al casale di Paternò. Nel 1150 i religiosi ricevono da Simone, figlio di Enrico, la chiesa di San Nicolò l'Arena di Nicolosi, con annessi l'ospizio, i vigneti, i pascoli e le terre. Nel 1156, per volere della contessa Andalizia, sorge il monastero omonimo nella contrada di Ruvolo Grosso, in territorio di Biancavilla. Nel 1160, per volere del conte Simone del Vasto, è fondato il monastero di Santa Maria di Licodia. Nel 1358 i monaci di San Leone si aggregano ai monaci di San Nicolò l'Arena.

Età moderna

Con il trasferimento dei monaci benedettini, da Nicolosi a Catania, e la costruzione del nuovo monastero, vi fu anche la costruzione della nuova Chiesa di San Nicolò l’Arena. Del primitivo impianto cinquecentesco, inaugurato nel 1578 alla presenza del viceré Giovanni de la Cerda, si hanno sporadiche notizie e appena un cenno, nella veduta di Catania della seconda metà del XVI secolo, firmata da Pierre Mortier, in cui si vede appena un gruppo di povere abitazioni nel sito della Cipriana, sede dell'antica giudecca di Catania, dal 1553 proprietà dei monaci nicolositi. L'antica chiesa è presumibile fosse dedicata a San Nicola di Bari, come il medioevale Monastero di San Nicolò l'Arena di Nicolosi e come quello successivo di Catania.

Nel 1669 la struttura venne devastata dall'eruzione etnea che colpì il versante occidentale della città, penetrando dalle porte civiche e colpendone i bastioni, tra cui il Bastione del Tindaro, divenuto di proprietà dei benedettini. La chiesa venne, allora, ricostruita più a sud del sito originario, a breve distanza dal limite della colata, a partire dal 1687, su progetto dell'architetto romano Giovanni Battista Contini.

Il progetto rivela gli intenti funzionali e celebrativi dell'ordine. Da un lato, infatti, l'enorme superficie, occupata dall'edificio religioso, doveva servire ad accogliere quanti più fedeli possibili durante le feste religiose, soprattutto la processione del Santo Chiodo in settembre; dall'altro, la grandezza e la monumentalità del tempio, dovevano evidenziare la potenza e la ricchezza raggiunte dal cenobio catanese, già attestate dal sontuoso chiostro rinascimentale inaugurato nel 1608. L'esempio a cui ispirarsi per concretizzare tutte queste premesse era la Basilica di San Pietro a Roma, di cui non poteva ovviamente non tener conto un architetto romano come il Contini, allievo di Carlo Fontana e di Gian Lorenzo Bernini, nonché principe dell'Accademia di San Luca.

Nel 1693 la fabbrica della chiesa venne interrotta dal violento sisma che colpì la Sicilia sud-orientale e per quasi 30 il cenobio rimase senza chiesa principale, poiché si progettava di spostare la sede del tempio sulla collina di Montevergine, ritenuta sede più consona anche per la sua importanza storica. Nel 1730 si riprese il cantiere della Cipriana e da quella data divenne l'eterno cantiere della città in cui operarono Andrea e Antonio Amato, Francesco Battaglia, Stefano Ittar e Carmelo Battaglia Santangelo.

Stefano Ittar, subentrato al suocero Francesco Battaglia dopo che la navata destra nel 1755 aveva subito alcuni cedimenti strutturali, portando ad interruzione nei lavori, fu il responsabile dell'innalzamento, nel 1780, della grande cupola all'incrocio fra navata e transetto.

La facciata dell'edificio, che nel frattempo cambiò 5 volte progetto, fino al definitivo del Battaglia Santangelo, rimase incompiuta: nel 1797 infatti si aprì un contenzioso tra i benedettini e l'impresa che riforniva il convento della pietra per il completamento della facciata. Confiscata dal governo unitario, insieme al monastero, nel 1866, la facciata rimase incompiuta.

Età contemporanea

Sconsacrata durante l'ultima guerra mondiale e danneggiata dai bombardamenti, successivamente riconsacrata e dal 1989 ritornata ai benedettini, la chiesa è stata oggetto di numerose campagne di restauro e consolidamento, compresi i lavori di restauro della cupola iniziati nel 1999 e conclusi dopo un lungo periodo di stasi solo nel 2012, ma versa ancora in condizioni di degrado.

Descrizione

I riferimenti alla basilica vaticana sono ben riconoscibili: nei pilastri che reggono le navate con le paraste corinzie e i cornicioni plasticamente rilevati; nelle finestre, che riecheggiano motivi prettamente romani; infine, soprattutto nella pianta a croce latina e a tre navate, con transetto e cupola all'incrocio dei bracci, con cappelle laterali e sulle absidi del transetto e un coro sopraelevato molto profondo per accogliere gli stalli dei monaci.

Le navate divise da grandi arcate, con tutte le volte poste alla stessa altezza, con la luce forte e diffusa, proveniente dalle alte finestre, sui lati e in facciata, e ulteriormente accentuata dall'alta cupola, permette di abbracciare con uno sguardo l'intera superficie della chiesa fino all'altare maggiore, con le sole cappelle laterali poco più in ombra, a suggerire una spazialità e monumentalità maggiori. A dare maggior luce alla zona dell'altare è poi la grandiosa cupola dell'Ittar, imponente struttura che domina la città ed è alta all'interno 62 metri.

Dal lato sinistro del transetto si accede alla sacrestia, opera di Francesco Battaglia, e al Sacrario dei Caduti, ricavato in alcuni locali dietro l'abside maggiore e sotto alcune aule del monastero. Il sacrario ospita le lapidi a ricordo dei caduti della prima guerra mondiale ed è ornato dagli affreschi di Alessandro Abate, fortemente degradati a causa dell'umidità, mentre la sacrestia, con gli stalli lignei settecenteschi e gli affreschi di Giovan Battista Piparo comunica col chiostro orientale da cui prende luce.

Le cappelle laterali sono tutte rivestite di marmi pregiati e di esse, infatti, si occuparono con particolare attenzione i monaci e gli abati del convento, che non solo fecero arrivare marmi da tutta Italia, ma anche per le pale d'altare si rivolsero a pittori non siciliani, o comunque attivi a Roma: Bernardino Nocchi (1741-1812) e Stefano Tofanelli (1752-1812), entrambi lucchesi, Vincenzo Camuccini (1771-1844), romano, Mariano Rossi (1731-1807), originario di Sciacca ma di formazione napoletana e romana, Ferdinando Boudard (1760-1825), di Parma.

Prospetto

La facciata su piazza Dante fu cominciata su progetto di Carmelo Battaglia Santangelo, nipote e allievo di Francesco Battaglia, che aveva vinto il concorso bandito dal cenobio nel 1775. Il progetto, un ibrido tra il tardo barocco siciliano e il più lineare neoclassicismo che trovava sempre più largo consenso anche nell'élite isolana, appare piuttosto freddo, con le otto poderose colonne libere che scandiscono la facciata, i tre grandi portali con le finestre balaustrate soprastanti e il timpano centrale, tutto elaborato in una scala grandiosa che non ha eguali in città e che si adegua alle dimensioni altrettanto grandiose della stessa chiesa. Complici i problemi tecnici che la costruzione comportava e la precaria situazione finanziaria dei monaci, più inclini a render maggiormente comodi e sfarzosi gli ambienti del monastero e la vita che vi si conduceva, piuttosto che la loro chiesa, la facciata fu innalzata solo parzialmente lasciando le colonne a metà e il tutto privo della trabeazione di coronamento con un timpano al centro, prevista dal progetto. Nel 1796, l'architetto firmava il finestrone centrale, ma a quel punto i lavori venivano interrotti definitivamente.

Interno

L'edificio presenta un impianto a croce latina, ambiente ripartito in tre navate da poderosi pilastri, crociera sormontata da snella cupola. L'interno custodisce opere ciclopiche che paiono minuscole nella vastità degli spazi e immersi nel candore degli intonaci. La realizzazione dei manufatti delle cappelle rivela una profusione di materiali nobili che spaziano dal libeccio di Trapani, alabastro cotognino, alabastro di Fiumicino, alabastro di Roma, calcare alabastrino di Malta, calcare alabastrino di Palermo, giallo di Siena, verde di Calabria, marmo tessalico, bianco di Carrara, marmo di Taormina, marmo di Billiemi, verde antico, diaspro nero paragone, bardiglio di Genova, rosso di Francia, fondata di brullia di Francia, morgatello di Spagna, giallo di Castronuovo di Sicilia, pietre di varie tinte di Taormina, marmo portasanta, saravezza di Genova, pinsevera di Genova, marmo nero di Portovenere. Oltre i celebri architetti e argentieri, sono chiamati ad abbellire il tempio i più famosi pittori del barocco romano e delle correnti affini.

L'abate Filippo Hernandez da Caltagirone patrocinò le cappelle di San Benedetto, San Giuseppe, San Placido, Sant'Agata, San Nicola e della Vergine Maria, ossia gli ambienti prossimi la crociera. L'abate Giovanni Andrea Paternò Castello, alcuni decenni più tardi, fu il promotore delle cappelle di San Giovanni Battista, Sant'Euplio, Sant'Andrea e San Gregorio, ossia gli ambienti prossimi l'ingresso.

Navata destra

Prima campata: Cappella di San Gregorio. Vincenzo Camuccini autore del quadro raffigurante San Gregorio invia Sant'Agostino in Inghilterra per convertire quel popolo.

Seconda campata: Cappella di San Giovanni Battista. Decollazione del Battista dipinto opera di Stefano Tofanelli.

Terza campata: Cappella di San Giuseppe. Mariano Rossi autore del quadro raffigurante San Giuseppe e dell'Istituzione dell'Ordine dei Benedettini, entrambi i dipinti realizzati nel 1786, il secondo oggi custodito presso la Pinacoteca del Castello Ursino. Sul paliotto è incastonato il bassorilievo raffigurante la Fuga in Egitto.

Navata sinistra

Prima campata: Cappella di Sant'Andrea. Ferdinando Boudard autore della tela raffigurante il Martirio di Sant'Andrea.

Seconda campata: Cappella di Sant'Euplio. Calvisiano giudica il diacono Euplio, dipinto di Bernardino Nocchi del 1802 circa.

Terza campata: Cappella di Sant'Agata. Martirio di Sant'Agata di Mariano Rossi del 1786, dipinto oggi custodito presso la Pinacoteca del Castello Ursino.

Transetto

Absidiola destra: Cappella del Santissimo Crocifisso.

Quarta campata: Cappella di San Placido. Placido Campolo autore del quadro raffigurante il Martirio di San Placido e Santa Flavia.

Braccio transetto destro: Cappella di San Nicolò. L'ambiente fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Monumentale manufatto concavo contraddistinto da colonne e lesene sormontate da timpano triangolare, sulle cimase sono documentate le allegorie della Giustizia e Carità. Nell'edicola il quadro raffigurante San Nicola benedicente di Niccolò Lapiccola. Ai lati sono documentati i dipinti di Giuseppe Cades e Stefano Tofanelli raffiguranti rispettivamente il San Nicola non gradisce l'elevazione ad arcivescovo di Mira e la Liberazione dello schiavo.

Absidiola sinistra: Cappella del Santissimo Sacramento.

Quarta campata: Cappella della Natività. Natività di Gesù dipinto opera di Stefano Tofanelli.

Braccio transetto sinistro: Cappella di San Benedetto da Norcia. Ambiente realizzato in due riprese fra il 1780 ed il 1790 per volere dell'abate Filippo Hernandez da Caltagirone. Monumentale manufatto concavo contraddistinto da colonne binate sormontate da timpano triangolare, sulle cimase sono collocate le allegorie della Fama e Penitenza. Nell'edicola è collocato il dipinto raffigurante la Presentazione a San Benedetto dei discepoli Placido e Mauro, realizzato nel 1789, opera di Antonio Cavallucci. Nei riquadri laterali sono collocati il San Benedetto nel deserto di Antonio Cavallucci e il San Germano e San Benedetto di Niccolò Lapiccola. Mensa, sopraelevazione e intarsi realizzati in libeccio trapanese, alabastro cotognino, giallo di Siena, verde di Calabria, marmo tessalico, arricchiti con altorilievi in marmo bianco di Carrara raffiguranti soggetti simbolici ed attributi relativi al patriarca: il Libro della Regola, la mitria, il bastone abbaziale, le verghe fiorite legate dal panisellus, due coppie di palme incrociate, simbolo cristiano dell'immortalità dell'anima.

Altare maggiore

Il basamento del grandioso altare versus absidem forma con la figura dell'organo, della cantoria e dell'articolato baldacchino ligneo, una quinta scenica spettacolare. Il manufatto rivestito di pietre dure presenta numerosi inserti metallici patinati in oro o argento, realizzazioni dell'orafo romano Vincenzo Belli.

Sui prospetti laterali sono riprodotti gli stemmi della Congregazione Cassinese e il distintivo abbaziale del monastero. Fra angeli, pilastri, cornici a foglie d'acanto, modanature, arabeschi risaltano i simboli degli Evangelisti. Sull'ultimo gradino al centro troneggia un tabernacolo a tempietto sormontato da cupolino.

Lungo le pareti del catino è disposto il coro in noce formato da 97 stalli, opera di Nicolò Bagnasco e Francesco Regio. Gli stalli superiori presentano altorilievi di scene tratte dal Vangelo, nei prospetti laterali le raffigurazioni di San Gregorio Magno e San Nicolò. Nei pannelli centrali la figura di San Benedetto da Norcia delimitato dai discepoli San Placido e San Mauro. Allo stesso stile si rifanno il coro del monastero e dell'aula del Capitolo.

Sacrestia

Pietro Novelli è l'autore del quadro raffigurante rispettivamente il Tobiolo e l'Angelo, di Mariano Rossi l'Istituzione degli Ordini Benedettini. Sulle volte campeggia l'Assunzione di Maria Vergine, affresco di Giovanni Battista Piparo.

Organo

Il presbiterio a la zona absidale ospitano il grande altare, gli stalli lignei del coro scolpiti dal palermitano Nicolò Bagnasco e il grande organo di Donato Del Piano. Del Piano lavorò per dodici anni a questo enorme strumento con 2.378 canne in legno e lega di stagno, sei mantici, cinque tastiere e settantadue registri, che poteva riprodurre qualsiasi strumento musicale ed essere suonato in contemporanea da tre organisti. Rimasto in funzione fino ai primi decenni del XX secolo, l'organo attraversò poi un periodo di totale abbandono, ulteriormente aggravato dai bombardamenti alleati del 1943, che danneggiarono la chiesa. Fu solo nel 1998 che, con decreto ministeriale, furono stanziati i fondi necessari al restauro, operato dalla ditta organaria Mascioni e protrattosi fino al 2004.

Meridiana

Nel transetto si trova la grande meridiana che due famosi astronomi, il tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen e il danese Christian Peters tracciarono sulla pavimentazione a partire dal 1839 (i segni zodiacali sono dello scultore danese Bertel Thorvaldsen). In realtà, già da molto tempo si pensava a dotare la chiesa di una meridiana, ma i progetti precedenti patrocinati da vari abati non riuscirono ad andare in porto e fu solo con l'abate Giovan Francesco Corvaja che la meridiana fu effettivamente realizzata. Grandi furono le lodi che ricevette quest'opera al suo completamento nel 1841, tanto per le dimensioni quanto per il valore dei materiali e delle finiture, ma soprattutto per la precisione ed arditezza dei calcoli; si disse infatti che essa "spaccava il secondo". Lo gnomone, ossia il foro praticato sulla volta del transetto è posto a 23 metri, 91 centimetri e 7 millimetri di altezza, mentre sulla fascia marmorea, il cui tracciato si estende per circa 40 metri tra le due cappelle di San Benedetto da Norcia e San Nicola di Bari alle due estremità del transetto, sono segnate le ore, i giorni e i mesi, nonché i segni zodiacali e varie iscrizioni che forniscono notizie sull'opera, sui suoi ideatori, sull'interpretazione corretta di tutti i dati, sui rapporti tra le varie unità di misura in uso al tempo.

L'elenco dei siti ospitanti le installazioni di meridiane a camera oscura in Sicilia: la cattedrale di Maria Santissima Annunziata di Acireale, la Scuola Tecnica Regia di Caltanissetta, la chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Castiglione di Sicilia, il duomo di Santa Maria Assunta di Castroreale, la chiesa di San Nicolò l'Arena di Catania, la basilica cattedrale protometropolitana della Santa Vergine Maria Assunta di Messina, il duomo di San Giorgio di Modica, la cattedrale metropolitana della Santa Vergine Maria Assunta di Palermo.

Feste

13 e 14 settembre, Festa del Santo Chiodo, rito e funzione documentati.

Sacrario militare italiano

Serie di ambienti fortemente voluti dall'Associazione Provinciale delle Famiglie dei Caduti in Guerra. Il sacrario fu progettato dall'ingegnere Alessandro Vucetich.

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chiesa di San Francesco d'Assisi all'Immacolata

Chiesa · Catania

chiesa di San Francesco d'Assisi all'Immacolata

La chiesa di San Francesco d'Assisi all'Immacolata si trova sulla piazza San Francesco d'Assisi nel centro storico di Catania, nel quartiere San Francesco dei Corbisari - Teatro e Odeon romani di Catania.

== Storia ==

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Epoca romana

Il sito ospitava un tempio pagano dedicato alla dea Demetra. (Cibele/Cerere)

Epoca sveva

1254, Primitivo insediamento dell'Ordine Francescano presso la chiesa di San Michele, a quei tempi adiacente al Castello Ursino.

1260, Insediamento nel luogo attuale dove vi era la chiesa della Speranza.

Epoca aragonese

1329, La Regina consorte di Sicilia Eleonora d'Angiò promuove la costruzione del primitivo convento e chiesa di San Francesco d'Assisi all'Immacolata quale voto di ringraziamento verso la Vergine per lo scampato pericolo derivante dall'eruzione dell'Etna di quello stesso anno.

Epoca spagnola

Il 2 agosto 1655 il Viceré di Sicilia Roderigo Mendoza y Roxas y Sandoval, duca dell'Infantado, seguendo l'esempio del cardinale e arcivescovo Giannettino Doria invitò l'arcivescovo di Messina Simone Carafa, i vescovi Marco Antonio Gussio di Catania, Giovanni Antonio Capobianco di Siracusa, Ferdinando Sanchez de Cuellar di Girgenti, Juan Lozano di Mazara del Vallo, Francesco Gisulfo e Osorio di Cefalù, Ludovico Alfonso de Los Cameros di Patti e vescovo supplente di Monreale, esortandoli a fare lo stesso voto solenne all'Immacolata Concezione e promuoverlo nelle rispettive diocesi.

1693, Il terremoto del Val di Noto di quell'anno, tra il 9 e l'11 gennaio distrugge il monumento.

Epoca contemporanea
Descrizione
Esterno

Il corpo della chiesa si erge con il prospetto di pietra calcare, rivolto con tre porte a ponente; il sagrato è preceduto da una scalinata di pietra lavica dell'Etna, con un cancello in ferro battuto ed una balaustrata con quattro pilastri che sorreggono le statue imponenti, rappresentanti da sud a nord: San Giuseppe da Copertino, Sant'Agata, Santa Chiara d'Assisi e San Bonaventura.

La facciata fu edificata intorno al 1854 con sedici semicolonne addossate alle mura e tre simulacri rappresentanti – da sud a nord – Sant'Antonio di Padova, l'Immacolata Concezione dietro una cancellatina decorata di lampade, San Francesco di Assisi.

Nel frontone sono scolpite le insegne di San Francesco e sulla cuspide sono altre figure intorno alla croce di ferro.

Ai lati del frontone si notano verso l'alto due torrette quadrangolari con aperture, e sono sormontate da cupolini sui quali sono piantate le banderuole in ferro e le iniziali indicanti i quattro punti cardinali. Di queste torrette la settentrionale serve da campanile con tre bronzi sacri.

Interno

L'interno dell'impianto basilicale a croce latina è ripartito in tre navate divise per mezzo di sei pilastri e con il pavimento in marmo a quadrelloni bianchi ed azzurri. L'apparato decorativo in stucco è realizzato da Giuseppe Gianforma con la collaborazione del figlio Gioacchino e rifiniture dello stuccatore Filippo Cunsolo.

Navata destra

Controfacciata: Dietro una cancellata, nel vano alloggio costruito nel 1973, è custodito il fercolo dell'Immacolata Concezione del 1745, la statua è attribuita a Michele Orlando. Sopra l'architrave in alto è collocata la tela raffigurante il Miracolo della mula di Bonvillo ovvero la mula dell'eretico in ginocchio dinanzi all'Ostia consacrata, opera di Giuseppe Rapisardi del 1852.

Prima campata: Cappella delle Anime Purganti. Sulla parete è collocato il dipinto raffigurante le Anime Purganti con la Vergine Immacolata e San Francesco d'Assisi, opera di Pasquale Leotta. La primitiva cappella nel 1754 era patrocinata dalla Confraternita degli Schiavi dell'Immacolata Concezione di Maria con diritto di sepoltura dei confrati nella cripta sottostante.

Addossata al pilastro è presente la statua di Sant'Antonio di Padova.

Seconda campata: Cappella di San Giuseppe da Copertino. Sull'altare è collocato il dipinto su tela raffigurante l'Estasi di San Giuseppe da Copertino con Giovanni Federico di Braunschweig, opera di Giuseppe Rapisardi del 1830.

Addossato al pilastro il pulpito restaurato.

Terza campata: Cappella di San Bonaventura. La parete ospita il dipinto di Giuseppe Zacco del 1827 raffigurante San Ludovico da Tolosa e San Bonaventura da Bagnoregio, con San Ludovico d'Angiò e San Bonaventura da Bagnoregio. Sulla mensa è collocata la statua di Santa Rita.

Navata sinistra

Prima campata: Cappella di Santa Chiara e della regina Eleonora, primitivo ambiente. La parete, privata del primitivo altare ligneo, ospita il dipinto Santa Chiara ed Eleonora regina raffigurante Santa Chiara d'Assisi e la regina Eleonora d'Angiò in vesti francescane, opera di Matteo Desiderato del 1827.

Seconda campata: Cappella dello Spasimo. Un baldacchino in stucco sorretto da putti sovrasta il dipinto raffigurante l'Andata al Calvario, opera di Jacopo Vignerio del 1541, soggetto ispirato dallo Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio.

Addossata al pilastro sotto la semiarcata settentrionale, la teca contenente l'effige di San Francesco d'Assisi di Luigi Guacci.

Terza campata: Cappella di San Giuseppe. Sull'altare è collocato il dipinto raffigurante lo Sposalizio, attribuita ad Francesco Gramignani Arezzi.

Transetto
Braccio destro

Cappella di Sant'Antonio di Padova. Sulla parete è collocato il quadro raffigurante Sant'Antonio di Padova del XV secolo recante il cartiglio con la scritta «Petunt et accipiunt iuvenes et cani», fanno da cornice 10 scene riproducenti episodi della vita del taumaturgo. Sotto la mensa è collocata una Dormienza di Maria.

Pilastro absidale. Nella crociera all'intersezione con l'abside centrale, si trova la targa commemorante e la moderna sepoltura della regina Eleonora d'Angiò, consorte di Federico III di Sicilia e patrocinante del primitivo edificio. La sovrana era sepolta in questa chiesa fino al terremoto del Val di Noto del 1693.

Absidiola destra

Cappella dell'immacolata Concezione. Sull'altare è collocato il dipinto raffigurante l'Immacolata Concezione di Antonio Licata, opera dipinta a Roma nel 1850c. L'altare è ricco di diaspri policromi di Sicilia con angeli in marmo di Carrara seduti ai lati della mensa e rivolti verso il centro della sopraelevazione. Negli affreschi della cupola del XVIII secolo sono raffigurati la Santissima Trinità e il Cristo glorificato, la Madonna nelle accezioni più importanti: l'Immacolata Concezione e l'Assunzione in cielo attorniata da San Giuseppe, San Giovanni Battista, il profeta Davide con l'arpa e altri personaggi. Ancora Angeli nelle vele, due coppie di angeli danzanti sull'arco interno, su quello esterno, l'angelo a destra reca lo «Speculum justitiæ», l'altro a sinistra regge la «Domus aurea», immagini ispirate alle Litanie lauretane.

Presbiterio - abside

Ai lati sono presenti monumentali cantorie lignee. Il coro e l'organo sono nel presbiterio, rispettivamente dietro e lateralmente all'altare maggiore. Lo strumento è celebre per le esercitazioni di Vincenzo Bellini, il grande compositore da giovane abitava nel prospiciente Palazzo Gravina Cruyllas.

Sull'altare in marmo policromo, lo sportellino del ciborio è realizzato con un mosaico in lapislazzuli su una base in oro cesellato, opera di Paolo Guarna del 1574. Gli affreschi sono opera di Francesco Sozzi, costituisce pala d'altare il dipinto raffigurante l'Indulgenza della Porziuncola.

Sul soffitto dell'abside è realizzato in stucco l'Agnello dell'Apocalisse sul libro dei sette sigilli.

Absidiola sinistra

Cappella del Sacro Cuore, primitiva Cappella del Santissimo Crocifisso. Sull'altare è collocata la statua del Sacro Cuore. Risalgono al 1909 gli affreschi del catino absidale, opere del pittore catanese Alessandro Abate. Nei quattro pennacchi sono raffigurati degli angeli che recano i simboli della Passione, sul soffitto gli affreschi presentano scene del mistero della Redenzione: la Santissima Trinità che decreta l'incarnazione del Redentore e Cristo con la Croce sconfigge le forze del male.

Altare del Santissimo Crocifisso. Sulla sinistra dell'absidiola è presente l'Altare del Santissimo Crocifisso costituito da Crocifisso ligneo disposto su reliquiario, ricostruzione ex novo del primitivo ambiente operata nel 1902.

Braccio sinistro

Cappella di San Francesco d'Assisi. Sulla parete campeggia l'Estasi di San Francesco d'Assisi, opera di Giuseppe Guarnaccia, allievo di Sebastiano Conca, dipinto altrimenti conosciuto come il Miracolo delle Stimmate del 1770c., sulla mensa fa mostra una statua raffigurante San Pio.

Opere documentate

XVI secolo, San Giacomo, dipinto su tavola, opera documentata nella Cappella Torre di Polidoro da Caravaggio.

Cappella Torre.

Sepolcreto Gioeni MDCCXLII.

Annibale Gioeni.

Raimondo Gioeni.

Federico Gioeni.

Lorenzo e Agata Gioeni 1581.

Convento dei Frati Minori Conventuali

Il Convento dei Frati Minori Conventuali ebbe la sua prima sede nel XIII secolo (1256) accanto alla chiesa di San Michele Arcangelo, in quella che oggi è Piazza Federico II di Svevia, di fronte al Castello Ursino, ma a seguito di contenziosi e contrasti con l'Imperatore ed i suoi discendenti questi frati ebbero una loro sede definitiva solo nel 1329 grazie alla Regina Eleonora d'Angiò, moglie del Re di Trinacria Federico III d'Aragona. Dopo il Terremoto del Val di Noto del 1693 fu ricostruito forse da Giovanni Battista Vaccarini, e in quella che oggi è Via Vittorio Emanuele II crollò il cosiddetto "Arco di Marcello" (i cui resti vennero demoliti), ritenuto in seguito a dei ritrovamenti archeologici nel XIX secolo un podio templare più che un arco.

Confraternita degli Schiavi dell'Immacolata Concezione di Maria

Confraternita degli Schiavi dell'Immacolata Concezione di Maria, sodalizio attestato con patrocinio della Cappella delle Anime Purganti e della relativa cripta.

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chiesa di San Michele Arcangelo ai Minoriti

Chiesa · Catania

chiesa di San Michele Arcangelo ai Minoriti

La chiesa di San Michele Arcangelo ai Minoriti è un luogo di culto cattolico di Catania, ubicato sulla via Etnea, nel quartiere di Quattro Canti - Piano della Sigona.

== Storia ==

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Epoca spagnola

I Caracciolini giunsero a Catania nel 1625 su invito del vescovo Innocenzo Massimo. Al loro arrivo furono ospitati nella struttura che poi divenne la Casa degli Orfanelli. In seguito fu assegnata loro la chiesa dedicata a San Michele Minore, la quale sorgeva sulla via Stesicorea.

Il terremoto del Val di Noto del 1693 atterrò le fabbriche. L'attuale chiesa e l'annesso convento dei Chierici Regolari Minori o Minoriti furono costruiti nella seconda metà del XVIII secolo su progetto dell'architetto Francesco Battaglia.

La riconsacrazione fu presieduta dall'arcivescovo Corrado Maria Deodato Moncada.

Epoca contemporanea
Descrizione
Esterno

La facciata della chiesa è a due ordini con colonne in stile barocco siciliano. Disegnata da Sebastiano Ittar, prospetta su via Etnea. all'estremità delle balaustre del secondo ordine sono collocate a sinistra la statua raffigurante Bartolomeo Simorilli, primo prevosto della chiesa, a destra quella mutilata di San Francesco Caracciolo, danneggiata da una bomba durante il secondo conflitto mondiale.

Interno

L'interno a croce greca, con un coro molto profondo, presenta all'incrocio dei bracci della crociera un'alta cupola. Addossate ai pilastri vicini alle rampe di scale dell'ingresso, due monumentali e insolite acquasantiere marmoree.

Navata destra

L'ambiente in prossimità della controfacciata ospita il simulacro raffigurante San Michele Arcangelo.

Prima campata: Cappella di Sant'Agata. Altare dedicato alla martire catanese con una grande tela di Marcello Leopardi raffigurante Sant'Agata impetra la liberazione di Catania, accanto è custodito un dipinto raffigurante Santa Lucia.

Seconda campata - braccio dx crociera: Cappella di San Francesco Caracciolo. Altare con dipinto raffigurante San Francesco Caracciolo, opera iniziata da Marcello Leopardi e completata dal suo allievo Vincenzo Ferreri. Nello stesso ambiente è custodito il quadro raffigurante l'Angelo Raffaele e Tobia realizzato dalla pittrice catanese Giovannina M. Piazza. Sulla sinistra il dipinto raffigurante il Beato Bartolomeo Simorilli.

Varco: uscita su via Minoriti.

Terza campata: Cappella dell'Annunziata. Altare con una grande tela raffigurante l'Annunciazione, opera di Guglielmo Borremans.

Navata sinistra

L'ambiente in prossimità della controfacciata ospita un monumento funebre addossato alla parete esterna e un simulacro raffigurante San Pio di Pietrelcina.

Prima campata: Cappella di San Giuseppe. Altare con una grande tela raffigurante il Transito di San Giuseppe, opera di Marcello Leopardi.

Seconda campata - braccio sx crociera: Cappella di San Michele Arcangelo. Altare con una tavola rivestita di argento sbalzato raffigurante l'Arcangelo Michele, manufatto del XVI secolo.

Terza campata: Cappella del Santissimo Crocifisso. Altare del Santissimo Crocifisso custodisce il Crocifisso marmoreo, opera di Agostino Penna, accanto un dipinto raffigurante l'Addolorata.

Presbiterio

Nell'abside si erge l'altare maggiore attorno al quale vi è il coro con 22 stalli e in alto, dentro la cantoria, riccamente dorata, è situato uno stupendo organo realizzato dai fratelli bergamaschi Serassi opus 648 del 1858 con cassa in stile neogotico.

Convento

Convento dei Caracciolini oggi adibito a sede della prefettura. Il prospetto è opera dell'architetto Sebastiano Ittar dell'inizio dell'Ottocento.

Opere

XIX secolo, Anime del Purgatorio, olio su tela, opera dell'acese Francesco Mancini Ardizzone.

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Porta Garibaldi

Porta cittadina · Catania

Porta Garibaldi

La porta Ferdinandea, dopo il 1860 intitolata porta Garibaldi, è un arco trionfale costruito nel 1768, a Catania, su progetto di Stefano Ittar e Francesco Battaglia, per commemorare il centenario della storica eruzione del 1669, che aveva seppellito la zona ovest della città.

== Storia ==

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In quel periodo, Ferdinando I di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, convolarono a nozze e si decise di chiamare l'arco, Porta Ferdinandea, in onore dei due sovrani. Essa si trova tra piazza Palestro e piazza Crocifisso, al termine di via Giuseppe Garibaldi, nel quartiere Fortino, in dialetto catanese Furtinu.

Il monumento è realizzato alternando pietra bianca di Siracusa e blocchi di pietra lavica scura. In alto, al centro dell'arco, si trova un orologio circondato da simboli allegorici, tra cui un'aquila e un elefante, quest’ultimo è il simbolo di Catania. In origine, al posto di un orologio, vi era un busto marmoreo di re Ferdinando. Al secondo livello si trovano 2 angeli con trombe, mentre, al terzo, 2 trofei d'armi con raffigurazioni scultoree di armi e armature e vi sono scritte 2 frasi: una dice Litteris armatur (armato con le lettere) e l'altra Armis decoratur (decorato con le armi). Sul lato est, lo del timpano, raffigura una fenice che risorge dalle fiamme con un cartiglio che recita Melior de cinere surgo (Migliore dalle ceneri risorgo).

Il quartiere adiacente è chiamato 'u Furtinu in ricordo di un fortino costruito, nel XVII secolo, dal viceré Claude Lamoral, principe di Ligne, dopo l'eruzione lavica del 1669 che colpì la città su tutto il lato occidentale, distruggendo le mura medievali. Dell'opera di fortificazione che sorgeva a sud di piazza Palestro, ormai scomparsa, rimane solo una porta, in via Sacchero.

Alcuni palazzi collegati alla porta furono demoliti negli anni 1930.

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chiesa di San Francesco Borgia

Chiesa · Catania

chiesa di San Francesco Borgia

La chiesa di San Francesco Borgia è una chiesa Cattolica di Catania, ubicata in via dei Crociferi, la strada più scenografica del barocco della città, nel quartiere Terme della Rotonda.

La chiesa è una delle quattro principali chiese-monastero barocche su questa strada; le altre sono San Benedetto, San Giuliano e San Camillo.

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Storia
Epoca spagnola

A Catania i Gesuiti giungono nel 1556 per volere del vescovo riformatore Nicola Maria Caracciolo che affida loro il compito dell'insegnamento della dottrina cristiana in 14 chiese. Con un accordo, stipulato il 9 febbraio 1556 fra i Giurati della città, il vescovo e la Compagnia di Gesù, ai religiosi dell'ordine fu ceduta l'antica chiesa della Santissima Ascensione ed alcuni locali con annesso ospedale rimasto vuoto dopo la fusione con l'ospedale di San Marco. La chiesa era ubicata in prossimità della chiesa di San Nicolò l'Arena e monastero dei benedettini.

Il progetto di ampliamento della chiesa della Santissima Ascensione, la costruzione di un piccolo collegio e di una casa di probazione fu affidato all'architetto gesuita Giovanni Tristano nel 1565. Il collegio fu destinato a sede universitaria e ampliato grazie ai sussidi del re. L'edificio fu completato attorno al 1578, su probabile disegno dell'architetto gesuita Francesco Schena.

Il terremoto e la ricostruzione

Il terremoto del Val di Noto del 1693 distrusse l'aggregato gesuitico che fu ricostruito su progetto dell'architetto fra' Angelo Italia nello stesso sito tra il 1698 ed il 1736. Nel 1713 sotto la direzione dell'architetto Stefano Masuccio, iniziarono i lavori per impostare i pilastri del cappellone della chiesa. Negli anni compresi tra il 1726 - 1740 i lavori conclusero le opere di finitura all'interno della chiesa.

Descrizione

Dotata di uno scalone a doppia rampa, ha una facciata molto lineare in stile accademico romano. Si svolge su due ordini di colonne binate in marmo.

L'interno è a tre navate molto ampie e luminose. Gli altari laterali sono in marmo e presentano delle pale di pittori catanesi del XVIII secolo. Nella controfacciata è addossata una balconata con gelosia sostenuta da mensole a foglie d'acanto e parapetto decorato con tre stemmi sormontati da corona.

Altare maggiore

L'altare maggiore, pregevole lavorazione in pietre dure, agate e diaspri siciliani con colonne in agata verde. Il manufatto è ornato da due statue di angeli e dalla figura dell'èEterno benedicente, al centro è collocato un dipinto ad olio su tavola raffigurante la Madonna di Santa Maria Maggiore, quadro donato a San Francesco Borgia. Copia eseguita nel 1567, l'originale è custodito nella basilica di Santa Maria Maggiore di Roma.

Gli affreschi della cupola, risalenti al 1760 circa sono opera del catanese Olivio Sozzi, realizzati con la collaborazione del genero Vito D'Anna. Nella decorazione domina la figura di Cristo, mentre nei pennacchi della cupola, le quattro figure rappresentano i continenti evangelizzati dalla Compagnia di Gesù: Europa, Asia, Africa e America.

Opere documentate

XVIII secolo, San Francesco Regis agonizzante raffigurato con la Madonna e il Bambino, olio su tela, opera di Luciano Foti.

1743, Madonna raffigurata fra San Stanislao Kostka e San Luigi Gonzaga, olio su tela, opera di Giovanni Tuccari.

?, Pulpito, manufatto in massiccio legno di ciliegio, opera di un ignoto artista catanese, con drappeggio della cortina che scende dal tosello.

?, Ancona di San Francesco Saverio. In origine ospitava un quadro ad olio raffigurante San Francesco Saverio, dipinto sostituito nel 1745 da un altorilievo in marmo di Carrara, opera del catanese Giovanni Battista Marino, raffigurante San Francesco Saverio battezza il Re delle Indie da lui convertito.

?, Sacra Famiglia raffigurata con San Giovannino, Sant'Anna, Sant'Elisabetta e San Zaccaria, olio su tela.

1749 - 1751, Apoteosi di Sant’Ignazio, ai lati le allegorie dell'Europa con cornucopia, Asia con cammello, Africa con leone, America con arco, faretra e frecce; altorilievo marmoreo opera di Ignazio Marabitti.

?, Cappella del Santissimo Crocifisso: Altare addossato su grande reliquiario in legno dorato opera di maestranze locali, Crocifisso con Cristo in legno scolpito e dipinto.

XVII secolo, Sant'Agata in carcere visitata da San Pietro, olio su tela, opera di Daniele Monteleone.

XVIII secolo, Transito di San Giuseppe, olio su tela, opera di Giuseppe Guarnaccia.

Lapidi celebrative.

Ospedale della Santissima Ascensione

1396, Ospedale fondato da Bartolomeo Altavilla, giudice della Regia Curia.

Chiesa della Santissima Ascensione

Luogo di culto associato all'Ospedale della Santissima Ascensione.

Collegio gesuitico

Collegio dei Gesuiti intagliatore Filippo Palazzotto.

Collegio delle Arti.

Casa di Probazione

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Palazzo del Seminario dei Chierici

Palazzo · Catania

Palazzo del Seminario dei Chierici

Il palazzo del Seminario dei Chierici è un edificio storico di Catania, di cui svolge la funzione di municipio: esso è situato sul lato sud della scenografica piazza del Duomo, ha accanto la Cattedrale di Sant'Agata e di fronte il Palazzo degli Elefanti, anch’esso svolgente la funzione di municipio. Al centro della piazza, fra i due palazzi, vi è anche la Fontana dell'Elefante.

== Storia ==

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Dall’XI al XVI secolo l'area dell'attuale edificio era occupata, parzialmente, dalle strutture del primitivo palazzo del vescovo/abate benedettino, edificio eretto in prossimità del monastero dei canonici benedettini, nell’area compresa tra il muro meridionale della chiesa e la cinta muraria della città, contemporaneamente alla cattedrale.

Nel 1572, appena tre anni dopo dall'insediamento, il vescovo Antonio Faraone, sulla scia dei provvedimenti del predecessore, Nicola Maria Caracciolo, fa realizzare il Palazzo del Seminario dei Chierici. All'istituzione furono riservati alcuni ambienti, in precedenza occupati dai monaci canonici, e assegnate rendite sui proventi di alcuni beni.

A partire dal 1614 Bonaventura Secusio stabilì la sede del seminario nel palazzo attuale, che fronteggiava la Loggia Senatoria. L'edificio, che comprendeva la Porta Uzeda, fu parzialmente realizzato sulle mura di Carlo V, nonostante il divieto esplicito di Giuseppe Lanza, duca di Camastra, plenipotenziario alla ricostruzione della città, poiché la Chiesa voleva garantirsi il controllo delle mura cittadine.

Il 29 maggio 1647 i tumulti di Catania, iniziati il 27, locale espressione della rivolta antispagnola, provocarono danni alle strutture. Il patrimonio librario di Giovanni Battista de Grossis, professore dell'Università, attraverso il nipote Santoro Oliva, pervenne al Seminario.

Nel 1693 il palazzo fu totalmente distrutto dal terremoto del Val di Noto, per poi essere ricostruito sotto progetto dell’architetto Alonzo di Benedetto e ingrandito, nel 1757, da Francesco Battaglia.

Nel 1757 Salvatore Ventimiglia, principe di Belmonte e vicario generale a Palermo, dotò l'istituzione di eccellenti cattedre d'italiano, latino, greco, sacra eloquenza, algebra, teologia dogmatica e morale, filosofia, geometria e scienze naturali , e di una moderna stamperia.

Nella seconda metà del XIX secolo fu adibito anche a caserma militare, i seminaristi ne occupavano solo l'ala settentrionale. Nel 1866, l'architetto Mario Di Stefano, ampliò maggiormente la struttura realizzando il secondo piano.

A partire dal 1943, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, i seminaristi lasciarono questa sede per stabilirsi presso il seminario estivo di San Giovanni la Punta e in seguito nell'attuale seminario, inaugurato il 15 agosto del 1951.

Dopo i danni causati dall'incendio del 1944 al palazzo degli Elefanti, lo stabile fu acquisito dal Comune, di cui è stato sede dal 1945 al 1953, ospitando gli uffici del sindaco, del Consiglio, degli assessori e del corpo dei vigili urbani. Dal balcone centrale si sono affacciati nel tempo molti personaggi storici illustri, tra i quali il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, nel 1888, per benedire la città e Benito Mussolini, nel 1937, quando parlò da esso alla cittadinanza, durante la sua visita a Catania.

Oggi è sede del Museo diocesano e degli uffici finanziari comunali.

Esterno

Il prospetto è realizzato con inserti di bugnato, in pietra bianca d'Ispica, su un intonaco scuro realizzato con sabbia vulcanica. Notevoli i grandi finestroni della facciata, con timpano ad omega e le stupende mensole dei balconi del primo piano.

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chiesa di San Biagio

Chiesa · Catania

chiesa di San Biagio

La chiesa di San Biagio, detta anche chiesa di Sant'Agata alla Fornace, è una chiesa cattolica di Catania, nel quartiere San Biagio della Calcarella (o Anfiteatro romano di Catania), e sorge all'estremità occidentale di piazza Stesicoro.

== Storia ==

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La chiesa costruita nel XVIII secolo dopo il tremendo terremoto del 1693, sorge - per volontà dell'arcivescovo Andrea Riggio - sul luogo ove, secondo la tradizione, era ubicata la fornace in cui Sant'Agata subì il martirio.

Infatti, dopo essere stata rinchiusa in carcere per non aver voluto abiurare alla sua fede, venne prima sottoposta alle torture con il fuoco e quindi le furono asportate le mammelle.

Esterno

La facciata della chiesa è dell'architetto Antonino Battaglia, che ha progettato altre chiese di Catania dopo il terremoto del 1693, in stile neoclassico con colonne binate che sostengono un timpano triangolare.

Interno

L'interno è ad una sola navata molto lineare e sobrio. Sull'altare maggiore una tela settecentesca dell'Addolorata, talvolta sostituita da una statua della Madonna. Ingegnoso l'artificio dell'altare maggiore, arricchito da volute e colonne e dalle statue di san Giovanni Evangelista e santa Maria Maddalena.

Parete destra

Cappella di San Biagio.

Cappella di Sant'Andrea Apostolo.

Parete sinistra

Cappella della Sacra Famiglia.

Cappella di San Giovanni Nepomuceno.

Transetto

Transetto sinistro: Cappella del Santissimo Crocifisso.

Transetto destro: Cappella di sant'Agata. Sopra l'altare dal magnifico paliotto in marmi policromi, si conservano protetti da una teca i resti della fornace (carcarella) in cui subì il martirio la Santa, la cui scena è riprodotta nell'affresco di Giuseppe Barone del 1938. Una lapide posta sotto l'altare cita:

(cartella dell'altare)

Organo

L'organo a canne è frutto di una ricostruzione fedele all'originale di uno strumento di scuola siciliana della prima metà del XVIII secolo, operata dai Fratelli Ruffatti nel 1978; lo strumento dispone di 12 registri su unico manuale e pedale.

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Fontana dell'Amenano

Fontana · Catania

Fontana dell'Amenano

La fontana dell'Amenano è una fontana monumentale del 1867 ubicata sul lato sud di piazza del Duomo, a Catania, in Sicilia.

== Storia ==

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La fontana, realizzata in marmo di Carrara dallo scultore napoletano Tito Angelini, rappresenta il fiume Amenano come un giovane che tiene una cornucopia, dalla quale fuoriesce dell'acqua che si versa in una vasca dal bordo bombato. L'acqua, tracimando da questa vasca, produce un effetto cascata che dà la sensazione di un lenzuolo: da qui il modo di dire in siciliano "acqua a linzolu" per indicare la fontana. L'acqua che cade dalla vasca si riversa infine nel fiume sottostante, che scorre ad un livello di circa 2 metri sotto la piazza.

La fontana è collocata di fronte al palazzo degli Elefanti e accanto al Palazzo del Seminario dei Chierici; alle sue spalle una scalinata in pietra lavica conduce all'antico mercato cittadino della Pescheria.

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Palazzo dell'Università

Palazzo italiano · Catania

Palazzo dell'Università

Il palazzo dell'Università di Catania è ubicato nella piazza omonima lungo la via Etnea. È sede del Rettorato dell'Ateneo civico.

== Il palazzo ==

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Come la quasi totalità degli edifici di Catania, il palazzo dell'Università fu costruito dopo il disastroso Terremoto del Val di Noto del 1693. Alla sua costruzione concorsero diversi architetti fra i quali Francesco e Antonino Battaglia, e Giovanni Battista Vaccarini. Successivamente, a seguito del sisma del 1818 si rese necessario un ulteriore restauro che fu affidato all'architetto Antonino Battaglia. Questi modificò i prospetti laterali apponendo alle murature esistenti una controfacciata, adottando la stessa strategia adoperata dal padre, Francesco Battaglia, che foderò con un contromuro la facciata principale, lesionata dopo il terremoto del 1785. Ulteriori e significative riforme del piano terra, con modifiche degli accessi sulla strada, furono progettati dal prof. ing. Mario Di Stefano nel 1879.

L'edificio copre un intero isolato, come il vicino Palazzo degli Elefanti, con un cortile interno a forma di chiostro con porte originariamente aperte su tutti i quattro lati del palazzo.

Il palazzo possiede una splendida Aula magna affrescata da Giovanni Battista Piparo. Sulla parete che fa da sfondo al "podio accademico", è appeso un arazzo con lo stemma della dinastia di Aragona. Alla fine dell'Ottocento esisteva una pinacoteca notevole di 91 ritratti di uomini illustri della città, oggi parte della "Collezione storico-artistica" del Sistema Museale di Ateneo (SiMuA). La Biblioteca dell'Università conserva dei preziosi codici, incunaboli, manoscritti e lettere autografe oltre a 200.000 volumi.

La storia

L'Università di Catania fu fondata il 19 ottobre del 1434 da Alfonso il Magnanimo. La bolla pontificia di Eugenio IV che ne autorizzò la costituzione fu emanata il 18 aprile 1444. I corsi iniziarono il 19 ottobre 1445, con sei docenti e vennero inizialmente tenuti in una costruzione che sorgeva in piazza Duomo a fianco della Cattedrale di Sant'Agata, nei pressi dell'attuale Palazzo del Seminario dei Chierici.

Nel 1684, l'Università fu trasferita negli allora locali dell'ospedale San Marco nella zona Fiera. L'Università ebbe lì sede fino al terremoto del 1693 che distrusse, con la gran parte degli edifici catanesi, anche quello che ospitava l'Università.

Nel 1696, iniziarono i lavori per la costruzione del nuovo Palazzo dell'Università, che è rimasto la sede dell'Università di Catania sino a oggi.

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Nei dintorni di Catania

16 luoghi nei dintorni, a Maletto, Acireale, Riposto, Castiglione di Sicilia, Caltagirone, Adrano

Mappa dei dintorni di Catania
Dati della mappa © OpenStreetMap

Etna

Stratovulcano · Maletto

Etna

L'Etna o Mongibello (in siciliano Muncibbeḍḍu) è uno stratovulcano della Sicilia originatosi nel Quaternario, ed è il più alto vulcano attivo della placca euroasiatica. Le sue frequenti eruzioni nel corso del tempo hanno modificato, a volte anche profondamente, il paesaggio circostante e in tante occasioni hanno costituito una minaccia per gli insediamenti abitativi nati nel tempo alle sue pendici. Il 21 giugno 2013, la XXXVII sessione del Comitato UNESCO ha inserito l'Etna nell'elenco dei beni costituenti il Patrimonio dell'umanità.

== Geografia fisica ==

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L'Etna sorge sulla costa orientale della Sicilia, a sud-ovest dei Monti Peloritani e a sud-est dei Monti Nebrodi (Appennino siculo), entro il territorio della città metropolitana di Catania ed è attraversato dal 15º meridiano est, che da esso prende il nome. Con un diametro di oltre 40 chilometri e un perimetro di base di circa 135 km, occupa una superficie di 1265 km². La regione etnea, delimitata dal corso dell'Alcantara e da quello del Simeto, ha un perimetro di 212 km e una superficie di 1570 km².

Il vulcano è classificato tra quelli definiti a scudo a cui è sovrapposto uno stratovulcano, l'edificio attuale (eruzioni degli ultimi 15 000 anni). La sua altezza varia nel tempo a causa delle sue eruzioni che ne determinano l'innalzamento o l'abbassamento. Nel 1900 la sua altezza raggiungeva i 3274 m e nel 1950 i 3326 m; nel 1978 era stata raggiunta la quota di 3345 m e nel 1981 quella di 3350 m al Cratere di Nord-Est. Dalla metà degli anni 1980 l'altezza è progressivamente diminuita: 3340 m nel 1986, 3329 m nel 1999. Nel luglio 2018 due squadre indipendenti con GPS ad altissima risoluzione, rivelarono che l'altezza dell'Etna era di 3326 m. Il 25 luglio 2021 fu misurata l'altezza di 3357 m al Cratere di Sud-Est. Dopo il parossismo del Cratere Centrale (Voragine) del 4 luglio 2024, quest'ultimo diventa la nuova cima del vulcano con quota stimata di 3369 m metri. I successivi parossismi che si sono protratti fino al 15 agosto 2024 hanno fatto innalzare la vetta del vulcano a 3403 m metri sul livello del mare, così come accertato dalle misurazioni dell'INGV (pubblicate nel Bollettino Settimanale Etna del 17 settembre 2024).

L'Etna ha una struttura piuttosto complessa a causa della formazione, nel tempo, di numerosi edifici vulcanici che tuttavia in molti casi sono in seguito collassati e sono stati sostituiti, affiancati o coperti interamente da nuovi centri eruttivi. Sono riconoscibili nella "fase moderna" del vulcano almeno 300 tra coni e fratture eruttive. L'area è soggetta a moderato rischio sismico oltreché a possibile tremore vulcanico.

I crateri sommitali sono: la Voragine e la Bocca Nuova, che si sono formate all'interno del Cratere Centrale rispettivamente nel 1945 e 1968, il Cratere di Nord-Est, che esiste dal 1911 e il Cratere di Sud-Est nato nel 1971. Dal 2011 vi è anche il Nuovo Cratere di Sud-Est.

Ambiente

La superficie del vulcano è caratterizzata da una ricca varietà di ambienti che alterna paesaggi urbani, folti boschi che conservano diverse specie botaniche endemiche, aree desolate ricoperte da roccia magmatica e prive di vegetazione e, sopra una certa quota, soggette a innevamento invernale e ghiacciai perenni alle più elevate (ad es. Grotta del Gelo).

Il territorio presenta aspetti molto differenti per morfologia e tipologia in funzione dell'altitudine. Fortemente urbanizzato sui versanti est e sud si presenta selvaggio e brullo sul lato occidentale dove predominano le "sciare" (termine siciliano locale che indica terreno di scorie vulcaniche incoerenti), specie nel versante nord. Poco urbanizzato, ma di aspetto più dolce, il versante nord con il predominio dei boschi al di sopra di Linguaglossa. Il versante est è dominato dalla Valle del Bove sui margini della quale si inerpicano fitti boschi.

Il circondario ha caratteristiche che ne rendono le terre ottime per produzioni agricole, grazie alla particolare fertilità dei detriti vulcanici. La zona abitata e coltivata giunge quasi ai 1000 m s.l.m. mentre le zone boschive arrivano fino ai 1 500 metri Ampie parti delle sue pendici sono comprese nell'omonimo parco naturale. Il versante sud del vulcano è percorso dalla strada provinciale SP92 che si arrampica sulla montagna fino a quasi 2000 m di quota, generando circa 20 km di tornanti. L'infrastruttura non permette di raggiungere la cima in auto ma, raggiunta la stazione turistica attorno alla Funivia dell'Etna, continua poi il suo percorso per altri 20 km circa in direzione di Zafferana Etnea..

In inverno è presente la neve che, alle quote più elevate, resiste fin quasi all'estate. Le aree turistiche da dove si può partire per le escursioni in cima al vulcano sono raggiungibili agevolmente dai versanti sud e nord-est in cui si trovano anche le due stazioni sciistiche del vulcano (Etna sud ed Etna nord). Da quella sud, dallo storico Rifugio Sapienza nel territorio di Nicolosi è possibile ammirare il golfo di Catania e la valle del Simeto. Dalle piste di Piano Provenzana a nord, in territorio di Linguaglossa, sono visibili Taormina e le coste della Calabria.

Clima

Nelle parti più alte del vulcano il clima è di tipo alpino. Le temperature medie annue variano dai 13-14 °C della base ai 2-3 °C della vetta.

Storia

I primi riferimenti storici all'attività eruttiva dell'Etna si trovano negli scritti di Tucidide e Diodoro Siculo e del poeta Pindaro; altri riferimenti sono per lo più mitologici. Secondo Diodoro Siculo, circa 3 000 anni fa, in seguito a una fase di attività violentemente esplosive (probabilmente sub-pliniane) dell'Etna, gli abitanti del tempo, i Sicani, si spostarono verso le parti occidentali dell'isola.

I primi studiosi a intuire che il vulcano fosse in realtà costituito da un grande numero di strutture più piccole e variamente sovrapposte o affiancate furono Charles Lyell, Sartorius von Waltershausen e Carlo Gemmellaro; questi riconobbero nell'Etna almeno due principali coni eruttivi, il più recente Mongibello e il più antico Trifoglietto (nell'area della Valle del Bove).. Tale impostazione non venne rivista fino agli anni sessanta quando il belga J. Klerkx (sotto la guida di Alfred Rittmann) individuò nella predetta valle una successione di altri prodotti eruttivi precedenti al Mongibello. Studi successivi hanno rivelato una maggiore complessità della struttura che risulta costituita da numerosissimi centri eruttivi con caratteristiche tipologiche del tutto differenti.

L'attività maggioritaria in tempi storici è stata connessa a quella del sistema centrale, che in tempi più recenti ha interessato altre nuove bocche sommitali: il Cratere di Nord-Est, formatosi nel 1911, la Voragine nata all'interno del Cratere centrale nel 1945 e la Bocca Nuova originatasi sempre al suo interno, nel 1968.

Nel 1971 si è formato il nuovo Cratere di Sud-Est. Infine, nel 2007, è nato il Nuovo Cratere di Sud-Est che in seguito all'intensa e frequente attività stromboliana e alle fontane di lava, tra il 2011 e il 2013 ha assunto dimensioni imponenti raggiungendo l'altezza dei crateri precedenti.

Etimologia e mitologia

L'etimologia del nome Etna è da sempre dibattuta. Trova la sua prima trascrizione in Aἴτνα (Aítnā), nome del greco antico che è stato connesso agli insediamenti di Kατάvα (o Kατάvη) (Katánā, Katánē) – corrispondente al nome e all'ubicazione dell'odierna Catania – o, parimenti, è stata connessa anche all'antica Ἴνησσᾰ (Ínēssă). Alla fondazione di Aἴτνα (città) il poeta Eschilo dedicò la sua tragedia "Le Etnee".

Il nome Aἴτνα vanterebbe una affinità etimologica con la radice del verbo greco αἴθω (àithō), cioè “bruciare”. In effetti, l'Etna era conosciuto dai Greci come Αἴτνη (Aítnē), forma dialettica con la variante dorica Aἴτνα, e corrispondentemente presso i Romani come Aetna, sia per il vulcano che per la città. Un'ipotesi indigena, che andrebbe meglio disaminata, supporrebbe una ricostruzione della radice nel sicano *aith-na ("ardente") ricercando nuovamente un legame con la radice protoindoeuropea *h₂eydʰ-

“accendere” e “fuoco”.

Nella mitologia greca e in seguito anche romana, Etna è anche il nome di una ninfa siciliana, figlia di Urano e Gea (Gaia) e madre dei Palici, che tradizionalmente si crede abbia dato il nome al vulcano stesso. Inoltre, secondo Euripide, l'interno del vulcano (antro di Efesto) era il luogo dove il dio Efesto e i suoi assistenti, i Ciclopi, forgiavano i terribili «fulmini» di Zeus, re degli dei.

Gli scritti in lingua araba si riferivano a esso come Jabal al-burkān (montagna del vulcano) o Jabal Aṭma Ṣiqilliya ("montagna somma della Sicilia") o Jabal an-Nār ("montagna di fuoco"). Questo nome fu più tardi mutato in Mons Gibel, letteralmente "monte Gibel" (dal latino mons "monte" e dall'arabo jabal (جبل) "monte"), da cui il siciliano Muncibbeḍḍu, reso poi in italiano come Mongibello.

Il nome Muncibbeḍḍu, di uso comune tra le persone di età più avanzata, è in progressiva scomparsa; le popolazioni locali spesso si riferiscono all'Etna anche semplicemente e più colloquialmente attraverso il siciliano "A Muntagna".

Storia geologica
Genesi del vulcano

L'Etna si è formato nel corso delle ere con un processo di costruzione e distruzione incominciato intorno a 570 000 anni fa, nel periodo Quaternario, durante il Pleistocene medio. Al suo posto si ritiene vi fosse un ampio golfo nel punto di contatto tra la zolla euro-asiatica a nord e la zolla africana a sud, corrispondente alla catena dei monti Peloritani a settentrione e all'altopiano Ibleo a meridione. Fu proprio il colossale attrito tra le due zolle a dare origine alle prime eruzioni sottomarine di lava basaltica fluidissima con la nascita dei primi coni vulcanici, al centro del golfo primordiale detto pre-etneo, nel periodo del Pleistocene medio-superiore 700 000 anni fa.

Di tali attività restano gli splendidi affioramenti della Riviera dei Ciclopi con i loro prismi basaltici (l'isola Lachea e i faraglioni di Aci Trezza), le brecce vulcaniche vetrose (ialoclastiti) e le lave a pillow della rupe di Aci Castello, ma anche i basalti colonnari affioranti nel terrazzo fluviale del Simeto, esteso nei versanti sud occidentale e sud orientale da Adrano e Paternò fino alla costa Ionica. Il sollevamento tettonico dell'area, unitamente all'accumulo dei prodotti eruttivi, determinò l'emersione della regione e la formazione di un edificio vulcanico a scudo che è quello che costituisce il basamento dell'attuale.

Tra i 350 000 e i 200 000 anni fa, da un'attività di tipo fessurale, spesso anche subacquea, scaturirono lave estremamente fluide che diedero luogo alla formazione di bancate laviche tabulari di elevato spessore (fino a 50 m), i cui resti sono gli imponenti terrazzamenti visibili nell'area sud occidentale dell'edificio vulcanico a quote comprese fra i 300 e i 600 m s.l.m. Gli studi sulla composizione di queste lave hanno messo in evidenza che questi prodotti vulcanici (sia subacquei sia subaerei) rappresentano le cosiddette vulcaniti tholeiitiche basali, cioè magmi simili, anche se con delle differenze, a quelli che vengono prodotti in aree del mantello terrestre caratterizzate da alti gradi di fusione parziale di grande attività distensive, tipiche delle dorsali e delle isole oceaniche. Le tholeiiti costituiscono una percentuale assai limitata dei prodotti dell'area etnea e sono state eruttate in più riprese a partire da circa 500 000 anni fa, questa è infatti l'età dei più antichi prodotti etnei. Allo stesso periodo geologico si attribuisce anche la formazione del notevole Neck di Motta Sant'Anastasia, una rupe isolata di lave colonnari su cui è edificato il centro storico della cittadina etnea.

Fase delle Timpe (200 ka - 110 ka)

Si ritiene che tra 200 000 e 110 000 anni fa ci fu uno spostamento degli assi eruttivi verso nord e verso ovest con un contemporaneo mutamento nell'attività di risalita e nei meccanismi di effusione, accompagnati da una variazione nella composizione chimica dei magmi e nel tipo di attività. La nuova fase eruttiva vide come protagonisti coni subaerei che emettevano lave di tipo "alcalino". L'attività si concentrò lungo la costa ionica in corrispondenza del sistema di faglie dirette denominato delle Timpe. I prodotti alcalini costituiscono la gran mole del vulcano etneo e vengono eruttati ancora oggi. La distinzione tra i termini viene effettuata mediante i rapporti tra le percentuali di alcuni ossidi e in particolare SiO2 e K2O+Na2O ritenuti indicativi delle condizioni di genesi dei magmi stessi.

Fase dei Centri eruttivi della Valle del Bove (110/100 ka - 65 ka)

Durante il Tarantiano, 110 000/100 000-60 000 anni fa, l'attività eruttiva si sposta dalla zona Val Calanna-Moscarello verso l'area adesso occupata dalla depressione della Valle del Bove. Da un'attività di tipo fissurale, come quella che ha caratterizzato le prime due fasi, si passerà gradualmente a un'attività di tipo centrale caratterizzata da eruzioni sia effusive sia esplosive. Questo tipo di attività porterà alla formazione di diversi centri eruttivi. Il principale dei coni, che viene denominato dagli studiosi Monte Calanna, è inglobato al di sotto del vulcano. Cessata l'attività di questo, circa ottantamila anni fa entrò in eruzione un nuovo complesso di coni vulcanici, i cui centri eruttivi sono denominati Tarderia, Rocche e Trifoglietto. Quest'ultimo, a dispetto del grazioso nome, fu il principale centro eruttivo di questa fase, con un'altezza stimata tra 2 400-2 600 metri, ed eruzioni di tipo esplosivo di natura pliniana polifasica, come ad esempio il Vesuvio e Vulcano delle isole Eolie, che emetteva lave di tipo molto viscoso. L'attività vulcanica si spostò poi ancor più a ovest con la nascita di un'ulteriore bocca vulcanica a cui vien dato il nome di Trifoglietto II (dai 70 000 ai 55 000 anni fa). L'esplosività è probabilmente collegata alle grandi quantità di acqua nell'edificio che vaporizzandosi frammentava il magma. Il collasso di questo edificio avrebbe contribuito alla formazione della già citata Valle del Bove, profonda fino 1 000 metri e ampia 7 × 4,5 km, lasciando esposti sulle pareti di questa gli affioramenti di rocce piroclastiche che evidenziano lo stile particolarmente esplosivo della sua attività. Studi più recenti hanno evidenziato la formazione multifasica dell'anfiteatro naturale, con un ultimo significativo episodio di collasso nell'VIII secolo a.C.

Successivamente, si formeranno quattro centri eruttivi minori che si sovrapporranno completamente sui fianchi dei vulcani Rocche e Trifoglietto. Questi vulcani sono conosciuti come Monte Cerasa, Giannicola, Salifizio e Cuvigghiuni, la cui attività proseguirà fino a circa 65.000 anni fa.

La fase dello stratovulcano: l'Ellittico (65/55 ka - 15 ka)

Intorno a 65-55 000 anni fa circa si verifica un ulteriore spostamento dell'attività eruttiva verso nord-ovest dopo la fine dell'attività dei centri della Valle del Bove. È la fase detta dello stratovulcano. Tale spostamento porterà alla formazione del vulcano Ellittico, il più grosso centro eruttivo che costituisce la struttura principale del monte Etna. Il nome Ellittico deriva dalla forma, appunto di ellisse (2 km asse maggiore e 1 km asse minore), della caldera che ha segnato la fine della sua attività. I suoi prodotti, sia colate laviche sia piroclastiti, costruirono un edificio di dimensioni notevoli la cui altezza, prima del collasso calderico avvenuto 15 000 anni fa, è stimata tra i 3 600 e i 4 000 metri di altezza. Le eruzioni laterali dell'Ellittico hanno prodotto la graduale espansione laterale dell'edificio vulcanico attraverso la messa in posto di colate laviche che hanno causato un radicale cambiamento dell'assetto del reticolo idrografico principalmente nel settore nord e nord-orientale. In quest'area le colate laviche colmarono antiche paleovallate come quella del fiume Alcantara generando numerosi fenomeni di sbarramento lavico del paleoalveo del fiume Simeto. L'attività eruttiva dell'Ellittico si è conclusa circa 15 mila anni fa con un'intensa fase esplosiva caratterizzata da una serie di eruzioni pliniane. Esse hanno provocato la deposizione di materiali piroclastici, che si sono ampiamente distribuiti lungo i fianchi dell'Etna. La caldera dell'Ellittico, risultante dal collasso dell'imponente edificio vulcanico, e i cui bordi racchiudono la Valle del Bove, è ben visibile tuttora, estendendosi da Pizzi Deneri e Punta Lucia, e costituendo l'ossatura dello stratovulcano etneo.

Il Mongibello odierno (15 ka - oggi)

L'intensa e continua attività effusiva degli ultimi 15 000 anni riempirà del tutto la caldera del vulcano Ellittico coprendo in gran parte i suoi versanti e formando il nuovo cono craterico sommitale. Tale attività effusiva, originata sia dalle bocche sommitali sia da apparati eruttivi parassiti, porterà alla formazione dell'edificio vulcanico che forma il complesso in attività: il Mongibello. Nel corso del tempo si sono avute fasi di stanca e fasi di attività eruttiva, con un collasso del Mongibello intorno a otto-novemila anni fa; nei prodotti del Mongibello è stata osservata una generale transizione da termini più antichi e acidi (relativamente arricchiti in SiO2) a più recenti e basici (cioè relativamente povere di SiO2) e porfirici (ricchi di minerali cristallizzati in profondità prima dell'emissione), le lave sono quindi ritornate a essere di tipo fluido basaltico e si sono formati altri coni di cui alcuni molto recenti. A periodi abbastanza ravvicinati entra in eruzione incominciando in genere con un periodo di degassamento ed emissione di sabbia vulcanica a cui fa seguito un'emissione di lava abbastanza fluida all'origine. Talvolta vi sono dei periodi di attività stromboliana che attirano folle di visitatori d'ogni parte del mondo per via della loro spettacolarità.

Dal Cratere Centrale ai crateri sommitali

Nonostante i vulcani eruttino prevalentemente dalla loro cima, da uno o più crateri sommitali, l'Etna si caratterizza per essere uno dei pochi vulcani al mondo in cui è stato possibile osservare a memoria d'uomo la nascita di nuove bocche eruttive sommitali, formatesi prevalentemente nel secolo scorso. Fino al 1911, l'Etna aveva un solo cratere, denominato Cratere Centrale. Di esso vi è molteplice testimonianza, fotografica, cartacea tramite disegni, persino tramite cartoline postali. Dal punto di vista pittorico, già Thomas Cole dipinse più volte l'Etna come classico stratovulcano con un solo cratere. Esso appare molto ampio dalle fonti; secondo alcune stime, il suo diametro era pari a circa 500 metri e la sua profondità diverse centinaia. Successivamente, vi fu la nascita di nuovi crateri, finché, fino agli anni 2000, l'Etna ebbe quattro crateri sommitali attivi. Essi, in ordine cronologico di formazione, sono: il cratere subterminale di Nord-est formatosi nel 1911 (NEC); poi, la Voragine o Voragine Grande nel 1945, la Bocca Nuova del 1968 (BN) e il cratere subterminale di Sud-est (del 1971) (SEC). La Voragine o Voragine Grande è spesso confusa con il Cratere Centrale. In effetti, i due crateri si sovrapposero, con la Voragine formatasi all'interno del Cratere Centrale, che fino al 1945 era l'unico cratere dell'Etna.

Tuttavia, solo nell'ultimo decennio, per la prima volta, i vulcanologi sono riusciti ad applicare un moderno approccio multidisciplinare per monitorare la nascita di un nuovo cratere sommitale e cercare di comprendere cosa renda tanto instabile un vulcano come l'Etna in corrispondenza delle bocche sommitali: alla fine del 2011 dove prima c'era un cratere a pozzo (o pit crater) alla base orientale del SEC, si è infatti sviluppato quello che ormai gli studiosi hanno ribattezzato Nuovo Cratere di Sud-Est (NSEC). L'edificio vulcanico del Nuovo Cratere di Sud-Est, formatosi lungo una frattura orientata lungo una direzione Nord-Ovest Sud-Est, è successivamente cresciuto con grande rapidità sull'orlo di una parete a strapiombo della Valle del Bove, alta circa mille metri, presentando quindi una relativa instabilità che caratterizza tutto il fianco nord-orientale del vulcano e mantiene alta l'attenzione degli scienziati.

Questi hanno recentemente stabilito che il vulcano subisce ciclicamente nel tempo dei fenomeni di inflazione (rigonfiamento), seguiti da deflazione (sgonfiamento) che possono durare per un periodo di alcuni mesi fino a qualche anno. Come riferito da Marco Neri, coordinatore del lavoro di studi e primo ricercatore presso l'Osservatorio etneo dell'INGV (INGV-OE), durante un recente periodo di inflazione, «il fianco nord-orientale dell'Etna si è deformato, seguendo traiettorie di "traslazione" semi-circolari: la porzione sommitale si è spostata verso Nord-est, la parte intermedia verso Est e infine la parte distale, in prossimità del Mare Ionio, è traslata verso Sud-est. Lo spostamento verso Nord-est della parte sommitale del vulcano ha favorito l'apertura di numerose fessure eruttive orientate in senso Nord-ovest Sud-est e la conseguente nascita del Nuovo Cratere di Sud-est». La traslazione verso lo Ionio è confermata anche dagli studi condotti dalla Open University.

Durante una campagna di misurazioni con GPS effettuata dall'INGV nel gennaio del 2014 si constatò che il punto più alto del nuovo cono si era assestato a una quota di 3 290 m s.l.m. facendone di fatto una delle bocche sommitali più alte del grande vulcano. Nel corso della seconda metà degli anni 2010, la sella intracraterica del Sud-Est fu notevolmente sconvolta con le attività del 2016, 2017, 2018. Nel 2020, a dicembre, iniziò un ciclo eruttivo che stravolse totalmente l'assetto della zona terminale: a seguito di attività esplosive, infatti, il nuovo cono intracraterico del Sud-Est superava i 3 357 m s.l.m. tra il 13 e il 25 giugno 2021 assestandosi quale nuova vetta, in sostituzione del NEC.

L'Etna presenta inoltre diverse piccole bocche laterali sparse a varie altitudini, dette crateri avventizi, prodotte dalle tante eruzioni laterali nel tempo. Esistono anche dei centri eruttivi eccentrici caratterizzati dalla non condivisione del condotto vulcanico con il vulcano principale, ma del solo bacino magmatico, quali i monti Rossi e il monte Mojo.

Eruzioni notevoli in periodo storico

In genere le eruzioni dell'Etna pur fortemente distruttive delle cose, non lo sono per le persone se si eccettuano i casi fortuiti come quello di Bronte del 25 novembre del 1843 in cui a causa di una falda freatica la lava esplose colpendo una settantina di persone delle quali persero la vita almeno 36 o di palese imprudenza come nel 1979 quando un'improvvisa pioggia di massi uccise nove turisti, avventuratisi fino al cratere apparentemente spento, e ne ferì un'altra decina. Le fonti della memoria storica ricordano centinaia di eruzioni di cui alcune fortemente distruttive.

L'eruzione più lunga a memoria storica è quella del luglio 1614. Il fenomeno durò ben dieci anni ed emise oltre un miliardo di metri cubi di lava, coprendo 21 chilometri quadrati di superficie sul versante settentrionale del vulcano. Le colate ebbero origine a quota 2 550 e presentarono la caratteristica particolare di ingrottarsi ed emergere poi molto più a valle fino alla quota di 975 m s.l.m., al di sopra comunque dei centri abitati. Lo svuotamento dei condotti di ingrottamento originò tutta una serie di grotte laviche, visitabili, come la grotta del Gelo, la grotta dei Lamponi, la grotta delle Palombe, il Complesso Immacolatelle e Micio Conti.

Nel 1669 avvenne l'eruzione più conosciuta e distruttiva, che raggiunse e superò, dal lato occidentale, la città di Catania; ne distrusse la parte esterna fino alle mura, circondando il Castello Ursino e superandolo creò oltre un chilometro di nuova terraferma. L'eruzione fu annunciata da un fortissimo boato e da un terremoto che distrusse il paese di Nicolosi e danneggiò Trecastagni, Pedara, Mascalucia e Gravina. Poi si aprì un'enorme fenditura a partire dalla zona sommitale e, sopra Nicolosi, si iniziò l'emissione di un'enorme quantità di lava. Il gigantesco fronte lavico avanzò inesorabilmente seppellendo Malpasso, Mompilieri, Camporotondo, San Pietro Clarenza, San Giovanni Galermo e Misterbianco oltre a villaggi minori dirigendosi verso il mare. Si formarono i due coni piroclastici che sono denominati Monti Rossi, a nord di Nicolosi. L'eruzione durò 122 giorni ed emise un volume di lava di circa 950 milioni di metri cubi.

Nel 1892 un'altra eruzione portò alla formazione, a circa 1 800 m di quota, del complesso dei Monti Silvestri. Nel 1928, ai primi di novembre, ebbe inizio l'eruzione più distruttiva del XX secolo. Essa portò, in pochi giorni, alla distruzione della cittadina di Mascali. La colata fuoriuscì da diverse bocche laterali sul versante orientale del vulcano e minacciò anche Sant'Alfio e Nunziata. L'eruzione del 5 aprile del 1971 ebbe inizio a quota 3 050 da una voragine dalla quale l'emissione di prodotti piroclastici formò il cono sub-terminale di Sud-est. Vennero distrutti l'Osservatorio Vulcanologico e la funivia dell'Etna. Ai primi di maggio si aprì una lunga fenditura a quota 1 800 m s.l.m. che raggiunse Fornazzo e minacciò Milo. La lava emessa fu di 75 milioni di metri cubi.

L'eruzione del 1981 ebbe inizio il 17 marzo e si rivelò abbastanza minacciosa: in appena poche ore si aprirono fenditure da quota 2 550 via via fino a 1 140. Le lave emesse, molto fluide, raggiunsero e tagliarono la Ferrovia Circumetnea; un braccio si arrestò appena 2 000 metri prima di Randazzo. Il fronte lavico tagliò la strada provinciale e la Ferrovia Taormina-Alcantara-Randazzo delle Ferrovie dello Stato, proseguendo fino alle sponde del fiume Alcantara. Si temette la distruzione della pittoresca e fertile vallata, ma la furia del vulcano si arrestò alla quota di 600 m.

Il 1983 è da ricordare oltre che per la durata dell'eruzione, 131 giorni, con 100 milioni di metri cubi di lava emessi (che distrussero impianti sciistici, ristoranti, altre attività turistiche, nuovamente la funivia dell'Etna e lunghi tratti della S.P. 92), anche per il primo tentativo al mondo di deviazione per mezzo di esplosivo della colata lavica. L'eruzione si presentava abbastanza imprevedibile, con numerosi ingrottamenti ed emersioni di lava fluida a valle, che fecero temere per i centri abitati di Ragalna, Belpasso e Nicolosi. Pur tra molte polemiche, e divergenze tra gli studiosi, vennero praticati, con notevole difficoltà, date le altissime temperature che arrivavano a rovinare le punte da foratura, decine e decine di fornelli per consentire agli artificieri di immettere le cariche esplosive. La colata venne parzialmente deviata; l'eruzione ebbe comunque termine di lì a poco.

Il 14 dicembre del 1991 ebbe inizio la più lunga eruzione del XX secolo (durata 473 giorni), con l'apertura di una frattura eruttiva alla base del cratere di Sud-est, alle quote da 3 100 m a 2 400 m s.l.m. in direzione della Valle del Bove. L'esteso campo lavico ricoprì la zona detta del Trifoglietto e si diresse verso il Salto della Giumenta, che superò il 25 dicembre 1991 dirigendosi verso la Val Calanna. La situazione fu giudicata pericolosa per il comune di Zafferana Etnea e venne messa in opera una strategia di contenimento concertata tra la Protezione civile e il Genio dell'Esercito. In venti giorni venne eretto un argine di venti metri d'altezza che, per due mesi, resse alla spinta del fronte lavico. La tecnica fu quella dell'erezione di barriere in terra per mezzo di lavoro ininterrotto di grandi ruspe ed escavatori a cucchiaio.

Questa tecnica in seguito si rivelerà efficace nel tentativo di salvataggio del rifugio Sapienza e della stazione turistica di Etna Sud nel corso dell'eruzione 2001, e sarà oggetto di studio da parte di équipe internazionali, tra cui esperti giapponesi. Tutto si rivelò efficace nel rallentare il flusso lavico guadagnando tempo ma ancora una volta non risolutivo in caso di persistenza dell'evento eruttivo. Furono chiamati gli incursori della Marina che operarono nel canale principale, a quota 2 200 m, con cariche esplosive al plastico (C4) e speciali cariche esplosive cave per deviare il flusso di lava nel canale d'invito e inviarla così nella valle del Bove, riportando la posizione del fronte lavico a quella di circa sei mesi prima. L'operazione riuscì perfettamente, utilizzando una carica di C4 pari a 7 tonnellate e trenta cariche cave; il tutto, fatto esplodere in rapidissima successione, fece crollare il diaframma che separava il magma dal canale d'invito. Successivamente venne ostruito con grandi macigni di pietra lavica il canale principale che scendeva pericolosamente verso Zafferana Etnea.

Un vulcano speciale

Uno studio propone l'ipotesi che l'Etna appartenga a una quarta categoria vulcanica, distinta dai tre meccanismi classici di formazione (dorsali, subduzione, hotspot). Secondo Pilet et al., le lave eruttate dall'Etna originerebbero dall'estrazione di magmi pre-esistenti accumulati nella Low Velocity Zone (LVZ), la zona di transizione tra litosfera e astenosfera a circa 80 km di profondità. La flessione della placca ionica durante la subduzione favorirebbe la risalita di questi fusi attraverso fratture nella litosfera, in un meccanismo analogo a quello dei cosiddetti vulcani petit-spot, piccole strutture sottomarine descritte per la prima volta al largo del Giappone fra i quali, per fare un esempio, ci sono i vulcani Suiyo, Myōjin-shō, eccetera.

Attività vulcanica recente

L'Etna continua ad essere un vulcano attivo. Negli ultimi anni l'area sommitale dell'Etna è cambiata, si trasforma continuamente. Al 2024 presenta cinque crateri in attività (Cratere di Sud-est, Nuovo Cratere di Sud-est, Bocca Nuova, Voragine, Cratere di Nord-est). Il cratere considerato il ''più giovane'' è il Nuovo Cratere di Sud-Est (2007) che negli anni ha avuto parecchie eruzioni e parossismi con emissione di cenere vulcanica.

Nel corso dell'ultimo ventennio l'attività vulcanica non si è mai arrestata del tutto. Essa si è alternata tra episodi di attività stromboliana, brevi pause e violente fasi di degassamento ed emissione di cenere, ma con limitate fasi effusive, interessando i vari crateri. Le diverse fasi di alternanza tra i vari crateri hanno portato l'altezza del cratere Voragine a 3.403 m.

Dal 6 agosto 2026 l'attività del vulcano si è intensificata con successive fontane laviche e intense fasi di degassamento dal cratere Voragine nella notte tra 7 e 8 agosto e dal cratere di Nord-est. Nei giorni successivi di sono aperte ben quattro bocche, a quote decrescenti all'interno della Valle del Bove dalle quali è sgorgata una serie di colate laviche in sovrapposizione l'un l'altra e scese fino a circa 1.300 m s.l.m. Dopo una pausa e una scossa di terremoto che ha riattivato la faglia della Pernicana e una pausa di un giorno, il 16 agosto è ripresa l'attività di degassamento dal cratere di Nord-est e l'attività stromboliana dalla Voragine, mentre prosegue l'emissione lavica dalle bocche a 2750 e 1990 m.

La concomitanza con l'ondata di calore del periodo e la direzione costante dei venti per l'intero periodo ha convogliato le ceneri vulcaniche sulla citta e sull'aeroporto di Fontanarossa determinandone la chiusura per una settimana, fino al 15 agosto.

Turismo

L'Etna è meta costante delle visite di turisti interessati al vulcano e alle sue manifestazioni in quanto si tratta di uno dei pochi vulcani attivi al mondo a essere facilmente accessibile. Sono presenti strutture di supporto con guide specializzate e mezzi fuoristrada che in sicurezza portano i visitatori fino ai crateri sommitali. L'accesso e le escursioni alla zona sommitale è consentito solo se accompagnati da guide alpine o Vulcanologiche, le uniche figure professionali abilitate ai sensi di legge all'accompagnamento professionale sui vulcani attivi.

Sport
Sci

L'Etna si presta, in virtù dell'altitudine e dell'innevamento invernale, a sport quali sci alpino, sci di fondo, scialpinismo, snowboard, sleedog. L'abbondante innevamento consente l'apertura stagionale degli impianti delle due stazioni sciistiche presenti (una nel versante sud e l'altra in quello nord) in genere dalla metà di dicembre a primavera inoltrata. Nel versante sud (Etna Sud), dal Rifugio Giovannino Sapienza (Nicolosi) si può usufruire di una cabinovia da 6 posti, di una seggiovia biposto e di tre skilift per raggiungere le piste. Il comprensorio meridionale offre circa 10 km di piste. Il versante nord (Etna Nord, Piano Provenzana, Linguaglossa, situato a 1 825 m), è dotato invece di tre skilift e di una seggiovia. Nel versante est è presente il rifugio Citelli, in comune di Milo.

Entrambe le stazioni sciistiche hanno subito, in due eruzioni differenti, la quasi totale distruzione delle strutture da parte di colate laviche. In particolare le piste di Nicolosi furono danneggiate dall'eruzione dell'estate del 2001 quando una colata lavica distrusse la stazione d'arrivo della funivia e il centro servizi passando a pochi metri dal "Rifugio Sapienza". Le piste di Piano Provenzana furono colpite dalla colata dell'autunno del 2002. Tuttavia, dopo qualche anno di interruzione, gli impianti furono riattivati.

Negli anni settanta del XX secolo le piste del versante sud hanno accolto la Tre giorni Internazionale dell'Etna, gara di sci alpino che vedeva alla partenza grandi nomi dello sci alla fine delle gare della Coppa del Mondo di sci alpino.

Escursionismo

Il vulcano è meta frequente per l'escursionismo sia montano sia legato all'attività vulcanica.

Leggenda e Alpinismo

La leggenda narra che il Monte Etna, nell'antichità, fu il luogo di morte del filosofo Empedocle. A partire dagli anni trenta l'evoluzione dei materiali e dell'arrampicata (soprattutto quella su ghiaccio) ha portato all'esplorazione sistematica delle pieghe della Valle del Bove, situata sul versante orientale, con l'apertura di grandiosi itinerari che sono tra i più lunghi e completi del Mezzogiorno d'Italia quali Serra Cuvigghiuni (1 000 m, AD ma con passi fino al VI-); Serra Giannicola Grande (1 000 m, PD+); Cenerentola (300 m, AD) e molti altri.

Ciclismo

La salita Sud-Est dell'Etna fino al Rifugio Sapienza (circa 1 900 m s.l.m.) dalla costa catanese, classificabile come salita lunga e dalle medie pendenze, presenta un dislivello di circa 1 850 m con pendenze medie del 6-7% ed è una delle salite più dure del Centro-Sud Italia. Oltre il Rifugio Sapienza la salita prosegue tortuosa su terreno sterrato per altri mille metri di dislivello circa fino alla Torre del Filosofo (2 900 m circa) che ne fanno complessivamente la salita con il più elevato dislivello in Europa assieme al Pico del Veleta in Spagna, al Teide nelle Isole Canarie e al Colle della Bonette in Francia. L'Etna conta molteplici versanti di ascesa, quelli più noti sono sette di cui cinque posti sul versante Sud e due sul versante Nord-Est.

Dal 2019 è attivo il Parco Ciclistico Etna che mette in palio dei brevetti speciali per coloro che riescono a completare da uno a sette versanti in un unico giorno solare.

Giro d'Italia

Il Giro d'Italia è arrivato sull'Etna in diversi arrivi di tappa:

Nel 2011 Contador è stato successivamente squalificato. La vittoria di tappa è passata a José Rujano (Venezuela).

Dal 1980 al 2004 è esistito, in ambito professionistico, il Giro dell'Etna.

Corsa a piedi

Il 22 agosto 1982, per la prima volta, venne corsa una maratona di beneficenza; i partecipanti indossavano una maglia bianca con la scritta Corri Catania.

Dal 2004, il vulcano è sede della SuperMaratona dell'Etna, maratona difficile con i suoi tremila metri di dislivello. La manifestazione sportiva parte dalla spiaggia di Marina di Cottone sul livello del mare e si conclude, appunto, sul vulcano a quota tremila.

Dal 2010, intorno a metà luglio, sull'Etna si corre l'Etna Trail, insieme di gare di trail running su diverse distanze, dai 12 ai 94 km.

Automobilismo

Sulle strade del versante sud si è disputata, sin dal 1924, una gara automobilistica, la Cronoscalata Catania-Etna con partenza da Catania. Motivi di sicurezza e di circolazione suggerirono in seguito di spostare il punto di partenza a nord di Nicolosi.

Nell'arte e nella cultura
Mitologia

Le eruzioni regolari della montagna, a volte drammatiche, l'hanno resa un soggetto di grande interesse per la mitologia greca e romana che hanno cercato di spiegare il comportamento del vulcano tramite i vari dei e giganti delle leggende romane e greche.

A proposito del dio Eolo, il re dei venti, si diceva che avesse imprigionato i venti sotto le caverne dell'Etna. Secondo Esiodo e il poeta Eschilo, il gigante Tifone fu confinato nell'Etna e fu motivo di eruzioni. Un altro gigante, Encelado, si ribellò contro gli dei, venne sconfitto da Atena e sepolto sotto un enorme cumulo di terra che la dea raccolse dalle coste del continente. Encelado soccombette, si appiattì e divenne l'isola di Sicilia. Si racconta che il suo corpo sia disteso sotto l'isola con la testa e la sua bocca sotto l'Etna che sputa fuoco a ogni grido del gigante. Di Encelado sepolto sotto l'Etna parla pure Virgilio. Su Efesto o Vulcano, dio del fuoco e della metallurgia e fabbro degli dei, venne detto di aver avuto la sua fucina sotto l'Etna e di aver domato il demone del fuoco Adranos e di averlo guidato fuori dalla montagna, mentre i Ciclopi vi tenevano un'officina di forgiatura nella quale producevano le saette usate come armi da Zeus. Si supponeva che il "mondo dei morti" greco, il Tartaro, fosse situato sotto l'Etna.

Si racconta che Empedocle, un importante filosofo presocratico e uomo politico greco del V secolo a.C., si gettò nel cratere del vulcano per scoprire il segreto della sua attività eruttiva. Il suo corpo sarebbe stato in seguito restituito dal mare al largo della costa siciliana, anche se in realtà sembra che sia morto in Grecia.

Nel medioevo divenne luogo privilegiato per la mitologia medievale, in particolare arturiana, celtica e germanica. Tra gli altri, associato a questo luogo, la Fata Morgana e l'isola di Avalon.

Re Artù risiederebbe, secondo la leggenda, in un castello sull'Etna, il cui celato ingresso sarebbe una delle tante e misteriose grotte che la costellano. Il mitico re dei Britanni appare anche in una leggenda, quella del cavallo del vescovo, narrata da Gervasio di Tilbury. Secondo una leggenda inglese l'anima della regina Elisabetta I d'Inghilterra risiederebbe nell'Etna, a causa di un patto che lei avrebbe fatto col diavolo in cambio del suo aiuto per governare il regno.

Letteratura

L'Etna ha ispirato nell'antichità diverse opere letterarie, tra cui la Teogonia di Esiodo e una perduta tragedia di Eschilo, intitolata Le Etnee, il dramma satiresco Il ciclope di Euripide, ispirato alla figura omerica di Polifemo e ambientato alle balze dell'Etna, e il poemetto pseudovirgiliano Aetna compreso all'interno dell'Appendix Vergiliana. Da menzionare poi nel Rinascimento il De Aetna, un saggio in latino di Pietro Bembo, in cui la descrizione del vulcano e della sua ascensione è un pretesto per discutere dei classici. L'Etna ha poi ispirato anche diverse poesie nell'età moderna; esempi significativi possono essere la Fábula de Polifemo y Galatea, opera scritta nel 1616 da Luis de Góngora ispirata alla leggenda di Aci e Galatea e ambientata in una caverna etnea, A' piè dell'Etna di Alfio Belluso, e All'Etna di Mario Rapisardi.

È stata anche citata nel primo monologo di Segismundo ne La vida es sueño di Pedro Calderón de la Barca, come metafora della forza umana.

La salita sul vulcano viene descritta negli ultimi capitoli del libro Il Bel Paese di Antonio Stoppani.

Nel 2021 La nave di Teseo ha pubblicato Il sangue della Montagna di Massimo Maugeri, romanzo ambientato sull'Etna e che indaga sul rapporto tra uomo e vulcano (candidato all'edizione 2022 del Premio Strega da Maria Rosa Cutrufelli).

Osservatorio astronomico

Sull'Etna è presente l'Osservatorio astronomico di Serra la Nave nel territorio di Ragalna, una struttura dedicata all'osservazione del cielo sul visibile.

Luoghi di culto
Influenza culturale

All'Etna sono stati intitolati il Mongibello Mons su Io, un satellite naturale di Giove, e un asteroide, 11249 Etna. La sagoma del vulcano figura inoltre negli stemmi comunali di diversi comuni della città metropolitana di Catania: Adrano, Belpasso, Mascalucia, Milo, Misterbianco, Nicolosi, Piedimonte Etneo, Ragalna, Santa Venerina, Tremestieri Etneo e Zafferana Etnea.

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cattedrale di Acireale

Chiesa · Acireale

cattedrale di Acireale

La cattedrale di Maria Santissima Annunziata è il principale luogo di culto cittadino ubicato nell'articolata piazza del Duomo, su cui prospetta anche la basilica minore pontificia dei Santi Pietro e Paolo, nel centro storico di Acireale.

== Storia ==

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Epoca aragonese

Nel XV secolo il primo edificio era costituito di una sola cappella a tre mura, contigua all'edificio attuale (lato nord, slargo Giovanni XXIII), dove si venerava un'immagine dell'Annunziata.

Epoca spagnola

Nel 1532 e per lunghi anni, lentamente, si procedette all'abbattimento della cappella e alla costruzione, in forme più ampie, con navate laterali e torre campanaria, di una chiesa disposta in senso est(presbiterio)-ovest.

La costruzione del Duomo attuale, prolungando verso est l'asse longitudinale col successivo impianto del transetto e poi del profondo presbiterio, fu deliberata dal municipio l'8 ottobre 1597, iniziando l'anno successivo. In uno dei quattro grandi pilastri che sostengono la cupola, quello di nord-est, entro un cartiglio scolpito nella pietra lavica ad altezza d'uomo è segnata la data "1600". Tutto il complesso ha subito dal 1598 continui ampliamenti e modifiche, fino a raggiungere l'aspetto attuale con le ultime modifiche concluse nel 1889.

Con le numerose scosse del terremoto del Val di Noto del 1693 la costruzione subì rilevanti danni: crollarono le volte del transetto, l'intera copertura andò compromessa, incrinata la cupola, lesionato il campanile.

Epoca contemporanea

Fu elevata a cattedrale nel 1872, anno in cui venne formalizzata l'istituzione della diocesi di Acireale e nell'agosto 1948 ottenne da papa Pio XII la dignità di basilica minore.

Esterno

La chiesa è a croce latina, a tre navate e, dopo l'erezione della diocesi, è stata congiunta nel 1874-1878 da un cavalcavia al Palazzo vescovile a nord, progettato dall'architetto Carlo Cocuccio, operazione urbanistica singolare che unisce due proprietà sostanzialmente private sovrastando la via pubblica. Il complesso di cattedrale, palazzo vescovile, edifici ecclesiastici su via Genuardi e loro corti interne congiunte alla basilica dei santi Pietro e Paolo costituisce una vera e propria cittadella. Di notevole pregio, su via Genuardi, è l'atrio che immette nel complesso.Nel 2025 è stata avviata la costruzione di una cappella per la sepoltura dei vescovi che sorgerà a sud dell’abside meridionale, all’interno del perimetro degli edifici ecclesiastici.

Il prospetto venne realizzato a partire dal XVII secolo. Il gruppo scultorio nel nicchione sopra il portale marmoreo, rappresentante l'Annunciazione, fu realizzato nella bottega messinese di Placido Blandamonte nel 1668 - 1672, portato per mare fino a Santa Maria La Scala e da qui trainato ad Aci per le impervie salite.

I due campanili svettanti ai lati della facciata, pur identici, non sono coevi. Il campanile a destra del prospetto, che richiama stilemi gotico-normanni, di cui si hanno notizie dal 1544, ha seguito tutte le vicende costruttive della chiesa ed ebbe anche funzione di torre d'avvistamento. Il campanile del lato nord, a sinistra, il rosone, la loggia a colonnine e le restanti decorazioni del prospetto sono invece in stile neogotico, realizzati nel 1887-1889 su progetto di Sebastiano Ittar (ma non è da escludere il contributo dell'architetto Paolo Pantellaro) con modifiche di Giovan Battista Filippo Basile (padre del maestro del liberty siciliano Ernesto Basile).

La cupola, iniziata nel 1655, fu completata solo nel 1732, su progetto dell'architetto Paolo Amico.

Interno

L'interno è stato modificato nello stile predominante nel XVIII secolo, anche in seguito al terremoto del 1693 e a quello del 1783. In un ambiente della controfacciata, a sinistra, è esposto il fercolo che accoglie il simulacro di Santa Venera nel periodo dei festeggiamenti, di argento cesellato, perfezionato a partire dal 1659. Artefici lo scultore Girolamo Carnazza insieme all'orafo Mario D'Angelo nel 1660. L'opera sarà portata a termine circa un secolo dopo da un altro messinese, Vito Blandano.

Navata centrale

La volta della navata centrale, decorata da Giuseppe Sciuti nel 1907 con l'aiuto del discepolo Primo Panciroli è scandita dalle scene, di vaga stesura preraffaellita, raffiguranti l'Orchestra degli Angeli, il Coro delle Vergini, la Gloria degli Angeli portanti i simboli di Santa Venera, l'Annunciazione, la Fede, l'Eterno Padre con Profeti (di tali episodi la Pinacoteca Zelantea custodisce i disegni preparatori).

Pennacchi affrescati, a destra e a sinistra, tra gli archivolti della navata centrale: santi Giuseppe, Sebastiano,Giovanni Battista, Gerlando (autore F.Mancini); santi Francesco d'Assisi,Filippo Neri, Francesco di Paola, Ignazio, Domenico, Camillo (autore F.Patanè)

Addossato al pilastro accanto al transetto, a destra, è posto un elegante pulpito ligneo ottocentesco.

Navata destra

Prima campata: Altare di Nostra Signora del Rosario. Vi è custodito il dipinto raffigurante la Vergine del Rosario ritratta con esponenti dell'Ordine domenicano e francescano: a sinistra Santa Caterina da Siena e San Domenico di Guzmán, a destra San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio di Padova, e ancora Sant'Agata, opera del messinese Antonio Catalano il Vecchio. Dono documentati come corona al dipinto i 15 medaglioni raffiguranti i misteri del rosario. Sulla parete destra è addossato un monumento funebre

Seconda campata: Altare dell'Angelo Custode. Sull'altare è custodito il dipinto raffigurante l'Angelo Custode del 1630, opera di Antonio e Giacinto Platania.

Terza campata. Varco laterale destro. Sulla parasta sinistra è collocato un monumento funebre.

Quarta campata: Altare della Natività. Sull'altare è custodito il dipinto raffigurante l'Adorazione dei Pastori, opera di Pietro Paolo Vasta.

Quinta campata: Altare del Battesimo. Sull'altare è custodito il dipinto raffigurante il Battesimo di Gesù ritratto con San Giovanni Battista, Santa Venera e San Nicola di Bari, olio su tela, opera di Pietro Paolo Vasta.

Navata sinistra

Prima campata: Altare di San Tommaso Apostolo. Sopra l'altare è custodito il dipinto raffigurante l'Incredulità di San Tommaso ritratto con Santa Maria Maddalena, opera di Giacinto Platania. Sulla parete sinistra è incastonato un monumento funebre.

Seconda campata: Altare di Sant'Antonio di Padova. Sopra l'altare è custodito il dipinto raffigurante Sant'Antonio di Padova, opera di Giacinto Platania.

Terza campata: Varco laterale sinistro. Sulla parasta sinistra è incastonato un monumento funebre.

Quarta campata: Altare di Sant'Anna. Sopra l'altare è custodito il dipinto raffigurante Maria Bambina ritratta con Sant'Anna e San Gioacchino, opera di Pietro Paolo Vasta.

Quinta campata: Altare dell'Immacolata Concezione. Sopra l'altare è custodito il dipinto raffigurante Maria Immacolata, opera di Antonino Bonaccorsi. In corrispondenza del pilastro destro è collocato un busto.

Transetto

Braccio destro: nella volta la Gloria di santa Venera, affresco di Pietro Paolo Vasta. Nella parete sud del transetto si apre la Cappella di Santa Venera: nel grandioso ambiente risalente al 1658 decorato con ricche cornici e modanature dal romano Girolamo Baragioli (non si hanno altre notizie al riguardo) tra il 1688 e il 1692, si conservano l'urna reliquiario e il busto della Santa, opera dell'argentiere messinese Mario D'Angelo e modellato da Antonino Finocchiaro (1651 - 1655). Gli affreschi furono eseguiti nel 1712 da Antonio Filocamo con la realizzazione della Predicazione di Santa Venera e il Martirio di Santa Venera. Le statue in stucco raffiguranti Santa Tecla a sinistra e Santa Rosalia a destra, furono realizzate da Giuseppe D'Amico nel 1729. La fastosa cornice comprende timpani, mensole aggettanti e vasi acroteriali sostenuti da colonne tortili, ovunque è trionfo d'arabeschi, festoni e ghirlande di fiori e frutta. Sul cartiglio campeggia l'iscrizione:

"VENERÆ VENERANDÆ PARASCEVI - CONCIVI - PRÆDICATIONE AC SANGUINE HOSTIUM - FIDEI VICTRICI - REGALIS CIVITAS AMPLISSIMA D.D."

Braccio sinistro: Varco per la sacrestia con affreschi parietali in due grandi medaglioni raffiguranti l'Uccisione di Abele (Caino e Abele), il Sacrificio di Isacco (Abramo e Isacco) di Pietro Paolo Vasta. La parete accoglie i monumenti funebri di due personaggi legati alla storia della città, Ottavio Branciforte (vescovo di Catania rifugiatosi in Acireale, morto nel 1646) e Salvatore Russo (vescovo di Acireale, morto nel 1964). A differenza di quest'ultimo, costituito di una semplice epigrafe su lastra di marmo, pur applicata su un trompe l’oeil a forma di monumento dipinto nel ‘700 da P.P.Vasta, quello del Branciforte(gesso o pietra calcarea, non valutabile perché coperto con più strati di pittura), eretto nel 1659 (di autore ignoto) in una nicchia ad arcosolio poco profonda, ha aggraziate sculture culminanti nel ritratto del prelato dipinto da Giacinto Platania non in abiti religiosi. Nella volta, Glorificazione dell'Agnello Mistico; nella lunetta Nozze di Cana (1737), entrambi del Vasta. Permangono nel transetto piccole zone con pitture slavate di Venerando Costanzo detto il Varbazza.

Pennacchi di sostegno della cupola: i Quattro Evangelisti , del Vasta, nel periodo compreso tra il 1736 e il 1739.

Tamburo della cupola: di Francesco Mancini Ardizzone i quattro riquadri. L'artista affrescò pure i primi quattro pennacchi, a destra e a sinistra, tra gli archivolti della navata centrale; Francesco Patanè è autore dei sei rimanenti.

Absidi minori

Abside destra: Cappella del Santissimo Crocifisso. L'ambiente vantava gli affreschi eseguiti nel 1689 da Baldassare Grasso, pitture e struttura commissionate dalla Confraternita degli Agonizzanti rovinate dal terremoto del 1693. Nella cassa dell'altare è esposto in una singolare scheletofania un non meglio identificato san Clemente, proveniente dalla catacomba di Pretestato per dono del prefetto del Sacrario apostolico, vescovo Cristiano Saverio Cristiani, nel 1788. Nella parete destra sarà aperto, appena pronto, il varco per la Cappella dei Vescovi in costruzione dal 2025.

Abside sinistra: Cappella del Santissimo Sacramento con, sull'altare, il bel sacro cuore di Gesù di Giuseppe Sciuti del 1902.

Altare maggiore

Il presbiterio balaustrato è rialzato e raccordato al pavimento dell'aula da una scalinata di sette gradini. Sul lato sinistro si staglia la cattedra vescovile.

Sull'altare maggiore in marmo rosso di Taormina, è collocata la tela raffigurante l'Annunciazione realizzata dal pittore messinese Antonio Filocamo nel 1711.

Gli affreschi che decorano le pareti dell'abside sono opera di Paolo, Gaetano e Antonio Filocamo. I quadroni raccontano episodi della vita di Maria, da sinistra: il Riposo durante la fuga in Egitto, lo Sposalizio della Vergine, la Presentazione di Gesù al tempio, la Natività, l'Adorazione dei Magi, la Visita di Maria a Santa Elisabetta, la Presentazione di Maria al tempio e Gesù tra i dottori del tempio.

Nel catino absidale, pure dei Filocamo, è rappresentata l'Assunzione di Maria al cielo, nella volta l'Incoronazione di Maria tra Angeli e Santi. Nel primo sono riconoscibili personaggi dell'Antico Testamento: Davide con l'arpa, Mosè con le tavole della Legge, Isaia con la fiamma, Aronne con l'incensiere e Giosuè con lo scudo ornato da un sole. Nel secondo gruppo sono presenti le sante vergini Tecla e Caterina d'Alessandria e Santa Venera, Sant'Agata, Santa Lucia e Santa Rosalia.

Nella parete sinistra si identificano San Sebastiano e San Giovanni Battista, a destra i fondatori dei diversi ordini religiosi. Fanno da cornice schiere di angeli, in alto la Santissima Trinità.

Coro disposto lungo le pareti laterali del presbiterio, organo.

Altre opere

XVII secolo, Ritratto di Monsignor Ottavio Branciforte, dipinto, opera di Giacinto Platania.

XVIII secolo, Ritratto del prevosto Gambino, dipinto, opera di Vito D'Anna.

XVIII secolo, Strage degli Innocenti, dipinto, opera di Matteo Ragonisi.

XVIII secolo, San Nicolò da Bari, dipinto, opera di Pietro Paolo Vasta.

Quasi tutti i dipinti di Giacinto Platania furono riformati da Pietro Paolo Vasta.

La meridiana

In rilievo nel pavimento del transetto, in diagonale, si trova una meridiana realizzata da Christian Heinrich Friedrich Peters (1843) ed ornata con i simboli dello zodiaco da Giovanni Francesco Boccaccini. Il foro gnomonico è nel soffitto affrescato della cappella di S.Venera.

L'elenco dei siti ospitanti le installazioni di meridiane: la cattedrale di Maria Santissima Annunziata di Acireale, la Scuola Tecnica Regia di Caltanissetta, la chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Castiglione di Sicilia, il duomo di Santa Maria Assunta di Castroreale, la chiesa di San Nicolò l'Arena di Catania, la basilica cattedrale protometropolitana della Santa Vergine Maria Assunta di Messina, il duomo di San Giorgio di Modica, la cattedrale metropolitana della Santa Vergine Maria Assunta di Palermo.

Nel 2000 lo scrittore Vanni Ronsisvalle ha preso spunto dalla realizzazione della meridiana di Acireale per scrivere un romanzo intitolato Gli astronomi, da cui è stato tratto il film Gli Astronomi (2003).

Confraternita degli Agonizzanti

Sodalizio attestato presso il luogo di culto.

Seminario vescovile di Acireale

Francesco Patanè è l'artefice della decorazione della cappella del seminario vescovile acese, opera realizzata negli anni 1938 - 1939.

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Palazzo dei Principi Natoli

Museo · Riposto

Palazzo dei Principi Natoli

Palazzo barocco a Torre Archirafi, Sicilia

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Gole dell'Alcantara

Gola · Castiglione di Sicilia

Gole dell'Alcantara

Le Gole dell'Alcantara, dette anche Gole di Larderia, sono situate nella Valle dell'Alcantara in Sicilia dove termina la catena montuosa dei Peloritani tra i comuni di Castiglione di Sicilia e di Motta Camastra.

== Descrizione ==

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Sono delle gole alte fino a 25 metri e larghe nei punti più stretti 2 metri e nei punti più larghi 4-5 metri. Il canyon naturale è stato scavato nel corso di migliaia di anni dall'acqua che ha progressivamente portato alla luce il corpo lavico, con tipiche fessurazioni verticali.

Il fiume Alcantara scorre tra pietra lavica che forma il suo alveo caratteristico. Sul territorio di Motta Camastra in località Fondaco Motta si trova la gola più imponente e famosa dell'Alcantara, lunga più di 6 km e percorribile in modo agevole per i primi 3.

La particolarità di questa gola consiste nella struttura delle pareti, create da colate di lava basaltica (povera di silicio ma ricca di ferro, magnesio e calcio). La lava si è poi raffreddata molto velocemente creando forme prismatiche pentagonali ed esagonali, che richiamano la struttura molecolare dei materiali che la costituiscono.

L'aspetto del fiume nel tratto delle Gole è ritenuto risalente alle colate di magma degli ultimi 8.000 anni. Le tesi più recenti individuano tre successive colate da fenditure e bocche apertesi nell'area di Monte Dolce, nel versante medio-basso etneo; le colate si mostrano sovrapposte lungo la parete sinistra del fiume. La colata più antica è quella che ha raggiunto capo Schisò, sul mare. I basalti colonnari visibili nelle Gole sono quelli della colata meno antica e sarebbero il prodotto del raffreddamento rapido causato dalla presenza dell'acqua del fiume; essi formano strutture prismatiche di differenti configurazioni, a "catasta", ad "arpa", ad andamento radiale. Le formazioni verticali, a "canna d’organo" raggiungono in alcuni casi i 30 m.

Accessi

L'accesso comunale si trova a Motta Camastra in contrada Sciara.

A Francavilla di Sicilia sono presenti due punti d'accesso comunale uno in via S. Francesco e l'altro dalla ss185 che conducono in un tratto del fiume denominato Le Gurne, questo sentiero costeggia sia le gole che i piedi dei ruderi del castello Ruffo.

A Castiglione di Sicilia si trova un altro accesso pubblico, sulla sp7i, con attraversamento del fiume per mezzo di un ponte in legno di età contemporanea.

Trasporti

Da Messina percorrendo la SS n.114 (che va fino a Catania), deviare presso Giardini Naxos verso la SS n.185, direzione Motta Camastra contrada Sciara e dopo dodici chilometri si raggiungono le Gole dell'Alcàntara. Tramite l'Autostrada A18, uscire a Giardini Naxos; dall'uscita dell'autostrada proseguire per dodici chilometri in direzione Motta Camastra contrada Sciara.

Altro tragitto provenendo dalla Bronte - Randazzo è recarsi a Castiglione di Sicilia e da qui proseguire per Motta Camastra in contrada Sciara.

Cinema

Le gole sono state usate come parziale location per varie produzioni cinematografiche:

L'arcidiavolo (1966), di Ettore Scola;

Virilità (1974), di Paolo Cavara;

I paladini: storia d'armi e d'amori (1983), di Giacomo Battiato;

Popcorn e patatine (1985), di Mariano Laurenti e con Nino D'Angelo;

Il racconto dei racconti - Tale of Tales (2015), di Matteo Garrone.

Teatro

Diverse compagnie teatrali si sono esibite in spettacoli serali e notturni sulle sponde del fiume:

l'Inferno di Dante (2008), regia di Guglielmo Ferro

l'Odissea di Omero (2019), regia di Giovanni Anfuso

Troiane; Un altro Prometeo (2022), regia di Salvatore Cannova

l'Inferno di Dante (2023), regia di Giovanni Anfuso

La Bibbia – Tra Musiche e Parole nella Storia dell’uomo (2023) musical/multimediale, direttore artistico Rosario Tomarchio

l'Odissea di Omero (2025), regia di Giovanni Anfuso

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cattedrale di San Giuliano

Cattedrale · Caltagirone

cattedrale di San Giuliano

La basilica cattedrale di San Giuliano (in lingua siciliana a Cattitrali) è il principale luogo di culto cattolico di Caltagirone e chiesa madre dell'omonima diocesi. Nel 1948 papa Pio XII l'ha elevata al rango di basilica minore. L'alto riconoscimento fu festeggiato il 27 gennaio 1949, festa liturgica di San Giuliano con solenne pontificale del vescovo Pietro Capizzi.

== Storia ==

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Epoca normanno-aragonese

La primitiva chiesa di San Giuliano, secondo la tradizione, è stata edificata in epoca normanna con annesso campanile, ad una sola navata decorata di stucchi arabistici (o "bizantini") e con l'abside rivolta ad oriente. Il tempio è datato al 1282, in piena età aragonese, grazie all'iscrizione che era posta sull'architrave d'ingresso, dove era riportato il nome dell'architetto Magister Gofredus. Verosimilmente in questa data avvenne una delle prime riedificazioni documentate: altre ricostruzioni avvennero dopo il terremoto nel Val di Noto, Anno Domini 1542 e dopo il terremoto del Val di Noto del 1693.

Epoca spagnola

Semidistrutto dal terremoto del 30 novembre, 10 dicembre 1542, fu prontamente restaurato, ad eccezione della sommità della torre campanaria, che rimase dimezzata e sulla quale nel 1575, il Consiglio dei Giurati fece installare un orologio.

I giurati il 23 aprile 1582 deliberarono d'elevare un nuovo tempio più ampio e più bello nello stesso sito, con prospetto rivolto ad oriente, affidandone l'incarico all'architetto Francesco Zagarella da Ragusa, coadiuvato dall'architetto messinese Giacomo Firini, laico gesuita. I lavori, iniziati nel 1598, si protrassero al punto di affidare nel 1627 l'incarico di un nuovo progetto all'architetto Simone Gullì.

La nuova chiesa di San Giuliano, costruita a croce latina con tre navate, a distanza di 60 anni, non resistette al catastrofico terremoto del 9 e 11 gennaio 1693, che sconvolse tutta la Sicilia orientale, che rovinò al suolo l'antico campanile, crollarono le volte dei soffitti e la stessa cupola.

Epoca borbonica

Per la ricostruzione in stile toscano nelle forme attuali fu dato incarico all'architetto agrigentino Simone Mancuso, coadiuvato dal costruttore ed intagliatore palermitano Giuseppe Montes. Fu eliminata l'antica chiesa normanna, che l'architetto Gullì aveva conservato nell'interno, si servì di nuove e più alte colonne di pietra bianca per sorreggere le volte e la grande cupola, riprese dalle fondamenta un nuovo ed elegante prospetto, con sovrapposto campanile a trifora, che fu ultimato nel 1756. Si pavimentò il piano di calpestio con piastrelle bianche di maiolica.

Nella seconda metà del '700, furono ornate le pareti esterne di due artistici portali in pietra, progettati dall'architetto Natale Bonaiuto da Siracusa. Nel 1773, come riportato da un'epigrafe posta su una delle porte minori del prospetto, il Comune fece sostituire l'orologio, che era stato sistemato sulla porta centrale, rimosso il vecchio ne fu collocato uno più "esatto" a spese della pubblica cassa, ad utilità dei cittadini.

Nei primi decenni dell'800 per volere del primo vescovo monsignore Gaetano Trigona e Parisi, gli interni furono stilisticamente rivoluzionati, tutte le colonne in stile toscano furono inglobate in massicci pilastri di stile corinzio, furono commissionati all'architetto palermitano Emanuele Di Bartolo, il quale progettò tutta la decorazione di stucchi e pitture, coadiuvato dagli stuccatori Gaetano Signorelli siracusano, ed Agostino Perez palermitano, e del pittore e scultore Giuseppe Vaccaro.

Si devono a monsignore Benedetto Denti il rivestimento marmoreo dell'altare della Madonna della Mercede, il ripavimentazione in marmo bianco, e la costruzione di un piccolo soglio vescovile di legno.

Epoca contemporanea

Il 12 settembre 1816 papa Pio VII con la bolla pontificia Romanus Pontifex eresse la diocesi di Caltagirone ed elevò la chiesa di San Giuliano a cattedrale. Contestualmente la collegiata di San Giacomo Maggiore fu insignita del titolo di basilica minore.

Il prospetto fu progettato dall'architetto Saverio Fragapane nel 1908-13.

Esterno
Interno

Impianto basilicale a croce latina ripartito in tre navate per mezzo di pilastri.

1862, Ciclo raffigurante episodi tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento di Giuseppe Vaccaro:

Nei cinque riquadri della volta della navata centrale il Sacrificio di Abele, l'Arca di Noè, l'Incontro di Abramo con la prefigurazione di Cristo, le Offerte di Melchisedech, il Castigo di Qarah, Dathan e Abiram i sacerdoti che contestavano a Mosè ed Aronne l'autorità civile e religiosa sul popolo eletto, e per questo furono inghiottiti con le loro famiglie dalla terra e consumati dal fuoco, infine il Trasporto dell'Arca nel tempio di Gerusalemme;

Braccio transetto destro: la Distruzione del tempio di Gerusalemme ovvero la fine del culto antico;

Braccio transetto sinistro: la Consegna delle Chiavi del Regno all'Apostolo Pietro, chiamato a continuare la missione di Cristo;

Nella volta del presbiterio il momento fondante del nuovo culto: l'Istituzione dell'Eucaristia con la raffigurazione ispirata all'Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

Sull'arco trionfale decorato con una cortina drappeggiata, culmina un pregevole stucco con la rappresentazione allegorica della Religione Cristiana coronata dal triregno e raffigurata con in mano l'ostensorio eucaristico e la croce, accompagnata una coppia di putti, quello a sinistra reca un cartiglio recante l'iscrizione latina: «... ET ANTIQVVM DOCVMENTVM , NOVO CEDAT RITVI ...» tratto dall'inno liturgico Tantum Ergo Sacramentum composto da San Tommaso d'Aquino.

Navata destra
Navata sinistra
Presbiterio
Opere dei fratelli Vaccaro

1855, Patrocinio di San Giacomo, olio su tela, opera dei "Fratelli Vaccaro".

1859, Gesù fra i dottori, raffigurazione di episodio biblico, opera dei "Fratelli Vaccaro".

Francesco Vaccaro

XIX secolo, San Gaetano che distribuisce l'elemosina;

XIX secolo, Santa Filomena;

XIX secolo, Maria Maddalena, olio su tela.

Giuseppe Vaccaro

XIX secolo, Presepe in terracotta ispirato al barocco siciliano.

1850, Cristo morto, scultura lignea, manufatto in grandezza naturale ricavato da un tronco intero di cipresso, da Giuseppe Vaccaro. È collocata nella splendida Urna, per la devota processione del Venerdì Santo, seguita dalla vara con simulacro raffigurante la Madonna Addolorata.

1850, Cristo Risorto, olio su tela, opera custodita nell'aula capitolare

Altre opere

XVI secolo, Crocifisso, scultura in legno nero, opera attribuita all'artista messinese Giovannello de' Matinati.

XVI secolo, Madonna della Mercede, opera marmorea di scuola gaginesca.

XVII secolo, Urna reliquiario con simulacro della beata Lucia da Caltagirone.

1851, Urna del Cristo morto, manufatto ligneo e cristalli realizzato su disegno dell'architetto don Salvatore Marino, intagliato in legno salice dallo scultore Giuseppe Polizzi nel 1853.

1856, Addolorata, scultura di Vincenzo Nigido. La statua è ammantata di velluto nero, reca sul capo uno stellario d'oro ed ha il cuore trafitto da uno spadino in argento.

1950, Madonna, manufatto in bronzo realizzato da Ugo Tarchi, posto dentro l'apposita nicchia del campanile.

1960, Via Crucis, ceramica monocroma dello scultore ceramista calatino Gaetano Angelico.

1936, San Carlo Borromeo in preghiera, olio su tela commissione del vescovo Giovanni Bargiggia documentata in cattedrale e custodita nel museo diocesano, opera di Giuseppe Barone.

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Adranon

Sito archeologico greco antico · Adrano

Adranon

Adranon (attuale Adrano in provincia di Catania; Άδρανον in greco antico) è un'antica città fondata dai siracusani su un preesistente abitato neolitico e pre-greco accanto ad un santuario dedicato al dio Adranos, venerato in tutta la Sicilia.

== Il sito preistorico e pre-greco ==

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La zona di Adrano fu abitata in epoche preistoriche, come hanno dimostrato recenti ritrovamenti nelle contrade Fontanazza, Pilica, Fogliuta, Maccarone, Pellegriti e Pietralunga, che hanno reso reperti del periodo Neolitico.

Non mancano tracce di popolazioni indigene di epoca storica. Fra l'altro, l'insediamento umano di contrada Polichello ha restituito uno splendido esempio di arte siceliota del V secolo; una figura di atleta nudo in bronzo (visibile al Museo di Siracusa).

Non ancora scavata, se non in minima parte, la città indigena della zona di Mendolito, il cui nome è finora ignoto, chiamata nel secolo scorso, dagli studiosi, Simaethia. La zona ha restituito un importante ripostiglio dei bronzi dell'VIII-VII secolo a.C. con circa 800 kg di metalli, una porta cittadina del VI secolo con un'iscrizione in lingua sicula non ancora decifrata. Altro materiale vario, reperito nella zona, è visibile nel Museo archeologico regionale di Adrano.

Non è stato finora individuato il luogo ove sorgeva il tempio di Adranos, il cui culto è legato probabilmente all'attività dell'Etna. Sedici colonne di basalto del tempio fanno parte della struttura interna della chiesa Madre che sorge accanto al castello Normanno in piazza Umberto I. Si potrebbe quindi supporre che il Tempio di Adranos sorgesse nella stessa area.

La città greca

Secondo Diodoro Siculo, la città greca fu fondata da Dionigi di Siracusa, nel 400 a.C.. La localizzazione era di rilevanza strategica, in quanto si prestava al controllo della valle del Simeto, allora navigabile fino ad un certo punto, e della dirimpettaia città sicula di Centuripe.

Nel 344 a.C. la città fu teatro della battaglia fra il corinzio Timoleonte, democratico, e il tiranno Iceta di Leontini che fu vinta dal primo. A seguito di ciò gli abitanti di Adranon decisero di allearsi con Timoleonte.

Questi dimorò per qualche tempo nella piccola città di Adranon, dove circolava liberamente senza scorta. Durante tale soggiorno, mentre era nel tempio e officiava i sacrifici al dio, fu oggetto di un attentato, ad opera di due sicari mandati da Iceta, fortunatamente sventato da un adranita.

Nonostante la grande rilevanza archeologica dell'area non sono stati ancor oggi eseguiti scavi organicamente predisposti anche a causa del forte inurbamento.

La possente cinta muraria, costruita in blocchi di pietra lavica di tre metri e mezzo, è il monumento meglio conservato del periodo greco e permette di rilevare in sessanta ettari la superficie della città. Se ne può vedere allo scoperto una lunga sezione ad est ed una torre quadrangolare addossata all'attuale chiesa di S. Francesco.

Ricerche archeologiche recenti hanno portato alla scoperta di alcune case abbastanza raffinate della fine del IV secolo a.C., con resti di pavimenti a mosaico, nonché di una strada importante dello stesso periodo, messa in luce per quasi un centinaio di metri, con canalette il pietra lavica a lato per il deflusso delle acque piovane. Oltre agli scavi, l'area delle mura è stata oggetto di opere volte ad aprirla al pubblico. Questi interventi sono stati realizzati anche grazie ai fondi del Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96. Da Adranon ci viene una serie di monete enee da situare nel IV secolo a.C., forse verso il 344 - 336 a.C.

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Palikè

Santuario · Mineo

Palikè

Paliké (Παλική in greco antico) è un sito archeologico italiano.

== Il sito ==

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L'area archeologica sorge in località Rocchicella, su un contrafforte basaltico a ridosso della vallata del fiume Margi, nei pressi di Palagonia, da cui dista circa 1 km, sebbene dall'inizio del secolo scorso sia stata annessa al territorio del Comune di Mineo. La regione ha recentemente acquisito l'area per aprirla al pubblico, realizzando anche un'area espositiva per esporre i materiali rinvenuti dagli scavi.

Storia

Le notizie sull'antica città sono incerte: ne parla Diodoro Siculo affermando che venne rifondata da Ducezio nel 453 a.C. La città di Paliké fu fondata sull'altura che domina la pianura dove si trovava l'antico santuario dei Palici, divinità indigene ben presto inserite nel pantheon greco. Secondo molti storici dall'antica Paliké trae origine l'odierna Palagonia, il cui toponimo significherebbe per l'appunto "Palica Nea" ossia la Nuova Palica.

A partire dal 1995 alcune campagne di scavo della Soprintendenza dei beni culturali ed ambientali di Catania hanno permesso di individuare, nell'area davanti alla grotta che si apre ai piedi dell'altura, la presenza di una serie di strati archeologici che dal Mesolitico arrivano all'età sveva. All'età arcaica risalgono le più antiche strutture che si possono attribuire al santuario dei Palici che viene ricostruito con strutture monumentali quali portici e sala da banchetto nel V secolo a.C. probabilmente grazie all'iniziativa di Ducezio, capo siculo che avrebbe fissato la sede della sua lega di città sicule proprio presso il santuario del Palici.

Il mito

Secondo il mito greco, gli dei Palici sarebbero nati dall'unione di Zeus con la ninfa Talia: il tempio sarebbe sorto sulle rive mefitiche del laghetto, dove si svolgevano alcuni riti tramite i quali i sacerdoti eseguivano vaticini e ordalie. Oggi il laghetto di Naftia non è visibile e i suoi gas vengono sfruttati industrialmente.

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castello di Aci

Museo di storia naturale · Aci Castello

castello di Aci

Il castello di Aci si trova ad Aci Castello, in provincia di Catania. La fortificazione, di incerta origine, fu il fulcro dello sviluppo del "territorio delle Aci" nel medioevo. Durante i Vespri siciliani, esso fu assoggettato alla signoria di Ruggero di Lauria, quindi in epoca aragonese fu di Giovanni di Sicilia, e infine degli Alagona, venendo più volte assediato. Attualmente è sede di un museo civico.

== Storia ==

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Origini

Il promontorio basaltico dove il castello sorge, è costituito da colate laviche sottomarine (pillow) che hanno un'età radiometrica di circa 500.000 anni dal presente. La rupe basaltica è circondata da una colata lavica di epoca preistorica che nella storiografia del XIX secolo era stata attribuita in maniera errata all'eruzione del 1169

Storicamente un primo castello fu edificato nel VII secolo (secondo altri nel VI secolo) dai bizantini su una preesistente fortificazione di periodo romano forse del 38 e chiamato Castrum Jacis e volto alla difesa della popolazione dalle scorrerie.

I Musulmani

Distrutta ed occupata la forte Taormina durante la conquista della Sicilia da parte del "Califfato musulmano", nell'estate del 902 l'emiro Ibrahim II stava per assaltare il castello di Aci, perciò la popolazione sicura della sconfitta preferì capitolare, pagare la jiziah e deporre le armi consegnandosi ai musulmani. Il paese fu lasciato intatto ma il castello e le fortificazioni vennero rase al suolo.

Nel X secolo sotto la dominazione araba il borgo fu chiamato 'Al-Yâg o Lî-Yâg, e fu un importante centro della Sicilia orientale, secondo lo storiografo Al-Muqaddasi. Forte e preminente rimase però l'impronta bizantina, tanto che lo scrittore Ibn al-Athir, nella sua opera Kamil 'at tawarikh, racconterà di Aci quale centro della resistenza.

I Normanni

Giunti i conquistatori normanni Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, verrà introdotto in tutta la regione il sistema feudale, con l’incastellamento, fra l'altro, proprio anche della fortezza di Aci; i vasti territori della Sicilia saranno quindi concessi a vescovi e cavalieri. In questo contesto, nel 1092 anche il castello di Aci ed il territorio circostante furono concessi all'abate e vescovo di Catania Angerio da Sant'Eufemia.

Chiamato Castrum Jatium, si trattò del primo atto riguardante la Terra di Aci, le cui pertinenze erano costituite dai territori degli attuali comuni di Aci Castello, Acireale, Aci Catena, Aci Sant'Antonio, Aci Bonaccorsi, Valverde (già "Aci Valverde"). Alla corte normanna di Ruggero, il geografo arabo Al-Idrisi descriverà nel suo Libro di Ruggero la terra di Aci come un territorio importante.

Il 17 agosto 1126 il vescovo abate Maurizio di Catania ricevette nel castello di Aci le reliquie di Sant'Agata, riportate in patria da Costantinopoli dai cavalieri fedeli Goselmo e Gisliberto. All'interno di un ambiente che probabilmente era una piccola cappella, sono ancora visibili alcune tracce di un affresco che ricorda l'avvenimento.

Il 4 febbraio del 1169 si verificò in Sicilia orientale uno dei terremoti di Catania più funesti della storia della città, per questo in quella occasione parte della popolazione si spostò nella cosiddetta contrada "Aquilio", che sarebbe l'odierna zona di Anzalone, chiamata così forse dal console romano Manlio Aquilio, di cui si narra che nel 104 a.C. in questo posto egli sedò un tumulto di folla, e da cui essa prese il nome di Aci Aquilia; secondo altri, invece, il nome risalirebbe direttamente al periodo romano.

Il castello ritornò al demanio imperiale nel 1239, quando l'Imperatore Federico II di Svevia rimosse il vescovo Gualtiero di Palearia, volendo essere lui stesso il signore feudale di Catania, facendo costruire infatti proprio a partire da quell'anno il Castello Ursino.

Nel 1277 il borgo attorno al castello contava 1.200 abitanti («183 fuochi»).

I Vespri siciliani e la guerra contro gli Angioini

Alla fine del XIII secolo, durante il breve periodo angioino, il castello passò di nuovo al vescovo di Catania. Durante i Vespri siciliani, a cui il borgo parteciperà, Federico III d'Aragona concesse l'"Università delle Aci" all'ammiraglio Ruggero di Lauria nel 1297. La concessione prevedeva che annualmente, il giorno di Sant'Agata, venisse pagato un canone di ben 30 once d'oro al vescovo di Catania, cosa che poi in effetti non avvenne. Perciò ci fu il riconoscimento ufficiale dell'Università di Aci, formata dalla fortezza e dal "territorio delle Aci" stesse. Dopo alcuni anni, quando Ruggero di Lauria passò con gli Angioini contro la corte aragonese, il re Federico III fece espugnare il maniero, usando una torre mobile di legno chiamata "cicogna", ritornando così a riprendersi con la forza il castello per poi inserirlo nel demanio.

Nel 1320, sempre il re Federico III cedeva il territorio del castello di Aci (ormai di proprietà di Margherita di Lauria, discendente di Ruggero) a Blasco II Alagona al quale successe il figlio Artale I. Nel 1326 avvenne il saccheggio da parte delle truppe di Roberto d'Angiò comandate da Beltrando Del Balzo. Nel 1329 il territorio di Aci fu nuovamente sconvolto da un terribile terremoto accompagnato da un'eruzione dell'Etna che ne investì una buona parte. Dalla nuova ricostruzione, stavolta più a nord, nasceva "Aquilia Nuova" (nucleo iniziale della futura Acireale), così chiamata per distinguersi dalla precedente, che fu detta da allora "la Vetere".

Nel 1353, il re Ludovico d'Aragona morì nel castello di Aci a soli 17 anni. Nel 1354 il territorio di Aci fu devastato ed il castello espugnato dal maresciallo Niccolò Acciaiuoli, inviato in Sicilia da Luigi d'Angiò. Nel 1356 il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con il condottiero Artale I Alagona, richiese rinforzi allo stesso Luigi d'Angiò, che inviò di nuovo il maresciallo Acciaiuoli: le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine, saccheggiarono nuovamente il territorio di Aci, assediando il castello; esse proseguirono quindi in direzione di Catania, cingendola d'assedio. Senonché Artale I Alagona riuscì comunque a respingere l'attacco e quindi contrattaccò con la flotta siciliana aragonese mettendo in fuga quella angioina. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il castello di Aci, fu chiamata "lo scacco di Ognina" e segnò una svolta definitiva a favore degli aragonesi nella guerra dei Vespri siciliani.

Nel 1396, durante la rivolta anti-aragonese, Artale II Alagona insorse contro il re Martino il Giovane (nipote di Pietro IV d'Aragona), asserragliandosi nel castello e solo dopo un lungo assedio del re il castello fu espugnato. Si narra, infatti, che il monarca riuscì nell'impresa guastando il sistema di approvvigionamento idrico del castello, approfittando dell'assenza di Artale II stesso. Nel 1398 sempre il re Martino il Giovane farà dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che «... le terre acesi dovevano restare in perpetuo nel regio demanio», probabilmente per evitare che tornasse in mano ai baroni e favorendo così lo sviluppo dei tanti borghi che componevano l'Università delle Aci. Nel 1399 venne dato al territorio un privilegio di "esenzione dalla dogana".

Nel 1402, lo stesso re Martino il Giovane fece del castello la sua dimora, insieme alla seconda moglie Bianca di Navarra. Nel 1404 il borgo contava 2.400 abitanti.

Ultimi baroni e demanialità

Nel XV secolo la terra di Aci passerà di mano diverse volte, fino al 1530. Nel 1421 il viceré di Sicilia Ferdinando Velasquez acquisì per 10.000 fiorini il territorio del castello e quello del vicino Bosco d'Aci. Il territorio quindi venne rinfeudato con molto malcontento popolare. Nel 1422 per sedare il malcontento della popolazione, il Velasquez su ordine del re aragonese Alfonso il Magnanimo concesse la facoltà di organizzare una fiera senza dazi, chiamata la Fiera Franca, che ebbe notevole importanza. Dalla morte di don Velasquez (1434), la terra passerà all'infante di Spagna don Pietro e quindi ritornerà al re Alfonso (1437). Nel 1439 il castello e la sua università passeranno alla famiglia Platamone, ai Moncada, ai Requisens e poi nel 1468 ai baroni di Mastrantonio. Il 28 agosto 1528, gli abitanti offrirono all'imperatore Carlo V la somma di 20.000 fiorini, per rientrare nel Regio Demanio e riscattarsi dal potere baronale. L'imperatore accetterà l'offerta il 5 luglio 1530 concedendo il mero et misto impero, confermando inoltre la concessione della Fiera Franca. Nel sigillo della nuova universitas reale il castello di Aci fu il simbolo principale insieme ai faraglioni di Aci Trezza.

Dal XVI secolo ad oggi

Dalla metà del XVI secolo si perderà l'"Università di Aci": il castello sarà distinto di fatto da Aquilia Nuova e dai casali, che nel frattempo si renderanno indipendenti, verrà quindi destinato prima a caserma e poi a carcere.

Nel 1647 il castello verrà ceduto da Filippo IV di Spagna, per 7500 scudi al duca Giovanni Andrea Massa.

Subirà quindi i danni del Terremoto del Val di Noto dell'11 gennaio 1693.

Rientrerà nel demanio comunale in epoca borbonica nel XIX secolo. Nello stesso secolo Giovanni Verga vi ambienterà la novella Le storie del Castello di Trezza.

Negli anni 1967-1969 verrà restaurato, e quindi dal 1985 è visitabile e sede di un Museo Civico.

L'architettura oggi

Il castello sorge su un promontorio di roccia lavica, a picco sul mare blu cobalto ed inaccessibile tranne che attraverso una scalinata in muratura. Il ponte levatoio in legno che oggi non esiste più occupava parte della scalinata d'ingresso. Al centro della fortezza si trova il «donjon», la torre quadrangolare fulcro del maniero. Rimangono poche strutture superstiti: l'accesso che conserva i resti dell'impianto del ponte levatoio, il cortile dove si trova un piccolo orto botanico, diversi ambienti, fra cui quelli dove è accolto il museo e una cappella (secondo alcuni bizantina) ed un'ampia terrazza panoramica sul golfo antistante. Il 23 maggio 2012 il comune di Aci Castello ha scelto di intitolare a Jean Calogero (1922-2001), pittore di rilievo internazionale che con la sua arte ha fatto conoscere al mondo anche i paesaggi della Sicilia e in particolare del territorio di Aci Castello, una sala del Castello. La “Sala Jean Calogero”, già nota come la “Cappella bizantina”, ospiterà in permanenza i tre dipinti a olio “Riviera dei Ciclopi” (cm 120×95, 1967), “Aci Trezza” (cm 102×71, 1991) e “Aci Castello” (cm 60×130, 1967) donati dalla famiglia al Comune. I tre dipinti danno lustro al territorio, contribuendo a valorizzare ulteriormente il castello, sprigionando un nuovo impulso sotto il profilo culturale, pittorico e turistico.

Il Museo Civico

Il museo civico allestito all'interno del castello consta di tre sezioni: mineralogia, paleontologia e archeologia.

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basilica collegiata di San Sebastiano

Chiesa · Acireale

basilica collegiata di San Sebastiano

La basilica collegiata di San Sebastiano è un luogo di culto ubicato lungo corso Vittorio Emanuele e piazza Lionardo Vigo nel centro storico di Acireale.

== Storia ==

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In epoca aragonese costituiva il primitivo tempio di San Sebastiano il luogo di culto insistente sull'area dell'attuale chiesa di Sant'Antonio di Padova. Edificio costruito dopo l'epidemia di peste del 1466, e dedicato a San Sebastiano martire, pertanto ritenuto il più antico della città.

Epoca spagnola

Il primo cantiere venne aperto nel 1609 e la chiesa completata nel 1644 con sussidi del municipio e offerte dei fedeli. Completata la nuova e vasta chiesa, proclamato il bimartire compatrono della città, le antiche strutture furono dedicate a Sant'Antonio di Padova il 13 luglio 1652, in seguito ad un accordo tra la Confraternita di San Sebastiano e la Confraternita di Sant'Antonio.

Con le numerose scosse del terremoto del Val di Noto del 1693 crollò il coro.

Il tempio fu largamente ristrutturato e perfezionato nelle forme attuali tra il 1699 e 1705, assumendo l'aspetto odierno.

Epoca contemporanea

La chiesa fu elevata a collegiata con bolla pontificia del 20 novembre 1924.

Nel dicembre del 1990 papa Giovanni Paolo II l'ha elevata alla dignità di basilica minore.

Descrizione
Esterno

La facciata, realizzata su disegno di Angelo Bellofiore, intarsi di Diego e Giovanni Flavetta, ha più ordini e presenta un fregio con quattordici putti che reggono festoni in un tripudio di fregi, mensole, statue, mascheroni, pinnacoli, volute, arabeschi. L'edificio è preceduto da una balaustra realizzata nel 1754 da Giovan Battista Marini su progetto di Pietro Paolo Vasta, arricchita da statue raffiguranti personaggi dell'antico testamento: Davide, Giona, Giosuè, Eleazaro, Mosè, Aronne, Malachia, Giuseppe il Giusto, Daniele, Sansone.

Portale. Nelle nicchie ai lati del varco centrale sono collocate le statue raffiguranti rispettivamente San Giovanni Battista e San Cristoforo.

Nel secondo ordine, ai lati delle grandi volute a ricciolo e nelle nicchie che delimitano il finestrone centrale, si trovano le statue di San Gervasio, San Lorenzo e San Vito, San Protasio.

Fanno ala alla loggia campanaria del terzo ordine le statue di San Cosma e San Damiano.

Cupola. Francesco Mancini Ardizzone decorò l'interno della cupola con l'episodio Ascensione al Cielo di Nostro Signore.

Interno

L'interno, a croce latina a tre navate ripartite da pilastri.

Affreschi:

Il coro era affrescato con opere pittoriche di Baldassarre Grasso, maestro del Vasta, apparato distrutto del terremoto del 1693.

Con la ricostruzione il ripristino dell'apparato pittorico è affidato a Pietro Paolo Vasta.

La prima opera datata e firmata è l'Apparizione del Cristo a San Sebastiano nella casa di Nicostrato, affresco autografo con la dicitura "Petrus Paulus Vasta Pin. An. MDCCXXXII", pittura ubicata nel transetto sinistro. Con questa opera si aggiudica la gara nei confronti di un altro pittore acese Venerando Costanzo, detto Varvazza, che aveva dipinto la Conversione di Cromazio nel transetto destro, pertanto al Vasta sarà affidata l'esecuzione degli affreschi dell'intero coro.

Negli anni a cavallo il 1733 e il 1734 affrescò la Gloria di San Sebastiano nella volta (Apoteosi e incoronazione di San Sebastiano fra schiere di Sante e Santi), San Sebastiano genuflesso ai piedi di Papa Cajo nella conca absidale (Defensor Fidei), San Sebastiano subisce il martirio delle frecce, San Sebastiano soccorso dalle pie donne, San Sebastiano incontra Diocleziano, Secondo martirio e morte di San Sebastiano sugli stalli.

Nel 1745 per la terza volta affresca episodi biblici nei vani sottostanti la cupola tratti dal Vecchio Testamento e Quattro profeti maggiori nei pennacchi: Ezechiele, Daniele, Isaia e Geremia.

Nel transetto Francesco Mancini Ardizzone realizzò la Sepoltura di San Sebastiano nelle Catacombe e la Salita di Gesù al Calvario, ciclo eseguito tra il 1899 e il 1901. Nelle volte sono affrescate l'Allegoria della Fede a destra e la Gloria della Sacra Sindone a sinistra in corrispondenza della Cappella della Pietà.

Intorno al 1960 a seguito di lavori nella navata centrale, sotto strati di imbiancature sono stati riportati alla luce e successivamente restaurati 15 affreschi, dipinti raffiguranti scene della vita del martire attribuiti per stile al Costanzo da Paolo Leonardi Pennisi.

Navata destra

Prima campata: Cappella.

Seconda campata: Cappella di San Giovanni Battista. Nell'edicola è custodito il dipinto raffigurante il Precursore San Giovanni Battista, opera del XIX secolo di Antonino Bonaccorsi, detto il Chiaro.

Terza campata: Cappella dei Santi Cosma e Damiano. Nell'edicola è custodito il dipinto raffigurante i Santi Cosma e Damiano, opera del XIX secolo di Antonino Bonaccorsi, detto il Chiaro.

Quarta campata: varco laterale destro. Passaggio sormontato da dipinto raffigurante episodio biblico.

Pulpito ligneo addossato al pilastro.

Quinta campata: Cappella della Santissima Trinità. Nell'edicola è custodito il dipinto raffigurante la Santissima Trinità ritratta con San Marco Evangelista, San Girolamo e San Liborio Vescovo, opera di Pietro Paolo Vasta e Vito d'Anna del 1742.

Sesta campata: varco sacrestia. Passaggio sormontato da dipinto raffigurante episodio biblico.

Navata sinistra

Prima campata: Cappella dell'Incoronazione della Vergine. Nell'edicola è custodito il dipinto raffigurante l'Incoronazione della Vergine da parte della Santissima Trinità, raffigurata con San Giuseppe, San Sebastiano, San Fabiano, San Giovanni Evangelista, San Luca Evangelista, San Giovanni Battista, San Francesco d'Assisi, San Filippo Neri, Sant'Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, San Lorenzo, Sant'Antonio di Padova e una teoria di altri Santi, opera di Matteo Ragonisi.

Seconda campata: Cappella dell'Addolorata.

Terza campata: Cappella delle Anime Purganti. Nell'edicola è custodito il dipinto raffigurante la Madonna e le Anime del Purgatorio, opera di Francesco Patanè del 1946.

Quarta campata: Cappella di San Gaetano. Nell'edicola è custodito il dipinto raffigurante la Vergine con Bambino ritratta tra San Gaetano di Thiene, San Francesco di Sales e Santa Lucia, opera di Pietro Paolo Vasta e Alessandro Vasta.

Quinta campata: varco laterale sinistro con portalino esterno. Passaggio sormontato da dipinto raffigurante episodio biblico.

Sesta campata: Cappella dell'Ecce Homo. Altare con nicchia contenente la statua dell'Ecce Homo.

Transetto

Braccio destro: Cappella di San Sebastiano. Altare neoclassico con edicola e porta celata dalla tela raffigurante San Sebastiano in Gloria, opera di Michele Vecchio. Nel vano celato dal dipinto è custodito il simulacro di San Sebastiano, che viene tradizionalmente portato in processione sul fercolo argenteo trainato dai "divoti" il 20 gennaio. Vasta nel 1756 fu incaricato di disegnare un nuovo fercolo: si provvide subito a far rivestire le sei colonne lignee con lamine d’argento cesellato dai fratelli Lo Giudice, messinesi, ma il lavoro fu completato solo nell'800 dal cesellatore acese Ambra.

Braccio sinistro: Cappella della Pietà. Altare neoclassico con edicola ospitante il dipinto la Pietà, opera del 1742 di Pietro Paolo Vasta. Dentro un'urna di vetro è custodita una copia della Sacra Sindone, riproduzione realizzata nel 1644.

Absidiole

Absidiola destra: Cappella di Gesù e Maria. Altare con prospettiva concava costituito da coppie di colonne tortili. Nell'edicola è custodito il dipinto raffigurante Gesù e Maria, opera di Alessandro Vasta. Le pareti sono decorate con scene legate alla vita della Madonna, gli affreschi sono datati e firmati da Alessandro D'Anna con la dicitura "Alexander de Anna pinxit 1771".

Absidiola sinistra: Cappella del Santissimo Sacramento. Altare con coppia di colonne tortili affiancate da statue. Nel 1738 il maestro Pietro Paolo Vasta con Vito D'Anna affrescò il «ciclo cristologico».

Altare maggiore

Precedentemente al terremoto del 1693 le fonti riportano l'esistenza di affreschi nel coro, opere pittoriche di Baldassarre Grasso, maestro del Vasta.

Area presbiterale rialzata e raccordata al pavimento del transetto da una breve scalinata costituita da sette gradini. Sulla destra in cornu epistulae è collocato il primo leggio marmoreo, un secondo è realizzato più in alto a sinistra in cornu Evangelii.

Altre opere

XVIII secolo primo ventennio, Sacra Famiglia e Madonna della Lettera, tele, opere di Giovanni Lo Coco detto Û surdu di Jaci.

Cripta

Ambiente ipogeo originariamente destinato alla preparazione, conservazione e seppellimento di cadaveri. Oggi ospita una sezione museale comprendente statue lignee e dipinti vari.

Confraternita di San Sebastiano

Sodalizio.

All'inizio del XIX secolo nel luogo di culto erano attestati 7 sodalizi, istituzioni interpellate per l'elevazione canonica a collegiata:

Confraternita di Maria Santissima Addolorata

Confraternita di Santa Maria degli Angeli

Confraternita di Santa Maria la Pace

Confraternita del Santissimo Crocifisso

Confraternita di Santa Maria la Lettera

Confraternita dell'Ecce Homo

Confraternita di San Gaetano

Museo del Tesoro

Il museo è allocato nelle sale adiacenti alla sacrestia.

Nella prima sala (Sacrestia) si conservano opere di manifattura siciliana, tra cui una statua in cera del XVIII sec. raffigurante Maria Bambina, l'olio su tavola di Pietro Paolo Vasta Cristo Risorto, i quattro Santi e l'Addolorata di Matteo Desiderato, la Madonna della lettera di Giovanni Lo Coco. Nel grande armadio centrale del 1811 è conservato un tronetto in argento in stile rococò del 1767.

Nella seconda e terza sala sono raccolti ex voto offerti a San Sebastiano e i reliquiari a braccio del Santo, oltre a preziosi vasi sacri, alcuni provenienti dalle vicine chiese dell'Odigitria e di San Crispino, tra cui un ostensorio in oro massiccio con diamanti. Inoltre sono esposti i gioielli che adornano, durante la festa religiosa, la statua di San Sebastiano e alcuni paramenti sacri con ricchi ricami in oro.

La terza sezione del museo è ospitata nella settecentesca cripta, che serve da sala conferenze e concerti, che già nel 1704 aveva ospitato per una decina d'anni l'Accademia degli Zelanti. Qui sono conservati alcuni dipinti, tra cui "San Pasquale Baylon" di Matteo Desiderato, assieme a delle statue lignee di particolare pregio.

Festa di san Sebastiano

La festa dedicata al titolare della basilica, compatrono di Acireale, e si svolge annualmente il 20 gennaio.

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parco dell'Etna

Area protetta · Sicilia

parco dell'Etna

Il parco dell'Etna è un'area naturale protetta della Regione Siciliana istituita nel 1987, con il Decreto del Presidente della Regione Rino Nicolosi.

== Storia ==

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I primi propositi di istituzione di un Parco dell'Etna nacquero intorno agli anni sessanta quando cominciò ad affermarsi, fra gli appassionati della Montagna, la necessità di tutelare la natura dalla invasione del turismo di massa conseguente alla diffusione dei mezzi di trasporto personali.

L'argomento diede luogo a dibattiti fra la popolazione e in sede politica fino agli anni ottanta quando la Regione Sicilia istituì tre Parchi Regionali e fra questi quello dell'Etna con la legge n. 98 del maggio 1981.

Per la reale costituzione del Parco passarono ancora sei anni, fino al 17 marzo 1987. Lo scopo del Parco è quello di tutelare il patrimonio boschivo e la conservazione e lo sviluppo delle specie floreali e faunistiche specifiche dei luoghi e di regolamentare e coordinare lo sviluppo di quelle attività turistiche che possano dare fruibilità ai luoghi e benessere alle popolazioni insediate nell'ambito territoriale.

Ambiente
Flora

Nella zona sommitale del vulcano non vi è alcun tipo di vegetazione in quanto sulla lava recente nessun seme può germogliare. Scendendo intorno ai 2500 metri si incontrano la saponaria (Saponaria sicula), l'astragalo siciliano (Astracantha sicula), il tanaceto (Tanacetum siculum), il cerastio (Cerastium tomentosum), il senecio (Senecio squalidus), la camomilla dell'Etna (Anthemis aetnensis), il caglio dell'Etna (Galium aetnicum), la romice (Rumex scutatus) e qualche muschio e lichene.

Già intorno ai 2000 metri si possono incontrare, su alcuni versanti, il pino loricato, la betulla dell’Etna e il faggio ed ancora più in basso anche castagno e ulivo. Assieme a questa vegetazione convive la ginestra dell'Etna che con i suoi fiori gialli crea, nel periodo della fioritura, un bel cromatismo con il nero della lava vulcanica.

Nella zona collinare delle falde si incontrano i vigneti di Nerello, dai quali si produce l'Etna vino DOC della zona pedemontana. Nel versante ovest del vulcano, dai 600 agli 850 metri di altitudine, prosperano i pistacchi (Bronte e Adrano) e le fragole (Maletto) unici per il loro sapore e colore dovuti alla tipicità del territorio e del microclima. Altra notevole produzione è quella delle mele "cola" e "gelata" e delle pere di vario tipo e delle pesche, tra cui la "tabacchiera dell'Etna".

La notevole ricchezza dei suoli ha permesso lo sviluppo di una ricchissima varietà agricola, soprattutto nella zona nord-orientale del vulcano rispetto agli altri territori, grazie al particolare microclima dovuto alla vicinanza con la costa ionica e numerose specialità arboree, tra le quali la ciliegia rossa dell'Etna (Comuni di Milo, Sant'Alfio, Mascali e Giarre) e le noci e nocciole di più alta quota (Comuni di Sant'Alfio, Milo, Piedimonte Etneo).

Fauna

Le descrizioni più antiche della fauna dell'Etna raccontano della presenza di animali ormai scomparsi e rimasti solo nell'immaginario popolare: lupi, cinghiali, daini e caprioli. La progressiva urbanizzazione, con apertura di nuove strade, il disboscamento e l'esercizio incontrollato della caccia portarono all'estinzione di questi grandi mammiferi e minacciano ancora la vita delle altre specie.

Sul vulcano vivono tra l'altro l'istrice, la volpe, il gatto selvatico, la martora, il coniglio selvatico, la lepre oltre a specie più piccole tra cui la donnola, il riccio, il ghiro, il quercino e varie specie di topo, pipistrello e serpente. Diffusi su tutte le aree del vulcano gli uccelli e le varietà di rapaci, diurni, quali il falco pellegrino, lo sparviero, la poiana, il gheppio e l'aquila reale, e notturni quali barbagianni, allocco e gufo.

Luoghi di interesse geologico

Il territorio del parco comprende oltre 200 grotte di scorrimento lavico conosciute in buona parte sin dai tempi più remoti e utilizzate in vario modo dall'uomo a scopo cultuale e di sepoltura. Un uso accertato quello dell'accumulo di neve invernale per l'uso in estate. Le grotte più note sono:

la grotta dei Lamponi,

la grotta del Gelo, una grotta di scorrimento lavico con la presenza di ghiaccio perenne al suo interno, e una temperatura che persino nei mesi estivi non va sopra i -6 °C,

la grotta dei tre livelli: allo stato delle conoscenze attuali la più lunga grotta di scorrimento sull'Etna e tra le più estese al mondo.

la grotta delle Palombe

I dicchi della Valle del Bove che costituiscono quanto resta del vulcano primordiale Trifoglietto.

Comuni

Elenco dei 20 comuni che condividono la superficie del Parco ed estensione:

Adrano Ha 4.319,

Belpasso Ha 1.712,

Biancavilla Ha 3.830,

Bronte Ha 10.200,

Castiglione di Sicilia Ha 5.412,

Giarre Ha 1,

Linguaglossa Ha 4.120,

Maletto Ha 3.564,

Mascali Ha 331,

Milo Ha 1.117,

Nicolosi Ha 3.271,

Pedara Ha 896,

Piedimonte Etneo Ha 793,

Ragalna Ha 2.504,

Randazzo Ha 6.270,

Sant'Alfio Ha 1.843,

Santa Maria di Licodia Ha 443,

Trecastagni Ha 1.296,

Viagrande Ha 93,

Zafferana Etnea Ha 6.250.

Undici fra questi arrivano fino al cratere centrale.

Accessi

I treni della Ferrovia Circumetnea circumnavigano le pendici lambendo l'anello inferiore del parco.

Da tutti i comuni il cui territorio è anche solo in parte compreso nell'area protetta è possibile accedere al Parco attraverso mulattiere o sentieri.

Gli accessi più facili attraverso strade asfaltate si trovano nella parte più antropizzata e sono quelle dai comuni di:

Belpasso

Castiglione di Sicilia

Nicolosi, che si trova sulla strada che collega direttamente Catania al Rifugio Sapienza del CAI

Linguaglossa

Milo e S.Alfio

Pedara

Trecastagni

Zafferana Etnea

Adrano e Biancavilla per la strada che passa dalla contrada Milia e da qui si arrampica fino al Grande albergo.

Ragalna.

In occasione di grandi eruzioni le possibilità di accesso possono subire notevoli variazioni.

Gestione

L'"Ente Parco dell'Etna" è un ente di diritto pubblico sottoposto a controllo e vigilanza della Regione siciliana, con sede a Nicolosi presso l'antico monastero di San Nicolò l'Arena. È diretto da un presidente nominato con decreto del Presidente della Regione siciliana su

delibera della giunta di governo quale rappresentante legale dell'Ente. È nominato anche un vicepresidente, un consiglio e un comitato esecutivo.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.parcoetna.it

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basilica dei Santi Pietro e Paolo

Basilica minore · Acireale

basilica dei Santi Pietro e Paolo

La basilica collegiata dei Santi Apostoli Pietro e Paolo o basilica minore pontificia dei Santi Apostoli Pietro e Paolo è un importante luogo di culto cattolico ubicato nell'articolata piazza del Duomo ad Acireale, nella città metropolitana di Catania. Adiacente alla basilica cattedrale di Maria Santissima Annunziata, rappresenta uno degli esempi più significativi di architettura barocca e neoclassica del centro storico cittadino.

Oltre al grande valore architettonico, l'edificio custodisce un rilevante patrimonio pittorico del Sei e Settecento acese, con opere di artisti del calibro di Pietro Paolo Vasta e Giacinto Platania. La chiesa è inoltre il fulcro di profonde tradizioni religiose cittadine, tra cui la secolare processione del Cristo Morto durante il Venerdì Santo.

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Elevata a collegiata nel 1924, il 14 luglio 1933 papa Pio XI, tramite le lettere apostoliche Sacras inter ades, l'ha insignita della dignità di basilica minore pontificia.

Storia
Le origini ed epoca spagnola

La fondazione della chiesa è strettamente legata all'antica Arciconfraternita dei Santi Pietro e Paolo. Originariamente, i membri si riunivano in una piccola cappella posta a ridosso dell'antica chiesa madre di Acireale. Le prime notizie di un edificio autonomo risalgono al 1550. Nel 1608, i rettori della confraternita decisero di cedere la chiesetta originale e l'annesso cimitero ai governatori della Matrice (che necessitavano di spazi per l'ampliamento del Duomo) e diedero il via a una massiccia opera di ricostruzione per conciliare la spartizione dell'area con la trasformazione dell'adiacente Cattedrale.

Nel corso del XVII secolo, la Confraternita dei Santi Pietro e Paolo si segnalò anche per i ripetuti e talvolta violenti contrasti con la rivale Confraternita di San Sebastiano. I lavori per il nuovo tempio furono appaltati nel 1613; già nel 1619 vi si celebravano i sacramenti e la struttura a navata unica fu ultimata intorno al 1635.

Il terremoto del 1693 e la ricostruzione barocca

Il violento terremoto del Val di Noto del 1693 inflisse danni gravissimi all'edificio. Come riportato dalle cronache dell'epoca, le scosse sismiche provocarono il crollo del cappellone maggiore, della sacrestia e dell'adiacente Cappella di Gesù e Maria, riportando lesioni in tutto il corpo della fabbrica.

Nel disastro andarono perduti il soffitto ligneo e i pregevoli affreschi realizzati da Giovanni Fulco e Baldassarre Grasso.

La ricostruzione post-sismica segnò il trionfo dello stile tardo-barocco siciliano. A partire dal 1741, su disegno del celebre pittore e architetto Pietro Paolo Vasta, venne innalzata l'attuale fastosa facciata in pietra calcarea bianca siracusana.

Epoca contemporanea e rifacimento neoclassico

A cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, l'architetto Francesco di Paola Patanè fu incaricato di rinnovare l'ambiente interno. Il suo intervento mutò radicalmente l'aspetto della chiesa: il tetto ligneo venne sostituito da una monumentale volta in muratura sostenuta da possenti colonne, rimodellando l'intero invaso in puro stile neoclassico. Questa nuova e massiccia struttura si rivelò provvidenziale durante il terremoto del 1818, resistendo egregiamente alle scosse che danneggiarono pesantemente altre zone della città.

La chiesa, eretta a collegiata nel 1924, fu infine elevata a basilica minore pontificia nel 1933.

Descrizione
Esterno

La facciata costituisce uno degli scorci prospettici più scenografici della piazza del Duomo. Si articola su tre livelli:

Il disegno originario di Pietro Paolo Vasta (1741) caratterizza i primi due ordini con la sovrapposizione di colonne libere, binate o singole, arricchite da capitelli corinzi che creano giochi di chiaroscuro. Nel primo ordine si apre il portale d'accesso incorniciato da pesanti modanature, mentre nel secondo spiccano le nicchie con le statue dei santi titolari, Pietro e Paolo, affiancate da targhe circolari e chiuse da un timpano d'ispirazione classica.

Nel 1765, su disegno dell'architetto Paolo Guarrera, venne aggiunto un terzo ordine coronato da volute per donare maggiore slancio verticale al complesso.

Sulla destra svetta il campanile, realizzato nel 1735 in pietra lavica e calcarea e terminante con una cuspide. Benché fosse stato progettato un campanile gemello per il lato sinistro, nel rispetto della simmetria barocca, quest'ultimo non fu mai realizzato.

Interno

L'impianto a navata unica presenta campate laterali scandite da colonne ioniche sormontate da capitelli corinzi. L'ambiente reca la netta impronta dei restauri ottocenteschi di Patanè, con eleganti stucchi di gusto neoclassico e un arco trionfale riccamente decorato. L'area del presbiterio, balaustrata e raccordata al pavimento per mezzo di quattro gradini, è sovrastata da una cupola. Nella controfacciata trova posto la cantoria.

Di recente restaurazione è la Cappella del Divino Amore, così come la Cripta sotterranea, ambienti che sono stati ricondotti al loro originario aspetto settecentesco.

Opere d'arte

La basilica funge da importante pinacoteca del Sei e Settecento acese.

Parete destra

Prima campata: Cappella di Sant'Alfio. Custodisce la pala raffigurante Sant'Alfio, San Cirino e San Filadelfio, opera di Giacinto Platania.

Seconda campata: Cappella di Sant'Antonio Abate. Dipinto raffigurante Sant'Antonio Abate con insegne vescovili, opera di Giacinto Platania.

Terza campata: Varco di passaggio sormontato da un dipinto raffigurante San Paolo.

Quarta campata: Cappella di San Carlo Borromeo. Dipinto della Beata Vergine Maria col Bambino ritratta insieme a Santa Lucia, Santa Rosalia, Santa Barbara e San Carlo Borromeo, opera di Matteo Ragonisi.

Quinta campata: Cappella di Cristo alla Colonna. Nella nicchia dell'elaborato altare barocco è custodita la venerata statua seicentesca del Cristo alla Colonna, di ignoto autore, realizzata con tecnica mista (legno dipinto, tela, cartone e colla).

Parete sinistra

Prima campata: Cappella dei Santi Simone e Giuda. Dipinto della Vergine Maria con Bambino, Sant'Agata, Santa Margherita d'Antiochia, San Simone e San Giuda, opera di Alessandro Vasta. (San Simone e San Giuda erano i primitivi titolari di un luogo di culto preesistente al terremoto del 1693).

Seconda campata: Cappella di Sant'Andrea Avellino. Tela raffigurante l'Estasi di Sant'Andrea Avellino mentre celebra messa, capolavoro di Pietro Paolo Vasta.

Terza campata: Varco di accesso alla Cappella di Gesù e Maria, sormontato da un dipinto di San Pietro Apostolo.

Quarta campata: Cappella del Santissimo Crocifisso. Sulla parete è custodito un Crocifisso di autore ignoto.

Quinta campata: Cappella dell'Immacolata Concezione. L'altare custodisce la statua dell'Immacolata Concezione e un dipinto di Giuseppe De Maria.

Altare maggiore e Coro

Nelle pareti del coro sono presenti affreschi secenteschi di Giovanni Fulco e Baldassarre Grasso, eseguiti tra il 1674 e il 1679. Queste pitture, a lungo coperte da scialbo, sono state riportate alla luce nel 1922 durante lavori di restauro e comprendono scene del Martirio di Pietro (Crocifissione a testa in giù) e del Martirio di Paolo (Decapitazione), oltre ad alcune parti del Miracolo di San Pietro che libera alcuni cristiani dal carcere.

Nel 1910 sono stati rinvenuti anche altri affreschi di Giovanni Lo Coco (detto lo Zoppo di Aci).

L'organo posto sopra l'altare maggiore è opera del maestro acese Giovanni Patanè Rocca, realizzato nella metà dell'Ottocento.

Altri ambienti

Sacrestia: Conserva il pregevole dipinto settecentesco dei Santi Pietro e Paolo in adorazione del Santissimo Sacramento di Matteo Ragonisi, e due statue lignee dei santi titolari realizzate nel 1658 dallo scultore e orafo Girolamo Carnazza. In passato, la sacrestia custodiva anche 5 stendardi processionali di Vasta, oggi trasferiti alla Pinacoteca Zelantea.

Cappella di Gesù e Maria: Custodisce l'espressiva statua in cartapesta del Cristo morto, donata nel 1732 dal confrate Pietro Paolo Valerio.

Cappella della Madre del Divino Amore: Decorata nel 1771 dal pittore Alessandro D'Anna con affreschi tratti da scene bibliche: Salomone accoglie la Regina di Saba e Giuditta ed Oloferne.

Cripta: Ambiente ipogeo primitivo, originariamente destinato alla sepoltura di alcuni membri delle confraternite cittadine.

Confraternite storiche

Dopo la riedificazione del tempio settecentesco, nella chiesa furono fondate diverse confraternite, che alla fine del Settecento si ridussero a sette. Attualmente le confraternite attive sono:

Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso in San Pietro: Fondata nel 1666 e approvata dal vescovo di Catania Michelangelo Bonadies, è una delle più antiche in città (le origini documentate risalgono a prima di quella data).

Congregazione del Santissimo Cristo alla Colonna: Legata storicamente al patrocinio dell'omonima cappella.

Confraternita dei SS. Martiri Alfio, Filadelfio e Cirino: Fondata alla fine del XVII secolo, è titolare e custode dell'altare dedicato ai Santi Fratelli Martiri.

Pia Unione delle Guardie d'onore al Santo Sepolcro: Sodalizio istituito nel 1911.

Feste e processioni
Venerdì Santo

L'Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso ha il privilegio di organizzare ogni anno, per tradizione e statuto, la solenne processione del venerato simulacro del Cristo Morto la sera del Venerdì Santo. Questa tradizione si perpetua dal 1732 e riprende i riti penitenziali ideati nel 1656 dal gesuita Luigi La Nuza. Il simulacro, accompagnato dalle statue di Maria Addolorata, di Santa Veronica e di San Giovanni Evangelista, viene portato solennemente per le vie del centro. Il servizio d'onore e il trasporto del Cristo sono a cura della Pia Unione delle Guardie d'onore.

Santi Martiri e Cristo alla Colonna

La Confraternita dei Santi Martiri zela il culto dei tre santi fratelli di Lentini, celebrati il 10 maggio (memoria liturgica), la domenica successiva ("Giornata della devozione cittadina") e ogni prima domenica di settembre in ricordo della "Traslazione delle Reliquie".

La statua del Cristo alla Colonna, invece, è vincolata a una secolare e rigida usanza penitenziale: il simulacro viene processionato per le vie di Acireale soltanto in rarissime occasioni (con una cadenza di circa 70 anni) oppure a fronte di gravissime calamità naturali o siccità prolungate.

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Castello Normanno

Castello · Paternò

Castello Normanno

Il Castello normanno di Paternò consiste in un dongione normanno costruito su una motta in posizione elevata.

== La Storia ==

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Il castello fu costruito dai normanni nel 1072 per volontà del Gran Conte Ruggero per garantire la protezione della valle del Simeto dalle incursioni islamiche e per controllare il territorio creando nuovi insediamenti. Ruggero, avendo assediato Catania (1071) e pensando di conquistare Centuripe, provvide in poco tempo alla costruzione del Castello come difesa e come posizione tattica per l'eventuale resistenza araba. Il castello di Paternò faceva parte del «complesso sistema di difesa su cui si fondava la sicurezza del regno di Sicilia». Il castello fu assegnato alla figlia di Ruggero, Flandrina. Attorno al castello la popolazione iniziò a crescere anche grazie a questa politica matrimoniale che fece arrivare nuove genti al servizio dei conquistatori normanni, in particolare genti provenienti dall'Italia settentrionale attirati dai privilegi a loro concessi. Il castello era la sede signorile della Contea di Paternò che Enrico VI di Svevia assegnò nel 1195 al nobile di origine normanna Bartolomeo de Luci consanguineo del sovrano svevo. Il Castello negli anni seguenti ospitò re e regine, tra i quali Federico II di Svevia, la regina Eleonora d'Angiò e la regina Bianca di Navarra. E per concessione di Federico II passò a Galvano Lancia.dal 1456 fino alla fine del feudalesimo fu proprietà della famiglia vicereale dei Moncada. Utilizzato come carcere nel XVIII secolo iniziò il processo di degrado e abbandono, ma dalla fine dell'Ottocento ha visto diverse campagne di restauro che gli hanno restituito l'antica possenza.

L'edificio

L'edificio è a pianta rettangolare su quattro livelli e raggiunge un'altezza di 34 m. I muri hanno uno spessore di 2,60 metri. Nella struttura muraria sono state ricavate le scale di accesso ai piani superiori su modello dei dongioni anglo-normanni. Dall'epoca sveva il maniero era coronato da una merlatura ghibellina (come si osserva nel seicentesco Disegno della veduta di Paternò nel "manoscritto Giordano") di cui allo stato attuale resistono solo dei monconi. Particolarmente interessante e gradevole l'effetto di bicromatismo che si crea tra il colore scuro delle murature e le cornici delle aperture in calcare bianco.

Il piano terreno, al quale si accede attraverso un portale ad arco acuto, è frazionato da due muri divisori che si intersecano a croce e formano quattro ambienti. Entrando, a sinistra vi è la piccola cappella di S. Giovanni, le cui pareti sono rivestite di affreschi. Sempre a sinistra vi è la stanza destinata al corpo di guardia ed adiacente ad essa il vano delle prigioni. Una scala conduce al vestibolo del primo piano e sbocca nel salone delle armi illuminato da quattro bifore. Dalla sala si raggiungono i tre ambienti limitrofi. Nel secondo piano vi è un'immensa sala con due grandi bifore dalle quali si ammira da una parte l'Etna e dall'altra la valle del Simeto. Era questa la sala di rappresentanza e di soggiorno della corte. Ai ,lati si aprono quattro ambienti destinati all'abitazione dei reali. Dalla sala, una scala conduce al terrazzo, cinto da muretti originariamente merlati. da qui, lo sguardo spazia sull'intera città e sulla piana di Catania.

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basilica minore di Santa Maria Assunta

Basilica minore · Randazzo

basilica minore di Santa Maria Assunta

La basilica minore di Santa Maria è il principale luogo di culto in stile gotico ubicato nella piazza omonima della cittadina di Randazzo.

== Storia ==

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Secondo la tradizione l'edificio sorge sul luogo ove in tempi remoti un pastorello scoprì, all'interno di una grotta, una fiammella ardente davanti all'immagine della Madonna che nessuno aveva visto prima. Sulla grotta si costruì prima un altare e poi una chiesetta in legno.

Epoca sveva

La costruzione di gran parte delle strutture attuali risale al periodo compreso tra il 1217 al 1239 come attesta un'epigrafe in caratteri gotici scolpita nella base di un pilastro della sacrestia. In essa sono segnate le date e le fasi dei vari completamenti.

Il campanile recava l'iscrizione "Magister Petrus Tignoso me fecit". La lapide vulcanica esterna alla sacrestia "ANNO DOMINI MCCXXXVIIII ACTUM EST HOC OPUS".

Epoca aragonese

Nel tempio si venerava la "Madonna del Pileri" alla fine del XVI secolo.

Appartengono a questa epoca i portali quattrocenteschi di tramontana e di mezzogiorno.

Lato nord: portale inserito in un arco gotico strombato incorniciato da colonne tortili con sviluppo elicoidale alterno su doppio ordine e sormontate da pinnacoli.

Lato sud: una doppia rampa di scale con sviluppo isoscele raccorda l'ingresso laterale destro alla sede stradale. Il magnifico portale si articola su tre ordini ove colonne, cornici decorate con motivi fitomorfi e vari livelli di strombature delimitano architravi e lunette inscritte sotto un unico arco.

Ornamento di grande pregio artistico, attribuibile a scuola pisana, è la statuetta marmorea raffigurante la Madonna, opera collocata in una piccola edicola nella lunetta superiore del portale sud. Degno di nota è lo stemma marmoreo con leone rampante, assunto come simbolo della città, lo scudo spicca sullo spigolo prossimo all'absidiola di sud - est.

Lungo il perimetro della chiesa si svolgeva la Fiera franca a partire dal 1476, autorizzata da re Giovanni d'Aragona, che si svolgeva per ben 9 giorni - 4 giorni prima e 4 dopo il 15 agosto - contestualmente all'evento processionale della Vara. Il 16 agosto si correva il Palio.

Epoca spagnola

Nel 1589 il tempio subì la prima trasformazione all'interno per opera del grande architetto toscano Andrea Calamech. L'artista curò la progettazione del rifacimento secondo stilemi rinascimentali d'influsso brunelleschiano con elementi siculo - catalani. L'intervento comportò l'ingrandimento del tempio con la trasformazione a tre navate, ambienti ripartiti da colonne monolitiche di basalto e impianto a croce latina.

Dal severo e cupo stile gotico originario la costruzione fu trasformata ammorbidendola con linee rinascimentali permeate da elementi siculi. Completata nel 1594, risentì nello stile e nelle linee degli influssi, contaminazioni, accorgimenti e particolari architettonici riscontrabili nella chiesa di San Lorenzo e nella chiesa di Santo Spirito di Firenze.

Epoca borbonica

Nel 1751, assieme alla chiesa di San Martino e alla chiesa di San Nicola, fu insignita del titolo di collegiata, con facoltà di elezione delle Dignità Capitolari, e concessione dei privilegi canonicali, compresa la Cappa di Coro e l'Ermellino, privilegi confermati dalla Santa Sede nel 1785.

1787 - 1805. Per la creazione del transetto, della crociera e l'innalzamento della cupola intervenne il palermitano Giuseppe Venanzio Marvuglia già impegnato a dirigere lavori pressoché identici, ma di portata maggiore, presso la cattedrale metropolitana primaziale della Santa Vergine Maria Assunta di Palermo. Con il suo apporto, all'interno ciò che restava della linea gotica ha lasciato definitivamente spazio al rifacimento rinascimentale con colonne laviche monolitiche di grandissimo effetto architettonico, il cui nero di natura vulcanica risalta sul bianco dell'intonaco, contribuendo ad accentuare la solennità delle linee, la morbidezza delle forme e dei volumi.

Nel decennio 1852 - 1863 l'architetto siracusano Francesco Saverio Cavallari, restaurò la facciata in stile neogotico e anche la fatiscente torre-campanile di facciata del XIV secolo,. Fu così riportato al suo antico splendore un complesso architettonico di grande effetto grazie al contrasto delle modanature e cornicioni in calcare di Siracusa, molte delle quali sono originali. Archi ogivali, monofore, bifore, trifore, pinnacoli, delicate merlature, culminano con un tetto a guglia a base esagonale.

Epoca contemporanea

Il diritto di preminenza ripartito tra i tre luoghi di culto si prolungò fino al 1936, anno in cui monsignor Salvatore Russo, vescovo di Acireale, decise di attribuire il titolo di matrice.

Durante i bombardamenti delle truppe alleate del 1943, la chiesa fu colpita in modo lieve rispetto alle altre due chiese principali. Un ordigno cadde sull'abside maggiore e distrusse l'antico organo, il ballatoio e la volta dell'abside. Fu danneggiato l'altare maggiore, poi restaurato e riconsacrato nel 1945. All'esterno la parte superiore dell'abside fu rifatta.

Le incursioni aeree angloamericane interessarono gran parte della provincia il 2, 12, 13, 14 e 15 agosto al 23 settembre. I bombardamenti di Randazzo furono particolarmente violenti per la presenza di obiettivi militari, circostanza che determinò la distruzione e la conseguente perdita di complessi architettonici e artistici di notevole importanza.

Architettura

L'edificio in conci squadrati di basalto con contrastanti decorazioni in candida arenaria si presenta con impianto basilicale a croce latina, tre navate ripartite da due serie di colonne monolitiche e tre poderose absidi disposte secondo i canoni

normanni. Il piano di calpestio interno è sopraelevato rispetto alla sede stradale, pertanto tutti gli ingressi sono raccordati da scale o rampe di gradini.

Il soffitto della volta della navata centrale è affrescato con un ciclo di scene ispirati alla vita della Beata Vergine, opera di Filippo Tancredi realizzata nel 1682.

Le decorazioni e gli ornamenti delle finestre riproducono soggetti della flora e della fauna locale, le vetrate artistiche sono state realizzate nel XX secolo.

Loggia - sacrestia: strutture per le quali sono documentati attività ed interventi di Agostino Scilla.

Navata destra

Prima campata: Cappella del Battesimo. Fonte battesimale: manufatto marmoreo con cupolino del 1565. Alla parete il quadro raffigurante il Battesimo di Gesù di Francesco Paolo Finocchiaro, dipinto realizzato nel 1895. Opera commissionata dall'arciprete dell'epoca, don Francesco Fisauli, nell'anno 1892, ultimata l'anno successivo e collocata in Santa Maria nel 1895. Si tratta della copia di un'opera esistente nella cattedrale di San Giorgio di Ferrara eseguita da Prospero Piatti.

Seconda campata: Cappella.

Terza campata: Cappella della Crocifissione. Sulla parete campeggia il dipinto raffigurante la Crocifissione o Compianto del Cristo sulla Croce, opera del fiammingo Giovanni van Houbraken realizzata nel 1657.

Quarta campata: Portale destro meridionale sormontato dal dipinto raffigurante la Salvezza di Randazzo, miracolo operato dalla Vergine nei confronti della cittadina minacciata dalle colate laviche del vulcano, opera di Girolamo Alibrandi. Nella pittura su tavola è rappresentata la veduta della città cinquecentesca costituita da paesaggio con tre campanili in epoca medievale.

Quinta campata: Cappella della Sacra Famiglia. Sulla parete è collocato il quadro raffigurante la Sacra Famiglia, dipinto su tela, opera di Giuseppe Velasco del 1823.

Navata sinistra

Prima campata: Cappella.

Seconda campata: Cappella di Sant'Agata. Sulla parete campeggia il dipinto raffigurante il Martirio di Sant'Agata, opera di Onofrio Gabrieli.

Terza campata: Cappella di San Sebastiano. Sulla parete campeggia il dipinto raffigurante il Martirio di San Sebastiano, dipinto di Daniele Monteleone del 1614.

Quarta campata: Portale destro sormontato da affresco raffigurante la Madonna del Pileri.

Quinta campata: Cappella di Sant'Andrea. Sulla parete campeggia il dipinto raffigurante il Martirio di Sant'Andrea, dipinto su tela, opera di Giuseppe Velasco 1820.

Transetto

Absidiola destra: Cappella del Santissimo Crocifisso. Crocifisso, scultura lignea di Umile da Petralia, opera realizzata nel XVII secolo. Sulla parete sinistra è collocato la Dormizione, Assunzione ed Incoronazione di Maria Vergine, dipinto raffigurante tre episodi su unica tela, opera di Giovanni Caniglia del 1548.

Braccio destro: Cappella dell'Assunzione. Sull'altare campeggia il quadro raffigurante l'Assunzione di Maria Vergine, dipinto su tela, opera di Giuseppe Velasco, realizzato nel 1810.

Absidiola sinistra: Cappella del Santissimo Sacramento.

Braccio sinistro. Altare caratterizzato da ciborio marmoreo del 1593. Sulla parete il quadro raffigurante l'Annunciazione di Maria Vergine, dipinto su tela, opera di Giuseppe Velasco del 1810.

Altare maggiore

Altare Maggiore: il manufatto marmoreo della sopraelevazione è datato 1663, oggetto di restauri e interventi conservativi dell'ultimo dopoguerra. Nell'edicola è collocato il dipinto Madonna col Bambino del 1866 di Pietro Vanni, raffigurante la Vergine in trono.

1810, Incoronazione di Maria Vergine, dipinto su tela, opera di Giuseppe Velasco, collocato sulla parete destra.

XVI secolo, Pentecoste, dipinto proveniente dalla chiesa dello Spirito Santo, collocato sulla parete sinistra. Lungo le pareti sono collocati gli scranni del coro.

Opere d'arte

?, Vergine con bambino, statua marmorea.

XIV secolo, Misure aragonesi: antiche misure aragonesi: l'orcio, per i liquidi, ed il moggio, per i cereali.

1564, Mausoleo della baronessa Giovannella De Quatris, patrocinatrice e benefattrice del tempio.

1810, Martirio dei Santi Filippo e Giacomo, dipinto su tela, opera di Giuseppe Velasco. Appartenente ad uno dei cicli realizzato dall'artista (ciclo mariano e ciclo dei martirii).

XVII secolo, Martirio di San Lorenzo, dipinto di Onofrio Gabrieli. Appartenente al ciclo dei martirii realizzato dall'artista.

1663, Altare, manufatto marmoreo, opera di Gaspare Guercio.

Tesoro

XVI secolo, Libretto di preghiera, della baronessa Giovannella de Quatris. Copertina in avorio scolpito con scene della Crocifissione, Resurrezione, Incoronazione della Vergine e Morte della Vergine; nelle tavolette interne si ammirano sei miniature su pergamena: Annunciazione, Visitazione, Adorazione di Gesù Bambino, il Martirio di San Sebastiano, la Presentazione al Tempio e la Crocifissione.

XIV secolo, Calice, oggetto liturgico con smalti, dono di Pietro II d'Aragona.

1567, Ostensorio, oggetto liturgico da processione, in argento dorato.

1282, Paliotto, paramento d'altare in tessuto ricamato in oro e trapunto con perle.

La raccolta contempla una collana d'ambra e vari oggetti d'avorio, una mazza in argento massiccio, croci astili e turiboli, ostensori e reliquiari, incensieri e pissidi, vasellame e arredi liturgici.

Vara

Fercolo processionale che rappresenta i misteri della dormizione, assunzione e incoronazione della Vergine Maria. Sfila ogni anno il 15 agosto.

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Etnaland

Parco di divertimento · Belpasso

Etnaland

Etnaland è un parco di divertimento italiano, realizzato in Sicilia, a Belpasso. La sua superficie complessiva è di 280.000 metri quadrati, dei quali 112.500 occupati dal solo parco meccanico, il che lo rende il parco divertimenti più grande del Meridione. Al suo interno prevede diverse possibilità di svago: da quello prettamente ludico, caratterizzato dall'AcquaPark e dal ThemePark, a quello didattico rappresentato dal Parco della Preistoria e dal percorso botanico. Le mascotte sono Ciclopino e Ciclopina, due ciclopi innamorati.

== Storia ==

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Dove dall'inaugurazione c'è il Parco Divertimenti sorgeva, nel 1976, l'Azienda Agricola "La Pergola" di proprietà del padre dell'attuale direttore del Parco, Francesco Russello.

Con il declino dell'attività agricola i Russello decidono di allestire il parco naturalistico "Il Parco Zoo di Sicilia", acquisendo gli animali da un circo fallito nei primi anni '80 nei pressi di Palermo, per poi aggiungervi il "Parco della Preistoria", ancora esistente ed evoluta.

Dato il successo del primo parco Francesco Russello attua l'iniziativa di rivoluzionare la natura del parco: acquista numerosi impianti tipici dei parchi acquatici (Tobogan, Kamikaze, Fiumi Lenti, Piscine Onde) e inaugura la prima stagione del Parco Acquatico "Etnaland", nel 2001, con grande successo. Vengono aggiunti altri scivoli e attrazioni, investendo milioni di euro, come molto inusuale per un Parco Acquatico, in attrazioni tematiche "meccaniche" come "Cocodrile Rapids", "Jungle Splash" e "Dragon River", attrazioni tipiche da Parco Tematico.

Il progetto di un ampliamento sia fisico che dal punto di vista dell'offerta ricreativa si concretizza nel 2012: il già manifestato interesse per un Parco "Meccanico" si concretizza nella realizzazione, e successiva apertura nel 2013, di un Parco Tematico a sé stante, con ingresso separato ma comprendente anche le già citate attrazioni dell'Acquapark

Quest'ultimo viene completato nella sua concezione tematica iniziale nel 2014, per poi subire le ultime aggiunte e spostamenti scenografici nella stagione 2015 (ad es. "Revo Rock 360", attrazione adrenalinica).

Mentre tra le stagioni 2016, 2017 e 2019 il settore acquatico ha subìto novità consistenti per mano di Pro Slide, non si notano particolari cambiamenti fino al 2020. Nel 2021 viene inaugurata “La Casa dei 44 gatti”, realizzata in collaborazione con Rainbow spa. Collaborazione che continua nel 2024 con la realizzazione del "Villaggio dei Puffi".

Nel 2021 e 2022 vengono inoltre aggiunte delle nuove scenografie al Themepark e vengono effettuate ricolorazioni di alcuni acquascivoli del parco acquatico.

A febbraio 2026 il parco è stato sequestrato in seguito a un inchiesta per "gravi violazioni ambientali". Secondo quanto riferito da ANSA, la Procura di Catania ipotizza che parte dei rifiuti prodotti all'interno del parco venissero bruciati in un terreno vicino, di tipo seminativo, e quindi sotterrati.

Attrazioni
Acquapark

Il parco acquatico AcquaPark è stato inaugurato nel 2001 e comprende oltre 25 attrazioni per un totale di 8.500 metri quadrati di piscine, con l'implementazione di Devil Race il parco acquatico diventa quello con il maggior numero di attrazioni in tutta Europa superando il Siam Park in Spagna.

Acquascivoli

Dark Kamikaze (2001)

Hydro Kamikaze (2001)

Stukas (2001)

Kamikaze (2001)

Twin Twister (2001)

Rafting River (2001)

Wild River (2001)

Tobogan giganti (2001)

Big Foam (2001)

Red Cannon (2001-2015)

Black Hole (2001)

Hydrotubo 813 (2001)

Niagara Falls (2001)

Rio Anaconda (2001)

Super Red Cannon (2016)

Colossum (2016)

Titania (2017)

Devil Race (2019)

Piscine

Fiume Lento (2001)

Laguna Blu (2001)

Piscina Hydro (2001)

Piscina a onde (2001)

Miniland

Laguna Bambini (2001)

Mini Foam (2001)

Mini Pista (2001)

Mini Tobogan (2001)

Castello (2001)

ThemePark

Inaugurato il 20 aprile 2013, il parco tematico ospita attrazioni meccaniche di diverse tipologie distribuite su 6 diverse aree tematiche.

Area tematica 1 (E-Land)

Etnaland Tower (2013)

The Storm (2013)

Laser Show (2013)

Funivia (2013)

Cinema 4D-Pangea, Asylum, Turtle Adventure (2022)

Babele (2014)

Revo-Rock 360 (2015)

Drifting Karts (2015-2023)

Villaggio minerario (Utopia)

The School (2013)

Eldorado (2013)

Kaos (2013)

Kasimiro (2013)

Love Lagoon (2013)

1900th (2013)

Gran Carillon (2014)

Rondò (2014)

Area tematica spazio (Galaxia)

Quasar (2013)

Vortigo (2013)

I Sogni Di Ciclopino

Guardie e Ladri (2013)

Castello di Ciclopino (2013)

Billow Balloon (2013)

Ciclopina's Tower (2013)

Hip Hop Coaster (2013)

Mini Tornado (2013)

Area 44 Gatti

La Casa dei 44 gatti (2021)

Miao Coaster (2015)

Ciclopino's Circus

LeleFante (2014)

Camellotto (2014)

TazzeMatte (2014)

Mini vortigo (2014)

Twistarello (2014)

Mini Swing (2023)

Il Villaggio dei Puffi (Novità 2024)

I Puffi Adventure (2024)

Le Casette Fungo dei Puffi (2024)

I Puffi al Cinema 4D (2024)

Area tematica attrazioni acquatiche (Splash)

Crocodile Rapids (2006)

Jungle Splash (2010)

Dragon River (2012)

Parco della Preistoria

Il parco dei dinosauri presenta 23 riproduzioni di esemplari preistorici per i Periodi compresi tra il Carbonifero e il Pliocene, a misura reale. Il percorso comincia su un trenino del tempo che consente di tornare indietro di milioni di anni e dopo essere scesi dal treno, accompagnati da guide esperte, si osservano le prime forme di vita dentro uno scenario ricostruito di una grotta che introduce il paleozoico; il giro continua uscendo dalla grotta ed imbarcandosi su un trenino turistico che agevola la visita o camminando nel percorso passando di Era in Era fino ad arrivare al Neozoico con l'Uomo di Cro-Magnon. Tutti gli esemplari riprodotti sono forniti di tabelloni didattici sulle specie rappresentate. Il percorso è caratterizzato da una specifica tematizzazione e dalla presenza di varietà botaniche ben contestualizzate. Nel 2016 viene inaugurata per il ThemePark la sezione a realtà aumentata che permette di visualizzare riproduzioni interattive di dinosauri e ominidi.

Informazioni pratiche

Telefono
+39 095 7913334
Come arrivare
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Sito ufficiale
www.etnaland.eu

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chiesa di Santa Barbara

Chiesa · Paternò

chiesa di Santa Barbara

La chiesa Santuario di Santa Barbara è una chiesa di Paternò, dedicata al culto di santa Barbara, patrona della città.

È sede dell'omonima parrocchia, che appartiene all'arcidiocesi di Catania.

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Storia

Nel 1576 Santa Barbara fu proclamata patrona della città, in quanto i paternesi ritennero che avesse debellato la peste di quell'anno. Il culto della Santa inizialmente si era svolto nella chiesa della Madonna dell'Itria dei cavalieri teutonici, ma nel 1583 l'università paternese acquistò

un oratorio dedicato a santa Maria Maddalena, che apparteneva al monastero di Santa Maria della Valle di Josaphat e il culto venne in esso trasferito.

Nel 1669 il vescovo Michelangelo Bonadies la elevò a parrocchia, come filiale della chiesa madre di Santa Maria dell'Alto.

L'attuale edificio si deve probabilmente a un progetto settecentesco, che ha inglobato sul fianco destro il più antico oratorio, oggi sala parrocchiale.

Nel 1781, come attesta un cartiglio nel timpano dell'ingresso principale, fu innalzata la facciata.

Fu danneggiato dal terremoto di Messina del 1908 e successivamente restaurato.

La vigilia di Natale del 2008 è crollato un fregio della cupola della chiesa: il 26 dicembre l'edificio è stato dichiarato inagibile e chiuso al pubblico. Dopo cinque anni di lavori, la chiesa è stata riaperta il 17 novembre del 2013 dall'arcivescovo Salvatore Gristina.

L’8 dicembre 2024, solennità dell’Immacolata Concezione, la chiesa è stata eretta a Santuario Diocesano di Santa Barbara dall’arcivescovo di Catania Luigi Renna.

Descrizione

La facciata è stata realizzata verso la fine del Settecento in stile neoclassico, con elementi baroccheggianti. Un grande ordine di lesene ioniche inquadra il portale centrale, sormontato da una grande nicchia con la statua di Santa Barbara degli inizi del Novecento, e i portali laterali, sormontati da finestre. Un secondo ordine di lesene ioniche si eleva solo nella parte centrale, raccordato con vele ai lati: al centro inquadra una loggia a due arcate, che funge da campanile coronata da un frontone; ai lati oltre le vele sono le statue dei Santi Pietro e Paolo. Le tre statue della facciata sono opera di Mario Moschetti del 1911.

I tre portali hanno porte in bronzo del 1991, con Scene della vita di Santa Barbara. La loggia al piano superiore ospita 13 campane in bronzo, che suonano in concerto in particolare in occasione delle festività patronali.

All'interno la pianta è costituita da un ottagono (pianta centrale), coperto da una grande cupola alta quasi 40 m, intersecato da una croce greca maggiormente sviluppata in senso longitudinale.

Nel presbiterio si trova l'altare maggiore del 1872, in marmo. Al centro presenta una nicchia chiusa da una porta che custodisce la statua di Santa Barbara del 1745, in argento con attributi in oro. Sotto la mensa, uno scrigno-reliquiario in argento cesellato custodisce le reliquie della santa. Ai lati sono ospitate due tele con il Miracolo della peste e con il Miracolo della lava.

Nelle esedre laterali si trovano da un lato un grande confessionale ligneo settecentesco e dall'altro il fonte battesimale.

I lati obliqui dell'ottagono hanno quattro altari secondari con dipinti: a sinistra la Madonna Immacolata, e Santa Barbara, entrambi opere di A.Attinà del 1876 e 1877, e a destra un'Adorazione dei Magi sempre di Attinà, una settecentesca tela del Crocifisso con ai piedi la Maddalena di Alessandro Vasta, e una Natività con influssi di stile caravaggesco. Il primo altare di sinistra accoglie la statua della Madonna del sacro Cuore di Gesù, all'interno di una cornice di angeli e nuvole.

Nella controfacciata trova posto l'organo del 1901, coperto da una cassa in legno intagliato e ospitato da una cantoria sorretta da un balcone.

Una decorazione ottocentesca a stucco policroma in colori pastello riveste gran parte delle pareti e la cupola.

Da una porta sul lato destro del presbiterio si accede alla grande sacrestia con mobilio ligneo settecentesco recentemente restaurato e con pavimento in pietra lavica ceramicata, dai colori azzurro e roseo, che reca al centro gli stemmi della parrocchia e della santa patrona. Sulla volta un affresco raffigura Santa Barbara in gloria.

La chiesa conserva inoltre reliquie di Santa Barbara in uno scrigno in argento, il fercolo in argento cesellato che esce in processione nei giorni 4-5 dicembre e i ceri (portaceri) in legno dorato e intagliato.

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chiesa di San Nicola

Chiesa · Randazzo

chiesa di San Nicola

La chiesa di San Nicola è la più grande chiesa di Randazzo, situata nel quartiere greco. Si presenta come un complesso architettonico a croce latina imponente, rovinato dai bombardamenti anglo-americani.

== Storia ==

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Le parti più antiche risalgono al XIII secolo e la sua struttura originaria era in stile normanno-svevo.

Epoca aragonese

I componenti di Casa d'Aragona, invisi alla potentissima famiglia Chiaramonte e i toni sempre accesi nell'annosa disputa tra fazione latina e catalana determinarono lo svolgimento di diverse sessioni itineranti del Parlamento Siciliano all'interno del tempio.

Epoca spagnola

La chiesa fu ristrutturata nel 1591, come ricorda la lapide infissa sul lato sud della chiesa e successivamente nel 1605. Nel 1539 Randazzo fu per quattro mesi in preda ai soldati ribelli all'Imperatore Carlo V, che fecero un'incursione in Sicilia, mettendola a ferro e a fuoco. La città venne saccheggiata, e in tale occasione andò purtroppo distrutto il grande archivio storico custodito nella chiesa di San Nicola, che ne aveva allora il privilegio. Altri suoi privilegi furono la custodia della Cassa del Tesoro e quella dello Stendardo cittadino. In essa si celebravano, inoltre, le esequie dei Re defunti. La chiesa fu consacrata da mons. Moncada, arcivescovo di Messina, il 21 dicembre 1746.

Epoca borbonica

Nel 1751, assieme alla chiesa di Santa Maria Assunta e alla chiesa di San Martino, fu insignita del titolo di collegiata, con facoltà di elezione delle dignità capitolari, e concessione dei privilegi canonicali, compresa la cappa di coro e l'ermellino, privilegi confermati dalla Santa Sede nel 1785.

Descrizione
Esterno

Dell'antica struttura normanna rimangono le absidi poligonali con archetti pensili e la merlatura, che risentono di un indirizzo artistico proveniente dalla Francia, dando loro l'aspetto di torrioni di fortezza. La facciata venne disegnata dal grande architetto Messinese Andrea Calamech, si tratta di un’imponente facciata con elementi classici in stile barocco. Sulla porta centrale lo stemma con l’Agnello Pasquale e a tal proposito gli storici municipali affermano che, in tempi remotissimi, la chiesa sia stata sede vescovile. La cupola, voluta dall'Arciprete Francesco Fisauli, venne costruita nel 1904 su progetto dell'Architetto Salvatore Priolo.

Campanile

Cenni storici lo descrivono come un bellissimo campanile in stile arabo-normanno policromo. Il campanile attuale sostituì la bellissima torre campanaria in stile trecentesco. Minacciando rovina fin dal XVI secolo, fu fatta rinforzare con catene di ferro da Carlo V. Tuttavia fu distrutta dal grande terremoto del 1693. Fu ricostruito nell'anno 1783, un po’ tozzo e incompleto nella parte terminale del pinnacolo.

Interno

L’interno della chiesa, completamente rifatto, subì danni gravissimi a seguito dei bombardamenti del 1943. È a tre navate divise da colonne. Le uniche opere salvatosi sono:

Il fonte battesimale del XIII secolo in arenaria a forma esagonale, in stile gotico - bizantino,

San Nicola, statua marmorea, opera di Antonello Gagini del 1523 (è anche una statua miracolosa perché essa sanguinò durante una grande carestia e subito dopo cessò la mortalità)

Il crocifisso dipinto

Un quadro raffigurante Gesù con i discepoli ad Emmaus

Il Cristo fonte di grazia

La Trinità del 1651

Il monumento funebre della nobildonna Flavia Romeo, risalente alla prima metà del Seicento e conservato in origine nella chiesa di San Domenico, demolita nel secondo dopoguerra. Il monumento fu smontato e trasferito nella chiesa di San Nicola. L’aspetto attuale del monumento funebre non è completo, in quanto i due putti che reggono lo stemma della famiglia Romeo, non furono assemblati e oggi giacciono abbandonati in un angolo della chiesa.

Un Trittico di scuola Antonelliana del sec. XV raffigurante la Madonna tra le Sante Agata e Lucia.

Una tavola raffigurante la Madonna con il Bambino e san Giacomo Apostolo il Maggiore, tempera di autore ignoto della seconda metà del XV secolo. Possiede estese perdite di colore soprattutto nella parte inferiore della zona centrale; altre perdite di colore interessano i riquadri narrativi senza tuttavia comprometterne la leggibilità. La tavola proviene dalla scomparsa chiesa di San Giuseppe, demolita dopo i bombardamenti del 1943

Una custodia marmorea Antonello Gagini (1523), terminata dai figli Antonino e Giacomo e collocata nell'altare del Sacramento. In tempi recenti l'opera venne scomposta: il tabernacolo e la Pietà vennero reimpiegati nell'altare del Crocifisso, nel transetto destro, mentre il dossale – quattro riquadri rettangolari con bassorilievi di scene della Passione – murato nelle pareti.

Sulla spalliera dell’altare principale due pannelli raffiguranti i miracoli del Santo.

Tre conci scolpiti a bassorilievo di cui non si conosce la provenienza. Il bassorilievo scolpito sul primo concio risulta di difficile lettura. Il secondo concio, di forma pentagonale che probabilmente, in origine, costituiva la chiave di volta di una struttura ad arco, reca scolpita una sirena, ricorrente spesso nelle chiese romaniche. Sul terzo concio sono scolpite due viverne con lunghe code annodate alle spalle di un uomo con le mani giunte e genuflesso in atto di supplica.

Un bel quadro di autore ignoto raffigurante San Michele Arcangelo, ritratto come un giovane guerriero alato, sospeso sulle nuvole, con il corpo leggermente proteso in avanti, scruta le profondità che eruttano fuoco e fumo. Accanto alla gamba sinistra di San Michele, parzialmente coperta dalle nuvole, s’intravede una monaca, con velo e soggolo bianchi, mentre sotto la nuvola, su cui l’Arcangelo, poggia la punta del piede, si distingue la mano sinistra della religiosa, al cui dito indice porta un anello d’oro.

Randazzo Vecchio

Di fronte alla chiesa, su una base rettangolare, si trova una statua del Gigante Piracmone. L'attuale statua virile fu rifatta nel 1737 dopo che quella di origine normanna era andata in rovina, venendo quindi chiamata dai randazzesi "Rannazzu Vecchiu". Il braccio destro della statua si staccò durante i bombardamenti del 1943, e vani sono risultati i tentativi di ripristinarlo. Oltre al gigante sono presenti anche tre animali: l'aquila, il serpente e il leone. Secondo molti, dietro alla statua si nasconderebbero significati alchemici. I resti della prima statua in arenaria (un leone, un’aquila e un berretto frigio), si trovano murati sulla parete settentrionale della chiesa.

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Questa guida è composta da basi di conoscenza aperte. Niente è scritto da noi e niente è inventato: dove una fonte tace, il campo semplicemente non c'è.

Ultimo aggiornamento il 29 agosto 2026